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Per un cambio di paradigma nell'urbanistica: fare nuovamente della città un posto vivibile!



Creare un approccio diverso alla città, una progettazione alternativa che implichi un cambio di paradigma dei modelli in questo settore. Il fatto stesso di voler sostituire l'individuo al centro della città, dandogli la possibilità di vivere pienamente l'ambiente urbano, è una dichiarazione di guerra ai principi vigenti . L'individuo è condannato nel sistema attuale di isolamento della sua piccola sfera privata. Per far sì che la città diventi di nuovo una parte della vita, è necessario guidare la pianificazione di una ricerca di armonia che comprende le interazioni che si presentano all'interno di essa. Si inizia restituendo allo spazio collettivo la sua dimensione pubblica, vale a dire il suo ruolo come luogo di convivialità e di scambio per l'intera comunità. Un approccio che permette di rinnovare i legami sociali e di solidarietà. Lo spazio non sarebbe più arbitrariamente colpito da speculatori immobiliari o da scelte politiche arbitrarie. Un' urbanistica alternativa sarebbe basata sulla partecipazione attiva dei cittadini alle scelte sulle loro aree di abitazione. Come si è visto, la critica della pianificazione urbana porta ad una critica radicale della società. Solo un grande cambiamento renderà possibile reinventare la città.




Ma da dove cominciare? Negli anni '70, Michel Ragon, architetto libertario, aveva rilanciato l'idea di uno sviluppo dello spazio urbano progettato da coloro che erano destinati a viverci. Storicamente, l'architettura è stata appannaggio del principe. I principi che ci governano non fanno eccezione alla regola e, anche se diciamo di essere in democrazia, il suffragio universale non esiste per l'architettura. Si teme che gli utenti dell'architettura mostrino un gusto peggiore degli specialisti? La cosa sembra difficile quando contempliamo ciò che i nostri architetti ci hanno dato in 25 anni. Sembra impossibile che gli utenti fanno di peggio ... ".

Gli ex luoghi della vita collettiva urbana (strade, piazze, parchi) e nuovi (sportivi o spazi per il tempo libero) devono avere un ruolo unificante e di comunità. Le vecchie forme di socialità sono state abolite dalla modernità, e non possono essere artificialmente resuscitate. Pertanto, non possiamo rivivere le attività tradizionali o le feste popolari senza alcun significato per la maggioranza della popolazione.



Se si desidera consentire una riappropriazione dello spazio pubblico da parte del popolo, è anche necessario rimuovere i grandi progetti urbani ereditati dalle menti militari e totalitarie. Resta inteso che è nel groviglio che la vita è nata. Il caos apparente è lo scooter che permette di vagare ed esplorare atmosfere diverse. L'igienizzante ed eccessiva razionalizzazione degli spazi urbani non sono necessariamente sinonimi di miglioramento della qualità della vita.

Il concetto di ecologia urbana proposto da Michel de Sablet,  illumina bene il tessuto relazionale   per consentire lo sviluppo della vita urbana. Da un'osservazione accurata, porta linee di pensiero e di azioni che possono alimentare le decisioni collettive. E afferma il duplice ruolo dell'ecologia urbana:

- Rendere lo spazio pubblico urbano il luogo essenziale della socialità urbana, compensazione anziché isolamento di ciascuno in una serie di "bolle" o scatole architettoniche previste per specifici utilizzi .

- Ricerca di nuovi tipi di attrezzature e disposizioni in grado di generare comportamenti più vari e suscettibili di soddisfare le aspirazioni urbane del XXI secolo ".



Questo obiettivo sarà raggiunto da un duplice approccio nato da ciò che l'autore chiama lo "studio comportamentale applicata urbano". Si tratta di osservare il comportamento degli utenti in spazi pubblici per un po', e trarre insegnamenti abbastanza empirici per trovare nuove forme di organizzazione che generano la più grande ricchezza di possibili comportamenti. Essa conduce a studiare le tendenze, nuove aspirazioni che portano a pensare ad altri tipi di relazioni, luoghi e le operazioni tra i dispositivi e questo suggerisce la città.

Questa riappropriazione razionale del corso prevede l'inclusione di aspetti artistici e tecnici. "Una città vivibile è una città bellissima." Per lui è necessario integrare la modernità con questo approccio: "Non è ovviamente rimuovendo il computer, la televisione o l'auto per tornare a un periodo d'oro  ... che ha in realtà non è mai esistito. In alcuni casi ci può essere qualche abuso di potere al loro posto (automobile a scapito dei mezzi pubblici, in bicicletta, pedoni, ecc. Centri commerciali in scatole isolate e fuori il centro a scapito di altre forme relazionali più commerciali , ...). " Seguendo questa logica, dice che non si tratta di difendere la piccola impresa contro i terribili centri commerciali, ma per vedere in quali tipi di relazioni con lo spazio urbano o destinazioni commerciali non sono favorevoli alla vita migliore urbano.




Più in generale, dobbiamo permettere la congestione delle città. Questo semplice adattamento di decentramento nostre operazioni. Lo sviluppo delle reti di città di medie dimensioni, l'isolamento delle aree rurali e la creazione di cluster economici basati su micro-imprese sono tracce da seguire.

Si richiede anche che la volontà politica sostituirà la rappresentanza ufficiale di burocrati e tecnocrati. La crisi delle città ha evidenziato la necessità di una "nuova cittadinanza" più amichevole e viva del suo simulacro attuale, una società in frantumi. Questo gruppo di comunità fraterna e appagante è un desiderio largamente sentito. Si tratta di una responsabilità civica diretta e immediata che solo la democrazia diretta a livello locale può portare.

Traduzione di Salvatore Santoru

Fonte:http://rebellion.hautetfort.com/archive/2014/06/24/un-urbanisme-alternatif-rendre-les-villes-de-nouveau-vivable-5397362.html

VACANZE AMERICANE: IN MEZZO AGLI AMISH

Di Barbara Noe
 telegraph.co.uk

 Esplorare la Dutch Country della Pennsylvania è come fare un passo indietro nel tempo, ma la vita lenta e senza tecnologia dà le sue ricompense.

Sono troppo attaccata al mio iPhone. Per ogni mia domanda, per quanto triviale, le indicazioni per un ristorante o un aggiornamento sulle notizie, mi ritrovo inconsciamente a rivolgermi a questo piccolo ed intelligente aggeggio, al punto da non essere sicura che il mio cervello funzioni ancora.

Ho chiaramente un problema, quindi spengo il telefono e scappo nella Dutch Country in Pennsylvania, dove gli Amish sembrano vivere bene senza la tecnologia moderna. Porto con me la mia nipotina di 12 anni ed i miei due nipoti di 10 e 14 anni, curiosa della loro reazione di fronte queste persone religiose e consacrate ad una vita semplice e contadina senza elettricità, automobili, trattori o telefoni – e certamente senza iPhone.


Entriamo nella regione Amish dall’affollata Route 30E, a circa 75 miglia ovest da Philadelphia, vicino Lancaster, leggermente delusa mentre scorriamo i negozi ed il traffico alla ricerca di una qualche segno dei tempi andati. Francamente, a prima vista la zona di Lancaster è piuttosto brutta: ogni hotel ed ogni fast-food attirano la clientela con pacchiane insegne al neon.


Proprio mentre penso di aver preso la strada sbagliata, vedo in mezzo alle macchine un piccolo carrozzino nero tirato da un bellissimo cavallo castano. Cerco di essere discreta, ma non posso non scrutarne l’interno, dove vedo un uomo con un cappello con la tesa nera ed una lunga barba grigia senza baffi ed una donna con i capelli severamente nascosti dentro una cuffietta nera, come una scena di Dickens.

“Guardate! Amish!”, urla Janie. Una pace improvvisa si abbatte sulla nostra macchina.

I posti migliori per osservare lo stile di vita Amish sono la Casa e la Fattoria. Un tempo vera fattoria dell’Antico Ordine Amish, la casa del 1805 è oggi un museo, con granai, altre strutture storiche ed animali lasciati liberi in uno spazio di 15 ettari. Dove una volta ci si sarebbe radunati per celebrare la messa, sediamo su panchine di legno duro nel salotto della casa per una panoramica storica sugli Amish.


Apprendiamo che Jakob Ammann fondò la setta Amish nel 1693 in Europa come reazione alla convinzione che il culto Mennonita, di cui era seguace, mancasse di sufficiente disciplina. Alcuni membri del gruppo iniziarono ad arrivare in Pennsylvania nel 1700, dove William Penn promosse lo spirito della tolleranza religiosa.

Il giro della casa è affascinante, con la guida che sottolinea diversi tocchi Amish, come il fatto che i dipinti e le foto non sono appesi ai muri. Forse le stanze più interessanti sono le camere da letto, con colorate trapunte, semplici mobili di legno e vestiti cuciti a mano che pendono da stampelle sul muro; viene usato lo stesso vestito per la chiesa, i matrimoni ed i funerali, quindi non c’è bisogno di un armadio.



La guida sottolinea il fatto che i vestiti delle donne si tengono con degli spilli – i bottoni sono considerati una decorazione, quindi indossarli sarebbe segno di vanità. Un paio di Rollerblades appesi nella stanza dei bambini, che appaiono incoerentemente moderni in questo contesto tradizionale, sono un mezzo di trasporto accettabile per andare a fare le commissioni e per andare a scuola, ci dice la guida.

Ho pianificato la nostra visita in modo da farla coincidere con il giorno del mercato per le vie del villaggio di Bird-in-Hand, dove gli Amish vendono i loro prodotti e le loro merci al mercato dei contadini. Dal momento che gli Amish sono originari della parte tedesca della Svizzera, la cosa ha un sapore di Germania – come anche il loro accento (parlano un dialetto tedesco chiamato Pennsylvania Dutch).


Iniziamo assaggiando un po’ di sidro di mela fresco, poi ci facciamo strada tra i banchi, ammirando barre di pane, fagottini alle mele, pacchi di snitz (mela essiccata), chow-chow (misto di verdure dolci sottaceto), le torte shoo-fly (a base di melassa e zucchero di canna), le torte whoopie (torte al cioccolato ripiene di crema a forma di panino da hamburger) ed altre squisitezze della regione. Alcuni stand vendono delle bellissime trapunte, cuffiette e bambole con costumi Amish, ma senza faccia (gli Amish credono che incidere immagini, persino sulle bambole, sia contro le Scritture).

Poi, saliamo a bordo di un carrozzino trainato da un cavallo per un giro nelle stradine bucoliche della campagna picchiettate di chiese, granai, fattorie di tabacco e cartelli che pubblicizzano fabbricatori di trapunte e venditori di uova. Trotterellando sulla strada, riusciamo a riconoscere le case Amish – la biancheria viola scuro, nera e verde salvia stesa sui fili; i contadini che arano i loro campi con enormi cavalli da tiro; nessun cavo dell’elettricità ad unire le case con la rete principale, dato che gli Amish non credono nell’elettricità, per paura che potrebbe indurre in tentazione e deteriorare la chiesa e la vita. La nostra guida, una giovane ragazza Amish, parla molto ed è molto aperta sul suo stile di vita. Charlie, di 10 anni, che è seduto davanti con lei, vuole sapere perché gli Amish non guidano le auto. “Usiamo le carrozze per rallentare il nostro ritmo di vita”, risponde.

Charlie annuisce. Poi vuole sapere cosa fanno i bambini quando piove.

“Giochiamo a Monopoli ed altri giochi da tavola”, risponde. “Cosa fate la notte?”, chiede, dopo una pausa.


Lei dice che leggono insieme e giocano, ma non c’è molto tempo a disposizione la sera, perché i bambini devono fare i lavori di casa. E poi dopo cena, vanno fatti i compiti. E dato che devono svegliarsi presto per fare le altre faccende di casa, vanno a letto presto.

Sono due mondi molto diversi a dialogare, la ragazza Amish con i vestiti arcaici e mio nipote col cappello da baseball. Tuttavia, anche con tutte le differenze, una cosa è certa: gli elementi che sottolineano la nostra vita – la famiglia, gli amici, la scuola, le faccende – non sono così diversi.

Questo mi dà il coraggio di pensare che forse posso disabituare me stessa anche un pochino dal mio iPhone, ma per il momento, lo riaccendo per vedere quale di queste stradine bucoliche mi riporteranno nel “mondo esterno”.

Fonte: http://www.telegraph.co.uk/travel/destinations/northamerica/usa/9432925/US-holidays-among-the-Amish.html

Da Come Don Chisciotte

Cina, il metodo Wukan e la democrazia dal basso

Di Gabriele Battaglia
Si è insediato il comitato di villaggio di Wukan, eletto a suffragio universale e accolto come una pietra miliare per l’evoluzione democratica – e una democrazia dal basso – della Cina.
Il villaggio di pescatori del Guangdong era stato protagonista di una lotta collettiva contro le requisizioni di terre lungo tutto il 2011. A dicembre l’epilogo: dopo la morte dell’attivista Xue Jinbo – sospetta perché avvenuta mentre era in custodia nella caserma della polizia del villaggio – la cittadinanza scaccia i funzionari locali e comincia un’esperienza di autogestione. La polizia  circonda Wukan ma, dopo una decina di giorni, il segretario provinciale del Partito Wang Yang fa togliere l’assedio, annulla il progetto di speculazione immobiliare da cui discendevano le requisizioni e promette elezioni libere per il 1° marzo.
È l’inaugurazione del “metodo Wukan” e un’ulteriore spinta all’ascesa del “liberal” Wang, visto oggi come probabile futuro membro del comitato permanente del Pcc – la stanza dei bottoni che governa l’intera Cina – e contrapposto all’altro astro nascente, a lui diametralmente opposto: Bo Xilai, il leader di Chongqing.
A inizio marzo, Bo Xilai viene silurato mentre lo stesso premier (ancora) in carica, Wen Jiabao, fa appello a ulteriori aperture politiche per la Cina che verrà.
Sia inteso. In Cina, a livello locale, esistono già forme di partecipazione politica democratica. La vicenda di Wukan è però significativa perché l’ampliamento dei diritti scaturisce da una lotta: da un conflitto che, evidentemente, si è ben sposato con l’ambizione politica di un leader in ascesa.
Che il metodo si stia diffondendo lo dimostrano altri fatti di cronaca. Domenica scorsa, circa  400 abitanti del villaggio di Wanfeng, nella zona di Shenzhen, hanno bloccato una strada per protestare contro gli espropri di terre, effettuati da funzionari recentemente arrestati perché scoperti collusi con la locale sezione di una triade (cioè mafia) di Hong Kong, la Sun Yee On. Molti poliziotti sono arrivati sul luogo della protesta, ma nessuno dei manifestanti è stato arrestato. I funzionari hanno promesso di indagare la contabilità finanziaria del villaggio e le proprietà immobiliari.
In un passato non troppo lontano, queste storie finivano di solito diversamente: nel nome dell’”armonia”, venivano arrestati i capipopolo più esposti, da un lato, e i funzionari più indifendibili, dall’altro. Il messaggio era chiaro: ci pensiamo noi, Stato, a punire duramente la corruzione, parola passe-partout che comprendeva, nelle intenzioni del potere, qualsiasi problema politico, sociale, economico la gente sperimentasse sulla propria pelle; voi non osate ribellarvi, perché in tal caso si tratta di attentato all’armonia sociale.
Peccato che la corruzione continuasse indisturbata, gettando sempre più discredito sul Partito e sullo Stato.
Wukan ha segnato una svolta e Wang Yang è ormai visto come il “riformista” dell’establishment cinese, con tanto di endorsement – per interposto siluramento di Bo – che arriva da Pechino. La trasparenza garantita dall’alto (“fidatevi!”) viene per la prima volta sostituita da quella che nasce dal basso.
Tutto meraviglioso?
Non esattamente: il comitato di Wukan, appena insediato, ha scoperto che tutti i documenti sulla situazione finanziaria, sulla popolazione e sulle proprietà immobiliari del Paese sono spariti. I funzionari deposti avrebbero detto che le carte furono distrutte il 20 settembre scorso, quando una folla inferocita prese d’assalto la sede del comitato. I nuovi leader del villaggio non ci credono.
È segno che esistono ancora molte zone oscure. Anche a Wukan.

Da E-il Mensile

Italiani: un mito nefasto e scellerato


Di Gian Piero De Bellis
Quando ero alle elementari un giorno la maestra ci parlò del conte Metternich e ce ne fece un ritratto piuttosto negativo perché, durante i lavori del Congresso di Vienna, egli aveva osato sostenere, sfrontatamente ed erroneamente a parere della maestra, che l’Italia era soltanto una espressione geografica. (La frase per intero era la seguente: «La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle.»)
Negli anni successivi i fautori dell’unità d’Italia come entità politica utilizzarono questa frase per esaltare l’anelito alla libertà dei patrioti italiani e gettare disprezzo sull’odiato austriaco di cui il conte Metternich era una classica espressione. Noi tutti, in quel momento, in quella classe elementare della scuola di stato della repubblica italiana, ci sentivamo piccoli italiani e ci raffiguravamo il conte Metternich come un essere del tutto spregevole.
Solo dopo parecchi anni ho scoperto che il conte Metternich aveva ragione. Eppure qualcosa avrebbe dovuto già allora mettermi sulle avvisaglie e farmi sospendere il giudizio.
Infatti, qualche giorno dopo la stessa maestra, continuando nella sua opera di indottrinamento (pardon istruzione) delle nostre giovani menti iniziò a parlarci di Massimo d’Azeglio, lo scrittore piemontese, autore di alcuni romanzi storici, patriota liberale il quale aveva anche lui lasciato ai posteri una frase famosa a commento dell’unificazione d’Italia: "Abbiamo fatto l'Italia ora dobbiamo fare gli italiani".
A quel punto, se fossi stato in grado di sviluppare da solo un pensiero analitico-critico, mi sarei detto: se gli italiani non esistevano prima dell’unificazione e bisognava farli, allora aveva ragione il conte Metternich nella sua affermazione al Congresso di Vienna. Forse la maestra mi sta ingannando, come forse è stata ingannata da altre maestre prima di lei.
In altre parole, se non avessi, come gli altri d’altronde, preso per oro colato tutto ciò che veniva detto in classe, avrei colto la contraddizione. E invece no. Mi ci è voluto molto tempo e ancora non è finita, né la conoscenza né la riflessione.
Nel corso degli anni, da München, a Oxford, a Lyon, passando per Bern, Zürich e infine poi a Saint-Imier, ho capito a poco a poco che dovevo sgomberare la mente da tutta una serie di storielle inventate per il godimento dei poteri nazionali statali. L'apprendimento è stato sia pratico che teorico.
Praticamente ho visto che, se era vero che all'inizio la comunicazione risultava più facile con altri italiani che parlavano la mia lingua, successivamente, apprendendo altre lingue, si aprivano nuovi orizzonti e si allargava la cerchia delle conoscenze e certe volte si trovavano maggiori affinità con una persona che veniva da molto lontano che non con l'amico/a italiani. A Oxford, soprattutto nel quartiere in cui vivevo, c'era e c'è tuttora una tale varietà e mescolanza di culture e di cucine e di lingue che si poteva avere l'impressione di vivere in un microcosmo del mondo. A Lyon la mia classe del corso di ricerca documentaria era composta da 10 persone di 8 nazionalità (chiamiamole così) differenti. Quando vivevo a Zürich durante i campionati del mondo di football (2006) quasi tutte le sere c'era una celebrazione all'aperto perché la comunità che viveva lì scendeva in strada per manifestare la sua gioia per la vittoria. Adesso nel piccolo paese di montagna in cui vivo, ci sono 51 differenti “nazionalità” il che vuol dire, in altre parole, il superamento di una fantomatica identità nazionale e il passaggio ad una realtà post-nazionale (che si esprimerà probabilmente negli anni a venire in comunità parallele volontarie e flessibili di persone affini che vivono tutte sullo stesso territorio).
Teoricamente poi ho scoperto il filone che possiamo qualificare come critica alla “invenzione delle identità nazionali” (per riprendere il titolo di un saggio di Anne-Marie Thiesse). Innanzitutto Elie Kedourie che inizia il suo illuminante saggio Nationalism (1960) con questa frase rivelatrice: "Nationalism is a doctrine invented in Europe at the beginning of the nineteenth century." (Nazionalismo è una dottrina inventata in Europa all'inizio del diciannovesimo secolo). Quindi l'idea nazionale, a differenza della idea e realtà di un gruppo culturale locale, non é qualcosa che sorge spontaneamente nella mente delle persone; infatti per secoli gli esseri umani sono vissuti senza avere alcun interesse a sviluppare una identità nazionale. Per questo Benedict Anderson parla di Imagined Communities (1983) ed altri autori quali Ernest Gellner identificano la nascita del nazionalismo con l'emergere dello stato centrale territoriale con tutto il suo armamentario di propaganda e di indottrinamento (a cominciare dalla scuola statale). Altri ancora (Eric Hobsbawm e Terence Ranger) esplorano il campo della invenzione delle tradizioni che si fanno (falsamente) risalire a tempi lontanissimi e che danno una (falsa) convinzione dell'esistenza di comunanze culturali all’interno di certi gruppi, anche laddove queste non sono mai esistite.
In sostanza, per farla breve, noi tutti che viviamo all'interno di stati nazionali, e che ci crediamo ancora italiani, inglesi, francesi o tedeschi, siamo il risultato di un grande imbroglio. Queste categorie sono pura invenzione, inesistenti nel passato e che probabilmente cesseranno di esistere in un futuro non molto lontano. Il dramma di queste categorie non è comunque quello di essere soltanto invenzioni arbitrarie (una invenzione può essere utile e benefica) ma di essere divenuti miti nefasti e scellerati che hanno prodotto immani conflitti e stragi abominevoli (per una documentazione al riguardo si veda “Crimini e misfatti dello stato italiano” http://www.polyarchy.org/basta/crimini/indice.html).
Coloro che parlano di identità nazionale o di identità padana o di purezza razziale non hanno la più pallida idea della realtà delle cose. Siamo talmente mescolati dopo millenni di storia che pretendere una purezza razziale inesistente sarebbe come se Cicciolina proclamasse ad alta voce la sua immacolata verginità Addirittura sembra che Hitler avesse antenati di origine ebraica.
In sostanza, ritornando al discorso sugli italiani, se siamo nati in una regione geografica che è storicamente chiamata Italia possiamo anche continuare a qualificarci o lasciare che ci qualifichino come italiani, ma niente di più. Possiamo aggiungere che parliamo su per giù una lingua comune, ma anche i ticinesi parlano l’italiano e adesso anche molti dalla pelle scura o dagli occhi a mandorla (e lo parlano anche meglio di me). Mangiamo spaghetti ma anche il mio amico Roger che abita in New Zealand adora gli spaghetti (e il risotto). Insomma, dal punto di vista politico-culturale, l’italiano come gruppo distinto e unico, non esiste, è una invenzione dei propagandisti e degli affaristi della politica.  Come giustamente affermato da Henry A. Murray e Clyde Kluckhohn ogni essere umano è per certi aspetti
Come nessun altro [personalità]
Come qualcun altro [comunità]
Come tutti gli altri [umanità].
È proprio tenendo conto di queste varie sfaccettature che noi possiamo definirci esseri umani. Se invece uno si vede solo come parte di un gruppo, insignificante e quasi inesistente senza la presenza del gruppo di riferimento, allora rischia di non avere più né personalità (unicità) né umanità (universalità).
Per cui, solo quando abbandoneremo una italianità fasulla per riscoprire la nostra personale unicità e universale umanità, saremo in grado di dar vita e partecipare a esperimenti interessanti e appaganti di comunità volontarie a-territoriali al di fuori di qualsiasi imposizione. Solo allora ci scrolleremo di dosso quintali di spazzatura e torneremo a vivere e agire come esseri umani invece di continuare a vegetare e a subire come sudditi italiani.


Da Poliarchia

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