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Il Dollaro sopravviverà all’ascesa dello yuan e alla fine dei petrodollari?

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Di Alasdair Macleod
Potrebbe apparire una questione superficiale, a maggior ragioni mentre il dollaro continua ad essere considerato e universalmente preferito rispetto ad altre meno stabili valute correnti. Comunque, sta diventando evidente, perlomeno agli osservatori finanziari indipendenti, che già nel 2018 il primato del dollaro sarà sfidato dallo yuan, quale valuta di riferimento per la fissazione dei prezzi medi dell’energia e per le più importanti materie prime ad uso industriale. Dopo tutto, il ruolo del dollaro come mezzo legale di scambio non è più appropriato, dato che è il mercato cinese e non quello americano a guidare l’economia manifatturiera globale.
Alla fine, se diminuirà nel futuro il ruolo del dollaro, allora ci sarà un surplus di dollari, la cui mancata riduzione dalla circolazione produrrà una diminuzione del potere di scambio del medesimo con l’estero. Mentre sarebbe sempre possibile per la Fed contrarre la quantità della propria base monetaria (operazione in verità implicita nei propri desideri di contrarre il proprio bilancio), la stessa dovrebbe anche scoraggiare e persino invertire l’espansione del credito bancario, operazione che viceversa verrebbe probabilmente giudicata suicida in termini economici dai banchieri centrali. Sarebbe auspicabile per non dire necessario che lo stesso Governo degli Stati Uniti si dirigesse decisamente verso una rapida eliminazione del proprio bilancio in deficit. Ma quel bilancio in verità è appena stato deliberato in crescita dall’amministrazione Trump.
Spiegare le conseguenze di queste dinamiche monetarie era il proposito di un saggio scritto da Ludwing von Mises circa un secolo fa. Allora, l’iper-inflazione tedesca stava entrando nella fase finale conclusasi con il collasso del marco del novembre 1923. Von Mises aveva già collaborato al contenimento del collasso prima, poi alla stabilizzazione della corona austriaca, il tutto avvenne nello stesso tempo in cui scriveva i proprio saggio, il quale pertanto costituì il risultato tanto di una conoscenza pratica che di un esercizio di responsabilità politica.
Il dollaro, ovviamente, non è in nessun modo vicino alle circostante affrontate dal marco tedesco a quel tempo. Tuttavia, le condizioni che portarono al collasso del marco hanno iniziato ad essere valutate con una certa familiarità e potrebbero essere considerate come un lontano avvertimento. La situazione era, ovviamente, differente. La Germania aveva perso la Prima Guerra Mondiale e si stava finanziando da tempo con lo stampare moneta. Difatti, aveva intrapreso quella pratica già prima della guerra, pratica supportata dalla nuova dottrina Cartalista, la quale prevedeva che la moneta dovesse essere emessa con diritto dallo Stato, in sostituzione della dottrina corrente fino ad allora che viceversa affidava il riconoscimento della validità della moneta al mercato. Senza abbandonare l’oro per finanziare il fabbisogno valutario dello stato, la Germania non sarebbe mai riuscita a finanziare la propria macchina da guerra, come non ci sarebbe mai riuscita se non avesse iniziato a stampare moneta. Il collasso finale del marco, non fu principalmente dovuto alle riparazioni imposte dagli alleati con il trattato di Versailles, come si è soliti pensare oggi, dato che l’inflazione era iniziata ben prima di allora.
Il dollaro ha goduto di una considerabile e ben più lunga vita, come stato stampatore di moneta senza freni, di quanto abbia avuto il marco di allora, ma non bisogna pensare per questo che gli stessi fattori monetari alla fine causino effetti differenti. Gli accordi di Bretton Woods, disegnati per fare apparire il dollaro, “come bene equivalente all’oro”, permisero al Governo Americano di coprire e trovare i fondi per finanziare senza controllo attraverso l’inflazione campagne militari quali quelle in Corea e Vietnam.
L’illusione finì nel 1971, quando il tasso di cambio tra un oncia d’oro e il dollaro era arrivato a 1 : 1310 dall’1 : 35 del secondo dopoguerra, producendo una perdita del potere d’acquisto del dollaro, stimati in termini valutari sul mercato, del 97,3%. E’ vero che questo non può essere ancora paragonato in termini di scala all’iperinflazione del marco. Dalla scossa prodotta dalla decisione di Nixon del 1971, gli Americani hanno abilmente perpetuato il mito del Re Dollaro, insistendo sulla mancanza di ruolo dell’oro sulle politiche monetarie. Nixon e Kissinger, strappando un accordo in tal senso all’Arabia Saudita nel 1974, si assicurarono che il petrolio, e di conseguenza tutte le altre materie prime, sarebbero continuate ad essere valutate in dollari. La domanda globale di dollari era assicurata, e per il sistema bancario che governava tutti i nostri conti significava che tutti il commercio mondiale venisse fissato dalla borsa di New York attraverso le potenti banche americane. Stampando dollari per assicurare un alto prezzo per pagare il petrolio, questi sarebbero stati riciclati sotto forma di prestito all’America e ai suoi amici. Il mondo era stato corrotto, senza che nessuno fosse preparato ad accettare di dover pagare il prezzo della politica monetaria e di dominio militare americano.
Questo è quanto successo fino ad ora. L’egemonia del dollaro è stata però in questo momento sfidata direttamente dalla Cina, che non appare più tanto timida nel proporre la propria valuta come mezzo di scambio preferenziale. Non più tardi di questo mese un contratto per la fornitura di petrolio fissato in yuan è in attesa di essere scambiato a Shanghai. Solo la settimana scorsa, il Governatore della banca centrale della Cina ha incontrato il primo ministro dell’Arabia Saudita, presumibilmente per concordare, tra i vari argomenti, la data da quando l’Arabia Saudita inizierà ad accettare yuan per la vendita di petrolio alla Cina. La prossimità di questi due sviluppi sottolineano certamente la vicinanza delle loro relazioni, di fatto questo sancisce che la fine dell’accordo Nixon Arabia Saudita del 1974, da cui nacquero i petrodollari, è all’orizzonte. Non bisogna sottostimare l’importanza di questi avvenimenti, perché segnano l’inizio di una nuova era monetaria, e sarà sempre più così in futuro, decretando l’inizio del superamento della centralità del dollaro. La cerimonia di inaugurazione dell’utilizzo dello yuan come valuta per i futuri contratti del petrolio potrebbe sembrare una piccola crepa nell’edificio del dollaro, ma sarà quasi certamente l’inizio della sua distruzione.
La risposta americana alle manovre monetarie cinesi è sempre stata quella di una nazione sulla difensiva. Nell’ultimo anno, a seguito dell’insediamento del presidente Trump, lo yuan è decisamente cresciuto sul dollaro. Anziché rispondere alle minacce di egemonia cinese attraverso la crescita del ruolo dell’America sui mercati internazionali, il presidente Trump ha minacciato tutti in vario modo con restrizioni commerciali e tariffe punitive. 
Traduzione di Gianni Cappi per Ludwig Von Mises Italia

I petrodollari non bastano più,l'Arabia Saudita verso il default

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La crisi saudita

Di Roberto Vivaldelli

Si è da poco concluso il tour asiatico del re dell’Arabia Saudita, Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd. Un viaggio che ha portato il monarca wahabita a visitare i grandi importatori di petrolio saudita in Asia – Malesia, Indonesia, Giappone e Cina – alla ricerca di nuove opportunità di investimento per il regno, compresa la vendita di una quota della compagnia petrolifera nazionale, la Aramco.
Non è un caso che tale iniziativa giunga in un momento particolarmente complesso per l’economia della monarchia islamista, che esce sconfitta del conflitto siriano: lo scorso settembre l’Arabia Saudita ha dovuto tagliare stipendi e benefit nel settore pubblico, ridurre gli straordinari e introdurre altre importanti misure di austerità a causa del crollo del prezzo del petrolio. Un sintomo della crisi economica che si è abbattuta sul regno di re Salmān.

In Arabia Saudita è arrivata l’austerità

Come riporta il Financial Times, lo scorso autunno i bonus e gli straordinari per i lavoratori del settore pubblico sono stati cancellati attraverso una serie di decreti emessi dalla monarchia.  L’applicazione di tali misure di austerità è una mossa politicamente rilevante che rileva la preoccupante situazione delle finanze pubbliche e un deterioramento più generale di tutta l’economia del regno, che si trova a fronteggiare il crollo, continuo, dei prezzi del petrolio. I cittadini sauditi che lavorano nel settore statale – circa due terzi della popolazione – sono abituati a lauti stipendi e straordinari generosi. Il decreto, entrato in vigore a novembre, è stato applicato a tutti i lavoratori del settore pubblico, sia sauditi che stranieri, compresi i militari. I soldati in servizio in Yemen, dove il regno wahabita guida la coalizione contro i ribelli sciiti Houthi, sono stati esentati dai tagli.

Gli accordi con la Cina

La crisi economica che ha colpito Riyad ha costretto la monarchia a reagire e a mettere in campo nuove iniziative. Questa settimana la Cina e l’Arabia Saudita hanno firmato importanti accordi di cooperazione durante la visita di re Salmān a Pechino. A darne notizia è l’agenzia di stampa cinese Xinhua News Agency.
Il presidente cinese Xi Jinping e il re saudita hanno partecipato alla cerimonia della firma, avvenuta al termine dei colloqui che si sono svolti presso la Grande Sala del Popolo a Pechino. “I nuovi accordi riguardano un ampio ventaglio di settori – ha affermato il Ministro degli esteri cinese Zhang Ming – Tali partnership includono un memorandum d’intesa dal valore di 65 miliardi di dollari inerente 35 progetti di cooperazione”.

Comparto privato in affanno a causa dei tagli

L’Arabia Saudita, nei giorni precedenti, aveva promesso di promuovere nuovi progetti di sviluppo verso la fine del 2017 al fine di rilanciare un’economia messa in difficoltà dalle misure di austerità. Il principe ereditario Mohammed bin Salmān, alto funzionario economico del regno, ha incontrato una delegazione di rappresentanti del settore saudita privato, colpito duramente dai tagli alla spesa e dal ridimensionamento delle sovvenzioni statali.
Gli imprenditori, secondo Reuters, appoggerebbero le riforme del principe Mohammed, mirate a diversificare l’economia dopo il crollo del petrolio, in cambio di nuove opportunità di investimento e di un vero rilancio. “Il settore privato, cresciuto solo lo 0,1% lo scorso anno, ha risentito dall’aumento dei costi di produzione e dal calo del potere d’acquisto dei cittadini” – ha affermato Ahmed bin Suleiman al-Rajhi, capo della Camera di Commercio e Industria di Riyad, al termine della riunione.

L'ARABIA SAUDITA PERDE IN SIRIA: IL PETROLIO CROLLA E TAGLIANO I SALARI PUBBLICI

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Di Nicola Mattei
Una guerra in Siria quasi persa, una in Yemen che non va come dovrebbe, il prezzo del petrolio che proprio non vuole risalire. E così anche il colosso Arabia Saudita sente la crisi economica e si trova costretto a tagli e politiche di austerità.
Il peccato originale della monarchia dei Saud é stato quello di non riuscire a diversificare la propria economia nazionale, che resta totalmente dipendente dal greggio. Basta quindi uno shock petrolifero per mandarla in difficoltà. Proprio come in questi anni, con l’oro nero che veleggia attorno (e al di sotto) dei 50 dollari al barile, praticamente la metà rispetto alla precedente media. Una contrazione di prezzo che trascina al ribasso la crescita dell’Arabia Saudita, prevista nel 2016 al +1,1%, che per gli standard dei paesi del golfo significa praticamente ferma. Senza sviluppo, quasi automatico arrivano anche i tagli: per l’anno venuto i salari pubblici saranno tagliati di quasi il 20%, con la cancellazione di bonus e indennità. Altro che austerità Ue, verrebbe da dire, considerando soprattutto che la forza di lavoro dipendente dallo Stato rappresenta i 2/3 del totale. Una generosità, quella della monarchia, usata per coprire il malcontento soprattutto nelle zone orientali (a maggioranza sciita) del paese, che ora potrebbero ritornare a farsi sentire.
Nel frattempo, il prezzo del petrolio continua a scatenare tensioni sui mercati internazionali. Il vertice informale Opec di Algeri non sarà risolutivo, anche se le distanze Arabia Saudita – Iran sembrano ridursi. I primi spingono per un congelamento dei livelli produttivi, dicendosi disponibili perfino a tagliare di 340 milioni l’anno (quasi 1 milione al giorno) l’output, mentre Teheran non recede dal proposito di tornare ai livelli pre-sanzioni, vale a dire 4,2 milioni di barili al giorno. La sensazione é che per interesse superiore e comune l’accordo, magari su 4 milioni, si troverà. Dando un sospiro di sollievo a Riyad che però nella trattativa è diventata parte debole ed esce in parte ridimensionata dalle ambizioni di diventare la potenza regionale di riferimento.

ADDIO PETRO-DOLLARI, ARRIVANO GLI AGRO-DOLLARI ?

Di Tyler Durden

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Se ci chiediamo quale valuta sia servita per l’acquisto delle materie prime o per rafforzare  i sistemi nel corso del secolo passato della storia umana, non possiamo che pensare ai petrodollari: non è sbagliato dire che niente ha plasmato il mondo moderno e si può definire valuta di riserva tanto come  i 2.300 miliardi dollari l’anno per l’esportazione di energia tutti targati dollari USA (anche se recentemente ci sono state alcune alternative impensabili in passato, come, ad esempio,la Turchia che ha cominciato a pagare in oro il petrolio dell'Iran e questo sta facendo mettere sotto esame lo status quo dei petrodollari). 

Ma questo è il passato, e con i rapidi cambiamenti della moderna tecnologia e con l'efficienza dei sistemi di estrazione, che hanno portato all’energia rinnovabile e ai gas-shale, i giorni dei cosiddetti  petrodollari potrebbero essere finiti.
 E allora quale nuovo regime commerciale potrebbe essere dominante nei prossimi decenni? Secondo qualcuno, per ora è solo una voce di corridoi, lo squilibrio più evidente che definirà il profilo del commercio globale nei prossimi anni, non sarà quello energetico ma quello alimentare, spinto  dai prezzi del cibo in costante aumento a causa di una offerta frammentata che risponde solo con ritardo ai segnali di una domanda sempre crescente. En questo campo la Cina giocherà un ruolo dominante, ma non per la disponibilità di materie prime e/o per la sua supremazia nella manifattura, ma al contrario: per l’impennata del suo deficit di prodotti agricoli, e proprio da  questo deficit commerciale gli Stati Uniti,  improvvisamente, trarranno un enorme vantaggio sia in termini di scambi commerciali che geopolitici.  
Stanno arrivando : gli agro-dollari.
Ma prima vediamo qualche idea di Karim Bitar il CEO di Genus, su quello che sarà sicuramente il principale protagonista marginale su questa rivoluzione dell’ agro-dollaro. La Cina, il cui tentativo di ridefinirsi come una superpotenza orientata al consumo fallirà epicamente e violentemente, a meno che non trovi un modo economico ed efficiente per far mangiare a sufficienza  tutta la massa della sua classe media, in continuo aumento.
 Segue un grafico che riporta i surplus e i deficit commerciali  globali dei prodotti alimentari, del mercato cinese, europeo e USA.

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Karim Bitar sulla Cina:

Strutturalmente, la Cina ha un enorme svantaggio in quanto raccoglie il 20% della popolazione mondiale, ma solo il 7% dei terreni coltivabili. Esattamente il contrario del rapporto che esiste in Brasile. Questo obbliga un paese come la Cina ad incentivare l'adozione della tecnicizzazione. Diamo un'occhiata al loro mercato suino, che rappresenta il 50% della produzione e del consumo mondiale. In Cina, per la macellazione di circa 600 milioni di maiali l'anno -  circa sei volte la domanda degli USA – si utilizza un allevamento di circa 50 milioni di animali. Negli USA se ne allevano circa 6 milioni, quindi il ritardo di produttività  tra i due paesi risulta enorme.

Proprio per i suoi svantaggi strutturali, la Cina è molto più focalizzata sull'aumento dell'efficienza. Per accelerare la  tecnicizzazione, si sta assistendo ad una serie di incentivi statali a livello nazionale, provinciale e locale, con particolare attenzione alla necessità di muoversi verso una produzione di carne di maiale integrata come strumento chiave per ottimizzare l'economia totale, sia in termini di produzione, macellazione, trasformazione e anche di immissione nel  mercato.

Il governo cinese è importante come cliente per la sua chiarezza di visione sulla sicurezza alimentare. Ha visto la primavera araba, ed è consapevole delle forti implicazioni socio-politiche che possono causare i prezzi dei prodotti alimentari. Il prezzo  della carne di maiale potrebbe incidere fino al 25% sui prezzi al consumo, e diventare un grosso problema. E  per queste pressioni, che la Cina è molto attenta alla crisi alimentare. E' un terreno che scotta.

Prendiamo  ... la produzione del latte in Cina e in India. La Cina sta cercando di limitare l’agricoltura di piccola-scala adottando un modello statunitense. Negli USA si tende ad avere grandi allevamenti  il 30% della produzione di latte proviene da mandrie di 2.000 e più capi e la prospettiva è di raggiungere il 60% entro i prossimi cinque anni. Oggi in Cina, ci sono già diverse centinaia di allevamenti da latte di oltre 1.000 capi. Invece in India, ce ne  saranno meno di 50. La dimensione media di ogni fattoria è di cinque capi, quindi è molto frammentata.

La realtà è che in un posto come la Cina, con le politiche del governo, le sovvenzioni e un approccio molto più focalizzato a diventare autosufficiente, c’è una maggiore capacità di rispondere rapidamente a una sfida alimentare.
Il problema per la Cina e in misura minore, per l'India, comunque lo si voglia definire, è che avranno sempre più bisogno di cibo, che si dovrà avere puntando su una maggiore efficienza, perché ormai un regime conservatore non può permettersi di mantenere uno status quo, tutto il resto può anche restare uguale.
E mentre la Cina resta molto vulnerabile per il suo deficit commerciale alimentare,  i grandi vincitori potranno essere Brasile, Stati Uniti e Canada. Ma anche l'Africa.
L'unica domanda è come si adatterà la Cina nel nuovo mondo in cui si trova per la sua posizione di svantaggio nella bilancia commerciale, in particolare verso la sua principale nemesi: gli Stati Uniti.

Per chi è curioso di sapere come potrà apparire il mondo con  gli Agro-dollari, seguono alcune recenti considerazioni di  Hugo GS 'Scott-Gall.


Problemi e smania di soluzioni


Quali impatti potenziali potrebbe avere un riposizionamento del prezzo del cibo sull’economia  mondiale? Perché dovrebbe cambiare  il prezzo del cibo?

La domanda alimentare è destinata a crescere più rapidamente di quanto l'offerta sia in grado di assorbire. I motivi che spingono la domanda sono ben noti, la crescita della popolazione, l'urbanizzazione e la modifica delle dimensioni della classe media e dei suoi gusti. In termini di evoluzione economica, l'aumento dei prezzi alimentari viene dopo l'impennata dei prezzi dell'energia, in quanto l’industrializzazione sfocia in una crescita dei consumi (i paesi ad alto reddito consumano circa il 30% di calorie più delle nazioni a basso reddito, ma la differenza di valore è circa otto volte).
Qui, siamo profondamente interessati a capire come l'offerta sarà  in grado di rispondere, come e dove troverà le soluzioni e chi le fornirà.   Si sta seguendo un processo analogo a quello dell'industria energetica: l'industria energetica ha investito molto in termini di efficienza, innovazione, con cluster di eccellenza. Con nuovi  capitali ha creato nuove soluzioni, le più evidenti  sono le energie rinnovabili e i gas-shale.
La domanda principale adesso è:  sarà lo stesso anche per il cibo?
E 'difficile sostenere che esistono condizioni simili a quelle del comparto energetico anche nella catena dell’approvvigionamento alimentare, dove c'è una  frammentazione enorme, una mancanza di coordinamento, carenza di capitali per sviluppare le infrastrutture e solo qualche tentativo isolato di innovazione.  Quindi ci sono forti possibilità che l'allineamento dell'offerta alla domanda del settore alimentare possa essere molto più lento di quello che normalmente avviene in altri settori. Ma le cose stanno cambiando. Oltre che guardare dove si trovino i fattori innovativi  nella catena di approvvigionamento e dove si trovino alti rendimenti (ad esempio  semi, enzimi, ecc), bisogna pensare agli impatti economici macro e micro che può causare un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, e realisticamente anche a quelli geo-politici.
Una cura dimagrante
Può succedere anche nella catena alimentare una distruzione di domanda causata da prezzi troppo alti, come successe con l'energia? Ci sono notevoli differenze tra le due realtà che fanno sembrare la soluzione più complicata. Il consumo di cibo è molto frammentato ed è anche meno sostituibile.
Free Image Hosting at www.ImageShack.usCambiare le abitudini alimentari è molto più difficile che cambiare una fonte energetica. E, in ultima analisi, la spesa per il cibo lascia meno spazio ad una scelta personale, vale a dire,  il consumatore non può posticipare volontariamente il suo consumo, e non può nemmeno ridurlo cambiando in processo.
Ciò significa che l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, in particolare nelle economie dove il cibo costituisce la parte più rilevante della spesa delle famiglie, produrrà un minore consumo di altri beni e di servizi terziari oltre a ridurre la disponibilità ad ottnere prestiti (con conseguenti effetti negativi sui prezzi di prodotti di altre attività). Quando ci fu l'impennata dei prezzi del petrolio alla fine del 1970, i consumatori americani arrivarono a spendere il  9% del loro reddito in energia, rispetto ad una media del 7% del decennio precedente.  Tuttavia, la percentuale di risparmio totale aumentò del 2% , come effetto dell’incertezza e di  una eccessiva attenzione nell'acquisto di altri beni . Anche nella 2007-09 si è visto un fenomeno simile.
Ma basta uno sguardo superficiale alla storia del passato per capire che l'aumento del prezzo del cibo può diventare una polveriera ( come anche una disoccupazione giovanile troppo alta), e forse si sottovaluta quello che potrà essere l'impatto economico dei prezzi alimentari su tutto l’Occidente:  la spesa per comprare cibo può sembrare un fenomeno gestibile perché oggi non è altissima in proporzione al totale del reddito personale, ma solo fino a quando si disporrà di un paraurti (cioè, finché la gente disporrà di un minimo di risparmi personali) è dopo che arriveranno i problemi.
In percentuale la spesa alimentare incide sui consumi delle famiglie solo del 14% negli Stati Uniti, contro il 20% per la maggior parte delle grandi nazioni europee e del Giappone. Ma sale al 40% in Cina e al 45% in India. Naturalmente, con l'aumento dei salari, la percentuale della spesa per il cibo sul totale dei consumi diminuisce, ma questo avviene solo fino a quando il salario basta a coprire tutti i consumi .
 Attualmente,  in India e Cina si consumano circa 2.300 e 2.900 calorie pro capite al giorno, rispetto a una media di circa 3.400. Se nei due paesi si mangiasse come in Occidente, la produzione alimentare dovrebbe aumentare del 12%. E se tutto il resto del mondo raggiungesse questo livello allora si salirebbe al 50%.
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La sfida per le uova d’oro dell’ Africa


In termini di proprietà delle risorse, il cibo, come per l'energia, può essere suddiviso in chi ce l’ha e chi non ce l’ha.

Ci sono paesi che hanno avuto successo senza avere risorse ma è del tutto evidente che le cose sono più facili se si dispone di un terreno fertile, buon clima e acqua. Ma questo, naturalmente, è solo la metà dell’opera, perché serve anche organizzazione, capitale, educazione e collaborazione per  avere successo.
Prendiamo l’Africa. Dispone del 60% delle terre incolte del mondo, una demografia invidiabile e molta acqua (anche se distribuita uniformemente). Portarvi infrastrutture di base, sistemare i terreni agricoli, usare un minimo di fertilizzanti e proteggere le colture potrebbe fare miracoli per la produzione agricola.
Ma è più facile a dirsi che a farsi. Diverse economie africane anche bisogno di un migliore accesso alle informazioni, all'istruzione,  di revisione dei diritti di proprietà e di accesso a mercati e capitali. In altre parole, ci vogliono istituzioni più efficienti. Se l'Africa sarà pronta nei prossimi decenni, l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari cambierà l'economia e gli investimenti in questa regione.
La prossima sfida per l'Africa sarà sul cibo (oggi sarà ricercata per le più importanti materie alimentari, come lo fu per le colonie imperiali alla fine del 19° secolo ). Il consumo di fertilizzanti ha un impatto incrementale basso sui rendimenti di raccolti ad alta produttività, ma in Africa (come in molte economie in via di sviluppo in altri paesi) i raccolti sono ancora poco produttivi. Attualmente, l'Africa rappresenta solo il 3% del commercio agricolo mondiale, con il Sud Africa e la Costa d'Avorio che insieme rappresentano un terzo delle esportazioni dell'intero continente. Ma se il mondo vuole nutrirsi avrà bisogno  che l'Africa emerga come potenza agricola.
La Cina ha portato il suo livello produttivo ad un livello più alto dopo aver iniziato un processo di industrializzazione che tende alla autosufficienza. Il consumo energetico delle macchine agricole è quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni, mentre il numero dei trattori per famiglia è triplicato, facendo aumentare la produzione per ettaro di oltre il 20%.
Malgrado tutto questo negli ultimi 10 anni la Cina è passata da un surplus a un deficit di carne, verdure e cereali. Questo rapido cambiamento non permette di soddisfare molti altri bisogni e poi esiste anche una carenza di fonti idriche che potrebbero rivelarsi un ulteriore ostacolo, soprattutto nelle aree più remote.


Il potere della pampa


Con significativi surplus di soia, mais, carne e semi oleosi, il Brasile e l’ Argentina guidano il continente latino-americano nel commercio alimentare. Le attuali eccedenze arrivano a livelli che superano da tre a sei volte quello che erano nel 2000, mentre nel decennio precedente l'avanzo produttivo era solo del 30%. Un grosso ostacolo all'aumento delle esportazioni sono le infrastrutture. I prodotti alimentari raggiungono  i porti da luoghi molto lontani, e poi il viaggi per nave verso i mercati è sempre molto lungo. Quaranta giorni sono forse accettabili per minerali come il ferro per raggiungere la Cina su una nave in arrivo dal Brasile, ma per prodotti alimentari deperibili non ci sono le condizioni. E, di conseguenza, le infrastrutture da potenziare dovranno permettere ai fornitori di trovare le soluzioni per  conservare i prodotti, confezionarli, refrigerarli e rispondere alla domanda per tempo.

Ma gran parte del successo agricolo delle economie LatAm non hanno beneficiato solo di buone condizioni, ma hanno anche adottato innovazioni agricole, infatti più di un terzo dei raccolti piantati nella regione sono prodotti da semi geneticamente modificati, rispetto al 45% negli Stati Uniti e circa il 12% in Asia.  Qui le colture geneticamente modificate non sono nuove e forniscono soluzioni ad alcune delle limitazioni più frequenti sulle rese agricole (resistenza alle sfide ambientali, tra cui la siccità e un miglior assorbimento delle sostanze nutritive del suolo, fertilizzanti e acqua) o sono arricchite con un valore aggiunto, migliorando la composizione nutritiva o la durata della conservazione del raccolto. E mentre l'adozione di colture e dei semi geneticamente modificati è tutt'altro che benvoluta, soprattutto in Europa, è certamente una parte fondamentale della soluzione in termini economi ci per affrontare una carenza alimentare molto grave.

L’ultimo mango a Parigi?


La situazione del surplus/deficit europeo è abbastanza interessante. Diciassette dei ventisette  paesi dell'UE sono in deficit nella bilancia commerciale alimentare, e la UE nel complesso ha registrato solo un lieve surplus nel 2010, per la seconda volta negli ultimi 50 anni. Nel dettaglio, il Regno Unito è il più grande importatore, seguono Germania e Italia, mentre i Paesi Bassi e la Francia guidano le esportazioni grazie alle loro enormi industrie di trasformazione. Se il futuro dell'Europa prevede un relativo declino economico, un ridotto potere d'acquisto, mentre le risorse alimentari stanno diventando più rare è una prospettiva poco attraente.

Pertanto, si avrà bisogno di molte soluzioni innovative o di cambiare la tipologia delle importazioni. E' importante notare che un surplus o un deficit complessivo, non rendono chiaro che possono esistere dei  reali e gravi squilibri in tante singole categorie : l'Europa è un importatore di carne, frutta,  verdura e mais, ma le esportazioni si basano solo sull'alcol e particolarmente sul vino. Il Giappone è il paese che avrà maggiori problemi a causa di un deficit in ogni singolo alimento.
Concludiamo il nostro giro del mondo in Nord America.
Una produzione su larga scala, l'accesso ai mercati, una ricerca effettuata in casa e una regolamentazione favorevole permetteranno  agli Stati Uniti (e al Canada) di continuare a dominare alcune delle maggiori risorse agricole come soia, mais, foraggi, grano e semi oleosi. Sommiamo a questa autosufficienza anche alla potenziale autosufficienza energetica prevista nel medio termine e alla relativamente buona demografia (meglio della Cina), e viene da pensare che il futuro,per gli Stati Uniti,  potrà essere più roseo che nel resto del mondo occidentale o in Asia.
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Gli Agro-dollari crescono


Prima di concludere, è necessario dedicare qualche riga alle conseguenze geo-politiche e macro economiche di un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. E' probabile che tutti i paesi metteranno in atto delle strategie per garantirsi l'approvvigionamento di cibo, con misure protezionistiche (ad esempio, alte tasse sulle esportazioni) o stringendo accordi bilaterali per stabilizzare un approvvigionamento alimentare sicuro.

Questo potrebbe ovviamente andare contro il sistema di regole messo in piedi dal WTO e contemporaneamente potrebbe far nascere una nuova moneta di scambio : gli agro-dollari.
Come avvenne con i petrodollari che apparvero nel 1970. Anche se potrebbe sembrare esagerato (il valore delle esportazioni di energia del mondo è US $ 2,3 trilioni rispetto ai US $ 1,08 trilioni dell'agricoltura)  è importante pensare alle conseguenze. I grandi esportatori, soprattutto quelli che vogliono aumentare la loro produzione, potrebbero creare un surplus sostenibile da reinvestire nelle loro economie (o farlo assorbire ad una piccola parte della società). Allo stesso modo, il fatto di essere un importatore al netto farà scattare una tassa sul consumo effettivo: se oggi il prezzo del petrolio fosse a 25 dollari al barile le entrate fiscali farebbero un salto notevole.
Come abbiamo detto, ci si aspetta che qualcuno farà  grandi guadagni con un aumento significativo dei prezzi degli alimenti,  in termini reali dovrebbero essere Brasile , Stati Uniti e Canada, mentre Giappone, Corea del Sud e Regno Unito si troverebbero davanti importanti sfide. Il grafico in alto è interessante: mostra  come il surplus della Cina si sia rapidamente  trasformato in deficit.
Cosa succederà se la classe media cinese dovesse crescere molto, come ci si aspetta ?
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Questo è il punto debole,  il valore che abbiamo dato al cibo fino ad oggi è destinato a cambiare. Il modo in cui il sistema alimentare si muove in tutto il mondo è destinato a cambiare, e anche il flusso monetario e la sua distribuzione probabilmente potrebbe esserne influenzato.


Fonte:http://www.zerohedge.com/news/2012-11-24/goodbye-petrodollar-hello-agri-dollar

Traduzione di Enrico Celestini

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11140&mode=&order=0&thold=0

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