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10 cose che succederebbero alla Terra se l’essere umano si estinguesse

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Di Valerio Guiggi

Quali sarebbero gli scenari che interesserebbero il nostro pianeta nel caso in cui l’uomo scomparisse improvvisamente dalla faccia della terra? Sarebbero migliori o peggiori di adesso?
Spesso sentiamo parlare, da tantissimi studi di ogni tipo, quali sono i danni fatti dall’uomo sull’ambiente. Si tratta di una domanda molto interessante, perché serve a capire quanto poco ci interessa del posto in cui viviamo e in cui vivranno i nostri figli, una questione che però vogliamo vedere oggi dal punto di vista opposto: che cosa succederebbe, infatti, se fosse l’uomo a scomparire improvvisamente? E’ quello che ci chiediamo in questa lista, immaginando il mondo come sarebbe se all’improvviso tutti gli esseri umani scomparissero dalla faccia del pianeta.

10. Il mondo rimarrebbe al buio

La prima conseguenza, che è anche quella più diretta, sta nel fatto che l’uomo rimarrebbe completamente al buio. Non ci vuole molto a capire che, infatti, senza l’intervento umano le centrali elettriche smetterebbero di funzionare, e quindi l’unica fonte di luce sarebbe il sole e nient’altro. Questo significa che gli animali notturni prolifererebbero, perché non verrebbero più disturbati da tutta l’illuminazione artificiale che abbiamo messo in giro per il pianeta, creando uno squilibrio nelle popolazioni.

9. Gli animali domestici morirebberoa

Conseguenza ben peggiore della precedente è la sorte che riguarderebbe il vostro cane, o il vostro gatto, ma anche mucche, galline e cavalli. Tutti questi animali hanno in comune il fatto di non saper procacciare il cibo, per cui se non ci fosse più l’uomo, che fornisce loro sempre da mangiare, morirebbero nel giro di pochi giorni, di fame oppure di sete. Gli animali da cortile non potrebbero addirittura nemmeno uscire dai recinti, ma anche i cani e i gatti spesso troppo grassi che abbiamo in casa non avrebbero certo una sorte migliore, senza di noi. Tra l’altro, molti di questi animali (galline) dipendono dall’energia elettrica.

8. Le centrali nucleari esploderebbero

Molti paesi le stanno progressivamente abbandonando, ma molte delle centrali nucleari ancora attive esploderebbero. Le reazioni delle centrali, infatti, sono distruttive e solo l’intervento umano le tiene a bada, soprattutto grazie ai delicati processi di raffreddamento che evitano, appunto, l’esplosione della centrale. Nel caso in cui l’uomo scomparisse il processo di raffreddamento, che deve essere sempre controllato, verrebbe meno e si verificherebbero esplosioni nucleari. Anche senza l’uomo.

7. Le strutture metalliche crollerebbero

Le abitazioni, specialmente quelle moderne, si basano molto sui supporti metallici, che richiedono però una manutenzione. Senza più nessuno che fornisce questa manutenzione, le strutture sarebbero destinate a cadere inesorabilmente. Ma del resto questo possiamo vederlo già da soli, nelle città che per motivi vari vengono abbandonate dagli abitanti e che, nel tempo, sono destinate ad essere completamente distrutte.

6. Il riscaldamento globale si arresterebbe


Il riscaldamento globale, a causa della cessazione dell’attività umana, andrebbe a diminuire fino a fermarsi completamente. Questa non è necessariamente una cosa positiva: la temperatura potrebbe rimanere costante ma anche abbassare, e se così fosse molte specie animali e vegetali sarebbero destinate all’estinzione perché non abituate a vivere a climi più freddi. L’ambiente, però, a causa della totale riduzione delle emissioni, progressivamente diventerebbe sempre più pulito.

5. La vegetazione ricoprirebbe le città

Questa conseguenza non sarebbe a breve termine, ma si stima che nel giro solamente di 25 anni la vegetazione potrebbe cancellare definitivamente le città che conosciamo oggi. Le piante rampicanti, soprattutto, ricoprirebbero i nostri edifici, entrando dalle porte e dalle finestre. Stranamente, il mammifero che più beneficerebbe da questa situazione sarebbe il gatto: riesce ad arrampicarsi, a differenza di molti animali, e se impara a cacciare il cibo troverebbe anche prede in abbondanza, visto che gli edifici sarebbero largamente abitati dagli uccelli.

4. Gli incendi non sarebbero controllati

Senza manutenzione, è molto probabile che scoppi qualche incendio a carico di diverse strutture, tra l’altro non solo delle centrali nucleari. Il problema è che, senza i vigili del fuoco, non ci sarebbe nessuno che spegne questi incendi (se non la pioggia), per cui diventerebbero completamente incontrollati. Addirittura, a seconda del posto da dove originano, potrebbero distruggere intere foreste se non ci sono limitazioni di nessun tipo.

3. I satelliti cadrebbero sulla Terra

Il motivo per cui i satelliti, soggetti alla gravità come tutti gli altri corpi celesti, non cadono sulla terra, è che la loro posizione viene costantemente controllata dall’uomo in remoto. Se questo controllo viene meno, per un po’ i satelliti rimarrebbero in orbita ma poi inizierebbero a cadere dall’alto, come una pioggia. Proprio come una pioggia, perché l’impatto con l’atmosfera li distruggerebbe, per cui non sarebbe possibile trovare un satellite intero sulla Terra, nemmeno dopo anni.

2. I frutti che mangiamo oggi scomparirebbero

I frutti più buoni che possiamo mangiare oggi esistono solo perché l’uomo li protegge da tutti i problemi, durante la crescita. Per questo motivo, se l’uomo scomparisse anche questi frutti lo farebbero: molti agrumi, per esempio, sono incapaci di riprodursi in natura, così come molti altri frutti, tra cui le banane. Così le piante selvatiche prenderebbero il sopravvento su quelle domestiche, mettendo ancora meno cibo a disposizione degli animali superstiti.

1. Rimarrebbero tre prove della nostra esistenza

Dopo 100 anni, la Terra tornerebbe ad essere, per livelli di CO2 e per popolazione animale, all’incirca la stessa che c’era prima che l’uomo arrivasse sulla Terra, e del nostro passaggio rimarrebbe ben poco. Rimarrebbero, in realtà, alcuni dei monumenti più longevi della storia, strutturati in modo da essere quasi indistruttibili nel tempo: le Piramidi, perché sono nel deserto, la Grande Muraglia Cinese perché è lunghissima (ne rimarrebbero delle parti) e il Monte Rushmore, che è scolpito sulla roccia e quindi molto difficile da cancellare, anche per le intemperie. Questi sarebbero gli unici indizi che un’eventuale “nuovo uomo” troverebbe viaggiando sulla terra dopo qualche anno dalla nostra scomparsa.

L'Homo Sapiens origina (anche) dall'Oriente? La recente scoperta di fossili umani in Cina mette in crisi la teoria dell'Out of Africa e la sola origine occidentale dell'essere umano



Di Salvatore Santoru

La teoria comunemente accettata e considerata sinora più plausibile sulle origini dell'umanità moderna sostiene che l'Homo Sapiens abbia avuto origine in Africa subsahariana, quindi nell'emisfero occidentale del pianeta Terra(1). 
Secondo questo modello paleoantropologico dominante, noto come "Out of Africa 1"(2), il primo essere umano moderno sarebbe stato l'Uomo di Kibish o Omo I(3), chiamato così per i resti ritrovati nel sito etiope di Omo Kibish(4). Secondo l'Out of Africa, in seguito l'Homo Sapiens si sarebbe diffuso dall'Africa anche in Asia, in Europa e in America differenziandosi di volta in volta morfologicamente a seconda del clima o dell'ambiente in cui arrivava(5).






Ma recentemente il ritrovamento di 47 denti umani, datati tra gli 80 e i 120mila anni fa(6), nella provincia cinese di Daoxian sta mettendo in discussione la teoria dell'Out of Africa, tanto che, secondo quanto riportato da un articolo del sito web scientifico "Zme Science" e da altri siti e media, l'antropologa dell'University College London e del "Centro Nacional de Investigación sobre la Evolución Humana" María Martinon-Torres(7) ha affermato che "abbiamo bisogno di ripensare i nostri modelli", dichiarando anche che forse ci sono state altre migrazioni oltre a quella dall'Africa(8).
Inoltre, secondo l'ipotesi dell'Out of Africa le migrazioni dell'Homo Sapiens in Asia avvennero non prima di 60mila anni fa, e indubbiamente la scoperta dei recenti resti umani in Cina datati 80-120 mila anni fa è un grosso grattacapo.
Forse, l'essere umano moderno non ebbe un'unica e uniforme origine, ma vi furono delle simultanee e "diverse origini" sia in Occidente che in Oriente.

NOTE:

L’ascesa al potere dell’Homo Sapiens:possibile grazie all'immaginazione.

Homo Sapiens
Di Ginevra Montanari

Nel suo libro “Sapiens: A Brief History of Humankind”, Yuval Noah Harari, docente di storia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, propone una sorprendente spiegazione riguardo l’evoluzione degli esseri umani. Harari è specializzato in storia del mondo, storia medievale e storia militare.





 La sua ricerca attuale si concentra sulle questioni macro-storiche: qual è il rapporto tra storia e biologia? Qual è la differenza essenziale tra Homo Sapiens e gli altri animali?
Oggi, è innegabile che gli uomini dominino il pianeta. Si sono diffusi in ogni continente. Le loro azioni determinano il destino di tutte le specie, se non della Terra stessa. Com’è successo? La cosa è a dir poco strabiliante visto che, 70.000 anni fa, i nostri antenati erano esemplari pressoché insignificanti. Proprio così: l’uomo preistorico non era importante. Il suo impatto sul mondo era pari a quello delle meduse, o delle coccinelle. Cosa è successo da 70.000 anni fa ad oggi?
In genere, ricerchiamo la differenza tra noi e tutti gli altri animali sul piano individuale. Vogliamo credere che ci sia qualcosa di speciale nel corpo, nel cervello, a renderci così diversi e, se vogliamo, superiori a un cane, o a una scimmia. La verità, però, è che “sul piano individuale somigliamo a uno scimpanzé in modo imbarazzante”. Se ci trovassimo su un’isola deserta, o in mezzo alla giungla, e dovessimo lottare con una scimmia per sopravvivere, le probabilità di vittoria sarebbero davvero misere. L’analisi di Harari non sottolinea la straordinarietà del singolo umano, perché di fatto non è questo l’elemento da ricercare, per spiegarne l’evoluzione. La vera differenza fra gli umani e tutti gli altri animali non si trova a livello individuale, ma a livello collettivo. “Gli umani controllano il pianeta perché sono gli unici animali capaci di collaborare in modo flessibile e in grandi masse”.
Certo, esistono altri animali – le api, le formiche, ad esempio – che possono collaborare in grandi numeri, ma non lo fanno in modo flessibile. Collaborano solo in forme rigidamente predefinite: in pratica, l’alveare funziona in un solo modo, e se si presenta una qualche variabile, un problema, le api non riescono a reinventare il loro sistema velocemente. Non possono, per esempio, giustiziare la regina e fondare una repubblica di api, fare una crociata contro i bonobi, o istituire una dittatura comunista di api operaie. Altri animali, come i i lupi, gli elefanti, i delfini, o gli scimpanzé, sono in grado di collaborare in modo molto più flessibile, ma lo fanno solo in piccoli numeri, perché in questi esemplari la collaborazione poggia su un’intima conoscenza reciproca. Se non conoscono l’altro esemplare, non collaboreranno mai, neanche per il più nobile degli ideali. L’unico animale in grado di combinare queste due abilità, spiega Hasari – collaborare in modo flessibile e farlo anche in grandi numeri – è l’Homo Sapiens. Siamo noi.
Quando si tratta di uno contro uno, o di dieci contro dieci, gli scimpanzé possono sicuramente averla vinta, ma se mille umani dovessero scontrarsi con mille scimpanzé, cambierebbe tuttoQuesto perché, com’è ovvio, mille scimpanzé non sanno in alcun modo collaborare. Proviamo a immaginare mille, centomila scimpanzé stipati nel Colosseo, o per le strade del Centro Storico: follia allo stato puro, regnerebbe il caos. Gli umani si radunano a decine di migliaia in tantissimi casi – stadi, concerti, aule d’università – e il risultato è decisamente più ordinato, solitamente. Nella maggior parte dei casi, riusciamo a costruire una rete di collaborazione sofisticata ed efficiente.
Tutti i grandi risultati raggiunti dall’umanità, non sono dovuti ad abilità individuali, ma a questa capacità di collaborare flessibilmente e in grandi numeri. Anche l’articolo che state leggendo ne è l’ennesima riprova: sono qui, seduta, a scrivere su un computer, per persone che principalmente non conosco. Quanti umani leggeranno? Di questi ne conoscerò una decina, circa. La maggior parte mi è sconosciuta. Allo stesso modo, non conosco realmente la redazione, le persone che hanno lavorato affinché questo sito diventasse operativo. Non conosco chi ha costruito il computer, né chi stava alla guida della metro che mi ha riportata a casa, oggi. Non conosco il professore che ha ispirato l’articolo, né tutti quegli intellettuali che hanno formato, attraverso il mio studio, parte della conoscenza sull’argomento. Non ci conosciamo l’un l’altra. Tuttavia, possiamo lavorare congiuntamente, nella creazione di questo grande circolo di idee. I delfini, anche se intelligentissimi, non riescono a farlo. Certo, la collaborazione non porta solo a cose belle. A progresso. Tutte quelle azioni orribili, costellate nella storia, hanno alla base una collaborazione su vasta scala. Pubbliche esecuzioni. Mattatoi. Campi di concentramento. Sfido a trovare cose del genere in natura.
Ma come funziona esattamente? Perché l’essere umano è capace di fare questo? La risposta, per Harari, è la nostra immaginazione. Riusciamo a collaborare flessibilmente e con un numero infinito di estranei perché solo noi, tra tutti gli animali del pianeta, siamo in grado di creare e di credere in finzioni, in storie immaginate. Se tutti credono alla stessa finzione, allora tutti obbediscono e seguono le stesse regole, le stesse norme, gli stessi valori. Tutti gli altri animali usano il proprio sistema di comunicazione unicamente per descrivere la realtà (Pericoli, cibo, acqua, alberi etc).  Gli uomini, invece, usano il linguaggio non solo per descrivere la realtà, ma anche per creare nuove realtà, realtà immaginarie. Realtà a cui nessun animale crederebbe, motivo per cui noi controlliamo il mondo, mentre gli scimpanzé sono rinchiusi negli zoo e nei laboratori di ricerca.
Le realtà fittizie di cui parla Harari non sono solo di tipo religioso. Milioni di persone si uniscono per erigere una cattedrale o una moschea, per lottare in una crociata o nella jihad, perché credono alle stesse storie su Dio, sul paradiso e sull’inferno. Ma non è solo questo. La legge. Molti sistemi legali si basano sul principio dei diritti umani. Cosa sono i diritti umani? Proprio come Dio e il paradiso, sono una storia inventata da noi. Non sono una realtà oggettiva, non sono una caratteristica biologica dell’Homo Sapiens. Se aprite un essere umano per guardarci dentro, trovate cuore, reni, neuroni, ormoni e DNA, ma non trovate alcun diritto. I diritti li trovate soltanto nelle storie che abbiamo creato e diffuso durante gli ultimi secoli. Possono anche essere storie molto valide, possono essere giuste, credibili, ma rimangono storie inventate da noi.
Lo stesso vale per la politica. Nella politica moderna, stati e nazioni fanno da protagonisti. Ma cosa sono stati e nazioni? Non sono una realtà oggettiva. Un fiume è una realtà oggettiva. Una montagna. Una foresta. Si possono vedere, toccare, potete persino sentirne l’odore. Uno stato o una nazione, invece, come Italia, Iran, Stati Uniti, o Germania, sono solo una storia che abbiamo inventato e a cui siamo enormemente affezionati. Lo stesso vale per l’economia. Gli agenti più importanti oggi nell’economia globale sono le imprese e le multinazionali. Molti oggi lavorano per una multinazionale come Google, Toyota, o McDonald’s. Cosa sono esattamente queste cose? Gli avvocati le chiamano finzioni legali. Sono storie inventate. Cosa fanno le imprese tutto il giorno? Per lo più cercano di fare soldi. Ma cosa sono i soldi? I soldi non sono una realtà oggettiva, non hanno valore oggettivo. Prendete e guardate una banconota da 50 euro, o una carta di credito. Non hanno valore. Non si possono mangiare, bere, indossare. Un giorno sono arrivati questi geniali cantastorie, i grandi banchieri, i ministri delle finanze, i primi ministri, e ci hanno raccontato una storia molto convincente: “Vedete questo pezzo di carta? In realtà vale dieci banane.” Se io ci credo, se voi ci credete, se tutti ci credono, allora funziona davvero. Si può prendere questo inutile pezzo di carta, andare al supermercato, darlo a un completo estraneo e ottenerne in cambio delle vere banane. È qualcosa di straordinario. Non funzionerebbe mai con gli animali. Le altre specie scambiano, ma con beni oggettivi, con cibo. Non scambierebbero mai dieci banane per un misero pezzo di carta con strani disegni. “Il denaro è, di fatto, la storia di maggior successo mai inventata e raccontata dagli uomini, perché è l’unica storia a cui credono tutti”. Non tutti credono in Dio, non tutti credono nei diritti umani, non tutti credono nei nazionalismi, ma tutti credono nei soldi.
In conclusione: noi umani controlliamo il mondo perché viviamo in una realtà duale. Tutti gli altri animali vivono in una realtà oggettiva. Anche nel nostro mondo ci sono pericoli, cibo, acqua e alberi. Con il passare dei secoli, però, sopra a questa realtà oggettiva, abbiamo costruito un secondo strato di realtà immaginaria, una realtà fatta di finzioni narrative, come nazioni, dei, denaro e multinazionali. E la cosa incredibile è che col passare del tempo questa realtà immaginaria è diventata sempre più potente, tanto che ora le forze più potenti al mondo sono proprio queste entità fittizie. Oggi, la stessa sopravvivenza di fiumi, alberi, leoni ed elefanti dipende dalle decisioni e dai desideri di entità fittizie, come gli Stati Uniti, Google, la Banca Mondiale. Entità che esistono solo nella nostra immaginazione.

FONTE:http://www.europinione.it/lascesa-al-potere-dellhomo-sapiens-grazie-immaginazione/

Le quattro fasi evolutive del corpo umano

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Di Helena Pertot
Uno studio condotto su fossili di 430 000 anni fa raccolti nel nord della Spagna ha rilevato che l’evoluzione delle dimensioni e della forma del corpo umano ha attraversato quattro fasi principali. I risultati sono pubblicati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.





Un gruppo di ricerca internazionale, tra cui l’antropologo Rolf Quam dellaBinghamton University, ha studiato la dimensione e la forma del corpo grazie alla collezione di fossili umani in un sito nella Sierra de Atapuerca, nel nord della Spagna. Datato a circa 430 000 anni fa, il sito conserva la più grande collezione di fossili trovati fino a oggi in tutto il mondo. I ricercatori hanno così scoperto che gli individui di Atapuerca erano relativamente alti, con corpi grandi e muscolosi e avevano meno massa cerebrale rispetto ai Neanderthal.
Gli Atapuerca hanno condiviso molte caratteristiche anatomiche con l’uomo di Neanderthal successivamente non presenti negli esseri umani moderni. L’analisi dei loro scheletri postcraniali (le ossa del corpo diverse dal cranio) ha indicato che sono quindi evolutivamente strettamente imparentati ai Neanderthal.
“Questa cosa è davvero interessante,” ha scritto Quam, “perché suggerisce che il nostro processo evolutivo è in gran parte caratterizzato da una stasi (cioè da un periodo con un piccolo o nessun cambiamento evolutivo) della forma del corpo per la maggior parte della nostra storia evolutiva.”
Il confronto dei fossili Atapuerca con il resto della documentazione fossile umana suggerisce che l’evoluzione del corpo umano ha attraversato quattro fasi principali. La prima nella vita arborea (quando i nostri antenati vivevano sugli alberi) e successivamente in quella da bipedi(quando camminavano su due gambe).
fossili di Atapuerca rappresentano la terza fase, con i loro corpi alti, larghi e robusti e un bipedismo esclusivamente terrestre, senza evidenza di comportamenti arborei. Questa stessa forma del corpo è probabilmente condivisa con i membri precedenti del nostro genere, come l’Homo erectus, così come con alcuni membri più recenti, tra cui l’uomo di Neanderthal. Così, questa forma del corpo sembra essere stata presente nel genere Homo per oltre un milione di anni. Il tutto fino alla comparsa della nostra specie,  l’Homo sapiens, che ha una nuova forma del corpo più leggera, più stretta e più alta.
Pertanto, gli autori suggeriscono che gli umani Atapuerca offrano la miglior visione della forma e delle dimensioni del corpo umano nel corso degli ultimi milioni di anni prima dell’avvento degli esseri umani moderni.

In Sudafrica trovati resti umani di 3 milioni di anni fa. Gli scienziati: “Una nuova specie”


DI LORENZO SIMONCELLI

Un gruppo di scienziati internazionali ha scoperto una nuova specie umana, l’homo naledi, (che significa stella in sesotho una delle lingue locali in Sudafrica) in una grotta a 90 metri di profondità all’interno del Rising Star, un sito archeologico a circa 50 km da Johannesburg, patrimonio mondiale dell’Unesco e già in passato al centro di importanti scoperte antropologiche. 






La specie umana scoperta sarebbe una specie ponte” tra i primi bipedi e l’homo erectus e secondo le prime ricostruzioni avrebbe sembianze umane molto primitive: un encefalo molto ridotto, simile a quello di un gorilla e un busto ancora in parte ripiegato, paragonabile a quello di una scimmia. Oltre alla sua fisionomia, snello, ma non molto alto intorno al metro e mezzo, ciò che ha impressionato gli scienziati è la struttura dei piedi, quasi identici ai nostri.  

Si tratterebbe del più grosso rilevamento di ossa di ominidi mai avvenuto. L’equipe di esperti ha ritrovato circa 1500 ossa di ominidi risalenti a circa 3milioni di anni fa che apparterrebbero a 15 individui, tra loro bambini, giovani e un anziano. E molti altri fossili sono stati raccolti per procedere all’analisi. La raccolta dei reperti ossei è stata particolarmente complessa data la conformazione delle grotte del sito archeologico. Un team di sei ricercatrici molto magre sono state fatte entrare all’interno della cavità, dato il poco spazio a disposizione e attraverso un cavo ottico lungo 3,5 chilometri le operazioni di scavo sono state coordinate insieme ad un altro gruppo di scienziati rimasto, invece, in superficie. 

A destare particolare sorpresa è proprio il contesto in cui sono stati ritrovati i fossili. Dalle prime ricostruzioni, infatti, la postura delle ossa e la profondità della scoperta farebbe pensare che Homo naledi seppelliva i suoi morti e la sepoltura fino ad oggi era considerata una pratica iniziata con l’uomo moderno, risalente a 200mila anni fa con l’homo sapiens. 

«Una scoperta destinata a lasciare il segno sugli studi paleontologici» secondo Lee Berger, professore sull’evoluzione della specie umana alla Wits University di Johannesburg, «mai si era riusciti a ricomporre un fossile umano così nei dettagli». Per John Hawks, un ricercatore che ha preso parte alla scoperta, «la scoperta dell’homo naledi cambia le certezze sulla storia dell’evoluzione umana». 

La lunga infanzia della specie umana: perché i bambini crescono più lenti rispetto ad altri mammiferi

lunga infanzia

Di B. Simona Morabito

Un bambino appena nato necessita completamente e per lungo tempo di cure e assistenza da parte di un adulto che lo accompagni nella crescita e lo sostenga nello sviluppo verso l'autonomia. Se questo vale per la specie umana, non è così per gli altri mammiferi che, in poco tempo, si svincolano dalla figura di accudimento divenendo completamente autonomi e indipendenti. Per tale motivo l'infanzia degli umani segue un percorso abbastanza lungo e lento. 






Ma perché i nostri piccoli crescono più lentamente rispetto ad altre speci? La risposta ce la forniscono alcuni ricercatori della Northwestern University (Usa) che, in un recente studio pubblicato su National Academy of Sciences, spiegano come il cervello umano si "ipernutra" nel periodo dell'infanzia di glucosio, a discapito del corpo che cresce più lentamente.  Nello specifico gli autori hanno esaminato il metabolismo di glucosio nel cervello di bambini e adulti,  attraverso una diagnostica per immagini (PET e MRI), misurando l'assorbimento di tale sostanza dalla nascita all'età adulta e confrontando, poi, questi dati col metabolismo del glucosio nel corpo e con la crescita corporea. I risultati hanno evidenziato che i picchi maggiori di assorbimento di glucosio da parte del cervello, non si trovano tanto alla nascita, quanto successivamente, nell'infanzia, con una proporzione inversa rispetto al metabolismo corporeo. I ricercatori hanno spiegato questa sproporzione di assorbimento di glucosio tra corpo e cervello sostenendo che quest'ultimo, durante l'infanzia, richieda molta energia per svilupparsi dal punto di vista cognitivo e, pertanto, necessita continuamente di essere nutrito, "a scapito" del corpo che, assimilando meno glucosio, cresce più lentamente. Il cervello, quindi, sembra dominare il metabolismo corporeo durante i primi anni di vita con picchi maggiori nell'infanzia (66%). Successivamente, invece, con la pubertà, il cervello inizia a rallentare la sua "sete di sapere e di scoperta" e si ha un maggiore consumo da parte del corpo. Si assiste così ad una relazione inversa, dove non è più il cervello a richiedere più glucosio, ma il corpo e tutto ciò, si manifesta in periodi diversi nei due sessi.  La pubertà,  infatti, nel sesso femminile, come sappiamo, è anticipata, per cui la crescita corporea e l'aumento di peso si verificano in un periodo antecedente rispetto ai maschi. In questi ultimi, pertanto, il consumo di glucosio da parte del cervello si mantiene per un periodo più lungo, tra dai 6 mesi ai 13 anni d'età . Nelle femmine, invece, l'esordio più precoce della pubertà e il conseguente aumento di peso corporeo,  fanno sì che questa tendenza si inverta prima.
I risultati di questo studio sono innovativi e incoraggianti per i genitori che impiegano tanto tempo ed energie nella crescita delle loro creature e ci permettono di giustificare lo sviluppo corporeo lento dei nostri piccoli che impiegano circa 20 anni, a differenza di altre speci, per divenire degli adulti; ma tutto sommato ne vale la pena, visto che a guadagnarci sono il nostro cervello e lo sviluppo delle funzioni cognitive.

Christopher W. Kuzawa et al.
Metabolic costs and evolutionary implications of human brain development
PNAS vol. 111 no. 36,  13010–13015

La ricerca dell'anima umana



Di Wattabina
http://unanuovacivilta.blogspot.it/

La ricerca dell'anima umana è un viaggio che è iniziato molto, molto tempo fa.
Quando si va alla base del significato del concetto di religioso e di ricerca spirituale non si può che trovare la ricerca della propria identità spirituale o l'interrogazione di cosa sia e cosa non sia l'anima umana.
Quando si parla di religione fin troppo spesso si può cadere nell'errore di pensare ad essa solo in termini di riti, di dogmi, di strutture morali e cose simili.
La religione (da religere - collegare, mettere in relazione) è un ponte. Un ponte fra l'individuo e qualcosa verso cui l'Uomo sente di tendere ma di cui non afferra bene nè la presenza, nè le dimensioni, nè l'esatta natura.
Quando ci si avvicina a parlare di qualcosa che riguarda la religione, non bisogna mai dimenticare quello che è il fondamento del sentire religioso e di tutto ciò che circonda questo percorso. Ovvero che il motore, punto di partenza della religione è la ricerca dell'anima umana.
Prima ancora di porsi domande su Dio, su un Essere Supremo o Forza Cosmica, prima ancora di interrogarsi sul perchè delle cose, del peso del giusto e dello sbagliato, troviamo un chiedersi se l'Uomo sia un'anima, abbia un'anima, quale rapporto vi sia fra se e la propria anima o fra l'anima e il corpo.
L'anima sembra essere, in quasi tutte le culture e ere passate, il minimo comun denominatore di ciò che è religioso e di ciò che non lo è.
Quando oggi un esperto di sociologia delle religioni, un teologo o un ente amministrativo vengono chiamati in causa per pronunciarsi su cosa sia una religione o cosa non lo sia, il parametro ultimo è quello costituito dalla questione dell'anima umana.
Quando il nostro antico progenitore, seduto su una pietra, dopo le fatiche della caccia o dopo essersi salvato dall'assalto di qualche predatore, ha osservato il cielo vedendo tutti quei piccoli puntini luminosi, egli si è chiesto "Cosa sono quelli? E io chi sono? Cosa faccio qui? Che senso ha questo?"
Queste fondamentali domande, derise dalle chiacchere da bar o dalla superficialità di alcuni, sono proprio le stesse domande che quasi ogni uomo o donna si è posto in un qualche momento della sua vita.
Forse per un attimo o forse per un mese.
Quelle domande, che sono anche l'inizio del pensiero umano e della sua ricerca filosofica della conoscenza, sono l'inizio della religione.
Inizio della religione che si ha con l'inizio della ricerca dell'anima umana.
Ricerca che ancora perdura e che, mai come adesso, è cruciale per la creazione di un futuro degno del valore dell'uomo e delle sue creazioni.

Grazie per avermi letto.



I dieci misteri della scienza sull'origine dei primi esseri umani



Quali sono state le tappe del lungo processo che ha portato alla comparsa dell’Homo Sapiens sul pianeta Terra? E quale il loro ordine cronologico?
Perchè ci siamo evoluti in questo modo e non in un’altra direzione? Perchè siamo l’unica specie umana rimasta? Che fine hanno fatto i Neanderthal?
Insomma, una serie di domande che rendono le scoperte finora ottenute solo una goccia in un oceano tutto da esplorare. Attualmente lo studio dell’evoluzione del genere umano rappresenta, in termini sia teorici che metodologici, un settore estremamente diversificato ed eterogeneo.
Lo studio della morfologia e dell’anatomia si avvale delle tecniche digitali, con applicazioni che includono la tomografia computerizzata, l’elaborazione virtuale di immagini, e la modellizzazione geometrica delle componenti strutturali.
Molti settori della biologia si sono potenziati o aggiunti alle discipline evoluzionistiche, come la paleoneurologia per lo studio delle strutture cerebrali o la paleoistologia per quello delle tracce cellulari fossilizzate.
Le analisi genetiche e molecolari riescono a estrarre il DNA risalendo nel tempo fino a circa 40 mila anni fa. Le tecniche di datazione diretta e indiretta seguono gli evidenti aggiornamenti delle discipline fisiche e chimiche. Infine, l’archeologia sottopone a verifiche sperimentali le sue informazioni storiche.
A pensarci, il fatto che l’uomo sia oggetto di studio dell’uomo stesso, rappresenta una una rara anomalia. Rispetto alle altre discipline scientifiche, nell’antropologia l’uomo è al tempo stesso oggetto di studio e soggetto studiante.

10. Perchè abbiamo sviluppato cervelli così grandi?

evoluzione-umanaNon c’è dubbio sul fatto che i nostri grandi cervelli ci abbiano fornito un vantaggio straordinario sulle altre specie viventi sul pianeta.
Il cervello umano è un organo straordinariamente costoso: occupa solo il 2% della massa corporea, eppure utilizza più di un quinto dell’energia prodotta dal corpo.
Secondo i ricercatori, fino a 2 milioni di anni fa, nessuno dei nostri antenati aveva un cervello più grande rispetto alle dimensioni del corpo. Cosa ha dato inizio alla crescita dell’organo cerebrale? Una delle ipotesi è che il cervello sia cresciuto per dare ai nostri antenati la capacità di costruire utensili migliori.
Ma questa è una conseguenza della crescita, non la causa. Un’altra ipotesi è che cervelli di dimensioni maggiori abbiano contribuito a migliorare l’interazione sociale, favorendo lo sviluppo di gruppi sociali più complessi.
Infine, non si esclude che i cambiamenti ambientali radicali avvenuti nel passato della Terra possano aver contribuito in maniera significativa sulla crescita delle funzioni cerebrali, tanto da permettere ai nostri antenati di adattarsi ad un mondo climaticamente mutevole.

9. Perchè camminiamo su due gambe?

I nostri antenati hanno sviluppato la postura eretta molto prima che i nostri grandi cervelli, e la capacità di costruire utensili, comparissero. La domanda allora è perchè stiamo in piedi quando le nostre cugine scimmie si muovono utilizzando quattro arti?
Camminare su due gambe potrebbe significare un minore dispendio energetico. Inoltre, l’utilizzo delle braccia potrebbe aver permesso un più facile reperimento del cibo.
La teoria più condivisa tra i ricercatori è che il bipedismo si sia sviluppato come adattamento alla progressiva scomparsa delle grandi foreste pluviali e all’avanzata delle praterie, costringendo i primati a lasciare la vita arboricola. Questo processo sarebbe avvenuto circa 6 milioni di anni fa.
Ma questo automatismo è stato messo in discussione da una recente scoperta geologica che pone l’arretramento delle foreste a 12 milioni di anni fa. Questo significa che c’è una discrepanza tra i dati geologici e i ritrovamenti fossili, costringendo ad individuare un altro fattore che abbia favorito lo sviluppo del bipedismo.

8. Cosa è successo ai nostri peli?

Gli esseri umani, rispetto agli altri primati, sono gli unici ad aver perso quasi tutto il rivestimento di peli. Perchè questa nudità? Anche in questo caso le ipotesi proposte sono molteplici. Una possibilità è che i nostri antenati abbiamo perso il pelo per sopportare meglio il caldo sperimentato durante l’attraversamento della savana africana. Altri propongono che il pelo sia andato perduto per meglio difendersi dai parassiti e dalle malattie.
Un’idea poco ortodossa suggerisce che la nudità umana si sia sviluppata dopo che i nostri antenati si siano adattati brevemente per la vita acquatica, perdendo la peluria per diminuire l’attrito durante il nuoto in profondità. E’ la teoria degli umanoidi acquatici proposta per la prima volta nel 1930 dal biologo marino Alister Hardy.

7. Perchè i nostri parenti più stretti si sono estinti?

Circa 24 mila anni fa, la nostra specie, Homo Sapiens, non era sola sul pianeta, ma condivideva le risorse naturali con gli uomini di Neanderthal, i nostri parenti più prossimi.
I paleoantropologi hanno anche scoperto l’esistenza di un ominide di piccole dimensioni, denominato ‘hobbit’ sulla scia della saga de ‘Il Signore degli Anelli’, vissuto in Africa circa 12 mila anni fa? Che fine hanno fatto?
E’ stata un’infezione o rapidi cambiamenti climatici a determinare la scomparsa degli altri homo? Oppure, la nostra specie è stata talmente invasiva da generare le condizioni perchè sparissero dallo scenario evolutivo? Alcune prove supportano entrambi gli scenari, ma nessuna conclusione è ampiamente condivisa dai ricercatori.

6. Che cos’è lo hobbit?

Lo hobbit, soprannome dato al piccolo scheletro trovato nel 2003 sull’isola indonesiana di Flores, è una specie umana estinta, il cui nome ufficiale è ‘Homo Floresiensis.
I ricercatori si sono chiesti se si tratti di una vera e propria specie di ominidi, oppure se si tratta di individui umani deformi. L’evidenza mostra che si tratta di una specie diversa dalla nostra.
Probabilmente ha convissuto con l’Homo sapiens. I tratti di questo ominide sono a metà tra quelli dei primi ominidi e il moderno Homo sapiens.
Era alto poco più di un metro, e con una capacità cranica di 380 cm cubici, molto inferiore non solo rispetto ai suoi contemporanei ma anche a tutti gli ominidi conosciuti che hanno preceduto l’Homo sapiens, compresi gli scimpanzé e i gorilla.
Purtroppo le condizioni climatiche calde e umide dell’area degli scavi sono sfavorevoli alla conservazione del DNA, ed i tentativi finora effettuati per prelevare dai reperti dei campioni genetici analizzabili sono falliti.

5. Perchè l’evoluzione umana è così veloce?

Alcuni studi recenti hanno dimostrato non solo che gli umani sono ancora soggetti all’evoluzione, ma che essa è addirittura in accelerazione, fino a 100 volte i livelli registrati dalla comparsa dell’agricoltura.
Un certo numero di scienziati, sfidando la forza di questa evidenza, affermano che rimane difficile accertare se alcuni geni siano realmente cresciuti così velocemente. Tra altri ricercatori, invece, si registra un certo sconcerto quando si considera lo spazio di tempo estremamente ristretto nel quale si è evoluta la specie umana.
Per fare un paragone indebito, possiamo pensare ai dinosauri, un gruppo di esseri viventi che ha dominato il pianeta Terra per ben 160 milioni di anni, un ciclo di vita biologica estremamente lungo o, quanto meno, in armonia con i tempi cosmici dell’Universo.
Se l’evoluzione umana è così veloce, la domanda è: perchè? Dieta e malattie potrebbero essere alcuni dei fattori che hanno causato questa rapida evoluzione, ma nulla di certo è ancora stato trovato in tal senso.

4. Perchè l’uomo moderno ha lasciato l’Africa?

Ad un certo punto della sua storia evolutiva, l’Homo Sapiens ha lasciato l’Africa circa 50 mila anni fa, per diffondersi su tutta la maggior parte delle terre emerse del mondo, spingendosi fino alle più remote isole del Pacifico, colonizzando tutti i continenti, tranne l’Antartide.
Un certo numero di scienziati ritiene che questa migrazione sia collegata ad una mutazione avvenuta nel nostro cervello, la quale ha determinato la capacità di un complesso uso del linguaggio e la progettazione di strumenti più complessi.
La teoria più condivisa è che sentori di questo comportamento moderno esistessero molto prima dell’inizio della migrazione, e che l’umanità abbia deciso di lasciare l’Africa per il crescente numero di individui e la scarsità di risorse disponibili.

3. Abbiamo fatto sesso con i Neanderthal?

L’Homo Sapiens si è incrociato con l’Homo di Neanderthal? Nel nostro DNA esistono residui genetici dei nostri parenti più stretti? Alcuni scienziati affermano che i Neanderthal non si sono estinti, ma che siano stati assorbiti nella moderna umanità.
Una recente ricerca dell’Università di Montreal stabiliva con certezza che i Neanderthal e gli umani si siano incrociati sessualmente dopo la migrazione dall’Africa, tra 50.000 e 80.000 anni fa.
E questo frammento di Dna, che si trova sul cromosoma X umano e ci ricorda di queste passate relazioni, è presente nel 9 per cento degli esseri umani in tutto il mondo, ad eccezione dell’Africa.

2. Chi è stato il primo ominide?

Gli scienziati stanno scoprendo che l’origine degli omini è sempre più antica. Lo sforzo è quello di trovare il fossile del primo ominide, antenato diretto dell’Homo moderno. Un recente studio pubblicato sulla rivista Nature rivela che quasi ogni uomo attualmente vivente, può far risalire le sue origini da un singolo ominide vissuto circa 135 mila anni fa, e che questo uomo antico sia stato contemporaneo della donna, considerata la ‘madre di tutte le donne’. Praticamente, lo studio dimostrerebbe l’esistenza di quelli che la Bibbia denomina ‘Adamo ed Eva’.
I risultati del team, guidato da Carlos Bustamante, genetista della Stanford University, California, provengono da una delle analisi più complete mai realizzate sul cromosoma maschile (Y), il quale si tramanda di padre in figlio, in modo da poter individuarne le mutazioni e risalire la linea maschile fino al capostipite di tutti gli esseri umani. I risultati ribaltano le precedenti ricerche, il che suggerisce che l’antenato comune di tutti gli esseri umani sia molto più antico rispetto ai 50 mila anni finora ipotizzati.

1. Da dove vengono gli esseri umani moderni

Ma la domanda più aspramente dibattuta nella teoria dell’evoluzione umana è sul luogo più probabile dove gli esseri umani moderni si sono evoluti. L’ipotesi classica sostiene che i Sapiens si sono evoluti recentemente in Africa, e poi diffusi in tutti il mondo, sostituendo le popolazioni di homo arcaiche.
L’ipotesi multiregionale, invece, sostiene che gli esseri umani si siano evoluti su una vasta area geografica, discendendo dagli ominidi arcaici, accoppiandosi con loro e condividendo parte del patrimonio genetico. L’ipotesi dell’Africa, attualmente, gode del favore di un gran numero di scienziati, ma i sostenitori dell’ipotesi multiregionale rimangono fermamente saldi nelle loro convinzioni.

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