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Inchiesta:ecco la mappa delle bande che governano Roma (Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Casamonica)



Di Micaela Del Monte

Il loro rapporto con la politica, il giro di affari, le complicità, i settori commerciali occupati, i nuovi accordi: torna il “modello-Magliana”. Parlano Otello Lupacchini, magistrato e esperto di criminalità organizzata politica e mafiosa, e Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto.

Calabresi, napoletani, romeni, albanesi, cinesi e russihanno scelto la Capitale e i suoi dintorni per costruire le basi di un'articolata rete. Obiettivo: il riciclaggio di denaro e non solo. Sono in totale 46 i clan che hanno messo le mani su Roma. Mafie italiane e straniere che sembrano convivere senza troppi conflitti. Anzi, collaborano, fanno affari insieme, soprattutto nel campo della droga, delle armi, della prostituzione, gioco d'azzardo e dei falsi. Gestiscono la vendita del cemento, la catena della distribuzione dei prodotti ortofrutticoli, il settore della ristorazione, lo smaltimento di rifiuti, i supermercati, il settore turistico e le agenzie portuali.

«Sicuramente si sono formati dei “cartelli” - argomenta Lupacchini magistrato e esperto di criminalità organizzata - perché questa è l'unica condizione di sopravvivenza senza che scoppino “guerre”. D'altra parte, ogni tanto, qualcuno cade sul campo e gli episodi per niente sporadici di così detti “regolamenti di conti” sono il sintomo in equivoco della tendenza delle organizzazioni criminali, ad acquisire, se necessario anche manu militari, e a mantenere il controllo del territorio».

«A volte convivono e a volte no. A Roma – aggiunge Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto - sono presenti tutti i più importanti clan italiani e come se non bastasse anche ciò che rimane della Banda della Magliana. Senza contare la presenza di gruppi stranieri».

Ormai nel Lazio infatti, dati alla mano, è provato l'insediamento stabile di famiglie criminali della Camorra, della 'Ndrangheta, dei Casamonica e della mafia. Roma sembra tornata ai tempi della “Banda della Magliana”. Ed è dalla banda signora incontrastata di Roma tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '90 che la camorra sembra prendere spunto anche oggi per il suo operato  (il “modello-Magliana”). I rapporti tra la mafia e quella che può essere un'evoluzione della famosa Banda è ancora vivo e vegeto: «Certe “professionalità” - ci dice Lupacchininon vanno mai disperse. Anzi, con il tempo, si affinano. Per cui personaggi che in qualche modo siano riusciti a rimettersi in circolazione e in gioco già appartenenti alla Banda della Magliana, personaggi, magari di secondo piano all’epoca, che nel frattempo sono cresciuti indubbiamente, li ritroviamo oggi».

Banda della Magliana ombelico del mondo (criminale).

«Negli ultimi mesi e anni sono stati scoperti ex membri della Banda ancora in attività, ma - chiarisce Calleri - è poca cosa. Il problema è che potrebbe esserci qualche nuovo gruppo che si trova ad emulare i vecchi. A Roma si sta sparando con troppa facilità, per regolamenti di conti, per contenere piccoli gruppi in ascesa. C'è da dire che comunque Roma non è Napoli, la situazione è grave ma non è certamente quella che si ha nelle città ad alta densità mafiosa».

Così, come abbiamo detto, la Capitale dunque è al primo posto per infiltrazioni mafiose (seguita da Milano e Bologna). Il territorio laziale appare come una regione ideale per il reinvestimento dei capitali illeciti. Il punto di raccordo tra Nord e Sud, un vero e proprio laboratorio economico e politico delle cosche, rappresentate da pericolosi esponenti della 'Ndrangheta, di CosaNostra e della Camorra.

«La situazione è semplicemente esplosiva – denuncia Lupacchini-, ormai il territorio di Roma e del Lazio è diventato sede di ’ndrine calabresi, cosche mafiose siciliane, clan camorristici, consorterie mafiose russe, cinesi, slave, nigeriane, brasiliane, e di tutto un variopinto mondo di bande gangsteristiche aggregatesi attorno a personaggi già operativi, magari con mansioni all’epoca ancillari, in vecchi sodalizi, che prosperano e fanno affari di ogni tipo e di ogni genere, anche con uso di violenza esemplare».
Calleri condivide: «La situazione a Roma e provincia non è buona. Roma può essere definita anche come“capitale delle mafie” e questo perché convivono mafie italiane e straniere. Tra l'altro gli omicidi di questi ultimi due anni dimostrano che quella della Capitale non è una situazione da sottovalutare, e per fortuna non viene sottovalutata. Sono particolarmente preoccupato anche per il basso Lazio, una zona che desta parecchio allarme. Ma non è da meno anche quella dell'alto Lazio, come la zona del viterbese. A questo proposito la Fondazione Caponnetto sta organizzando un Osservatorio nel medio-Tirreno ossia nella zona che va da Massa Carrara a Roma che verrà poi collegato con l'Omcom (“Osservatorio mediterraneo criminalità organizzata e mafia”)».

Ma perché Roma ha tutto questo appeal?

«Perché – secondo Lupacchini - anni e anni di sottovalutazione del fenomeno d’infiltrazione ha consentito stanziamenti che, se contrastati già 30/40 anni fa, probabilmente non si sarebbero verificati. A ciò si aggiunga che Roma è pur sempre la capitale d'Italia ed è qui che si trova il motore degli affari, in cui le mafie affondano i loro artigli. Senza contare che ci si trova al confine con la Campania, il che consente la risalita dei Casalesi nel Lazio, da sotto il Garigliano. In più i grossi mercati criminali, come quello della droga, sono favoriti dall'alta concentrazione di popolazione a Roma. Se mettiamo insieme tutti questi fattori è normale che ne venga fuori una miscela esplosiva».

Per Calleri il motivo è strategico, geografico e geopolitico: «Ovviamente perché è la capitale d'Italia. Roma è il centro del potere ed è normale che si concentrino qui i vari clan».

ROMA CAPITALE DELLA DROGA. Da sottolineare è anche l'aumento dello spaccio di droga. Anche in questo caso il Lazio figura come la prima regione italiana per sequestro di stupefacenti (6.000 chili) e la seconda per operazioni antidroga (2.862). Non è un caso che dieci giorni fa è stata sgominata (con 23 arresti) una delle tante organizzazioni calabresi che gestivano lo spaccio di cocaina per conto della famiglia Romagnoli a sua volta collegata alla cosca ‘ndranghetista dei Gallace di Guardavalle, della provincia di Catanzaro. Un maxisequestro di 150 chili di cocaina nell'aeroporto di Fiumicino e poi di altri 35 chili provenienti dalla capitale del Venezuela.

L'organizzazione aveva il monopolio dello spaccio nelle zone di Casilino-TorreMaura, SanBasilio, Prenestino, Magliana-Portuense, Acilia e Velletri, ma l'attività degli spacciatori si estendeva sempre di più, e arrivava anche al litorale laziale, dove il gruppo aveva ramificazioni e basi logistiche.

Ecco come i clan si sono suddivisi il territorio e soprattutto quali sono le attività svolte:

I CASALESILe famiglie camorristiche dei Casalesi si sono insediate in vaste aree della provincia di Latina e nelle aree più ricche della provincia di Frosinone. E anche Morlupo, CampagnanodiRoma, CastelnuovodiPorto, RignanoFlaminio. Un vero e proprio controllo di segmenti del territorio che assegna al Lazio il titolo poco regale di regione con la maggiore concentrazione di infiltrazioni mafiose con 50comuni su 378. Dati che sottolineano come il territorio laziale sia un terreno particolarmente interessante ed alquanto coltivabile dal punto di vista mafioso.

I CASAMONICA. Ai Casamonica vanno i Castelli romani, Ostia e soprattutto i litorali laziali con insediamenti anche nella periferia sud-est della Capitale (Romanina, Anagnina, PortaFurba e Tuscolano). Alleati con la 'Ndrangheta e prima con la BandadellaMagliana, i Casamonica prendono origine da famiglie di sinti e rom stanziali prima in Abruzzo, poi Pescara e ed in fine a Roma, dove sono giunti negli anni Settanta.

Nel corso degli anni le famiglie “fondatrici” dell'organizzazione criminale, Casamonica appunto e Di Silvio, si sono imparentate con famiglie romane creando dinastie italo-rom come i Cena, i De Rosa, i Di Guglielmo, i De Rocca, i Laudicino e gli Spinelli. Ma di cosa si occupano i Casamonica? Gestiscono settori commerciali ed economici, aziende edilizie e immobiliari, ristoranti e stabilimenti balneari, senza tralasciare il traffico di stupefacenti in tutta Europa. I Casamonica hanno anche grande influenza sulle elezioni comunali nel Lazio e sulla politica regionale, non a caso recentemente si è parlato di politici indagati per questo motivo.

LA 'NDRANGHETA A ROMA. Forte è anche l'influenza della malavita calabrese che a Roma gestisce sopratutto gli investimenti immobiliari, alberghieri, la ristorazione e il commercio di autoveicoli e di preziosi. Anche qui è importantissimo il traffico di sostanze stupefacenti con l'aggiunta del gioco d'azzardo.

Come detto Roma rappresenta il collegamento perfetto tra Nord e Sud, ed è per questo motivo che la 'Ndrangheta ha scelto la Capitale come nuova colonia. Per le 'ndrine sono infatti molto importanti i collegamenti con il nord Italia e soprattutto il nord Europa, dove il mercato è in aumento. L'influenza della 'Ndrangheta riguarda soprattutto i comuni collegati a livello portuale come Nettuno e Anzio per facilitare il traffico.

MALAVITA SICILIANA A ROMA. CosaNostra è “famosa” per i vari tipi di traffico che controlla: traffico di droga, armi, rifiuti. E poi usura, estorsione, riciclaggio di denaro, gestione del gioco d'azzardo, infiltrazioni negli appalti e anche traffico di opere d'arte. A Roma CosaNostra è un'altra “potenza” che gestisce importanti affari. Le famiglie degli Accardo insieme al gruppo Triassi e con l'aiuto della cosca agrigentina dei Picarella gestiscono numerosi esercizi di ristorazione, di spiagge di Ostia e soprattutto il narcotraffico.

L'alleanza tra CosaNostra e la 'Ndrangheta (a loro volta alleata con i Casamonica) dà alle cosche un potere immane, difficile da controllare e contrastare, sopratutto perché questo tipo di organizzazioni hanno forti collegamenti con la malavita americana e sudamericana allargando così gli orizzonti di un traffico che non ha quasi più confini. Se pensiamo poi che queste sono solo tre delle organizzazioni criminali che tengono in pugno la Capitale è facile capire quando la situazione tenda ad essere critica.

MAFIE STRANIERE. La situazione in realtà è molto più grave di come sembra, perché molte di queste mafie (come quella russa e quella cinese) sono in continua crescita e si trovano ad acquistare sempre più potere “grazie” anche alla collaborazioni delle già affermate mafie italiane.

«Ritengo che le varie mafie, e poco importa da dove siano arrivate, abbiano trovato il modo di coesistere senza danneggiarsi, sia ad alto livello che ai livelli bassi. È – continua Lupacchiniuna realtà che le mafie tradizionali e quelle più importanti appaltano i lavori sporchi e, comunque, più pericolosi, a quelle in cerca di affermazione».

«Bisogna tener conto la situazione dei cinesi che al momento -spiega Calleri- sono i più potenti tra le mafie estere. E tutto questo emerge dalle varie relazioni della Dia e della commissione parlamentare antimafia».

MAFIE E POLITICA. Le infiltrazioni mafiose non sono solo sul territorio, attualmente in Senato ci sono 39 indagati, alla Camera 82. Ventuno parlamentari sono già stati condannati in maniera definitiva, chi per corruzione, chi per truffa, chi per concussione. Non solo: falso in bilancio, abuso di ufficio, finanziamenti illeciti e associazione a delinquere.

Un controsenso se pensiamo che sono proprio i politici a dover essere i primi a cercare di combattere questi reati. Come da precise indiscrezioni degli inquirenti i Casamonica hanno grande influenza sulla politica capitolina e corrompono una buona parte dei candidati regionali, molti dei quali negli anni passati sono stati prima eletti e poi condannati.

Il problema comunque ha uno sviluppo più a livello nazionale che prettamente regionale e soprattutto del Lazio.

Comunque il rapporto tra politica e criminalità organizzata non è nuovo (per i nomi consultare l'articolo sul blog di Beppe Grillo http://www.beppegrillo.it/immagini/immagini/Se_li_conosci_li_eviti.pdf).

«Non dispongo di dati inconfutabili sul rapporto odierno mafie-politica. Certo, però, – ammette Lupacchini- che i segnali sono allarmanti: il Parlamento attuale non mi sembra abbia istituito ancora una commissione antimafia, né so se l’istituzione di questa sia una “priorità”. In ogni caso, il dato non è insignificante. Ampia è, peraltro, la letteratura in materia d’interazione mafia-politica-economia: i mafiosi attuali sono businessman di un livello tale che potrebbero tranquillamente in modo mascherato e occulto entrare in qualsiasi contesto economico e politico».

«La mafia quando è raffinata ha sempre bisogno della politica, - è l'idea di Callerila mafia raffinata si relaziona e si relazionerà sempre con la politica. Perché come diceva il presidente del Senato Pietro Grasso: “C’è un rapporto come quello che esiste tra i pesci e l’acqua, l’uno non può fare a meno dell’altro”».

SOLDI E CRIMINALITÀ. Per quanto riguarda Roma è enorme il “contributo” dalle mafie (in particolare dalla 'Ndrangheta) negli investimenti per migliorare la Capitale. Si è visto soprattutto con costruzione della metro C e che ha coinvolto anche l'ex presidente di Eurspa Mancini, il fedelissimo di Alemanno, plenipotenziario per i Trasporti. Non a caso negli ultimi anni la Prefettura di Roma ha risposto a 5.265 richieste di informative antimafia sulla metro C; 12 sono stati gli interventi per bloccare gli appalti e 11 le informative atipiche su aziende vicine ad ambienti criminali. Un’attività intensa che non è bastata a fermare le infiltrazioni.

Dunque, le mafie a Roma e dintorni hanno sempre più potere. Le lotte sembrano deboli e poco convincenti, questo permette alle mafie di prendere sempre più piede nella città eterna e ai suoi artefici di sentirsi sempre più invincibili. Le alleanze tra clan rendono tutto ancora più complicato perché ognuno prende forza dall'altro senza lasciare a chi di dovere la possibilità di trovare i punti deboli utili per la loro eliminazione. Per di più l'afflusso di mafie internazionali complica ulteriormente la situazione. Sono mafie nuove, in via di sviluppo e di cui si conosce poco. Arma in più per chi vuole muoversi all'interno delle mura cittadine senza essere scoperti. Arma in più che bisogna imparare a contrastare.

Ma la repressione non è così debole come sembra, anzi. «Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dal fatto che la repressione appaia piuttosto tiepida, – assicura Lupacchini - non va commesso l'errore di misurare il livello di rischio, con riguardo al livello deficitario del contrasto giudiziario e poliziesco spiegato in concreto».

Bisogna trovare la criptonite di questo male che ammorba il nostro paese (e ampiamente la Capitale) da troppo tempo e ad oggi governa il nostro paese più di quanto non sembrano fare la politica e l'economia. Sarà che sono proprio le mafie a gestirle.

ISIS: l'inchiesta sul gruppo islamista e su al-Baghdadi del giornalista Ali Hashem

Di Sean Nevins
Hashem è il capo corrispondente di Al Mayadeen, un canale di notizie pan-arabo con sede a Beirut.Recentemente ha prodotto un documentario di 50 minuti su Abu Bakr al-Baghdadi, il capo dello Stato islamico dell'Iraq e della Siria (ISIS).


Parlando con MintPress News, ha spiegato che tutto ciò che accade in questo momento, compresa la decisione degli Stati Uniti di armare i ribelli, promuove la distruzione di tutta la regione del Medio Oriente.
"E 'già successo prima in Afghanistan e abbiamo visto i risultati", ha detto Hashem. "I combattenti moderati, che sono stati sostenuti e armati dagli Stati Uniti, si sono rivelati i dirottatori degli aerei dell'11/9."
"Ho paura che stiamo solo andando ancora una volta nello stesso ciclo."
Qui sta uno dei maggiori problemi con l'ISIS. Hashem ha spiegato:
"Il fatto è che l'ISIS sta diventando sempre più grande. Non è solo sull'Iraq. Se ISIS è distrutto in Iraq, c'è ancora ISIS in Siria. E se è distrutto in Siria, è in Libia, ed è in Nigeria, ed è in Egitto.Così si stanno espandendo. "
Sabato scorso, il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, ha proclamato fedeltà al-Baghdadi, il cosiddetto "califfo" di ISIS. In una dichiarazione audio inviato a Twitter, Shekau ha detto: "Annunciamo la nostra fedeltà al califfo ... e ascolteremo e obbediremo nei momenti di difficoltà e di prosperità", secondo la BBC.
Quando si tratta di contrastare l'ISIS, Hashem sollecita un approccio diverso. "Non è su di loro che si deve combattere", ha detto a MintPress. Egli suggerisce che il gruppo deve essere combattuto intellettualmente, e le radici di questo movimento radicalizzazione devono essere affrontate ideologicamente. "Altrimenti", ha detto, "si sta solo uccidendo della gente."
Molte delle armi che l'ISIS ha a disposizione provengono da armi statunitensi che circolano nella regione, secondo un rapporto di settembre di Conflict Armament Research. Tale rapporto rileva anche che il gruppo possiede un numero significativo di armi fabbricate in Russia e Cina. Nel mese di luglio, Business Insider ha riferito che molte  armi provengono da questi paesi, più i Balcani e l'Iran.

The Cell Falcon e il recente tentativo dell'esercito iracheno a uccidere al-Baghdadi


Il documentario di Hashem, "Searching for al-Baghdadi" mette in evidenza un'operazione di una unità di intelligence irachena nota come "The Cell Falcon," che ha tentato di uccidere al-Baghdadi in novembre a Al-Qa'im, un paese che confina con la Siria .
L'unità non è riuscita nella sua missione, a causa di un contrattempo organizzativo. Hashem ha scritto in The Times Domenica :
"L'ordine è stato dato alla forza aerea irachena per colpire la scuola, ma il ministero della Difesa non ha preso alcuna azione. Offesi dal rifiuto dei Falcons di rivelare l'identità del bersaglio, i funzionari della difesa hanno aspettato per un'ora prima dell'intervento dell'ufficio del primo ministro, Haider al-Abadi. "
A quel tempo, era troppo tardi e la forza aerea ha finito per sparare su un convoglio in movimento della leadership ISIS. La guardia del corpo personale di Al-Baghdadi, Abu Mohannad, è stato ucciso. Al-Baghdadi ha subito lesioni allo stomaco e schiena, ma è stato in grado di trovare la sicurezza oltre il confine, in Siria.
"L'opportunità di eliminare l'intera leadership del gruppo terrorista più ricco e meglio attrezzato del mondo si era persa per una controversia burocratica meschina", ha concluso Hashem.

 Chi è Abu Bakr al-Baghdadi?


"Questa persona era uno di noi. E 'cresciuto e si è nutrito in mezzo a noi ",ha detto Hashem a MintPress. Hashem ha sottolineato come al-Baghdadi ha vissuto con la sua famiglia a Toubchi, un quartiere a ovest di Baghdad, e il fatto che conduceva le preghiere nella moschea locale.
IraqLe forze di sicurezza irachene e civili si riuniscono nei pressi di un carcere minorile nel distretto Toubchi di Baghdad ovest, Iraq, omenica 19 gennaio 2014 in seguito all'esplosione di un'autobomba. Il quartiere occidentale di Baghdad è dove l'ormai famigerato capo dell'ISIS Abu Bakr al-Baghdadi è nato e cresciuto.

Hashem dice che al-Baghdadi è descritto da persone che lo conoscevano come "calmo" e come qualcuno che non avrebbe tentato di attirare l'attenzione su di sé. Ad Hashem è stato anche detto che al-Baghdadi è estremamente intelligente. Anzi, gli è stato riferito che ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Islamici presso un'università a Baghdad. Le persone hanno menzionato anche l'abilità del leader come attaccante a calcio, una qualità che in seguito gli ha fatto guadagnare il soprannome di "Maradona", quando è stato detenuto dagli americani a Camp Bucca, in Iraq.
Contrariamente a molte delle teorie che circondano il capo di uno dei gruppi terroristici più terrificanti mai emersi, la salita di al-Baghdadi al potere è stata abbastanza abbastanza lineare e priva di spie della CIA e funzionari dell'intelligence israeliana, secondo Hashem.
"La gente, soprattutto in Medio Oriente, non vuole credere che hanno queste persone tra di loro", ha detto Hashem. "Loro vogliono sempre dare la colpa all'Occidente o a Israele."
Egli afferma che i fatti non supportano tali affermazioni, però.
Attualmente, gli Stati Uniti sono stati criticati per aver armato ribelli che si sono sciolti e hanno aderito a gruppi estremisti come Jabhat al-Nusra, l'affiliato di al-Qaeda in Siria anche conosciuto come il Fronte Nusra. Alleati degli Stati Uniti, come la Turchia e l'Unione europea, sono stati accusati in passato per la loro complicità nel permettere all'ISIS di contrabbandare petrolio fuori del paese,  cosa che ha contribuito a finanziare le loro imprese.

 Le radici della radicalizzazione di al-Baghdadi


Iraq detenutiI detenuti in un centro di detenzione militare statunitense di Camp Bucca, Iraq.

Il punto di svolta nella radicalizzazione di al-Baghdadi e la sua decisione di unirsi quella che allora era conosciuto come al-Qaeda in Iraq (AQI) è stata l'occupazione americana dell'Iraq e la sua incarcerazione nel 2004 a Camp Bucca, un centro di detenzione istituito dall'esercito americano , ha detto Hashem a MintPress.
"E 'una persona normale, o almeno lo era", ha detto Hashem. "Era un giovane che veniva da un villaggio a studiava a Baghdad, ma la sua vita è cambiata dopo l'occupazione americana".
Il primo modo di vita di al-Baghdadi cambiato dopo è che è diventato un militante. Martin Chulov del Guardian ha riferito che al-Baghdadi ha contribuito a fondare Jeish Ahl al-Sunnah al-Jamaah, un gruppo militante, poco prima di essere arrestato dagli americani nel febbraio 2004.
Secondo Hashem, al-Baghdadi è stato radicalizzato all'interno di Camp Bucca, dove ha avuto modo di incontrare i grandi nomi di al-Qaeda e gli ex membri del partito Ba'ath - i quali combattevano contro l'occupazione americana del paese. Con tutte queste persone nello stesso luogo, Hashem ha detto: "Si può solo immaginare il tipo di programma che sta per uscire da un tale luogo!"
La radicalizzazione come risultato non era rara, ha spiegato. "Questa era la situazione, non solo per al-Baghdadi, ma per molte persone che sono entrate nelle carceri come persone normali, almeno non al-Qaeda ... E poi sono uscite di prigione come agenti di al-Qaeda."
Dopo essere diventato un membro di al-Qaeda ed essere stato rilasciato nel dicembre 2004, al-Baghdadi ha sviluppato la sua carriera in al-Qaida, utilizzando i suoi contatti  della  prigione e salendo la scala fino a che non arrivò al top di tutta l'organizzazione.

Mente di un' estremista


Baghdadi
Baghdadi prima della sua ascesa nell' ISIS.
Prima di essere radicalizzato a Camp Bucca, al-Baghdadi è stato influenzato dagli insegnamenti del Dr. Ismail al-Badri, che gli ha insegnato le tesi dei Fratelli Musulmani, un'organizzazione politica creata nel 1928 e attualmente vietata in molti paesi in tutto il Medio Oriente. Tuttavia, secondo Hashem, al-Baghdadi credeva che la Fratellanza Musulmana era troppo teorica nel suo approccio al cambiamento e mancava l'unità di andare veramente e fare qualcosa.
All'interno di Camp Bucca, tuttavia, al-Baghdadi è entrato in contatto con persone come Hajji Abu Bakr, un membro dell'esercito iracheno prima dell'invasione statunitense. In seguito divenne il capo del consiglio militare di ISIS e ha riferito che facilitato l'ascesa di al-Baghdadi attraverso ranghi dell'organizzazione.
Dopo aver lasciato il centro di detenzione, al-Baghdadi ha incontrato Abu Hamza al-Muhajir, il successore di Abu Musab al-Zarqawi, il leader di AQI, che è stato anche influente nella formulazione della sua ideologia.Muhajir è stato ucciso a Tikrit, Iraq, dagli Stati Uniti nel 2010.

Percorsi verso la pace


"C'è una generazione che sta arrivando e che viene sollevata in questa regione che non vede alcun futuro in questo momento," Hashem ha lamentato a MintPress.
Il compito principale degli attori internazionali e delle potenze regionali non dovrebbe essere quello di creare più guerra, dice, spiegando: "Il compito principale in questo momento dovrebbe essere cercando di capire come costruire un percorso verso la pace."
Egli ammette che tutti credono che sono sulla strada giusta, ma incoraggia l'idea che ci dovrebbero essere degli sforzi per portare persone radicalizzate, su un percorso più tranquillo. Ciò include il trovare un modo per far sì che le persone si sentano più "utili a questo mondo", dice.
"Non è solo utilizzando le armi che le cose cambieranno", ha detto Hashem. "Dobbiamo capire perché queste persone sono disposte a uccidere se stessi, perché queste persone sono pronte a farsi esplodere, e a far esplodere altre persone. Ci sono ragioni per queste cose. "
Traduzione di Salvatore Santoru per http://informazioneconsapevole.blogspot.it/

No Muos, la Sicilia contro il progetto made in Usa: ecco perché creerebbe solo danni


Di Maria Cristina Giovannitti
http://www.infiltrato.it

USA docet e l’Italia obbedisce, anche se negli ultimi giorni proprio il Presidente Crocetta avrebbe messo una definitiva pietra sopra il progetto Muos.

Il senso è quello soprattutto per il nostro Paese che, secondo Costituzione, “Ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”- art. 11 .
ppure succede che le basi americane presenti nel nostro territorio vogliono procedere alla realizzazione del progetto MUOS, non curanti dei nostri principi e della salute dei cittadini ma, anzi, spalleggiati dal Governo made in Italy


IL MUOS SERVE PER CONTROLLARE GLI AEREI DI GUERRA – MUOS è l’acronimo di Mobile User Objective Sistem, ovvero un gigantesco sistema radar che attraverso le onde elettromagnetiche registra i dati relativi agli aerei di guerra. Il progetto ha firma americana ed ha già tre sedi nelle zone desertiche di Australia, Virginia e Haway.

Ultimo punto strategico sarebbe Niscemi, vicino Caltanissetta, nella base degli USA ma, in questo caso, la situazione è abbastanza particolare. La marina militare americana vuol realizzare il progetto MUOS – costituito da 5 satelliti geostazionari e 4 stazioni di terra, di cui 3 già presenti mentre l’ultima da realizzare a Niscemi – in contrada Ulmo a pochi passi del centro abitato, esponendo quotidianamente i cittadini alle onde elettromagnetiche


Nella base USA siciliana dal 1991 ci sono già 41 antenne che servono per avere contatti con sommergibili militari. Un chiaro progetto che serve solo agli USA dove l’Italia deve ‘prestare’ territorio e salute dei propri abitanti.


MUOS: RISCHIO TUMORI, LEUCEMIE E INFERTILITA’ – L’esposizione prolungata alle onde elettromagnetiche non crea nessun tipo di beneficio ma ha fatto riscontrare già casi di tumori, leucemie e infertilità.

Inoltre i problemi sono relativi anche all’ambiente – flora e fauna – senza considerare le interferenze che un sistema del genere crea con apparecchiature vitali come pacemaker, defibrillatori ed altre apparecchiature ospedaliere .


La preoccupazione coinvolge ambientalisti, cittadini e istituzioni – prima il comune di Niscemi e poi anche la Regione Sicilia con il nuovo presidente Rosario Crocetta – al punto che si sono messi al vaglio tutti i dati raccolti dai monitoraggi ARPA Sicilia compiuti tra il 2008 e il 2009: i valori sono già al di sopra del limite di tolleranza.

Insomma un serio rischio per chi vive in Sicilia, testimoniato anche dall’intervista di un ex militare che si è ammalato di leucemia. A nulla però sembra servire la protesta delle mamma di Niscemi o del comitato No MUOS anche attraverso manifestazioni copiose – con 5 mila partecipanti – perché il progetto americano “s’addà fa”, ha tuonato Monti e il ministro Cancellieri.

L’ITER CONTRO IL MUOS – Tutto comincia nel 2006 durante il governo Prodi. L’allora ministro della difesa Arturo Parisi da l’ok al progetto americano MUOS, ripreso con consenso successivo dal governo Berlusconi. Iniziano i primi dubbi e le preoccupazioni: l’Assessorato regionale alla Sanità rende noti alcuni dati che evidenziano l’aumento di neoplasie relazionate all’impianto presente sul territorio dal 1991, formato da 41 antenne.

Il progetto MUOS aggraverebbe la situazione e così la Regione Sicilia blocca la realizzazione. Comincia in questo senso un braccio di ferro tra il comune di Niscemi, sostenuto dai cittadini, dai comitati e dagli ambientalisti e il ministro La Russa. Inoltre i dati della Regione Sicilia vengono smentiti dai nuovi studi dell’Università di Palermo che, invece, è favorevole al MUOS. Un conflitto interno mette in dubbio la veridicità dei dati dell’università: l’Ateneo – nello specifico la facoltà di Ingegneria – ha redatto due contratti con il Laboratorio di Rcerca dell’US Army, motivo per cui si troverebbe ‘costretta’ ad assecondare la volontà degli americani. In seguito la relazione dell’Università è stata definita “incompleta e poco attendibile”.

Non importa perché con la venuta del governo Monti i toni si fanno duri: il ministro degli interni Annamaria Cancellieri scrive con toni accesi al presidente Crocetta sollecitando i cittadini a smettere con proteste e opposizioni perché: “Il MUOS è d’interesse strategico per la difesa militare della Nazione e dei nostri alleati (gli americani)”, così scrive. Inoltre la Cancellieri attacca anche tutti gli attivisti contro il MUOS definendo i loro comportamenti “inaccettabili perché impediscono l’attuazione delle esigenze di difesa nazionale tutelate dalla Costituzione”.


Eppure della Costituzione ricordiamo a chiare lettere il ripudio alla guerra e a qualsiasi appoggio militare – come in questo caso. Non solo attacchi, il professor Monti in pieno stile diktat invia agenti in tenuta antisommossa che possano tenere a freno le proteste dei siciliani.

Ancora oggi la battaglia è accesa: a discapito dei civili, il MUOS ‘s’adda fa’ per il Governo, anche se si cerca la mediazione sperando nella neutralità  di una perizia compiuta da una commissione tecnica, esterna e indipendente.

Fonte:http://www.infiltrato.it/inchieste/italia/no-muos-la-sicilia-contro-il-progetto-made-in-usa-ecco-perche-creerebbe-solo-danni

http://systemfailureb.altervista.org/no-muos-la-sicilia-contro-il-progetto-made-in-usa-ecco-perche-creerebbe-solo-danni/

Mafie ad alta velocità


Tav o no Tav. Questo è il dilemma. In un'Italia spaccata in due rispetto la questione, tra chi vede l'Alta Velocità come un trampolino per inserirsi a pieno titolo in Europa e chi, invece, la vede solo come una dannosa deturpazione della natura, si è perso di vista uno dei fattori cruciali, quello delle infiltrazioni mafiose all'interno dei cantieri.
E' inutile e poco produttivo nascondersi dietro un dito: dove ci sono grandi opere, si voglia l'Expo 2015 di Milano, si voglia la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, si vogliano le Olimpiadi di Torino, si voglia la Tav, le mafie bazzicano e tentano di allungare la mano. Perchè l'edilizia è un business incredibile per le organizzazioni criminali: permette diriciclare soldi, smaltire illegalmente i rifiuti, dare lavoro a fidati, guadagnare attraverso lo scambio di tangenti. Una manna dal cielo. Senza considerare che in Italia, purtroppo, le mafie, e la 'ndrangheta in special modo, hanno quasi il totale monopolio dei cantieri pubblici, grazie a un ragionato e non sempre individuabile sistema di appalti e subappalti.
Sebbene la questione rivesta connotati di attualità, la problematica era già in emersa nei primi anni novanta, quando il progetto iniziale dell'Alta velocità venne elaborato. Il giudice Imposimato, membro dal 1987 al 1994 della Commissione Antimafia, fin dal 1992 riscontrò anomalie nella gestione della grande ed innovativa opera pubblica. Così che, nel 1994, istituì un'inchiesta al riguardo, parallelamente a Falcone e Borsellino. I risultati a cui i tre approdarono furono similari: nell'imponente e rivoluzionaria opera dell'Alta Velocità trovava spazio la mafia che, attraverso la sovraffatturazione delle spese, era in grado di lucrare somme ingenti. Il costo dell'opera, stimato inizialmente a 29 mila miliardi di lire, venne gonfiato fino a raggiungere i 300 mila miliardi che, secondo il giudici, servivano per coprire le tangenti alla mafia e ai politici. Quel che più è grave, ad Imposimato venne impedito di presentare la sua inchiesta; a suo dire, le stesse indagini sulla Tav furono un fattore determinante nella scelta di uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Le organizzazioni criminali sono in grado di inserirsi nelle grandi opere presentandosi come imprese dai prezzi vantaggiosi, con sedi al nord. Neanche presentano indizi che le possano ricondurre ad attività illecite di stampo mafioso. In questo modo, viene facilitata nei loro confronti la concessione dell'opera, un meccanismo che va a sostituire la gara d'appalto, in virtù dell'urgenza della costruzione. Questo modus operandi era stato scoperto conveniente dalla criminalità organizzata già nel 1980, in occasione del terremoto in Irpinia. Evitando le gare d'appalto, le mafie furono in grado di imporsi a pieno titolo nelle ricostruzioni edili, lucrando somme da capogiro.
La concessione ha infatti un significativo lato positivo, per la mafia: la spesa finale dell'opera è determinata dalla fatturazione complessiva prodotta nel corso dei lavori, un sistema che apre facilmente la porta alla corruzione. Partendo da questi presupposti, le mafie sono in grado di gonfiare i costi, con la compiacenza di politici e banche, creando poi fondi neri di diverse migliaia di euro.
Il sistema di concessioni, appalti e subappalti, affiancato dall'utilizzo di vari prestanome, delinea così una fitta ragnatela, la quale impedisce di risalire immediatamente allo stampo mafioso dell'impresa.
La storia della Tav italiana è un vero e proprio archivio di reati a sfondo delinquenziale; un patrimonio sempre in crescita nelle mani di famiglie criminali dedite all'edilizia. Non si parla soltanto della tanto discussa Torino-Lione, che nell'ultimo periodo rappresenta il simbolo stesso dell'Alta Velocità, il cui tracciato va stranamente a coincidere con la disposizione delle cosche sul territorio piemontese, ma di tutto il progetto nazionale.
Nei cantieri della Torino-Milano, per esempio, nel 2008, le fiamme gialle furono in grado di rintracciare il coinvolgimento della Edil costruzioni, una ditta milanese che lavorava in subappalto nella costruzione della Tav. L'impresa era legata a un narcotrafficante di Africo, Santo Maviglia che, attraverso l'assegnazione dei lavori per l'Alta Velocità, era stato in grado di riciclare denaro e guadagnarne attraverso lo smaltimento illegale di rifiuti.
Allo stesso modo, Ls Strade, azienda lombarda leader nel movimento terra, era portata avanti da Maurizio Luraghi, che si scoprì poi essere un mero prestanome arruolato dalle 'ndrine Barbaro e Papalia.
Sempre attorno al cantiere Torino-Milano, vorticavano i calabresi Marcello Paparo Carmelo La Porta. Furono arrestati nel marzo del 2009, all'interno dell'operazione “Isola”. La ditta di movimento terra di Paparo, la P&p, era riuscita ad ottenere, in subappalto, alcuni lavori nel cantiere della Tav tra Pioltello e Pozzuolo Martesana. La ditta appaltatrice, la Locatelli, era poi dedita a dare consigli ai calabresi su come aggirare i controlli della Guardia di Finanza. I Paparo, inoltre, erano collegati a doppio filo con le famiglie Arena e Nicoscia, le cosche dominanti di Isola di Capo Rizzuto.
Sempre nel 2009, l'operazione antiriciclaggio “Pioneer” fece scattare le manette attorno i polsi di 14 di persone. Tra gli arrestati vi era anche Ilario D'Agostino, proprietario della Ediltava sas, con sede a Rivoli, vicino a Torino, ditta che si aggiudicò numerosi subappalti nei cantieri Tav. D'Agostino, secondo le deposizioni del pentito Rocco Varacalli, altri non era che il contabile del boss di Ciminà, Antonio Spagnolo.
Solo tre, ma eclatanti, esempi, di come la criminalità organizzata sia riuscita in breve tempo ad allungare le mani sui cantieri dell'Alta Velocità al nord. Anche grazie alla doppia possibilità che i cantieri della Tav concedono: le cosche non solo sono in grado di trarre profitto attraverso l'assegnazione di appalti, ma anche tramite lo smaltimento illecito di rifiuti: nel 2008 fu scoperta una montagna di materiale non bonificato sotterrato lungo i cantieri lombardi.
Riguardo il business derivato dai rifiuti non si può fare a meno di pensare al recente caso, verificatosi a Firenze: una delle ditte impegnate nei lavori di costruzione del tunnel che collegherà Campo di Marte a Castello, avente il compito di smaltire i materiali di scarto, era riconducibile al clan dei Casalesi.
Lo stesso cartello camorristico che sulla Napoli-Roma ha fatto affari d'oro. In un solo anno, dall'apertura dei lavori nel 1994 fino al 1995, sul tracciato della Tav hanno lavorato decine di ditte sporche, con un guadagno di oltre 10mila miliardi di lire. I camorristi si imposero sul controllo dei lavori in due differenti modi: o infiltrando le proprie ditte, per lo più controllate da Pasquale Zagaria, fratello del noto boss Michele, o richiedendo tangenti alle imprese pulite, che concorrevano nella realizzazione della tratta.
All'inizio la Camorra era riuscita ad accaparrarsi “solo” il monopolio del movimento terra, attraverso la ditta Edil Moter. Seguitamente, nel 2008, partirono le indagini, le quali rinvennero gravi anomalie. Alcune ditte, come laCalcestruzzi spa, del Gruppo Italcementi, infatti mostravano “significativi scostamenti tra i dosaggi contrattuali di cemento con quelli effettivamente impiegati nella produzione dei conglomerati forniti all'impresa appaltante.”
Il costo per chilometro, della tratta Roma-Napoli, fu di circa 44 milioni di euro, con punte che sfioravano a 60 milioni. Le indagini, pertanto, cercavano di capire se tali cifre nascondessero, in realtà, fondi neri istituiti appositamente dalla Camorra di Casal di Principe.
Neanche l'Emilia Romagna fu esente dal fenomeno mafioso legato all'Alta Velocità. L'inizio dei lavori è stato infatti il fattore scatenante di un incredibile“flusso migratorio”, che portò a Reggio Emilia più di sessanta cosche, le quali egemonizzarono i lavori ferroviari.