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LO PSICHIATRA MATTEO PACINI: 'LA CORRELAZIONE TRA DEPRESSIONE E VIOLENZA TERRORISTICA E' UNA GIGANTESCA BUFALA'

terrorismo depressione
Di Matteo Pacini (psichiatra) *
La depressione come fonte di comportamenti violenti e distruttivi non è affatto un’equazione plausibile. Forse non è noto al pubblico, ma la depressione non è neanche la condizione psichica che è più a rischio per il suicidio stesso, che pure potrebbe apparire un comportamento allineato con l’essere depressi. I comportamenti violenti, spesso privi di un vero e proprio fine ultimo, sono formalmente diretti verso un nemico reale o immaginario, in maniera grandiosa (strage) e magari disorganizzata. Non è inverosimile che elementi psichicamente disponibili a compiere atti violenti siano reclutati “last minute” da organizzazioni che hanno comunque come scopo finale quello di mettere la firma su atti di terrore.
Soltanto, non vediamo che c’entri la depressione, né il disturbo da stress post-traumatico. Queste sono situazioni mediche che producono isolamento, alienazione, passività o stati d’allarme e di preoccupazione.
Nei casi gravi la persona può certamente far pensieri non realistici, ritenersi perseguitato o destinato alla rovina, e può talvolta togliersi la vita o scomparire. Chi invece cerca il rapporto con gli altri, in maniera distruttiva, chi produce un effetto su più persone (omicidi di massa, attentati) e spesso si compiace della visibilità che riceve, è uno che tende ad esplodere più che implodere. Lo stesso fatto che questi individui aderiscano, seppur superficialmente, a qualche ideologia in cui intravedono una soluzione o uno specchio del proprio stato d’animo, indica che sono in una fase eccitata, non inibita. Un depresso è ideologicamente piatto, arido, improduttivo. Tende a non agire, a non fare. Questo naturalmente non vale solo per gli immigrati, ma in generale per le diagnosi giornalistiche assegnate a questo tipo di eventi, per esempio i “femminicidi”. Un esercito di diagnosi di fasi “maniacali” gabellate per depressioni. Vale anche per le tossicodipendenze, che sono dai più ritenuti degli stati di ansia o depressione curata con le droghe, idea lontana dalla logica dei fatti e dai dati della letteratura scientifica. Il pilota suicida che si schiantò insieme ai passeggeri sulle Alpi, anche lui depresso. Pare che il giornalismo non conosca altra parola chiave.
Partiamo dai pochi dati e una osservazione sulla diversità dei fenomeni migratori. Le migrazioni esplorative sono certamente diverse dai flussi di fuga da situazioni di guerra, anche se vi è commistione tra i due fenomeni. Chi fugge dalla guerra non è detto che non sia anche spinto, rispetto a chi invece resta, da uno stato mentale predisposto a cercar fortuna altrove. Chi cerca fortuna altrove spesso sceglie di partire quando si sviluppano condizioni sfavorevoli nel proprio paese d’origine, come persecuzioni, conflitti o crisi economiche. Non deve quindi essere sottovalutato il fenomeno della concentrazione, nelle popolazioni che migrano, di determinati “tipi” mentali, a cui corrispondono alcune vulnerabilità biologiche, come ad esempio quelle alla psicosi. A migrazione conclusa, o ancora in corso, per assenza di una collocazione definitiva, è quindi più che possibile che queste vulnerabilità biologiche si manifestino, a maggior ragione se la persona ha subito una serie di eventi di cambiamento, rischi per la vita, separazioni o lutti. I dati italiani indicano concordemente un aumentatorischio di psicosi (Bologna e Padova) tra gli immigrati, in parte associato allo spostamento geografico in sé, indipendente dall’etnia. I giovani maschi sono più a rischio. La psicosi consiste in uno stato spesso eccitato dominato da allucinazioni e convinzioni scollate dalla realtà, in cui una persona può compiere azioni in risposta automatica a voci, associazioni mentali, o preso da una missione in cui vede una verità e giustizia assoluta. Dati Europei indicano che il rischio di psicosi è mantenuto attraverso le generazioni, il che non depone per un fenomeno legato alla migrazione in sé, né al difficile adattamento, poiché anche i nati nel nuovo paese di residenza manifestano un rischio significativo.
Un inquadramento della salute mentale delle persone che si aggiungono alla comunità è altrettanto importante quanto l’organizzazione del loro destino socioeconomico. Entrambi gli aspetti al momento sono riversati sulla comunità ospitante. La psichiatria è chiamata in causa con termini impropri, secondo una linea di informazione che ormai tende, in automatico, a ritenere che la “furia” sia depressione, e sia in parte colpa di chi la subisce (collettivamente). Se questo vuol poi dire che il terrorismo, i fatti di sangue, e le stragi potrebbero essere evitati con una maggiore comprensione umana, si cade non solo in una ingenuità utopistica, ma anche in un errore tecnico. Si tratta di persone convinte, per quanto confusamente, di quel che vogliono fare. Lo progettano, spesso lo preannunciano, ne pregustano l’impatto mediatico, il che probabilmente amplifica la loro motivazione ad agire. Una parte di tutto ciò prende poi la forma del tema dominante (per esempio l’islamismo radicale) senza magari avervi a che fare. In ogni caso, la distinzione è anche oziosa alla fine. Le nostre politiche migratorie non si preoccupano né di identificare i soggetti a rischio psichiatrico (trattando l’immigrato come fosse persona da proteggere e mai da contenere), né di prevenire i traumi migratori (finché favorirà nei fatti la tratta di esseri umani), né di prevenire il radicamento terroristico sul territorio. Nel voler idealizzare “l’altro” come categoria intoccabile, o da giustificare, ci si è già scordati che può presentare gli stessi disturbi mentali che imperversano anche da noi. In nome di una non meglio giustificata esigenza di muovere masse di persone, al momento risulterebbe che si espongano a rischi sia i migranti, che gli autoctoni.
Matteo Pacini (psichiatra)
Bibliografia:
Tarricone I, Mimmi S, Paparelli A, Rossi E, Mori E, Panigada S, Carchia G, Bandieri V, Michetti R, Minenna G, Boydell J, Morgan C, Berardi D. First-episode
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Jarvis GE, Toniolo I, Ryder AG, Sessa F, Cremonese C. High rates of psychosis for black inpatients in Padua and Montreal: different contexts, similar findings. Soc Psychiatry Psychiatr Epidemiol. 2011 Mar;46(3):247-53.
Tarricone I, Boydell J, Kokona A, Triolo F, Gamberini L, Sutti E, Marchetta M, Menchetti M, Di Forti M, Murray RM, Morgan C, Berardi D. Risk of psychosis and internal migration: Results from the Bologna First Episode Psychosis study.
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Tarsitani L, Pasquini M, Maraone A, Zerella MP, Berardelli I, Giordani R, Polselli GM, Biondi M. Acute psychiatric treatment and the use of physical restraint in first-generation immigrants in Italy: a prospective concurrent study. Int J Soc Psychiatry. 2013 Sep;59(6):613-8.
Bourque F, van der Ven E, Malla A. A meta-analysis of the risk for psychotic
disorders among first- and second-generation immigrants. Psychol Med. 2011May;41(5):897-910. doi: 10.1017/S0033291710001406. Epub 2010 Jul 21. Review.
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Selten JP, Blom JD, van der Tweel I, Veling W, Leliefeld B, Hoek HW. Psychosis risk for parents and siblings of Dutch and Moroccan-Dutch patients with non-affective psychotic disorder. Schizophr Res. 2008 Sep;104(1-3):274-8.
Termorshuizen F, Wierdsma AI, Visser E, Drukker M, Sytema S, Laan W, Smeets HM, Selten JP. Psychosis and suicide risk by ethnic origin and history of migration in the Netherlands. Schizophr Res. 2012 Jul;138(2-3):268-73.

Come il sogno lucido potrebbe aiutare a curare il Disturbo post traumatico da stress


Di Tara MacIsaac
L’universo è pieno di misteri che sfidano le nostre conoscenze. Nella sezione ‘Ai confini della realtà: Viaggio nei misteri della Scienza’ Epoch Times raccoglie storie che riguardano questi strani fenomeni per stimolare l’immaginazione e aprire possibilità ignote. Se siano vere o no, sei tu a deciderlo.
Il sogno lucido è quel sogno in cui una persona realizza che sta sognando ed è in grado di interagire consciamente con il sogno stesso. Le persone possono imparare l'onironautica attraverso varie tecniche (ne parleremo in seguito). Alcuni psicologi utilizzano il sogno lucido per curare le vittime di traumi, inclusi i veterani con un disturbo post-traumatico da stress (Dpts).





Anche Stephen LaBerge, uno psicofisiologo che ha ottenuto il suo dottorato all'Università Stanford, ha dichiarato che studiare l'onironautica potrebbe aiutarci molto a comprendere meglio il fenomeno dei sogni. Le persone che ricordano vagamente i loro sogni sono sempre state un ostacolo per lo studio dei sogni, ma gli onironauti possono ricordare i loro sogni con maggiore chiarezza. Sono anche in grado di eseguire alcune azioni nei sogni seguendo le istruzioni dei ricercatori.
CURARE I TRAUMI
Lo psichiatra J. Timothy Green ha curato un veterano del Vietnam che aveva degli incubi ricorrenti sul giorno in cui aveva visto il suo migliore amico ucciso in battaglia.
Era ogni volta la stessa storia: il suo amico sarebbe caduto e il sangue avrebbe iniziato a scorrere dal collo finché alla fine non sarebbe morto.
«Dato che il sogno era sempre uguale, gli suggerii di scegliere un momento preciso del sogno e ogni notte, quando si addormentava, di visualizzare mentalmente ed emotivamente sé stesso indietro in quel particolare momento e ricordarsi che stava sognando. Decise di selezionare come segnale che stava dormendo quell'istante in cui si rendeva conto che il suo compagno era morto», ha scritto Green in un articolo su Therapist-Psychologist.com.
Il veterano seguì il consiglio di Green e quando vide il suo amico riuscì a rendersi conto che stava sognando. Allora fu in grado di reindirizzare il sogno, dicendo al suo amico che la guerra era finita e che stavano tornando a casa. L'amico questa volta non morì, al contrario si alzò sorridente e andò via.
L'incubo che aveva tormentato quest'uomo negli ultimi trent'anni non tornò più.
Green ipotizza che gli incubi siano dei tentativi del subconscio di rendere un individuo consapevole di qualcosa, oppure «uno sforzo della psiche di porre fine a una difficoltà, persino a un evento terrificante, in una maniera meno traumatica.
«Durante il sogno lucido la persona riesce ad affrontare le immagini spaventose dei suoi sogni e a farli terminare in modo più positivo e meno scioccante», ha scritto Green.
Bill Skaggs, neuroscienziato e scrittore scientifico, ha osservato che le persone che sognano più spesso hanno una maggiore propensione alla depressione.
«Le persone che sono gravemente depresse mostrano spesso un eccesso di sonno Rem (la fase del sonno nella quale si sogna)», ha scritto in un post su Quora.com. «Ridurre la quantità di sonno Rem è un mezzo efficiente per abbassare il livello di depressione, almeno temporaneamente». Dal momento che eliminare il sonno Rem è una soluzione provvisoria, Green aiuta i pazienti a cambiare i loro sogni per ottenere dei risultati più duraturi.
L'ONIRONAUTICA NEGLI STUDI SUI SOGNI
LaBerge ha iniziato a studiare il sogno lucido più di quarant'anni fa per il suo dottorato a Stanford. A quel tempo molti sminuivano il fenomeno dell'onironautica come un temporaneo risveglio dal sogno. Gli esperimenti di LaBerge e altri, tuttavia, hanno dimostrato gli effetti fisici del sogno lucido sul cervello, sul movimento degli occhi e su quello dei muscoli.
I risultati ottenuti sul cervello allontanano l'onironautica dallo stato di veglia, ma anche dall'immaginazione. Un sognatore lucido che svolge una specifica azione in un sogno, come cantare, produce un'attività cerebrale di poco differente dalla stessa persona che canta nello stato di veglia, o che mentre è sveglia immagina di cantare.
Un esperimento di questo tipo era possibile solo con i sognatori lucidi. LaBerge diede istruzioni a un soggetto sottoposto al test di segnalargli quando utilizzava forme predeterminate di movimento oculare nel sogno. Una volta che il sognatore capiva di stare sognando avrebbe mosso gli occhi, azione che avrebbe portato anche gli occhi del suo corpo fisico a muoversi; poi si sarebbe messo a cantare e una volta terminato avrebbe ricominciato a muovere gli occhi.
In questo modo LaBerge poteva rilevare quando il canto iniziava e finiva, esaminando le informazioni dell'attività cerebrale in quel preciso momento per vedere come erano correlate all'azione del cantare.
«Il fatto che il sognatore lucido ricordi in maniera più completa del sognatore non lucido.. offre un'altra argomentazione a favore dell'impiego degli onironauti come soggetti da sottoporre allo studio», ha scritto LaBorge in Lucid Dreaming: Evidence and Methodology. «Non solo possono portare avanti degli specifici esperimenti nel corso dei loro sogni, ma sono anche più propensi a riferirli accuratamente. Che la nostra conoscenza della fenomenologia dei sogni sia fortemente limitata dal ricordo non è sempre apprezzato a sufficienza».
COME CAPIRE CHE STAI SOGNANDO
Green ha indirizzato il suo paziente a focalizzare una scena mentre si addormentava e a essere consapevole che quello scenario aveva luogo nei suoi sogni. Questo è un metodo per allenarsi a sognare lucidamente.
Altri hanno insinuato se fosse possibile per l'onironauta assumere l'abitudine di domandarsi nello stato di veglia: 'sono sveglio'? Se diventa una pratica si hanno più probabilità di porsi la stessa domanda nel sogno e rendersi conto che effettivamente è un sogno.
Anche tenere a mente un segnale predeterminato può aiutare. Ad esempio nel filmWaking Life, che tratta il tema del sogno lucido, il protagonista sa che se gira l'interruttore ma il livello di illuminazione non cambia sta sognando. Molti onironauti hanno testimoniato che stabilire dei segnali simili gli è utile.
WikiHow fornisce diverse altre tecniche, inclusa quella di appuntarsi una 'A' sul palmo. Nel momento in cui vedi la A puoi ricordare di chiederti se sei sveglio.
LaBerge ha scritto: «Finché continuiamo a considerare l'insonnia e il sonno come una semplice dicotomia indugeremo sul letto di Procuste che alle volte è destinato a essere il più scomodo possibile. Ci devono essere dei gradi dello stato di veglia proprio come esistono dei livelli nel dormire (per esempio le fasi convenzionali del sonno). Prima di trovare la strada giusta in questa confusione avremo probabilmente bisogno di contraddistinguere un più vasto assortimento di stati di coscienza rispetto a quelli che riconosciamo attualmente (es. sognare, dormire, svegliarsi e così via)».
*Immagini di un soldato e di un uomo con lo sguardo fisso via Shutterstock

I bambini più intelligenti hanno maggiori probabilità di sviluppare il disturbo bipolare. La ricerca sul British Journal of Psychiatry


Dalla scienza arriva ancora una volta la prova di un possibile legame tra intelligenza, creatività e disturbi mentali. Gruppi di ricercatori delle Università di Bristol, Cardiff, Glasgow e del Texas hanno infatti rilevato che i bambini con un quoziente intellettivo più alto della media prima dei 10 anni avevano più probabilità di a mostrare sintomi del disturbo bipolare verso i 22-23 anni.

L'Independent riporta che la ricerca, pubblicata sul British Journal of Psychiatry, ha seguito nel tempo 1.881 individui testandone le competenze linguistiche ed il quoziente intellettivo a otto anni, per poi valutarne le tendenze maniaco-depressive dopo i 20.


È risultato che gli individui che mostravano i sintomi più gravi di disturbo bipolare erano anche quelli che da piccoli avevano un QI di dieci punti superiore a quello dei ragazzi che invece erano risultati i "meno bipolari".
L'Independent riporta il commento di Daniel Smith, dell'Institute of Health & Wellbeing di Glasgow:
"Per molti anni si è parlato di un possibile legame tra il disturbo bipolare e l'intelligenze e la creatività, e numerose ricerche lo hanno suggerito. In questo vasto studio abbiamo trovato che una migliore performance ai test per determinare il quoziente intellettivo a otto anni può preannunciare il manifestarsi di sintomi del disturbo bipolare in età adulta."
Sempre secondo Smith, tuttavia, sarebbe sbagliato concludere che una brillante intelligenza è uno dei maggiori fattori di rischio per la malattia; altri elementi che concorrono nell'insorgere del disturbo sono la presenza di malattie mentali nella storia familiare, eventi traumatici nell'infanzia e uso di droghe. Il legame tra l'alto QI nei bambini e il disturbo bipolare è per Smith qualcosa che la scienza deve comprendere meglio.

I limiti e i dogmi della psichiatria tradizionale, dell'antipsichiatria e della psicoanalisi secondo Thomas Szasz



Di Thomas Szasz *

Per lo psichiatra, lo « schizofrenico
» è una vittima di una inafferrabile malattia del cervello,
come la neurosifilide; per lo psicoanalista, è vittima di un Io debole
o di un torte ES o di una combinazione di entrambi; per
l'antipsichiatra è la vittima di una famiglia oppressiva e di una
società malata.






 Ciascuna di queste dottrine e culti diminuisce il
« paziente » e distorce ciò che la persona è realmente; ognuna di
esse nega che egli possa fare un atto di definizione chiarificatrice
di sé. Così, lo psichiatra nega il diritto dello « schizofrenico » di
rifiutare il ricovero e attribuisce il suo desiderio di libertà all'incapacità
di comprenldere ciò che è la sua malattia e la necessità
di essere curato. Lo psicoanalista nega il diritto del paziente ad
opporsi all'inte~ipretazione analitica e attribuisce il suo rifiuto di
collaborare a una « malattia » che lo rende « inaccessibile » all'analisi.
L'ailti-psichiatra nega il suo obbligo a pensare a se stesso
e ad obbedire alle leggi e considera la sua tendenza alla violazione
delle regole sociali come una prova della sua superiore virtù
morale.
Il risultato di tutto questo è un ammasso - nella psicoanalisi,
nella psichiatria e nell'anti-psichiatria - dei più dif!ferenti tipi di
persone. Le persone capaci di prendersi cura di se stesse, ma che
non sono disposte a farlo, vengono messe nello stesso mucchio
di quelle disposte a farlo, ma incapaci di pensare a se stesse.
Persone colpevoli, ma che si proclamano innocenti, sono messe
assieme a coloro che, benché innocenti, si ritengono colpevoli; e
persone accusate e ricoilosciute colpevoli di reati sono messe insieme
a quelle che non sono state né incriminate né riconosciute
colpevoli di alcuna mancanza. Ndla psichiatria e nella psicoanalisi
ciascuno di questi tipi di persone possono essere definite
« schizofreniche »; nell'antidpsichiatria, tale classificazione è, da
un lato, criticata come sbagliata e, dall'altro, assunta per identificare
uno specifico gruppo di individui particolarmente vittimizzati
da altri e particolarmente adatti ai metodi di cura mentale
di Laing. In tutte queste varie concezioni, le somiglianze fra
psichiatria, psicoanalisi e antidpsichiatria nel loro approccio alla
« schizofrenia » mi sembrano molto più significative delle differenze.
In breve, l'anti-psichiatria, in quanto continuazione della tradizione
del trattamento morale fatto dalla psichiatria, non è niente
di nuovo; in quanto prospettiva politica della società e insieme
di comportamenti pratici nelle relazioni umane, è un'inversione
di alcuni valori e modelli occidentali. Alcuni di questi punti sono
stati messi in evidenza dai critici dell'anti-psichiatria, prevalentemente
da David Martin e Lionel Trilling.
Il succo delle argomentazioni di Martin, con cui sono sostanzialmente
d'accordo, è che Laing è un predicatore de e pro il
« molle » ventre della « Nuova Sinistra ». Per « Nuova Sinistra
molle » Martin intende, fra le altre cose, una « sindrome di atteggiamenti
» che ci mette davanti a un « sistema psicologico che evita
sistematicamente una analisi accurata e tratta (la nozione di
fatto come una ingannatrice invenzione borghese ». « Lo stile
prevalente di Laing », aggiunge Martin, « non è rappresentato da
un leale argomentare, ma è sentenzioso, dogmatico e confessionale
». Martin richiama l'attenzione sui ricorrenti riferimenti
da parte di Laing alla « natura della società capitalistica, che è
un contesto sociale quasi universale in cui la libertà viene deformata
e fa notare che questa è un'affermazione abbastanza assurda,
non perché sia completamente falsa, ma perché è meno vera
per le società capitalistiche contemporanee di quanto non lo fosse
per qualunque altra società passata o presente di cui noi abbiamo
notizia. Ma, come sottolinea Martin, l'aspetto più importante dello
stile di Laing è l'evitare e Io sbarrare la via a qualsiasi sviluppo
di uno scambio di ragionevoli affermazioni e negazioni
Questo, posso aggiungere, rappresenta una delle più importanti
somiglianze fra gli psichiatri tradizionali e gli anti-psichiatri
tipo Laing: non si può ragionare o discutere con nessuno di loro.
Entrambi sono come fanatici religiosi con cui non si possono
assolutamente toccare o dibattere argomenti che si riferiscano al
loro credo. Queste persone lasciano spazio a due sole alternative:
o l'accordo totale o il disaccordo totale. Nel primo caso è permesso
solo riconoscere che lo psichiatra o I'antipsichiatra è il
solo a possedere la vera chiave di lettura della mente e del cuore
dello psicotico e a difenderne gli interessi. Nel secondo caso si
è disprezzati e umiliati da una spietata « diagnosi », cioè si è dichiarati
pazzi, vittime della follia e dell'inautenticità.
Tutta l'antipsichiatria è caratterizzata da questa fatale somiglianza
con la scienza a cui si oppone. Nella psichiatria tradizionale
« noi » siamo i sani e « loro » - quelli che sfidano le norme
e i valori della società - sono i pazzi. Nell'anti-psichiatria è tutto
l'opposto. « Non c'è una sola parola negli scritti di Laing », nota
Martin, « che ammetta l'esistenza di una qualsiasi virtù in ciò che
è anche un suo patrimonio ». Dire così è anche troppo poco perché
a Laing piace moltissimo tirare fuori osservazioni come « le
peggiori barbarie sono ancora perpetrate da noi stessi, dai nostri
alleati e amici » ". Questo totale rifiuto del « noi » e la relativa
enfatizzazione del « loro » è, del resto, caratteristico della attuale
mentalità « di sinistra » nei paesi ancora liberi.
L'immagine di Laing, come emerge dall'analisi del suo lavoro
fatta dal Martin, è quella di un profeta arrabbiato, di un intollerante
fanatico religioso, che ci lancia in \faccia accuse e invettive
come questa: « Siamo tutti assassini e prostitute ... D". Secondo
Martin, Laing è:
« Un irrazionalista, che non trova assolutamente congeniali
le discussioni razionali e argomentate su questioni religiose e sostiene
che l'essenza della religione è l'estasi ... C'è in tutto lo stile
di Laing, una sostituzione del ragionamento con l'estasi e una
incapacità a costruire una sequenza di argomenti ordinati, sorretti
da esperienze accuratamente raccolte, qualificate rispetto
ed un fine o a un altro. Il suo metodo consiste nel lanciare accuse
alla cieca con una virulenza fatta di slogans che annulla ogni passibilità
di discussione ».
In breve, come i medici dei pazzi di un tempo, e coime gli
psicoanalisti di ieri, Laing è profondamente retorico.
Anche Lione1 Trilling ha notato che la critica di Laing all'ordine
sociale esistente k simile, in tutti i suoi aspetti essenziali, a
quella del marxismo e del comunismo e che la salvezza che egli
propone somiglia alle soluzioni offerte da queste dottrine collettivistiche.
Sebbene non sia d'accordo con Trilling nella sua acritica
accettazione della schizofrenia come malattia (sembra che la consideri
quasi come la sifilide, solo un po' più difficile da diagnosticare),
ritengo però valida e importante gran parte della sua
critica all'anti-psichiatria.
Trilling ha infatti ragione quando mette in rilievo - anche
se, a [parere mio, non abbastanza energicamente - il contesto economico
entro cui il movimento anti-psichiatrico trova origine ed
entro il quale esso va esplicitamente reinserito. Quel quadro è
I'anticapitalismo di Marx. In esso, osserva Trilling, « il denaro è
il principio del non autentico nell'esistenza umana ». E cita
l'osservazione di Oscar Wilde a proposito di questa nuova visione
delll« essere genuinamente umano », che, cioè, K La vera perfezione
dell'uomo non consiste in ciò che ~l'uomo ha, 'ma in ciò che
Suomo è ». Ne consegue, come egli stesso suggerisce, che l'ideale
morale non è rappresentato più dal conoscere se stesso, ma
dall'essere se stesso. Questo va bene finché non ci domandiamo
cosa significa. Infatti, in questa massima si nasconde l'intero significato
e valore della vita stessa.
La teoria di Laing sulla schizofrenia, che serve da giustificazione
'morale e da fondamento economico a qualunque opera egli
faccia come soccorritore o come guaritore, si fonda perciò sul
concetto di inautenticità e del suo ruolo in questo « disordine D.
E' proprio su questo punto che Trilling lancia i colpi più duri
contro il lavoro di Laing:
« La schizofrenia, nella sua visione [di Laing], è la conseguenza
di circostanze esterne, di una influenza, esercitata sul senso
del sé, di una persona che è più disposta di altre a cedere ad
essa; la persona schizofrenica è caratterizzata proprio da quella
che Laing chiama una "insicurezza ontologica", una debolezza del
suo senso dell'essere ... E' la famiglia che è direttamente responsabile
della frattura ontologica dell' "io diviso", della schizofrenia;
Laing è categorico nell'affermazione che ogni caso di schizofrenia
deve essere interpretato come "una strategia ,particolare che il
paziente inventa per poter vivere una situazione non vivibile" -
che è sempre una situazione familiare -, in particolare la richiesta
da parte dei genitori che uno sia quello che non è. Possiamo dire
che egli interpreta la schizofrenia come la risposta del paziente
ad una imposizione di inautenticità da parte dei genitori »".
Trilling mette il dito qui sugli aspetti insensati e mistificatori
del culto dell'autenticità. Tale culto è, in qualche mado, l'immagine
speculare del culto della moderna ,psichiatria istituzionale.
Come per la psichiatria il concetto base, il simbolo sacro è la
« schizofrenia D, così per l'antidpsichiatria il concetto fondamentale
è quello di « autenticità ». Dal punto di vista della prima, ciò
che manca allo schizofrenico rispetto alla gente normale è il non
sapere fare « l'esame di realtà »; dal punto di vista della seconda
invece, ciò che egli ha in più rispetto agli altri è « l'autenticità D.
Dati i problemi che «lo schizofrenico » pone per sé e per gli
altri e data la tendenza di Laing ad attribuire tutti i problemi
umani alla società, era inevitabile, secondo Trilling, che la causa
della schizofrenia « fosse ricercata nei fattori sociali ... [Ma] ... non
necessariamente ... una tale linea di pensiero doveva sfociare nell'affermazione
che la follia è uno stato dell'esistenza umana apprezzabile
per la sua indiscutibile autenticità » la.
Questa è davvero un'affermazione quanto mai infelice. Nel
farla, Laing, Cooper e coloro che sostengono 'la loro idealizzazione
della follia, hanno, a parere inio, reso un pessimo servizio
all'accrescimento della dignità di o~gni uamo, sia egli psicotico,
psichiatra o tutte e due le cose, o nessuna di queste. L'affermazione
che il folle è sano e che la società è ammalata è il tipo di
cose che Trilling chiama un luogo comune. Secondo me, non è solo
un luogo comune, ma un contro-luogo-comune: è l'eco del luogo
comune psichiatrico che ha definito la devianza come malattia,
cosa che Trilling sembra ritenere un'affermazione scientifica. Ma
egli ha ragione quando mette in evidenza che un luogo comune non
può cìpporsi alla logica. Più di uno « schizofrenico » lo ha scoperto,
come pure molti di coloro che avrebbero criticato la psichiatria
« scientifica ». Osserva Trilling:
« Trattare questo fenomeno della nostra cultura secondo il
metodo dell'argomentazione analitica sarebbe, credo, pretendere
troppo. La posizione è caratterizzata dal fatto di trovarsi in un
sistema intellettuale a cui non può essere applicata l'argomentazione
analitica. Questo è il sistema intellettuale che un tempo
andava sotto il nome di luogo comune. E' interessante notare
come tale parola sia sparita dal vocabolario moderno ».

* Thomas Szasz-Schizofrenia, simbolo sacro della psichiatria pg 60-64

Si fa presto a dire follia. Viaggio dentro la terribile verità che si nasconde nella mente impazzita

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Di Laura Cioni

Poiché tanto si parla di follia nel commentare avvenimenti di cronaca dolorosi e talvolta tragici, è utile andare a ripescare chi di follia se ne intendeva parecchio e l’ha descritta in alcuni romanzi di cui si arricchisce la sua produzione e quella letteraria italiana del Novecento.
Mario Tobino, nato a Viareggio nel 1910, dopo una giovinezza in cui legge Machiavelli e Dante, Tacito e Orazio, si laurea in medicina nel 1936, diviene ufficiale medico al reggimento Quinto Alpini di stanza a Merano. Nel 1940 parte per la Libia: la guerra infuria nel deserto pieno di sole e di dolore. Congedato nel 1942, lavora nel manicomio di Maggiano, in provincia di Lucca e si lega alla Resistenza. Pubblica alcuni romanzi che raccontano, tra invenzione e memoria, quelle esperienze. Ma la vera notorietà gli viene proprio dai libri in cui narra la sua esperienza di psichiatra nel manicomio: nel 1953 esce Le libere donne di Magliano, nel 1972 Per le antiche scale, con cui vince il premio Campiello, nel 1982 Gli ultimi giorni di Magliano. Muore ad Agrigento nel 1991.


Nei suoi romanzi manicomiali l’universo psichiatrico diventa poesia della solitudine e della sofferenza. Proprio il contrario di ciò che avviene troppo spesso nelle dichiarazioni a distanza con cui ci si affanna a pronunciare diagnosi affrettate e imprecise, volte per lo più a rassicurare i lettori e gli spettatori sul mistero del male, che si annida nella violenza sugli altri e su di sé. In Tobino il mestiere di medico e di scrittore resta sempre sulla soglia invalicabile della libertà umana.
Il primo romanzo è anche il capolavoro dell’autore, frammentario, breve, scritto in una lingua accesa da lampi di poesia. Nel 1963, per la ristampa, dichiara: «Scrissi questo libro per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà. Non sottilizzai sulle parole, se era meglio chiamare l’istituto manicomio oppure ospedale psichiatrico, usai le parole più rapide, scrissi matti, come il popolo li chiama, invece di malati di mente».
Nella testa il loro delirio
Scaturito dalla rielaborazione delle cartelle cliniche compilate per anni al manicomio, scritto all’interno dell’ospedale, nelle due stanzette in cui Tobino visse fino alla pensione, in una convivenza con la follia spesso lacerante, il libro rivela una condivisione del dolore di grande umanità: «Stamani mentre passavo per le sale, ogni malata mi gettava dentro la testa il sasso del suo delirio; camminavo come alla berlina; i delirii dentro la testa mi si convertivano in un inizio di pianto, che strozzavo».
«La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare».
Chi abbia visto la pur bella fiction televisiva su Franco Basaglia, C’era una volta la città dei matti non può non notare il differente approccio alla malattia mentale che vi si trova rispetto alla scrittura di Tobino: al posto della compassione, la durezza di una lotta ideologica che portò sì, con la legge 180 del 1978, a chiudere gli istituti psichiatrici, ma non a sostituirli con sufficienti presidi territoriali a sostegno dei malati e delle loro famiglie. Quella lotta Tobino aveva inizialmente condiviso, nell’ottica di un ospedale aperto e vivibile, quando dagli anni Sessanta aveva iniziato, nella generale perplessità, alcuni esperimenti di socioterapia; in seguito però aveva preso le distanze dalla attuazione pratica della 180, sostenendo l’utilità del manicomio, divenuto casa per molti malati dopo tanti anni di degenza.
Del resto egli nutriva delle riserve anche sull’uso generalizzato degli psicofarmaci. A un anno dalla loro invenzione, egli scriveva: «Oggi succede che con alcune pasticche si riesce a parlare con i malati, si può spiegare loro cosa è successo, si può tentare di attenuare le nebbie che ancora fanno aureola intorno alle loro tempie». Ma in questo modo la malattia è attutita e i suoi sintomi giungono velati all’occhio del medico. E allora racconta, proprio perché è consapevole di un mondo che sta per scomparire, le vicende e gli spasimi delle sue ammalate, dalla Berlucchi ossessionata dal senso di colpa, alla tragica lussuria della Maresca, all’epilettica Soldani che non può parlare, tanto le assenze sono frequenti, e mai maledice il destino, «come fosse giusto così, anzi, già fosse assai la sua fortuna di poter esistere anche in quel modo».
mario-tobino-fondazionemariotobino-it«Le celle sono il luogo più doloroso. Piccole stanze dalle pareti nude, con una porta molto robusta nella quale è infisso un vetro spesso per guardare dentro; nella parete di fronte, la finestra per la luce. L’ammalato, il matto, vi vive nudo. L’alienato nella cella è libero, sbandiera, non tralasciandone alcun grano, la sua pazzia, la cella suo regno dove dichiara se stesso, che è il compito della persona umana». Sta parlando degli agitati nelle lunghe fasi di una follia violenta per sé e per tutti.
La sapienza degli infermieri
«Quando suor Giacinta distribuisce il vitto nella sala di soggiorno, ha intorno duecento malate. Molte volte le hanno tolta la cornetta perché si vergognasse ad apparire pelata, hanno tentato di picchiarla, le hanno urlato sconcezze, l’hanno frugata nei suoi sentimenti più delicati. Suor Giacinta vive insieme alle matte, loro sorella, il suo destino immolarsi ogni ora senza premio». Tobino voleva dedicare il suo libro alle suore, sue collaboratrici al manicomio. Le osserva, le ammira e stima il loro silenzio al mattino, dopo la comunione. «La bava, la lussuria estiva, le donne che si toccano, si abbracciano, la saliva, gli occhi languidi lucidi: in manicomio, nei reparti femminili, senza pudicizia si scarica la sensualità. È d’estate. L’epilettica Gianni stamani era tutta attaccata a una idiota sbavante che non capisce un’inezia ma al piacere ubbidisce. La pazzia sgomina tutte le ipocrisie. Come bandiere vittoriose sventolano nel prato nude e le loro parole, i loro inviti, gli atti, sono di una tale verità che rapisce osservandola e subito dopo la vogliamo dimenticare».
Questi alcuni degli episodi, e non dei più impressionanti, sorpresi dalla penna di Tobino. Ma l’occhio esperto nell’osservazione dei sintomi e nelle diagnosi si posa anche su altre cose: «Il manicomio si erge, bastione monumentale, su una collina che s’alza dopo la discesa del monte di Quiesa; a poche centinaia di metri scorre il fiume Serchio. D’estate le cicale vi cantano perdutamente. È un paese rinserrato e stretto che contiene circa mille matti e trecento infermieri; non si contano gli anditi, le scale, le soffitte che ogni generazione ha sfatto e aggiunto. La sua organizzazione è dovuta a diverse generazioni di medici. L’esperienza e la sapienza degli infermieri vecchi si trasmette ai giovani. Medici che vivettero da certosini dentro queste mura insegnarono ai campagnoli: è per questa loro dedizione che si riesce a tenere più di mille matti in un breve spazio».
Questa è sofferenza
La figura di uno dei suoi predecessori riempie di sé la prima parte di Per le antiche scale: il dottor Bonaccorsi, vero governatore del manicomio al posto dei più scialbi colleghi, pieno di iniziativa, di ricerca, di avventure amorose con le mogli degli altri tre medici, di interesse alla formazione dei giovani dottori, di abilità professionale e organizzativa. Andò in pensione, insieme agli altri psichiatri, all’avvento del fascismo, per non dover subire ingerenze dalla dittatura. È l’omaggio a una tradizione che Tobino sa di avere ereditato e che intende continuare. E così dona al lettore il distillato di oltre trent’anni di servizio, nel tentativo di compatire la sofferenza psichica, di curarla quando è possibile, di farla parlare nelle sue espressioni anche più inaspettate e crude. Di riconoscere la sua dignità: «Che è mai l’uomo, perché di lui ti ricordi?».
Illustrazione manicomio da Shutterstock

Fonte:http://www.tempi.it/si-fa-presto-a-dire-follia-viaggio-dentro-la-terribile-verita-che-si-nasconde-nella-mente-impazzita#.VT_gRiHtmkp

Chiudono gli OPG e nascono i Rems

L'Opg di Montelupo Fiorentino.

Di Salvatore Santoru

Domani 31 marzo chiudono ufficialmente gli Ospedali psichiatrici giudiziari, i famigerati Opg, dopo tre slittamenti in due anni.
Gli OPF saranno sostituiti dai Rems dai cosiddetti Rems( Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza), i quali, secondo un articolo di "Repubblica" non potranno ospitare però più di venti degenti, che saranno "dirottati" verso strutture alternative.

Per approfondire:http://www.repubblica.it/salute/2015/03/30/news/chiudono_gli_opg_incognita_sul_futuro_dei_ricoverati-110848371/

http://www.lettera43.it/cronaca/opg-al-via-la-riforma-addio-agli-ultimi-centri_43675164766.htm

Paranoia e Potere


Di Viator
Anticorpi.info

A cavallo tra il 19° e il 20° secolo la rampante psichiatria coniò un termine destinato a scolpirsi nell'immaginario di parecchie generazioni a seguire: la parola è paranoia.

Eppure la patologia era già stata riconosciuta e classificata molto tempo prima che il termine 'paranoia' erompesse nel gergo popolare; era la Mania di Persecuzione, una sindrome codificata fin dalla nascita della psichiatria, durante il secolo illuminista.

La mania di persecuzione si differenzia dalla normale diffidenza in quanto ha luogo in assenza di fatti oggettivi che la motivino. Consiste in una degenerazione patologica del pregiudizio. E' necessario che la degenerazione sia patologica. Quindi se ad esempio ricevo continue minacce di morte, la mia diffidenza cronica non può dirsi patologica, in quanto fondata su presupposti oggettivi.

E allora perché in ambito scientifico si volle cambiare denominazione ad una patologia mentale già classificata quasi tre secoli prima? Proviamo a ipotizzare.

Quando fu chiaro il potenziale repressivo garantito dalla moderna scienza psichiatrica nell'ambito di una finta democrazia in cui è basilare preservare la comune percezione della libertà, fu allestita una campagna su vasta scala per inculcare nell'immaginario collettivo l'idea che un atteggiamento di diffidenza persistente, ancorché fondato su ragioni oggettive, fosse sintomo di una patologia mentale. Un naturale meccanismo psichico di auto-tutela fu trasformato in una malattia. Si assimilò il concetto di diffidenza a quello di mania di persecuzione e da tale commistione si fabbricò una sindrome psichica nuova di zecca, denominandola con un vocabolo greco che significava genericamente: 'follia' - fonte). Malgrado la debole attinenza terminologica la parola fu approvata, forse perché soddisfaceva i requisiti per radicare nell'immaginario collettivo: derivazione classica gradita in ambito accademico e forma accattivante e facile da ricordare per attecchire nella cultura pop. Il dizionario neo-linguistico si era ampliato di un nuovo lemma.

Con l'invenzione della sindrome paranoide, che la storiografia attribuisce allo psichiatra tedesco Emil Kraepelin, si realizzò una delle prime operazioni di 'psico-polizia' su vasta scala. Si posero le fondamenta per la costruzione del 'mondo a due dimensioni', il mondo in cui tutto è palese, in cui ogni nozione enunciata dai flemmatici signori ben vestiti mandati in onda dai canali nazionali è un distillato di verità, il mondo filtrato dalle miopi lenti dei 'teorici delle casualità che si rivelano sempre casualmente organiche a precisi disegni politici'; le anime candide convinte che giornalisti e giudici operino tutti in perfetta buona fede in quanto tutti incorruttibili invulnerabili come Batman.

Ma soprattutto fu utilizzato lo spauracchio del trattamento sanitario obbligatorio (TSO) per indurre alla moderazione (intimidire) una specifica categoria di persone; coloro i quali nutrissero diffidenza verso l'autorità costituita, e in particolare chi criticava la pericolosità del nascente impero apolide controllato dalla finanza privata. Correvano i tempi dei manicomi, dell'elettroshock e delle lobotomie. Si trasformò un normale ed oggettivamente fondato stato di diffidenza persistente in una sindrome psichiatrica. Tra gli esempi più eclatanti di diagnosi psichiatriche applicate alla repressione politica vi fu il caso dell'intellettuale Ezra Pound, voce autorevole e dissidente che un tribunale USA rinchiuse in manicomio per 12 anni, dal 1945 al 1957.

Con l'introduzione della sindrome paranoide si creò un luogo comune finalizzato ad inibire la plausibile diffidenza del governato nei confronti del governante.

Dopo circa un secolo dalla introduzione della sindrome paranoide, e un gran numero di individui condannati ai manicomi e ai trattamenti sanitari obbligatori per aver pestato i piedi sbagliati, il vocabolario neo-linguistico si arricchì di un nuovo lemma. L'avvento della televisione quale suprema fonte di verità sottrasse credibilità alle singole voci antagonistiche, le quali smisero di rappresentare un rischio per il potere . Chiusi i manicomi, si provvide ad aggiornare la denominazione del vecchio concetto, che fu declassato da sindrome psichiatrica ad innocua stramberia sottoculturale.



In una neo-lingua finalizzata all'omologazione - imbottita di dispregiativi che attraverso il magico suffisso 'ismo' affibbiano un'accezione negativa a qualsiasi presa di posizione eccentrica ed inflessibile - il nuovo vocabolo non poteva che aderire al trend: vide così la luce il cospirazionismo (o complottismo) .

La cosa più paradossale e forse meno evidente, in tutta questa storia, è che mentre la diffidenza nutrita dai cittadini più svegli verso l'autorità costituita (ed i poteri retrostanti) è motivata dalla evidenza oggettiva - cioè dai preoccupanti connotati autoritari e vessatori assunti nel corso dei decenni dagli Stati e dalle lobby finanziarie - quella denotata dal potere verso la gente comune è del tutto ingiustificata. Data la posizione distante e dominante che occupano, e alla luce della evidenza storica, politica e sociale, in realtà i signori potenti oggi non avrebbero alcun bisogno di ficcare il naso all'interno della scatola, nei fatti privati della gente comune monitorando conti correnti, email, telefonate, sms, cloud e social network. Per inciso: stiamo parlando di attività spionistiche reali, e non 'deliri complottistici'; attività comprovate dai sussurri di Snowden (Datagate), dalle ammissioni di Obama e ultimamente da un eloquente rapporto diffuso dalla Vodafone (link). Con buona pace degli amici debunker e della loro credibilità.

I casi sono due: o l'intera faccenda del controllo globale è un espediente che soddisfa esigenze differenti da ciò che a prima vista vuol sembrare, oppure i Nuovi Caligola si sono lasciati sopraffare dall'egregora del Controllo Fine a Se Stesso.

Nel secondo caso avremmo a che fare con una serie di patologie psichiatriche sofferte da questi strani signori che confondono l'illuminazione con un portafoglio gonfio, e che passano la vita ad architettare utopistici progetti di controllo globale. Patologie reali, e non inventate a tavolino. Megalomania. Sadismo. Delirio di controllo e di persecuzione, anzi, pardon: paranoia, per non dire complottismo.

I cosiddetti 'padroni del mondo', non paghi di aver fatto del male a tutto e tutti, sopraffatti dai loro demoni ora temono una fantomatica 'minaccia dal basso' che esiste solo nei loro film, nelle loro messe in scena, nei loro notiziari e nelle loro menti corrotte dal Potere Assoluto. L'unica categoria di paranoici allo sbando, di veri 'complottisti', dati alla mano, è proprio quella dei detentori del potere. Individui molto malati che un bel giorno finiranno per distruggersi a vicenda in una inedita e spumeggiante rappresentazione in chiave corporativa, super-paranoica del film Le Iene.

Giù le mani dalla psiche . Ecco perché il Dsm-5 sbaglia


Di Francesca Sironi

«La fame di ricette semplici trova nel Dsm-5 la sua epifania più sconvolgente». Così Eugenio Borgna, uno dei più grandi psichiatri italiani, studioso della “dimensione profonda e soggettiva del disagio psichico”, come ricorda su di lui la Treccani, commenta la quinta edizione del manuale di riferimento per la salute mentale nel mondo: il cosiddetto “Dsm”. Firmato dall’ American Psychiatric Association , il tomo che classifica l’animo umano in oltre 300 potenziali disturbi arriverà in Italia il 28 marzo, tradotto da Raffaello Cortina .


Dopo tredici anni di lavoro e decine di migliaia di esperti coinvolti in studi e conferenze, i guru statunitensi della mente hanno stabilito «un linguaggio comune» per definire i nuovi «standard» con cui «la vita di milioni di individui» può essere compresa nelle sue patologie (parole del presidente del progetto, David Kupfer) mettendo nero su bianco quali sofferenze possono essere chiamate «disturbi» e quali no, da quali avvisaglie possiamo capire se un bambino è iperattivo o un amico depresso, secondo quali test (sì, ci sono anche i questionari a crocette) la nostra ansia andrebbe curata con un blister oppure la timidezza che mostriamo in pubblico avrebbe bisogno di una terapia. Uno strumento apprezzato, utile, usato. Ma anche oggetto di profonde critiche.

«Come già aveva scritto Kafka, è più facile prescrivere delle ricette, fare delle diagnosi, che non invece ascoltare chi sta male, perché quest’ultima cosa esige tempo, esige attenzione, esige riflessione»: dal suo studio di Novara, Borgna commenta così queste «tavole della legge che presentano soltanto paradigmi esteriori», perché sconfessano in partenza, dice, quello che dovrebbe essere il fondamento della psichiatria.



Cosa c’è che non va nel manuale?
«Le premesse. Queste tavole chiedono che tutti guardino con gli stessi occhi gli stessi sintomi. Sintomi che si dovrebbero ripetere identici in ogni parte del mondo. Ma la tristezza, l’angoscia, la colpa, la volontà di morire, le esperienze dell’animo umano non possono essere classificate come se si trattasse di una pancreatite. Non basta riconoscere dei segni esteriori, dei comportamenti evidenti, per stabilire cosa sta succedendo in quell’interiorità. Queste tavole finiscono per escludere a priori l’unico elemento che conta davvero quando si tratta di fare una diagnosi psichiatrica: la soggettività».

Non è utile avere degli schemi che spieghino come riconoscere una malattia?
«Stiamo parlando di oltre 300 diagnosi. Ovvero di una furia classificatoria che ha perso ogni giustificazione. Il “Dsm” è uno strumento utile quando si tratta di circoscrivere e individuare i sintomi principali di malattie codificate come la schizofrenia. Ma i mille occhi dei medici che hanno redatto queste 947 pagine arrivano a micro-visioni analitiche che rischiano di rendere patologica ogni forma di sofferenza».

Pensa a disturbi come l’ansia sociale o al fatto che il lutto non sia più inserito tra le “giustificazioni” per escludere una diagnosi da depressione?
«Penso a tutte quelle descrizioni che sembrano suggerire l’idea per la quale ogni ostacolo ci impedisca di corrispondere a una vita che scorra senza problemi, senza cadute, senza dolore, senza tristezze, dev’essere etichettato come patologico. Il “Dsm” è un edificio costruito su parole aride. Uno sguardo rivolto ai segnali esteriori della malattia, che non considera l’interpretazione della soggettività che si ha di fronte. Eppure solo ascoltando l’altro potremo capire se la sua sofferenza è patologica oppure no».

Ma è una necessità medica quella di dare delle regole scientifiche alla disciplina.
«Dipende da cosa consideriamo scientifico. Se pensiamo che la psichiatria sia una scienza naturalistica, che si occupa di problemi riconducibili a disfunzioni biologiche, allora sì. Non è così però. La depressione non è l’appendicite. Le forme che può assumere il dolore cambiano a seconda del contesto sociale e ambientale di quella persona. Cambiano a seconda delle origini di quella sofferenza. Cambiano addirittura a seconda di come noi stessi ci relazioniamo con il paziente. E se non indaghiamo le cause profonde, interiori, da cui scaturisce la tristezza, non saremo mai in grado di fare una buona diagnosi. Questo sguardo però è escluso dal manuale di cui stiamo parlando».

Non sono più solide le diagnosi che si effettuano seguendo quelle linee guida?
«La scientificità del “Dsm” è provata dalle ricerche su cui gli autori affermano di essersi basati. E cosa sono le mie vaghe parole pseudo-mediche, così fragili, evanescenti, di fronte alle certezze che regnano nel manuale? Potrebbero essere considerate chiacchiere. Ma il fatto è che in Italia questa psichiatria “non-scientifica”, ovvero relazionale, dialettica, che il manuale rifiuta, ha portato alla chiusura dei manicomi. Abbiamo dimostrato, con l’esperienza concreta, che le cure sono più efficaci non se diventano più gelide, più cliniche, non se prescrivono più farmaci, ma al contrario se i farmaci li sottraggono, e se al loro posto si danno parole, ascolto, si danno pazienza e silenzio. Loro saranno anche scientifici. Ma noi curiamo le persone».

Però se il volume viene tradotto in tutto il mondo significa che a qualcuno quelle diagnosi piacciono.
«Certo, a chi non vuole perdere tempo».

Si spieghi meglio.
«Il successo del manuale è dato dalla sua capacità di uniformarsi alla tendenza oggi dominante: quella di escludere l’interiorità dalle scelte che facciamo, di proporre modelli che consentano la realizzazione automatica delle cose, di trovare soluzioni prefabbricate, senza che la ricerca dei significati ci faccia perdere tempo. È ovvio che è più faticoso fare una diagnosi che prescinda dai criteri semplici e lapalissiani proposti dal “Dsm”. Ma il tempo che si perde per capire un paziente ha un significato. È testimone di quella solidarietà umana che dovrebbe essere alla base del rapporto con l’altro».

Gli autori giustificano questa semplicità come un tentativo di rendere il manuale comprensibile a tutti.
«Ovvero a chi?».

Ai medici generici, per esempio.
«Ecco: una prospettiva inquietante».

Perché?
«Gli psichiatri hanno a che fare soprattutto con schizofrenie o depressioni psicotiche, che sono poche: la schizofrenia è un caso su cento, la depressione psicotica 0,6. Invece con le sindromi ansiose, la tristezza, l’ipocondria, arriviamo a quanto? Al 20 per cento, al 25, secondo alcuni. E si tratta di pazienti che si rivolgono nella stragrande maggioranza dei casi ai medici di base, i quali ora hanno sul tavolo un testo che consente loro di applicare protocolli sovrapponibili a quelli con cui diagnosticano i mal di stomaco».

Dà loro più strumenti, no?
«No. Li mette in una difficile condizione. Non sono psichiatri: hanno una specializzazione importante ma non sono psichiatri. Ma quando vedono in un paziente i sintomi esteriori descritti nel manuale, sentono la responsabilità di agire. Perché il testo sul quale si fonda la psichiatria internazionale dà loro criteri tali per decidere quali psicofarmaci somministrare dinanzi a qualunque forma di ansia, di sofferenza psichica, di quelle che riempiono, riempivano e riempiranno gli studi dei medici di base».

Qual è il rischio?
«Ci sono sofferenze che ai nostri occhi possono sembrare laceranti e invece agli occhi di chi le vive sono dotate di senso. Il problema della psichiatria è valutare se questo senso corrisponde ai valori comunitari oppure se è un senso soltanto individuale, narcisistico; allora sì che interviene il giudizio del medico. Ma è una valutazione complessa. Soprattutto se prevede terapie farmacologiche che agiscono su equilibri delicatissimi. E che se mal prescritte possono avere conseguenze disastrose, fino al suicidio».

E se lo legge una mamma, il manuale?
«È un precipizio. La percezione soggettiva di una madre e di un padre della sofferenza del proprio bambino, se letta attraverso una di queste descrizioni, li porta a deformare la loro visione. E conduce poi il medico, che fatalmente deve fondarsi su quello che i genitori e gli insegnanti dicono del bambino, a formulare diagnosi già belle confezionate. Magari senza mandarlo nemmeno da uno psicologo che potrebbe essere sicuramente più utile dell’uso di farmaci».

Ma le persone chiedono di dare un nome al malessere, di guarire dalla sofferenza.
«Certo. Sarebbe infinitamente più comodo se un antidepressivo mi risolvesse l’angoscia per la morte di una persona cara, ad esempio, senza farmi perdere tempo ad andare da uno psichiatra che ascolta e chiede. Ma è il dolore a distinguerci dalle pietre. Rainer Maria Rilke aveva scritto che il dolore è quella prova che trasforma l’esperienza esteriore che abbiamo del mondo in esperienza interiore. E cosa c’è oggi di più sacrificato, di più negato, di più disprezzato, di più deriso, di una tesi come questa?».

Fonte:http://espresso.repubblica.it/visioni/scienze/2014/03/21/news/giu-le-mani-dalla-psiche-il-dsm-5-tutto-sbagliato-1.158037


http://www.velodimaya.net/2014/04/mani-dalla-psiche-perche-dsm-5-sbaglia/

Il Fallimento della Psichiatria organicistica


Di Frankpro

Nella nostra società gli addetti alla cura della malattia mentale sono gli psichiatri. Questi professionisti, sebbene abbiano seguito un percorso di studi ed una formazione in tutto e per tutto equivalente a quella degli altri medici (addetti alla cura del corpo), vengono da questi ultimi considerati medici di seconda categoria. E' notorio ma non è un aspetto casuale, bensì la proiezione del c.d. “dogma biomedico” nelle relazioni fra tipi di addetti alla cura.

Nel dogma infatti si professa che i meccanismi biologici siano la base della vita, gli “eventi mentali” invece sono solo successivi rispetto a questi e dunque vanno posti in subordineFa d'uopo che i medici che si occupano di eventi mentali siano soltanto professionisti di “serie b”?! Mettiamola così.

Come hanno reagito gli psichiatri dinanzi a questa situazione frutto di un fondamento apparentemente ineludibile della suprema scienza medica? Semplice: cercando di aderirvi il più possibile! Per lo meno: la maggior parte degli psichiatri - pena il fatto, meschino ai loro occhi, di doversi sentire non più dei “veri scienziati” che si sarebbero occupati di fatti, ma solo di inafferrabili eventi - ha deciso di andare nella direzione suggeritagli dai colleghi. Alcune fazioni minoritarie invece hanno preferito rimanere in disparte, qualcuno col punto interrogativo stampato sulla fronte, altri invece semplicemente smarriti.

Così, la maggioranza degli psichiatri si son rimboccati le maniche per ridefinire la malattia mentale come il risultato dell'ennesima forma di disorganizzazione di certi meccanismi fisiologici, biochimici, che alla fine incidono sull'organo cervello, anziché sull'organo cuore, o milza o fegato che sia. 
In questo senso dunque, la malattia mentale è uguale a quella fisica, soltanto che agisce sul cervello, anziché su un altro organo. I sintomi cardiaci e quelli mentali sono solo sintomi di due tipi di malattie diverse che comunque originano da un disordine nelle nostre cellule e molecole. Il microscopio, secondo loro, accorrerebbe lesto ad attestarlo.

Questo, che in realtà è un mero svilimento concettuale, ha prodotto una situazione curiosa. Infatti, quelli che la notabile scienza medica definisce “guaritori” operano con tecniche diciamo psicologiche persino su malattie fisiche. Gli psichiatri invece si son messi ad utilizzare gli stessi sistemi di cura dei colleghi del corpo, per guarire le turbe mentali!

Il cd “orientamento organico” della psichiatria ha cioè trapiantato i concetti prima, ed i metodi poi, della medicina che cura il corpo. Non solo, ma ci si è sforzati di creare un forte sistema di classificazione (riduzionista) nell'ambito dei mali della mente, per correlare in maniera inequivocabile specifici disturbi biochimici / fisiologici a determinati sintomi mentali, dunque malattie e relative diagnosi.

Ma la cosa bella è che questo approccio non ha dato affatto i risultati sperati, anzi, si può dire con certezza, senza timore di essere smentiti, che ha fallito quasi completamente. E, paradosso dei paradossi, continua però imperterrito ad essere largamente applicato?!

Cosa fanno in soldoni oggi gli psichiatri, per curare la malattia mentale? Lo stesso degli urologi, gli internisti, gli pneumologi, ecc: prescrivono farmaci. Questi farmaci però hanno come bersaglio i sintomi. Cioè cancellano o alleggeriscono i sintomi dei mali psicologici dei pazienti. Niente di più.

Il che è esattamente, dannatamente contro-terapeutico!

Se infatti si guarda alla salute della persona in un'ottica olistica, si sa bene che la malattia deriva da una cattiva o mancata valutazione di una esperienza / informazione, che la vita ci chiede di integrare. Il manifestarsi dei sintomi indica un tentativo, da parte dell'organismo, di indicarci un problema e una strada, un modo per superarlo ed acquisirlo nella nostra coscienza.

E la psichiatria, nel suo acquisito orientamento bio-medico, distrugge quei sintomi!

La vera terapia sarebbe quella di costituire in primo luogo un ambiente protetto ed armonioso per il paziente, in cui i suoi sintomi si possano manifestare in modo chiaro, persino in tutta la loro intensità. In quell'ambito un professionista potrebbe aiutarlo a realizzare quella integrazione di coscienza. Quel professionista dovrebbe essere un esperto delle manifestazioni dell'intero spettro umano della personalità. Ciò che accade invece è che nelle istituzioni in cui i pazienti vengono condotti, ci si ritrova dinanzi gli psichiatri che prescrivono i farmaci, mentre gli psicologi, che al limite avrebbero una preparazione ed un approccio chiaramente più adatto al problema, restano subordinati ai primi, avendo in quest'ambito una mera funzione ancillare.

In buona sostanza, l'estensione del modello biomedico ai problemi mentali è un mostruoso insuccesso, di cui non si vuole prendere atto. Se pure gli sforzi per creare un sistema diagnostico organico dei mali mentali giungesse ad un punto, esso sarebbe ugualmente inutile.

Perché, come detto, il problema mentale va affrontato con modelli psicologici.

La nozione di malattia senza un rapporto con la personalità del paziente, la sua famiglia, la società in cui vive, le sue convinzioni, l'ambiente, ecc è soltanto un mito, afferma il Prof Thomas Szasz, tra i più radicali contestatori del modello biochimico. Ed in questo senso, in quest'ottica, la malattia fisica e mentale sono la stessa cosa.

Solo che la ristretta cornice dell'attuale scienza medica lo trascende, per restare sul conveniente territorio degli alambicchi e delle provette. Territorio in cui l'uomo è giusto un insieme di cellule ed organi da bombardare con la chimica.

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