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Influenze libertarie nel movimento studentesco italiano

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Di Giorgio Sacchetti
Nella ricorrenza cinquantenaria del Maggio francese si è tenuto a (Sciences Po / Sorbonne), il convegno internazionale «Empreintes étudiantes des années 19 dans le monde», promosso da GERME (Groupe d’études et de recherche sur les mouvements étudiants). All’iniziativa – conclusasi fra l’altro con una fruttuosa tavola rotonda con le rappresentanze del  parigino attualmente in agitazione – hanno contribuito una quarantina di relatori prevenienti da varie università e istituti di ricerca europei ed extraeuropei. Di seguito la sintesi dell’intervento di G. Sacchetti sulle influenze libertarie nel  italiano.
C’è un Sessantotto libertario (e di forte impronta transnazionale) che, al pari di quello marxista rivoluzionario, ha influenzato il movimento degli studenti in Italia. Le controculture giovanili (musicali e non solo), a partire dai prodromi degli anni ’60 e ben oltre l’epopea del Maggio francese, hanno marcato ovunque le modalità e gli stili di pensiero della rivolta studentesca. Le fonti consultate – collezioni private di volantini e ciclostilati prodotti in ambiente studentesco; documenti della  (Federazione Anarchica Giovanile Italiana) presso l’Archivio storico della Federazione Anarchica Italiana; carte di polizia presso l’Archivio Centrale dello Stato; quotidiani a larga diffusione come «Il Giorno» e «La Nazione»; periodici come «Volontà», «Umanità Nova», «Mondo Beat»… – ci aiutano a delineare i contesti del caso italiano, azioni, scenari, circolazione delle idee, transferts militanti. Il nostro focus, riferito a tutta la fase sessantottesca, riguarda i “lasciti”, sia teorici che di prassi, di movimenti coevi a matrice libertaria. Nel caso: i  olandesi, i Beatnik del mondo anglofono, i Situazionisti e i neo-anarchici che fanno riferimento all’anarchismo storico hanno di sicuro suggestionato e contaminato il milieu della scuola e delle università. Di tutto questo tracciamo qui, in sintesi, una prima mappa orientativa.
Gli anni Sessanta, epoca del boom e del “miracolo economico”, costituiscono una cesura fondamentale rispetto al lungo dopoguerra ormai giunto a conclusione. I giovani – con le loro idee libertarie – stanno diventando, sempre di più, i protagonisti. E le scuole, le università italiane sono le incubatrici di queste inquietudini, banco di prova di una ribellione generazionalein atto. È una rivolta dai connotati globali che attinge al pensiero “terzomondista”, vera genesi del Sessantotto: contro la fame in India, il razzismo in America, il colonialismo in Africa, contro il totalitarismo comunista, il fascismo, il capitalismo e l’ipocrisia democratica. Sulle lotte per i diritti civili i riferimenti spaziano da Martin Luther King a Betrand Russel. Dall’America, la New Left (Noam Chomsky, Paul Avrich, Murray Bookchin…), insieme ai movimenti pacifisti e antiautoritari degli studenti, agli hippies, tutti impegnati nella mobilitazione contro la guerra in Vietnam, “contagia” le giovani generazioni europee ed italiane. Dall’Olanda, il movimento di contestazione libertaria Provos, che si richiama all’anarchismo di Domela Nieuwenhuis, trova i suoi sostenitori anche in Italia. C’è sintonia fra i movimenti della contestazione. Ed anche la beat generation diffonde pratiche libertarie anticonformiste contro patria, chiesa, famiglia e partito. Per il pacifismo, la nonviolenza, la fratellanza universale, la libertà di pensiero e l’amore libero.
Già nel 1966, si erano tenuti incontri europei tra giovani anarchici, per lo più studenti. Il primo si era tenuto nella primavera di quell’anno a Parigi, con la partecipazione di inglesi, belgi, spagnoli, francesi, olandesi, svedesi e italiani. All’ordine del giorno della discussione: questione giovanile, Provos, mobilitazione contro la bomba atomica, antifranchismo, anti-elettoralismo, sindacalismo, organizzazione interna, programmazione di un campeggio internazionale a Marsiglia. Dopo Parigi il successivo appuntamento è in Italia, a Milano, dove – nel dicembre 1966 – si tiene la Conferenza Europea della Gioventù Anarchica. La “tre giorni” (a cui partecipano anche ragazze e ragazzi provenienti da Francia, Germania occidentale, Spagna, Svezia, Danimarca, Olanda, Belgio e Inghilterra) si conclude davanti al consolato spagnolo dove si espone una garrota in legno e si reclama libertà per gli antifascisti iberici. Un corteo è sciolto dalla polizia mentre effettua un girotondo intorno all’albero di Natale in piazza Duomo. Milano e Roma si confermano in questo periodo come importanti laboratori culturali giovanili, luoghi d’intrecci fra militanti della FAGI, i cosiddetti “capelloni”, e il movimento della contestazione studentesca. Nel capoluogo lombardo (peraltro già epicentro del famoso caso «La Zanzara» al liceo Parini e di imponenti manifestazioni contro i bombardamenti americani in Vietnam) escono i primi numeri tirati a ciclostile di «Mondo Beat» e di «Provo», ambedue stampati presso sedi anarchiche. Nella capitale i gruppi “Provos Roma 1” e FAGI “Alba Nuova” promuovono azioni solidali con l’antifranchismo spagnolo.
La FAGI rappresenta una sigla di riferimento assai conosciuta negli ambienti studenteschi e universitari delle grandi città. Essa è particolarmente attiva in questa fase con numerose iniziative pubbliche e convegni organizzativi – marce della pace, manifestazioni di sostegno agli obiettori di coscienza, scioperi della fame antifranchisti, cortei di protesta (a Roma quando viene ucciso lo studente socialista Paolo Rossi) – nei contatti, davvero assidui, con l’associazione universitaria UGI (Unione Goliardica Italiana), con il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) e con il Partito Radicale. In un volantino firmato “Universitari aderenti alla FAGI” e distribuito all’università di Pisa si proclama lo sciopero a oltranza e si fissano cinque punti della piattaforma rivendicativa:
  1. Per una cultura vera, cioè aperta alla critica, in sostituzione di quella ufficiale e nozionistica;
  2. Per una scuola aperta a tutti;
  3. Per un maggiore potere decisionale degli studenti nella formulazione dei programmi scolastici;
  4. Per la sostituzione delle lezioni accademiche con dei seminari di studi, in collaborazione e non sotto la direzione dei professori;
  5. Per una scuola libera dalla tutela del manganello.
A Genova, nel febbraio 1967, si realizza un meeting nazionale fra Provos e anarchici. Il discorso prosegue a Carrara con il “Primo convegno italiano della gioventù protestataria”. Beatnik, Provos, “cavalieri del nulla”, aderenti alla FAGI discutono di pacifismo e di comuni percorsi libertari, socializzano esperienze on the road. È questa una tappa fondamentale per future azioni comuni e reciproche “contaminazioni”. Nell’estate del medesimo anno il Circolo Sacco e Vanzetti di Milano organizza un “Campeggio internazionale della gioventù libertaria” sulle rive del lago di Como, occasione di confronto e di incontri che mette in serio allarme le autorità. La FAGI tiene, prima a Firenze e quindi a Bologna, due importanti convegni nazionali a cui partecipano delegati provenienti da Toscana, Emilia, Liguria, Umbria, Lazio, Campania e Calabria (“giovani, nella maggior parte capelloni” annotano le carte di polizia). All’ordine del giorno: preparazione dell’imminente incontro giovanile europeo di Dordrecht (Olanda); analisi e critica dello statuto della Union des Groupes Anarchistes Communistes di Francia; pratiche anarcosindacaliste in Italia. Antimilitarismo e pacifismo rimangono i terreni principali di intervento, e gli studenti si trovano spesso a fianco dei radicali e degli anarchici nelle varie iniziative di protesta contro le basi Nato, e di obiettori di coscienza come Andrea Valcarenghi, “provo di Onda Verde”. Contestualmente si sviluppa una formidabile rete di solidarietà con la lotta dei popoli oppressi dal fascismo in Europa.
A novembre del 1967, a Firenze nel giorno delle celebrazioni per la festa delle Forze Armate, si verificano fatti incresciosi che suscitano molto clamore mediatico. La polizia mette in stato d’assedio il centro del capoluogo toscano; si effettuano settecento fermi, decine di perquisizioni, sequestri di materiale a stampa, irruzioni notturne all’Ostello della Gioventù e all’Albergo Popolare; la sede del Circolo Berneri è devastata. Si apre la “caccia al capellone” invocata a gran voce dalla così detta opinione pubblica benpensante. L’operazione è suggerita dalla concomitanza in città, certo non del tutto casuale, tra un raduno degli “Angeli del fango” (i giovani studenti che avevano aiutato i fiorentini nell’alluvione del 1966), un congresso nazionale del Partito Radicale, una marcia e una veglia della pace – poi vietati dalla questura – promossi da gruppo giovanile anarchico, movimento studentesco “Avanguardia 67” e gruppo Provo fiorentino.
Le tematiche giovanili vengono sempre più approfondite nella pubblicistica libertaria. Corrispondenze, cronache di lotte studentesche e occupazioni pervengono quasi ogni settimana alla redazione di «Umanità Nova» dalle università. A Pisa, Firenze, Milano, Roma, Torino, Padova, Trento, Perugia e Napoli gli anarchici sono dunque a vario titolo – come estemporanei gruppi giovanili, individualità isolate o come FAGI – parte attiva nel movimento. La  intanto si dichiara apertamente “solidale con gli studenti”.

Cosa significa essere proudhoniani

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Di Lorenzo Vitelli
 In seguito alla pubblicazione di “Che cos’è la proprietà?”, nel 1840 Marx rimase particolarmente affascinato da Proudhon e riprese molti spunti dell’anarchico per elaborare le sue teorie sull’estorsione del plus-valore. I due intrattennero una relazione amichevole che si interruppe quando Proudhon pubblicò la “Filosofia della miseria” dove metteva in guardia il proletariatodalle nuove favole e utopie dialettiche che i critici del capitalismo stavano mettendo in piedi. Marx trattò Proudhon da piccolo borghese, la cui cattiva coscienza (il dualismo tipico della borghesia, una mano al portafogli, l’altra a scrivere trattati morali) lo costringeva a rimanere attaccato ai suoi interessi materiali. Proudhon, però, era figlio di un birraio e di una contadina, era nato con la zappa in mano, e affrontò in prima persona le barricate di Parigi del ’48 e la prigionia per aver criticato sulle colonne di “Le représentant du Peuple” Napoleone III. Era tutto meno che un piccolo-borghese. Il dissidio tra Marx e Proudhon nasce quindi nel diverso e primordiale approccio che i due pensatori hanno nei confronti della realtà. Essere proudhoniani significa credere nella spontaneità dell’azione umana, e non nel suo determinismo meccanico, credere nell’individuo e nella libera disposizione dei mezzi di sussistenza. Essere proudhoniani vuol dire pensare il mondo senza le astrazioni hegeliane o i processi dialettici ma guardando la realtà in tutte le sue sfumature, con la convinzione che nel pluralismo, nella diversità, e nell’ordine senza potererisiedano i principi per restituire alla società la sua autonomia. La libertà in Proudhon vuol dire autogestione, auto-emancipazione, auto-realizzazione. Nessun sistema politico, né il comunismo, né la democrazia, possono regalare ed elargire diritti e libertà. «Chi parla di umanità vuol trarvi in inganno»diceva, sulla scia di un altro anarchico, Henry David Thoreau, che affermava:
«Se sapessi per certo che qualcuno sta venendo a casa mia col deliberato proposito di farmi del bene, scapperei a gambe levate».
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«Il lavoro è il primo attributo, il carattere essenziale dell’uomo. L’uomo è lavoratore, vale a dire creatore e poeta: emette delle idee e dei segni; rifacendo la natura, egli produce dal suo intimo, vive nella sua sostanza»
In Proudhon all’esclamazione vilipesa dalla critica – «la proprietà è un furto» – fa seguito un’altra e meno nota appendice: «la proprietà è la libertà». Questa ambiguità ha dato ai suoi detrattori la possibilità di bollarlo quale pensatore contraddittorio. Ma in questa apparente contraddizione sopravvive tutta la sua ricchezza d’analisi. La proprietà in Proudhon viene difesa quando è piccola e motivata dal lavoro e non dall’abuso o dalla speculazione, quando è fonte di uguaglianza e non di soprusi. Da qui nasce anche il progetto della Banca del Popolo. Invece di richiamarsi ad una rivoluzione determinata dall’evolvere dei rapporti di produzione, Proudhon vuole ribaltare l’ordine costituito partendo dall’economia reale, concreta e quotidiana, di un Banca di credito gratuito che possa fare del popolo il proprio finanziatore, eliminando l’intermediario della moneta e del prestito ad interesse per riequilibrare la simmetria tra capitale e lavoro. Quale pensiero, oggi, si rivela più utile e fecondo per un’Italia che ha fondato la sua prosperità sulle sue piccole e medie imprese, sull’iniziativa individuale, sull’artigianato e il settore manifatturiero in generale? Proudhon ha avuto una fortuna oggi dimenticata. Ha influenzato Sorel e Maurras, Bakunin e Kropotkin, Tolstoj e Dostoevskij, nonché la frangia anti-marxista dei repubblicani durante la guerra civile spagnola, i socialisti liberali di Rosselli, l’anarchismo di Berneri. Insomma ha influenzato, insieme alla destra maurrassiana, tutta una porzione della sinistra che voleva risolvere l’annosa “questione sociale” senza approdare al dirigismo, l’autoritarismo, il collettivismo comunista e le utopie marxiste. Alla morte di Proudhon, Marx, pur con qualche riserva iniziale, scrisse in una lettera all’amico J.-B. Schweitzer, dirigente del movimento operaio tedesco:
«L’audacia provocante con la quale affronta il “santuario” economico, i paradossi spirituali con i quali si prende gioco del monotono senso comune borghese, la sua critica corrosiva, la sua amara ironia, il sentimento profondo e vero di rivolta contro le infamie dell’ordine costituito, il suo sobrio spirito rivoluzionario, ecco quello che spiega l’effetto “elettrico” e sconvolgente che provocò»
 FONTE:http://www.lintellettualedissidente.it/inattuali/cosa-significa-essere-proudhoniani/

Max Nettlau- Panarchia, una idea dimenticata del 1860


Di Max Nettlau *


Quando appare una nuova intuizione scientifica, coloro che la condividono vanno avanti sulla nuova strada, senza cercare di persuadere i vecchi professori che non vogliono o possono seguire, né tentare di forzarli ad accettare le nuove idee, o eliminarli. Costoro, se il nuovo metodo è valido, rimangono indietro, si atrofizzano e rinsecchiscono. Purtroppo, in molti casi, la cattiveria e la stupidità possono generare molti ostacoli alla nuova idea. Perciò, per giungere alla tolleranza reciproca bisogna combattere dure lotte, fino a farla diventare una realtà. Solo allora ogni cosa può procedere in maniera automatica, la scienza fiorisce e prospera, in quanto la condizione necessaria per qualsiasi progresso, vale a dire la libertà di sperimentare e fare ricerca, è stata realizzata.
In nessun caso si dovrebbe tentare di “porre ogni cosa sotto un unico controllo.” Persino lo stato non è riuscito in questo intento. I socialisti e gli anarchici si sono svincolati dal suo potere. E anche noi, anti-statalisti, non avremo alcuna possibilità di successo in un tentativo simile, perché le persone che sono a favore dello stato esisteranno sempre. Dovremmo peraltro essere soddisfatti di non dover trascinar,e nella nostra società libera, un sostenitore dello stato, incallito nella sua idea.
Il problema che ci si pone di frequente, e cioè quale comportamento si dovrebbe tenere nei confronti dei reazionari che sono refrattari alla libertà, sarebbe quindi risolto in maniera molto semplice: si tengano pure il loro Stato per tutto il tempo che vogliono, per noi non ha più alcuna importanza. Lo Stato avrebbe per noi lo stesso significato e potere che avrebbero le idee strambe di una setta religiosa a cui nessuno presta attenzione. Questo si verificherà prima o poi: la libertà si fa strada dappertutto.
Una volta, mentre ero in battello sul lago di Como, un’insegnante di Milano salì con una scolaresca numerosa. Ella voleva che tutti gli alunni stessero seduti, per cui passava da un gruppo all’altro ordinando loro di sedersi. Ma, non appena si voltava da un’altra parte, quasi tutti si alzavano di nuovo, e ogniqualvolta ella riteneva di averli tutti sotto controllo e di avere esaurito il suo compito, li trovava di nuovo in piedi e in movimento, in maniera disordinata come all’inizio. Invece di arrabbiarsi, spazientita, la giovane donna rise della situazione e lasciò i ragazzi in pace. A quel punto la maggior parte di essi si sedette di propria iniziativa.
Questo è solo un esempio banale di come le cose, lasciate a sé stesse, spesso si risolvono nel migliore dei modi.
Per cui, ancor prima che l’idea della tolleranza reciproca si faccia strada nelle vicende politiche e in quelle sociali, noi non potremmo far di meglio che prepararci ad applicarla nella nostra vita quotidiana e nel nostro modo di pensare. Invece, quante volte agiamo in maniera opposta alla tolleranza?
Queste parole intendono mostrare quanto io sia attratto da questa idea e voglio comunicare ad altri il mio entusiasmo nell’aver scoperto lo scritto dimenticato di un precursore di questa idea della tolleranza, un' idea di cui non si parla tanto nella nostra letteratura anarchica, e che molti avversano.
Mi riferisco all’articolo Panarchia di P.E. de Puydt apparso nella Revue Trimestrielle (Bruxelles), Luglio 1860, pagine 222-245. L’autore, che mi era del tutto ignoto e di cui non mi sono curato di saperne di più per non guastare la stima che ho delle sue idee, è estraneo ai movimenti sociali. Nonostante ciò, egli ha una visione chiara e lucida di quanto l’attuale sistema politico, in base al quale tutti devono sottomettersi ad un governo costituito sulle decisioni di una maggioranza, cozzi contro le esigenze di base della libertà. Pur senza identificarmi con le sue proposte immediate, o pretendendo di presentarle in maniera esauriente, desidero riassumere le sue idee e citare alcuni passaggi.
Il lettore si sentirà più prossimo a queste idee se sostituirà, nella sua mente, alla parola “governo” che il nostro autore usa di continuo, l’espressione “organizzazione sociale,” soprattutto tenendo conto del fatto che egli invoca la coesistenza di tutte le forme di governo fino ad includere anche “l’An-archiadel Signor Proudhon.” Ogni forma di governo applicata solo ai suoi effettivi sostenitori.
L’autore dichiara di essere a favore degli insegnamenti di politica economica che sostengono il laissez-faire, laissez passer (la Scuola di Manchester della libera concorrenza, senza intromissione dello Stato). Per lui non esistono mezze verità. Da ciò egli giunge alla conclusione che la regola della libera concorrenza, laissez-faire, laissez passer, non si applica solo alle relazioni industriali e commerciali, ma dovrebbe essere introdotta anche nella sfera politica.
Alcuni affermano che vi è troppa libertà, altri che non ve ne è abbastanza. In realtà, quella che manca è la libertà fondamentale, proprio quella  di cui ognuno ha bisogno: la libertà di voler essere o non essere liberi. Ognuno decide, al riguardo, in maniera personale e, dal momento che vi sono tante opinioni quanti sono gli esseri umani, quello che ne risulta è la confusione nota sotto il nome di politica. La libertà degli uni è la negazione della libertà degli altri. Anche il migliore governo possibile non rispecchia mai la volontà di tutti. Esistono vincitori e vinti, oppressori in nome delle leggi vigenti e ribelli in nome della libertà.
Intendo io proporre il mio personale sistema? Niente affatto! Io sono a favore di tutti i sistemi, vale a dire di tutte le forme di governo che trovano sostenitori. Ogni sistema è come un blocco di appartamenti in cui il proprietario e i maggiori locatari godono dei locali migliori e si sentono a loro agio. Gli altri, per i quali non vi è spazio sufficiente, sono scontenti. Io odio i violenti che vogliono distruggere tutto, così come odio i tiranni che vogliono imporre la loro volontà a tutti. Coloro che sono insoddisfatti dovrebbero andare per la loro strada, ma senza distruggere l’edificio; quello che a loro non piace, potrebbe andar bene ai loro vicini.
Dovrebbero allora emigrare? Cercare, in qualche parte del vasto mondo, un altro governo? Niente affatto. Le persone non devono essere catapultate da un luogo all'altro in base alle loro opinioni. “Io desidero che si continui a vivere assieme, lì dove si è o anche altrove, se così si vuole, senza lotte, fraternamente, rimanendo ognuno libero di esprimere le proprie idee e soggetto solo a quei poteri che ciascuno ha direttamente eletto o accettato.”
Ritorniamo in argomento. “Nulla si sviluppa e dura se non è basato sulla libertà. Nulla di ciò che esiste perdura e funziona con successo tranne che attraverso il libero gioco di tutte le sue parti. Altrimenti c’è perdita di energia attraverso continue frizioni, rapida usura degli ingranaggi, ripetute rotture e incidenti. Perciò io chiedo che, singolarmente, tutti i componenti della società umana dispongano della libertà di associarsi con altri secondo la loro scelta e affinità, agendo in sintonia con le loro capacità. In altre parole, godendo dell’assoluto diritto di scegliere la società politica nella quale essi vogliono vivere e dipendendo solo da essa.”
Oggi un repubblicano cerca di abbattere lo Stato esistente per istituire il suo Stato ideale ed è combattuto, in quanto nemico, da tutti i monarchici e da coloro che non condividono quell’idea. Secondo la concezione del nostro autore, invece, si dovrebbe procedere in una maniera simile a come si fa per la separazione legale o per il divorzio nelle relazioni familiari. Egli avanza una tale possibilità di dissociazione anche nel campo politico, una scelta che non danneggerebbe alcuno. Ci si vuole separare politicamente? Nulla di più semplice che andare per la propria strada, ma senza calpestare i diritti e le opinioni di altri che, dal canto loro, dovrebbero solo fare un po’ di spazio lasciando a costoro la piena libertà di realizzare il proprio sistema.
In pratica sarebbe sufficiente disporre di un ufficio del registro. In ogni municipalità si aprirebbe un ufficio per l’appartenenza al governo politico degli individui. Le persone adulte si registrerebbero secondo le loro preferenze, nella lista della monarchia, della repubblica o di qualsiasi altro orientamento. Da questo momento in poi non si sarebbe più toccati dal sistema governativo degli altri.
Ogni sistema si organizza autonomamente, ha i suoi propri rappresentanti, leggi, giudici, tasse, senza preoccuparsi se vi sono due o dieci altre organizzazioni simili, una accanto all’altra. Per quanto riguarda le dispute che dovessero sorgere tra questi organismi, sarà sufficiente ricorrere a tribunali arbitrali come si fa tra persone amiche. Probabilmente vi saranno molte materie in comune tra tutti gli organismi, che potrebbero essere regolate tramite accordi reciproci, come avviene, ad esempio, nelle relazioni tra i Cantoni Svizzeri o tra gli Stati Americani nell’ambito della loro federazione.
Potrebbero esserci individui che non vogliono far parte di alcun organismo. Essi possono diffondere le loro idee e cercare di aumentare il numero dei loro sostenitori fino a quando non abbiano raggiunto un livello necessario per gestire un bilancio, vale a dire per pagarsi una propria amministrazione che istituisca i servizi che essi richiedono. Fino a quel momento essi dovrebbero aggregarsi ad uno degli organismi di governo già esistenti. Questo per motivi essenzialmente finanziari.
La libertà deve essere così estesa che deve includere anche il diritto a non essere liberi. Quindi clericalismo e assolutismo per coloro che desiderino ciò. Vi sarà pertanto libera competizione tra sistemi governativi. I governi dovranno funzionare bene per assicurarsi simpatizzanti e utenti. Ognuno resta a casa sua, senza dover rinunciare a qualcosa che gli è caro. L’unico sforzo richiesto è una semplice dichiarazione presso l’ufficio politico del Comune e, senza nemmeno cambiarsi di vestaglia e pantofole, si potrà passare dalla repubblica alla monarchia, dal parlamentarismo all’autocrazia, dall’oligarchia alla democrazia o persino all’an-archia del signor Proudhon, a discrezione personale.
“Sei insoddisfatto del tuo governo? Prendine un altro che ti vada bene” - senza rivolta o rivoluzione e senza alcun disordine - semplicemente recandoti all’ufficio del registro politico. I vecchi governi possono continuare ad esistere fino a quando la libertà di sperimentare, qui proposta, porterà al loro declino e caduta. Una sola cosa si richiede: la libertà di scegliere.
Libera scelta, concorrenza - questo sarà, un giorno, anche il motto del mondo politico.
Non c’è il rischio che tutto ciò porti ad un caos indescrivibile?
Ognuno dovrebbe solo richiamare alla memoria i tempi quando ci si scannava l’un l’altro nelle guerre di religione. Che cosa è avvenuto di quegli odi mortali? Il progresso dello spirito umano li ha spazzati via come fa il vento con le ultime foglie d’autunno. Le diverse religioni, nel cui nome si bruciavano e si torturavano le persone, ora coesistono pacificamente, l’una accanto all’altra. E soprattutto là dove parecchie fedi religiose convivono, ognuna di esse è più che mai interessata alla propria dignità e alla propria purezza. Ciò che è stato possibile in quella sfera, nonostante tutti gli ostacoli, non sarebbe ugualmente possibile nell’ambito politico? Al giorno d’oggi i governi esistono solo escludendo qualsiasi altro potere, ogni partito domina dopo aver sconfitto i suoi oppositori e la maggioranza opprime la minoranza; è quindi inevitabile che le minoranze e gli oppressi rumoreggino e intrighino e aspettino solo il momento adatto per la vendetta e per conquistare finalmente il potere. Ma quando ogni coercizione è abolita, quando ogni persona adulta ha, in ogni momento, una assoluta libertà di scelta per tutto ciò che lo concerne, allora qualsiasi sterile lotta diventerebbe impossibile.
Se i governi fossero sottomessi al principio della libera sperimentazione e alla libera concorrenza, essi si darebbero da fare per diventare migliori e più efficienti. Niente più distacco e altezzosità che nascondono solo il vuoto. Il loro successo consisterebbe esclusivamente nel fare meglio e a costo minore degli altri. Le energie attualmente perse in maneggi infruttuosi, in dissidi e resistenze, saranno tutte indirizzate verso il fine di promuovere il progresso e la felicità degli esseri umani, in modi straordinari e non ancora esplorati.
Alcuni potrebbero avanzare l'obiezione che, dopo tutti questi esperimenti con governi di ogni tipo, si ritornerà alla fine ad un unico governo, quello migliore. Riguardo a ciò, l’autore fa notare che, anche se questo fosse il caso, tale accordo generale sarebbe stato raggiunto attraverso il libero gioco di tutte le energie. Ma questo potrebbe avvenire solo in un futuro lontano, “quando la funzione di governo sarà ricondotta, per comune accordo, alla sua più semplice espressione.” Attualmente le persone hanno idee differenti e costumi così vari che si rende necessaria una molteplicità di governi.
Una persona vuole una vita piena di esperienze eccitanti e di lotte, un’altra desidera la tranquillità, un’altra ancora ha bisogno di incoraggiamento e aiuto, una quarta, un tipo geniale, non tollera alcuna guida. Uno vorrebbe una repubblica fatta di sottomissione e rinunce, un altro desidera la monarchia assoluta con la sua pompa e il suo splendore. L’oratore vuole un parlamento, la persona silenziosa invece è contro tutto questo blaterare. Vi sono cervelli forti e menti deboli, persone ambiziose e gente semplice che si contenta di poco. Vi sono altrettanti caratteri quante sono le persone, altrettanti bisogni quante sono le differenti nature. Come si potrebbero soddisfare tutti con un’unica forma di governo? Le persone appagate saranno sempre una minoranza. Persino un governo perfetto troverebbe chi vi si oppone. Nel sistema proposto, invece, tutte le divergenze non sarebbero altro che bisticci domestici, con il divorzio quale rimedio estremo.
I governi sarebbero in concorrenza tra di loro e coloro che si associano ai governi sarebbero del tutto leali in quanto esisterebbe piena concordanza tra il governo scelto e le proprie idee.
Come si potrebbero ripartire tutte queste persone? Io credo nel “potere sovrano della libertà di far sorgere la pace tra le persone.” Non posso certo prevedere il giorno e l’ora in cui questa armonia sorgerà. La mia idea è come un seme gettato al vento. Chi in passato avrebbe pensato all’avvento della libertà di coscienza e chi la metterebbe in discussione al giorno d’oggi? Per la realizzazione pratica dell’idea si potrebbe, ad esempio, fissare in un anno il periodo minimo di appartenenza ad una forma di governo. Ogni gruppo convoca i suoi membri ogni qualvolta ne senta la necessità, come fa una chiesa rispetto ai propri fedeli o una società per azioni nei confronti dei suoi azionisti.
La coesistenza di vari governi porterà forse ad un flusso enorme di burocrati e ad un corrispondente spreco di energie? Questa obiezione è importante. In ogni caso, quando un tale eccesso fosse avvertito, si troverebbe una soluzione. Solo gli organismi davvero efficienti sopravviverebbero, e gli altri deperirebbero progressivamente per mancanza di sostenitori.
Le classi dirigenti e i partiti attualmente dominanti saranno favorevoli a tale proposta?
Sarebbe nel loro interesse che lo fossero. Essi sarebbero meno forti, potendo fare affidamento su un numero minore di aderenti, ma tutti i sostenitori volontari si adeguerebbero in maniera totale alla volontà dei governi. Non ci sarebbe bisogno di alcuna coercizione nei confronti dei soggetti, di nessun soldato, di nessun gendarme, di nessun poliziotto. Non ci sarebbero né congiure né usurpazioni. Ognuno e nessuno sarebbero legittimi. Potrebbe accadere che un governo andasse in liquidazione e, in una fase successiva, qualora riuscisse a trovare altri sostenitori, ritornerebbe sulla scena attraverso un semplice atto costitutivo, come avviene per una società per azioni. La piccola quota versata per la registrazione dovrebbe essere sufficiente per finanziare gli uffici di registro. Sarebbe un meccanismo così semplice che anche un bambino riuscirebbe a gestirlo, e, nonostante la sua semplicità, risponderebbe ai bisogni di tutti. È così semplice ed efficace che sono certo che nessuno vorrà saperne; l’essere umano essendo così com’è …
Lo stile e il modo di ragionare dell’autore, de Puydt, mi ricordano in parte Anselme Bellegarrigue, come ci è apparso nei suoi numerosi articoli sul quotidiano di Toulouse del 1849, Civilisation. Idee simili in materia di tasse sono state formulate in epoca successiva e nel corso di alcuni anni soprattutto daAuberon Herbert (voluntary taxation). Il fatto che tutte queste elaborazioni ci sembrino oggi più plausibili che ai lettori del 1860, dimostra che almeno qualche progresso è stato compiuto. L’aspetto importante è di dare a queste idee il tipo di espressione che corrisponde ai sentimenti e alle esigenze attuali e di porre le basi per la sua realizzazione. Ciò che mancava, nel ragionamento freddo e pacato di questo autore isolato del 1860, è la riflessione su quali iniziative intraprendere per l'attuazione dell'idea. Non potrebbe essere questo l’aspetto che renderebbe oggi la discussione di questi temi molto più promettente e ricca di sviluppi futuri?

Nota
Questo articolo, datato 22-2-1909, firmato con le iniziali dell’autore M.N. apparve il 15-3-1909 nel giornale “Der Sozialist” di Gustav Landauer. Fu ristampato per iniziativa di Leo Kasarnowski (successivamente editore di Mackay) che identificò nelle lettere M.N. lo storico dell'anarchia Max Nettlau, nel giornale “L’anarchico individualista” (edito da Benedikt Lachmann), Berlino 1920, pagg. 410-417.

*Max Nettlau-Paanarchia
Una idea dimenticata del 1860
(1909)


"Stati Virtuali": la Panarchia e il panarchismo nella società contemporanea

Di Raffaele Alberto Ventura
 La panarchia sta per tornare di moda: e dire che non lo è mai stata. Le prestigiose edizioni universitarie Routledge hanno da poco pubblicato l’antologia Panarchy. Political Theories of Non-Territorial States che segna di fatto il debutto in società di una dottrina che ha molti padri.
Il primo è Paul Émile de Puydt, un botanico belga che nel 1860 pubblica sulla Revue Trimestrielle di Bruxelles un articolo intitolato appunto “Panarchia“. L’autore, “appassionato di economia politica”, vi presenta la sua curiosa “invenzione” ovvero un ambizioso progetto di riforma sociale che, per sua sfortuna, cadrà direttamente nel dimenticatoio. E ci sarebbe rimasto per sempre se negli anni 50 l’attivista libertario tedesco John Zube non avesse scoperto, tradotto e archiviato il testo, per poi smarrire l’originale nel suo esodo verso l’Australia dove tuttora vive.
De Puydt, Orchidea (1880).
E questo ci porta al secondo padre. Senza nulla conoscere del precedente, Gian Piero de Bellis ha semplicemente reinventato la parola alla fine del suo saggio Poliarchia: un paradigma pubblicato in rete nel 2000. Pochi mesi dopo il vecchio John Zube lo contatta e gli rivela l’esistenza del testo di de Puydt, cosicché de Bellis comincia a indagare la storia del concetto. Dopo lunghe ricerche, riesce a ritrovare un esemplare dell’articolo originale alla Bibliothèque Royale de Belgique e fonda il sito panarchy.org, che raccoglie suoi testi inediti e altro materiale. Così inizia la costruzione retrospettiva di una nuova tradizione intellettuale a metà strada tra anarchismo elibertarianismo, nella quale convergono autori tra loro inconciliabili come il liberale Gustave de Molinari e l’anarchico Max Nettlau. A nutrire la riflessione intervengono anche nomi molto diversi come Marx e Rothbard, Hilferding e von Mises, Marcuse e Stirner, Schumpeter e Illich. Questo spudorato eclettismo è la chiave di tutto, perché secondo de Bellis sarebbero le vecchie categorie politiche a tenerci prigionieri di alternative sterili.
Di panarchia continua a non parlare praticamente nessuno, ma le idee sono nell’aria. Tutto sta nel riuscire ad agglutinarle attorno a quella parola. Rilevando delle affinità nella riflessione di uno studioso dell’università di Harvard, Aviezer Tucker, de Bellis lo contatta e lo istruisce sulla panarchia. Anche in questo caso, il concetto sembra riempire un vuoto e fa scattare qualcosa. È lui il terzo padre che cercavamo: nel corso delle sue ricerche sugli “stati non-territoriali” e sull’ideologia della Silicon Valley, Tucker finisce per fare della panarchia la chiave di volta di una teoria metapolitica che formula in due articoli del 2010. Il titolo del secondo è emblematico: “Sovereignty without Territory, Emigration without Movement: The Panarchist Solution”.
Sovranità senza territorio
È in questo articolo che Tucker avverte: “È possibile svincolare la sovranità dalla territorialità ovvero immaginare stati non-territoriali”. Ovvero stati virtuali. Così facendo, sostiene lo studioso con allegro ottimismo, “i fenomeni migratori cesserebbero di essere un problema politico”. Ma in fin dei conti non è che abbiamo davvero una scelta: secondo Tucker “sono le stesse trasformazioni tecnologiche ed economiche associate alla globalizzazione che di fatto stanno avvicinando la situazione mondiale a uno stato di panarchia”.
L’antologia uscita per Routledge, curata proprio da Tucker e de Bellis, si prefigge l’obiettivo di indagare l’attualità del concetto di panarchia a fronte dell’emergenza di fenomeni disparati: il risveglio dei nazionalismi, la coesistenza di culture negli spazi urbani, lo sviluppo del cloudcomputing, dei social network e delle cripto-valute come Bitcoin, ma anche la nascita delle cosiddette “micronazioni“. Fenomeni per i quali le categorie politico-giuridiche tradizionali si mostrano inadeguate e per i quali la trasformazione della politica in una “cloud” pare una conseguenza plausibile.
Panarchy, Political theories of Non-Territorial States, Routledge 2015.
Ma che cos’è, dunque, la panarchia? Ci sono tante idee di panarchia quanti sono i suoi padri, quindi cominciamo dal primo. Per molti aspetti Paul Émile de Puydt, peraltro notevolissimo acquarellista di orchidee, non è altro che un liberale classico, molto classico. Un seguace di Adam Smith insomma. Ma basta valicare lo scoglio dei suoi peana di circostanza in onore del Laissez-faire per arrivare al cuore della sua originale proposta politica. L’idea è semplice: poiché gli uomini non riescono a mettersi d’accordo su una forma di governo che convenga a tutti, de Puydt propone che ogni uomo scelga per sé il regime che preferisce: “Radunatevi in assemblea, redigete il vostro programma, formulate il vostro bilancio, aprite delle liste di adesione, contatevi, e se voi siete in numero sufficiente per sopportarne i costi, fondate la vostra repubblica”.
Al che logicamente scatta la domanda retorica: “Dove questo? Nelle Pampas?”. De Puydt risponde: “Non proprio, ma qui, dove voi siete, senza alcuno spostamento.” E in pratica come si fa? Semplice, dice lui: “Apriamo, in ogni comune, un nuovo ufficio, l’ufficio dello stato politico. Questo ufficio fa pervenire, ad ogni cittadino maggiorenne, un formulario da riempire, come quello per le imposte o per la tassa sui cani. “Domanda: qual è la forma di governo che voi desiderate?” Voi rispondete in tutta libertà: monarchia, o democrazia, o altro”.
Di panarchia continua a non parlare praticamente nessuno, ma le idee sono nell’aria.
Così formulato il sistema è ingenuo; né risulta immediatamente chiara la sua utilità. Ma l’idea di fondo è suggestiva perché scuote alle fondamenta uno dei capisaldi dello Stato moderno: l’associazione necessaria tra un territorio e un ordinamento giuridico. E se fosse invece possibile immaginare una sovrapposizione di ordinamenti svincolati da ogni organo territoriale? Ammettiamo pure che non sia possibile: al punto cui siamo arrivati, sarebbe comunquenecessario.
I panarchici e la società multiculturaleLa panarchia, secondo Aviezer Tucker, sarebbe la risposta alla crisi del cosiddetto Stato westfaliano. Nel 1648 la Pace di Westfalia aveva chiuso la stagione delle guerre di religione europee ratificando un principio formulato un secolo prima ad Augusta ed espresso nellamassima Cuius regio, eius religio. Vale a dire: alla popolazione stanziata entro ogni territorio corrisponde un sistema di regole da rispettare, protestante oppure cattolico secondo la confessione del sovrano. E a ogni sovrano, inoltre, è dovuto il riconoscimento da parte degli altri sovrani, che devono guardarsi dall’interferire nei reciproci affari.
La frammentazione del Sacro Romano Impero nel 1648.
In Westfalia si era posto il fondamento del moderno Stato-nazione, caratterizzato dalla piena sovranità sulla popolazione che si trova sul territorio controllato. Ma questo presupponeva una certa uniformità dei governati. Così per formare dei cittadini “adatti” alla convivenza, nel corso dell’Ottocento molti Stati europei iniziarono a investire in politiche d’istruzione (pubblica e obbligatoria) dei giovani e di assimilazione (forzata) delle minoranze. Ma ora che il fallimento dei modelli d’integrazione è sotto gli occhi di tutti, chi può ancora credere nell’efficacia di queste politiche? L’articolazione tra regio e religio si è definitivamente spezzata, e sul medesimo territorio coesistono ormai, talvolta con qualche difficoltà, gruppi culturalmente molto diversi che comprensibilmente reclamano di essere riconosciuti.
Se il XX secolo ha segnato la crisi dell’idea westfaliana di Stato –  generalizzando una condizione di “sovranità limitata” determinata da rapporti di forza geopolitici – il XXI sembra annunciare il suo definitivo tracollo. È la “società liquida” di cui parla Zygmunt Bauman e lo “stato di crisi” che dà il titolo al suo recente libro scritto con il sociologo Carlo Bordoni. Un multiculturalismo ipocrita e incapace di darsi un sistema di norme fondamentali. Nelle parole di Bauman: “Un sistema che riconosce la legittimità di culture diverse dalla nostra, ma ignora o rifiuta quanto vi è di sacro e non negoziabile in tali culture. Questa mancanza di autentico rispetto risulta profondamente umiliante”.
È per questo che, secondo i “panarchici”, la riflessione sulla coesistenza tra ordinamenti giuridici diventa urgente. Le differenti culture evidentemente continuano a esistere ma non ci sono più frontiere capaci di separarle. La società umana si dirige verso il suo massimo grado di entropia. Se teniamo alla pace civile dobbiamo dotarci degli strumenti metapolitici adatti a regolare l’inedita articolazione tra territorio e popolazione che caratterizza il nostro secolo. Ed ecco la soluzione: la panarchia, appunto.
Proprio come ha avuto un inizio, lo Stato westfaliano può anche avere una fine. Con la panarchia, il principio del Cuius regio, eius religio verrebbe contemporaneamente superato e pienamente realizzato: superato nella sua dimensione rigidamente spaziale, ma realizzato nella sua sostanza.
Se teniamo alla pace civile dobbiamo dotarci degli strumenti metapolitici adatti a regolare l’inedita articolazione tra territorio e popolazione che caratterizza il nostro secolo. Ed ecco la soluzione: la panarchia, appunto.
La fine dell’assolutismo giuridicoDe Puydt già notava che per fare coesistere diversi ordinamenti è necessario accordarsi su un set di meta-regole condivise. Ma perché queste regole comuni siano ritenute legittime e rispettate, è anche necessario che non entrino in conflitto con i valori “sacri e non negoziabili” di cui parla Bauman. Per limitare questo conflitto tra visioni del mondo divergenti, l’ideale panarchico prevede che le meta-regole valide per i differenti gruppi sociali siano in numero limitato e minimamente intrusive; in aperta controtendenza con la propensione dei moderni Stati di diritto a imporre all’intera società una singola idea di bene, di emancipazione e di progresso per mezzo di un colossale sistema di leggi che in gran parte dei casi non verranno nemmeno applicate. “Gli uni opprimono in nome del diritto” scriveva de Puydt, echeggiando Marx che vedeva nell’ordinamento giuridico uno strumento nelle mani di una singola classe sociale.
Schemi enigmatici.
La panarchia potrebbe sembrare una teoria dello Stato “minimo”; ma contrariamente al liberalismo non si tratta di un modello individualista, poiché le ulteriori funzioni politiche necessarie alla vita civile sono delegate a corpi intermedi. Così ogni gruppo potrebbe in realtà scegliersi lo Stato che vuole, minimo o massimo che sia, reazionario oppure libertario. La panarchia è anche una teoria della tolleranza radicale; ma questo non implica necessariamente uno Stato “molle”, bensì eventualmente uno stato tanto più forte quanto si limita a fare un numero limitato di cose che è effettivamente in grado di fare, piuttosto di pronunciare un numero esuberante di promesse che non può mantenere.
La società civile non sarebbe più un sistema eliocentrico composto da individui isolati che gravitano attorno allo Stato, ma una galassia strutturata da “zone temporaneamente autonome” (come direbbe Hakim Bey) in continua trasformazione, interazione e sovrapposizione. Non si tratterebbe in alcun modo di “ghettizzare” le diverse culture, poiché l’articolazione degli ordinamenti non seguirebbe un criterio topografico.
Se lasciamo da parte le scenette di De Puydt all’ufficio del comune, l’idea panarchica non è in sé utopistica. Diversi sistemi di norme positive in qualche modo già coesistono: ad esempio sullo stesso territorio il regolamento dei mezzi pubblici coesiste con il codice di giustizia sportiva che coesiste con il diritto canonico, eccetera. Questa articolazione ha persino un nome: pluralismo giuridico. L’idea non è nemmeno nuova poiché se crediamo al giurista Paolo Grossi un sistema simile era caratteristico dell’ordine giuridico medievale, dal titolo del suo libro del 1995: il diritto all’epoca non era prodotto da una singola entità ma da un insieme disomogeneo di soggetti. Era perciò un diritto vivo, flessibile, plurale, che aderiva ai fatti, contrariamente al nostro che impone un solo modello sociale e alla fine serve più che altro a dare lavoro a poliziotti e avvocati.
Secondo Grossi la storia successiva al Medioevo, dalla pace di Westfalia alla presa della Bastiglia, è stata invece la storia di come lo Stato si è progressivamente arrogato questo monopolio imponendo un vero e proprio assolutismo giuridico. Paolo Grossi, oggi membro della Corte Costituzionale, è senza dubbio un panarchico che non sa di esserlo; uno dei tanti autori che, con poca forzatura, si possono far salire sul carro della panarchia – assieme ai tanti e disparati che Gian Piero de Bellis ha già convocato in questa strana avventura.
TITOLO ORIGINALE:"Stati Virtuali"

Il pensiero,la storia e l'attivismo di Angelo Quattrocchi: dai movimenti controculturali passando per la casa editrice “Malatempora”

Di Andrea Zampieri

Se c’è una figura italiana che più di altre ha rappresentato tutte le peculiarità dei movimenti underground in Italia è senza dubbio quella di Angelo Quattrocchi.
Ogni sua manifestazione editoriale, politica e artistica, sempre in piena rottura con gli schemi precostituiti, s’è sempre sviluppata per piccoli passi, presto affidata su lunga distanza a quel tam-tam tipicamente underground che era ed è il caro, vecchio fenomeno del “Passaparola”.
Soprattutto agli albori, quando la “rete” non esisteva, ed ogni iniziativa si muoveva in ambito anche internazionale solo grazie agli sforzi di quella “Setta di Insetti” che era la comunità underground, misurando le distanza tra persone in chilometri e giornate di viaggio, e non in Bytes al secondo. Ogni passo era un passo reale.
Ma erano passi decisi, fatti in direzioni precise, immaginando orizzonti ampi, ma ben delineati.
Fino a realizzare un mondo culturale ed editoriale pressoché unico in Italia, prima con il fenomeno di Stampalternativa, e poi con l’editore Malatempora.
Nel mezzo, una serie sterminata di iniziative provocatorie, folli, scellerate e giocose, a volte dal piglio egocentrico tipico di Angelo, ma sempre decisamente efficaci.
Basti pensare alla oramai storica Lista Ippi, presentata alle elezioni politiche del 1972 insieme a Marcello Baraghini, con la complicità artistica di Matteo Guarnaccia per la realizzazione del noto simbolo di partito.
Oppure alla diffusione di testi decisamente scomodi per le epoche in cui Angelo decise di spingerli nelle mani dei lettori come benevole bombe emotive pronte ad esplodere per espanderne la coscienza. Penso, ad esempio, ai titoli “E quel maggio fu rivoluzione”, uscito a ridosso del maggio francese, “Come e perché difendersi dalla TV”, “Oltre la gelosia, l’Amore”, tutti scritti di suo pugno, ma anche ad una valanga di altri titoli e di altri autori che Angelo ha promosso e distribuito con le sue edizioni, dedicati alle tematiche dell’omosessualità, del vegetarianesimo, dell’incubo del G8 di Genova, e delle utopie comunitarie e movimenti hippi negli anni Settanta.
Tutto materiale che oggi, in tempi di piena crisi ideologica, è possibile riscoprire attualissimo grazie al catalogo di Malatempora (http://www.malatempora.com ).
Tutto quanto fin qui accennato è solo una piccola parte di quello che Angelo ha realizzato in una quarantina d’anni di militanza nelle prime file del movimento Underground internazionale ( Ha scritto e ravvivato anche testate underground oltre confine quali ad esempio OZ ). In rete è possibile trovare ampia documentazione in proposito, e meglio ancora sarebbe leggere il paragrafo dedicato ad Angelo nel libro Underground Italiana di Matteo Guarnaccia per farsi un’idea precisa sulla sua vita dal punto di vista artistico ed editoriale.
Ma qui vorrei ricordare e celebrare Angelo, che non ho avuto occasione di conoscere personalmente, ma tanto mi è caro per quanto sopra accennato, anche per quel che ha saputo rappresentare dal punto di vista personale, oltre che editoriale.
I due punti di vista, in effetti, convergono, come accade per le persone che esprimono coerenza in tutto e per tutto, dono più unico che raro di questi tempi.
Così accade che se si cerca in rete su canali nemmeno tanto alternativi, ci si imbatte in diverse testimonianze di amici di Angelo che ne descrivono gli aspetti più personali, per scoprire con positivo stupore che l’uomo e l’editore erano davvero la stessa persona.
Una persona spesso egocentrica, genuinamente schietta, a volte benevolmente polemica, difficilmente disposta a capitolare, ma che sviluppava queste caratteristiche per diffondere idee ed arricchire il pensiero degli altri, non certo per autocelebrarsi.
Tra i ricordi più personali (ma non dimentichiamolo, negli anni Settanta si diceva che “Il personale è politico”, e mai come oggi questo è ancora vero…) troviamo i racconti di amici che hanno partecipato agli incontri che Angelo teneva regolarmente a casa propria, aperti a chiunque avesse voglia di mettersi in gioco in un naturale fenomeno di scambio culturale, intellettuale, emotivo e fisico senza alcun limite precostituito se non il rispetto per sé e gli altri.
Una casa letteralmente sempre aperta, laddove l’apertura era intesa in senso strutturale ed attitudinale.
Tanto l’attività di editore ed agitatore controculturale quanto i gesti più personali insieme a molti altri dettagli della vita di Angelo hanno insegnato a diverse generazioni recenti come muoversi e sopravvivere combattendo pacificamente, ma con grande forza, le regole dell’establishment editoriale e non.
Quando si dice “Una vita vissuta nell’underground”, non si può non pensare ad Angelo.
La sua dipartita però, è avvenuta nel 2009 per una malattia che l’ha consumato piuttosto rapidamente, in un modo stranamente silenzioso, senza i clamori e i riconoscimenti ufficiali che pure un ambito sotterraneo e non allineato avrebbe dovuto riservargli.
Per questo le mie poche righe rappresentano semplicemente l’intenzione di non dimenticare una figura che a distanza di anni dalla sua scomparsa continua a sopravvivere attraverso il duro lavoro dell’editore Malatempora, del quale Angelo rappresenta ancora in pieno lo spirito.


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Di Duccio Dogheria
Nel 1971 pubblica Roman High, bilingue, 5 numeri in tutto, l’ultimo dei quali è contemporaneamente il primo della storica rivista Fallo!,
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 Nel ‘72 lo vediamo esponente della lista del partito Ippi (sic), mentre poco dopo appare in tribunale per la pubblicazione di Oltre la gelosia l’amore. Se il suo scritto più noto è forse E quel maggio fu rivoluzione, cronaca del ’68 parigino che Quattrocchi visse in prima persona, non meno interessanti le sue controinchieste Come e perché difendersi dalla TV , Veridica storia dei giubilei eLa battaglia di Genova. Di argomento assai diverso il suo ultimo lavoro, Carnalità, 99 brevissimi racconti erotici che toccano tutti i generi, dallo storico al fantascientifico al rosa al noir.


Nel 1998 fonda la casa editrice Malatempora, una cinquantina di testi diversissimi fra loro ma di matrice generalmente controculturale e movimentista: dall’analisi critica della contemporaneità alla storia dell’underground, dalla fiction estrema a quella nostrana (Nel paese di berlusconia), il tutto venduto attraverso canali in genere poco tradizionali (Internet e librerie dei Centri Sociali).
Questo il suo intervento:
Sono andato a Londra nei primissimi anni ‘60 ove ho avuto occasione di vivere una stagione beat (le marce di Aldermaston contro l’atomica) e in seguito hippy, quando arrivarono i Beatles. Lì collaborai con alcuni giornali underground, a cominciare dal londinese OZ Magazine. Nei primi ‘70 finisco a S. Francisco, ove scrivo per alcune riviste fondate insieme a John Wilcock, mitica figura dell’under transatlantico a New York (fondò con Mailer il Village Voice, e io ci scrissi...). Torno in Italia che sono già hippie e deciso ad aprire una stagione psichedelica qui, come l’avevo vissuta fuori, cercando di coniugare il politico e il personale, perché sono nato in quella temperie. In seguito sono andato a partecipare alla rivolta indiana dei Sioux a Wounded Knee, la cui cronaca ho ripubblicato ora in Malatempora (nel trentennale, raccontando la nascita del villaggio e la ripresa delle tradizioni indiane, mentre fuori eravamo circondati da CIA, FBI e rangers bianchi: una storia forte a rileggerla oggi, che ha segnato l’inizio del rinascimento indiano che ora è di tutti gli amerindi).
Ritorno in Italia e faccio Fallo!, che si ispira all’amico Jerry Rubin (autore di Do it!), con il quale avevo girato i campus americani. Penso che in qualche modo quel credo, buttarsi nell’azione e lasciare da parte le ideologie, mi abbia sempre accompagnato; anche oggi, che sto chiudendo il libro Movimento(che sarà in giro probabilmente quando leggerete questa), dico, ancora una volta, che la controcultura, la cultura alternativa, non deve avere né ideologie fisse, né leaders e leaderini, e che dev’essere orizzontale, e fare, fare, fare… Che ciascuno faccia quel che più gli piace, quello in cui più crede, contro le infinite malefatte del capitale, da quelle della Monsanto a quelle della Microsoft, per passare alla Novartis. E’ l’unione di politico e di personale (detto brutalmente), è il predicar bene ma il non razzolar male, come è stato per molti leaderini e leaderetti della mia generazione, che spero molto questo secondo movimento riesca ad evitare.Il primo movimento, quello anni ‘60-’70, quello anti-Vietnam, è stato vincente perché ha fermato quella guerra, convincendo i ragazzi che la facevano a disertare... E poi la mia esperienza nel Maggio francese, la cui testimonianza è raccolta ne E quel maggio fu: rivoluzione! (ora riedito da Nautilus, n.d.r.), mio primo libro, in inglese, che per molti è ancora il più forte... (maledizione, ne ho fatti una dozzina, dopo!) e che mi hanno tradotto, con mio grande orgoglio, anche in cinese, a Taiwan, e poi l’hanno contrabbandato dentro alla Cina.

...


Di Stefano Pistolini

Quattrocchi era un vulcanico casinista, un provocatore, ma anche un esploratore avanti sui tempi di ciò che in America succedeva dentro all’idea di costruire culture antagoniste. Fondò un paio di giornalini belli ed effimeri, dei quali con fatica si trova qualche traccia sulla Rete. Il primo di chiamava “Roma High” e il secondo, più ambizioso, era “Fallo!” come il libro di Jerry Rubin, che per Angelo era l’ispiratore, nonché il compagno di Beverly Axelrod, l’imponente avvocatessa di colore che Quattrocchi gli soffiò sotto gli occhi, portandola con sé a Roma nel lettone di Trastevere ed esponendola agli amici che venivano in processione, ricordando a tutti che, ebbene sì, Beverly era colei a cui i capi delle Pantere Nere s’affidavano per la difesa legale. Insomma Quattrocchi era un prodotto estremo dei suoi tempi, in particolare se visto con gli occhi dei liceali che annusavano quelle aree culturali fuori dai canoni.
Chiudo con alcuni episodi visti coi miei occhi, che aiutano a focalizzare la follia buona del tipo, e a capire che anche da noi ci sono stati gli Hunter Thompson. Dunque ecco l’arrivo di Angelo Quattrocchi al festival di Re Nudo che si tiene a Zerbo, sulle riva del Ticino. Ci sono hippies, tanti studentelli arrapati e pochissima musica. Ma lui riesce a stupire tutti quando giunge sul posto, in cospicuo ritardo, e si fa montare un enorme wigwam, la tenda autentica degli indiani d’America che chissà com’era riuscito a procurarsi. Poi ci si chiude dentro, con la Beverly al debutto italiano, e per due giorni furono solo invidiati grugniti di piacere. Un’altra volta a Roma, anni Settanta: seguendo l’esempio di Jerry Rubin, Quattrocchi fonda il partito “ippi” (quello Usa si chiamava yippie, ma la sostanza, se la vogliamo chiamare così, era la stessa), insomma pace, molto amore e sfilatini per tutti. Siccome in quei giorni a Roma arriva Joe Cocker, all’epoca lo show più trendy del mondo (!) dopo “Mad Dogs and Englismen”, Quattrocchi s’inventa che sarà Joe a mettersi alla testa della prima (e ultima) dimostrazione pacifica degli “ippi” – programmata per piazza San Cosimato, ovvero sotto casa sua.

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