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L'attuale caos mediorientale e la questione israelo palestinese

Di Salvatore Santoru Mentre l' Iraq e la Siria si trovano nel caos e l'Afghanistan sempre più  in crisi , anche il conflitto ...



Di Salvatore Santoru

Mentre l'Iraq e la Siria si trovano nel caos e l'Afghanistan sempre più in crisi, anche il conflitto israeliano/palestinese è tornato ad animare la scacchiera mediorientale.
Stando alle ultime notizie è di 88 morti e 575 feriti, in maggioranza donne e bambini, il bilancio dei raid israeliani su Gaza parte  dell'operazione Protective Edge, lanciata dal governo dello stato ebraico ufficialmente come reazione a un recente lancio di razzi di Hamas.


A far traboccare il vaso però, sembra che siano stati il rapimento e l'uccisione di tre ragazzi israeliani, Eyal Yifrah , Gil-Ad Shayer e Naftali Yaakov Frenkel, da parte di fondamentalisti islamici, secondo il governo israeliano appartenenti ad Hamas, anche se la stessa organizzazione ha smentito.


Dopo questo tragico fatto, il governo israeliano ha avviato l'operazione "Brother's Keeper" nella West Bank, che ha portato alla morte di dieci palestinesi e all'arresto di centinaia di essi.
Poco dopo il funerale dei tre giovani israeliani uccisi, un ragazzo palestinese, Mohammed Abu Khdeir, è stato ucciso e bruciato vivo da parte di estremisti ebrei, e la scoperta del tragico fatto ha portato a proteste e disordini a Gerusalemme Est e alle scuse ufficiali del premier israeliano Benjamin Netanyahu.


Da lì la reazione di Hamas con il lancio di alcuni razzi diretti verso Israele, e d'altra parte l'operazione Protective Edge, di cui ho scritto all'inizio.

Su questi recenti tristi avvenimenti si possono fare alcune riflessioni, partendo dal fatto che, nella sostanza, in questa guerra entrambi i popoli ( palestinese e israeliano) ci perdono.

Chi ne beneficia sono ovviamente i grandi produttori di armi ( sopratutto statunitensi) e gruppi di potere come le cosiddetta lobby sionista ( che comprende tra gli altri l'AIPAC ma anche i cosiddetti neocons), che ha avuto una grande responsabilità nell'influenzare e dirigere la politica estera statunitense verso gli interessi di Israele, mirando a eliminare ogni possibile ostacolo per lo stato ebraico ( basti pensare all'Iraq).


Senza le forti pressioni esercitate dalle grandi potenze o dai grandi gruppi di potere, chiaramente la situazione sarebbe più gestibile e una possibile soluzione diplomatica e pacifica più semplice.

Difatti, basterebbe anche solo che gli USA la smettessero di finanziare enormemente e armare lo stato ebraico, e d'altra parte i paesi arabi di foraggiare l'islamismo palestinese, per ridimensionare la questione.

Una soluzione momentanea sarebbe quella dei due stati, con Israele che restituirebbe i territori occupati nel 1967 e  si adopererebbe per rapportarsi in maniera equa con il vicinato palestinese.


Questa soluzione farebbe contenti un pò tutti: finalmente i palestinesi avrebbero diritto alla propria terra e a un proprio governo, e gli ebrei non perderebbero quella che credono essere la loro "terra promessa".

Si potrebbe arrivare così, a una momentanea rottura con il caos che da troppo tempo accompagna la questione israelo/palestinese, caos di cui sopratutto i palestinesi sono vittime, ma anche gli stessi israeliani.

Difatti, gli israeliani sono vittime di anni e anni di propaganda che dipinge i palestinesi come nemici, a prescindere, e secondo la quale il moderno stato israeliano non sarebbe altro che una presunta promessa biblica.

In realtà, la questione religiosa è stata e viene utilizzata a fini politici ed economici da parte dei gruppi di potere che hanno tutto l'interesse nel destabilizzare la regione.

Difatti la promessa biblica, ha un chiaro significato spirituale e non ha nulla a che vedere con ciò che oggi conosciamo come stato d'Israele.

Non a caso, molti religiosi ebrei sono contrari alle politiche e addirittura alla stessa esistenza di tale stato.


Praticamente, la strumentalizzazione e la manipolazione del concetto religioso della "terra promessa", è stata usata per giustificare quella che si potrebbe chiamare come un'operazione colonialista.


L'intellettuale statunitense di origine ebraica Noam Chomsky ha paragonato la creazione dello stato israeliano a quella di quello statunitense, fondati sulle rispettive cacciate delle popolazioni autoctone, indiani da una parte e palestinesi dall'altra.
Chomsky ha detto che "per molti statunitensi è semplicemente istintivo che gli ebrei stiano rivivendo in Israele la loro storia. Si riconoscono e inoltre riconoscono i crociati che riuscirono a rovesciare i pagani. C’è, qui, un’analogia con la conquista statunitense del territorio nazionale; anche i sionisti utilizzano quest’analogia, ma positivamente. Stiamo portando la civiltà ai barbari, il che, dopotutto, è l’intero nucleo dell’ideologia imperialista occidentale."


Come ha evidenziato il grande linguista, il nucleo dell'ideologia sionista moderna attinge da quello classico dell'imperialismo occidentale, che a sua volta si rifà direttamente a certe interpretazioni strumentali dell'Antico Testamento relative al concetto del "popolo eletto", che in quanto avente il privilegio di essere tale, avrebbe l'obbligo di conquistare e pretendere presunte "terre promesse" a scapito dei "barbari" e/o "goyim" , non importa in che modo...  mito che è alla base di molto colonialismo, schiavismo e imperialismo cosiddetto occidentale.


Per giustificare la politica neocolonialista, presso gli ebrei è stata diffusa ancor di più la convinzione di essere costantemente accerchiati dal "cattivo mondo profano", e che per questo era necessario un "ritorno" totale alla "terra promessa", idea che ha conquistato moltissima gente in buona fede, e che continua a farlo.

Le tremende persecuzioni che molti ebrei europei hanno subito durante il Novecento hanno rafforzato questo sentimento e accelerato il processo di costruzione dello stato d'Israele, che comunque era praticamente già programmato ufficialmente almeno dagli inizi del 900 ( dichiarazione Balfour ecc).

Come lo scrittore statunitense di origine ebraica Norman Finkelstein ha rilevato, anche le più dure politiche israeliane vengono giustificate nel nome delle persecuzioni subite in passato e che quindi vengono strumentalizzate a fini esclusivamente ideologici e politici, come se il fatto di aver sofferto in passato darebbe una giustificazione morale nel far soffrire altri nel presente, per giunta proprio chi non c'entra niente.

Finkelstein, figlio di sopravvissuti di Auschwitz, ha denunciato la mercificazione e la strumentalizzazione per meri fini ideologici e politici della Shoah, atteggiamenti che secondo lo stesso costituiscono un vero e proprio "insulto alla memoria" per chi ha sofferto, come la sua famiglia e tantissime altre persone, che vedono la propria tragedia abusata, manipolata e addirittura usata per diffondere odio ( ad esempio, nella giustificazione dell'imperialismo statunitense e delle politiche più dure israeliane) senza parlare dell'eccessivo "eccezionalismo" che viene usato, e che tende volenti o nolenti, a coprire il ricordo di altre pagine orrende dell'umanità, come lo sterminio degli armeni, degli ucraini o degli indiani d'America ad esempio.


Inoltre, se si dà uno sguardo alla storia, si scopre che i veri beneficiari della creazione di questo stato israeliano e del conseguente "divide et impera" non furono altro che l'imperialismo inglese, e in seguito quello statunitense, e i grandi gruppi industriali e finanziari connessi, specialmente gli assai influenti e potenti banchieri di origine ebraica Rothschild e pochi altri gruppi ( da notare che i referenti del movimento sionista erano gli stessi Rothschild e pochissimi altri grossi pezzi dell'alta finanza e della grande industria, che di certo avevano più a cuore i propri interessi che quelli degli ebrei).

Il resto è cosa tutt'ora moderna: israeliani e palestinesi che si odiano a vicenda, mentre intanto c'è chi come sempre ci specula sopra.

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