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Urbi et Orbi: così il Papa ha parlato alla storia


Di Andrea Muratore

Sbaglia chi vuole leggere l’immagine di Papa Francesco solo, in mezzo a Piazza San Pietro intento a pregare prima della benedizione “Urbi et Orbi” come un’attestazione di debolezza, l’immagine di una forma di tramonto del Sacro nella nostra società e, in un certo senso, del declino della forza sociale del cristianesimo.
La realtà è che queste immagini vanno direttamente nei libri di storia e ci confermano come la Chiesa, istituzione imperiale millenaria, abbia in sè la forza e l’energia di capire i momenti di crisi e di mandare messaggi alla società e al mondo che hanno un impatto spirituale, umano, morale ma anche fortemente politico.
Così è dall’antichità a oggi: da quando poco dopo il 450 Papa Leone prima convinse Attila a fare marcia indietro dalla sua marcia sull’Italia e poi si operò per limitare i danni del saccheggio dei Vandali alla Città Eterna, fino a oggi. Quanti davano questa istituzione finita dopo le dimissioni nel 2013 di Papa Benedetto XVI, interpretate come una sconfitta ma, in realtà, dimostrazione della capacità di dare, nel XXI secolo, dimensione umana anche agli affari eterni?
E potremmo continuare: la Chiesa e il cristianesimo cattolico sono stati dati per morti o declinanti durante la cattività avignonese, in occasione dell’avanzata degli Ottomani tra XV e XVI secolo, dopo la caduta di Costantinopoli, di fronte alla Riforma Protestante e alle guerre di religione, dopo la Rivoluzione Francese, nell’era di Napoleone, dopo le infamanti accuse seguite alla seconda guerra mondiale, nel corso delle persecuzioni nell’Europa dell’Est, infine oggi nell’era dell’individualismo feroce, dell’esasperazione del relativismo dell’ideologia neoliberista in declino.
Eppure, ogni volta la profezia è stata smentita: per un Lutero che emergeva, una serie di papi si sono adoperati alla Controriforma; la Francia rivoluzionaria e il culto della Dea Ragione sono durati lo spazio di un mattino, e anche quando il Vaticano confinava con i militari del Terzo Reich Papa Pio XII non ebbe paura a scendere nel quartiere San Lorenzo di Roma devastato dalle bombe degli Alleati. Segno di una capacità di leggere il segno dei tempi e di agire in maniera estremamente flessibile sul piano politico che hanno pochi eguali nella storia.
E oggi siamo qui, a contemplare gli ammonimenti di un uomo apparentemente solo, ma in realtà al centro di un colonnato e di una piazza che abbracciano l’intero pianeta. Lanciando un avvertimento ben preciso (https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-03/papa-francesco-omelia-testo-integrale-preghiera-pandemia.html): “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Di fronte al coronavirus, quello di Francesco è un messaggio spirituale, ma anche un manifesto per il mondo che verrà. La sintesi di un ragionamento sulla dottrina sociale della Chiesa che ha coinvolto Paolo VI (con l’enciclica Popolorum progressio), Giovanni Paolo II (Laborem exercens), Benedetto XVI (Caritas in veritate) nello sviluppare una visione critica degli eccessi della società degli uomini economici, dello svilimento del lavoro, del consumismo sfrenato. A cui Francesco si è aggiunto con l’enciclica Laudato sì, che chiude il cerchio e indica una direzione, un grande spunto per una riflessione profonda sulla modernità. Da cogliere al più presto.

Il pensiero di Dietrich Bonhoeffer


Riassumere il pensiero di Bonhoeffer in poche righe è praticamente impossibile. cercheremo di dare solo alcuni spunti di riflessione da approfondire in altre pagine o su altri siti più "alti" del nostro.
Proprio a partire dalla biografia del nostro autore e non volendo in nessun modo suggerire l'idea di una serie di tappe del suo pensiero, elenchiamo  semplicemente i temi più caratteristici di ogni momento della sua vita e del suo pensiero:

Periodo della giovinezza e dell'esperienza accademica
Dalla sua tesi di Laurea Sanctorum Communio prendiamo l'espressione di Chiesa = Cristo esistente come comunità.
Solo in una dimensione relazionale (per certi versi assimilabile alla riflessione di Martin Buber, ma che Bonhoeffer esplicitamente riferisce al meno noto filosofo tedesco Grisebach) noi abbiamo un accesso alla realtà di Dio e quindi solo nella chiesa, in cui Gesù vive come comunità, possiamo attingere ad una rapporto con Dio.

Dal suo corso, pubblicato a partire dagli appunti degli studenti, Cristologia, prendiamo invece la convinzione che il vero essere di Gesù sia l'essere-per-gli-altri, non tanto una ontologia precisa, quanto la realtà del dono assoluto e infinito.

Periodo di FinkenwaldeDal suo testo Sequela,  forse il più diffuso fuori dallo stretto ambito teologico, proponiamo  la  sua riflessione sulla Grazia a caro prezzo e grazia a buon mercato. in Cristo la Grazia è proposta come "cara", necessitante di una scelta precisa che è quella di collocarsi alla sequela del Cristo. chi dice di voler fare questo, ma si accontenta di esperienze che prevedono un impegno limitato, cioè una grazia a buon mercato, non fa i suoi conti con le linee programmatiche precise dettate da Gesù nel Discorso della montagna (Mt. 5-7)

Dal periodo della resistenza e del Carcere

Resistenza e resa
In questo testo, in cui sono riunite le lettere dal Carcere troviamo alcuni temi che sono diventati caratterizzanti la recezione del pensiero di Bonhoeffer in tutto il dibattito del '900

La distinzione tra fede e religione:
il Cristianesimo non è una religione, cioè un atteggiamento, una posa, una realtà a cui avvicinarsi a tempo limitato. dice il nostro teologo: "La relgione è come il salotto buono della vita; noi non vi entriamo mai, ma vi facciamo passare gli ospiti quando vengono a trovarci"
Il Cristianesimo è una fede, totalizzante, assoluta, coinvolgente e in cui si abita durante tutta la nostra vita.

Cristianesimo e mondo
La vita cristiana non è in opposizione al mondo, l'annuncio cristiano non si fa cercando i limiti dell'uomo e le sue risposte mancate per annunciarvi Cristo come risposta vera, come Deus ex machina. Dio non è il Dio dei limiti, ma il Dio del centro della nostra vita, da annunciare non nella debolezza, ma nella forza, in una vita polifonica in cui il Cantus firmus sia l'amore terreno, ed il resto contrappunto. La fede non è quindi una realtà che si oppone alla realizzazione u,mana, ma la fonda e su questa si fonda essa stessa.

Il Dio inutileLa categoria dell'utile non ci serve per parlare di Dio; Dio non è utile, non "ci serve", come abbiamo visto a spiegare ciò che non sappiamo, o a trovare soluzione che da soli non percepiamo. dio è semplicemente quella realtà di amore e di dono che ci vive accanto e che forse non può nemmeno aiutarci nella nostra vita. Bonhoeffer dice anzi che i Cristiano sono coloro che stanno accanto a Dio nella sua debolezza (cfr Poesia Cristiani e Pagani), ma tutti ricevono da Lui il dono e il perdono.

L'etica
Dal testo scientifico rimasto incompiuto troviamo i suoi tentativi di rispondere al dilemma della ultima parte della sua vita: come può un Cristiano, un pastore, scegliere di partecipare ad un complotto che culminerà nel tentativo di uccidere una persona, e ancora di più il leader scelto dal popolo, con una ovvia inserzione indebita negli affari dello stato.
Le sue risposte, anche se non concluse sono state oggetto di innumerevoli dibattiti durante tutto lo scorso secolo e non mancano di sollecitare la riflessione dei nostri tempi.
Dice Bonhoeffer: Se io vedo un pazzo che sta guidando a tutta velocità su una strada pedonale piena di passanti, il mio compito di pastore e cristiano sarà quello di pregare per le anime di coloro che saranno inevitabilmente uccisi, oppure cercare di fermare il pazzo, anche a costo della sua vita?"Conosciamo la sua risposta: con l'esclusione di un'etica dei principi (basata su criteri assoluti e spesso inadatti alla vita quotidiana, che cerca solo la santità personale e non la salvezza cristiana), con l'esclusione del "fine che giustifica i mezzi", Dietrich Bonhoeffer propone una etica situazionale: come guardare al mondo con gli occhi del Cristo, con essi giudicarlo e cercare di vedere in quel momento che cosa Lui stesso definisca bene e male. il cristiano può solo conformarsi a questo.

La Resurrezione secondo Rudolf Steiner

Cristo risorto, dipinto dall'artista Lucia Merli

Di Silvia Buffo

Il filosofo Rudolf Steiner tenne una brillante conferenza a Dornach il 27 marzo 1921 per far luce sul vero concetto di Resurrezione, un concetto fuorviato da secoli, a partire dal Concilio di Costantinopoli, che segnò la “riduzione” dell’uomo a corpo e anima. Da qui si è andata edificando la conseguente “riduzione” della Pasqua a mera contemplazione dell'Uomo dei dolori, del Crocifisso. Il Crocifisso è l’espressione del passaggio verso il materialismo cristiano. A contribuire in maniera suggestiva e incrementandone la carica emotiva è la raffigurazione di tutta l’arte sacra, incentrata sul Chrestos, il corpo fisico, sofferente, disperdendone l’immagine vittoriosa del Christos, che vince la morte e si innalza vittorioso sulla sofferenza e sul dolore.

Il significato autentico della Pasqua secondo Steiner non può prescindere da una visione, sovrasensibile, immortale, eterna dell’uomo, il cui spirito si riveste soltanto della corporeità fisica umana. La concezione dell’esistenza fisica non ha fatto altro che orientare il corpo fisico alla morte che paradossalmente si è nutrito del concetto di nascita, la cui controparte non poteva essere che la fine fisica. Le forze della morte si radicalizzano modificando il pensiero e facendo subentrare la morte vera e propria, quella del pensiero.

Si può dire allora l'altro lato della nascita sia l’idea della morte sia che con la Pasqua si va corroborando tradendo il senso profondo del Cristianesimo antico. Esso partendo da una concezione orientale, trovò parola in Paolo, che ricordò come la morte di Gesù abbia costituito ogni forma di fede: «Se Cristo non fosse risorto sarebbe vana la nostra fede». In questo periodo Gesù Cristo è presentato come Buon Pastore, che veglia sui destini eterni dell’uomo, intrappolato nel torpore della sua esistenza temporale.

Alla spasmodica ricerca di Cristo da parte dei credenti Steiner risponde con le parole stesse del Vangelo: «Colui che cercate non è qui» e aggiunge «Dovete cercarlo nei mondi spirituali, non dovete più cercarlo nel mondo fisico-sensibile. Colui che voi cercate quale essere fisico-sensibile non è più nel mondo fisico-sensibile». Il materialismo occidentale ha travolto la saggezza dei primi secoli cristiani, all'epoca il materialismo non si era ancora del tutto radicato, e non a caso si compenetrava il Mistero del Golgota. Ma nel IV secolo divenendo il Cristianesimo religione di Stato si stravolse il senso della religione, anche con l'ausilio della patristica e della letteratura cristiana.


Steiner cerca di spiegare nella sua conferenza a Dornach come la concezione della sofferenza nei credenti sia generata proprio dal contatto insano con la materia:

L’uomo non deve lasciarsi stordire dall’immagine del Salvatore che muore sommerso dai dolori. Deve imparare che il dolore è connesso col fatto di essere legati all’esistenza materiale. Questo era uno dei principi fondamentali dell’antica sapienza, scaturito ancora dalle radici istintive del conoscere umano e che noi, ora, dobbiamo riconquistare mediante un conoscere cosciente. Secondo questo principio il dolore si origina dalla connessione con la materia, la sofferenza è generata dal fatto che l’uomo si unisce alla materia.

Il senso della contemplazione del dolore sta nel superamento terreno e sensibile e nella risurrezione dell’essere spirituale. Calzanti le parole di Rossella Alemanno che riprende per ricollegarsi al senso ultimo della Pasqua quelle di Steiner:

È necessario spingerci al di là di una concezione amputata della sua parte eterna e spirituale, che ci consegna l’immagine di un Cristo giudice, oppure dolente. E potremo farlo solo guardando al Mistero del Golgota con altri occhi, con uno sguardo che abbraccia l’intera evoluzione dell’umanità. «Noi abbiamo bisogno del Cristo quale Essere sovrasensibile, di natura extraterrena, che pur tuttavia è entrato nell’evoluzione terrestre. Dobbiamo conquistarci questo pensiero che è come il sole di tutte le rappresentazioni umane».


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://www.fanpage.it/la-resurrezione-secondo-rudolf-steiner-la-vera-sfida-al-materialismo/

FOTO:Cristo risorto, dipinto dall'artista Lucia Merli

Cose da sapere sulla Pasqua

Oggi, domenica 27 marzo, i cristiani festeggiano laPasqua, la più importante festa del cristianesimo, che ricorda la resurrezione di Gesù Cristo. 

Sebbene sia una festa religiosa, la Pasqua si è trasformata negli anni in una giornata di festa e riposo anche per i non credenti. Se il Natale -che celebra la nascita di Gesù – ha un’origine più intuitiva, quella della Pasqua è più incerta e discussa. La Pasqua si festeggia di domenica perché nei Vangeli è scritto che il sepolcro vuoto di Gesù Cristo fu scoperto il giorno successivo al sabato. La sua data cambia però di anno in anno per via del fatto che da quasi 1700 anni per calcolare il giorno esatto di festa si tiene conto del calendario lunare: per la Chiesa, la Pasqua si festeggia la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, che può avvenire in diversi giorni del calendario solare (cioè quello che usiamo oggi).
Quindi la Pasqua è nata coi cristiani?
Non esattamente. Nei primi secoli molte comunità cristiane festeggiavano la Pasqua negli stessi giorni in cui veniva celebrata la Pesach, la cosiddetta “Pasqua ebraica”, che invece celebra la liberazione degli ebrei in Egitto. Secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù morì proprio in un giorno di Pesach, che gli ebrei celebrano durante il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Per rimediare alla sovrapposizione e porre l’accento sulla resurrezione anziché sulla morte di Gesù, nel 325 d.C. il Concilio di Nicea (la prima assemblea al mondo delle varie comunità cristiane) decise di festeggiare la Pasqua nella domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. A volte capita comunque che Pasqua e Pesach si festeggino quasi negli stessi giorni: come è successo nel 2015, in cui sono cadute rispettivamente il 5 e il 4 aprile. Quest’anno la Pesach inizierà invece il 23 aprile.
Chi la festeggia? 
Poiché la credenza nella resurrezione di Gesù è alla base di tutte le confessioni cristiane, la Pasqua viene rispettata anchedai mormoni o dagli ortodossi, per esempio, sebbene con qualche variazione. Gli ortodossi la festeggiano in una data diversa poiché seguono ancora il calendario giuliano, entrato in vigore nel 46 a.C. grazie a Giulio Cesare. Anche per gli ortodossi Pasqua cade la domenica che segue il giorno in cui si verifica la luna piena a partire dall’equinozio di primavera, che anche loro fissano nel 21 marzo. Il guaio è che quasi sempre il 21 marzo giuliano non corrisponde a quello gregoriano (cioè il calendario in uso nell’Occidente). Quest’anno la Pasqua ortodossa si festeggia l’1 maggio.
Cosa c’entrano le uova? E i conigli?
Durante la Pasqua i primi cristiani ricordavano il sangue di Gesù Cristo pitturando le uova di rosso e decorandole con croci o altri simboli (una tradizione che dura ancora oggi nei paesi ortodossi e cristiano-orientali). La simbologia dell’uovo per i primi cristiani era abbastanza evidente: dall’uovo nasce la vita che a sua volta veniva associata con la rinascita di Gesù e quindi con la Pasqua. Verso la fine dell’Ottocento, poi, i progressi tecnologici avevano oramai reso possibile unire la tradizione del cioccolato (introdotto in Europa da poco) a quello delle uova regalo pasquali. L’idea venne per la prima volta ai dirigenti della Cadbury, un’azienda dolciaria inglese che esiste tuttora, che nel 1875 crearono il primo uovo di cioccolato pasquale vuoto con all’interno una sorpresa.
Anche il coniglio, assieme all’uovo di cioccolato, è il simbolo più diffuso della Pasqua. Non è chiaro per quale motivo negli anni sia stato associato a una festività cristiana (nel Vangelo non c’è traccia di conigli, che non sono nemmeno stati adottati come simbolo dalle prime comunità cristiane). Piuttosto, sembra che il coniglio fosse considerato nell’antichità un simbolo di fertilità, e quindi legato all’arrivo della primavera e alle festività pagane ad essa collegate. Poiché Pasqua si festeggia tradizionalmente fra marzo e aprile, a un certo punto il coniglio è passato ad essere adottato anche come simbolo pasquale.

FOTO:http://www.partecipiamo.it

Il pensiero di Al-Hallaj, il mistico sufi condannato per eresia in Persia nel 922 D.C


al-Hallaj, ossia Abū l-Mughīth al-Husayn b. Mansūr b. Mahammā al-Baydāwī al-Hallāj (persianoمنصور حلاج‎‎) (Tur858 circa – Baghdad26 marzo 922), è stato un misticopersiano.
Giudicato un eretico, e quindi coerentemente condannato a morte dall'“ordine costituito islamico”, al-Hallaj fu invece considerato dai mistici una guida mistica di grande elevatezza, ingiustamente martirizzata.È una delle figure maggiormente discusse e controverse nel mondo islamico, e del Sufismo in particolare. Ancora oggi la sua vita, la sua predicazione e il suo martirio sono fonte di studio, approfondimento e dibattito avendo rappresentato un momento cruciale nella storia della cultura islamica e uno spartiacque nella storia del tasawwuf. Conosciuto anche in Occidente grazie agli studi del suo appassionato interprete, Louis Massignon, che lo definì il «martire mistico dell'Islam», la sua storia riflette e incarna l'apice del conflitto tra le teorie sufi e il letteralismo dei dottori della legge.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO:https://it.wikipedia.org/wiki/Al-Hallaj

L’Islam sostiene che il Corano, nella sostanza, comprende tutte le altre religioni rivelate da Dio prima di Maometto. Le religioni rivelate, dal primo uomo e profeta Adamo fino all’ultimo profeta Maometto, sono nel loro nucleo uguali all’Islam. I popoli, con la loro cultura e nel corso del loro processo di sviluppo, hanno apportato delle modifiche e delle singolarità che riguardano però solo le regole e le leggi della società.

Enuncia Maometto il profeta
« Di tutti gli uomini io sono il piu vicino a Gesù figlio di Maria - tutti i profeti sono tra loro fratelli dello stesso padre – tra me e lui non vi è stato nessun altro profeta ».

Chi cerca nell’Islam tracce del messaggio e della persona di Gesù scopre e fa conoscenza con un personaggio straordinario: al-Husayn ibn Mansùr Al-Hallàj uno dei massimi mistici dell’Islam. La sua vita, il suo pensiero, la sua opera, il suo insegnamento e la sua morte sulla croce hanno una tale somiglianza con la storia di Gesù che per i mussulmani Al-Hallàj è considerato il “Cristo dell’Islam”.

Al-Hallàj (Tur-Iran 858 – Baghdad 922) apparteneva alla corrente islamica del Sufismo. I Sufi sostenevano che Dio fosse fondamentalmente amore e che con lui gli uomini potevano raggiungere un’unione mistica. Il Dio nell’Islam tradizionale era invece un giudice supremo inavvicinabile a cui gli uomini dovevano sottomettersi. Il messaggio del Sufismo era nuovo e destabilizzante per cui i mistici entrarono in contrasto con l’Islam ufficiale, furono accusati di blasfemia ed il loro rappresentante più importante e carismatico Al-Hallàj fu infine condannato a morte sulla croce.

Al-Hallàj era una guida mistica che svolgeva la sua opera tra la gente annunciando e predicando l’amore di Dio per le sue creature. La suafigura era circondata da un alone di santità. Egli sentiva che Dio aveva preso dimora in lui, in un rapporto totale di unità ed armonia. A testimonianza una sua poesia.

IN ME SEI TU


Il tuo Spirito si è mescolato poco a poco al mio spirito.
In mezzo a una alternanza di incontri e di abbandoni.
E adesso io sono Te stesso.

La Tua esistenza è la mia,
per mia stessa volontà intonata ormai alla Tua.
Signore, mio Signore,
ho abbracciato con tutto il mio essere il Tuo Amore.

Mi spogli tanto di me che sento che in me sei Tu.
Ma eccomi ancora qui, nella prigione della vita;
assediato, nonostante tutto, dalla mia umanità.
Strappami via dalla prigione e portami verso di Te.

Sono divenuto Colui che amo e Colui che amo è comparso in me.
Siamo due Spiriti infusi in un solo corpo.

Dio abitava nel suo cuore ed era l’anima della sua anima.

Pur riconoscendo l’importanza del grande profeta Maometto, Al-Hallaj vedeva in Gesù il suo piu importante ideale ascetico ed incarnò il suo modello fino alla morte per crocifissione. Molte delle parole attribuite a Al-Hallaj ricordano le parole di Gesù «Se tu vedi me, vedi Lui», una delle sue frasi piu famose di Al-hallaj «ana al-haqq» (Io sono la Verità) si ricollega al vangelo di Giovanni «Io sono la Via, la Verità e la Vita».

La somiglianza tra la vita, la morte, l’insegnamento e la spiritualità del Cristo dell’Islam ed il Cristo del Cristianesimo è stupefacente, entrambi hanno realizzato nella vita e sul patibolo le estreme verità dell’amore.

Gesù ed Al-Hallaj ci fanno riflettere e ci suggeriscono che la musica celeste, il concerto divino, vengono interpretati nell’ambito delle religioni Ebreo-Cristiana e dell’Islam da diverse orchestre, ma la musica ed il compositore sono nell’essenza gli stessi.

I GRANDI CULTI MISTERICI DEL MONDO ANTICO



http://archeosofiaprato.org/2016/01/20/i-grandi-culti-misterici-del-mondo-antico/

Noi oggi utilizziamo la parola “mistero” per indicare qualcosa di incomprensibile, talvolta di temibile o di inafferrabile dalla nostra intelligenza.  L’origine di questo termine, di derivazione chiaramente greca, indicava una cosa chiusa, inaccessibile, riservata che rimandava alle pratiche segrete presenti all’interno di alcuni culti religiosi.  Fino all’avvento del Cristianesimo nelle antiche religioni asiatiche, mediorientali e mediterranee a partire probabilmente dal III millennio a. C. (o addirittura dal IV) si diffusero delle forme di culto segrete che facendo capo a particolari prove e riti iniziatici conferivano a chi vi partecipava una rigenerazione della coscienza, la scoperta dei segreti più profondi della vita, dell’universo e la piena rinascita spirituale. Addirittura gli antichi autori –velatamente- accennano a questa rinascita parlando direttamente di immortalità conferita all’Eroe che usciva vincitore dalle prove iniziatiche affrontate nei “Misteri”.  Tutte le religioni del mediterraneo, soprattutto in epoca ellenistica, possedettero i loro culti misterici (sebbene fossero di origine molto più antica): tali culti, rispetto alle religioni ufficiali promettevano a chi vi partecipava il raggiungimento di un fine soteriologico (legato alla salvezza dell’anima), che spesso la religione vissuta exotericamente non prometteva affatto.  Quasi tutti hanno infatti sentito parlare dei Misteri di Eleusi (Grecia), di Mitra (Persia), di Iside e Osiride (Egitto), e di questi sono stati testimoni diretti molti personaggi famosi come Apuleio, Plutarco, Platone e lo stesso Pitagora. Infatti, non pochi autori classici fanno riferimento più volte nei loro scritti a queste pratiche segrete e affascinanti.  Spesso la partecipazione a questi misteri prevedeva una preparazione personale notevole e una selezione severa che nel tempo fu poi, sotto altra forma, conservata e osservata nelle successive Scuole dove l’ammissione prevedeva un’adeguata scelta dei canditati. Come, ad esempio, avvenne molti secoli dopo in alcuni movimenti esoterici come gli Alchimisti, i Rosacroce, la cavalleria Templare).  Al momento in cui il Cristianesimo nacque, tutto il bacino del mediterraneo fino ad arrivare alla Persia e all’India era pervaso di un forte sincretismo religioso e da una vasta diffusione (quasi una democratizzazione) dei culti Misterici allora conosciuti. Tanto che non pochi personaggi famosi erano soliti vantare nelle proprie biografie di aver partecipato ed essere stati iniziati a più di un culto misterico.  Questi culti, dai tratti fortemente pagani, dopo aver impresso il loro influsso per secoli, si andarono rapidamente eclissando via via che si diffuse e prese campo la nuova religione emergente. Fino a diventare una lontana memoria a volte perduta tra leggenda e mito.  Ma siamo sicuri che tutto andò perduto? Il cristianesimo delle origini, in realtà, deve molto all’apporto degli uomini e delle menti brillanti che lo precedettero, tanto che conservò per diversi secoli al suo interno alcune caratteristiche fondamentalmente “misteriche”. Tutt’oggi, ad un occhio attento, non sfuggono i riferimenti e gli insegnamenti che anche la nostra religione porta avanti di chiaro sapore misterico oramai da più di venti secoli.

FOTO:culto di Demetra,http://www.raphaelproject.com/conferenze_online/inc_159.htm

PAPA FRANCESCO ALLA SINAGOGA DI ROMA: EBREI E CRISTIANI, “FRATELLI E SORELLE, NELL’UNICA FAMIGLIA DI DIO”



Di Emanuela Bambara

È bastato guardare dall’alto, nelle riprese televisive, la papalina abbracciata e confusa tra i tanti kippah   i copricapi, anch’essi bianchi in questa occasione cerimoniale – indossati dai rabbini e dalle autorità della Comunità ebraica di Roma che hanno accolto Papa Francesco, oggi, domenica 17 gennaio 2016, nella Sinagoga della Capitale, per capire quell’espressione, che oggi il Santo Padre ha ripetuto ancora una volta: “Siamo fratelli”, gli ebrei sono i nostri “fratelli maggiori”, come disse Giovanni Paolo II, il primo Pontefice a varcare la soglia del Tempio maggiore romano, il 13 aprile 1986. L’abbraccio tra Papa Wojtyla e il rabbino capo Elio Toaff, autenticamente e spiritualmente fraterno, commosse tutti. Poi, esattamente sei anni fa, il 17 gennaio 2010, fu la volta di Benedetto XVI, anche lui accolto dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. Una immagine vale più di mille parole, più di mille discorsi teologici. La pace si costruisce così, con gesti semplici, con semplici azioni, di amicizia e di fraternità.
“Secondo la tradizione rabbinica, un atto ripetuto tre volte diventa consuetudine fissa”, ha esordito Di Segni nel suo discorso di accoglienza al Pontefice. E Papa Bergoglio ha risposto a propria volta che questa di oggi è stata “la prima visita da Vescovo di Roma alla Comunità ebraica di Roma”, così lasciando intendere che davvero sarà ormai una consuetudine, l’abitudine ad incontrarsi dei fratelli, di coloro che riconoscono di essere familiari di Dio.
“Dobbiamo incontrarci come fratelli e sorelle davanti al Creatore e a Lui portare la Lode”, ha detto il Papa. “Ebrei e cristiani sono fratelli, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio culturale e spirituale comune. Tutti noi apparteniamo ad un’unica famiglia di Dio, come fratelli e sorelle”. Il Santo Padre ha ricordato il “legame unico, in virtù delle radici ebraiche del Cristianesimo”. “I cristiani, per comprendere se stessi, non possono non fare riferimento alle radici ebraiche”, ha aggiunto, per poi richiamare le “sfide” comuni del nostro tempo: l’ecologia integrale e la cura del creato, i conflitti, le guerre e le violenze, che “aprono ferite profonde nell’umanità”. “la violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome e, in particolare, con le tre religioni monoteiste”, ha affermato Papa Bergoglio. “La vita è sacra come dono di Dio. Ogni essere umano, in quanto creatura di Dio è nostro fratello, indipendentemente dalla sua origine e appartenenza religiosa, e va guardato con benevolenza, come fa Dio”. La misericordia, infatti, è la qualità per eccellenza di Dio, per cristiani, ebrei e musulmani. Dio è il misericordioso, ci ama e ci perdona.
Anche la presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello, nel suo discorso di apertura della visita del Santo Padre al Tempio maggiore romano, ha detto: “Il terrorismo non trova mai giustificazione” e “le religioni devono contribuire alla crescita morale e civile”. Quindi, ha ricordato come Papa Francesco abbia sempre dimostrato “un’amicizia con il mondo ebraico”, fin da quando era Arcivescovo di Buenos Aires, in Argentina, poi “ribadita fin dai primi atti del suo pontificato”. Quando, per esempio, all’udienza con la Comunità ebraica dell’11 ottobre 2013 disse: “Un cristiano non può essere antisemita. L’antisemitismo sia bandito dal cuore di ogni uomo e di ogni donna”. Parole, queste, che ha ripetuto anche in questa solenne occasione della sua “prima” visita ufficiale alla Sinagoga di Roma: “No ad ogni forma di antisemitismo”.
“Mi auguro che crescano vicinanza, reciproca conoscenza e stima tra le nostre comunità di fede”, ha affermato il Pontefice, che ha pure annunciato un nuovo documento magisteriale che affronta “le questioni teologiche” aperte dal documento conciliare “Nostra Aetate”, di cui si celebra il cinquantenario, e che ha posto le premesse per il fraterno dialogo tra cattolici ed ebrei, grazie al quale “da nemici ed estranei siamo diventati amici e fratelli”.
“I cristiani celebrano con antichi riferimenti e nuovi significati l’anno speciale della misericordia”, ha ricordato Di Segni. Per gli ebrei, “il giubileo è un modello di rifondazione della società sui valori di pace e di giustizia”. Infatti, per l’apertura della Porta Santa, la formula recitata prevede la citazione del Salmo: “Aprite le porte della giustizia”. Su questi valori condivisi, di pace e di giustizia,ebrei e cristiani sono chiamati a progredire nela reciproca conoscenza, stima e collaborazione. Due sono i valori forti che questa visita comunica al mondo: che “la Chiesa non intende tornare indietro nel percorso di conciliazione” e “un messaggio di pace, di de comunità religiose differenti che s’incontrano in amicizia e fraternità”, perché “le differenze religiose non devono essere giustificazione all’odio e alla violenza”.
Tra le tante citazioni teologiche di interventi di Papa Francesco da parte del presidente delle Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei), Renzo Gattegna, una in particolare merita di essere ricordata: “La conversione che la Chiesa chiede agli idolatri non è applicabile agli ebrei”, che sono uniti in alleanza con Dio, perché, come il Papa ha ripetuto anche in questa occasione, “l’alleanza con Dio è irrevocabile”.

L'Anarco-Cristianesimo, il libertarismo e il pensiero di Tolstoj




Di Gugliemo Piombini

Per quanto la civiltà greca e romana avessero accolto concezioni filosofiche proto-liberali, concretizzatesi in istituzioni giuridiche rispettose dei diritti della persona, non si può negare che fu il cristianesimo a introdurre, rispetto alle religioni precedenti, una fede di carattere fortemente individualistico. L'enfasi sulla salvezza individuale, l'uguaglianza di tutti gli uomini e la condanna della violenza rappresentano altrettanti elementi a favore del riconoscimento dei diritti naturali dell'individuo in un universo in larga parte permeato da quegli opposti valori pagani, eroici e guerrieri, così rimpianti da Nietzsche. 
Sappiamo in realtà che il cristianesimo fu, a differenza della dottrina libertaria fondata sui diritti naturali, un messaggio essenzialmente apolitico, mirante ad indicare non tanto ciò che l'autorità può o non può fare, quanto una filosofia di vita cui il buon cristiano su deve uniformare nei suoi comportamenti quotidiani. È certo, comunque, che la morale predicata da Gesù Cristo non può accettare come legittima, in nessun caso, l'aggressione contro la persona o i beni altrui. 
Il rifiuto dell'uso della forza e il richiamo al pacifismo sono nelle parole di Cristo così radicali, che non solo viene condannato l'atto che dà inizio alla violenza, ma viene anche sconsigliato l'uso della forza come risposta ad una precedente aggressione, secondo il famoso precetto di "porgere l'altra guancia".
Qualsiasi forma di coercizione dell'uomo sull'uomo è quindi in contrasto con l'insegnamento evangelico, e anche l'aiuto ai più bisognosi, così enfatizzato dai cristiani, soggiace a questa regola, perché mai il Messia ha auspicato forme di assistenza che, invece di sgorgare dallo spontaneo sentimento di carità delle persone, si fondassero sull'uso della forza legale o extralegale: come la redistribuzione della ricchezza o la messa in comunione obbligatoria dei beni. Per questa ragione l'esistenza delle imposte, e quindi dello Stato stesso, molto difficilmente sembra accordarsi con la novella cristiana. Le imposte, infatti, violano in pieno il divieto di aggressione perché si fondano sulla minaccia di usare la violenza fisica contro i contribuenti, individui pacifici e per nulla aggressivi. Nel vangelo secondo Matteo (17,24 ss.) compare un'interessante discussione tra Gesù e Simon-Pietro sulle tasse: arrivati a Cafarnao Gesù e i suoi discepoli vengono fermati dagli esattori, che chiedono loro l'imposta speciale dovuta da tutti gli israeliti adulti come contributo per la ricostruzione del tempio. Simone chiede a Gesù se è giusto soggiacere al pagamento della tassa. Gesù risponde: "I re della terra da chi esigono i tributi e le tasse? Dai loro sudditi o dagli stranieri sottomessi? "Dagli stranieri", risponde Simone. "Allora noi che siamo sudditi - replica - Gesù non dovremmo pagare per questo tributo". Successivamente, però, Gesù per evitare altre noie decide di pagare, con una specie di miracolo, estraendo una moneta dalla bocca di un pesce appena pescato. Gesù avrebbe preferito evitare di sottostare all'estorsione, e ha escogitato lo strano pagamento solo per poter continuare la propria predicazione senza incidenti. L'episodio dimostra chiaramente che per Gesù le tasse non hanno alcuna giustificazione morale, e si pagano solo perché il conquistatore ha la forza di imporle al vinto.
Di tutti i pensatori, il grande Lev Tolstoj è stato quello che con maggior vigore ha messo in luce l'essenza radicalmente antistatalista insita nella dottrina cristiana: "La dottrina della rassegnazione, del perdono e dell'amore", scriveva nella sua opera "Il Regno di Dio è in voi, non può conciliarsi con lo Stato, con il suo dispotismo, con la sua violenza, con la sua giustizia crudele e con le sue guerre". Anzi, "la promessa di soggezione a qualsivoglia governo è la negazione assoluta del cristianesimo, perchè promettere anticipatamente di essere sottomessi alle leggi emanate dagli uomini, significa tradire il cristianesimo, il quale non riconosce, per tutte le occasioni della vita, che la sola legge divina dell'amore".


(Tratto dal V numero di Enclave, rivista libertaria, edita da Leonardo Facco Editore )

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.liberanimus.org/art.cristiano.anarco.htm

VISTO SU http://sensodellapolitica.blogspot.it/2012/03/idee-sull-anarcocristianiesimo.html

http://centrodestra.forumattivo.com/t13-il-vero-cristiano-e-anarco-capitalista

FOTO:http://epl.org.br

Alle origini del Cristianesimo: i sotterranei di San Martino ai Monti di Roma

Alle origini del Cristianesimo: i sotterranei di San Martino ai Monti


Alle origini della storia cristiana in Occidente, nella Roma dei primi secoli dell’Impero, dove la parola dell’uomo di Nazareth giunse via mare e si radicò nelle comunità israelite già presenti nella Città Eterna, quali veri motori di diffusione troviamo le Domus Ecclesiae. Privati cittadini di ogni estrazione sociale e schiavi, raggiunti da una prospettiva diversa sulla storia umana e sul cammino del mondo, praticavano la vera povertà cristiana che è condivisione mettendo le proprie case a disposizione di una comunità di persone diffidenti e costrette alla clandestinità per incontrarsi, rendere culto, sostenere i poveri, le vedove e gli orfani, creare fraternità e giustizia. Il protocollo che ne derivò è quasi sempre lo stesso: nei secoli successivi, laddove sorgevano questi luoghi di convegno, i fedeli di Cristo fecero erigere le chiese o le basiliche principali per memoria di quanto edificato attraverso le relazioni umane, il mutuo soccorso e i dolori patiti dalle persecuzioni comminate. Così si giunse a festeggiare il dies natalis di un martire ucciso nel giorno della sua morte  per rimembrarne la prova sostenuta e l'ingresso nella vita della gloria di quel Dio unico del quale era divenuto strenuo seguace e testimone.
Gli indirizzi, i numeri civici dove avvenivano le riunioni dei cristiani delle origini erano detti tituli e il genitivo era dato dal munifico personaggio che metteva  a disposizione la dimora. Tutulus Equitii allora era l’antica domus di Equizio, probabilmente un ricco presbitero che prima era stato prefetto all’Annona, oppure una sua proprietà immobiliare donata alla Chiesa di Roma sulla quale venne nel primo quarto del trecento d.C. edificata una piccola chiesa o un luogo di incontro comunitario che poi diverrà la Basilica attuale.  Proprio lì una tradizione erronea vuole che il Papa Silvestro I convincesse l’imperatore Costantino a indire il concilio di Nicea “a salvaguardia della pace tra i cristiani”. Il vero ispiratore del concilio niceno, però, fu papa Milziade I e la dedicazione o il coinvolgimento di papa Silvestro I nell’area interessata si presume che sia più tarda e strumentale perché l’area del colle Oppio in questione era abitata anzitutto da barbari di confessione ariana e necessitava di una figura invece di incrollabile fede cattolica alla quale affidare una nuova e bonificata memoria. Nel sesto secolo, pertanto, la Chiesa venne ricostruita e ampliata da papa Simmaco e dedicata sia a san Martino di Tour che a papa Silvestro. Pochi sanno che la dedicazione venne ampliata anche a San’Ambrogio, anch’egli strenuo difensore della fede dagli attacchi delle dottrine eretiche certamente per le stesse ragioni che trascinarono papa Silvestro in questa storia. I sotterranei della Basilica gestita dai Benedettini prima e dai Carmelitani poi per volontà di Bonifacio VIII dal 1299, con un certo grado di probabilità scientifica furono adibiti in epoca paleocristiana a magazzini annonari per derrate alimentari - quelle da distribuire ai cittadini diseredati - e l’edificio cultuale sovrastante divenne con l’avvento dei Carmelitani una casa di studio e un faro di irradiamento teologico per tutta la cristianità allora conosciuta.   

Befana ed Epifania: etimologia, leggenda, origine e significato della festa del 6 gennaio


Di Roberta Russo
Il 6 gennaio si celebra l’Epifania del Signore in ricordo della visita dei Magi a Gesù bambino. Dall’Epifania alla Befana il passo è stato relativamente breve, in quanto il termine Befana deriva direttamente dall’Epifania. Ma andiamo con ordine.

Etimologia dell’Epifania e suo significato

La solennità dell’Epifania ricorda la visita dei Magi (che non erano re e nemmeno tre, stando a quanto riporta il Vangelo) a Gesù e il dono di oro, incenso e mirra.
L’etimologia di Epifania è da cercare nel greco antico: all’origine c’è il verbo epifàino (ἐπιφαίνω) che vuol dire “mi rendo manifesto” e da esso deriva il termine epifàneia (ἐπιφάνεια) che significa manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina. L’Epifania è, perciò, la manifestazione di Gesù ai Magi che rappresentano quanti non sono ebrei (papa Benedetto XVI ebbe a dire dei Magi: «Erano persone certe che nella creazione esiste quella che potremmo definire la “firma” di Dio, una firma che l’uomo può e deve tentare di scoprire e decifrare»).
Si tenga presente che secondo la liturgia cattolica nell’Epifania si celebrano tre eventi raccontati dai Vangeli e sono tre eventi in cui Gesù si manifesta agli altri:
  1. visita dei Magi: è la manifestazione alle genti
  2. battesimo di Gesù nel Giordano: è la manifestazione agli ebrei
  3. nozze di Cana: è la manifestazione di Gesù ai discepoli, con il suo primo miracolo.
Questi tre episodi sono riassunti nell’inno proprio dell’Epifania che troviamo nella liturgia delle ore:
I magi vanno a Betlem
e la stella li guida:
nella sua luce amica
cercan la vera luce.
Il Figlio dell’Altissimo
s’immerge nel Giordano,
l’Agnello senza macchia
lava le nostre colpe.
Nuovo prodigio a Cana:
versan vino le anfore,
si arrossano le acque,
mutando la natura.
Traccia di questo triplice mistero lo troviamo nel termine Pasqua Epifania con cui si indica la celebrazione del 6 gennaio in alcune zone d’Italia: l’Epifania è una Pasqua, un passaggio che Gesù compie per la nostra salvezza.

Epifania, origini della festa cristiana

La festa dell’Epifania ha origini orientali, come mette in evidenza il nome stesso. La visita dei Magi è raccontata nel vangelo di Marco, al secondo capitolo (versetti 1-12):
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:
da te infatti uscirà un capo
che sarà il pastore del mio popolo, Israele”.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Befana ed Epifania

Come ha origine la Befana? Dal punto di vista etimologico Befana è una corruzione lessicale del termine Epifania. Dalla parola poi è nata la leggenda e la festa: se nei vangeli sono degli uomini saggi a portare dei doni a Gesù, nella tradizione è una vecchina che porta i doni ai bambini. Si tenga presente, comunque, che la figura della Befana in sé trova riscontri nella mitologia romana: dodici notti dopo il solstizio d’inverno (21 dicembre) dodici figure femminili volavano sui campi per propiziare i raccolti; queste figure sarebbero poi state identificate con la Diana (dea della cacciagione e della vegetazione) ma anche con divinità minori che avevano come campo d’azione la sazietà e l’abbondanza.
La chiesa delle origini ha condannato fermamente queste credenze ma, come ben si vede, esse sono passate, con varie modifiche, attraverso i millenni e sono giunte fino a noi nella figura della Befana.

FONTE:http://blog.graphe.it/2016/01/03/befana-epifania-etimologia-leggenda-origine-significato


FOTO:http://www.viaggicalabria.it

IL SIGNIFICATO CRISTIANO DELL’ALBERO DI NATALE

“Significativo simbolo del Natale di Cristo, perche’ con la sue foglie sempre verdi richiama la vita che non muore” (Benedetto XVI)
L’immagine dell’albero come simbolo del rinnovarsi della vita è un popolare tema pagano, presente sia nel mondo antico che medioevale. La derivazione dell’uso moderno della tradizione dell’albero di Natale, tuttavia, non è stata provata con chiarezza. Sicuramente questa usanza risale alla Germania del XVI secolo. Ma esiste una leggenda che risale a molti secoli prima.
 Una storia, infatti, lega l’albero di Natale a San Bonifacio, il santo nato in Inghilterra intorno al 680 e che evangelizzò le popolazioni germaniche. Si narra che Bonifacio affrontò i pagani riuniti presso la “Sacra Quercia del Tuono di Geismar” per adorare il dio Thor. Il Santo, con un gruppo di discepoli, arrivò nella radura dov’era la “Sacra Quercia” e, mentre si stava per compiere un rito sacrificale umano, gridò: «questa è la vostra Quercia del Tuono e questa è la croce di Cristo che spezzerà il martello del falso dio Thor». Presa una scure cominciò a colpire l’albero sacro. Un forte vento si levò all’improvviso, l’albero cadde e si spezzò in quattro parti. Dietro l’imponente quercia stava un giovane abete verde. .
San Bonifacio si rivolse nuovamente ai pagani: «Questo piccolo albero, un giovane figlio della foresta, sarà il vostro sacro albero questa notte. È il legno della pace, poiché le vostre case sono costruite di abete. È il segno di una vita senza fine, poiché le sue foglie sono sempre verdi. Osservate come punta diritto verso il cielo. Che questo sia chiamato l’albero di Cristo bambino; riunitevi intorno ad esso, non nella selva, ma nelle vostre case; là non si compiranno riti di sangue, ma doni d’amore e riti di bontà»..

Bonifacio riuscì a convertire i pagani e il capo del villaggio mise un abete nella sua casa, ponendo sopra ai rami delle candele.
Tra i primi riferimenti storici alla tradizione dell’albero di Natale, la scienza, attraverso l’etnologo Ingeborg Weber-Keller, ha identificato una cronaca di Brema del 1570 che racconta di un albero decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta. Ma è la città di Riga, capitale della Lettonia, a proclamarsi sede del primo albero di Natale della storia: nella sua piazza principale si trova una targa scritta in otto lingue, secondo cui il “primo albero di capodanno” fu addobbato nella città nel 1510..

L’usanza di avere un albero decorato durante il periodo natalizio si diffuse nel XVII secolo e agli inizi del secolo successivo era già pratica comune in tutte le città della Renania.
Per molto tempo la tradizione dell’albero di Natale rimase tipica delle regioni protestanti della Germania e solo nei primi decenni del XIX secolo si diffuse nei paesi cattolici. A Vienna l’albero di Natale apparve ufficialmente nel 1816, per volere della principessa Henrietta von Nassau Weilburg, mentre in Francia fu importato dalla duchessa di Orléans nel 1940. Oggi la tradizione dell’albero di Natale è universalmente accettata anche nel mondo cattolico. Papa Giovanni Paolo II lo introdusse nel suo pontificato facendo allestire, accanto al presepe, un grande albero di Natale proprio in piazza San Pietro.

Origine e significato dei simboli del Natale

Di Giovanni Balducci
Perché il 25 dicembre.
sigilloLa data di nascita di Gesù non è riportata nei Vangeli, perciò fin dai primi secoli i cristiani si preoccuparono di stabilirne il giorno esatto, fissando date diverse, ingenerando così una certa confusione, tanto che il teologo Clemente Alessandrino ebbe a dire in un suo scritto: «Non si contentano di sapere in che anno è nato il Signore, ma con curiosità troppo spinta vanno a cercarne anche il giorno» (Stromata, I,21,146). Per risolvere la vexata quaestio, Papa Giulio I nel 337 d.C. stabilì la ricorrenza della Natività, il giorno 25 dicembre, in quanto, in tale data, i romani già festeggiavano ilDies natalis Solis invicti, cioè il giorno di nascita del dio solare Mithra. Il culto mithraico, sorto nell’area del Mediterraneo orientale intorno al II-I secolo a.C., ebbe vasta diffusione nel mondo romano, e persino alcuni Imperatori tra cui Eliogabalo, e secondo alcune fonti, lo stesso Costantino prima di convertirsi al Cristianesimo, erano iniziati ai misteri del dio. La data del 25 dicembre è, inoltre, in stretto rapporto con il solstizio d’inverno e quindi con l’allungarsi delle giornate, dunque con la rinascita del Sole. A tal proposito Tertulliano riporta che: «…molti ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto noto che noi preghiamo rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia» (Tertulliano, Ad nationes, apologeticum, de testimonio animae). C’è inoltre chi afferma che la festività del Natale sia strettamente connessa alla tradizione della festa ebraica della luce, la Hanukkah. Del resto Cristo per la liturgia cattolica è il Sol Justitiae. E il vangelo di Giovanni lo presenta come «la vera luce che illumina ogni uomo» (Gv 1:9). Il simbolismo solare, per indicare Cristo, è ben radicato, altresì, anche nell’Antico Testamento: i libri profetici della Bibbia giudaica si concludevano proprio con l’aspettativa di un sole di giustizia: «la mia giustizia sorgerà come un sole e i suoi raggi porteranno la guarigione[…]il giorno in cui io manifesterò la mia potenza, voi schiaccerete i malvagi…» è scritto nel Libro di Malachia (Libro di Malachia, 3, 20-21). La nascita di Cristo è, dunque, strettamente connessa ad una speranza di rinascita e di rinnovamento, ad una vivificazione della luce in ogni uomo, chiamato a ritrovare la “scintilla interiore” che illumini la propria coscienza e il suo cammino verso la Verità: Cristo, la Luce che dissolve le tenebre.
La grotta.
Il Vangelo di Luca riferisce che dopo la sua nascita il piccolo Gesù venne deposto “in una mangiatoia”, ma non specifica la tipologia dell’edificio in cui si trovava, mentre il Vangelo di Matteo narra di una “casa”. L’apocrifo Protovangelo di Giacomo, invece, precisa che Gesù nacque in una grotta. La nascita di Gesù in una grotta è attestata anche dall’apologeta cristiano Giustino martire, che nel suo Dialogo con Trifone racconta di come la Sacra Famiglia si fosse rifugiata in una grotta al di fuori della città di Betlemme, e da Origene di Alessandria, il quale intorno all’anno 247 d.C., scrive di una grotta nella città di Betlemme ritenuta dalla popolazione locale quale luogo di nascita di Gesù, e di come questa grotta in precedenza fosse stata un luogo di culto di Tammuz, divinità mesopotamica. Quello della grotta è un archetipo universale. Essendo all’interno della terra, la grotta è simbolo del Centro del Mondo e rappresenta il luogo della nascita o della ri-nascita. Anche in questo caso è evidente il riferimento al culto mithraico e alla grotta dei Misteri di Mithra. La grotta è altresì figura del cuore e in questa accezione è il centro del microcosmo che è l’uomo. A tal proposito, laletteratura alchemica, invita mediante l’acronimo V.I.T.R.I.O.L.U.M. (formato dalle prime lettere dall’espressione latinaVisita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam, che significa “Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”), a penetrare la terra, ossia se stessi al fine di conoscere il proprio Sé. Parimenti per la tradizione vedica nella “più piccola camera del cuore” ha sede l’Ātman, il Principio cosmico. In una grotta – si racconta – nacque Lao-tze, il sapiente cinese fondatore del Taoismo. Inoltre, un testo di epoca paleocristiana, chiamato La caverna del tesoro o Il libro cristiano di Adamo dell’Occidente, fa iniziare la propria narrazione proprio nella caverna in cui venne sepolto il progenitore Adamo, e racconta di come Noé, sopravvissuto al diluvio, ordinò a suo figlio Sem di andare a prendere dalla grotta le ossa del primo uomo e di seppellirle nuovamente “al centro della Terra”.
Il luogo di nascita.
Per quel che concerne la città di nascita del Cristo, Betlemme: il suo nome in lingua ebraica significa “casa del pane”. Mai nome fu tanto appropriato alla nascita di Colui che disse di se: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,35.48). Leggenda vuole che Betlemme, in ebraico Beith-Lehem, fosse proprio Beith-El, la “casa di Dio”, il luogo in cui il Signore apparve a Giacobbe.
Manlio Triggiani, Storia del Natale. Culti, miti e tradizioni di una festa millenariaL’asino e il bue.
Nel presepe, che San Francesco allestì a Greccio, nella grotta della Natività, vi sono un asino e un bue, di cui non si fa menzione nei vangeli canonici. È infatti il Vangelo apocrifo dello pseudo Matteo a dar notizia della presenza del bue e dell’asino nella grotta di Betlemme. Quello dell’asino è un simbolismo ambivalente: l’asino è sia considerato un animale malefico, figura di morte ed epitome della stupidità, sia come simbolo di fertilità e di forza: infatti se in India un asino è la cavalcatura del re dei morti, e nell’antico Egitto un asino era il simbolo di Seth, il dio del Caos primordiale che si contrapponeva ad Osiride il dio del Sole, e se il Lucio protagonista dell’Asino d’oro di Apuleio è mutato in asino, in quanto schiavo dei piaceri della carne e di un’insana curiosità per la magia, per converso, alcuni bestiari medioevali, sottolineano la mansuetudine di questo animale; anche Montaigne ebbe a formulare un elogio dell’asino: «C’è forse qualcosa di più sicuro, deciso, sdegnoso, contemplativo, grave, serio come l’asino?» ebbe a dire. Inoltre, durante il Medioevo, si svolgeva una singolare festa chiamata Asinaria o Festa dei Folli, durante la quale, in ricordo della fuga della Sacra Famiglia in Egitto, una ragazza con in braccio un bambino veniva portata in processione in groppa a un asino, poi l’asino veniva fatto entrare in chiesa e condotto sull’altare. Durante la celebrazione della messa, l’Introito, il Kyrie, il Gloria e il Credo si concludevano tutti con un raglio e invece dell’ “ite missa est”, l’officiante doveva ragliare per tre volte “ter hinhannabit”, e i fedeli rispondevano ragliando. È noto, inoltre, il passo biblico dell’asina dell’indovino Balaam, che si fermò rispettosa dinanzi all’apparizione di un angelo. E ancora: un asino fu la cavalcatura del Cristo bambino durante la fuga in Egitto e quando infine entrò trionfalmente a Gerusalemme. Quello del bue è, invece, un simbolismo del tutto positivo. Nell’antica Grecia, il sacrificio di cento buoi (ecatombe), rappresentò il sacrificio per antonomasia. Per lo pseudo Dionigi, invece, il bue che con l’aratro scava la terra, rappresenta la parola dei profeti che scava nell’uomo i solchi che riceveranno la pioggia vivificante della sapienza divina. Il bue è, inoltre, la tradizionale cavalcatura di Lao-tze, ed è analogo simbolicamente al toro sacrificale sgozzato da Mithra, che con il suo sacrificio genera il mondo vivente.
L’angelo.
Il Vangelo di Luca (Lc 2, 8-20) riporta che fu un angelo ad annunziare ai pastori la nascita del Salvatore. Generalmente si tende ad individuare l’angelo dei pastori con l’Arcangelo Gabriele, che aveva già annunciato la nascita di Giovanni Battista e di Gesù. Il suo nome deriva dall’ebraico Gavriʼel e significa “la forza di Dio” “Dio è forte”, o anche “l’eroe di Dio”. Egli è uno dei tre arcangeli menzionati nella Bibbia; il primo ad apparire nel Libro di Daniele. Per i musulmani è stato il tramite attraverso cui Dio rivelò il Corano a Maometto.
I pastori.
I primi ad adorare il Bambino sono, dunque, i pastori. Essi, che avendo ricevuto l’annuncio dell’angelo, si precipitano alla grotta della Natività, pascono gli agnelli, gli animali simbolo dell’offerta sacrificale; e Gesù è proprio indicato dalla tradizione come l’Agnello di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, infatti riporta che: «Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29.36). Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello» (Is 53,7; Ger 11,19). Il termine ‘agnello’ è, inoltre, simile a quello di Agni, il dio vedico del fuoco e del sacrificio. Gesù, inoltre, è il “buon pastore” per eccellenza (Gv. 10:11,27-28).
gesu-alberoL’albero.
Uno dei simboli più noti del Natale è sicuramente l’albero: in genere un abete. Quest’albero sempreverde sta a rappresentare il rinnovarsi della vita. Nella Roma antica, molto prima dell’avvento del Cristianesimo, durante il periodo del Solstizio d’inverno, si festeggiavano i Saturnali. In questo periodo ci si scambiava doni e si decoravano gli alberi, con l’auspicio che il gesto producesse frutti abbondanti. Anche i Celtifesteggiavano il Solstizio d’inverno, e consideravano l’abete un albero sacro. In varie tradizioni gli alberi rappresentano l’immortalità: esempi sono il “ramo d’oro” dei Misteri antichi, o le palme della tradizione cristiana, e in generale tutti gli alberi sempreverdi e quelli che producono gomme o resine. Fu proprio ai piedi di un albero – per la precisione un fico sacro – che il principe Siddharta Gautama ottenne l’illuminazione, divenendo il Buddha. Anche nell’ermetismo l’emblema dell’albero è ricorrente, in questi casi sta a simboleggiare il “Mercurio” dei Filosofi. Come non citare poi l’Albero della Vita e l’Albero del Bene e del Male dell’Eden, o l’Albero delle Sephiroth della Cabala ebraica. Lo storico delle religioni Mircea Eliade ha altresì evidenziato come l’immagine dell’albero sia in stretto rapporto con l’antichissimo simbolismo dell’Axis Mundi(1), l’asse cosmico, spesso immaginato come un asse verticale situato al centro dell’Universo: nella mitologia assiro-babilonese, ad esempio, si parla di un “albero cosmico” radicato in Eridu, la “Casa della Sapienza”. Non è da escludere dunque l’ipotesi che l’Albero di Natale stia a simboleggiare il Cristo, inteso come Albero cosmico, che dà vita all’Universo intero: del resto, fu proprio Gesù a paragonare la sua persona ad un albero, la vite nella fattispecie: «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv15,5).
I Magi.
Ultimi a comparire sulla “scena del Natale” sono i Magi: sovente, l’arte, la letteratura, il folklore si sono esercitati sul tema dei Magi. Le Sacre Scritture ci forniscono poche informazioni in merito, solo il Vangelo di Matteo (2,1-12) il più antico dei quattro Vangeli, scritto in aramaico intorno al 64 d.C., cita i Magi, sebbene da questa fonte non si possa apprendere granché sul loro conto: né i nomi, né il numero, né tantomeno il luogo di provenienza, che è indicato con un generico “da Oriente”. Eppure sappiamo molto di più su di loro di quanto le Sacre Scritture non dicano. Le fonti da cui desumiamo alcune di queste importanti informazioni sono in realtà alcuni testi apocrifi (cioè ritenuti non ispirati). I Magi sono considerati dalla tradizione cristiana come la ‘primitia gentium’, i primi pagani ad aver riconosciuto ed adorato il Signore. Ciò pone la vicenda dei Magi come punto di incontro tra ebraismo e quelle che molto semplicisticamente chiamiamo religioni pagane. I “tre” Magi, inoltre, con i loro “tre” doni, spesso, sono stati identificati come allegoria dei tre regni o mondi aristotelici: fisico, parafisico e metafisico, o delle tre caste del mondo tradizionale (quella sacerdotale, quella guerriera, e quella dei produttori). In maniera assimilabile, secondo il pensatore tradizionalista René Guénon, i Magi starebbero a rappresentare i tre capi dell’Agarttha(2), fulcro spirituale del mondo, costituito appunto da tre parti: il Mahangha, il Mahatma e il Brahatma. Nello specifico: «Il Mahanga offre a Cristo l’oro e lo saluta come “Re”; il Mahatma gli offre l’incenso e lo saluta come “Sacerdote”; il Brahatma, infine gli offre la mirra (cioè il balsamo di incorruttibilità, immagine dell’Amrità(3)) e lo saluta come “Profeta” o Maestro spirituale per eccellenza» (René GuénonIl Re del Mondo).
Note:
1. Quella dell’Axis Mundi (asse cosmico) è una nozione presente in differenti religioni e mitologie. La funzione dell’Axis Mundi è quella di collegare Cielo, Terra e Inferi. Una figurazione dell’ ‘’asse cosmico’’ è il frassino Yggdrasill della mitologia norrena.
2. Agarttha è un nome spesso usato per definire un paese inavvicinabile all’interno dell’Asia centrale, retto da un saggio sovrano, identificato con il cosiddetto Re del Mondo, e popolato da uomini puri. Nel tantra Kalachakra del buddhismo tibetano viene descritto un regno simile, col nome di Shambhala. Ciò ha condotto, nelle interpretazioni moderne, ad una identificazione tra Shambhala e Agarttha. Di questo luogo misterioso si parla nell’opera di Saint-Yves d’Alveydre intitolata Mission de l’Inde, pubblicata nel 1910, e in Bestie, uomini e dèi di Ferdinand Ossendowski, del 1923.
3. L’Amrità è l’elisir d’immortalità; era raffigurata dal Soma vedico e dallo Haoma mazdeo, bevande sacre, cibo degli dèi.

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