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Gli opposti illusionismi ideologici di capitalismo e comunismo



Di Gian Piero De Bellis

Molti anni fa, durante gli scontri violenti e talvolta sanguinosi tra opposte fazioni di destra e di sinistra, parecchie persone che si riconoscevano politicamente in un’area moderata di centro, erano use parlare di “opposti estremismi”. A ciò faceva seguito la condanna di entrambi in quanto espressioni di comportamenti similari insensati. Questa condanna che accomunava idee e gruppi apparentemente antitetici veniva però rigettata anche da molti che pur non si riconoscevano nei metodi violenti impiegati. Per costoro, l’espressione “opposti estremismi” rivelava infatti un gretto qualunquismo. Eppure, a ben vedere, approfondendo i travasi avvenuti nel corso della storia tra destra e sinistra e conoscendo la simpatia profonda, in entrambi i campi, per uno stato forte e onnipresente, l’accomunare i due fenomeni aveva una sua fondatezza in quanto le distinzioni erano, tutto sommato, più formali (di etichetta) che sostanziali (di contenuto). In linea generale, anche al di là di eccessi ed estremismi, sinistra e destra sono state e sono le due facce ideologiche e prammatiche attraverso le quali si è manifestato il nazional-statalismo in Europa, e con le quali i padroni (culturali, politici, economici) hanno dominato i popoli. Non dobbiamo stancarci di sottolineare e ripetere questo dato di fatto fino a quando i concetti di destra e sinistra saranno usati in politica come categorie atte a illudere e manipolare le masse. A ciò bisogna aggiungere due altre categorie usate (in buona o cattiva fede) dai soggetti illusionisti (coloro che illudono) per manipolare i soggetti creduloni (coloro che sono illusi). Queste categorie sono quelle di comunismo (o socialismo) e capitalismo. Il modo in cui sono presentate e vissute queste categorie illusorie rivela tali e tanti punti di contatto, come nel caso di destra e sinistra di cui ricalcano molti aspetti, che ci sarebbe da chiedersi se il tutto non sia altro che un abile gioco delle parti. Per i comunisti di una volta (la categoria è da tempo in ribasso) il comunismo era una fede e, in quanto tale, non poteva essere messa in discussione. Infatti, qualsiasi tentativo di dibattito e di analisi critica, ad esempio sulla realtà del “comunismo” che si pretendeva realizzare in alcuni paesi, era immediatamente bloccato sul nascere nella maniera più disarmante possibile e cioè attraverso l’enunciazione di caratteristiche astratte estremamente laudatorie del comunismo stesso che erano date per scontate (fine dei privilegi, fine dello sfruttamento). Dopo di che, non c’era più nulla da discutere. Anzi, se uno insisteva a voler continuare l’analisi formulando dubbi e distinguo, quella persona era vista come un oppositore insensato e stravagante di qualcosa di meraviglioso. In quanto metodo perfetto di organizzazione sociale, il comunismo si rivelava il migliore anche quando soggetto a errori. Questi errori poi erano sempre il frutto di deviazioni commesse da elementi di orientamento borghese e di tendenza capitalista, del tutto estranei al comunismo (rinnegati, sabotatori). Taluni eccessi e durezze del comunismo (carri armati e Gulag inclusi) erano necessari solo per contrastare questi elementi reazionari nella società e nel partito. Il nocciolo su cui poggiava il sistema (ideologicamente e concretamente) era la proprietà pubblica (leggi : statale) dei mezzi di produzione. Questa era la soluzione magica che tutto risolveva. Se questi erano, in maniera oltremodo sintetica, i pilastri su cui poggiava l’ideologia comunista, vediamo quali sono quelli su cui poggia l’ideologia capitalista. Per i capitalisti (fautori, simpatizzanti) il capitalismo è, se non una fede, quanto meno una convinzione fortissima che non è soggetta a discussione. Infatti, qualsiasi tentativo di dibattito e di analisi critica, ad esempio su cosa significhi “capitalismo” e chi siano e come agiscano i "capitalisti", è immediatamente bloccato sul nascere nella maniera più disarmante possibile e cioè attraverso l’enunciazione di caratteristiche astratte estremamente laudatorie del capitalismo stesso che sono date per scontate (libero mercato, libera impresa). Dopo di che, non c’è più nulla da discutere. Anzi, se uno insiste a voler continuare l’analisi formulando dubbi e distinguo, quella persona è vista come un oppositore insensato e stravagante di qualcosa di meraviglioso. Come il comunismo, anche il capitalismo è visto come un metodo perfetto di organizzazione sociale, attraverso il meccanismo del mercato. E, anche in questo caso, il meccanismo è talmente perfetto che esso ha ragione (funziona) anche quando sbaglia (cioè non funziona). Il nocciolo su cui poggia il sistema è la proprietà privata (leggi : padronale) dei mezzi di produzione. Questa è la magica soluzione che tutto risolve, sempre. E ciò che non funziona nel sistema ideale è attribuito a deviazioni (protezionismi, favoritismi, corporativismi, ecc.) che vanno sotto il nome di “crony" capitalismo. Queste deviazioni sono attribuite alla presenza di scorie socialiste, cioè di elementi anti-capitalisti intenti a manomettere il funzionamento del sistema. Questa rappresentazione dei due schieramenti potrebbe apparire a taluni un po’ sommaria e caricaturale, ma non penso si possa onestamente sostenere che sia sostanzialmente falsa. Personalmente, troppe volte ho riscontrato l’impossibilità di un confronto serio e pacato (critico, approfondito) con i sostenitori dell’uno o dell’altro sistema. Troppo fissati sull’ideale, e per nulla interessati all’esame critico del reale, cioè di quello che sono diventati nel corso della storia il comunismo e il capitalismo. E per di più entrambi utilizzano i termini di comunismo e di capitalismo come se facessero riferimento a delle persone: il capitalismo ha fatto questo, il comunismo ha fatto quest’altro. Segno evidente di un convincimento ideologico basato sul fideismo e sull’illusionismo. A sostegno del fatto che i simpatizzanti del comunismo e del capitalismo siano immersi in un illusionistico gioco delle parti basterebbe riflettere sulla storia italiana degli ultimi decenni. Nella penisola italica, un capitalista (Silvio Berlusconi), prodotto doc del favoritismo statalista attraverso il socialista (Bettino Craxi), agente doc del clientelismo statalista, è diventato l'esponente di uno pseudo-liberalismo di marca prettamente statalista, in lotta contro un ipotetico “comunismo” di marca altrettanto statalista. E il bello è che, nonostante tali credenziali, questo capitalista ha trovato liberali (veri o finti) che lo hanno sostenuto a lungo, cullati e travolti da una serie infinita di illusioni. In sostanza, sembra che due illusionisti siano necessari per far accettare, a persone che apparentemente la pensano in maniera diversa, la stessa illusione e cioè il fatto di cambiare tutto (a parole) per non cambiare nulla (nei fatti). Nella realtà dei fatti appare quindi fondato sostenere che capitalismo e comunismo siano le due opposte ma identiche illusioni attraverso le quali si spaccia lo statalismo. In particolare il comunismo-socialismo agisce nell'ambito politico come privatizzazione (centralizzazione) del potere e socializzazione (diffusione) dell'asservimento e il capitalismo-corporativismo agisce nell'ambito economico come privatizzazione (concentrazione) dei profitti e socializzazione (redistribuzione) delle perdite. Per fare solo un esempio "tremila istituzioni per il risparmio e il prestito ... fallirono negli Stati Uniti nel decennio 1980 con perdite a carico dei contribuenti americani superiori ai 100 miliardi di dollari." (Charles Kindleberger e Robert Aliber, Manias, Panics and Crashes, 2011). E quelli erano gli anni (1981-1989) in cui alla Casa Bianca era installato il pro-capitalista Ronald Reagan. Prova evidente che, attraverso la retorica capitalistica, si possono praticare i peggiori vizi dello statalismo. Una volta appurato ciò, gli esseri razionali dovrebbero andare oltre gli illusionismi. Altrimenti si rischia di scivolare in puri e semplici cretinismi, di destra e di sinistra, targati capitalismo o comunismo. Che, apparentemente sembrano tanto diversi ma, sostanzialmente sono la stessa identica cosa. Prendendo a modello l’espressione ironica di Jean-Baptiste Alphonse Karr “plus ça change, plus c’est la même chose” si potrebbe dire che, più uno ritiene di essere diverso dai (presunti) avversari, più gli assomiglia. Soprattutto quando entrambi sostituiscono alla realtà le illusioni e al pensiero critico una adesione fideistica, cieca e indiscussa, al loro tanto amato“ismo” ideologico.

FONTE:http://www.polyarchy.org/basta/sussurri/illusionismi.html

Gli Imperi periscono quando scompare l’idea su cui sono fondati


Di Enzo Trentin
Non esiste nessuna necessità storica secondo cui una qualche nazione debba costituirsi in uno Stato.L’edificazione di uno Stato-nazione può essere auspicata, favorita, promossa purché sussistano alcune condizioni, quali il rispetto della giustizia, la volontà maggioritaria del popolo, il miglioramento delle condizioni di vita.
Sicuramente il Marchese Massimo d’Azeglio, uno degli uomini politici piemontesi protagonisti del processo di unificazione dell’Italia, non aveva previsto che la celeberrima frase con cui commentava la nascita del Regno d’Italia proclamato nel 1861 sarebbe diventata proverbiale. A dire il vero, pare che quella frase: «Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani», non l’abbia mai detta. Tutto sommato è stato preferibile che altrettanta popolarità non sia stata acquisita da una “perla”, questa sì che l’ha scritta, che leggiamo nel suo Epistolario: «In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!». La dice lunga su che cosa pensassero i “patrioti” piemontesi degli altri Italiani. Però con una guerra espansionistica, nel marzo 1861, il pur piccolo Regno di Sardegna diventò il Regno d’Italia mentre al Sud la gente ancora piangeva per le stragi operate, solo pochi mesi prima, dal generale sabaudo Enrico Cialdini sull’inerme popolazione civile di Capua, o dal colonnello Pier Eleonoro Negri responsabile delle stragi di Pontelandolfo e di Casalduni, con l’approvazione e l’elogio del Primo Ministro di casa Savoia, Camillo Benso di Cavour.
A girovagare per Internet si può trovare la Cronologia dell’Unità d’Italia, stilata in due paginette. Difficilmente si troverà la cronologia degli scandali che si sono avuti dall’unità ai giorni nostri. Un elenco, forse, troppo lungo. Sicuramente disgustoso.
Scrive lo storico Nicola Zitara: “La retorica unitaria, che coprì interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da Cavour, quando furono imposte all’intera Italia, si erano già rivelate fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo politico di Cavour e dei suoi successori, l’uno e gli altri più uomini di banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un’autosconfessione. Quando, alla fine, quelle “innovazioni”, vennero imposte anche al Sud, ebbero la funzione di un cappio al collo. […] Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale finanziatrice dello stato unitario o allo scandalo Bastogi per l’assegnazione delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre il Sud finì per pagare le spese della guerra d’annessione.” E che dire del fatto che di fronte all’avanzare di Garibaldi con i suoi Mille, “Tore ‘e Crescienzo”, alias Salvatore de Crescenzo, il primo vero capo della camorra, fu chiamato nelle stanze della prefettura dal prefetto Liborio Romano con una proposta: redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine? La “camorra in coccarda tricolore”, ben lungi dall’essere disciplinata come sperava il prefetto, trovò nella divisa la sua legittimazione. Il Risorgimento italiano fu un’operazione Manu militari. Furono invasi i piccoli e i grandi Stati della penisola. Insomma, come se, per esempio, in tempi recenti, per fare l’UE, uno Stato – la Germania o la Spagna – avesse invaso gli altri Stati e avesse detto: “ora siamo uniti”. Ogni persona che crede nella giustizia, non può ammettere ciò che accadde in Italia nel secolo XIX. Il filosofo Augusto del Noce ha significativamente definito il Risorgimento italiano “un capitolo dell’imperialismo britannico”. Antonio Gramsci – lo storico marxista – osservava: “I liberali di Cavour concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia”. Questa gente “fa l’Italia” ma gli Italiani continuano a rimanere estranei a questo Stato-nazione. Un fiscalismo esoso fu imposto per tentare di pareggiare il bilancio disastroso che il Regno di Sardegna, unificata l’Italia, aveva portato in “dote”; ovvero il suo spaventoso debito pubblico accumulato con le “guerre d’Indipendenza”.
Milioni e milioni di Italiani emigrarono. Nel nuovo Stato-nazione avevano fame ed erano ammalati. Sfogliando gli atti parlamentari, datati 12 Marzo 1873, sulle condizioni sanitarie del paese: “la tisi, la scrofola, la rachitide, tengono il campo più di prima; la pellagra va estendendo i suoi confini; il vaiuolo rialza il capo; la difterite si allarga ogni giorno di più”. Si emigra. Non si tratta di un’emigrazione individuale, ma di gruppo. All’interno di questi gruppi il prete occupa molto spesso la funzione del capo. La terra di conquista è l’America meridionale, soprattutto il Brasile e l’Argentina. La gente comincia a partire. A gruppi, a centinaia. La gente, specialmente quella veneta, non ha voglia di battersi sul posto. Dovrebbe opporsi all’ordine costituito e questo contrasta con la sua mentalità, rispettosa dell’autorità. Per sottrarsi ad una condizione diventata insopportabile non rimane che l’emigrazione. Anche coloro che all’inizio erano contrari alle partenze, ora si arrendono. Capiscono che se l’emigrazione fosse frenata, scoppierebbe la rivolta. E le rivolte comunque ci furono: vedi “la Boje”.
La gente parte dicevamo. A volte si muovono interi villaggi, con il parroco in testa. Partono anche di notte, al buio e in silenzio, quasi fosse tempo di guerra e il nemico stesse in agguato. Qua e là si ode il grido: Viva l’America! Morte ai signori! L’emigrazione diventa veramente, per tutto un popolo, una liberazione: dai padroni oppressori, dalla terra che non li mantiene, dal bisogno che incalza, da un Governo inesistente e insensibile. «Noi andiamo in Brasile – gridano alcuni – Ora toccherà ai padroni lavorare la terra..». La partenza è vissuta come un avvenimento doloroso, ma necessario. Rompe una situazione di miseria senza scampo e apre una porta alla speranza. Per questo, a volte, centinaia di persone si mettono in movimento insieme, lentamente, al suono delle campane, come nelle grandi feste, e alla testa della processione vi è un grande Crocefisso o lo stendardo di un Santo che gli emigrati porteranno con loro nella nuova patria.
Già nel 1876 un certo Don Munari, parroco di Fastro nel Comune di Cismon del Grappa, era partito per il Brasile con un gruppo di circa 300 emigranti. Ed è grazie agli emigrati veneti che la colonia di Caxias, nel Rio Grande do Sul (Brasile), conosce uno sviluppo straordinario. In meno di 50 anni passa dalla foresta alla piena industrializzazione. Fondata nel 1875, dopo soli tre anni aveva quasi 4.000 abitanti. Nel 1898 gli italiani erano 25.000, i nove decimi della popolazione. Nel 1877, su iniziativa di una strana figura di prete-reclutatore che aveva posto la sua centrale nel Canal del Brenta, vicino a Bassano del Grappa, erano stati avviati alla volta del Brasile oltre 2.000 contadini della zona. Formeranno uno dei primi insediamenti italiani nel Paranà, a Curitiba.
Nel 1898 gli operai a Milano sfilarono per protestare contro l’ingiustizia sociale: chiedevano pane. Passata alla storia come la “Protesta dello stomaco”, il governo guidato da Antonio di Rudinì proclamò lo Stato d’assedio e il generale Fiorenzo Bava Beccaris, in qualità di Regio Commissario Straordinario, ordinò di sparare cannonate sulla folla provocando una strage in cui furono uccisi 80 cittadini e altri 450 rimasero feriti. Ma si tratta di cifre ufficiali poco convincenti. Il numero di vittime effettive non si saprà mai. In segno di riconoscimento per quella che dalla monarchia fu giudicata una brillante azione militare, Bava-Beccaris ricevette il 5 giugno 1898 dal re Umberto I la Gran Croce dell’Ordine Militare.
Superata la I. G.M. ci fu l’avvento del fascismo sul quale non ci soffermiamo per brevità. Sono stati scritti tanti di quei libri da riempire intere biblioteche. Il fascismo portò alla II G.M. e liberata l’Italia ad opera degli Alleati, la resistenza antifascista accampò meriti, elargì patenti, occupò il potere. Tutti i partiti, con l’eccezione del MSI erano antifascisti. Gli scandali non diminuirono: Vajont, Lockheed, Montedison, solo per citarne tre; anzi furono il “brodo di cultura” del terrorismo rosso e di quello nero, complice anche il clima della guerra fredda. Seppellita la cosiddetta Prima repubblica, intorno alla prima metà degli anni 1990, ad opera degli scandali di Tangentopoli, ai giorni nostri la corruzione è aumentata, mentre la classe politica non esprime alcuna qualità. Su quale idea, dunque, dovremmo sostenere l’unità dello Stato italiano?
Al contrario la nostra idea è: unire gli individui ed i popoli nella libertà e nella diversità,lasciando ognuno padrone a casa propria. Sarebbe un modo semplice per condividere con altri ciò che pensiamo per cambiare pacificamente la forma di Stato e di governo di questo paese e di rifiutarsi di essere complici di un sistema basato sui partiti corrotti, voluto da incapaci, votando i quali saremo perennemente complici di questo insopportabile regime. L’idea da condividere dovrebbe essere quella che l’individuo, e non lo Stato unitario definito arbitrariamente “sovrano” e imposto con la forza e con l’inganno, è il titolare unico della propria volontà che giuridicamente è sovranità. In quanto diritto naturale, la sovranità dell’individuo non può essere ceduta, neppure parzialmente, né essere oggetto di legge ma solo di garanzia costituzionale. Pertanto tutto ciò che oggetto di governo della società e della comunità, deve essere fatto o almeno legittimato dalla maggioranza dei cittadini sovrani. Senza questa legittimazione la legge dello Stato non può avere valore giuridico e deve essere considerata una violazione del diritto naturale, di cui sono responsabili i rappresentanti ed i partiti che l’hanno imposta. Solo in questi termini ognuno potrà essere l’artefice del proprio destino e del destino della future generazioni.

Meglio un bottegaio di un Prof


Di Nicola Porro

Lo Stato italiano dovrebbe comportarsi con il buon senso di un bottegaio (termine che solo una furia sinistra ha voluto rendere dispregiativo, ignorando la sua grande tradizione). Se invece dei professori fossimo guidati da una buona pattuglia di bottegai, oggi non ci troveremmo con l’incubo contabile che mese dopo mese certificano al ministero delle Entrate. Saremmo in grado di comprarci un’auto, o un vestito, o un servizio per il semplice e banale motivo che lo Stato non ci avrebbe tolto le risorse per farlo. Da gennaio a novembre il Tesoro ha incassato 380 miliardi di euro. Il dato ufficiale è stato reso pubblico ieri. Le entrate sono cresciute, rispetto all’anno precedente. Grazie all’introduzione di una nuova imposta (l’Imu) e all’incremento di alcune gabelle già esistenti. Ma la consistenza dell’entrata principe (l’Iva, l’imposta che grava su tutti i consumi di beni e servizi) è diminuita. Si badi bene: sono scesi gli incassi, nonostante essa sia stata percentualmente aumentata dal 20 al 21 per cento. Il motivo è molto semplice e appunto un bottegaio ve lo avrebbe spiegato in anticipo. Se bastoni con nuove e maggiori imposte i contribuenti, soprattutto in un momento di crisi economica, questi debbono stringere la cinghia. Pagheranno l’Imu, ma eviteranno la pizzeria. Per sfamare la bestia statale, i contribuenti mettono a stecchetto se stessi. In un circolo vizioso. Lo Stato incassa di più, il contribuente spende di meno, il cittadino chiede aiuti che sono graziosamente elargiti dallo Stato con le risorse recuperate dai contribuenti. Ma c’è qualcuno al mondo che possa ritenere questo circuito infernale ragionevole? Sì. Coloro che grazie a questa follia ottengono potere e ruolo: burocrati e politici.

Fonte:http://blog.ilgiornale.it/porro/2013/01/08/meglio-un-bottegaio-di-un-prof/

Come "Funziona" lo Stato


"Quali siano le forme concrete in cui potrà realizzarsi questa auspicata vita di libertà e di benessere per tutti nessuno potrebbe dirlo con esattezza; nessuno, soprattattuto, potrebbe, essendo anarchico, pensare ad imporre agli altri la forma che gli appare migliore. Unico modo per arrivare alla scoperta del meglio è la libertà, libertà di aggruppamento, libertà di esperimento, libertà completa senz'altro limite sociale che quello dell'uguale libertà degli altri."
 Errico Malatesta

Di Bill Bonner
http://dailyreckoning.com/
Ci sono molte teorie per spiegare lo stato. La maggior parte non sono altro che truffe, giustificazioni, e iperboli. Uno cerca di spiegare qualcosa all'uomo comune... l'altro sostiene che era per il suo bene... e il terzo finge che sarebbe perso senza di esso. La maggior parte non sono realmente "teorie"... ma prescrizioni, progetti per creare il tipo di governo "teorico" che si vorrebbe avere. Non a caso, i progetti adulano il suo intelletto e coinvolgono la sua immaginazione.

Il "contratto sociale," per esempio, è una frode. Non si può avere un contratto a meno che non si hanno due parti consapevoli e capaci. Devono unirsi in una riunione di menti — un vero e proprio accordo su ciò che faranno insieme.

Ma qual è il "contratto sociale" con lo stato? Non c'è mai stato un incontro di menti. L'operazione è stata costretta sulla popolazione. E ora, immaginate di volerne uscire. Potete semplicemente "rompere il contratto"? Vi rifiutate di pagare le tasse e vi rifiutate di essere maltrattati dagli agenti TSA e dai dipendenti governativi. Quanto tempo passarebbe prima che vi sbattano in prigione?

Che tipo di contratto è quello a cui non aderite e da cui non potete uscire? Possono abbellirlo... stampare un pezzo di carta... indire una cerimonia solenne in cui tutti fanno finta che si tratti di un vero e proprio contratto. Ma non vale la carta su cui è scritto.

Inoltre, che tipo di contratto prevede che una parte modifichi unilateralmente i termini dell'accordo? Il Congresso approva nuove leggi quasi ogni giorno. La burocrazia emette nuovi editti. Il sistema fiscale viene cambiato. La libbra di carne che avevano non era sufficiente; ora ne vogliono una libbra e mezza!

Ecco le domande critiche: Perché lasciare che altre persone ci dicano che cosa fare; non siamo tutti uguali? Qual è lo scopo dello stato? Quanto costa e quali vantaggi ci conferisce? Una teoria dovrebbe spiegare qualcosa senza fare riferimento a qualcosa d'altro. Cioè, una metafora non funziona. E' solo una descrizione. Se dite che lo stato è una sorta di "contratto sociale," vi state limitando a descrivere quello che a voi sembra... o quello a cui possa essere paragonabile.

Proviamo una visione più semplice: lo stato è un fenomeno naturale, un'espressione di rapporti di potere, in cui alcune persone cercano di dominare gli altri con la forza. Questi dominatori "interni" si mettono d'accordo in modo da poter portare via denaro, potere e status sociale da altre persone, gli "esterni."

Molte persone pensano che lo stato fornisca qualche servizio. E' vero, ma è incidentale. Gli stati spesso fanno recapitare la posta. Ma non ce n'è bisogno. Sarebbero ancora degli stati anche senza il controllo del Servizio Postale. E se non avessero un reparto dedicato alla pesca nelle acque interne, o un programma per insegnare ai democratici ritardati a contare fino a 20? Sarebbero ancora degli stati... ed avrebbero ancora i loro elicotteri, autisti e spese. Ma se perdessero il controllo della polizia o dell'esercito sarebbe una cosa completamente diversa. La forza è l'essenza dello stato, non un dettaglio decorativo. Senza gli eserciti e la polizia, non sarebbero più stati, ma associazioni di volontariato come il Kiwanis Club o la Teamsters Union.

Nel 2012, gli Stati Uniti hanno affrontato un grande elezione presidenziale. Alcuni uomini si sono fatti avanti per offrirsi di ricoprire la carica di presidente degli Stati Uniti. Stavano concorrendo per andare a capo di cosa?

Lo stato è un dato di fatto. Esiste. È tanto comune quanto il gas nello stomaco. E' onnipresente come i pidocchi ed inevitabile come la vanità. Ma di che cosa si tratta? Perché è così? E cosa è diventato?

Sappiamo molto poco sulle origini reali dello stato. Tutto quello che sappiamo, e questo dai documenti archeologici, è che un gruppo spesso ne ha conquistato un altro. Ci sono scheletri risalenti a più di 100,000 anni fa che mostrano il tipo di ferite alla testa causate da combattimenti. Presumiamo che questo fosse un cosiddetto cambio di "governo." Chiunque fosse stato in carica era cacciato o ucciso. Poi, qualcun altro lo sostituiva ricoprendo tale carica.

I gruppi tribali, o anche i gruppi di famiglie se è per questo, probabilmente avevano dei "capi." Avrebbero potuto essere poco più che bulli... o forse anziani rispettati. Nel corso dei millenni probabilmente c'erano tanti esempi diversi di "governi" primitivi quante erano le tribù. Alcuni eleggevano i loro leader. Alcuni li avranno scelti in modo casuale, per quanto ne sappiamo. Molti probabilmente conferivano la leadership per consenso. Alcuni probabilmente non avevano affatto capi identificabili. Ma sembra essere una caratteristica della razza umana che alcune persone vogliano ottenere lo status di capo... e molte persone vogliono che qualcuno sia a capo.

Nelle avversità, c'era probabilmente un vantaggio nell'avere un leader. La caccia era spesso un'impresa collettiva. C'erano anche le decisioni di gruppo da prendere... su come il cibo dovesse essere conservato o razionato, per esempio... che avrebbero influenzato la sopravvivenza di tutto il gruppo. In caso di attacco da parte di un altro gruppo, un capo forte e abile avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte.

Possiamo immaginare che le persone che oggi ricoprono i ruoli di capo/seguace lo fanno perché sono programmati dall'evoluzione. Coloro che non possono o non vogliono... beh, forse si estinsero molti millenni fa.

Non c'è bisogno di guardare indietro all'Ultimo Periodo Glaciale per vedere cosa succede nelle piccole unità politiche. Possiamo vederlo oggi. Sono tutte intorno a noi. Ogni chiesa ha il suo consiglio di amministrazione. Ogni comunità ha una qualche forma di governo. Ogni corporazione... gruppo... club... ogni luogo in cui gli esseri umani si riuniscono sembra elaborare norme e rapporti di potere. Sorge un leader. I gruppi informali cedono di solito alla personalità forte. Le giurie cercano di controllarla. Le famiglie le resistono. Le cene con invitati cercano di evitarla.

Ma purtroppo è così. Alcune persone cercano di dominare. Ad altri piace essere dominati.

Il problema è che di solito c'è più di una persona o un gruppo che vuole fare il dominante. Questo porta a dei conflitti. Tradimento. Omicidio. Rivalità. Ed elezioni. Ma cerchiamo di non andare troppo avanti con gli argomenti. Stiamo parlando delle origini dello stato e cercando di individuare come era. Su piccola scala, si può concludere, i governi erano estremamente variabili in forma... ed estremamente limitati negli scopi. Cioè, quanto si può governare un piccolo gruppo? Non molto. È possibile comandare a bacchetta le persone, ma non lo accetteranno a lungo. E c'è sempre un capo rivale che è pronto a rovesciare il grande capo se dovesse perdere il suo sostegno popolare. In un ambiente tribale, immaginiamo che il guerriero più forte e più feroce fosse stato in grado di imporsi come autorità di governo. Ma poteva essere pugnalato alla schiena mentre dormiva... o anche colpito da una freccia in un "incidente di caccia." Anche nel migliore dei casi, il suo regno non sarebbe durato molto più a lungo della sua forza.

In una piccola città, un governo procede abbastanza bene. Non c'è molta distanza tra governanti e governati. Quest'ultimi sanno dove vivono i primi... e come vivono... e quanta poca differenza c'è tra di loro. Se i governanti eccedono, probabilmente si ritroveranno battuti alle prossime elezioni... o in mezzo alla strada.

Ma con l'aumentare della scala... ovvero, all'aumentare della distanza tra i governati e i governanti... e alla crescita del contesto istituzionale... il governo diventa più grande. Più formale. Più potente. Può iniziare a governare più grandiosamente.

Il primo grande stato e di lungo termine che conosciamo è stato in Egitto. Dopo l'unificazione dei regni superiori ed inferiori nel 3,150 a.C., iniziò il periodo dinastico. Continuò per due millenni, terminando quando i Romani conquistarono l'Egitto nel 30 a.C. Non sappiamo esattamente come lo stato abbia funzionato in quei secoli, ma sappiamo che nacque una teoria di governo. All'epoca, non era affatto considerata una teoria, ma un fatto. Il sovrano era divino. Un dio.

Come teoria, è buona. Risponde a questa domanda: perché si dovrebbe prendere ordini da un altro essere umano? Nell'Antico Egitto, questa domanda non si poneva per niente. Perché il Faraone non era un essere umano. Era qualcosa di diverso. Proprio quello che era... o quello che la gente pensava che fosse... non è chiaro. Ma la documentazione archeologica dimostra che egli veniva trattato come se fosse stato almeno un passo o due più in alto rispetto al resto di noi. Non era un dio completo, era come minimo un semidio... a metà tra la Terra e il Cielo.

Se era così... e chi siamo noi per dubitarne?... la teoria tiene perfettamente bene. L'autorità divina si trasmette dal cielo all'uomo tramite il suo intermediario... il faraone.

Potreste pensare che questa sarebbe la fine della storia. Non è così. C'erano coloni Asiatici che si spostavano nella zona del delta — gli Hyskos — che a quanto pare avevano un'idea diversa. E i Tebani. E i Nubiani. E gli Assiri. E gli Ittiti. Divamparono centinaia di anni di guerra interna contro le decine di gruppi diversi... per non parlare delle lotte all'interno delle famiglie divine stesse.

Se Dio avesse voluto il Suo uomo sul trono, potreste pensare che avrebbe potuto fare di più per aiutarlo. O come minimo potreste pensare che avrebbe potuto essere un po' più chiaro su chi fosse il Suo uomo. Perché permettere alle persone di indovinare e fare frastuono, cercando di decidere chi fosse veramente la scelta di Dio? Ma chi riesce a capire la mente di Dio? Forse l'ipotesi divina stessa era tutta una bugia. Forse a Dio piaceva vedere il Suo uomo farcela con le sue stesse mani. Non possiamo saperlo.

Ai faraoni potrebbe essere piaciuto vivere come signori. Potrebbero aver governato come dei. Ma sono morti come tutti gli altri. E dopo le 30 dinastie, come conteggiate da Menes, l'intero sistema è stato annientato. Cleopatra Ptlolemy si fece mettere arrotolata in un tappeto in modo che potesse uscire fuori ai piedi di Giulio Cesare. Ebbe un figlio da lui... ma poi si schierò dalla parte di Marco Antonio. Si rivelò un errore. Il nipote di Cesare, Ottaviano, era meglio organizzato ed era un politico più accorto. L'esercito di Antonio venne battuto ad Azio.

Ma sopravvisse l'idea di un sovrano divino. Antonio aveva già cominciato a sentire la divinità nelle sue vene quando Ottaviano lo mise spalle al muro. La sua onniscienza fallì. Pensare che Cleopatra era morta, lo portò a suicidarsi. Poi, non appena i semidei faraoni finirono nelle loro tombe in Egitto spuntarono le ali ai Cesari mezzi matti di Roma...

Potreste avere dubbi sulla divinità dei faraoni. Di sicuro anche gli stessi Egiziani avevano qualche dubbio, o erano tra le persone più empie che fossero mai vissute. Si supponeva che il faraone fosse un dio. Si supponeva che fosse responsabile di tutto, anche delle inondazioni annuali del Nilo, del tempo... della vita, della morte. Ma ciò non impedì loro di ottenere il vecchio benservito di volta in volta. I gruppi rivali non aspettarono che Dio decidesse chi dovesse sedere sul trono. Gli uomini si batterono per esso.

Non abbiamo modo di verificare la buona fede divina dei faraoni. Ma come teoria di governo, fa il suo lavoro. Lo stato rivendica il diritto di dirvi cosa fare. Utilizzando il corpo contundente del "governo" alcune persone sono in grado di dirigere l'energia di un'intera società dove vogliono che vada — categorizzazione, regolazione, tassazione, controllo, coercizione, coscrizione, schiavitù, bullismo, incarcerazione, omicidi e vessazione.

Ci devono essere come minimo 10,000 regole che noi Americani siamo tenuti ad osservare. Il codice dell'IRS ne ha probabilmente molti di più. Non possiamo costruire una casa o incassare un assegno senza soddisfare centinaia di requisiti (spesso invisibili). Andiamo in aeroporto e ci sottomettiamo ad umiliazioni, spesso senza fiatare. Sappiamo che l'agente tipo della TSA è un idiota. "Ma l'uomo, l'uomo orgoglioso, ammantato d'una breve autorità," come disse Shakespeare, "sommamente ignorante di ciò di cui si crede più sicuro, nella sua essenza fragile, come uno scimmione collerico, compie tali trucchi fantastici, al cospetto dell'alto cielo, che gli angeli piangono."

Nei due millenni delle 30 dinastie, gli uomini si uccisero a vicenda per determinare chi avrebbe retto il potere faraonico. L'ultimo di loro era chiaramente un intruso. I Tolomei non erano nemmeno Egiziani. Erano Greci che conquistarono l'Egitto con Alessandro. Infine, Giulio Cesare e suo nipote Ottaviano posero per sempre fine alla tradizione divina in Egitto. Anche Dio abbandonò il Suo uomo sul Nilo, o si sta facendo beffe di noi.

Cesare prese il ruolo di imperatore di tutto il mondo Romano. Non sembrava essere troppo preoccupato per la teoria. La gente si inchinò e gli rese omaggio. E' così che funzionava un impero. E tra l'altro non ebbe mai tanto tempo per pensarci. Venne ucciso alle Idi di Marzo, all'età di 55 anni nel 44 a.C.

Ma il fascino della divinità non morì con i Tolomei. Quarant'anni dopo la morte di Cleopatra, l'imperatore Caligola dichiarò di essere un dio. Non sembra che ciò lo abbia portato molto lontano. I Romani giunsero alla conclusione che non era affatto divino, ma folle. Venne ucciso poco dopo dalle sue guardie.

Roma lottò per altri 4 secoli. Se esiste una teoria che conferisce dignità alla sottomissione di un uomo verso un altro non ne siamo consapevoli. Era considerato normale e naturale. Coloro che ottennero il controllo del governo di Roma, erano in grado di esercitare i diritti di governanti. Erano vincitori sul campo di battaglia... e nelle sale e nelle assemblee del governo Romano.

Che cosa ci fecero con questo potere? "Ad victorem spolias." Abbastanza semplice. Sconfiggete qualcuno. Gli prendete la sua roba. La sua terra. Sua moglie. I suoi figli. Almeno non c'era imbroglio in questo. E le regole erano semplici. Il potere governativo operava nella sua vera forma. Come Mao lo descrisse due millenni dopo, il potere politico è arrivato "dalla canna di una pistola," non dai Diritti dell'Uomo o dal Contratto Sociale.

Anche nelle gesta di Gengis Khan e Tamerlano troviamo una forma molto pura di stato... e una teoria molto chiara a questo proposito. Gengis annunciò la sua teoria di governo così:

"La più grande fortuna dell'uomo è di inseguire e sconfiggere il suo nemico, catturarne i beni, lasciare le sue donne sposate a piangere e urlare, cavalcare il suo castrone, utilizzare le sue donne come una camicia da notte e come sostegno, guardare e baciare i loro seni rosei, succhiare le loro labbra dolci come le bacche del loro seno."

Tamerlano non era meno diretto. Considerava lo stato come un'impresa legittima. Addestrò le truppe con l'intenzione di conquistare altri popoli e sostituire i loro governi con il proprio. I suoi guerrieri erano pagati in bottino — gioielli, monete, cavalli, donne e pellicce. Era ripagato in bottino, tributi e tasse.

Questo non vuol dire che c'era qualcosa di sbagliato nel gestire un governo in questo modo. Non stiamo dando consigli o suggerimenti. Stiamo solo cercando di capire l'essenza di ciò che è lo stato e come affonda.
Saluti,

 Traduzione di Francesco Simoncelli

Fonte:http://dailyreckoning.com/how-government-works/

http://johnnycloaca.blogspot.it/2012/11/come-funziona-lo-stato.html

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