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LA COMUNITA' VOLONTARIA

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Di Antonino Trunfio

Ho personalmente un idea precisa ma ancor più un'esperienza precisa e trentennale di comunità.
Ma non è la comunità di cui parliamo qui.
Questa Comunità che chiamiamo Volontaria e che non è ancora nata, è di sicuro in gestazione da lungo tempo, dentro di te che passi di qui per caso e distrattamente.
Una Comunità Volontaria non è nessuna delle cose elencate sopra, e tutte insieme al tempo stesso.
Una Comunità volontaria è assimilabile a un fornitore che hai scelto, di cui ti servi, che paghi per quello che da lui ricevi, e che lasci quando ne fossi stufo, o quello che ti assicura non corrisponde completamente o del tutto a quello che desideri e cerchi. Una Comunità Volontaria è quindi un'attività, un'impresa che assicura dietro richiesta degli appartenenti alla comunità appunto, cioè i suoi clienti, quanto la comunità richiede, ordina, ha bisogno, desidera, piace, sogna di fare o realizzare, o ottenere.
E' un luogo ? Sì, può esserlo, ma non necessariamente fisico e comune a tutti gli appartenenti. Ciascuno può abitare dove abita, anche a migliaia di km da un altro. I confini, le città, il comune o il quartiere restano per la Comunità Volontaria, solo un retaggio del passato remoto. Sono e restano creazioni fittizie e illusioni di chi non ti vuole libero in una Comunità Volontaria, ma obbediente contribuente, garbato cittadino, fedele elettore.
È un gruppo di persone ? Sì, certo. Ma può accettare al suo interno, altre comunità, gruppi spontanei, famiglie, associazioni.
È un insieme di interessi ? Certo, fondati su accordi condivisi, chiari, con qualità, costo, disponibilità prestabiliti.
È un comune sentire ? Certo, per realizzare interessi di reciproco vantaggio, tra la comunità e i suoi appartenenti. Interessi che possono essere meramente di scambio commerciale, sviluppo personale, compagnia, aiuto reciproco, amicizia e anche amore.
È un passatempo ? Certo, perchè quando stai bene in un contesto, il tempo passa, è vero, ma apprezzando la libertà che la comunità ti assicura, ti realizzi secondo i tuoi disegni, rischi secondo la tua responsabilità, migliori o peggiori secondo quanto hai deciso e hai saputo o voluto fare.
È un'attività ? Sì.
È un gioco ? Sì, dove impari, insegni, rischi, sbagli, correggi, agisci, vinci o perdi, come in qualsiasi gioco, e come nella vita.
È una fantasia, un'utopia ? una comunità ? Sì. Anche coltivare un terreno senza usare le mani, era un utopia, prima che qualcuno, avendo l'utopia di coltivare meglio e di più, ha inventato l'aratro.

Christiania: città privata, ribelle e libera


Di Domenico Letizia
Oramai da anni si discute di città private e se in sede di dibattito politico, alle origini, la critica statuale era che una città completamente privata, senza alcun servizio statuale, non potesse sopravvivere, nella contemporaneità, tale critica si è modificata, dicendoci che le città private sono autenticamente “cose per ricchi”. La particolarità del volume “La Città Sussidiaria”, edito dall’Associazione Culturale Carlo Cattaneo è anche l’analizzare le varie città private nel mondo, dimostrando che dal “privato”, se sviluppato con creatività e fantasia può nascere anche “altro”. Per rispondere all’obiezione di chi pensa alla città privata solo come prodotto di agiatezza economica si pensi alla Comunità di Christiania, dimostrazione empirica che se accanto al privato si accosta la libertà e la fantasia può nascere un qualcosa di straordinario oltre che di autenticamente alternativo.
Christiania è un quartiere di Copenaghen, nato da un esperimento sociale hippie nel 1971, attraverso l’occupazione, quindi la sottrazione allo stato, da parte di alcuni giovani di una base navale inutilizzata, dismessa e abbandonata a rovinare il paesaggio della cittadina. Dopo innumerevoli tentativi di sgombero da parte della polizia e dopo l’intervento delle forze politiche che volevano sbarazzarsi di tali individui, preoccupate dalla crescita del nuovo fenomeno, solo in tempi recenti il governo danese sta analizzando soluzioni per far vivere nella legalità la comunità hippie. La libertà e l’autogestione hanno trasformato Christiania, che ha avuto uno sviluppo incredibile: all’inizio era solo un gruppo di strade in cui, in piena libertà, si poteva esercitare la compravendita di sostanze stupefacenti di ogni tipo, successivamente, gli occupanti si sono date strutture giuridiche proprie (a dimostrazione che il diritto vive anche al di fuori delle logiche statuali) che hanno garantito alla comunità non solo la convivenza civile, ma anche un alto grado di sviluppo economico creativo, riuscendo a trasformare il degradato quartiere, abbandonato dallo stato, in una vera e propria attrattiva turistica.
Le regole e il diritto della comunità, si sono sviluppate autonomamente, senza alcuna coercizione e imposizione, le regole createsi a Christiania sono riconducibili al modello della common law  tradizionale: consuetudini divenute cogenti perché ritenute tali dalla stragrande maggioranza degli aderenti alla comunità. Lo sviluppo di questa creativa forma di diritto comune è stato in grado di fronteggiare i problemi della comunità: lo spaccio delle droghe pesanti, l’aumento della criminalità, le numerose incursioni della polizia. Ebbene la comunità ha creato delle consuetudine condivise e chi non vi si attiene non è il benvenuto.  Laddove le forze dell’ordine non sono riusciti ad ottenere risultati, il diritto libertario e l’autogestione della comunità vi è riuscito. Con il procedere degli anni, il quartiere è andato sempre più connotandosi, non solo per essere una zona libera ove poter comprare e consumare hashish, ma per la propria accoglienza nei confronti di tutte le personalità creative ed artistiche, inventando lavori alternativi e sviluppandosi verso un sistema integralmente ecologico, non a caso nel quartiere le automobile sono pressoché bandite.
Christiania è divenuta una delle principali mete turistiche di Copenaghen, attività commerciali e artistiche di ogni tipo e fantasia, una grande comunità che vive di denaro proveniente dai turisti. Christiania è riuscita a battere una propria moneta (il Lon) non solo per i collezionisti, ma utilizzabile anche per le transazioni commerciali all’interno della comunità. Una moneta che analizzata economicamente, rispetta i principi della scuola austrica, poiché non viene creata dal nulla, come quella utilizzata dagli stati, ma esiste solo in quanto nelle casse della Comunità vi sono corone danesi sufficienti per garantirla attraverso un rapporto fisso. Sono molti gli economisti che nel funzionamento del denaro di questa comunità libertaria e antiautoritaria vedono dimostrate le riflessioni di Ludwig Von Mises.  Gli abitanti di Christiania hanno realizzato una società, legata al socialismo libertario ma liberista, in quanto oltre che vivere di mercato e di commercio, hanno messo su un governo assembleare, in cui ogni persona ha il diritto di parola e di voto, e in cui le decisioni non sono assunte a maggioranza ma con un consenso tendenzialmente unanime. I cittadini sono divisi in comitati per territorio e per materia, un federalismo libertario e comunalista concreto e realizzato. Tale comunità attraverso la libertà e la spontanea gestione, libera dalla coercizione, ha trasformato ciò che lo stato aveva distrutto e abbandonato, in una piccola fetta di paradiso, ove il libero scambio e la creatività hanno permesso il mantenimento di un’intera comunità.

Sulle Comunità Volontarie

 Di Gian Piero De Bellis
“You never change things by fighting the existing reality. To change something, build a new model that makes the existing model obsolete.” ["Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un nuovo modello che renda la realtà esistente obsoleta"] (Richard Buckminster Fuller)
Il modo più semplice per operare un cambiamento consiste nella costruzione di una nuova realtà. Chiaramente questa nuova realtà deve possedere talune caratteristiche che rendono un ritorno al passato sia impensabile che improbabile. Queste caratteristiche sono:
- volontarietà: la nuova realtà è costruita volontariamente da persone che non accettano la realtà attuale;
- superiorità: la nuova realtà deve mostrare qualità superiori (più efficiente, più soddisfacente, più interessante, ecc.) rispetto alla realtà che si abbandona.
Esaminiamo allora alcuni casi storici del passaggio a nuove realtà.
Feudalesimo. Il servo rurale trascorreva la sua esistenza vincolato ai possedimenti del signore feudale da una serie minuziosa di obblighi (lavorare la terra del signore, dare una quota del raccolto, pagare per l'uso degli attrezzi). Per uscire da questa condizione di sudditanza si ipotizzavano due strade.
Una era costituita da una coalizione di tutti i servi rurali, guidata da un loro leader, che riuscisse a sconfiggere i soldati del signore feudale. A parte i costi e i rischi di una tale impresa, tra cui quello non trascurabile di morire in battaglia, sussisteva il fatto che, una volta sconfitto il feudatario, il capo vittorioso avrebbe potuto prenderne il posto, sostenuto dai più audaci dei servi, e la soggezione sarebbe continuata sotto un nuovo oppressore. Una seconda via, meno eroica ma forse più interessante, era costituita dall'abbandono puro e semplice dei terreni del signore feudale e la costruzione altrove di una nuova vita.
Questo è quello che fecero molti tra i più intraprendenti servi rurali, diventando commercianti e artigiani e fondando nuovi agglomerati, le città libere, comuni e borghi in cui fiorivano le attività artigianali e il libero commercio. "Stadtluft macht frei" ("L'aria della città rende liberi"), così recitava un detto tedesco. E da questi ex-servi, che erano riusciti a creare una realtà al di fuori dei vincoli feudali, si sviluppò la borghesia imprenditoriale che, con la Rivoluzione Industriale, avrebbe trasformato il volto dell'Europa e messo una pietra tombale sui rapporti di soggezione feudale. Il cambiamento aveva avuto pieno successo: i vecchi servi non erano più tali.
Lo stato nazionale. Con il passare del tempo, tuttavia, mano a mano che diventavano una classe ricca e fiorente, i borghesi modificavano il loro atteggiamento riguardo alla libertà. Le corporazioni dei mestieri diventavano sempre più circoli chiusi in cui il maestro di bottega dominava sugli apprendisti (sottoponendoli a un lungo e mal pagato tirocinio) e cercava di controllare il mercato (restringendo il numero di artigiani che potevano insediarsi in città e la quantità di beni prodotti). Per fare ciò si appoggiavano sempre più sul potere amministrativo della città (i reggenti) che introduceva, a loro favore, disposizioni che rendevano l'aria della città sempre meno libera.
Con la nascita degli stati nazionali, alcune minoranze perseguitate (ad esempio, i protestanti in Francia dopo la revoca dell'editto di Nantes, 1685) o alla ricerca di una maggiore sicurezza religiosa (ad esempio, i Padri Pellegrini che fondarono i primi insediamenti europei in America) presero la stessa decisione dei servi rurali in epoca feudale: abbandonarono terre divenute per loro inospitali e si rifugiarono in alcuni cantoni svizzeri e in alcune province dei Paesi Bassi o partirono per il Nuovo Mondo. Ecco quindi riproposto lo stesso modello di cambiamento di una realtà vetusta e sgradevole che è rimpiazzata con una nuova realtà attraverso il cambiamento totale di scenario di vita. Talune di queste realtà hanno poi incontrato a tal punto il favore delle persone che, nel caso dell'America, in milioni si sono imbarcati per vivere il sogno americano e vi hanno costruito le loro fortune, liberi da vincoli e sottomissioni.

Gli esempi al riguardo, di come cambiare una realtà non combattendola ma superandola, sono innumerevoli, in tutti i campi, soprattutto in quello della scienza e della tecnologia. Quante persone, ad esempio, dopo aver utilizzato il computer e la stampante sono poi tornate alla vecchia macchina da scrivere? O quanti ragazzi sarebbero disponibili a mettere da parte il computer o la tavoletta per utilizzare una macchina da scrivere che, probabilmente, essi non hanno mai usato? Praticamente nessuno.
Ciononostante, pur accettando che la realtà si cambia superandola, si pone un problema che attiene al cambiamento personale e sociale.
Infatti, nel passato, coloro che non volevano più vivere sotto un oppressore, abbandonavano il loro paese e si muovevano verso spazi liberi, non contaminati da poteri che dominavano e sfruttavano. Ma adesso, con la presenza su tutta la superficie del globo, di dominatori (gli stati territoriali) che si sono spartiti tra di loro il controllo di tutta la terra (chiamando ciò “sovranità nazionale”), in quale territorio incontaminato dai vecchi poteri è possibile costruire un nuovo modello sociale? La risposta è semplice: da nessuna parte.
Eppure, ci sono ancora persone che desiderano costruire nuovi mondi e le loro aspirazioni sono pienamente legittime e non sono in alcun modo sopprimibili.
A questo punto interviene di nuovo la storia a fornirci la soluzione.
Quando nei secoli XVI e XVII iniziarono le guerre tra i potenti d'Europa per il controllo del territorio, guerre chiamate di religione perché uno dei pretesti era costituito dalla religione dei sudditi, la soluzione che si fece strada nel XVIII secolo e si impose nei secoli successivi fu la tolleranza religiosa, attraverso la quale si accettava che persone di fede religiosa differente potessero coesistere l'una accanto all'altra senza che sorgesse alcun attrito. Poi, con la fine del potere temporale (territoriale) della Chiesa Cattolica, si è visto ancor più che coloro che condividevano una certa idea, fede, aspirazione, non avevano bisogno, per esistere, di alcun territorio o spazio fisico (da controllare o da dominare in esclusiva) ma solo della libertà di praticare indisturbati le loro convinzioni; e che in tal modo essi formavano, liberamente e volontariamente, una ecclesia cioè una assemblea del popolo o comunità.

Ecco allora trovata la via d'uscita da una situazione che sembrava non averne. In una situazione in cui non esistono più terre inesplorate da colonizzare per impiantare nuovi mondi, cioè nuovi modelli sociali e stili di vita, occorre fare un salto creativo e uscire dallo schema territoriale per immaginare comunità volontarie che si creano l'una accanto all'altra sullo stesso territorio. In altre parole, occorre uscire definitivamente dal pensiero feudale e statale, entrambi basati sul territorialismo (il monopolio del territorio, nella versione micro e macro) e immaginare una società globale fatta di collegamenti a rete tra individui, di associazioni libere e funzionali, in sostanza, di comunità volontarie.
La scienza, la tecnologia, le esigenze di moltissime persone, la crisi epocale del modello vigente fatto di stati e del loro monopolio territoriale, tutto ciò spinge, quasi inesorabilmente, verso la realtà delle comunità volontarie. La politica si basa essenzialmente sulle divisioni e sulle contrapposizioni (polarità) mentre il nuovo modello sociale si fonda sulle libere scelte di associazione (pluralità). Se dovesse prevalere la politica è molto probabile attendersi una serie continua di scontri se non addirittura di lotte civili come le guerre di “religione” nei secoli passati. Al contrario, se ci incamminiamo verso le comunità volontarie questo vorrà dire porre al centro l'essere umano, la sua dignità, la sua libertà, la sua creatività. Con conseguenze positive per la pace e il benessere di tutti.

Da Poliarchia

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