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Deforestazione:si combatterà piantando alberi con i droni

droni, inizialmente utilizzati perlopiù in campo militare per effettuare ricognizioni aeree e missioni particolarmente delicate, negli ultimi anni stanno conoscendo ampia diffusione anche in altri ambiti. Negli ultimi mesi la BioCarbon Engineering ha studiato un altro innovativo impiego dei droni: la riforestazione.
L’azienda britannica, specializzata in tecnologie innovative per il contrasto della deforestazione, intende utilizzare i droni per piantare un miliardo di alberi, consentendo al Pianeta di tornare a respirare, immagazzinando CO2 e mitigando il riscaldamento globale.
La piantumazione di un miliardo di alberi avrà effetti positivi anche sulla biodiversità, tutelando l’habitat di centinaia di specie che dipendono dalle foreste per la sopravvivenza. I ricercatori della BioCarbon Engineering sostengono che l’unico modo per contrastare la deforestazione selvaggia causata dall’agricoltura, dall’industria mineraria, dall’urbanizzazione e dall’industria del legname è procedere a unariforestazione su larga scala.
Il sistema di riforestazione basato sui droni sviluppato dalla BioCarbon Engineering ha costi nettamente più contenuti rispetto ai metodi impiegati oggi per il rimboschimento. Nello specifico piantare alberi con l’aiuto dei droni costa una percentuale di appena il 15% dei costi attuali.
La tecnica di riforestazione con i droni presenta inoltre un altro grande vantaggio: la velocità. Il processo di piantumazione meccanico è decisamente più veloce rispetto a quello manuale. In questo modo è possibile piantare migliaia di nuovi alberi in tempi brevi, restituendo al mondo centinaia di ettari di foreste.
In un solo giorno, grazie ai droni, potrebbero essere piantati migliaia di nuovi alberi. Il nuovo sistema al momento non è pronto per l’uso su larga scala. Il prototipo, costruito grazie ai fondi dello Skoll Centre for Social Entrepreneurship, ha ottenuto risultati incoraggianti.
Il funzionamento del sistema è semplice, ma garantisce un elevato livello di accuratezza. Il drone non si limita a lanciare i semi sulle aree da riforestare, sperando che attecchiscano. Per massimizzare i risultati il drone, in una fase preliminare, sorvola l’area deforestata per effettuare una mappatura in 3D. Grazie alle immagini dettagliate del suolo, i droni possono poi passare alla piantumazione degli alberi nei siti maggiormente idonei.
Il drone rilascia le sementi pregerminate nel terreno, utilizzando l’aria compressa. Per permettere alla pianta di crescere in fretta, le sementi sono incapsulate in un idrogel ricco di sostanze nutritive. Dopo aver disperso i semi nel suolo l’attività dei droni non è ancora finita. I velivoli continuano a sorvolare l’area per controllare che la riforestazione proceda senza intoppi.
Il sistema della BioCarbon Engineering promette di essere più veloce e preciso dei metodi attuali. Ciononostante, non sono ancora disponibili dati su sperimentazioni su larga scala per poter verificare la validità del sistema di riforestazione basato sui droni. Tecnologie simili utilizzate in precedenza non hanno ottenuto buoni risultati.
I forestali che piantano gli alberi a mano hanno più probabilità di successo perché riescono a piazzare i semi alla giusta profondità e conoscono meglio il territorio. Inoltre questo nuovo metodo con molta probabilità ripianterebbe alberi della stessa specie in un’area deforestata, mentre una riforestazione sostenibile deve basarsi sulla biodiversità per ripristinare gli ecosistemi originari.

La soia OGM si mangia l’ Amazzonia, l’ambiente da chi viene difeso?


Di Luca Tomberli
La soia per gli allevamenti è una delle principali cause della deforestazione dell’ Amazzonia. La foresta tropicale più estesa, il polmone  del pianeta, l’habitat naturale più grande per la biodiversità rischia di scomparire. Il WWF in occasione della giornata mondiale dell’Ambiente del 5 giugno denuncia la scomparsa di un quinto della superficie della foresta amazzonica in 50 anni ( http://www.wwf.it/news/notizie/?8380 ).  In Brasile e in Bolivia le piantagioni di soia hanno contribuito in maniera decisiva a modificare l’ecosistema naturale. Il disboscamento, l’inquinamento del terreno e dei corsi d’acqua vengono barattati per produrre del mangime per animali.

La disamina del WWF, pur essendo condivisibile, non mi sembra che colga il nocciolo del problema. Se non si ha il coraggio di analizzare in profondità le motivazioni di un tale scempio, si rimane ancorati ad una sensibilizzazione di maniera che convoglia le proteste in un vicolo cieco. Le diverse lotte ambientaliste che si alternano dagli anni ottanta non hanno modificato più di tanto l’indirizzo della società. Se si vuole capire il perché della “stagnazione della causa ambientalista” lo si può trovare nella collusione dei suoi dirigenti con il mondo economico finanziario. I membri direttivi del WWF sono stati implicati in grandi disastri ambientali. Ad esempio Luc Hoffmann, attuale vicepresidente emerito del WWF internazionale, nel 1970, era il proprietario dell’Icmesa di Seveso, quell’industria chimica che in seguito ad una esplosione rilasciò nell’ambiente una grande quantità di diossina.

Al momento  le associazioni ambientaliste che vanno per la maggiore stanno coprendo l’inquinamento ambientale più pericoloso, le scie chimiche, che sta modificando il pianeta attraverso operazioni di aerosol  che rilasciano nell’ambiente metalli pesanti e polimeri biocompatibili. Legambiente, il WWF e Green Peace  lanciano il grido di allarme sul riscaldamento globale dovuto all’ anidride carbonica e invece  preferiscono tacere sulla geoingegneria clandestina. Che sia una manovra diversiva? Bah! Visti i messaggi nascosti che lanciano nelle loro campagne, come riportato dal blog  Altrainformazione ( http://www.altrainformazione.it/wp/2010/10/06/wwf-una-storia-poco-nobile/ ), viene da  pensare che i gruppi dirigenziali, in barba ai buoni propositi degli iscritti, non lavorano per il bene comune.

Anche se è tutto collegato torniamo ad occuparci nello specifico del problema della deforestazione. La quasi totalità delle piantagioni di soia del continente americano sono ogm e gestite dalle multinazionali agrochimiche che si adoperano per non avere contrasti da parte della politica. Così, distruggendo le risorse del mondo, la Monsanto e sorelle  “creano” nuovi luoghi dove poter impiantare delle monocolture ogm.  Ciò si incastra perfettamente con gli interessi finanziari delle multinazionali del fast food, come Mc Donald’s, desiderose di trovare mangime a basso costo per alimentare quel bestiame che verrà trasformato in puzzolenti hamburger, ma soprattutto è in accordo con quell’idea di controllare l’umanità attraverso un cibo devitalizzato, che abbassa le nostre difese immunitarie e ci rende dipendenti dalle multinazionali farmaceutiche .



Così il primo livello di assoggettamento è servito. Non mi sembra che i membri direttivi delle associazioni ambientaliste più famose si adoperino per interrompere neanche il primo grado di quel circolo vizioso,  imposto  dalle multinazionali, che sta distruggendo il pianeta. Ci vogliono ben altre forze per liberare la terra da questi predatori. Le dobbiamo trovare dentro di noi.

Ecuador, il governo mette all'asta la foresta amazzonica



L'Ecuador sta per mettere all'asta circa tre milioni di ettari di foresta amazzonica, polmone verde della Terra. L'intenzione delle autorità sarebbe quella di venderli alle compagnie petrolifere internazionali, in particolare a quelle cinesi.

Il governo di Quito ha infatti organizzato un tour nelle capitali straniere che potrebbero essere maggiormente interessate all'affare. Lunedì a Pechino i rappresentanti dell'Ecuador hanno quindi illustrato le potenzialità energetiche dei terreni in vendita ai manager delle principali aziende petrolifere cinesi, tra cui la China Petrochemical e la China National Offshore Oil.

L'intenzione delle autorità dell'Ecuador ha provocato la dura protesta di organizzazioni non governative e leader delle tribù locali, che denunciano una “sistematica violazione dei diritti sulle terre ancestrali”.

La vendita della foresta amazzonica aprirebbe infatti la strada a nuove esplorazioni petrolifere e a nuove deportazioni di popolazioni indigene. In particolare, secondo l'organizzazione Amazon Watch, sono sette le popolazioni che rischiano di essere espropriate della loro terra.

“Chiediamo che le compagnie petrolifere pubbliche e private di tutto il mondo non partecipino al processo di gara che viola sistematicamente i diritti di sette nazionalità indigene, imponendo progetti petroliferi nei loro territori ancestrali”, ha scritto un gruppo di associazioni indigene dell'Ecuador in una lettera aperta dello scorso autunno.

Il ministro ecuadoregno per gli Idrocarburi, Andrés Donoso Fabara, ha replicato all'appello duramente accusando i leader della protesta di non fare gli interessi delle loro popolazioni, ma di inseguire di inseguire degli obiettivi politici.

Eppure secondo Amazon Watch, un eventuale acquisto violerebbe anche le linee guida fissate congiuntamente dai ministri cinesi per l'Ambiente e per il Commercio estero. In base al documento approvato il mese scorso, infatti, gli investimenti all'estero dovrebbero avvenire “promuovendo uno sviluppo armonioso dell'economia locale, dell'ambiente e delle comunità”.

Nel luglio scorso la Corte interamericana dei diritti umani ha stabilito di vietare sviluppi petroliferi nel Sarayaku, un territorio della foresta pluviale tropicale nel sud dell'Ecuador raggiungibile solo in aereo e in canoa, al fine di preservare il suo ricco patrimonio culturale e della biodiversità. La corte ha inoltre ordinato che i governi ottengono “previo consenso libero e informato” da gruppi indigeni prima di approvare le attività petrolifere sulle loro terre indigene.

La foresta amazzonica, ecosistema più ricco al mondo di specie animali e vegetali, è già fortemente minacciata dalla deforestazione che tra l'agosto del 2012 e il febbraio del 2013 è aumentata del 26,6%. Secondo i dati raccolti dal sistema di rilevamento satellitare Deter, del National Space Research Institute (Inpe), soltanto in quell’arco di tempo sono andati distrutti 1.695 kmq di foresta, una superficie più grande di quella di San Paolo, la città più grande del Sud America. Nello stesso periodo dell’anno precedente erano andati distrutti, invece, 1.339 kmq di foresta.


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