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Putin: "Metteremo in servizio armi moderne che altri paesi non hanno ancora"



Tuttavia, il presidente russo ha sottolineato che l'obiettivo di Mosca non è quello di "minacciare nessuno"


Il presidente della Russia, Vladimir Putin, ha dichiarato che il suo Paese metterà in servizio armi che non sono ancora disponibili per altre nazioni, ma ha affermato che Mosca non lo farà con l'obiettivo di "minacciare" nessuno e ha sottolineato intenzione di fare tutto il possibile per "dare impulso al processo di disarmo".

"Il nostro esercito e la marina hanno dimostrato la loro grande preparazione [per agire] e intendiamo costruire capacità di difesa, mettere in servizio i moderni sistemi ipersonici, laser e di altre armi che nessun altro paese ha ancora", ha spiegato oggi nel quadro di un incontro con alti militari.

Tuttavia, in tale contesto, il presidente russo ha affermato che non è "un motivo per minacciare nessuno".
"Al contrario, siamo pronti a fare tutto ciò che ci corrisponde per promuovere un processo di disarmo, anche tenendo conto dei nostri sistemi di armi innovativi, il cui compito è solo quello di garantire la sicurezza, tenendo conto delle crescenti minacce per noi", ha ribadito Putin.

Allo stesso tempo, il capo dello stato russo ha sottolineato che anche il livello di addestramento delle forze armate è di grande importanza per le capacità difensive del paese.

Stop vendita armi all'Arabia, l'annuncio viene da Di Maio


Di Salvatore Santoru

Stop vendita armi all'Arabia Saudita e agli Emirati. Lo ha annunciato il vicepresidente del Consiglio italiano Luigi Di Maio. In tal modo, stando allo stesso politico dei 5 Stelle, verrebbero meno anche alcune cause degli attuali flussi migratori di massa.

La questione della vendita delle armi italiane all'Arabia era diventata recentemente importante anche presso l'opinione pubblica mainstream, specialmente a causa della guerra in Yemen.

La Lockheed si è aggiudicata un contratto di 2,46 miliardi di dollari per la costruzione di intercettori THAAD destinati all'Arabia Saudita

Di Salvatore Santoru

Recentemente la Lockheed Martin ha ottenuto un contratto di 2,46 miliardi di dollari relativo alla costruzione dei sistemi di difesa terminale dell'area ad alta quota noti come THAAD.
Più specificatamente, come sostenuto dalla Reuters e riportato dal sito 'L'Antidiplomatico', la Lockheed ha ricevuto il contratto dalla Missile Defense Agency e una buona parte degli intercettori sarà destinata all'Arabia Saudita.
 
Il Pentagono ha fatto sapere che il paese del Golfo pagherà 1,5 miliardi di dollari.


PER APPROFONDIRE:


https://www.washingtonexaminer.com/business/lockheed-wins-2-5-billion-saudi-defense-deal-amid-strained-us-alliance

http://english.alarabiya.net/en/business/technology/2019/04/02/Saudi-Arabia-among-recipients-of-THAAD-missiles-from-Lockheed-after-2-4-bln-deal.html 

https://sputniknews.com/military/201904021073747469-pentagon-awards-thaad-build/  

https://www.shephardmedia.com/news/landwarfareintl/lockheed-martin-providing-thaad-us-and-saudi-arabi/ 

https://www.investors.com/news/f35-turkey-deliveries-suspended-russian-s400/

Bolsonaro ha firmato un decreto sul porto d’armi

Quindici giorni dopo essere diventato presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, del Partito Social-liberale, nazionalista e conservatore, ha mantenuto una delle sue principali promesse elettorali: ha firmato un decreto che facilita l’acquisto e la detenzione di armi. Per garantire «al popolo il diritto alla legittima difesa, userò quest’arma», ha detto Bolsonaro indicando, in diretta televisiva, la penna con cui ha firmato il decreto.
Accanto a Bolsonaro, al momento della firma dell’ordine esecutivo, erano presenti alcuni rappresentanti della lobby brasiliana delle armi che dal 2003 chiedono di modificare lo “Statuto sul disarmo”, la riforma voluta dal Partito dei Lavoratori che rendeva più selettivo e regolamentato l’acquisto e il trasporto di armi. Secondo i produttori di armi, dopo il decreto di Bolsonaro le vendite dovrebbero aumentare, nel 2019, di almeno il 20 per cento.
Il decreto ha eliminato l’obbligo di fornire alla polizia le prove che dovevano fino ad ora dimostrare la necessità di possedere un’arma, come ad esempio una grave situazione di pericolo per l’incolumità della persona. Ora basterà consegnare un’autocertificazione. Il decreto permette poi il possesso di armi a molte categorie di cittadini: chi risiede in aree rurali, gli imprenditori o i proprietari di esercizi commerciali, i collezionisti, i cacciatori, i tiratori sportivi e i cittadini residenti in stati con un tasso annuo di omicidi superiore a dieci ogni centomila abitanti, cioè tutti gli stati della federazione, come ha scritto il quotidiano brasiliano O Globo. Sarà necessario, in generale, avere almeno 25 anni e non avere precedenti penali. La licenza per il porto d’armi è stata portata da 5 a 10 anni, anche quella per le armi da fuoco non comuni come pistole automatiche, mitragliatrici e fucili. Il decreto stabilisce infine l’obbligo di tenere l’arma in una cassaforte nelle case in cui vivono bambini, adolescenti o persone con disabilità mentali.

La fantascienza diventa realtà: la Cina presenta il fucile d’assalto laser

Risultati immagini per China brings Star Wars to life with ‘laser AK-47

Di Lorenzo Vita
La Cina crea una nuova arma laser che può cambiare radicalmente il modo di fare la guerra. Non è fantascienza, ma la realtà. Una realtà che ormai da anni sembra voler superare l’immaginazione, a giudicare dagli sviluppi della tecnologia in campo militare. E in cui Pechino sta assumendo un ruolo di primissimo piano.
La notizia di questa nuova arma è stata riportata dal South China Morning Post. A detta del quotidiano di Hong Kong, “la Cina ha sviluppato una nuova arma laser portatile in grado di colpire un bersaglio a quasi un chilometro di distanza”.
L’arma in questione è il fucile d’assalto laser Zkzm-500, classificato come “non letale” nel progetto, ma la cui potenza dimostra l’esatto opposto. Come hanno testimoniato i ricercatori coinvolti nel progetto, l’arma produce un raggio di energia che non può essere visto a occhio nudo ma che può passare anche attraverso le finestre provocando  la “carbonizzazione istantanea” dei tessuti umani. Un’arma devastante che può modificare in maniera sensibile le capacità belliche di un esercito se poste su larga scala. 
Le caratteristiche dell’arma
L’arma laser sviluppata dai progettisti cinesi ha un calibro di 15 millimetri, pesa tre chili e ha una portata almeno di 800 metri. Il prototipo, per adesso, può sparare più di mille “colpi”, ciascuno della durata non superiore a due secondi.
Già utilizzabile su autoveicoli o imbarcazioni, dalla Cina confermano che adesso è pronto per la produzione di massa e che le prime unità saranno probabilmente assegnate alle squadre antiterrorismo.
Come spiegato dal quotidiano cinese, “nel caso di una situazione di presa di ostaggi, potrebbe essere usato per sparare attraverso le finestre ai bersagli e disabilitare temporaneamente i rapitori mentre altre unità si spostano per salvare i prigionieri”. Ma il suo utilizzo può essere davvero molteplice. Si pensi alle operazioni militari segrete. Poiché il laser è stato sintonizzato su una frequenza invisibile e non produce alcun suono, sarà difficile capire se un episodio sia da considerare un attacco o un incidente.
Secondo i ricercatori, che hanno mantenuto l’anonimato per ovvi motivi di riservatezza vista l’importanza del progetto, i fucili saranno alimentati da una batteria ricaricabile al litio simile a quella presente negli smartphone. E questo particolare, cioè quello della batteria a litio, va preso in considerazione anche per comprendere l’importanza che le riserve di questo materiale hanno e avranno nelle mosse delle potenze mondiali.

L’azienda produttrice e l’impegno della Cina

Il prototipo della rivoluzionaria arma è stato realizzato da Zkzm Laser, una società di proprietà dell’istituto di Xian. Il laboratorio non ha la licenza per produrre armi, il che rende necessario ai produttori intraprendere una partnership con chi è in grado di produrre e vendere armamenti. L’idea è di produrre quest’arma su larga scala con un prezzo di 100mila yuan a fucile. In pratica ogni arma costerà intorno ai 15mila dollari
Il governo cinese ha già messo sotto stretto controllo il progetto. I funzionari statali controlleranno sia la progettazione che la produzione. E la distribuzione sarà destinata esclusivamente ai militari e alle forze di polizia cinesi. La potenza dell’arma non permette infatti una sua vendita anche ai privati. I rischi di un suo abuso sono enormi.

Le armi laser e la sfida con gli Stati Uniti

Negli ultimi tempi, Cina e Stati Uniti hanno intrapreso una vera e propria corsa agli armamenti laser. Non a caso, negli ultimi mesi il Pentagono ha più volte lanciato allarmi sull’utilizzo di nuove tipologie di laser da parte delle forze dell’Esercito popolare che hanno messo a serio rischio la navigazione degli aerei americani vicino alle basi di Pechino.
Gli ultimi episodi, nel Pacifico e vicino le coste di Gibuti, hanno ribadito un concetto chiaro: la Cina è in piena fase di crescita in questo settore. E da Washington sono preoccupati per i rischi che queste armi possano comportare per la supremazia tecnologica e militare nei settori caldi del pianeta in cui sfidano l’influenza cinese.
Da tempo la comunità internazionale fa leva sul Protocollo delle Nazioni Unite sulle armi laser accecanti – contenuto nella Convenzione Certain Conventional Weapons – per chiedere una limitazione. Ma questo protocollo internazionale si concentra sulle armi di prima generazione e vieta l’uso di quelle che potrebbero causare la perdita permanente della vista.

La Cina ha svelato il nuovo bombardiere strategico stealth?

Cina H20
Di Paolo Mauri
In un video promozionale apparso nei giorni scorsi dove, con una ricostruzione al computer, vengono mostrati i velivoli di punta della Plaaf, negli ultimi secondi si può notare quello che, secondo gli analisti, potrebbe essere il concept del nuovo bombardiere strategico stealth cinese: l’H-20
Il video, comparso su Defense Online e distribuito dalla Avic (Aviation Industry Corporation of China) e dalla Xac (Xi’an Aircraft Corporation) mostra, negli ultimi secondi, una ricostruzione grafica in 3D dove si nota la sagoma di quella che sembra essere un’ala volante ricoperta da un telo in una suggestiva ripresa con una luce di sfondo, sulla falsa riga del video promozionale della Northrop-Grumman rilasciato in occasione dell’annuncio del nuovo bombardiere B-21 “Raider”
Il nuovo bombardiere H-20 dovrà andare a sostituire la linea da bombardamento composta dai vecchi bombardieri Xi’an H-6K, copia ed evoluzione cinese dei sovietici Tupolev Tu-16 “Badger”. 

Il cambio di postura strategica cinese

La Cina intende dotarsi di un nuovo velivolo da bombardamento a lungo raggio con capacità multiruolo che sia in grado di raggiungere quella che viene detta la “seconda catena di isole”, ovvero quello spazio di mare compreso dalle Curili a nord, da Guam e dalle Marianne a est, e dalle isole Caroline e dall’Indonesia a sud. Questo in accordo con la politica cinese di espandere il proprio raggio d’azione ben oltre le proprie acque contigue – come il Mar Cinese Orientale ed il Mar del Giappone – ovvero effettuando un salto che la proietti in ambito globale. In questo senso la Cina nell’ultima decade ha compiuto sforzi enormi, e proditori, imponendo la propria presenza in settori come il Mar Cinese Meridionale e l’Oceano Indiano che un tempo erano di appannaggio degli Stati Uniti dei loro alleati.
Non è infatti un mistero che la Cina stia pesantemente armando le isole – tra cui alcune costruite artificialmente – nell’arcipelago delle Spratly costituendo così un avamposto militare che proietti di migliaia di miglia la propria capacità militare ed in grado di fornire copertura alla flotta di sommergibili lanciamissili balistici, permettendole nel contempo di avere un “occhio” avanzato per la raccolta di informazioni nel campo Istar (Intelligence Surveillance Target Acquisition and Recon), che potrebbe, ad esempio, servire per l’acquisizione di bersagli per i missili balistici antinave come i DF-21D.  

I requisiti del nuovo bombardiere

Per venire incontro a questo cambio di postura la Plaaf ha emanato le specifiche per un nuovo bombardiere strategico che, secondo quanto riportano i medi specializzati cinesi come China Military, dovrà soddisfare le seguenti caratteristiche:
  • Buone caratteristiche stealth date dalla configurazione ad ala volante come i bombardieri americani B-2 “Spirit” ed il nuovo progetto russo “Pak-Da”.
  • Lungo raggio d’azione. Il nuovo bombardiere H-20 dovrà avere capacità intercontinentale (10 mila km) con un raggio di combattimento di 5 mila.
  • Carico bellico adeguato. Per diminuire i costi di R&D (Research & Development) il nuovo bombardiere dovrà avere una capacità di 10 tonnellate, inferiore pertanto a quella del B-2 (23 tonn) ma superiore a quella del H-6
  • Capacità nucleare. L’H-20 dovrà avere la possibilità di effettuare attacchi nucleari pur mantenendo la sua capacità di bombardamento convenzionale
  • Capacità Ecm avanzata. Il bombardiere dovrà essere in grado non solo di eludere gli strumenti di guerra elettronica avversari ma anche di metterli attivamente fuori combattimento disturbando e distruggendo gli asset avversari con radar, apparati a microonde ad alta potenza, laser ed altre piattaforme elettroniche. 

Quello che sappiamo del nuovo bombardiere

Che la Cina stesse progettando un bombardiere di nuova generazione è noto sin dai primi anni 2000 ma i veri progressi certificati si sono potuti evincere nel momento in cui, nel 2010, è stato svelato il caccia stealth J-20 e secondariamente quando, nel 2012, è stato reso noto lo Y-20, nuovo velivolo da trasporto strategico. Questo ha permesso di appurare le reali capacità cinesi nel campo delle costruzioni aeronautiche di grandi dimensioni e con capacità stealth. 
Quello che possiamo dire sul nuovo bombardiere H-20 è, oltre alla già citata configurazione ad ala volante, che sarà dotato di stiva interna capace di accogliere munizionamento convenzionale e nucleare a caduta ma anche missili da crociera ipersonici e antinave, rendendo così effettiva la sua capacità di attacco multiruolo. Sarà orientativamente propulso da 4 turbofan Ws-10 nella loro versione senza postbruciatore (per criteri di riduzione della segnatura Ir). Si prevede, come risulta dalle specifiche, che sarà fornito di sistemi di disturbo avanzato e di armi laser in grado di mettere fuori combattimento radar nemici e di colpire i missili avversari diretti verso il velivolo. Fonti di intelligence riferiscono che la costruzione del primo prototipo potrebbe essere cominciata nel 2015 ed aver effettuato il roll out a metà del 2017, ma altre fonti ritengono che questo possa avvenire nel 2020. 
La tecnologia ad ala volante non è infatti sconosciuta per la Cina che ha in servizio il drone Avic 601-S “Sharp Sword”, un piccolo Uav con l’apertura alare di 2,2 metri e lungo 2,15 che però ha sicuramente fornito dati preziosi sulle caratteristiche del volo con questa particolare configurazione.
L’entrata in servizio dell’H-20 porterà quindi la Cina a compiere quel necessario salto in avanti per dotarsi di una Forza Aerea moderna e adeguata ai nuovi obiettivi strategici che si è prefissata. Sino ad oggi, infatti, la Plaaf aveva come punto debole proprio questa particolare tipologia di velivolo dato che lo Xi’an H-6K non può essere considerato un bombardiere strategico se rapportato alle costruzioni americane come il B-2 B-52H e B-1B o russe come il Tu-160 ed il Tu-95MS.  

È record per la vendita di armi: si batte anche la Guerra fredda

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Di Paolo Mauri
Quest’anno, secondo alcuni prestigiosi istituti di analisi, le spese per la Difesa globali raggiungeranno il più alto livello dai tempi della Guerra Fredda: per il quinto anno consecutivo il budget globale aumenterà raggiungendo l’astronomica cifra di circa 1670 miliardi di dollari, e superando il record precedente del 2010 che ammontava a 1630 miliardi di dollari.
A dirlo è l’istituto leader di analisi strategica, finanziaria e di mercato di base a Londra IHS Markit che nel suo ultimo report sottolinea come la spesa militare complessiva aumenterà del 3,3% quest’anno – l’incremento più rapido da un decennio a questa parte – guidata dal più grande investimento annuale per la Difesa operato dagli Stati Uniti sin dal 2008.
Sempre per lo stesso motivo le risorse destinate al procurement militare, ovvero tutto quello che riguarda le procedure di approvvigionamento e gestione dei programmi militari di armamento condotti dagli Stati attraverso i propri organi di competenza, passa dai 295 miliardi di dollari del 2017 ai previsti 315 del 2018, un altro record in termini globali. 
Secondo l’analista Fenella McGerty, autrice principale del rapporto, l’incremento nelle spese per la Difesa è conseguente al miglioramento delle condizioni economiche globali e risponde anche all’esigenza di far fronte alla maggiore instabilità riscontrata in un dato numero di regioni chiavi del mondo.
In ogni caso, come riporta il documento, la spesa per la Difesa resta la più bassa degli ultimi 10 anni se rapportata al Pil, con un valore che si attesta in media intorno al 2,2% rispetto ad un livello precedente del 2,7, suggerendo quindi che l’attuale aumento sia più intimamente legato al risollevarsi dell’economia mondiale rispetto ad un vero e proprio aumento degli stanziamenti verso il comparto Difesa.
Resta però un dato incontrovertibile che influisce sulla tendenza all’aumento di quest’anno, ed è quel 4,7% in più del budget degli Stati Uniti per l’anno fiscale 2018.
Se scorporiamo le fonti globali si nota infatti che il solo Dipartimento della Difesa americano rappresenta il 40% del peso globale delle spese militari, quindi un incremento anche di pochi punti percentuali degli stanziamenti Usa si riflette su quelli del mondo nella sua interezza.
Guy Eastman, analista anziano del gruppo IHS, ci spiega che “Il Presidente Trump e la sua amministrazione hanno ricercato un vasto aumento del budget per la Difesa per tamponare i problemi di addestramento e prontezza dovuti ai tagli precedenti – fattore da noi già enucleato in precedenza – ma i nuovi investimenti saranno diretti anche nella BMD (Ballistici Missile Defence), in nuove costruzioni navali, in missili e munizioni, sistemi spaziali e nel campo della C4ISR”.
Secondo IHS quest’anno ben 9 membri della Nato quest’anno raggiungeranno il tanto agognato 2% del Pil per la Difesa come stabilito dal summit in Galles del 2014 e ribadito in seno alla conferenza di Varsavia del 2016. Grecia, Estonia, Turchia, Lettonia, Regno Unito, Lituania, Polonia e Romania oltre, ovviamente, agli Usa si adegueranno al minimo stabilito dall’Alleanza Atlantica per le spese militari.
Guardando alla cartina geografica spicca immediatamente una considerazione di carattere strategico: fatto salvo per Grecia, Regno Unito e per la Turchia, che per motivi diversi ed opposti hanno aumentato il proprio budget, la maggior parte dei Paesi a raggiungere il 2% del Pil appartiene all’Europa dell’Est, ovvero Paesi che condividono un confine con la Russia o comunque una vicinanza geografica con quella che viene percepita come una minaccia per la propria esistenza: i Paesi Baltici del resto – ma anche Polonia e Romania – storicamente guardano a est con diffidenza. 
Proprio Estonia, Lettonia e Lituania vedono il proprio bilancio per la Difesa più che raddoppiato rispetto al 2014, anno dell’intervento russo in Ucraina, guarda caso.
Anche l’Europa Occidentale cavalca parzialmente l’onda della “minaccia ad oriente” per incrementare le proprie spese militari: dopo un duro periodo di tagli annuali durato 6 anni – dal 2009 al 2015 – la tendenza ora si è stabilmente invertita e ci si aspetta che la percentuale complessiva della spesa nei Paesi della regione in questione aumenti dell’1,3% nel 2018.
Oltre alla minaccia russa a far “schizzare” il Pil è stato sicuramente l’effetto Brexit e la conseguente trazione franco-tedesca nella Difesa europea con nuovi programmi di sviluppo congiunto nel quadro degli accordi europei come Pesco, da noi già ampiamente trattato.
Parallelamente e dall’altra parte della nuova “cortina di ferro”, Mosca vede per il secondo anno consecutivo crollare le proprie spese: il bilancio attuale è del 10% inferiore rispetto al picco del 2015 e si prevede che si ridurrà di un ulteriore 5% nel corso di quest’anno. La modernizzazione delle Forze Armate russe sta continuando, quindi, con molta difficoltà e con continui tagli – come dimostrato dall’abbandono del programma per l’Icbm mobile RS-26 “Rubezh” – a causa della crisi e delle sanzioni internazionali che gravano con più peso sulla poco diversificata economia russa.
Nella regione Pacifico-Asiatica, fulcro delle nuove tensioni internazionali, la spesa quest’anno vede un rallentamento rispetto agli anni precedenti raggiungendo il più basso rateo di crescita dal 2010 a causa della flessione degli stanziamenti di Cina e India e dei tagli delle nazioni del Sud Est Asiatico.
Questa leggera flessione non deve trarre in inganno però, secondo gli esperti di IHS la crescita economica focalizzata nella regione asiatica permetterà nei prossimi due anni un robusto incremento delle spese in questo senso, guidato dal maggior vigore “geopolitico” degli attori dell’area: dalla questione del Mar Cinese Meridionale che vede la Cina coinvolta con sempre più peso e determinazione nella rivendicazione territoriale, alla questione nordocoreana, che ha portato, ad esempio, il Giappone a correre ai ripari con una nuova corsa agli armamenti.
Dopo la riduzione nel 2016, anche il Medio Oriente ed il Nord Africa vedono un aumento complessivo del budget, in particolar modo l’Arabia Saudita – Paese che destina la maggior fetta di bilancio per le spese militari – passa da 50 miliardi di dollari ai 50,9. Sicuramente il consolidamento fiscale per alcuni Paesi ancora fortemente legati ad una economia basata sul petrolio, e sulla sua altalenante quotazione, è una condizione ancora di là dall’essere raggiunta, ma questo inizio di anno che vede il prezzo del barile aumentare sicuramente aiuta ad allocare più risorse verso questo settore, anche in considerazione dell’instabilità della regione alle prese con guerre e guerriglie nonché con una escalation per stabilire quale sarà la potenza regionale egemone.
Ecco quindi la classifica dei Paesi che nel 2017 hanno speso di più per la Difesa: 
1) Usa (642,9 miliardi di dollari)
2) Cina (192,5)
3) India (52,4)
4) Regno Unito (51,2)
5) Arabia Saudita (50,9)
6) Russia (47)
7) Francia (45,6)
8) Giappone (44,5)
9) Germania (37,5)
10) Corea del Sud (34,7)
L’Italia in questa classifica è al tredicesimo posto con 23,1 miliardi di dollari, l’Iran è quindicesimo con 16,3, Israele diciassettesimo con 15. Le variazioni di classifica, nei primi 10 posti, vedono il Giappone perdere una posizione rispetto all’anno precedente e la Russia perderne due; guadagnano quindi un posto sia Regno Unito che Arabia Saudita.  

ANCORA BOMBE DALLA SARDEGNA ALL'ARABIA SAUDITA: la denuncia dell'analista dell'OPAL Giorgio Beretta


Guarda la versione ingrandita di Arabia Saudita aiuta Isis e minaccia occupazione in Sardegna. Nella foto della Nuova Sardegna la fabbrica d'armi di Domusnovas

Di Salvatore Santoru

Ancora bombe dalla Sardegna all'Arabia Saudita.
Secondo quanto riportato su "Sardinia Post" l'analista dell’Opal(Osservatorio permanente sulle armi leggere)Giorgio Beretta ha diffuso i nuovi dati relativi all'esportazione di armi dall'isola all'Arabia, sostenendo che si tratta di spedizioni in contrasto con la recente risoluzione del Parlamento europeo che chiede l'imposizione di un embargo sulle forniture militari all’Arabia Saudita
Nel solo mese di marzo 2016l’Istat ha registrato esportazioni dal Sud Sardegna all'Arabia per un valore di più di 4,6 milioni di euro. 

PER APPROFONDIRE:http://www.sardiniapost.it/cronaca/nuovi-carichi-bombe-dalla-sardegna-allarabia-saudita/

FOTO:http://www.blitzquotidiano.it

PERCHÈ LE ARMI NON SONO L'UNICA CAUSA DELLE STRAGI NEGLI USA





Di Salvatore Santoru

Solitamente quando avvengono stragi negli USA si sostiene che la colpa sia della vendita libera di armi e che la soluzione è quella di vietarle.
Tutto ciò è giusto visto che un mondo dove non si vendono armi sarebbe indubbiamente migliore, ma c'è anche da segnalare che non si può ridurre tutta la questione della violenza negli States alla vendita delle armi.

Difatti, sostenere che le armi siano la mera causa delle stragi non è poi così diverso dal sostenere che le automobili siano le cause degli incidenti stradali o i coltelli da cucina degli omicidi basati su di essi.
D'altronde, anche in Svizzera la vendita delle armi è libera eppure certe cose succedono molto raramente, visto che la causa dei tragici fatti di violenza negli States ha diverse cause,tra cui quelle sociali e ideologiche.
Ideologiche in quanto "stranamente" queste stragi avvengono praticamente quasi sempre ad opera di fanatici religiosi e/o politici oppure aventi origini di natura criminali o sono legate a problematiche e disagi sociali/psichiatriche (si pensi alle stragi nelle scuole per fare un'esempio).

Inoltre, c'è da segnalare che di per sé queste condizioni singole spesso non bastano per spiegare una strage, mentre l'intreccio di due o più di esse(fanatismo ideologico/religioso + squilibri psichiatrici) può far scattare la molla.

Quindi, sarebbe necessario semmai non tanto abolire tout court il Secondo emendamento come vogliono i democratici o rafforzarlo come vogliono i repubblicani, ma pragmaticamente istituire delle severe restrizioni per la vendita delle armi (a maggior ragione sugli individui sospettati e/o pericolosi), limitarne la quantità e culturalmente porre le basi per combattere la diffusa "cultura della violenza" che c'è negli States, diffusa "cultura della violenza" che fa comodo mantenere all'attuale sistema dominante(politico,militare e culturale) statunitense, in quanto retto su un'attitudine decisamente "guerrafondaia" nei confronti del resto del mondo.

FOTO:https://www.theodysseyonline.com

TRUMP VUOLE INCONTRARE LA LOBBY DELLE ARMI PER CHIEDERE DIVIETO DI VENDITA AI SOSPETTATI



Di Salvatore Santoru

Donald Trump ha twittato che incontrerà la potente "lobby delle armi" NRA(National Rifle Association) per chiedere restrizioni sulla vendita alle persone sospettate di terrorismo o nella "no fly zone".
Da diverso tempo, la NRA ha dato il suo sostegno a Trump.

PER APPROFONDIRE:http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/06/15/trump-vedra-nra-per-restrizioni-su-armi_55e992a3-0aaf-4c22-894f-9a3ee695920a.html

FOTO:http://thehill.com

Dagli Usa miliardi di dollari in armamenti per Israele e Arabia Saudita

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha annunciato due massicce forniture di sistemi d’arma ad Israele e Arabia Saudita, del valore di 1,9 Mld di $ ciascuna.
Gli accordi comprendono la vendita di migliaia di kit per trasformare comuni bombe d’aereo in bombe direzionali a guida laser, ordigni ad alta penetrazione anti-bunker, migliaia di missili Hellfire; insomma, quanto serve ad una prolungata campagna d’attacco aereo.
Non è affatto un caso: come noto, l’Arabia Saudita scarica ordigni sullo Yemen dal 26 marzo scorso, in un attacco terroristico indiscriminato che ha mietuto migliaia di vittime civili ed arrecato immense distruzioni al Paese; dal canto suo Israele, che la scorsa estate ha martoriato la Striscia di Gaza per cinquanta giorni, intende prepararsi a un prossimo massiccio coinvolgimento nella resa dei conti che si sta profilando nell’intero Medio Oriente, fra la Resistenza da un canto e il Golfo con i suoi fantocci e le sue bande di tagliagole prezzolati dall’altro.
Il Pentagono ha giustificato le forniture dichiarando che “contribuiranno alla politica estera e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti”; come dire che l’aggressione saudita allo Yemen e il suo strenuo appoggio alle bande terroriste in Siria e Iraq, come pure il massacro di palestinesi da parte israeliana rientrano ufficialmente nella politica di sicurezza a Stelle e Strisce.
Per adesso, a godere sono Boeing, General Dynamics, Lockheed Martin, Raytheon Missile System, le più importanti industrie di armamenti Usa, alla guida della potente lobby degli armamenti che condiziona a piacimento il Congresso americano a maggioranza repubblicana. Saranno loro a fornire il grosso di quei sistemi d’arma destinati ad alimentare altre sanguinose aggressioni.

Da Segretario di Stato, la Clinton ha approvato vendite di armi per 165 miliardi di dollari ai Paesi donatori della sua Fondazione



Il mese scorso IBTimes dimostrava come Goldman Sachs avesse pagato 200mila dollari a Bill Clinton per un discorso prima di fare pressione sul Dipartimento di Stato (all'epoca gestito da Hillary Clinton) sulla legislazione legata alla Export-Import Bank, che avrebbe alla fine approvato un prestito ad una società cinese consentendole l'acquisto di aerei, per 75 milioni di dollari, dalla Beechcraft (che prima della bancarotta del febbraio 2013 era la Hawker Beechcraft), una società che è in parte di proprietà di Goldman.

L'implicazione, naturalmente, è che i soldi per il discorso di Bill siano stati pagati per influenzare il processo decisionale del Dipartimento di Stato, un'implicazione che Goldman definisce "assurda". 
 
I Clinton sono sotto esame anche per possibili conflitti di interesse derivanti dai contributi alla Clinton Foundation  mentre Hillary Clinton guidava il Dipartimento di Stato. Più in particolare, un'indagine di Reuters ha rivelato che la Fondazione non è riuscita a segnalare "decine di milioni" di donazioni da parte di governi stranieri per un valore di 990 milioni in tre anni, spingendo il CEO dell'organizzazione Maura Pally a spiegare "l'errore".. Poco dopo, la Reuters ha trovato delle  inesattezze nella spiegazione della Pally, notando che in realtà, Clinton ha infranto le promesse di trasparenza fatte all'amministrazione Obama. 
 
Ora, IBTimes, in un nuovo pezzo investigativo esamina il rapporto tra le donazioni di governi stranieri e aziende alla  Foondazione Clinton e i contratti per la vendita di armi negoziati dal Dipartimento di Stato di Hillary Clinton, che, a quanto pare, ha approvato 165 miliardi di dollari in vendita di armi a nazioni che in precedenza aveva donato soldi alla Fondazione Clinton. 
 
 
Negli anni precedenti alla nomina di Hillary Clinton a segretario di stato, il Regno dell'Arabia Saudita ha contribuito almeno con 10 milioni di dollari alla Fondazione Clinton Appena due mesi prima che l'accordo fosse finalizzato, la Boeing - l'appaltatore della difesa che produce uno dei jet da combattimento che i sauditi erano particolarmente desiderosi di acquisire, l'F-15 - han contribuito con 900mila dollari alla Fondazione Clinton, secondo un comunicato stampa dell'azienda.
 
L'accordo saudita è una delle decine di contratti per la vendita di armi approvato dal Dipartimento di Stato di Hillary Clinton che poneva le armi nelle mani dei governi che avevano donato soldi alla Fondazione della famiglia Clinton.
 
Sotto la guida della Clinton, il Dipartimento di Stato ha approvato accordi per la vendite di armi per un valore di 165 miliardi di dollari con 20 nazioni i cui governi hanno donato soldi alla Fondazione Clinton,secondo un'analisi dell'IBTimes dei dati del Dipartimento di Stato e della Fondazione Clinton. Tale cifra - che deriva dai tre anni fiscali del mandato della Clinton come Segretario di Stato (da ottobre 2010 a settembre 2012) - è quasi il doppio del valore delle vendite di armi americane fatte a quei paesi e approvati dal Dipartimento di Stato nello stesso periodo del secondo mandato del presidente George W. Bush ...
 
Il Dipartimento di Stato guidato dalla Clinton ha anche autorizzato 151 miliardi dollari di accordi gestiti dal Pentagono con 16 dei paesi che hanno fatto donazioni alla Fondazione Clinton, con un conseguente aumento del 143 per cento nelle vendite  a quelle nazioni rispetto allo stesso arco di tempo durante l'amministrazione Bush. Queste vendite extra erano parte di un ampio aumento delle esportazioni militari americane che hanno accompagnato l'arrivo di Obama alla Casa Bianca.
 
Di questi accordi hanno beneficiato i soliti sospetti del Medio Oriente con i quali l'amministrazione Obama si sta ora coordinando per la cacciata di Assad ...
 
Il Dipartimento di Stato ha formalmente approvato queste vendite di armi, anche se si trattava di paesi governati da regimi autoritari che lo stesso Dipartimento aveva criticato per l'abuso dei diriiti umani.  Algeria, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar tutti donatori della Fondazione Clinton e che si sono guadagnati scorte di armi di fabbricazione americana anche se il Dipartimento li condanna per una serie di presunti mali, dalla corruzione alla limitazione delle libertà civili alle violente repressioni contro gli avversari politici.  
 
Come segretario di Stato, Hillary Clinton ha anche accusato alcuni di questi paesi di non riuscire a schierare una campagna seria e costante per affrontare il terrorismo. In un cavo del dicembre 2009 del Dipartimento di Stato pubblicato da Wikileaks, la Clinton si lamentava di "una sfida continua per convincere i funzionari sauditi a trattare il finanziamento del terrorismo proveniente dall'Arabia Saudita come una priorità strategica." Ha dichiarato che "il livello generale della cooperazione del Qatar con gli Stati Uniti contro il terrorismo è considerata la peggiore nella regione ". 
 
... E nel caso in cui ci fosse qualche dubbio sulla capacità della Clinton di influenzare le vendite di armi a governi stranieri ...
 
Domande sul nesso tra la vendita di armi e i donatori della Clinton Fondazione derivano dal ruolo del Dipartimento di Stato nel rivedere l'esportazione di armi di fabbricazione americana. L'agenzia ha il compito di approvare sia le vendite commerciali dirette da parte degli appaltatori della difesa degli Stati Uniti ai governi stranieri che le vendite mediate dal Pentagono a quei governi. Tali poteri sono sanciti da una legge federale che indica in particolare il segretario di Stato come "responsabile per la continua supervisione e la direzione generale delle vendite di armi, l'equipaggiamento militare e i servizi in paesi stranieri. In quel ruolo, Hillary Clinton aveva il potere di approvare o rifiutare le  vendite per una vasta gamma di motivi, da considerazioni di sicurezza nazionale a questioni relative ai diritti umani.
 
Il rapporto non si ferma qui. Ci sono anche collegamenti tra i Clinton e il complesso militare-industriale, con artisti del calibro di Boeing, Lockheed Martin, e United Technologies che hanno tutti donato soldi alla Fondazione,  
 
Questo gruppo di produttori di armi è  stato coinvolto 114 tali accordi mentre la Clinton era segretario di stato ...
 
La Boeing è stata una delle tre aziende che ha consegnato denaro personalmente a Bill Clinton mentre beneficiavano delle autorizzazioni rilasciate dal Dipartimento di Stato di Hillary Clinton. Le altre due sono la Lockheed e il colosso finanziario Goldman Sachs.
 
Alla fine, questo serve come ulteriore prova che la persona che è considerata, almeno per il momento, come il probabile prossimo comandante in capo degli Stati Uniti, è stata in passato esposta all'influenza di governi stranieri le cui donazioni alla Fondazione Clinton potrebbero essere servite a plasmare i contratti per la vendita di armi degli Stati Uniti agli alleati di Washington del Medio Oriente.

Come commenta il professore di Harvard Stephen Walt:
 
La politica estera americana è servita meglio se i responsabili non sono neanche lontanamente sospettati di avere questi conflitti di interesse.
 

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