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“Accordi di libertà”: il concordato di Craxi e Giovanni Paolo II


Di Verdiana Garau

Non un semplice convegno quello organizzato dalla Fondazione Craxi che si è tenuto lo scorso 18 Febbraio presso la Sala Zuccari in Palazzo Giustiniani a Roma sulla riforma dei rapporti tra lo Stato italiano, la Chiesa Cattolica e le altre confessioni religiose. Ad aprire il convegno l’intervento del Presidente del Senato della Repubblica Maria Elisabetta Alberti Casellati e i saluti della Presidente della Fondazione Craxi, Margherita Boniver. 
Nell’introduzione al convegno l’accento è stato subito posto su Bettino Craxi Presidente del Consiglio, che nel 1984 guidò e sostenne con la sua grande sensibilità e provvidenziale lungimiranza quel processo di pacificazione della società nazionale aprendo agli accordi di Villa Madama. Un atto pionieristico nella storia del nostro paese, da ascriversi come pietra miliare posta lungo il percorso della maturazione della nostra società italiana, degli individui e delle persone, nei confronti delle religioni all’interno del contesto della Repubblica italiana e dei rapporti di queste con lo Stato.  
Con gli accordi di Villa Madama del 1984, viene aperta una seconda fase di dialogo tra il nostro paese non solo con la Chiesa cattolica, ma con tutte le altre comunità religiose presenti sul territorio, come quella ebraica o la valdese. Sarà necessario risalire agli accordi dei Patti Lateranensi stipulati nel 1929 per ritrovare nella storia un simile evento.
Agli accordi di Villa Madama fanno riferimento grandi novità, dalla caduta dello stato confessionale, alle nomine dei vescovi, le nuove normative sui matrimoni civili e i provvedimenti sull’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Ma ancora più rilevante e da sottolineare, la svolta che arrivò sulla relazione tra CEI (Comunità Episcopale Italiana) e Vaticano. Ad oggi, come rilevato durante il convegno, sulle recenti parole di Gennaro Acquaviva, che fu Capo della Segretaria di Bettino Craxi,  il concordato pare quasi superato con l’arrivo di Papa Francesco e spira un vento di rinnovamento e la voglia di ritornare in modo sensibile sul punto.
Sempre continuando a citare Acquaviva, Craxi riuscì a fare ciò che la DC in quaranta anni non era ancora riuscita e come ha fatto notare Massimo Franco, mediatore del convegno, probabilmente il fatto che sia stato un esponente del partito socialista a compiere questo passo e a concludere gli accordi, resta ancora più significativo. Questo avvenimento fu ancora più rilevante se si pensa che costituì il vero punto di unione e di contatto tra PSI e PCI. A sua volta anche la Chiesa cattolica fu investita dalla necessità di rinnovarsi al cospetto di una società in via di trasformazione e il coro fu partecipato infine da tutti. 
“Le foglie secche” del concordato del ’29 andavano spazzate via e necessario era adattare i Patti Lateranensi ad una nuova società italiana. Dal 1984 al 2020 la Chiesa ha continuato a maturare profondamente e non ci sono più stati papi italiani, proprio ad accrescere il significare del senso universale della sua presenza nel globo e non soltanto in riferimento al paese italiano. 
Si ripresenta dunque oggi la necessità di comprendere più profondamente le ragioni di quegli accordi siglati a Villa Madama con Craxi, per poter procedere e giungere ad una rinnovata maturazione circa la considerazione della multipolarità religiosa, del suo ruolo in seno alla società, della sua considerazione e il suo posizionamento. Come fatto notare sempre da Massimo Franco, “ci saranno nuovi cambiamenti e nessun nuovo cambiamento potrà prescindere dagli accordi del 1984”. 
Il puntualissimo intervento di Benedetto Ippolito, autore di “Dallo Stato alla libertà religiosa”, ha offerto spunti importanti. Negli ultimi duecento anni molte sono state le tappe e le date degne di memoria sugli accordi tra Stato e Chiesa. Si chiudono i contenziosi ad esempio tra Regno d’Italia e Stato della Chiesa con la Legge delle Guarentigie che porteranno, nell’ epoca fascista subito successiva, agli importantissimi Patti Lateranensi voluti dal Duce nel 1929.
Da notare che nel caso della Legge delle Guarentigie e dei Patti Lateranensi, protagoniste furono le istituzioni. L’incontro si svolse tra stati. Sono vertici pubblici, massimali, che riguardano lo ius publicum ecclesiastico, a voler sottolineare la necessità di una formazione di un vero corpo diplomatico, una diplomazia pubblica, che si occupasse per conto della Chiesa dei rapporti istituzionali con gli stati laici. Dal 1929, questi rapporti e la presenza di questi vertici diverrà più discreta e si dovrà giungere dunque al 1984 con Bettino Craxi e gli accordi di Villa Madama perché un simile evento si ripeta. 
Il rapporto sancito con i Patti Lateranensi venne così modificato, poiché si era giunti ad uno scenario con partiti politici molto forti e il paradigma delle relazioni necessitava urgentemente di una revisione. Con gli accordi di Villa Madama, si incentrò prevalentemente l’attenzione sull’individuo e la persona e la parola “libertà” compare quasi ad ogni istanza dell’accordo. 
Fu il fior di conio per una nuova battitura dei rapporti tra istituzioni laiche e religiose. Il cittadino era da riportarsi protagonista e la novità principale dell’accordo, come già menzionato sopra, fu l’apertura di questo alle altre confessioni oltre la Chiesa cattolica. Il 1984 fu l’anno in cui Craxi e la cultura del Partito Socialista Italiano portano alla redazione del cosiddetto Vangelo Socialista, ma fu anche, non un caso, l’anno in cui Giovanni Paolo II rivoluziona la comunicazione della Chiesa nel mondo e la religione torna ad essere riconsiderata sul piano dell’impianto umano, dove il significato di cultura identitaria di un paese come l’Italia, si sovrappone e va a coincidere con le istanze delle libertà individuali sancite dalla nostra democratica costituzione. 
Un lavoro incompiuto, ma che resta a rappresentare il riconoscimento del pluralismo di un mondo che sta cambiando, dove fondamentale è salvaguardare la libertà religiosa, guardandosi innanzitutto dai fondamentalismi per difendere le istituzioni in seno alle stesse in nome della democrazia.
Nella pluralità religiosa in uno stato laico, a cui Bettino Craxi, i socialisti e tutto il paese, faceva appello ed in cui molti furono gli accordi stipulati con ogni singola comunità religiosa, la presenza islamica nel nostro paese resta ancora l’unica realtà a presentare certamente delle ruvidezze. La citazione che Ippolito ha riportato di Tommaso D’Aquino, in cui si dice che la religiosità ha a che fare con la personalità umana, dove la religione viene inserita dunque nella sfera della giustizia, è molto importante.
A proposito degli accordi con le varie confessioni che vengono riportate al centro del dibattito al fine di garantire piena libertà, viene fatto notare che ogni intesa portata a compimento è differente dall’altra, poiché necessario fu rispettare e resta necessario rispettare, tutti gli aspetti peculiari ad ogni confessione. 
Sono intese pragmatiche, in cui i sommi principi restano infine sanciti dalla nostra Costituzione italiana perché la separazione tra Stato e Chiese sia effettiva. Massimo Franco domanda: “quando si potrà applicare questo pragmatismo con le comunità islamiche?”. La domanda resta aperta. Gli accordi di Villa Madama non hanno soltanto avuto valenza storica, sono stati altresì fondamentali per la società occidentale ed europea tutta. 
L’On. Stefania Craxi cita Pietro Nenni nel suo discorso del 25 Marzo 1947, “La Repubblica che abbiamo fondato avrà un senso se sarà superato il Risorgimento”. La separazione tra potere spirituale e temporale si faceva tema di dibattito e fu Craxi certamente a dare la svolta finale quando, stipulati questi accordi, arrivò, anzi superò, la soglia liminare del possibile della vecchia Democrazia Cristiana. 
In nome della democrazia andava garantito il pluralismo religioso, con i fatti e le parole. L’On. Stefania Craxi ha portato l’attenzione anche su un dettaglio fondamentale del rapporto tra Stato e religioni, specificatamente relativo al nostro Paese italiano, ovvero che l’homo religiosus difficilmente sarà superabile dall’homo faber.
“Spesso si è creduto che la modernità e l’avanzamento tecnologico avrebbe spazzato via la religione dalla società, e non è stato così”. Al contrario è andata anche rafforzandosi. Il dialogo è il fattore su cui l’Onorevole ha sostanzialmente ribattuto, che riporta in primo piano le discrepanze e le conflittualità acuitesi soprattutto negli ultimi tempi, sugli scenari del Mediterraneo e del Medio Oriente. È stata l’Europa e il suo senso a ritrovarsi, per sancire una pacifica coesistenza delle religioni in nome della democrazia. 
Gli episodi di odio razziale, le persecuzioni e i massacri contro i cristiani che avvengono continuamente ogni giorno, il risorgere dell’antisemitismo, non hanno bisogno di strumentalizzazione politica, ma “di pace, fra popoli, fra stati, tra le religioni e nelle religioni.” È stato Davide Jona Falco a proseguire il convegno con un suo intervento che getta un nuovo amo, vitale se il dibattito vorrà essere proseguito e portare a maturazione nuove riflessioni su futuri accordi. 
Falco ha elencato in modo appropriato e accuratamente, quei punti e quelle leggi che hanno riguardato gli accordi tra lo Stato italiano e la comunità religiosa ebraica. “L’ebraismo”, ha sottolineato Falco, “non è soltanto una religione, ma un modo di vivere”. Gli accordi con la comunità ebraica che risalgono posteriori a quelli di Villa Madama e stipulati nel 1987, sono stati uno strumento altamente democratico e fondamentale. Oggi, ha fatto notare, non si ha ancora una vera legge in tema di libertà religiosa, anche perché alcune religioni non sono in grado di stipulare un accordo con lo Stato in mancanza di figure rappresentative delle comunità preposte alla cura del tema. Sicuramente, si dovrà certo procedere sulla via del sempre maggiore riconoscimento verso le differenze religiose. 
È stato poi il turno del Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, S.E. Paul Richard Gallagher, il quale ironicamente ha fatto subito cenno alla sua non italianità e posto soprattutto l’attenzione sull’importanza che costituirono i patti del 1929 e del 1984 per la Chiesa cattolica universale. Ritornare a riflettere su Craxi, ha detto Gallagher, e sul 1984, significa riflettere e parlare di radici culturali. Rinnova la sua gratitudine verso Craxi, S.E. il Segretario, sulle citate parole del Cardinale Achille Silvestrini. 
Lo spirito moderno con il quale la Chiesa dovrà e saprà affrontare questi cruciali temi, contro l’anticlericalismo risorgimentale, come il Craxi che fu un “umanista del socialismo italiano”, devono ritornare a dibattito. All’epoca, anche la Chiesa attraversava un periodo difficile, periodo che fu significativo per una presa di coscienza della trasformazione sociale in atto. 
Ricorda l’intesa sull’8×1000 e di quanto quel gesto fu simbolicamente un atto di riconoscimento nei confronti dei padri spirituali, che appunto, non andavano affamati, ma rispettati e curati: la negoziazione innanzitutto, perché ciascuno, nel modo migliore, esplichi le proprie funzioni nell’interesse di provvedere alla salvaguardia delle relazioni sociali in uno stato laico, che non ignori il fattore religioso che in Italia sarebbe impensabile, poiché sarebbe come ignorare le proprie radici e la sua storia. 
Quella di Craxi, aggiunge Gallagher, fu una “previsione profetica”, l’innesto democratico di una rilevanza estrema. Ci si continua ad interrogare se ci sia adeguata consapevolezza riguardo agli accordi del 1984 essendo questi ancora in corso e soprattutto circa le valutazioni che vengono prodotte in merito all’interventismo militare del nostro paese. Con Craxi, ha detto S.E., si dà vita ad una consapevolezza storica nell’intento di costruire, costruire insieme, per una nuova spiritualità che rivivifichi l’uomo. 
Il convegno si è concluso con l’intervento di Alessandra Trotta, moderatore della Tavola Valdese, ricordando di quanto i valdesi si siano resi protagonisti diretti, allora come oggi, per la consapevolezza e la responsabilità che arreca un simile dibattito, il quale porta a riflettere profondamente sulla peculiarità della laicità italiana, che non resta asettica e unicamente relegata a coltivarsi in privato, ma che si manifesta e che deve continuare a manifestarsi liberamente in pubblico. 
“Per noi”, ha detto Trotta, “fu una scelta coraggiosa, venendo noi da una tradizione separatista”. Il diritto comune non era un diritto neutro e la comunità conobbe travagli interiori prima di giungere ad accordi interni per potersi pronunciare in esterno e avanzare posizioni.  Scongiurando la presenza di privilegi religiosi che portano a considerare alcune religioni di serie A e altre di serie B, “Il compromesso per noi costituiva un rischio, il rischio del compromesso”. 
Trotta ha anche speso una nota sull’importanza dell’insegnamento religioso a scuola che oltre ad essere facoltativo non dovrebbe essere autoreferenziale alla religione cattolica; ha altresì sollevato un quesito sull’idea di escludere qualsiasi forma di finanziamento alle chiese. Il processo di civilizzazione che prevede accordi di libertà, ancora di più di libertà di espressione religiosa, essendo la spiritualità non scindibile da ogni procedere politico, non sarà comunque percorribile senza un’identità di fondo che non sia democratica ed universale e pronta all’occasione ad un sano riformismo. 

La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco


Di Emanuel Pietrobon

Il 27 marzo ha avuto luogo un evento memorabile, che è già entrato nella storia: la messa straordinaria di Papa Francesco in una piazza san Pietro deserta. Lo scenario, già suggestivo di per sé, è stato ulteriormente arricchito dall’elevata dose di simbolismo che la gerarchia cattolica ha scelto di utilizzare e dall’effetto visivo garantito dalla pioggia incessante.
Spettacolo perfetto, curato nei minimi dettagli: si è parlato di tempesta sullo sfondo di un diluvio, si è parlato di fede vacillante e paura sullo sfondo della più grave pandemia della storia recente, che ha distrutto decenni di false sicurezze e obbligato miliardi di persone a rivedere le proprie esigenze, a modificare forzatamente il proprio stile di vita, si è fatto appello a Dio, un’entità invisibile e trascendente, in un’epoca che in Occidente significa irreligiosità, ultralaicismo e ateismo militante, ma che nel resto del tempo significa persecuzioni religiose, nuovi scismi, conflitti inter-religiosi, ascesa di fondamentalismi e nuove forme di spiritualità, risvegli identitari e terrorismo nel nome della fede.
Iconico è stato il momento in cui il pontefice si è diretto verso il crocifisso svettante sulla piazza più importante della cristianità occidentale, camminando faticosamente, con passo zoppicante e sotto la pioggia battente. Un’immagine che resterà impressa nell’immaginario collettivo per anni, decenni, perché simboleggia perfettamente la durezza del momento storico che sta vivendo l’umanità, ed anche la situazione che stanno affrontando la civiltà occidentale e la chiesa cattolica.
Il compito di uno statista non è mai semplice: su di lui pesa come un macigno la responsabilità di dover raggiungere, se non superare, le vette scalate dai predecessori. Nel caso della chiesa cattolica, si parla di dover ereditare il peso di due millenni di storia, due millenni di protagonismo indiscusso nella costruzione di intere civiltà, dall’Europa all’America Latina, sullo sfondo del contributo inestimabile dato all’arte, alla scienza, alla cultura, alle relazioni internazionali.
I pontefici vengono eletti per due motivi: preparare e guidare la transizione da un’epoca all’altra, e plasmare il nuovo mondo non appena la transizione finisce.
È così da (quasi) sempre: Pio XI ha preparato il terreno per lo storico papato di Pio XII, così come Giovanni XXIII ha gettato i semi per l’entrata della chiesa nella guerra fredda, poi vissuta pienamente da Paolo VI e Giovanni Paolo II, mentre mentre Benedetto XVI, il mite teologo, è stato sicuramente un pontificato di transizione.
Tornando alla funzione straordinaria del 27 marzo, la piazza vuota è anche la metaforica rappresentazione della condizione attuale della chiesa cattolica in Occidente, che ha smesso da diversi decenni di essere il baricentro della cristianità, optando per la fine della storia e, quindi, per l’acquisizione di una nuova identità a-identitaria. Neanche il compimento parziale delle profezie huntingtoniane sul risveglio delle civiltà ha avuto effetti sul dormiente e post-storico Occidente, e non è un caso che nel dopo-Ratzinger la chiesa cattolica abbia smesso di guardare e pensare ad esso come il proprio punto di riferimento.
Il futuro della chiesa è altrove, in quelle che l’attuale pontefice ha definito le “periferie del mondo”, ed è altamente probabile, anzi è sicuro, che non ci sarà alcun “effetto Francesco” nei paesi occidentali, perché il loro destino è inevitabilmente post-cristiano – e, conseguentemente, anche anti-cristiano (ma questo è un altro argomento ancora).
Un effetto Francesco non ci sarà neanche in America Latina, anche qui si tratta più di certezze che di probabilità, dove i cattolici stanno rapidamente diminuendo in ogni paese, dal Messico a Cuba, fino all’Argentina. Le complicità con le dittature militari e la lotta contro l’incompresa teologia della liberazione hanno spianato la strada per la de-cattolicizzazione, la strategia geo-religiosa di Washington e gli scandali sessuali e finanziari del clero hanno fatto il resto.
Ma allora, quali sono queste periferie di cui parla il pontefice? Sono l’Africa sub-sahariana e l’Asia meridionale ed orientale, due aree brulicanti di vita e fede, dalle quali proviene la stra-grande maggioranza dei nuovi sacerdoti, che poi vengono anche mandati in Europa per sopperire alla mancanza di clero autoctono.

Urbi et Orbi: così il Papa ha parlato alla storia


Di Andrea Muratore

Sbaglia chi vuole leggere l’immagine di Papa Francesco solo, in mezzo a Piazza San Pietro intento a pregare prima della benedizione “Urbi et Orbi” come un’attestazione di debolezza, l’immagine di una forma di tramonto del Sacro nella nostra società e, in un certo senso, del declino della forza sociale del cristianesimo.
La realtà è che queste immagini vanno direttamente nei libri di storia e ci confermano come la Chiesa, istituzione imperiale millenaria, abbia in sè la forza e l’energia di capire i momenti di crisi e di mandare messaggi alla società e al mondo che hanno un impatto spirituale, umano, morale ma anche fortemente politico.
Così è dall’antichità a oggi: da quando poco dopo il 450 Papa Leone prima convinse Attila a fare marcia indietro dalla sua marcia sull’Italia e poi si operò per limitare i danni del saccheggio dei Vandali alla Città Eterna, fino a oggi. Quanti davano questa istituzione finita dopo le dimissioni nel 2013 di Papa Benedetto XVI, interpretate come una sconfitta ma, in realtà, dimostrazione della capacità di dare, nel XXI secolo, dimensione umana anche agli affari eterni?
E potremmo continuare: la Chiesa e il cristianesimo cattolico sono stati dati per morti o declinanti durante la cattività avignonese, in occasione dell’avanzata degli Ottomani tra XV e XVI secolo, dopo la caduta di Costantinopoli, di fronte alla Riforma Protestante e alle guerre di religione, dopo la Rivoluzione Francese, nell’era di Napoleone, dopo le infamanti accuse seguite alla seconda guerra mondiale, nel corso delle persecuzioni nell’Europa dell’Est, infine oggi nell’era dell’individualismo feroce, dell’esasperazione del relativismo dell’ideologia neoliberista in declino.
Eppure, ogni volta la profezia è stata smentita: per un Lutero che emergeva, una serie di papi si sono adoperati alla Controriforma; la Francia rivoluzionaria e il culto della Dea Ragione sono durati lo spazio di un mattino, e anche quando il Vaticano confinava con i militari del Terzo Reich Papa Pio XII non ebbe paura a scendere nel quartiere San Lorenzo di Roma devastato dalle bombe degli Alleati. Segno di una capacità di leggere il segno dei tempi e di agire in maniera estremamente flessibile sul piano politico che hanno pochi eguali nella storia.
E oggi siamo qui, a contemplare gli ammonimenti di un uomo apparentemente solo, ma in realtà al centro di un colonnato e di una piazza che abbracciano l’intero pianeta. Lanciando un avvertimento ben preciso (https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-03/papa-francesco-omelia-testo-integrale-preghiera-pandemia.html): “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Di fronte al coronavirus, quello di Francesco è un messaggio spirituale, ma anche un manifesto per il mondo che verrà. La sintesi di un ragionamento sulla dottrina sociale della Chiesa che ha coinvolto Paolo VI (con l’enciclica Popolorum progressio), Giovanni Paolo II (Laborem exercens), Benedetto XVI (Caritas in veritate) nello sviluppare una visione critica degli eccessi della società degli uomini economici, dello svilimento del lavoro, del consumismo sfrenato. A cui Francesco si è aggiunto con l’enciclica Laudato sì, che chiude il cerchio e indica una direzione, un grande spunto per una riflessione profonda sulla modernità. Da cogliere al più presto.

È giusto imporre il crocifisso nelle scuole? Secondo l'arcivescovo cattolico Reinhard Marx no

Risultati immagini per Reinhard Marx
Di Alessio Mannino
Quante volte abbiamo dovuto subire la polemica sul crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici in Italia? Un’infinità. E’ una diatriba tutta simbolica e tutta italiana che gli opposti estremismi, cattolico e laico, ci infliggono da quando è nata la Repubblica. Nella cui Costituzione, va ricordato, sono stati recepiti quei Patti Lateranensi di mussoliniana memoria che poi, nel 1984, Craxi, aggiornò ai tempi.
Ma in altre nazioni europee, i pastori del gregge di Santa Romana Chiesa non ne hanno mai fatto un motivo dirimente di scontro politico-religioso. Prendiamo la Germania, in cui i cattolici convivono coi protestanti. Là il presidente della Conferenza Episcopale tedesca, Reinhard Marx, in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung ha attaccato il presidente del Land della Baviera, il cristiano-sociale Markus Söder, che la settimana scorsa ha varato una direttiva che impone di appendere il crocifisso in ogni locale pubblico: «chi lo vede solo come un simbolo culturale – ha dichiarato il prelato – non ne ha compreso il significato. La croce viene espropriata in nome dello Stato».
Parole chiarissime. Ma se non fossero abbastanza chiare, proviamo a tradurle: la Croce, immagine iconica del Cristianesimo, non è solo e non è tanto l’emblema di una civiltà storicamente sviluppatasi sotto la sua ombra, perché ciò sarebbe riduttivo e svilente rispetto al suo significato più autentico e profondo, che è di più e al tempo stesso di meno.
Di più, poichè a chi lo guarda con gli occhi della fede parla della fede in un Dio che si sarebbe fatto uomo prendendo su di sé la sofferenza di tutti gli altri uomini. Non certo, quindi, una generica trasfigurazione del sentimento sacro così come si è sedimentato nei secoli in Europa, ma l’adesione ad un mistero e ad una buona novella che è, o meglio dovrebbe essere, interiore, personale, spirituale, e non semplicemente esteriore, sociale, civile.
Ma, messo a confronto con la concezione che ne fa una bandiera, il crocifisso significa anche di meno, nel senso che si rivolge a chi, la suddetta fede, la possiede e la coltiva davvero, e non indiscriminatamente a chiunque abiti in un certo punto cristianizzato della Terra.
Non può essere, in ogni caso, il marchio, l’allegoria, la metafora visiva di uno Stato. Perché altrimenti, sembra dire Marx, si finirebbe col confondere paganamente Cesare e Dio, tornando al cesaropapismo che ha caratterizzato nel male i rapporti fra potere temporale e potere ecclesiale per tanto, troppo tempo.
Fonte e articolo completo: http://www.lintellettualedissidente.it/cartucce/reinhard-marx-crocifisso-scuola/

Titolo articolo originale: "È giusto imporre il crocifisso nelle scuole?"

PAPA FRANCESCO ALLA SINAGOGA DI ROMA: EBREI E CRISTIANI, “FRATELLI E SORELLE, NELL’UNICA FAMIGLIA DI DIO”



Di Emanuela Bambara

È bastato guardare dall’alto, nelle riprese televisive, la papalina abbracciata e confusa tra i tanti kippah   i copricapi, anch’essi bianchi in questa occasione cerimoniale – indossati dai rabbini e dalle autorità della Comunità ebraica di Roma che hanno accolto Papa Francesco, oggi, domenica 17 gennaio 2016, nella Sinagoga della Capitale, per capire quell’espressione, che oggi il Santo Padre ha ripetuto ancora una volta: “Siamo fratelli”, gli ebrei sono i nostri “fratelli maggiori”, come disse Giovanni Paolo II, il primo Pontefice a varcare la soglia del Tempio maggiore romano, il 13 aprile 1986. L’abbraccio tra Papa Wojtyla e il rabbino capo Elio Toaff, autenticamente e spiritualmente fraterno, commosse tutti. Poi, esattamente sei anni fa, il 17 gennaio 2010, fu la volta di Benedetto XVI, anche lui accolto dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. Una immagine vale più di mille parole, più di mille discorsi teologici. La pace si costruisce così, con gesti semplici, con semplici azioni, di amicizia e di fraternità.
“Secondo la tradizione rabbinica, un atto ripetuto tre volte diventa consuetudine fissa”, ha esordito Di Segni nel suo discorso di accoglienza al Pontefice. E Papa Bergoglio ha risposto a propria volta che questa di oggi è stata “la prima visita da Vescovo di Roma alla Comunità ebraica di Roma”, così lasciando intendere che davvero sarà ormai una consuetudine, l’abitudine ad incontrarsi dei fratelli, di coloro che riconoscono di essere familiari di Dio.
“Dobbiamo incontrarci come fratelli e sorelle davanti al Creatore e a Lui portare la Lode”, ha detto il Papa. “Ebrei e cristiani sono fratelli, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio culturale e spirituale comune. Tutti noi apparteniamo ad un’unica famiglia di Dio, come fratelli e sorelle”. Il Santo Padre ha ricordato il “legame unico, in virtù delle radici ebraiche del Cristianesimo”. “I cristiani, per comprendere se stessi, non possono non fare riferimento alle radici ebraiche”, ha aggiunto, per poi richiamare le “sfide” comuni del nostro tempo: l’ecologia integrale e la cura del creato, i conflitti, le guerre e le violenze, che “aprono ferite profonde nell’umanità”. “la violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome e, in particolare, con le tre religioni monoteiste”, ha affermato Papa Bergoglio. “La vita è sacra come dono di Dio. Ogni essere umano, in quanto creatura di Dio è nostro fratello, indipendentemente dalla sua origine e appartenenza religiosa, e va guardato con benevolenza, come fa Dio”. La misericordia, infatti, è la qualità per eccellenza di Dio, per cristiani, ebrei e musulmani. Dio è il misericordioso, ci ama e ci perdona.
Anche la presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello, nel suo discorso di apertura della visita del Santo Padre al Tempio maggiore romano, ha detto: “Il terrorismo non trova mai giustificazione” e “le religioni devono contribuire alla crescita morale e civile”. Quindi, ha ricordato come Papa Francesco abbia sempre dimostrato “un’amicizia con il mondo ebraico”, fin da quando era Arcivescovo di Buenos Aires, in Argentina, poi “ribadita fin dai primi atti del suo pontificato”. Quando, per esempio, all’udienza con la Comunità ebraica dell’11 ottobre 2013 disse: “Un cristiano non può essere antisemita. L’antisemitismo sia bandito dal cuore di ogni uomo e di ogni donna”. Parole, queste, che ha ripetuto anche in questa solenne occasione della sua “prima” visita ufficiale alla Sinagoga di Roma: “No ad ogni forma di antisemitismo”.
“Mi auguro che crescano vicinanza, reciproca conoscenza e stima tra le nostre comunità di fede”, ha affermato il Pontefice, che ha pure annunciato un nuovo documento magisteriale che affronta “le questioni teologiche” aperte dal documento conciliare “Nostra Aetate”, di cui si celebra il cinquantenario, e che ha posto le premesse per il fraterno dialogo tra cattolici ed ebrei, grazie al quale “da nemici ed estranei siamo diventati amici e fratelli”.
“I cristiani celebrano con antichi riferimenti e nuovi significati l’anno speciale della misericordia”, ha ricordato Di Segni. Per gli ebrei, “il giubileo è un modello di rifondazione della società sui valori di pace e di giustizia”. Infatti, per l’apertura della Porta Santa, la formula recitata prevede la citazione del Salmo: “Aprite le porte della giustizia”. Su questi valori condivisi, di pace e di giustizia,ebrei e cristiani sono chiamati a progredire nela reciproca conoscenza, stima e collaborazione. Due sono i valori forti che questa visita comunica al mondo: che “la Chiesa non intende tornare indietro nel percorso di conciliazione” e “un messaggio di pace, di de comunità religiose differenti che s’incontrano in amicizia e fraternità”, perché “le differenze religiose non devono essere giustificazione all’odio e alla violenza”.
Tra le tante citazioni teologiche di interventi di Papa Francesco da parte del presidente delle Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei), Renzo Gattegna, una in particolare merita di essere ricordata: “La conversione che la Chiesa chiede agli idolatri non è applicabile agli ebrei”, che sono uniti in alleanza con Dio, perché, come il Papa ha ripetuto anche in questa occasione, “l’alleanza con Dio è irrevocabile”.

Ipazia, 16 secoli di bugie



Di Luisa Muraro


Ipazia di Alessandria ha un conto aperto con la nostra civiltà che dobbiamo incominciare a pagare.
Parlo, per chi ancora non conoscesse questo nome, della scienziata e filosofa neoplatonica, maestra nel Museo di Alessandria d’Egitto (non un museo, ma un centro di studi superiori) che, nell’anno 415 dell’era cristiana, venne trucidata da un gruppo organizzato di cristiani fanatici. Il delitto restò impunito perché l’inviato imperiale non fece il suo dovere.
Da parte di chi ha a cuore la tradizione religiosa cristiana, io mi aspetto un preciso contributo. Posto che le fonti non consentono di attribuire al vescovo di Alessandria, il futuro santo e padre della Chiesa Cirillo, alcuna responsabilità diretta nella morte violenta della filosofa, si stabiliscano le innegabili responsabilità indirette, nel contesto di una diffusione nel contesto di una diffusione del cristianesimo che è piena di luci e ombre.
 
ipazia2.JPGDa coloro che hanno a cuore le grandi conquiste della modernità (libertà di pensiero, pluralismo, libertà di ricerca, valore delle scienze sperimentali), mi aspetto che smettano di strumentalizzare la figura della filosofa deformandola in quella di una martire della libera scienza. Le fonti storiche non autorizzano questa rappresentazione che si alimenta da una serie di stereotipi, già confutati, sulla storia delle scienze e la cultura cattolica. Non si faccia di Ipazia un anacronistico pendant femminile di Galileo. Lei fu indubbiamente una scienziata di prima grandezza e, come Galileo, si dedicò all’astronomia con avanzate tecniche di osservazione. L’analogia finisce qui. La famosa vicenda del processo di Galileo riguarda il protagonista di una svolta epocale nell’idea di scienza, che non ha nulla a che fare con l’epoca di Ipazia, il cui tempo fu agitato da una somma di problemi che non riguardavano la concezione della scienza, se non molto indirettamente. Detto in breve, Galileo è il campione e il martire del nuovo che avanza. Ipazia è l’esponente di una tradizione secolare (millenaria, se contiamo l’Egitto) e venne schiacciata dal nuovo avanzante, il cristianesimo, che fu anche rivoluzione sociale, non dimentichiamo.
Il mio contributo al pagamento del debito che abbiamo verso Ipazia, consisterà nell’esporre, in forma di racconto basato sulle fonti storiche, le circostanze che portarono alla sua uccisione.
(sopra, Ipazia in un particolare dell'affresco La scuola di Atene, di Raffaello Sanzio)
 
Di Ipazia non abbiamo una data di nascita, possiamo immaginare che fu intorno al 370. Trascorse la sua vita ad Alessandria; non risulta che abbia fatto viaggi fuori dalla sua città. Le fonti la ricordano come figlia di Teone, scienziato del Museo; di lui fu allieva, collaboratrice e, in un certo senso, successora. Le fonti dicono che lei lo superò. Della sua opera non si è conservato quasi nulla.
Intorno al 375 nacque ad Alessandria anche Cirillo, che crebbe all’ombra dello zio Teofilo cui succedette sul seggio episcopale nel 412. Come lo zio, era un uomo di grande decisione, al limite della spregiudicatezza. Per favorire la Chiesa, Cirillo cercò l’alleanza del prefetto imperiale Oreste, un battezzato anche lui ma poco propenso a schierarsi con i cristiani.
Scoppiarono incidenti, uno gravissimo nel 415: un gruppo di monaci venuti dal deserto (i cosiddetti parabolani) per servire il vescovo, a che titolo non sappiamo, assaltarono il carro del prefetto e riuscirono a ferirlo con una sassata. Il loro capo fu catturato e duramente punito, Cirillo voleva farne un martire ma i cittadini si opposero, compresi alcuni cristiani. Siamo alla vigilia dell’uccisione di Ipazia.
 
Bisogna sapere che Oreste era un ammiratore della filosofa e aveva preso l’abitudine di consultarla sui problemi della città. All’epoca Alessandria era una città multietnica, abitata da elleni, egizi, ebrei, costellata da vari edifici religiosi: sinagoghe, templi alle divinità greche ed egizie, chiese cristiane. Il gruppo dominante è costituito dagli elleni (gli abitanti di origine greca), molti dei quali stavano passando al cristianesimo, che era diventato la religione dell’imperatore. Ipazia, che apparteneva a questo gruppo sociale, non era cristiana. Fra i suoi allievi aveva tuttavia dei cristiani, come Sinesio, il futuro vescovo di Cirene, che la chiamava “madre” e “patrona”,  e su di lei ha lasciato una preziosa testimonianza scritta.
Le fonti raccontano che un giorno il vescovo Cirillo si trovò a passare nei pressi della casa di Ipazia e notò un assembramento di carri, lettighe e guardie.
“Di chi è quella casa? Che cosa sta succedendo?”
“È la casa della filosofa Ipazia – gli rispose uno del seguito - quelli che vedi, sono i curiali del prefetto, lui deve essere venuto con altri a salutarla e ad ascoltarla”.
Il vescovo, possiamo immaginare, sentì una fitta penosa nell’anima. Per certo il nome di quella donna, famosa in città, non gli era nuovo. Nuovo fu per lui scoprire che il prefetto si degnasse di farle visita, dopo che aveva rifiutato l’offerta fatta da lui, Cirillo, che era un uomo e un vescovo. Le fonti ci autorizzano a immaginare anche il pensiero che seguì a quel penoso, ma così umano! sentimento: “Ad Alessandria le cose andrebbero meglio se io e il prefetto fossimo amici. Io e il prefetto non siamo amici per colpa di Ipazia che si è messa di mezzo e ha attirato Oreste nella sua orbita”.
 
rachel-weisz-interpreta-ipazia-di-alessandria-in-agora-117156.jpgQuesto è l’antefatto. Il fatto è che un giorno del marzo 415 un gruppo di parabolani, guidati da un tale di nome Pietro il lettore, sequestrò Ipazia, la portò in una chiesa e qui, al chiuso, la trucidarono usando strumenti taglienti che non erano coltelli, forse  pezzi di vetro o di conchiglia. Poi ne portarono i resti in una località, il Cinarone, forse assegnata alla eliminazione di materie di scarto con il fuoco, e qui li bruciarono.
Da questo insieme di fatti risulta che Ipazia, se siamo alla ricerca di un titolo da dare alla sua morte, fu principalmente una martire politica.
Colpita per colpire il prefetto imperiale, è la prima supposizione, Ma, se allarghiamo lo scenario storico, le circostanze suggeriscono piuttosto che lei fu eliminata perché disturbava, con la sua indipendenza, l’antagonismo fra due poteri, quello imperiale e quello ecclesiastico, che erano anche due uomini, Oreste e Cirillo, e impediva così che i due poteri e i due uomini arrivassero a trovare un compromesso per una conveniente alleanza. A ciò si aggiunga un senso di rivalità del capo della Chiesa alessandrina nei confronti di quella donna che, stando alla testimonianza di Sinesio, aveva l’autorità di una sacerdotessa. La filosofa e il vescovo erano entrambi sprovvisti del potere della forza; l’efficacia della loro azione dipendeva dall’autorità della loro parola e dal credito di cui godevano presso i detentori del potere politico.
 
Sicuramente contarono anche altre circostanze, fra cui il conflitto tra la cultura del mondo antico declinante e la nuova religione cristiana, purchè abbiamo chiaro che il conflitto non si configurava come un antagonismo e che la vittoria del cristianesimo era ormai evidente.
Contò il fatto che non di un filosofo si trattasse, ma di una filosofa? La domanda va riformulata, considerato che non esistono culture in cui la differenza sessuale sia indifferente. Quanto contò, nella vicenda di Ipazia? E abbiamo noi modo di stabilirlo? Senza addentrarci, consideriamo che la nascente religione cristiana, a differenza di quella grecoromana e di quella egizia, non rendeva pensabile e accettabile una donna con le prerogative di Ipazia, libera di sé, non subordinata a partiti o fazioni, presente e parlante in luoghi pubblici, sapiente, maestra dotata di una parola autorevole per donne e uomini.
Questa considerazione ci porta ai nostri tempi per costatare che il tipo umano femminile incarnato da una Ipazia non ha corso nella nostra cultura, forse perché essa deriva dalla versione cristiana del patriarcato. Il che ci fa capire il perché di certi stereotipi laici o laicisti: questi stereotipi resistono e si ripresentano per non poter ammettere che quello che faceva veramente problema ai cristiani di Alessandria, continua a fare problema anche ai nostri giorni, e non solo ai “cristiani”! Voglio dire che gli stereotipi anticlericali con cui si accosta la figura e la vicenda di Ipazia (Chiesa nemica della scienza, della ragione, delle donne) sono fatti per coprire una certa coda di paglia.


Simbologia dell'Albero di Natale



I primi riferimenti storici circa il Natale, cioè la messa dedicata alla Natività (Cristes Maesse, da cui Christmas) risalirebbero ad oltre un millennio dopo Cristo. l'Enciclopedia Cattolica inglese, infatti, asserisce che: "La prima testimonianza scritta che abbiamo del Natale, risale al 1038." (Fonte)

Eppure nei secoli che precedettero la diffusa affermazione delle festività natalizie cattoliche, i giorni a cavallo tra Dicembre e Gennaio di ogni anno furono teatro di altre celebrazioni, estremamente diffuse e antiche. Come sappiamo, l'anno dell'attuale calendario 'gregoriano' è definito 'solare' e inizia il Primo Gennaio. Questo perché alla fine del mese di Dicembre ha luogo un importante evento astronomico, cioè il 'solstizio d'inverno'; la giornata più breve dell'anno è seguita dal primo giorno in cui il Sole ritorna a crescere, dando avvio al percorso verso il nuovo risveglio della natura (Dea Madre), la stagione delle messi, ed il 'solstizio d'estate.' Per molte antiche culture quello era il giorno del Deus Sol Invictus, e meritava di essere celebrato solennemente.



"Il culto del Sol Invictus ha origine in oriente. Ad esempio le celebrazioni del rito della nascita del Sole in Siria ed Egitto erano di grande solennità e prevedevano che i celebranti ritiratisi in appositi santuari ne uscissero a mezzanotte, annunciando che la Vergine aveva partorito il Sole, raffigurato come un infante. In particolare, è l'apologeta cristiano Epifanio di Salamina a segnalare che in alcune città d'Arabia e d'Egitto i pagani celebravano una festa dedicata al trionfo della luce sulle tenebre, e incentrata sulla nascita del dio Aîon, generato dalla vergine Kore, con un evidentissimo rimando alla dottrina dell'eterno ritorno (v. correlati): si noti che nella tradizione cosmologica greca Aîon era uno degli aspetti del Tempo, inteso nella sua valenza di eterno presente; in greco, inoltre, kore è la parola che designa genericamente il femminino nelle sue infinite potenzialità, e Kore è anche il nome con cui è nota la figura mitologica di Persefone. La testimonianza di Epifanio è confermata anche da Cosma di Gerusalemme che ancora nel sec. VII d.C. menziona la celebrazione di analoghe cerimonie nella notte tra il 24 e il 25 dicembre (...) Il Sol Invictus compare anche sotto forma di divinità associata al culto induista persiano di Mitra. Il termine Invictus compare anche riferito a Mitra stesso e al dio Marte nelle iscrizioni private dei dedicanti e dei devoti." (Fonte).



La coincidenza del periodo natalizio cattolico con quello delle celebrazioni pagane dedicate alla rinascita del (Dio) Sole, è estremamente 'sospetta', tuttavia non rappresenta un indizio dell'inesistenza del Gesù storico, come qualcuno ha ipotizzato con leggerezza (malafede?). Essa però può spiegare le incongruenze esistenti in numerosi ambiti della Chiesa di Roma. Molti dei suoi simboli, riti ed occorrenze, infatti, potrebbero essere stati introdotti nella cultura cattolica non tanto in funzione dell'eredità cristiana, ma 1) come conseguenza della strategia politica costantiniana di far confluire le più radicate festività pagane all'interno della religione unificata dell'impero, cioè la Chiesa di Roma. 2) Con l'intento di perpetuare in forma occulta lo svolgimento di antiche liturgie in cui le masse di fedeli sono usate come pedine, esecutori di rituali di cui s'illudono di conoscere il reale significato (in realtà accessibile solo a una ristretta élite). 3) Per assorbire e neutralizzare dal di dentro una dottrina rivoluzionaria la cui diffusione nella sua forma più pura, avrebbe nuociuto al potere.

Alberi Sempreverdi

Nell'antica Roma il solstizio d'inverno era accolto con una lunga sequenza di celebrazioni denominate: Saturnalia, officiate dai sacerdoti di Saturno (dendrophori), e animate da ricchi banchetti e vivaci processioni di corone di piante sempreverdi (da cui l'usanza di ornare le case con rametti di vischio e pungitopo - v. correlati). Si trattava insomma di un periodo di convivialità e sregolatezza concettualmente simile a quello delle attuali festività natalizie.





Nell'antica Grecia, nello stesso periodo dell'anno si celebravano i Baccanali, un insieme di riti e festeggiamenti in onore del dio Dioniso (chiamato anche Bacco). In tali feste la gente si dava a canti e balli che spesso superavano i limiti della 'decenza' e dell'ordine. (Fonte)Anche i pagani nordeuropei celebravano il solstizio d'inverno, conosciuto comeYule (Figlio). Yule era il simbolo del Dio Sole, figlio della Dea Madre, che il mito faceva nascere nel giorno più breve dell'anno.



Le processioni di alberi e corone sempreverdi nei Saturnalia romani avevano ovviamente un senso simbolico, legato alla propiziazione dell'abbondanza di neonati e raccolti agricoli. Nei tempi antichi - infatti - il sempreverde rappresentava l'essenza della vita ed era un simbolo fallico nel culto della fertilità. Anche i druidi, antichi sacerdoti nordeuropei, officiavano le loro cerimonie intorno a giganteschi alberi sempreverdi. Si capisce, dunque, la forte attinenza simbolica tra l'antica festa del Sol Invictus, e l'albero sempreverde.

L'Albero in Casa


Riguardo il simbolismo espresso dall'albero addobbato nelle case, non esiste univocità.


Alcune fonti consone alla tesi di Hislop lo attribuiscono ad un'antica tradizione babilonese. Il mito, infatti, narra che subito dopo la morte prematura del figlio/marito Nimrod (costruttore della leggendaria Torre di Babele), la regina babilonese Semiramide affermò di aver visto svilupparsi nell'arco di una notte un albero sempreverde dal tronco di un albero morto. Da quel giorno - in occasione di ogni anniversario della sua rinascita (sotto forma del Dio Sole) - Nimrod sarebbe tornato a visitare l'albero e avrebbe lasciato dei doni sotto di esso.

Anche in quel caso ebbe luogo una opportunistica 'sovrapposizione di culti'; Semiramide scelse di deificare il defunto figlio/marito associandolo al Dio Sole, figlio della Dea Madre, in modo tale da sfruttare - come in una sorta di 'franchising religioso' - l'ampia diffusione del più antico dei culti. Poi deificò se stessa abbinando la propria figura alla Dea Madre, la Natura, denominata a seconda della cultura ospitante:Astarte, Mater Matuta, Cibele, Iside, Ishtar, Kore, Demetra, Venere (Magna Mater), Columbia, EasterGaia e - a detta di alcuni - la Madonna.

Secondo altre fonti (Link), l'usanza di addobbare un albero all'interno delle mura domestiche avrebbe origini ancestrali, e celebrerebbe la memoria della cosiddetta 'asse del mondo', una colonna di plasma luminoso che in epoca preistorica sembra si estendesse visibilmente dalla Terra fino a Marte, con la stella a cinque punte di Venere ben visibile al suo apice. Una recente ricerca condotta dal dottor Anthony Peratt - autorità di livello mondiale nel campo della fisica del plasma - ha stabilito, al di là di ogni ragionevole dubbio, che milioni di petroglifi antichi rinvenuti in tutto il mondo in realtà raffigurino le formazioni di plasma ad alta energia che solcavano i cieli primordiali.Analisi completa del Dr. Peratt (lingua inglese).


Un'ulteriore versione pone in risalto invece le similitudini iconografiche esistenti tra l'albero addobbato ed alcuni simboli occultistici. L'albero è convenzionalmente rappresentato come un abete in quanto la forma conica richiama la piramide, famigerato simbolo degli Illuminati. Le ghirlande che circondano i rami simboleggerebbero il serpente biblico attorcigliato intorno all'Albero della Conoscenza del Bene e del Male (o della Vita). Gli ornamenti a forma di palla sarebbero le sfere della Qabbalah, ed il punteruolo a stella l'occhio onniveggente (o Venere). In altri termini, l'usanza di allestire l'albero di Natale sarebbe il modo beffardo mediante cui gli Illuminati indurrebbero mezzo mondo a celebrare in maniera inconsapevole il simbolismo del loro ordine(Link). Un po' ciò che accadrebbe ogni Primo Maggio; per molti Festa del Lavoro, per alcuni celebrazione del giorno di fondazione dell'Ordine degli Illuminati (Fonte).
Conclusione.
"Quasi tutte le usanze pre-natalizie hanno la loro radice in parole della Sacra Scrittura. Il popolo dei credenti ha, per così dire, tradotto la Scrittura in una cosa visibile. Gli alberi adorni del Natale non sono che il tentativo di tradurre in atto queste parole: il Signore è presente, così sapevano e credevano i nostri antenati; perciò gli alberi gli devono andare incontro, inchinarsi davanti a lui, diventare una lode per il loro Signore."
J. Ratzinger (Fonte)
L'interpretazione espressa dell'ex pontefice, teologo di indiscutibile spessore, tutto sommato conferma l'idea che l'usanza di addobbare un albero sotto Natale si motivi poco e male nella cultura 'ufficiale' cattolica. Tutto ciò non fa che avallare l'ipotesi di Hislop, secondo cui molte consuetudini abbinate alle festività cattoliche, che nella società attuale tendono a distogliere l'attenzione dal senso spirituale delle ricorrenze per orientarla verso elementi essoterici e materialistici (riti collettivi, alberi addobbati, scambi di doni, fuochi d'artificio, gioco d'azzardo, uova e colombe pasquali, maschere e carri allegorici carnevaleschi, ecc) siano in realtà  estranee - e talvolta contrarie - alla dottrina cristiana.

In un post recente si parlava della tecnica della Finta Alternativa, con cui il sistema suscita l'illusione della libera scelta. Cattolicesimo e Paganesimo sembrano un esempio perfetto di tale strategia: rivali nel dettaglio, ma identici nella struttura. Proprio come Destra e Sinistra in politica. O Chiesa Massoneria. Quale alternativa viene occultata, esclusa dallo spettro delle 'normali' opzioni, grazie a questa finta alternativa?

Sulla base degli elementi in nostro possesso e dell'osservazione della realtà, si potrebbe concludere che il Cristianesimo non sia affatto una delle religioni più diffuse al mondo. Il vero Cristianesimo probabilmente fu 'sabotato' ben 17 secoli fa, quando il sistema lo fagocitò con l'istituzionalizzazione costantiniana, e da perseguitato finì per diventare persecutore. Nella sostanza il Cristianesimo non ha mai smesso di essere una dottrina minoritaria e sfuggente, perché inconciliabile con la struttura intrinsecamente estetica, essoterica, materialista delle religioni di massa.

Eppure, malgrado le strumentalizzazioni, le diffamazioni, il cinismo dilagante in una società sempre più incattivita per via del suo stato di invisibile schiavitù, il vero messaggio di Gesù continua ad essere perfettamente udibile a chiunque abbia orecchie per udire. Specie nei giorni in cui per convenzione si commemora la sua esistenza, poco conta che si tratti di una data veritiera o solo del frutto di una antica strategia politica la quale creò una dualità nella più antica delle celebrazioni. Emblema di tale verità è la celebre Tregua di Natale, di cui si è parlato in passato, ma più in generale lo 'Spirito del Natale cristiano' si può scorgere in molte altre situazioni più comuni; basta rivolgere lo sguardo nella giusta direzione.
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Da parte del blog, un augurio di trascorrere un Natale Consapevole, oltre che Buono.

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