Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Israele. Mostra tutti i post

Israele, inchiesta della Corte penale internazionale per “crimini di guerra” nei territori palestinesi


Israele, inchiesta della Corte penale internazionale per “crimini di guerra” nei territori palestinesi

Di Carmelo Leo

La Corte penale internazionale de L’Aia ha aperto un’inchiesta per “crimini di guerra” nei territori palestinesi, provocando la reazione infastidita di Israele. Ad ufficializzare l’apertura dell’indagine è stata la procuratrice capo del tribunale, Fatou Bensouda: “C’è una base ragionevole – ha dichiarato – per avviare un’indagine sulla situazione in Palestina. In sintesi, sono convinta che crimini di guerra sono stati o vengono commessi in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza”.
Le motivazioni della decisione sono pubblicate sul sito ufficiale della Corte penale internazionale: “Non vi sono ragioni sostanziali – si legge in un comunicato firmato da Bensouda – per ritenere che un’indagine non servirebbe gli interessi della giustizia. Date le questioni legali e fattuali uniche e altamente controverse legate a questa situazione, vale a dire il territorio in cui può essere svolta l’indagine, ho ritenuto necessario invocare l’articolo 19 – 3 dello Statuto per risolvere questo specifico problema”.
La reazione di Israele e il tema della giurisdizione territoriale
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha parlato di “un giorno nero per la verità e la giustizia” e soprattutto di “una decisione senza basi e oltraggiosa, una mossa che ignora la storia e la verità quando sostiene che l’atto stesso che gli ebrei vivano nella loro patria ancestrale, la terra della Bibbia, sia un crimine di guerra”. Netanyahu ha inoltre aggiunto: “La Palestina non è mai stata uno Stato. Non rimarremo in silenzio”.
Secondo Israele, la Corte de L’Aia non ha giurisdizione territoriale sui territori della Palestina e quindi non ha il potere di aprire un’inchiesta su quello che accade in quell’area. “La Corte – ha detto infatti Netanyahu – ha giurisdizione solo sulle petizioni proposte da Stati sovrani. Ma qui non c’è mai stato uno Stato palestinese”. La stessa  procuratrice capo del tribunale Bensouda, però, ha fatto sapere di aver “chiesto alla Sezione preliminare I di pronunciarsi sul tema della giurisdizione territorale” della Corte.
La risposta delle autorità palestinesi
Al contrario, il segretario dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Saeb Erekat, ha definito la decisione della Corte penale internazionale “un passo positivo e incoraggiante” con lo scopo di mettere “fine all’impunità per gli autori di crimini”.
“Il popolo palestinese – ha fatto sapere il ministero degli Esteri palestinese – si aspetta azioni congrue con l’urgenza e la gravità della situazione in Palestina, senza ulteriori rinvii”. Sul tema della giurisdizione della Corte, le autorità palestinesi hanno invece fatto sapere che “la Palestina è uno stato membro dello Statuto di Roma e ha dato al Procuratore la giurisdizione per indagare sui crimini commessi nel suo territorio”.

Marco Ambrogi - Agi: "Nella guerra in Siria non ci sono eroi. Nemmeno i curdi"

                                                  

                                                           ANTIDIPLOMATICO


Secondo il giornalista dell'Agenzia Agi, "Il racconto mediatico del conflitto cambia in continuazione, con alleati che all'improvviso scompaiono dalla scena e ondate di indignazione popolare montate ad arte"


Articolo di Marco Ambrogi, Agi
  
Dopo essere stata lasciata in sonno per un lungo periodo, l’attenzione dell’opinione pubblica sulle vicende siriane è stata recentemente ridestata a seguito dell’intervento turco contro i curdi. Un’efficace campagna mediatica ha fatto sì che da destra a sinistra tutti abbiano preso a cuore il destino del popolo curdo, il quale ha combattuto - anche per noi, si sottolinea - contro l’Isis e ora si trova sotto attacco di un malvagio tiranno.

Purtroppo le cose non sono così lineari come questa rappresentazione un po’ manichea dei fatti vorrebbe farci credere. Chiariamo subito che non ci sono buoni e cattivi in questa guerra che dura ormai da oltre otto anni e nella quale sono risultati coinvolti numerosi Paesi: Stati Uniti,  Russia, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Iran, Libano e Israele. Sono inoltre accorsi in appoggio alle varie fazioni in lotta “volontari” provenienti dall’Europa, dal Medio Oriente e dall’Asia.

Così tanti attori con interessi contrastanti hanno reso la Siria un campo di battaglia in cui si sono scaricate le tensioni e le competizioni geopolitiche che attraversano l’area, nella totale noncuranza delle terribili conseguenze per il popolo siriano. Nessuno dei paesi citati può dirsi innocente rispetto agli orrori di questa guerra che è stata combattuta non solo sul terreno bellico, ma anche su quello dell’informazione, con un uso massivo e selettivo dei social network volto a manipolare l’opinione pubblica.

Le colpe della Turchia datano da ben prima dell’intervento contro i curdi. Inseguendo un suo sogno imperiale nell’area, essa fu la prima ad intervenire in Siria nel 2011, pochi mesi dopo le prime manifestazioni antigovernative, armando e fornendo supporto logistico ai militanti islamici di matrice sunnita, compreso il gruppo Al Nusra patrocinato da Al Qaeda, i quali poi confluirono nel cosiddetto Esercito Siriano Libero (FSA).

La radicalizzazione settaria della guerra richiamò poi jihadisti da tutto il mondo, in una sorta di internazionale salafita. Successe così che decine di migliaia di foreign fighters (gli stessi di cui oggi ci preoccupa il ritorno) entrarono in Siria, passando tranquillamente per il confine turco. La cosa era sotto gli occhi di tutti, ma la narrativa dominante fu che si trattava di “moderate rebels” che combattevano contro un dittatore sanguinario. E’ singolare che solo oggi, quando lo stesso Esercito Siriano Libero ha affiancato i turchi nell’operazione contro i curdi, i media si siano accorti che esso è composto soprattutto da jihadisti.

La rappresentazione dei militanti islamici come combattenti per la libertà costituì l’inizio di una campagna mediatica di disinformazione che si è sviluppata sino ai giorni nostri. Le stesse tecniche di condizionamento dell’opinione pubblica erano state utilizzate con successo in Libia, quando la rivolta contro Gheddafi fu descritta come un movimento di popolo per la democrazia. Sappiamo come è finita.

Dopo che Gheddafi venne trucidato nell’ottobre del 2011, fu soprattutto Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, a sollecitare con successo un riluttante Obama a cogliere il “momentum” per ridisegnare la mappa del Medio Oriente. L’obiettivo era quello di rimuovere la presenza e quindi l’influenza nell’area della Russia, che possedeva un’importante base navale a Tartus. Ma forse ancor più importante era l’obiettivo di assecondare e condividere gli interessi e i progetti geopolitici del potente e influente alleato israeliano.

Israele vedeva infatti con favore la dissoluzione del confinante stato siriano in una condizione non difforme da quella libica, non tanto perché lo considerasse una minaccia diretta, quanto piuttosto per i suoi stretti legami con l’Iran, che consentivano a quest’ultimo di estendere la propria influenza sulla regione.  Esso non ebbe pertanto remore ad appoggiare i militanti islamici che si battevano contro Assad, fornendo loro supporto logistico e di intelligence e soprattutto una copertura mediatica di favore.

Alla fine del 2012 gli Stati Uniti ruppero gli indugi e, in accordo coi Paesi del Golfo e la Turchia, lanciarono il programma, all’epoca segreto, “Timber Sycamore” con cui venivano forniti armi,  denaro e addestramento ai ribelli antigovernativi. Obama non era inizialmente convinto dell’iniziativa, ma poi diede il suo assenso sotto le pressioni di Israele e della Clinton. Al programma aderirono anche Francia e Regno Unito, i quali facevano leva sul loro passato coloniale nella regione per precostituirsi un posto a tavola nel banchetto postbellico.

Molte delle armi provenivano dagli arsenali libici rimasti incustoditi dopo la caduta di Gheddafi e vi sono importanti indizi che portano a ritenere che l’assassinio dell’ambasciatore USA in Libia nel settembre 2012 sia legato al coinvolgimento degli americani in questo traffico di armi. Da parte sua, il governo siriano cominciò a ricevere aiuti dall’Iran, dalla Russia e dagli Hezbollah libanesi.

Lo scenario cambiò radicalmente con la nascita dell’Isis. Supportato finanziariamente dai sauditi che intendevano contenere l’influenza della Turchia nell’area, l’ascesa in Siria e Iraq di questo gruppo ancor più radicale di Al Qaeda sembrò inizialmente inarrestabile. Sorprendente fu in particolare la conquista senza colpo ferire di Mosul, seconda città dell’Iraq, dove il gruppo si rifornì del denaro e dell’oro depositati nella sede della banca centrale e, soprattutto, di un’enorme quantità di armi incredibilmente abbandonate dall’esercito regolare in fuga senza combattere.

Le armi pesanti e l’ingente materiale bellico acquisiti consentirono all’Isis di conquistare rapidamente tutto l’est della Siria, sino ad allora rimasto poco coinvolto, per poi riversarsi a ovest dell’Eufrate, occupando fra l’altro Palmira e le periferie di Aleppo. Impegnate severamente su più fronti, le truppe governative erano sul punto di collassare quando la Russia accolse la richiesta di Assad e intervenne direttamente nel conflitto, ovviamente anche per salvaguardare i propri interessi strategici nella regione.

L’intervento dei russi, in particolare della loro aviazione, cambiò il corso della guerra. La riconquista di Aleppo da parte dei governativi segnò il punto di svolta cui seguì la progressiva perdita da parte dei ribelli di gran parte dei territori in precedenza occupati.

 I successi di Assad e la preoccupazione che con il supporto russo egli fosse in grado di riconquistare tutti i territori occupati dall’Isis indussero gli Stati Uniti a intervenire più direttamente. Alla ricerca di soldati da mandare all’assalto dell’Isis sotto la copertura dei bombardieri, gli Usa, dopo aver preso in considerazione, per poi scartarla, l’ipotesi perorata dalla Turchia di appoggiarsi all’Esercito Libero Siriano, ripiegarono sui curdi.

Sino a quel momento, i curdi avevano tenuto una posizione ambigua nel conflitto; avversari delle milizie islamiste, essi cercarono comunque di mantenere per quanto possibile uno stato di non belligeranza con esse. Formalmente, riconoscevano il governo di Damasco, ma nei fatti riuscirono ad approfittare della guerra per allargare la propria area di insediamento storico e per acquisire maggiore autonomia. Nel 2017 essi, con una popolazione inferiore al milione e pari a circa il 6% di quella complessiva siriana, presidiavano una vasta regione nel nord della Siria che si estendeva lungo quasi tutto il confine con la Turchia.

Fu allora che la Turchia, che come è noto ha un contenzioso secolare con i curdi, decise un’operazione militare nell’area del nord ovest della Siria occupata dai curdi, del tutto simile a quella avviata pochi giorni fa nel nord est. I curdi furono rapidamente battuti e costretti a riparare in una ridotta a nord di Aleppo. La Turchia occupa ancora oggi quell’area, ma stranamente quell’operazione non ebbe particolare risalto sui media e tutti coloro che oggi si stracciano le vesti per le sorti dei curdi rimasero silenti.

Quando poi gli Stati Uniti proposero ai curdi di partecipare all’iniziativa contro l’Isis, questi vi colsero un’opportunità per la costituzione di uno stato indipendente, di dimensioni pari al 30% della Siria che si sarebbe esteso dal confine con la Turchia a quello con l’Iraq e che avrebbe beneficiato delle rendite petrolifere dei pozzi concentrati in quell’area. Un progetto simile era peraltro stato abortito dai loro cugini iracheni, con i quali, per inciso, intrattengono pessimi rapporti.

Nel 2014, infatti, i curdi iracheni, che dopo l’invasione americana del 2003 già godevano di un’ampia autonomia, approfittarono della rotta dell’esercito di Baghdad attaccato dall’Isis e ampliarono la loro zona di storico insediamento, occupando diverse città, come Kirkuk, abitate da arabi, ma ricche di pozzi petroliferi.

Al contrario di quanto ci è stato raccontato, quindi, essi non solo non contrastarono l’avanzata dell’Isis, ma di fatto addivennero a una sorta di patto di desistenza e di spartizione del territorio iracheno con esso. Un analogo atteggiamento opportunistico è stato tenuto, come abbiamo visto, dai curdi siriani.

Quando poi nel 2017 l’esercito dell’Iraq, con il supporto dell’aviazione americana, riuscì a respingere l’avanzata dell’Isis, il Kurdistan si affrettò a proporre un referendum per la costituzione di uno stato indipendente che avrebbe compreso anche le ricche province occupate nel 2014. L’iniziativa del referendum fu bocciata da tutti, compresi gli Usa, e non ebbe seguito. L’unico Paese che sostenne il diritto dei curdi iracheni ad avere un proprio Stato indipendente fu Israele che non a caso è stato anche il più forte sostenitore dell’indipendenza dei curdi siriani.

Ora, pur con tutta la buona volontà, è difficile credere che Israele abbia sinceramente a cuore il diritto del popolo curdo a uno stato indipendente mentre lo nega al popolo palestinese di cui occupa i territori. In realtà, l’obiettivo di Israele era quello di creare, con questo nuovo Stato “amico”, una zona cuscinetto in grado di interrompere il corridoio territoriale che dall’Iran, passando per l’Iraq sciita e la Siria, giunge fino al Libano e quindi ai propri confini.

Alle stesse finalità va ricondotto il forte appoggio di Israele alla costituzione di uno stato curdo nel territori siriani confinanti con l’Iraq. Per chiudere il cerchio, la minore risonanza nei media del primo intervento turco contro i curdi trova infine una spiegazione nel fatto che esso si svolgeva in una zona di scarso interesse strategico per Stati Uniti e Israele.

D’altra parte, quando Trump ha deciso il ritiro delle (poche) truppe statunitensi dalla Siria, era consapevole che ciò avrebbe causato le ire del potente alleato israeliano. Egli si è pertanto affrettato a rassicurarlo, garantendo il mantenimento dell’importante base militare costruita ad Al Tanf, nello strategico punto di confine della Siria con la Giordania e l’Iraq, allo scopo di presidiare i pozzi petroliferi (“we secured the oil” ha recentemente twittato Trump) e tutto il territorio circostante come appunto chiedeva Israele. Dopo queste rassicurazioni, i curdi sono divenuti meno importanti, come ciascuno può constatare sui media.

Un’ultima notazione. Durante gli scontri fra i curdi e l’esercito turco sono ricomparsi, dopo lungo silenzio, i famosi “caschi bianchi”, i quali in una serie di tweets hanno denunciato dei presunti massacri compiuti dai curdi ai danni della popolazione civile. Stranamente, questa volta la loro denuncia non ha avuto alcuna eco sui media. In realtà, l’epopea dei caschi bianchi è stata forse la più grossa mistificazione informativa che ha accompagnato la guerra civile siriana.

Vi sono innumerevoli documenti che testimoniano la loro contiguità con Al Qaeda e che svelano che i famosi salvataggi di civili colpiti dai bombardamenti dell’esercito siriano erano in realtà delle messe in scena, peraltro di modesta fattura. Non a caso i curdi li avevano messi al bando dai propri territori.

Eppure, siamo stati inondati dai filmati che mostravano questi salvataggi e addirittura le loro gesta sono divenute oggetto di un film. Senza vergogna erano anche stati proposti per il Nobel della pace. Invece, ora che Al Qaeda ha appoggiato la Turchia nella sua iniziativa contro i curdi, sono stati silenziati. Ma i nostalgici non si devono preoccupare. L’esercito siriano si sta infatti preparando per riconquistare la zona di Idlib che costituisce l’ultimo bastione occupato da Al Qaeda e altre milizie islamiche. In vista di questa battaglia, i caschi bianchi tornano di nuovo buoni e quindi Trump ha deciso di versare 500 milioni alla loro organizzazione. Prepariamoci alla nuova campagna mediatica sulla prossima crisi umanitaria ad Idlib.


Salvini in Israele: "Sull'Onu ho la stessa visione di Netanyahu"

Di Renato Zuccheri
Matteo Salvini è perfettamente in linea con Benjamin Netanyahu sul fronte delle risoluzioni delle Nazioni Unite riguardo Israele: "Ne ho parlato con Netanyahu abbiamo la stessa visione".
Il vicepremier e ministro dell'Interno ha dato questa risposta a un rappresentante della comunità italiana che gli ha chiesto come si ponesse sul tema delle "risoluzioni Onu anti-Israele". Al termine della visita al museo dell'Olocausto, tappa del viaggio in Israele, Salvini ha detto: "Settecento me ne ha contate di risoluzioni contro Israele". "Ci sarà un deciso cambiamento in questo senso", ha aggiunto rispondendo a chi gli domandava di un "appiattimento italiano sulla posizione Ue".
Al termine della visita allo Yad Vashem, il ministro dell'Interno ha dichiarato: "Ribadisco l'impegno mio e del governo italiano da uomo e da papà prima ancora che da ministro a fare tutto quello che è umanamente possibile perché non solo non si ripeta ma che non si possa neanche mai più pensare in futuro a crimini come quelli, che sono fortunatamente testimoniati e che arrivano dal passato, perché tutti i bimbi sorridano, e ci metteremo tutto l'impegno, il cuore, la testa e l'amore possibile". Poi Salvini ha concluso: "La prossima volta conto di tornarci con i miei figli".
Su Gerusalemme e sulla possibilità di considerarla la capitale di Israele, il discorso di Salvini è stato: "Sapete come la penso: step by step. C'è un governo di coalizione e quindi devo ascoltare anche i partner". "Per quanto riguarda il negazionismo e l'antisemitismo verrà combattuto in ogni sua forma: fortunatamente sono pochi e sono fuori dal mondo", ha concluso il vice premier.

Aereo russo abbattuto per sbaglio in Siria durante un raid israeliano. Netanyahu chiama Putin



Di Giordano Stabile

I sistemi anti-aerei siriani hanno abbattuto per sbaglio un aereo da trasporto russo con a bordo 14 militari. Il velivolo, un Il-20, si trovava a circa 35 chilometri dalla costa davanti a Lattakia quando si è ritrovato in mezzo a una battaglia aerea. Quattro F-15 israeliani hanno attaccato postazioni e installazioni militari fra la provincia di Lattakia e quella di Hama, dove l’Intelligence occidentale sospetta che l’Iran sia costruendo una base per il lancio di missili terra-terra. 


Battaglia nei cieli del Mediterraneo  
I raid hanno colpito anche postazioni nell’area di Baniya, in provincia di Tartus, sempre sulla costa mediterranea. I sistemi anti-aerei siriani di fabbricazione russa – S-200 e Pantsir S2 – hanno reagito come al solito. Ma questa volta nello spazio aereo solcato dai jet e dai missili anti-aerei c’era anche il velivolo da trasporto russo. «I contatti con l’equipaggio di un Il-20 si sono interrotti nel Mar Mediterraneo a 35 chilometri dalle coste siriane – ha comunicato il ministero della Difesa di Mosca -. L’aereo rientrava alla base aerea di Hmeimim».  

Putin: tragiche circostanze accidentali  
Il presidente russo Vladimir Putin ha abbassato i toni, parlando di «una catena di tragiche circostanze accidentali» e respingendo il paragone con l’abbattimento di un jet russo da parte della Turchia nel 2015, fatto che scatenò una grave crisi diplomatica. Putin ha anche promesso che saranno condotte «approfondite» indagini e che la sicurezza per il personale russo in Siria sarà rafforzata: «Ci saranno misure di cui tutti si accorgeranno», ha detto, senza precisare. 

Le parole di Netanyahu  
In una telefonata col presidente russo Vladimir Putin il premier Benyamin Netanyahu ha espresso «dolore a nome dello Stato di Israele per la morte dei militari russi» ma ha anche sottolineato che la responsabilità dell’abbattimento del loro aereo ricade sulla Siria. «Il premier - afferma un comunicato ufficiale - ha sottolineato l’importanza che prosegua la cooperazione di sicurezza fra Israele e Russia, che negli ultimi tre anni è riuscita ad impedire vittime da ambo le parti».  

Netanyahu: impegno contro presenza Iran in Siria  
Israele è determinato «ad impedire che l’Iran approfondisca la propria presenza in Siria e ad ostacolare i tentativi di Teheran, che invoca la distruzione di Israele, di trasferire agli Hezbollah armi micidiali» da utilizzare contro lo Stato ebraico, ha spiegato Netanyahu ribadendo di essere disposto a inoltrare a Mosca tutte le informazioni relative all’incidente e ha proposto che a farlo sia il comandante dell’aviazione militare israeliana.  

Scongiurato l’assalto a Idlib  
L’abbattimento è arrivato a poche ore dall’accordo fra Russia e Turchia per evitare l’attacco a Idlib e una probabile strage di civili. Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan hanno raggiunto nel vertice di ieri a Sochi, nella Russia meridionale, un accordo per scongiurare una sanguinosa battaglia urbana, «una catastrofe» e «una crisi umanitaria» da evitare a tutti i costi, nelle parole del presidente turco. Erdogan e Putin hanno concordato di istituire invece una «fascia demilitarizzata» lungo i bordi della provincia, a partire dal 15 ottobre. La zona cuscinetto sarà profonda «15-20 chilometri», ha precisato Putin, e sarà pattugliata da militari turchi e russi. Nella aeree limitrofe sia i ribelli che l’esercito di Bashar al-Assad ritireranno le armi pesanti. Il ministro russo della Difesa Sergei Shoigu ha confermato che «non ci sarà alcuna offensiva» russo-siriana. 

Scontro Russia-Israele  
In tarda mattinata il ministero della Difesa russa ha precisato che l’Il-20M era stato abbattuto proprio da un sistema S-200 siriani, in quanto gli F-16 israeliani “si sono avvicinati alla costa di Lattakia provenienti dal mare e hanno usato l’Il-20M come scudo per nascondersi dalle difese anti-aeree siriane”. Gli israeliani hanno avvertito i russi “soltanto un minuto prima di lanciare lo strike” e per questo non è stato possibile spostare il velivolo da ricognizione russo in “un’aerea sicura”. La Russia, precisa Mosca in una nota, “si riserva di rispondere nei modi e nei tempi opportuni”. L’ambasciato israeliano a Mosca è stato convocato dal ministero degli Esteri. 

La versione israeliana  
Le forze armate israeliane hanno però smentito questa reazione. Gli F-16 “era già rientrati nello spazio aereo israeliano” quando l’Il-20M è stato abbattuto e quindi la responsabilità ricade sui militari siriani che hanno reagito “in maniera sconsiderata” e senza “preoccuparsi” che non ci fossero aerei russi a portata di tiro. Israele ha anche precisato che l’obiettivo dei raid erano installazioni militari siriane da dove stavano per essere trasferiti in Libano sistemi provenienti dall’Iran e destinati a Hezbollah, per la produzione di “ordigni di alta precisione”, cioè missili di ultima generazione, con sistemi di puntamento sul bersaglio più avanzati di quelli finora a disposizione della milizia sciita libanese.

Israele, è nato il vitello rosso: per le sacre scritture è il simbolo della fine del mondo

Risultati immagini per Israele, è nato il vitello rosso
Di Franco Grilli
In Israele sarebbe nato un esemplare di vitello rosso.
Fin qui nulla di male, non fosse che secondo le sacre scritture cristiane ed ebraiche, la nascita di questo particolare animale prefigurerebbe la fine del mondo.
Ma, forse, non c’è troppo da allarmarsi. Infatti, stando a quanto scrive Breaking Israel News, questo vitellino rosso sarebbe nato dall’impianto "artificiale" di embrioni di red angus in mucche tradizionali. Quindi, così fosse, possiamo continuare a dormire sonni tranquilli: la fine del mondo è rimandata a data da destinarsi. A raccontare dell’"apocalittica" nascita è The Temple Institute, che ha pubblicato anche un video.
Per l’ebraismo, soprattutto, il sacrificio di un vitello rosso anticiperebbe anche la venuta del Messia.
Tocca ora agli esperti veterinari e teologici israeliani studiare con attenzione l’esemplare appena nato, così da constatare o meno se si tratti effettivamente del vitello prescelto, annunciatore della fine del mondo.

Siria, la guerra è anche per l’acqua. I protagonisti? Israele e Turchia


Di Lorenzo Vita
La guerra in Siria può essere considerata una guerra per l’acqua? Evidentemente no. Ma è anche vero che l’acqua, bene primario per l’essere umano, è essenziale per capire alcune dinamiche della guerra, soprattutto nei conflitti dove essa scarseggia. E la Siria non fa eccezione, come tutto il Medio Oriente.

La conquista della diga di Hawi Awad

Le operazioni militari per il controllo dell’acqua sono all’ordine del giorno. L’ultima è di questa settimana: le forze dell’esercito siriano hanno ripreso il controllo della diga strategica di Hawi Awad. L’operazione, guidata dalla prima e terza divisione dell’esercito siriano, ha tolto allo Stato islamico l’ultima diga nelle sue mani.
E quindi, l’unica fonte d’acqua per il Califfato arroccato nel deserto siriano vicino Sweida è stata definitivamente ripresa dal governo. Per l’Isis una sconfitta di fondamentale importanza. L’ennesima in un anno che ha visto di fatto scomparire Daesh come forma para-statale tra Iraq e Siria.
Una battaglia che ricorda tante altre operazioni condotte dall’esercito siriano contro Isis e ribelli proprio al fine di riprendere il controllo delle principali infrastrutture idriche del Paese. Una strategia che accomuna anche l’Iraq, dove l’esercito iracheno e le forze della coalizione internazionale hanno combattuto anche in funzione del controllo de flusso dell’Eufrate e del Tigri (un esempio perfetto è la diga di Mosulcon l’impegno italiano per la sua protezione).

L’acqua al centro di una nuova guerra?

Adesso che la guerra si è circoscritta in alcune aree, per esempio nel governatorato di Idlib, la Siria sta tentando faticosamente di tornare alla normalità. Una normalità che però sembra essere destinata a non trovare una strada in discesa. E questo non solo per gli innumerevoli problemi politici e strategici fuoriusciti da questo conflitto, ma anche per un elemento fondamentale quale appunto è l’acqua.
Sette anni di guerra non hanno solo devastato le infrastrutture idriche del Paese, ma hanno anche spostato l’attenzione del governo di Damasco su problemi molto più impellenti. La guerra contro il terrorismo e contro i ribelli sostenuti dalle forze occidentali ha di fatto soppiantato tutte le altre problematiche del Paese. Temi che però erano e sono importantissimi. Anche perché la rinascita della Siria non può partire senza avere il bene essenziale alla vita: l’acqua.
In un recente articolo pubblicato dal quotidiano saudita Asharq Al-AwsatNabil al-Samman, un esperto siriano di acque internazionali, ha delineato un quadro a tinte decisamente fosche sulle relazioni fra Iraq, Siria e Turchia sul fronte dell’approvvigionamento idrico. “Quando i suoni delle pistole e i tamburi di guerra svaniscono in Siria e in Iraq, nuove tensioni possono sorgere a causa dell’acqua, specialmente nel loro conflitto con la Turchia, da cui fluiscono i fiumi dell’Eufrate e del Tigri“, si legge nell’articolo.
Oggi, con una Siria devastata da sette anni di guerra senza quartiere e con un Iraq a sua volta in guerra ininterrotta da 15 anni, i governi di Baghdad e Damasco si trovano a confrontarsi da una posizione di netto svantaggio con la Turchia. E lo hanno dimostrato non solo gli interventi militari di Ankara nella parte settentrionale dei due Paesi, ma anche altri gesti, proprio sulle risorse idriche, che dimostrano la prepotenza turca rispetto ai vicini iracheni e siriani.

Il Southeastern Anatolia Project

In questi anni, mentre la guerra infuriava a Sud, la Turchia ha proseguito la realizzazione del Southeastern Anatolia Project. Questo programma del governo turco rappresenta una delle chiavi per comprendere le strategie idriche dell’intera regione mediorientale.
L’iniziativa intende costruire in territorio turco 22 dighe e 19 centrali elettriche che, una volta entrate a pieno regime, saranno in grado di contenere il flusso di acqua negli Stati a valle (quindi Iraq e Siria) di quasi la metà. Una diminuzione di acqua che porterà a inevitabili conflitti con Baghdad e Damasco che già oggi hanno assistito a una forte riduzione della quantità di “oro blu” proveniente dalla Turchia.
Purtroppo, l’approccio turco sull’acqua ricalca quello già visto in altri ambiti: totale volontà egemonica. Come ha ricordato Nabil al-Samman, all’apertura della diga di Atatürk nel 1992, il primo ministro turco Suleyman Demirel proclamava: “L’acqua che scorre in Turchia dall’Eufrate, dal Tigri e dai suoi affluenti è turca. Non stiamo dicendo alla Siria e all’Iraq che condividiamo le loro risorse petrolifere. E loro non hanno il diritto di dire che condividono le nostre risorse idriche“. L’idea turca, quindi, già dai primi anni Novanta è chiarissima: gli Stati a valle non hanno diritto all’acqua, ma è Ankara a concederla.
Questo evidentemente comporta una conseguenza: che la Turchia detiene le chiavi per il futuro della regione. L’acqua di Eufrate e Tigri rappresenta uno snodo fondamentale per lo sviluppo di Iraq e Siria. Se vogliono rinascere, devono farlo ripartendo dalle basi, e cioè dall’agricoltura e dall’industria nazionale. Ma serve l’acqua: ed è Erdogan a detenerla. Il Sultano, oggi, ha in mano un interruttore con cui spegnere e accendere l’intera Mesopotamia.

Siria e Israele, c’è anche l’acqua in questa guerra

Per la Siria, il problema è ancora più importante se si pensa che l’altro grande bacino d’acqua, quello del fiume Giordano, è conteso con Israele. La tensione fra i due Paesi è evidente. Ma se l’Iran è stata la cornice in cui si è scatenato il conflitto, non va dimenticato che anche l’acqua rappresenta un fattore essenziale.
Come spiegammo su questa testata, uno dei grandi fattori di scontro fra Israele e Siria, e in cui è coinvolta anche la Giordania, è il fiume Yarmuk. Già l’anno scorso, i media giordani segnalavano come le operazioni militari di Israele coincidessero con i punti di controllo del fiume che è uno degli affluenti periodici del Giordano. Israele si era impegnato in alcuni scontri con la fazioneYeish Jalid ibn Al-Walid che aveva la sua roccaforte proprio nel bacino dello Yarmuk. Stesso bacino in cui si è concentrata pochi mesi fa per bombardare l’ultimo bastione jihadista del Sud della Siria.
E anche nel Golan, la situazione non è diversa. Le Alture del Golan, annesse de facto da Israele, sono ricche di acqua. Il Monte Hermon è una vera e propria miniera di “oro blu” per Israele, tanto che, secondo alcune stime, le acque del Golan forniscono a Israele un terzo del fabbisogno idrico del Paese. E non è un caso che Israele, dopo aver occupato la regione, abbia fatto di tutto per evitare qualsiasi tipo di riconsegna a Damasco. L’acqua, per un Paese ad agricoltura intensiva come Israele, è un bene strategico. E la Siria, privata militarmente di quelle risorse, oggi è assetata.

Israele accetta la vittoria di Assad: c’è l’accordo con Putin e Trump


Di Lorenzo Vita
L’esercito avanza nel sud della Siria e continua a mietere vittorie. I ribelli si dileguano. Molti cedono le armi. Altri, soprattutto a Daraa, resistono. Ma l’aviazione russa ha iniziato a bombardare le ultime roccaforti e sembra che l’assedio sia questione di tempo. Difficile pensare possa andare avanti per mesi. Damasco sta riconquistando il sud Siria. Soltanto in questi giorni sono cadute Al-Mseifra, Kahil, Sahwe e Al-Yize.
E adesso la coalizione internazionale e Israele devono fare i conti con la realtà: Bashar al Assad sta vincendo. Ammettere la vittoria di Assad significa, soprattutto per Israele, modificare i piani.

Israele al bivio

Come spiegato su questa testata, è chiaro che Tel Aviv avesse come primo obiettivo la fine del governo siriano in quanto alleato dell’Iran. Ma a questo punto, con l’esercito alle porte di Daraa e la Russia pienamente coinvolta nell’offensiva dell’esercito, sembra impossibile che Damasco sia costretta ad arretrare. 
Israele si trova ora davanti a un banco di prova molto complicato. Deve riuscire a ottenere il massimo da questa situazione che, in fin dei conti, è una sconfitta per Tel Aviv. Il governo di Benjamin Netanyahu deve arrivare a tre risultati:
  1. allontanare l’Iran dal confine israeliano;
  2. mantenere ottimi rapporti con la Russia;
  3. controllare il confine, soprattutto con la possibile ondata di rifugiati.
Per fare questo, Israele può solo partire dalla realtà dei fatti: accettare la vittoria di Assad. Con questo passaggio mentale, che è poi il vero ostacolo anche nei rapporti fra Israele e Russia, la situazione nel sud della Siria può cambiare radicalmente. E sembra che qualcosa, in questo stia avvenendo. Almeno a giudicare dagli ultimi movimenti israeliani e dei suoi alleati.
Secondo le ultime indiscrezioni provenienti da Israele e dagli Stati Uniti, il governo dello Stato ebraico avrebbe raggiunto un accordo di massima con Mosca e Washington per questa fase del conflitto. E la partita della diplomazia entra ora in una fase delicatissima, in cui tutto quanto si regge su un equilibrio fragilissimo ma fondamentale.

L’accordo fra Israele, Russia e Stati Uniti

Israele ha accettato che l’esercito siriano avanzi fino al confine. Si dirà che questo rientra nelle prerogative di uno Stato sovrano quale è la Siria, ma sappiamo anche che la realtà dei fatti non segue la logica del diritto. La guerra in Siria è la dimostrazione che la sovranità, in quel caos, sia un concetto estremamente labile, che sfugge alle nostre certezze. Israele ha bombardato in Siriaper colpire l’Iran e inviare messaggi ad alleati e nemici. Le forze occidentali, in particolare Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, hanno colpito le basi siriane e occupano porzioni del suo territorio. È un guerra mondiale e bisogna ragionare da questa prospettiva.
Se Israele ha accettato l’offensiva siriana, dall’altro lato Netanyahu ha imposto un prezzo: che le forze iraniane e le milizie sciite siano a più di 80 chilometri dal confine israeliano. Parliamo di un compromesso. Israele voleva il ritiro completo dalla Siria, ma è chiaro che la Russia non avrebbe mai potuto convincere l’Iran a un tale accordo, soprattutto dopo la guerra condotta insieme a Damasco per sconfiggere lo Stato islamico.
Il limite di 80 chilometri serve quindi a garantire Israele e l’offensiva siriana, in cui le Israel defense forces (Idf) non entreranno in gioco con azioni che possano minare la strategia di Assad e Vladimir Putin.
Gli Stati Uniti hanno abbandonato i ribelli del Sud, di fatto consegnando Daraa alla Siria. L’abbandono dei miliziani, tra cui figurano sigle terroriste, è considerabile una netta sconfitta della strategia americana, essendo a loro fianco dai tempi di Barack Obama.
Ma è questa la concessione di Washington a Mosca e Damasco. In cambio, non solo gli Stati Uniti ottengono, al pari di Israele, l’allontanamento dell’Iran e l’indebolimento della mezzaluna sciita, ma sembra abbiano richiesto di continuare a operare nella base di Al Tanf. Un’idea che non piace assolutamente alla Siria, ma che rientra in un gioco di contrattazioni sul fronte meridionale, prima di capire come sbloccare la situazione a Nord e a Est.

Israele rafforza il Golan

In questo quadro di tensioni e di accordi, le forze armate israeliane hanno dato il via al rafforzamento del Golan. Questa decisione non è in contraddizione con quanto affermato prima. Israele continua a muovere le truppe sul fronte settentrionale per dimostrare di avere sotto il tiro dell’artiglieria qualsiasi movimento sospetto. E negli accordi è previsto che il Golan  annesso da Israele resti nelle mani dello Stato ebraico.
Il rafforzamento dei presidi militari in quella regione dimostra che quella linea rossa israeliana rappresentata dalle Alture del Golan non deve essere superata. La Siria recrimina quel territorio, che è occupato da Israele da decenni. Ma la situazione della guerra non permette a nessuno di iniziare un confronto diretto per la regione contesa. Non conviene ad Assad, che ha un esercito ormai stremato da anni di guerra. Non conviene e a Israele perché rischierebbe di entrare in conflitto diretto con la Russia, che protegge l’esercito siriano.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *