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Anarchia e cristianesimo

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Di don Andrea Gallo
a cura di Mauro Garofalo
Uscito per la prima volta in Francia nel 1988 (per le edizioni Atelier de Creation Libertaire di Lione) e in Italia nel 1993 per i tipi di elèuthera, Anarchia e cristianesimo di Jacques Ellul viene ora riproposto (pagg. 127, € 10,00) dalla medesima casa editrice libertaria di Milano con una prefazione di Mimmo Franzinelli e una postfazione di don Andrea Gallo, a cura di Mauro Garofalo, intitolata Anarchia e cristianesimo secondo Andrea Gallo. Riflessioni di un prete di strada – che qui pubblichiamo.

La posizione di Ellul non è protestante, ma è un’idea di libertà
Mi sembra che il Dio di cui parla Ellul in Anarchia e cristianesimo possa in qualche modo essere assimilabile al Dio di Gesù. Almeno a quel Dio che, stando ai testi, e forse ormai dopo un migliaio di anni di storiografia, emerge da quelle interpretazioni. Mi vengono in mente gli atti di Giuseppe Flavio – uno storico ebraico – e quelli di Plinio il Giovane, che venne inviato dall’imperatore Traiano a indagare sui cristiani, rei di non rispettare l’autorità dell’impero ma di seguire piuttosto gli insegnamenti di un rabbi, quel Cristo poi condannato a morte da Ponzio Pilato. Plinio scrisse all’imperatore [cfr. L’epistolario, epistole 96 e 97 ndr] che questo gruppo, questa setta, i cristiani, seguivano un unico precetto: «Bisogna amarsi».
Per arrivare ai giorni nostri, alla contemporaneità di quel messaggio di libertà, oggi l’unico modo per parlare di Dio è quello di confrontarsi con una molteplicità di espressioni della fede. I termini «protestante», «agnostico», «cattolico», o anche «anarchico», non contano più. Anni fa, Fabrizio De André mi diceva che secondo lui Madre Natura ci aveva semplicemente dotato di «un quoziente di intelligenza, di un quoziente di creatività e di un quoziente di spiritualità». Ciò che attualmente alcuni antropologi mi sembra chiamino addirittura «punto di Dio». Comunque sia, sono sempre le religioni che vogliono monopolizzare e strumentalizzare la spiritualità.
Contro l’autorità
Negli Atti degli Apostoli, Gesù dice ai suoi di non portare con sé né denaro né abiti, ma di «andare e predicare» per il mondo. È proprio quello che fecero i primi cristiani. Stabilirono di vendere tutti i propri averi e misero in una cassa comune il ricavato, che poi veniva distribuito a chi ne aveva bisogno, in base alle proprie esigenze. Ma non era una posizione ingenua. Quando Gesù dice: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», significa che bisogna dare a ciascuno il suo, e perciò se Cesare è un oppressore, allora gliele dai di santa ragione, perché è quello che si merita!
Gesù non ha fondato una religione, e neppure una cultura. È dopo che l’uomo ha trasformato il pensiero di Gesù in un’istituzione. Che senso ha l’organizzazione Chiesa in quanto tale? È qualcosa che ha a che fare con Gesù? Siamo sicuri che sia stata creata per i cristiani? Guardando all’organizzazione Chiesa di oggi al massimo la potremmo chiamare, che so, Congregazione del Cielo… perché ha tutto, ma non certo quel valore «cristiano» che intendeva Gesù: spogliarsi dei propri beni materiali e predicare il bene! Mi domando sempre più spesso: cos’è questa piramide [la «gerarchia ecclesiastica» ndr]? Perché nella Chiesa viene veicolato il concetto di subordinazione della donna? Eppure Ecclesia significa «assemblea». E il punto è lì, allora. Che non ci dovrebbe essere un Capo, o un gruppo che comanda su un altro: che succede infatti in un’assemblea quando cominci a mettere qualcuno sopra e tutti gli altri sotto… che assemblea è?
Le prime comunità cristiane decidevano, si auto-organizzavano, sceglievano in modo collegiale i propri rappresentanti: nel IV secolo, il grande Ambrogio da Milano, governatore dell’Italia settentrionale per l’imperatore, fu scelto dai cristiani, che dopo averne visionato l’operato lo dichiararono loro episcopus. Oppure pensiamo ad Agostino, contemporaneo di Ambrogio, professore a Tagaste [cittadina algerina, l’antica Ippona ndr], che dopo una vita da cittadino, giurista, avvocato e, se vogliamo, anche edonista, scopriva Gesù e diventava «vescovo» dei cristiani… A un certo punto, invece, la forma prevalse sulla sostanza. E che successe? Che ci fu un cambiamento, anzi un peggioramento della situazione, e cominciò a prevalere il Potere. Il cambiamento non fu causato, come qualcuno potrebbe pensare, da Costantino, ma da Teodosio quando dichiarò la religione cristiana «religione ufficiale dell’impero ». Quella è stata la vera fine, il disastro che ci portiamo dietro ancora oggi: è lì che nascono i teologi di corte e gli apprendisti del Potere. Mentre fino a quel momento il messaggio di Gesù era stato un messaggio di non-violenza, e soprattutto di liberazione e non asservimento.
Ellul: tecnica e tecnologia, ovvero il rischio dell’asservimento dell’essere umano alla macchina
La questione uomo-macchina, della quale tanto si parla, attiene più che altro al rapporto e alle contraddizioni del terzo millennio. Intanto un’evidente condizione del pianeta a rischio disastro ecologico, causato dal mancato accordo tra i potenti della terra! Non ultimo il fallimento degli accordi sul clima di Copenaghen. Ma anche la devastante incuria dell’uomo verso la propria terra, l’ennesima riproposizione dell’homo homini lupus, l’uomo che è lupo per l’uomo: e allora, invece di pensare al pluralismo, all’incontro fra culture diverse, intorno a noi e in Italia mi sembra evidente la concretizzazione di un «Occidente-fortezza» che respinge i migranti, che non accoglie ma allontana. E questo impoverisce il dialogo tra uomini. L’ultima delle assurdità, poi, è la follia di una guerra permanente e infinita, che cambia solo gli scenari, ma si ripropone ovunque nel mondo. In questa fase storica, oltretutto, se il nemico non esiste bisogna inventarlo. Così la divinità per eccellenza diviene la guerra, che sia guerra «santa» o «umanitaria» non importa. Mi viene da ridere: si teme la guerra santa dai musulmani, e noi siamo in guerra permanente! Per quanto attiene al binomio uomo-macchina, occorre ripensare integralmente cosa intendiamo con il termine mercato e con una dimensione della tecnologia a favore solo di quel mercato. In questo senso, se il mercato significa appendice al consumo, pure di armi, occorre rivoltarsi in modo forte, anarchico, cosciente, a questa perfetta divinità «una e trina», ma idolatra.
Andrea Gallo
Cattolicesimo: chiesa del popolo (di base) vs chiesa delle gerarchie (istituzionale).
Nel 1998, in occasione del ventesimo anno di pontificato di Wojtyla [papa Giovanni Paolo II ndr], mi chiamò la RAI da Saxa Rubra. Era David Sassoli, ora parlamentare; mi disse che avrebbero fatto un servizio in diretta per l’occasione. Arrivai in studio, cominciò il collegamento, e c’erano tutti: i papa boys, Czestochowa, Solidarnosc… Poi, finalmente, Sassoli mi diede la parola: «Don Gallo, ha visto quanto entusiasmo per il papa?». «Certo», gli risposi, «è il legittimo vescovo di Roma, eletto dal Conclave, erede di Pietro, quindi sono contento che abbia tutte queste feste… Però, visto che non c’è tanto tempo, vorrei fargli arrivare una preghiera, magari in questo momento sta guardando la TV, oppure gliela riferiranno». Allora mi puntarono addosso la telecamera. Così iniziai: «Santo Padre, io sono contento, lei gira il mondo, vede tutte quelle persone… Le devo chiedere però una cosa, da pellegrino, come mai lei, Santo Padre, mi ha ucciso…», e con la coda dell’occhio intercettai Sassoli con le mani nei capelli, «i miei maestri della Teologia della Liberazione?», e citai Dietrich Bonhoeffer, e poi Giulio Girardi (mio amico). Ricordo che quando finì la trasmissione Sassoli, impallidito, mi disse: «Dirò che eravamo in diretta…». E io lo rincuorai: «Vedrai che non succede niente, io non sono nessuno, non sono un teorico, non ho una cattedra, non sono neanche parroco, non mi puniranno». Sassoli ribatté: «Sei un ottimista». E io gli risposi: «No, è perché li conosco bene nel loro fariseismo, nella loro logica di potere e difesa, se puniscono don Gallo con i mezzi che ci sono adesso, la gente comincerà a dire, a pensare… hanno timore che la gente si cominci a chiedere cos’è la Teologia della Liberazione». E infatti non mi successe niente. Per i preservativi mi avranno chiamato trenta volte, per questo intervento alla RAI in diretta, niente! E mi immagino quanti zelanti zeloti cattolici avranno fatto pressione ai loro vescovi, ai loro conoscenti, immagino le accuse: «Ma come? Lasciate dire a don Gallo queste cose?». Ricordo un altro particolare di quel giorno: dalle vetrate avevo visto che, fuori, in una saletta, c’era Alberto Sordi. Quando uscii nel corridoio, ci incrociammo. Allora mi guardò e mi fece quel suo gesto [come a dire «te possino ammazzatte» ndr]. Piuttosto emozionato, gli dissi: «Finalmente ti incontro, che ti ho visto solo al cinema». Lui mi fece una carezza. Aveva capito!
La Teologia della Liberazione «made in» America Latina ha compiuto un passo fondamentale nella comprensione della spiritualità. Del resto, la Conferenza Episcopale Panamericana, vera e profonda interpretazione del Concilio, svoltasi a Medellín nel 1968 riunendo tutti, dalla Terra del fuoco ai Caraibi, dimostrò che era possibile la ricerca della verità a partire da posizioni anche diverse, ma con un unico punto centrale: mettersi allo stesso tavolo, con il Cristo davanti, a cercare di risolvere le cause dell’ingiustizia nel mondo, insieme. Con la coscienza libera…
Cristianesimo anarchico
Io non posso dimostrarti l’esistenza di Dio, come del resto un ateo non può dimostrare a me la non esistenza di Dio. È qui il punto, l’unica strada che si può percorrere insieme, attraverso il pluralismo e la comprensione. Pensare di avere «la» ragione dalla propria parte, chiudersi nelle proprie convinzioni, non ha senso. Invece il Potere piega tutto alla sua auto-giustificazione. E la religione oggi è omologabile agli effetti di dipendenza che il potere terapeutico crea per auto-giustificarsi.
Parlo con cognizione, visto che sono quarant’anni che sto nel giro! Cosa ti dice, ammiccando, il potere terapeutico? Ti rassicura affermando: «Te lo dico io come devi curarti». Allo stesso modo, questa religione afferma: «Te lo dico io come devi adorare Dio», e questo si chiama potere teocratico. C’è allora bisogno di un azzeramento totale! Le gerarchie non appartengono alla visione di Gesù; è inutile che si continui a dire che Cristo ha fondato una religione. Di nuovo cito gli Atti degli Apostoli: «Non prendete niente», dice Gesù. «Mettete tutto in comune». Liberatevi degli abiti, andate e annunciate la novella, tutto qui. Lo so che sembro matto. Eppure mi viene in mente san Francesco, con il suo messaggio di Gesù contro le gerarchie della Chiesa, che a un certo punto venne persino ricevuto da Innocenzo III, il cui potere in quel momento era superiore persino a quello dell’imperatore, ma che, se non altro, ebbe l’intuizione di ricevere ’sti quattro francescani macilenti… Francesco, provarono pure a «comprarlo» alla loro causa, provarono a farlo prete. Lo volevano fare entrare nella casta, ma lui rimase negli ordini. Rimase diacono, perché quella parola significa «servire». Non accettò di entrare nella casta. Parlo di casta perché è qualcuno in alto che comanda qualcuno in basso: la piramide, di nuovo. Qualcosa è cambiato giusto nelle parole: per diventare sacerdote prima si parlava di «consacrazione episcopale», ora non più! Ora si parla di «ordinazione episcopale». La stessa cosa è successa per il termine «Sua Santità », che hanno tolto persino dai documenti ufficiali: ora, quando ci si rivolge al papa si dice semplicemente «Santo Padre»…
Partigiani di Dio
Il cristianesimo che ho in mente è quello di Bonhoeffer che, da cristiano luterano, partecipò addirittura all’attentato a Hitler! Morì poco prima della fine della guerra, in un piccolo campo di concentramento vicino a Berlino [Flossenbürg ndr]. Mentre l’Armata Rossa avanzava, infatti, un generale nazista lo trovò e lo impiccò. Il motto di Bonhoeffer è anche il mio «Resa (al potere) o resistenza». È una delle sintesi più belle che si possano immaginare: fare tutto ciò che è giusto per l’uomo. O sei tra coloro che si arrendono, o sei tra coloro che lottano. E io ho scelto subito da quale parte stare: durante il conflitto mondiale, mio fratello inaspettatamente tornò; dopo il 25 luglio c’erano di nuovo i fascisti, i gerarchi della Repubblica di Salò, i tedeschi… In tanti furono arrestati e portati nei campi di concentramento. In un libro di Natta (che fu internato) si parla di trecentomila prigionieri. L’epoca dell’asse Roma-Berlino-Tokyo.
Quando la mamma chiese a mio fratello, che per me era un mito (io allora avevo 16 anni): «Cosa decidi?», lui le rispose: «Ho già deciso, sono entrato nella Resistenza». Da quel momento iniziai ad attingere ai valori della Resistenza. Ma mio fratello credeva anche in Dio, e in lui la presenza del Vangelo era molto forte… Diventò comandante di brigata, aveva un coraggio ai limiti dell’incoscienza. E io lo seguivo in tutto. Eppure siamo sopravvissuti. Non andò così per molti di noi. Qui a Genova ci fu l’eccidio della Benedicta e la strage del Turchino… ma se si vanno a vedere i nomi e i cognomi dei caduti dall’8 settembre del 1943 al 25 aprile del 1945 si contano migliaia di morti, giovani che hanno detto no, oltre a un numero impressionante di invalidi e dispersi. Mio fratello è morto l’anno scorso a ottantotto anni. Uno degli ultimi ricordi che ho di lui risale a qualche anno fa. Entrai in un bar e lo vidi seduto a un tavolino: stava piangendo, tanti anni dopo, pensando a tutti quei ragazzi morti per la libertà.
E infine, per chiudere su anarchia e cristianesimo: mi sento anarchico perché nella mia vita la coerenza l’ho imparata dagli anarchici. Sul cristianesimo, invece, mi ricordo che qualche anno fa Paolo Rossi mi ha dato una maglietta con la scritta «Dio c’è». Poi sotto, alla seconda riga, la frase continuava «E non sei tu». Alla terza «E allora?». Alla quarta «Rilassati». Firmato «Un sacchetto di camomilla».


Da A/Rivista Anarchica
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