Washington cambia il timone dell’intelligence diplomatica

feb 8, 2026 0 comments


Di Giuseppe Gagliano

Il 29 gennaio 2026 il presidente Donald Trump ha indicato Michael Vance, residente in Virginia, come nuovo Assistente Segretario di Stato per Intelligence e Ricerca, l’incarico che dirige il Bureau of Intelligence and Research, cioè la struttura del Dipartimento di Stato dedicata all’analisi di intelligence a supporto di diplomatici e decisori. Le informazioni pubbliche sul percorso professionale di Vance restano limitate, sebbene venga accreditato di un passato nell’area intelligence e sicurezza nazionale. La nomina è stata trasmessa al Senato e assegnata alla Commissione ristretta per l’intelligence, in attesa di conferma all’inizio di febbraio 2026.

Vance subentra “a Brett M. Holmgren, dimissionario”, come indica formalmente la documentazione del Congresso. Nel frattempo il Bureau era retto da Donald Blome come responsabile ad interim, una fase transitoria durata oltre un anno.

Meno uffici, meno personale, nuove priorità

La nomina arriva nel pieno di una riorganizzazione profonda del Dipartimento di Stato, avviata all’inizio del secondo mandato di Trump per ridurre ciò che la Casa Bianca descrive come inefficienze burocratiche e per riallineare le priorità sulle minacce emergenti. Il ridisegno ha previsto chiusure e accorpamenti di centinaia di strutture e una consistente riduzione di personale, con una logica dichiarata di semplificazione e concentrazione delle funzioni.

Dentro questo schema, la scelta più rivelatrice riguarda proprio l’ufficio di intelligence del Dipartimento: il Bureau di intelligence e ricerca è stato spostato sotto un nuovo Ufficio per le minacce emergenti, con enfasi su cibersicurezza, intelligenza artificiale e rischi contemporanei, per rendere più “tecnologica” la catena di supporto alle decisioni diplomatiche.

C’è poi un dettaglio che pesa più di quanto sembri: nel maggio 2025 è stato chiuso l’Ufficio per il raccordo analitico, il programma che collegava analisti governativi con esperti esterni e mondo accademico. È un segnale di metodo: meno confronto aperto, più circuito interno.

L’efficienza dichiarata e il costo nascosto

Tagliare strutture e organici può produrre risparmi e velocità, ma nel campo dell’intelligence diplomatica il rischio economico è inverso: perdere capacità di analisi significa prendere decisioni più costose. Un Dipartimento più snello può anche diventare un Dipartimento più dipendente da informazioni e prodotti analitici esterni, soprattutto quando le nuove priorità (Intelligenza artificiale, sicurezza digitale) richiedono investimenti continui e competenze rare. La partita, in sostanza, è tra risparmio immediato e prezzo strategico nel tempo.

L’intelligence “da diplomazia” torna centrale

Il Bureau di intelligence e ricerca ha un ruolo particolare: tradurre informazioni e valutazioni in linguaggio utile alla politica estera, senza trasformarsi in un ufficio operativo. È uno snodo chiave quando una crisi rischia escalation e quando la diplomazia deve capire ciò che accade prima che lo capiscano i comunicati ufficiali. Spostarlo dentro un perimetro “minacce emergenti” lo orienta verso campi dove la competizione è già militare, anche se non sempre dichiarata: attacchi digitali, manipolazione informativa, uso dell’intelligenza artificiale in ambito di sicurezza.

L’ordine esecutivo che decide chi comanda davvero

La riorganizzazione del Dipartimento di Stato si inserisce in un quadro più ampio di riforme dell’intelligence americana, dove torna l’idea di aggiornare l’ordine esecutivo 12333, la cornice che regola le attività dell’intelligence statunitense. Il punto politico è la centralizzazione: rafforzare il ruolo del Direttore dell’intelligence nazionale e orientare in modo più netto il sistema verso la priorità strategica cinese. Sul piano istituzionale, la figura che incarna questa traiettoria è la Direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, che ha impostato iniziative interne in chiave di controllo, trasparenza e disciplina dell’apparato.

Autonomia dell’analisi o catena di comando

I critici temono un indebolimento dell’indipendenza analitica: meno canali esterni, più riorganizzazioni, più pressione sulle priorità politiche del momento. I sostenitori rispondono con l’argomento dell’efficienza: un mondo che cambia, nuove minacce, apparati più rapidi. È il solito conflitto tra velocità e pluralismo informativo, ma qui riguarda il cuore della politica estera americana.

La nomina di Vance, proprio perché avvolta da un profilo pubblico limitato, diventa un test: dovrà dimostrare se il Dipartimento di Stato intende usare l’intelligence come strumento critico per capire il mondo, o come un ingranaggio più disciplinato dentro una macchina ristrutturata. E, al 5 febbraio 2026, non risultano ancora indicazioni pubbliche decisive sui tempi dell’audizione di conferma: un altro segnale che la partita vera si gioca dietro le porte del Senato e dentro i nuovi organigrammi.

FONTE: https://it.insideover.com/spionaggio/washington-cambia-il-timone-dellintelligence-diplomatica.html

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