Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Carlo Formenti. Mostra tutti i post

Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos

Risultati immagini per podemos congresso

Di Carlo Formenti

Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista. 

Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo. 

Il presupposto da cui intendo partire è che stiamo vivendo la fase inziale di un rapido e caotico processo di de-globalizzazione. Non ho qui lo spazio di argomentare adeguatamente tale tesi per cui mi limito a enunciarla in modo apodittico rinviando all’articolo del vicepresidente boliviano Linera, che ho già avuto modo di commentare su queste pagine. In quel pezzo Linera scriveva, fra le altre cose, che Trump “non è il boia dell’ideologia trionfalista della libera impresa, bensì il medico legale al quale tocca ufficializzare una morte clandestina”. Clandestina, aggiungo io, per l’ottusa ostinazione con cui le sinistre si ostinano a non prenderne atto. E aggiungeva che l’era in cui stiamo entrando è ricca di incertezze, e proprio per questo potenzialmente fertile, se sapremo navigare nel caos generato dalla morte delle narrazioni passate. 

Sulla stessa lunghezza d’onda vale la pena di segnalare un lungo, notevole articolo firmato Piotr e apparso sul sito megachip che sostiene, fra le altre cose: 1) che Trump non rappresenta solo un elettorato fatto di perdenti della globalizzazione (disoccupati, lavoratori bianchi poveri, ecc.) ma anche un composito mosaico di frammenti delle élite dominanti spaventati dall’inerzia di una politica neocons trasversale (Hillary Clinton su tutti) disposta a rischiare una guerra mondiale, pur di difendere l’egemonia americana fondata sul binomio finanziarizzazione/globalizzazione; 2) che questa base incoerente e composita lo costringerà a condurre una politica altrettanto incoerente e contraddittoria (per esempio facendo marcia indietro sulla globalizzazione senza smettere di difendere gli interessi della finanza globale); 3) che per opporsi al suo pseudo new deal autoritario le lobby liberal-imperiali lotteranno (è cronaca di questi giorni) con il coltello fra i denti, mobilitando un’ideologia identitaria “arroccata dietro il dogma e l’inquisizione della correttezza politica, cioè una forma ideologica elitaria che preferisce tutto ciò che è minoranza, perché le minoranze non pongono sfide esiziali mentre se sfruttate bene possono minare quelle poste dalla maggioranza. Minoranze che quindi devono essere tenute sotto tutela da lobby che si erigono a loro rappresentanti. Lobby di minoranza incorporate in un establishment dedito a politiche elitarie”; 4) che una sinistra che voglia lottare sia contro il globalismo alla Clinton che contro il trumpismo dovrà surfare, con spirito pragmatico ma senza rinunciare i principi, l’onda populista. Il che ci riporta ai dilemmi di Podemos. 

Iniziamo col dire che Podemos è oggi oggetto di una violenta aggressione da parte di tutti i media spagnoli, simile a quelle che in tutti gli altri paesi occidentali vengono condotte contro la minaccia “populista”. Le virgolette s’impongono perché il termine viene usato in modo totalmente indifferenziato: populisti sono Evo Morales e Marine Le Pen, Rafael Correa e Grillo, Trump e Podemos. Un appiattimento che non è frutto di incapacità di analisi politica; al contrario: riflette la secca polarizzazione formulata qualche settimana fa dal direttore del Wall Street Journal, il quale ha dichiarato che, d’ora in avanti, lo scontro non sarà fra destra e sinistra ma fra globalisti e antiglobalisti. Altrettanto univoca la ricetta per fronteggiarli: costruire grandi coalizioni fra liberali e socialdemocratici per sbarrare loro il passo (coalizioni cui tendono ad accodarsi in posizione subordinata quei partiti di sinistra “radicale” che si lasciano convincere dalle élite liberali della necessità di far fronte contro il pericolo “fascista”). In Spagna, come spiega un articolo del deputato di Podemos Manolo Monereo, questa campagna si è fatta isterica da quando Podemos ha scelto di stringere un’alleanza elettorale con Izquierda Unida piuttosto che con il PSOE. Perciò, visto che la prima opzione è stata sostenuta da Pablo Iglesias e la seconda da Inigo Errejón, e visto che le due tesi si confronteranno nuovamente nell’assemblea di Vistalegre, i media stanno entrando a gamba tesa nel dibattito precongressuale nella speranza di riuscire a spaccare il partito o, in via subordinata, a rafforzare al suo interno la corrente che fa capo a Errejón. Ma veniamo ai documenti. 

Il documento di Iglesias muove da considerazioni analoghe a quelle esposte poco sopra in merito alla fase storica mondiale: la globalizzazione sta entrando in crisi a mano a mano che sorgono nuove resistenze e avversari politici: non solo i movimenti sociali, ma anche quei governi guidati da forze politiche sovraniste/progressiste che, soprattutto in America Latina, tentano di restituire un ruolo strategico allo stato in materia di politica economica e perseguono programmi di riforme radicali, mentre è in corso un riequilibrio dei rapporti di forza geopolitici dovuto all’emergenza di superpotenze vecchie e nuove, come la Russia e la Cina. La crisi europea è parte integrante di tale contesto: gli effetti devastanti del progetto ordoliberista (elevamento del trattato di Maastricht a rango costituzionale sotto egemonia tedesca, perdita della sovranità monetaria e conseguente esautoramento dei governi nazionali privati di potere decisionale su temi strategici; attacco a salari e stato sociale; tagli generalizzati alla spesa pubblica; sistema dei media “blindato” a sostegno del pensiero unico liberista ecc.) generano una resistenza crescente dei popoli europei. In Spagna il consenso, a lungo fondato su settori sociali che aspiravano a venire integrati nella classe media e alternativamente gestito da democristiani e socialisti, si è dissolto dopo l’esplosione della crisi globale e a fronte della “cura” che la Ue ha imposto alla Spagna e che ha prodotto deindustrializzazione e disoccupazione. Così sono nati movimenti di massa che rivendicavano democrazia e sovranità popolari, provocando una vera e propria crisi di regime. In questa situazione i media mainstream si sono fatti garanti della continuità delle scelte politiche liberal liberiste, favorendo la nascita di una grande coalizione liberal socialdemocratica sul modello tedesco. 

Il documento passa poi a ricostruire la breve storia di Podemos: nato nel 2013/14 su iniziativa di un gruppo di militanti di varia provenienza (movimenti studenteschi, sinistra anticapitalista, ex comunisti, movimenti di base, ecc.) ispirati dall’esempio del “giro all’izquierda” che ha visto molti Paesi latinoamericani costruire esperimenti populisti di sinistra, il partito ha lanciato un programma politico che chiedeva l’avvio di un processo costituente fondato su riforme radicali: riconquista della sovranità popolare con la possibilità di realizzare una politica economica ridistributiva e di recuperare i diritti sociali; riforma in senso proporzionale del sistema elettorale, riforma della giustizia per accrescerne l’autonomia dal sistema politico; lotta contro il TTIP, lotta per la parità di genere e per il riconoscimento del carattere plurinazionale dello stato spagnolo, ecc. Programma che ha riscosso largo consenso nei settori popolari e nelle classi medie impoverite, consentendo di ottenere importanti successi elettorali.

Dopodiché Iglesias richiama (e rivendica) la svolta che ha visto il partito scegliere l’alleanza elettorale con la sinistra radicale di Izquierda Unida e la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal -socialdemocratico. Ricorda che tale svolta è maturata dopo un serrato dibattito interno, in cui la base ha respinto l’opzione (difesa da Errejón) di un accordo con il PSOE, scegliendo invece la strada di un’alternativa radicale al sistema di potere. Questa linea, che Iglesias si appresta a difendere nella prossima assemblea generale, si fonda sull’ipotesi che la crisi politica ed economica non stia avviandosi alla normalizzazione ma sia al contrario destinata ad acuirsi ulteriormente. Il compito di Podemos, quindi, non è quello di proporre un piano alternativo di governo, bensì quello di costruire un nuovo progetto di paese, tenendo saldamente insieme un blocco sociale formato da settori popolari e classi medie. 

Per attuare questo progetto occorre una riforma dell’organizzazione del partito che, nella convulsa fase di crescita, si era concentrato sulla costruzione di una macchina elettorale favorendo la concentrazione del potere decisionale nelle mani del vertice. Ora si tratta di superare questo assetto verticistico sia rafforzando le strutture di base che affondano le radici nei territori, sia promuovendo e accompagnando la nascita di vere e proprie istituzioni di democrazia popolare, una rete di contropoteri che faccia sì che le vittorie siano percepite come vittorie di un blocco sociale più che come vittorie di Podemos. Infine, se si vuole costruire un modello alternativo di Paese, il programma di questo partito di tipo nuovo - che deve rappresentare un progetto condiviso da identità politiche, sociali e territoriali diverse - deve compiere un salto di qualità che il documento identifica con obiettivi ambiziosi: istituire un controllo democratico  (attraverso regolazione pubblica e/o nazionalizzazioni) sui settori produttivi strategici e in particolare sui settori finanziario, dell’energia, delle comunicazioni; reindustrializzare il Paese contro la sua riduzione a Paese prevalentemente turistico imposta dalla Ue; impegnarsi a realizzare la sovranità alimentare; offrire sostegno alla piccola e media impresa, al cooperativismo e all’economia sociale.

Il documento di Errejón dedica meno spazio all’analisi della fase storica, in quanto si concentra soprattutto sui rapporti di forza fra i partiti, sulle alleanze e sulle prospettive elettorali, dando relativamente poco peso ai fattori socioeconomici. In particolare, vengono affrontati i seguenti temi: 1) analisi degli errori di Podemos che, secondo Errejón, ne avrebbero frenato l’ascesa elettorale; 2) concentrazione sulla necessità di trasformare Podemos in forza di governo; 3) rilancio, a tale scopo, dell’ipotesi di alleanza con il PSOE (e critica dell’alleanza con IU) ; 4) necessità di riformare il partito, ridimensionando il potere del vertice e “femminilizzandolo”; 5) spostamento dall’obiettivo di costruire di un blocco sociale a quello di “costruire un popolo” (vedi, in proposito, il libro-dialogo fra Inigo Errejón e Chantal Mouffe, “Construir pueblo”), da cui consegue la riformulazione del conflitto sociale quasi esclusivamente nei termini della opposizione alto/basso, popolo/élite; 6) forte attenzione per le aspettative di sicurezza e ordine delle classi medie. Ma vediamone più in dettaglio lo sviluppo.

Per Errejón, Podemos incarna un ciclo di mobilitazione che ha dicotomizzato la società spagnola fra la “gente comune” e una casta privilegiata (si tratta della formulazione “classica” del fenomeno populista secondo le teorie di Ernesto Laclau). Perciò la sua vocazione è quella di costruire una forza politica di tipo nuovo (al di là dei dogmi della sinistra tradizionale) che persegua un cambio di potere in favore delle maggioranze sociali (cambio di potere, non rottura sistemica!). 

Per superare l’attuale struttura verticistica (obiettivo sul quale concorda anche Iglesias, come si è visto) Errejón propone una ricetta fondata sui principi “classici” della democrazia parlamentare borghese e dei suoi partiti: divisione dei poteri, distribuzione delle cariche in base a un criterio di “proporzionalità” fra le correnti interne (la cui esistenza viene data per scontata in quanto garanzia di democraticità). Infine “femminilizzazione” del partito in ossequio a quello che in Italia definiremmo il principio delle quote rosa (punto su cui tornerò più avanti perché mi sembra rilevante ai fini delle differenze di prospettiva politica fra i due approcci). 

Sul tema delle alleanze Errejón è fortemente critico nei confronti dell’accordo elettorale con IU (al quale imputa la mancata crescita nell’ultima tornata elettorale), mentre rilancia l’ipotesi dell’alleanza con il PSOE, in barba alla tragica crisi di questo partito e al fatto che la base aveva bocciato (vedi documento Iglesias) tale idea. Da un lato, sostiene che se si fosse impostato il rapporto con il PSOE in modo “laico” (implicita allusione all’ostilità ideologica della base di sinistra nei confronti dei socialisti) si sarebbero ottenuti risultati più produttivi di quelli realizzati con la linea di contrapposizione frontale che si è imboccata. A parte il fatto che questa tesi dà per scontata la possibilità di costringere il PSOE ad aderire a un’alleanza di centrosinistra, è evidente che il risultato cui qui si allude consiste nella possibilità che Podemos riesca finalmente a convertirsi in forza di governo. Ma a quale prezzo politico? Il documento, non a caso, sorvola sulle politiche condotte dal PSOE negli anni precedenti, vale a dire sulla sua piena conversione al credo neoliberale. Forse per non ammettere che un accordo con il PSOE implicherebbe, molto più probabilmente, un spostamento verso il centro di Podemos piuttosto che uno spostamento a sinistra dei socialisti. 

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://temi.repubblica.it/micromega-online/gramsci-o-laclau-i-dilemmi-di-podemos/

Lo spettro del populismo tra le rovine della democrazia

Risultati immagini per populismo

Di Spartaco A. Puttini *

Uno spettro si aggira per l’Europa (e non solo): è lo spettro del populismo. Tutti i potenti d’Europa si alleano per dare spietatamente caccia a questo spettro. Qual è il partito di opposizione che i suoi avversari al potere non abbiano colpito con la nota ingiuriosa di “populista”? e qual è il partito di opposizione che a sua volta non abbia ricambiata l’accusa, respingendo l’infamante designazione di populismo, o sugli elementi più avanzati dell’opposizione stessa, o sugli avversari apertamente reazionari?
Il Manifesto del 1848 di Marx non iniziava proprio così, ma iniziava in modo molto simile.
Il termine di populismo è tornato prepotentemente di moda ed è divenuto un elemento consueto del dibattito politico. Tuttavia l’accusa di essere populista viene impugnata quasi unicamente per intento polemico e denigratorio, come improprio sinonimo di demagogia. A ben guardare sotto questa etichetta vengono accomunati i movimenti più disparati per collocazione spazio-temporale e per colore politico.
Si dice populismo e si fa riferimento a tutto e al suo contrario nello stesso tempo, o quasi. All’ombra del populismo vengono catalogati fenomeni ed esponenti politici diversi per provenienza, cultura politica, propositi. La cannibalizzazione di un fenomeno così complesso in un dibattito semplificatorio ha provocato senza dubbio confusione. Tanto che qualcuno, non distinguendo chi fosse populista o chi non lo fosse (a destra come a sinistra, all’opposizione come al governo) si è chiesto se la definizione avesse ancora senso. 
La definizione di “populismo” non è scontata nemmeno a livello accademico e la letteratura sul fenomeno è oramai sterminata [1]. In essa stanno fianco a fianco saggi di approfondimento su fenomeni storici ormai remoti (Herzen e il populismo russo; il populismo nordamericano che per una stagione ha sfidato i grandi partiti egemonici nella politica statunitense; i variegati fenomeni latinoamericani: peronismo, getulismo etc.; le esperienze del Terzo mondo sul versante progressista e quelle dell’Occidente sul versante reazionario); opere di inquadramento teorico del problema; studi di caso che cercano di individuare a partire dal basso il bandolo di un’intricata matassa. 
Nella maggior parte dei casi le definizioni finiscono per dover ammettere un numero talmente rilevante di eccezioni alla propria griglia di classificazione da venire messe duramente alla prova. Chi vede nel populismo un fenomeno legato alla comparsa di un determinato gruppo sociale (la piccola proprietà contadina ad es.) deve prendere in considerazione la presenza dello stesso fenomeno in contesti di urbanizzazione e industrializzazione intensiva. Chi ne vede un prodromo dei regimi autoritari deve confrontarsi con la realtà di teorie tradizionaliste ed elitiste che ispirano regimi autoritari che si basano non solo sull’oppressione delle classi popolari, ma sulla loro vera e propria passivizzazione e deve prendersi carico di spiegare il comparire e il permanere di fenomeni e movimenti populisti in un contesto democratico e pluralista, quando non un loro ruolo significativo negli stessi processi di democratizzazione di processi e istituzioni politiche. Chi li vede come movimenti di opposizione all’establishment non può ignorarne il ruolo che in alcuni casi possono giocare nell’istituire nuove articolazioni di potere, né il fatto che sempre più spesso siano gli stessi leader di forze politiche tradizionali a scimmiottare strategie del consenso e retoriche populiste. Ci sono studiosi che riducono il fenomeno a uno stile, a un’inclinazione discorsiva che semplifica la complessità del dibattito politico per parlare alla pancia dell’elettorato. Anche se è la stessa dicotomia tra pancia e testa, tra istinto e ragione che forse andrebbe chiamata in causa. Quando gli operai del Novecento, a partire dai propri bisogni, maturavano una coscienza di classe stavano orientandosi con la pancia o con il cervello? Chi guarda ai movimenti populisti come a fenomeni esclusivi di una realtà geografica li vedrà comparire all’altro capo del mondo. Chi vede nel populismo il rigurgito di un mondo arcaico, premoderno e antilluminista deve fare i conti con il fatto che anche il populismo, come la democrazia, affonda le sue radici nella convinzione che la sovranità appartiene al popolo. C’è qualcosa di più moderno? Oppure con il fatto che sembra godere di ottima salute non solo nelle periferie (latine e non) dell’Occidente ma anche nella culla del pensiero razionalista e illuminista. Come per ogni fenomeno politico, tanto più in questo caso, è necessario analizzare contestualizzando e storicizzando. Tuttavia il termine ha una sua indubbia fortuna e persistenza. Indica movimenti che si rifanno al popolo come unico depositario della sovranità da cui è stato espropriato e che deve essere riscattato da un presente di tradimento e oppressione. Il fatto che sotto il mantello del “popolo” e dietro il telo dell’”oppressione” sia possibile giocare con un’ampia gamma di valori e suggestioni spiega come mai lo spettro dei fenomeni populisti sia ampio, diversificato e confondente. L’idea di popolo (come l’idea di nazione del resto) può avere diverse connotazioni. Il popolo dei populisti non è sempre lo stesso. Né sono gli stessi i suoi nemici. Per tutti i populisti il popolo è la fonte di autorità che si trova tartassata ed espropriata, “il sovrano prigioniero” di una democrazia rappresentativa che non lo rappresenta, inserito ed asservito ad un sistema che ne deturpa i valori e lo porta fuori strada. Detto questo ci si trova ad avere a che fare con fenomeni completamenti diversi se il popolo in questione viene immaginato sulla base di una presunta omogeneità etnica finendo con l’escludere su questa base oppure se viene immaginato come l’insieme delle classi diseredate della società. Il populismo è forse “una cosmologia, una visione del mondo per lo più implicita ma dalla straordinaria forza evocativa, dalle radici antiche e che trova la sua espressione più coerente nell’epoca della società di massa e della democrazia […] Il populismo, infatti, è un immaginario che con diverse forme e intensità suole permeare molteplici attori di una determinata società in particolari scorci storici” [2]. 
Pur senza essere un’ideologia strutturata il populismo ha un suo baricentro attorno al quale ruotano galassie di movimenti e istanze diverse, di segno anche opposto. Fortunatamente, almeno a livello scientifico, sembra finita l’era in cui l’etichetta populista veniva utilizzata per connotare unicamente il maquillage di gruppuscoli della destra radicale. C’è stato ad esempio chi, senza trasvolare l’Atlantico, ha sottolineato come la “rappresentazione idealizzata di un popolo sfruttato ma unito, laborioso, e collettivamente produttivo, profondamente giusto e buono, virtuoso e invincibile” abbia rappresentato un elemento ricorrente nella sinistra francese [3]. Certamente il popolo dei populisti è sempre raffigurato come un blocco compatto, senza incrinature. Ma anche questo non dovrebbe impressionare più di tanto: quando si cerca di costruire un fronte politico è inevitabile che gli elementi di differenza all’interno del blocco che si cerca di costruire vengano tenuti sotto traccia rispetto alla contraddizione che oppone al blocco antagonista, che viene invece drammatizzata. Anche la riduzione del fenomeno all’apoteosi del legame tra il leader e le masse, per quanto rappresenti spesso un elemento ricorrente, se non il vero e proprio momento di sublimazione della raffigurazione della volontà unitaria del popolo, non andrebbe forse inseguita con eccessivo entusiasmo come pista classificatrice. Nel corso delle democrazie moderne vi sono state spesso leadership forti che non hanno tracimato dal sentiero democratico costituzionale: Roosevelt, De Gaulle, per non fare che alcuni esempi. Ai giorni nostri, senza voler fare accostamenti stridenti o irrispettosi, il processo di affermazione e costruzione mediatica delle leadership non è certo prerogativa esclusiva dei populisti, veri o presunti che siano. Anzi, il processo di personalizzazione della politica o i rigurgiti di bonapartismo postmoderno [4] non sono altro che la manifestazione più eclatante della fine del sistema della democrazia moderna basata sull’intermediazione dei partiti di massa e sul confronto tra valori-programmi per la gestione degli affari della comunità. 
Il momento populista
I fenomeni populisti hanno un loro momento di fortuna: il momento in cui sono più stridenti le promesse non mantenute della democrazia, in cui per un complesso di questioni sociali, economiche e politiche gli equilibri consueti di una comunità vengono scossi fino alle fondamenta. Allora diviene sempre più senso comune la percezione della distanza che passa tra i valori e le garanzie che una comunità dovrebbe garantire e quello che il patto sociale non riesce più a mantenere. In questo iato si materializza insoddisfazione e estraneità. Il popolo sovrano appare così come il sovrano prigioniero. Il paradosso della democrazia moderna, per cui la sovranità risiede nel popolo ma il popolo può esercitarla solo tramite l’intermediazione della rappresentanza diviene stridente nel momento in cui i processi consueti della rappresentanza entrano in crisi e i soggetti che dovrebbero veicolare le istanze dal basso verso le istituzioni perdono il loro smalto e la loro legittimità. E’ allora che i movimenti populisti hanno il loro momento di fortuna, come ha sottolineato nei suoi studi Ernesto Laclau. Quello che stiamo vivendo, con tutta evidenza, è uno di quei momenti.
Le righe che seguono non vogliono avere la pretesa di illustrare un fenomeno su cui ben altri hanno indagato nel corso di un numero rilevante di anni e di studi. Vuole essere più semplicemente un sasso nello stagno volto a contestualizzare il fenomeno e a porlo all’attenzione della sinistra di classe sottraendolo ai pregiudizi e alle incomprensioni che spesso lo circondano. Essendo una realtà la sinistra di classe deve poterlo leggere, analizzare e discutere a modo suo, con i suoi occhi, non con quelli necessariamente diversi di altri punti di osservazione.
I populisti sono spesso dipinti come il pericolo delle democrazie, anche se nel loro riferimento alla volontà popolare si cela una parentela prossima con la democrazia, alle cui forme storiche concrete viene “semplicemente” imputato di non mantenere le promesse che ha fatto. Più opportuno sarebbe dire che sono antitetici alla visione liberale della democrazia. Allora è più che opportuno chiedersi, quale sia questa visione e soprattutto in fatto di democrazia a che punto siamo. La visione liberale della democrazia è una visione riduttiva e per tutto il corso dell’Ottocento e del Novecento liberalismo e democrazia si sono scontrati duramente [5] prima di trovare una fragile sintesi sotto la pressione delle masse lavoratrici risvegliate dal socialismo. Inutile sottolineare che la sintesi è durata quanto è durata la sfida del socialismo. Tramontato il sole dell’avvenire, a farla da padrona ovunque in Occidente è stata una reazione liberale che ha scardinato, dall’economia al welfare, alla politica i puntelli avanzati conquistati dalle classi popolari nel corso di una durissima lotta per l’affermazione dei propri diritti. E’ al solo scopo di incardinare i nuovi rapporti di forza favorevoli al capitalismo globalizzato che sono state attuate tutte le controriforme degli ultimi 30 anni. Veri e propri passi indietro camuffati da novità e da scelte tecniche e sapienti al solo scopo di darsi quella patente di oggettività buona solo a costruire un consenso per far accettare la sconfitta e la reazione. Il ruolo subalterno avuto in questo dalle forze di riferimento tradizionali del movimento operaio spiega in gran parte la crisi di legittimità attraversata dagli strumenti tradizionali dell’articolazione democratica e il vuoto dal quale sono sorte e possono sorgere le sfide populiste. Sfide che irrompono dunque su un terreno dal quale la democrazia moderna è già stata espulsa di fatto e costretta in un angolo dalla reazione liberale. E’ contro tale stato di cose (e grazie a tale stato di cose) che avanza il populismo, certo non sempre con l’intenzione di costruire una nuova dialettica più democratica o con la volontà di riscattare una classe operaia che andrebbe comunque ridefinita. 
Non può pertanto stupire il sorgere, in questo contesto, di appelli sempre più frequenti, provenienti da realtà e personalità diverse per vissuto e percorso, a valutare l’ipotesi di un populismo democratico e progressista, per non lasciare ancora orfane le classi popolari di una proposta politica che intercetti i loro bisogni, per non lasciare ulteriore terreno alla demagogia di forze reazionarie di destra. Se in America Latina per le forze progressiste la declinazione a sinistra del populismo sfonda una porta aperta (da una costola del movimento peronista a Hugo Chavez) e se in Europa la questione inizia ad essere posta (in Spagna da Podemos e in Francia da Mélanchon), l’Italia resta un passo indietro. In questa arretratezza fa presa (fino a un certo punto) il Movimento 5 Stelle, con tutte le sue irrisolte ambiguità. Le due proposte che al momento paiono più strutturate per interrogare su questo terreno quella che un tempo veniva definita la “sinistra” (prima che questo termine indicasse un lato del bipolarismo del sistema liberale della Seconda repubblica, i D’Alema, i Renzi, etc…) sono il saggio di Carlo Fomenti, La variante populista e il manifesto per un populismo democratico Senso comune. Due proposte in sintonia con la necessità di superare i pregiudizi su euroscetticismo e questione nazionale.

Rileggere Laclau

Ernesto Laclau è senza dubbio colui i cui studi hanno influenzato maggiormente la proposta di una strategia populista per il rilancio di una politica progressista e antagonistica. Militante della sinistra peronista (un’esperienza cardinale che spiega parecchio della sua elaborazione), Laclau vede nel populismo un momento che partendo da un contesto di crisi cerca di articolare in un fronte popolare le diverse domande sociali provenienti dal basso che non trovano ascolto e non vengono recepite dalla dimensione politica ufficiale. Il populismo di Laclau è la strategia di costruzione di un immaginario comune tra le domande irrisolte che sappia articolare il confronto politico polarizzando in due campi la società. Sulla base di una narrazione (vero e proprio surrogato dell’ideologia) che stabilisce delle relazioni di equivalenza all’interno del campo popolare la strategia populista viene intesa come strategia egemonica per la costruzione di un blocco che sappia connettere le domande popolari eterogenee per metterle in marcia sulla base di un’identità comune.

* L'articolo è apparso in “Gramsci oggi” rivista on line, dicembre 2016


La questione nazionale ai tempi del populismo

Risultati immagini per politics power and the common good
Di Alessandro Barile
Tra i vari pregi dell’ultimo libro di Carlo Formenti (La variante populista), ce n’è uno decisivo: il coraggio di affrontare di petto la “questione nazionale” tornando a ragionare sulla sovranità, rimanendo al contempo saldamente nell’alveo della sinistra. 
Risultati immagini per la variante populista carlo formenti
Curiosamente, pochi giorni dopo l’uscita del libro, un altro testo – sempre edito da Derive Approdi – torna sull’argomento:Rottamare Maastricht, un libro scritto a più mani e che inquadra la critica dell’economia politica europeista all’interno di una soluzione che punta al recupero di alcuni strumenti di sovranità in grado di ridare senso alla rappresentanza politica. Tra le altre cose, vi si legge: “poiché la dimensione europea è stata messa in sicurezza e quasi sigillata nei confronti dei rischi della politica, una ripresa di potere democratico si può determinare, anzitutto, solo ritornando dall’atmosfera rarefatta e irrespirabile della governance al terreno corposo e vitale della sovranità nazionale”.
Risultati immagini per Rottamare Maastricht carlo formenti
Quindici anni di euro e dieci di crisi economica stanno demolendo anche l’ultimo argomento tabù delle sinistre, quello della “sovranità nazionale”? Più della crisi sembrerebbe il fenomeno populista ad aver avviato un dibattito attorno alla sovranità e ai suoi molteplici significati. Il populismo è categoria incerta, multiforme, incapace di descrivere bene alcuni fenomeni politici dei nostri tempi. Ma su una cosa c’è effettivamente convergenza: tutti i populismi – di destra, di sinistra, o addirittura quelli “di centro” come il M5S – trovano un loro “programma comune” nella lotta per il recupero di pezzi di sovranità nazionale ceduti a entità sovranazionali, nel caso europeo all’istituzione denominata Unione europea. La crisi della sinistra è frutto di molte concause, non tutte soggettive peraltro. Ma l’aver abbandonato il terreno della discussione intorno alla questione nazionale le ha rese, tutte quante, dalla più moderata alla più radicale, afone nei confronti di una popolazione impoverita dalla crisi che chiede disperatamente strumenti per resistere al suo impoverimento.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *