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Mussolini e la spada dell’Islam: i rapporti tra il fascismo e il mondo arabo-musulmano



Di Claudio Mutti
In uno scritto sull’”espansionismo islamico” pubblicato su un periodico del cattolicesimo integralista abbiamo letto quanto segue: “Una menzione a parte merita la moschea di Roma, la cui prima richiesta di edificazione pervenne a Mussolini dallo Scià di Persia di allora. Si ama ripetere la risposta di Mussolini per cui sarebbe bastata l’autorizzazione a costruire una chiesa alla Mecca e il permesso sarebbe stato tosto accordato, ma una celebre foto di Mussolini che lo ritrae mentre brandisce la spada dell’Islam getta molta acqua su questa leggenda. Sembra invece che il personaggio non si fosse punto opposto all’edificazione di una moschea a Roma e che solo il deciso intervento di Pio XII, rimasto ‘costernato’ alla notizia, avesse fatto naufragare simili velleità”. L’informazione, desunta da un articolo del Turkish Daily News del 25 ottobre 2000 (che viene citato in nota), concorda in sostanza con quanto ci ebbe a dire nel 1978 un funzionario del Centro Islamico Culturale d’Italia, il principe afghano Hassan Amanullahi: il Duce gli avrebbe dichiarato che l’idea di erigere una moschea a Roma lo trovava entusiasta, ma la presenza del potere clericale rappresentava un ostacolo insormontabile. (Il principe Amanullahi contrapponeva la posizione filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell’epoca si era dichiarato contrario all’edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché riteneva che sarebbe diventata un covo di “estremisti palestinesi”).

Secondo Franco Cardini, prefatore di uno studio di Enrico Galoppini sui rapporti del Fascismo con l’Islam, l’interesse di Mussolini per l’Islam potrebbe avere “le sue più lontane ed autentiche radici nelle celebri pagine di elogio dell’Islam vergate da Nietzsche” (1). L’ipotesi di Cardini ci richiama alla memoria una lettera dello stesso Mussolini in cui è attestato il simultaneo interesse dello scrivente per Nietzsche e per l’Islam. Nell’aprile del 1913 infatti il direttore dell’Avanti! rispondeva a un invito della scrittrice anarchica Leda Rafanelli dicendole che tra breve le avrebbe fatto visita e che insieme avrebbero letto “Nietzsche e il Corano” (2). Leda Rafanelli (Pistoia 1880 – Genova 1971), come ricorda anche Renzo De Felice, era “una scrittrice libertaria seguace della religione musulmana” (3), la quale si era convertita all’Islam durante una permanenza in Egitto, più o meno nello stesso periodo in cui operava al Cairo un altro ex anarchico entrato a sua volta in Islam: quell’Enrico Insabato che diventerà consulente del governo fascista per le questioni islamiche. Fu dunque la Rafanelli, a quanto risulta dalle lettere di Mussolini pubblicate da quest’ultima dopo la guerra, la prima fonte informata e attendibile da cui Mussolini attinse le sue conoscenze in fatto di Islam. Un’altra donna, ben più autorevole della Rafanelli, vent’anni più tardi parlerà anch’essa dell’Islam con Mussolini. Sarà la “Sceriffa di Massaua”, Haleuia el-Morgani, discendente dell’Imam Alì e maestra (shaykha) di una confraternita iniziatica dell’Islam, la Tarîqa katmiyya. Dopo essere stata ricevuta dal Duce assieme ad altri dignitari musulmani, la “Sceriffa di Massaua”, autorità islamica di primo piano dell’Africa Orientale, dichiarerà pubblicamente: “Da quando Allah ha voluto che il Duce assumesse la protezione e la difesa dell’Islam, anche la Tarîqa ha assunto importanza maggiore nel quadro della vita religiosa dell’Impero. Nessuno è stato con la mia religione e con me così nobilmente largo di ogni aiuto quanto il Duce. Egli si è detto lieto e fortunato di conoscere in me la Sharîfa discendente del Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e lo conservi. Il Duce è nel cuore dei Musulmani di tutto il mondo perché è giusto, coraggioso, deciso e perché difende la loro fede”.
Fin dagli esordi della sua politica estera, il governo fascista aveva manifestato l’intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell’Italia coi paesi musulmani, e non solo con quelli dell’area mediterranea e dell’Africa orientale. Già nell’ottobre del 1923 il Duce volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno (4), la quale avrebbe dovuto studiare un piano di assistenza e, al contempo, cercare di attrarre nell’orbita fascista l’emiro riformatore Amânullâh, restio a rivolgersi agli ingombranti vicini britannici e sovietici.
Tuttavia, fino al 1930 il governo fascista non fu in grado di svolgere una “politica islamica” pienamente autonoma, per la semplice ragione che la politica estera di Roma nei confronti dei paesi musulmani dipendeva dall’andamento dei rapporti dell’Italia con la Gran Bretagna. Inoltre la “riconquista” della Libia, in corso in quegli anni, rendeva difficile un approccio politico dell’Italia nei confronti del mondo musulmano. Infine, l’influenza degli ambienti conservatori soffocava quelle tendenze ad una politica estera rivoluzionaria che erano vive presso gli elementi fascisti più dinamici.
Fu tra il 1930 e il 1936 che la politica islamica dell’Italia assunse un profilo più autonomo e un carattere più attivo. Nel 1930 fu inaugurata a Bari la Fiera del Levante. Nel 1933 e nel 1934 furono organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei GUF, due convegni degli studenti asiatici. Nel maggio del 1934 Radio Bari cominciò a trasmettere in lingua araba. Il 18 marzo del 1934 Mussolini aveva detto: “Gli obiettivi storici dell’Italia hanno due nomi: Asia ed Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardine che devono suscitare la volontà e l’interesse degli Italiani (…) Questi nostri obiettivi hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia. Di tutte le grandi potenze occidentali d’Europa, la più vicina all’Africa e all’Asia è l’Italia. Nessuno fraintenda la portata di questo compito secolare che io assegno a questa e alle generazioni italiane di domani. Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti, vicini e lontani, ma di un’espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l’Italia e le nazioni dell’Oriente mediato e immediato (…) L’Italia può far questo. Il suo posto nel Mediterraneo, mare che sta riprendendo la sua funzione storica di collegamento fra l’Oriente e l’Occidente, le dà questo diritto e le impone questo dovere. Non intendiamo rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non si industrino a bloccare da ogni parte l’espansione spirituale, politica, economica dell’Italia fascista”. Nel contesto di questa nuova politica estera si inserisce la creazione, nel giugno 1935 al Cairo, dell’Agenzia d’Egitto e d’Oriente, la quale, oltre ad avere le ordinarie funzioni di un’agenzia di stampa, svolgeva attività di penetrazione nel mondo dell’informazione araba, sovvenzionando giornali e giornalisti. Anche la nascita dell’Istituto per l’Oriente “si inserisce nel dibattito che attraversò quei settori dell’intellettualità nazionale interessata alle questioni orientali o più precisamente coloniali” (5).
La fase successiva della politica islamica del Fascismo si apre nel 1937, l’anno in cui Mussolini in Libia entra nelle moschee, rende omaggio alla tomba del mugiàhid Sidi Rafa, impugna la Spada dell’Islam (6), riceve gli elogi delle autorità islamiche (7) e nel discorso di Piazza del Castello proclama da parte sua: “L’Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell’Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all’Islam ed ai Musulmani del mondo intero”. Tuttavia ancora in questa fase, stando a De Felice, “negli intenti di Mussolini e di Ciano la carta araba” continuava ad essere considerata “moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco per un’effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra Roma e Londra; tanto è vero che, sull’onda delle speranze suscitate dalla conclusione degli ‘accordi di Pasqua’, Roma bloccò immediatamente gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali e moderò il tono delle trasmissioni di radio Bari” (8).
Dopo l’entrata in guerra, la politica islamica dell’Italia assumerà nella strategia mussoliniana “un valore permanente e non meramente strumentale” (9), caratterizzandosi e localizzandosi essenzialmente in relazione al Medio Oriente, poiché nel Nordafrica la condotta italiana sarà sempre, nonostante le migliori intenzioni del Fascismo, quella che Hitler ha deprecato nel suo testamento politico nei termini seguenti: “L’alleato italiano (…) ci ha impedito di condurre una politica rivoluzionaria nell’Africa del Nord (…) perché i nostri amici islamici d’un tratto hanno visto in noi i complici, volontari o involontari, dei loro oppressori” (10).
E’ dunque nel corso degli anni trenta che il rapporto tra il Fascismo e l’Islam si consolida notevolmente. La pubblicistica fascista di quegli anni ci mostra infatti tutta una serie di prese di posizione che vanno dal filoislamismo pragmatico e determinato da ragioni geopolitiche fino all’affermazione di una affinità dottrinale tra Fascismo e Islam. A tale proposito, accanto ad alcuni fatti isolati ma significativi, quali la comparsa di un libro in cui Gustavo Pesenti (ex comandante del contingente italiano in Palestina) assegna all’Italia una funzione mediterranea di “potenza islamica”(11), vanno segnalati soprattutto i numerosi e continui interventi della Vita Italiana (diretta da Giovanni Preziosi) a favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islam. Sulla rivista di Preziosi, Giovanni Tucci rilancia la formula di Essad Bey, secondo cui “il Fascismo può, in un certo senso, essere chiamato l’Islam del secolo ventesimo” (12), e aggiunge: “l’offerta della Spada dell’Islam al Duce è il documento più probatorio che l’Islam vede nel Fascismo un qualcosa d’assomigliante, un certo punto conclusivo con le proprie vedute. (…) Il Fascismo ha orientato la propria politica verso un indirizzo di sana e vigile consapevolezza, rispettando e tutelando credenze, tradizioni, usi, costumi. (…) Saggia politica che a poco a poco ha conquistato la simpatia e l’attenzione di tutto il mondo islamico (…) L’Islam s’indirizza verso la luce di Roma convinto come è della potenza e della saggezza della nuova Italia fascista per un desiderio dell’anima, riconoscente della grande comprensione che è il rispetto delle leggi del Profeta, della tradizione degli avi” (13). Con Fascismo e Islamismo, pubblicato a Tripoli di Libia nel 1938, Gino Cerbella ripropone la stessa tesi. E nel settembre del 1938, nel messaggio da lui rivolto all’ “Internazionale fascista” di Erfurt, il presidente dei CAUR Eugenio Coselschi si richiamava tra l’altro alla “saggezza del Corano” in opposizione alle “nefaste dottrine che propongono l’assoggettamento di tutte le nazioni e di tutte le razze alla tirannia di un’unica razza sottomessa alle prescrizioni del Talmud”(14). Si fanno insomma sempre più frequenti, nel corso degli anni trenta, i richiami ad una “costruttiva collaborazione fra due inestimabili forze spirituali quali il Fascismo e l’Islamismo” (15).
Tra quanti, sul versante italiano, operarono concretamente ai fini di tale collaborazione, ricordiamo qui soprattutto due personaggi: Enrico Insabato e Carlo Arturo Enderle. Il primo era stato direttore della rivista italo-araba Il Convito – An-Nâdî, uscita al Cairo dal 1904 al 1907, sulla quale erano apparsi scritti ispirati dallo shaykh Abd er-Rahmân Illaysh al-Kabîr (16), l’iniziatore di René Guénonal Sufismo. Fedele alla sua vocazione di mediatore tra l’Italia e il mondo musulmano, il dr. Enrico Insabato proseguirà anche negli anni della guerra mondiale il tentativo di allacciare il Fascismo all’Islam. Nell’aprile del 1940, un suo articolo sul n. 1 della rivista Albania si conclude con queste parole: “L’Islam albanese (…) va pertanto considerato nel suo giusto valore, oggi che l’Italia (…) ha saputo, col fascino della titanica figura di Benito Mussolini, inspirare in tutti i seguaci del Profeta Illetterato fiducia, speranza ed aspettazione”. Una sua opera, pubblicata a Roma l’anno seguente, reca questo titolo significativo: L’Islam vivente nel nuovo ordine mondiale.
Il prof. Carlo Arturo Enderle (Alì Ibn Giafar) era nato a Roma nel 1892 da genitori romeni e musulmani. Libero docente in psichiatria alla Regia Università di Roma, consulente neurologo dell’ONB, ex ufficiale medico, “fu uno dei più efficienti contatti segreti italiani che operarono con gli esponenti del nazionalismo arabo e del mondo islamico” (17). I rapporti del governo fascista con i nazionalisti siro-palestinesi Shekib Arslan e Ihsân al-Giabri, col segretario generale del Congresso panislamico Sayyid Ziyâ ed-Dîn Tabatabai e col Mufti di Gerusalemme Hâj Amîn al-Hussaynî erano stati curati inizialmente dal prof. Enderle e da un suo stretto collaboratore, il musulmano indiano Iqbal Shedai.
Le prese di posizioni filoislamiche degli intellettuali fascisti furono ampiamente ricambiate da parte musulmana. Il maggior poeta dell’India musulmana e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal (1877-1938), che nel 1932, prima di presiedere il Congresso Musulmano di Gerusalemme, era stato ricevuto dal Duce e aveva tenuto un discorso all’Accademia d’Italia, vede nel Fascismo una forza in lotta contro gli stessi nemici dell’Islam e dedica una poesia a Benito Mussolini, che “ha messo a nudo senza pietà i segreti della politica europea”. Parlando della rigenerazione dell’Italia all’insegna del Fascio littorio, nel 1935 Iqbal dice: “La nazione erede di Roma, vecchia di antiche forme, si è rinnovata ed è rinata, giovane. Nello spirito dell’Islam vibra oggi la medesima ansia”. Nel 1938 canta la definitiva sconfitta del materialismo classista “entro le mura antiche della grande Roma” e celebra la ricomparsa dell’Impero: “Alla stirpe di Cesare è riapparso il sogno imperiale di Cesare”.
Ma la più autorevole presa di posizione a favore di un’azione solidale dell’Islam e del Fascismo fu quella costantemente espressa dal Gran Muftì di Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî. La celebre fotografia che lo ritrae in visita al “Covo” di Via Paolo da Cannobio, il 17 aprile 1942, è emblematica di un’attività culminata con la proclamazione del gihàd e con la costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco dell’Italia e della Germania (18).
Note
1. F. Cardini, Introduzione a: E. Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2001, p. 5. Sulla presenza dell’Islam nell’opera di Nietzsche, cfr. C. Mutti, Avium voces, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1998, pp. 43-66.
2. L. Ravanelli, Una donna e Mussolini, Rizzoli, Milano 1946, p. 24.
3. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, Einaudi, Torino 1965, p. 136 nota.
4. La missione fallì a causa di uno scandalo suscitato dall’ing. Piperno, il quale cercò di sedurre una donna afghana. Piperno fu ucciso da un paio di fucilate mentre si trovava sul terrazzo della legazione italiana di Kabul, mentre sul gruppo degli italiani si riversò l’indignazione popolare.
5. M. Giro, L’Istituto per l’Oriente dalla fondazione alla seconda guerra mondiale, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986, p. 1139.
6. Alle domande che alcuni si sono poste circa la sorte della Spada dell’Islam donata a Mussolini, la risposta è stata data da Donna Rachele in un’intervista pubblicata postuma tre anni fa: la Spada dell’Islam, che il Duce conservava in una teca di vetro alla Rocca delle Caminate, fu democraticamente rubata durante l’assenza dei Mussolini, quando la Rocca venne devastata dagli antifascisti. “Hanno portato via tutto (…) perfino la culla di Romano” (L. Romersa, Benito e Rachele Mussolini nella tragedia, in “Storia Verità”, a. III, n. 17, sett.-ott. 1994, pp. 2-8).
7. Il Cadi di Apollonia tenne questo discorso: “Sia lodato Iddio, Che ha infuso il segreto del genio negli uomini di Sua elezione, affinché in loro si manifesti la Sua grandezza, superiore ad ogni concezione umana, e affinché attraverso questa manifestazione si possa arrivare a glorificare la Divinità. O Duce, la tua fama ha raggiunto tutto e tutti e le tue virtù vengono cantate dai vicini e dai lontani. La tua visita al sepolcro di questo Compagno del Profeta, su di lui benedizione e pace, verso cui sono protesi in atto di venerazione i cuori di tutti i Musulmani, raddoppia la nostra gratitudine per te e ci rivela un altro lato della tua grandezza, quella cioè che ti congiunge con gli spiriti dei grandi di tutte le epoche. Al Grande Creatore che ti ha rivelato il segreto di guidare l’Italia sul cammino della potenza e della gloria e che ti ha ispirato i sentimenti di affetto e di bene verso i Musulmani, nonché il rispetto delle loro tradizioni religiose, rivolgiamo le nostre preghiere nell’umile raccoglimento di chi sente tutta la Sua potenza e fervidamente crede nella Sua infinita misericordia, perché ti protegga, ti conservi e ti conceda di spiegare sul mondo intero lo stendardo della pace e dell’amicizia”. E il Cadi di Bengasi: “Benvenuto, o Duce, in questa città fedele e in questo antico tempio. I Musulmani di questo paese, che hanno seguito con profonda ammirazione le tappe del cammino trionfale percorso dall’Italia fascista sotto la tua guida e che hanno servito ai tuoi ordini con lealtà e con devozione, ti sono sinceramente grati per questa fausta visita che conferma la tua simpatia verso i Libici e il rispetto per la loro religione. Mi sento veramente fiero di rinnovarti a nome di tutti, sulla soglia di questo sacro luogo, la promessa assoluta di fedeltà, invocando il Signore Onnipotente e Generoso perché ti assista nel guidare l’Italia sulla via di una sempre maggiore grandezza. Egli ti conceda di vedere realizzata la tua volontà di portare il paese ad un livello superiore in tutti i campi, sì da offrire al mondo l’esempio di quanto l’Italia può fare per il bene dei popoli che essa accoglie nel suo grembo sotto il segno del Littorio, simbolo di giustizia e di umanità”.
8. R. De Felice, Il Fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, Il Mulino, Bologna 1988, p. 21.
9. R. De Felice, Op. cit.ibidem.
10. Le testament politique de Hitler, a cura di H.R. Trevor-Roper, Paris 1959, p. 61. Cfr. C. Mutti, Il nazismo e l’Islam, Barbarossa, Saluzzo 1986 e S. Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1988.
11. G. Pesenti, In Palestina e in Siria durante e dopo la Grande Guerra, Milano 1932, p. 12.
12. Essad Bey, Maometto, Firenze 1935, p. V.
13. G. Tucci, Il Fascismo e l’Islam, in “La Vita Italiana”, maggio 1937, pp. 597-601.
14. R. De Felice, Op. cit., p. 20, nota 12. Sui CAUR e i congressi di Erfurt cfr. M. Ledeen,L’internazionale fascista, Laterza, Bari 1973 e I. Motza, Corrispondenza col Welt-Dienst, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1996.
15. P. Balbis, rec. di G. Caniglia, La Tarica Katmia, in “Bibliografia fascista”, 1939, p. 194.
16. Biografia in: Michel Vâlsan, L’Islam e la funzione di René Guénon, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1985, pp. 87-93.
17. L. Goglia, Il Mufti e Mussolini: alcuni documenti italiani sui rapporti tra nazionalismo palestinese e fascismo negli anni trenta, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986., p. 1237, nota 39.
18. Sull’impegno militante del Muftì, si vedano i nostri articoli: Una vita per la Terrasanta, in “Storia del XX secolo”, 7, nov. 1995 e Il sangue contro l’oroibidem, 10, febbraio 1996.

Concerto di Jennifer Lopez in Marocco, critiche da parte del partito islamico PJD al governo:"un assalto ai valori del popolo"



L’esibizione di ieri di Jennifer Lopez al festival Mawazine di Rabat, carica di sensualità, ha contrariato il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Pjd, islamista), al governo in Marocco, tanto che il ministro delle Comunicazioni Mustafa Al Jalfi ha descritto come “inaccettabile” la sua trasmissione sulla televisione pubblica. 

C’era attesa per vedere se il concerto di JLo sarebbe stato “adattato” al pubblico marocchino, ma la cantante del Bronx ha offerto uno dei suoi show classici, a base di vestiti corti e sexy. Al Jalfi non ha direttamente criticato la cantante, ma ha scritto sul suo account Twitter che è “riprovevole e inaccettabile, oltre che contro la legge” che il suo spettacolo sia stato trasmesso sulla televisione pubblica 2M. 
Anche il deputato del Pjd Abdessamad Al Idrissi si è scagliato contro il festival Mawazine, che ha portato nel Paese una carrellata unica di star, come Shakira, Rihanna, Ricky Martin e Justin Timberlake. Su Facebook Al Idrissi ha scritto: “Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a questa vergogna, un assalto ai valori del popolo e della nazione”. Il deputato è andato anche oltre, facendo riferimento al patrocinio del re Mohammed VI al festival: “Il patrocinio non può in alcun modo essere una ragione per impedirci di dire che Mawazine è una violazione della pubblica decenza”. Anche un altro ministro del Pjd, Aziz Rabbah, aveva in precedenza attaccato il festival: “Il Marocco è un Paese aperto - aveva affermato -, ma ha dei valori, gli artisti non possono venire da noi e mostrarsi svestiti”.  

Luoghi santi e Stati più o meno islamici: un’analisi comparata

Di  Manlio Triggiani
E’ un dato incontrovertibile: la religione ha il suo ruolo nell’ambito della geopolitica, dal punto di vista della mobilitazione delle coscienze, dell’appartenenza e quindi anche come fattore di identità. Il dossario dell’ultimo numero della rivista Eurasia (n. 4, pagg. 223, euro 18; www.eurasia-rivista.org) è dedicato al tema “Luoghi santi e ‘Stato islamico’” ed è composto da due parti: una in cui sono descritti alcuni luoghi santi e l’altra che analizza il concetto di “Stato islamico”.
Nell’editoriale il direttore Claudio Mutti sottolinea, partendo dalle analisi del giurista Carl Schmitt, che “tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati” (cfr. Teologia politica). Da ciò discende che la geopolitica potrebbe rappresentare la derivazione secolarizzata di concetti teologici legati a una sorta di “geografia sacra”. Mutti si richiama a Guénon per esplicare come, separando da principii superiori le scienze moderne, non si fa altro che privarle del loro senso profondo. Per questo Mutti pone al centro di questo interessante fascicolo di geopolitica il tema dei luoghi sacri, dei centri religiosi, tradizionali, di città sante, insomma di “centri di forze”, per dirla con Evola e Guénon. Non a caso proprio questi luoghi di culto e i monumenti religiosi sono considerati obiettivi da distruggere da parte dei miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi che hanno devastato città, moschee sunnite e sciite, pregiate testimonianze dell’arte mesopotamica, chiese cristiane antiche, case di profeti ecc., tutti da loro considerati luoghi di politeismo e apostasia.
Luoghi santi e “Stato Islamico”

Quindi vengono passati in rassegna luoghi sacri come Eleusi a Varanasi (più nota nella dizione inglese Benares), i vari centri spirituali della Russia ortodossa, i luoghi sacri degli Sciti, Urfa, Mecca, Santiago de Compostela. Nell’analisi del concetto di Stato islamico interviene Spartaco Puttini, mentre J.-M. Vernochet e Gilles Munier, docenti universitari ed esperti di geopolitica, affrontano le radici ideologiche e i “misteri” dello Stato islamico dimostrando che si tratta di una realtà estranea, dal punto di vista teologico, all’Islam richiamandosi in realtà all’eterodossia wahabita che da tempo intacca l’Islam sunnita. Sono anche descritti i principali capi dello Stato islamico. Il redattore Enrico Galoppini analizza un problema cruciale: quello della necessità di cambio di mentalità delle forze armate e, soprattutto, di una preparazione in grado di portare la fanteria dei Paesi occidentali a combattere sul campo lo Stato islamico.

Egitto:cristiani e musulmani marciano insieme contro l'egemonia islamista

Manifesto con croce e luna crescente e scritta “Gli Egiziani una mano sola”


"Fra cristiani e musulmani non vi è alcuna divisione, entrambe le comunità sono per l'unità di tutti gli egiziani". È quanto afferma ad AsiaNews Magdi Mina, 27 anni, portavoce del Maspero Youth Union, organizzazione per i diritti umani che opera nel Paese. Al grido "musulmani e copti mano nella mano per costruire una nuova alba" e "copti e musulmani sono figli dell'Egitto", oltre 5mila egiziani hanno manifestato lo scorso 9 aprile contro l'attacco alla cattedrale. L'attivista, fra gli organizzatori della marcia, racconta le recenti violenze avvenute lo scorso 7 aprile davanti alla cattedrale copta ortodossa di San Marco, e critica gli articoli comparsi in questi giorni che accusano i copti di aver attaccato per primi costringendo la polizia ad intervenire.

"L'attacco - afferma - è stato lanciato da alcune persone che si sono infiltrate nel corteo funebre per i quattro cristiani morti in un precedente sconto nel sobborgo di al-Khosoos. I teppisti hanno iniziato a lanciare pietre e bombe molotov contro di noi. La polizia ha risposto lanciando lacrimogeni dentro la cattedrale, ma alcuni hanno sparato uccidendo due persone". Per Magdi Mina i Fratelli Musulmani, fra tutti il presidente Morsi, continuano a mentire sostenendo la loro completa estraneità ai fatti e dichiarando il loro appoggio morale ai cristiani.

"Sappiamo - continua l'attivista - che molti dei loro affiliati hanno scritto articoli in cui affermano che sono stati i cristiani ad attaccare per primi. Io ero presente e non è andata assolutamente come alcuni giornali fanno credere". In protesta contro il regime, lo scorso 9 aprile diversi deputati cristiani si sono dimessi dal Consiglio della Shura a maggioranza islamista.

Partita alle cinque del pomeriggio nel centro del Cairo, la marcia si è snodata fino al sagrato della cattedrale copta. L'evento è stato organizzato dal Maspero Youth Union e altri movimenti sorti dopo la rivoluzione. Alla manifestazione ha partecipato anche molta gente comune, soprattutto musulmani. Essi hanno scelto di scendere in piazza per mostrare la propria solidarietà ad amici, colleghi, vicini di casa cristiani. Uno di loro, Hisham el-Shazly, musulmano, afferma: "Ho giurato a me stesso che sarei sceso in piazza oggi. I miei vicini sono copti e non potevo non far vedere loro la mia faccia". L'uomo dichiara che "non ci sono argomenti che dividono cristiani e musulmani, tutti siamo abitanti di questo Paese. I cristiani non sono alleati dei musulmani, gli alleati possono andarsene, i cristiani sono come noi abitanti dell'Egitto. Ma questo regime sta cercando di dividere fratelli e sorelle, padri e figli". Secondo el-Shazly il regime vuole mettere le comunità una contro l'altra per guadagnare potere e mantenere il controllo sul Paese: "In questi giorni ho detto ai miei amici di aprire gli occhi perché non vi è alcuna differenza fra cristiani e musulmani".

Fonte:http://www.asianews.it/notizie-it/Cristiani-e-musulmani-marciano-insieme-contro-l'egemonia-islamista-27624.html

La guerra dell’Occidente alla Siria



Fonte:http://www.beppegrillo.it/2012/09/la_guerra_delloccidente_alla_siria.html

Intervista a Massimo Fini


I propri valori non sono assoluti

Ciao, sono Massimo Fini, sono uno scrittore e giornalista. In Siria si riproduce esattamente la situazione libica. C’è effettivamente un malcontento in Siria dopo tanti anni di dittatura di Assad, ma sono stati mandati, come sono stati mandati in Libia, agenti provocatori inglesi, francesi, fornite le armi a questi rivoltosi e può finire più o meno come è finita in Libia, dove solo un dittatore poteva tenere insieme realtà tribali infinite, realtà tribali religiose, etniche completamente diverse, è un po’ come era in Iraq con Saddam, perché l’Iraq è stata un’invenzione cervellotica degli inglesi, hanno messo insieme tre comunità che non avevano niente a che vedere tra di loro: curdi, sunniti e sciiti e quindi solo un potere molto forte, in questo caso particolarmente sanguinario.
Adesso c’è una lotta tra sunniti e sciiti. A parte il fatto che gli americani hanno regalato parte dell’Iraq all’Iran, sono la maggioranza degli sciiti, contraddicendo una politica di 25 anni anti-iraniana. Lo schema è lo stesso e credo che l’esito sarà più o meno lo stesso. L’attacco alla Siria ha un interesse maggiore per il cosiddetto Occidente perché è un preludio all’attacco all’Iran che nella visione occidentale, non si capisce bene perché, è il capostipite dell’asse del male, semplicemente perché è un modo diverso, un mondo diverso, c’è una teocrazia che non è una democrazia, ma non è neanche una dittatura.
Per quanto riguarda le manifestazioni che in questi giorni si susseguono, questo documentario (su Maometto, ndr) è semplicemente una scintilla, un pretesto. C’è in giro, ed è ovvio, un odio antiamericano per le ingerenze continue e costanti dell’America e di tutto l’Occidente. In realtà la cosa non è di oggi, è circa un secolo che l’Occidente si inserisce in quel mondo. Dopo gli attentati terroristici a Londra, il sindaco di Londra che si chiamava Livingstone “il Rosso”, molto amato dai suoi cittadini dice: “Sì, gli attentati terroristici sono una cosa terribile, inaccettabile, ma se la Gran Bretagna avesse dovuto subire 100 anni di ingerenze dal mondo musulmano, credo che io sarei un terrorista britannico”.
Certamente il problema è che continuamente, sia dal punto di vista proprio militare che economico - perché naturalmente abbiamo interessi etc., - ma anche dal punto di vista ideologico continuiamo a premere su questo mondo, perché si omologhi al nostro. La questione della donna è esemplare, si vorrebbe che la donna musulmana diventasse come quella occidentale. Ora il mondo musulmano si regge su un particolare ruolo della donna, è la loro storia, potranno cambiarla, forse, ma devono cambiarsela loro, non noi imporgliela, è come se un ipotetico Ayatollah venisse qui e dicesse: “Voi non avete nessun rispetto della dignità della donna, perché la esibite a pezzi e bocconi in pubblicità, nei film etc., la vendete come quarti di bue in macelleria”, noi gli diremmo: “Caro Ayatollah, il problema, ammesso che sia un problema, ce lo risolviamo noi, non sei tu che devi venire a insegnarcelo!”.
Oltre al fatto delle armi, degli interessi, parlo per l’Occidente in buonafede, c’è questa convinzione di avere i valori migliori, i valori assoluti, che abbiamo non solo il diritto, ma il dovere di portare agli altri mondi, ai mondi altri, diversi dal nostro, che è una concezione assolutamente totalitaria, tanto più grave perché viene da un mondo che si dice e si crede liberale – democratico. E’ molto ingenuo pensare che i propri valori, perché propri, sono assoluti e i migliori, anche un Nuer del sud del Sudan potrebbe dire la stessa cosa… C’è questa continua invadenza del mondo occidentale nei mondi altri, l’Africa in questo modo è stata distrutta perché i neri africani avevano culture molto raffinate, belle, ma non essendo monoteisti, erano anche fragili da un certo punto di vista, l’Islam che ha una cultura molto forte cerca di resistere.
Questo lo dico, non ho nessuna particolare simpatia per la cupa religione musulmana, non ho simpatia per nessuna delle tre grandi religioni monoteiste, però questi hanno una forza che i neri del centro Africa non avevano e quindi tentano di resistere.
Quindi quali potrebbero essere i tempi o cosa dovrebbe succedere? Lo diceva persino Luttwak, giornalista americano molto vicino alla CIA, in un’intervista alla stampa dell’altro giorno che gli occidentali dovrebbero smetterla di ingerirsi nelle vicende del mondo arabo – musulmano. Poi c’è la vicenda gravissima dell’Afghanistan che non viene quasi considerata, perché gli afgani sono sì musulmani, ma non sono né arabi, né cristiani, né ebrei, quindi se ne può fare carne di porco. L’altro giorno dei droni hanno scambiato delle donne che stavano raccogliendo nel bosco, nella foresta, mi pare che stessero raccogliendo pinoli, per un gruppo di talebani. Hanno sparato e ne hanno uccise 13, noi siamo i grandi difensori della dignità della donna, non mi sembra un buon modo per difendere la donna, poi questo avviene perché siamo diventati talmente vigliacchi che non mandiamo fuori le truppe di terra, lì la cosa è avvenuta perché c’è un attacco talebano a un avamposto, mandiamo fuori gli aerei e sempre più spesso i droni che sono aerei senza pilota, senza equipaggio, comandati a 10 mila chilometri di distanza e facciamo queste cose.

Tu hai il petrolio, io lo voglio!

Per gli afgani questo modo di combattere è talmente vigliacco che per loro è inconcepibile e quindi ha compattato intorno ai talebani anche gente che talebana non era affatto, per cui sono diventati moltissimi, oggi praticamente quasi tutto il popolo afgano. Questo modo di combattere è una delle ragioni per cui l’Occidente sta perdendo la guerra in Afghanistan.
C’è un bel libro di Pellizzari che si intitola “La battaglia al tempo delle more” che racconta molto bene - lui è stato sul campo a lungo dal 1974 inviato de “Il Messaggero” come questa mentalità occidentale si scontri con un’altra mentalità che è completamente diversa
e che noi non riusciamo assolutamente a capire e è il motivo per cui tutti gli eserciti, anche più forti britannico, sovietico, adesso questo occidentale, poi finiscono per essere sconfitti, qui ci vorrà più tempo perché la sproporzione di armi tra i due schieramenti, questi hanno le armi, è un esercito robotico, ipertecnologico, ipersofisticato.
La mia generazione è costretta a rimpiangere tutto, anche la vecchia Unione Sovietica, nel senso che l’Unione Sovietica faceva da contraltare. Le due superpotenze in qualche maniera si paralizzavano a vicenda. Se voi notate dal 1989 da quando crolla l’impero sovietico, gli Stati Uniti e gli occidentali hanno inanellato 8 guerre, prima Guerra del Golfo, Bosnia, guerra alla Serbia, tra le più incomprensibili, almeno per noi europei, Afghanistan, Iraq, Somalia, poi ancora Somalia attraverso l’Etiopia e poi la Libia, poi adesso si preparano a attaccare in qualche modo la Siria e poi come obiettivo finale c’è l’Iran.
C’è il fatto che essendo il mondo occidentale assolutamente in crisi, non solo economica, ma in crisi totale di valori, la guerra è da sempre uno dei modi per uscire da una crisi economica. L’industria bellica è un volano dell’economia, loro hanno bisogno di svuotare arsenali sulla pelle della gente, degli uomini, delle donne, dei bambini, non gliene frega assolutamente un cazzo alla cultura superiore. Quello che fa orrore in tutta questa faccenda è che se fosse una sana politica di potenza, dichiarata come tale: “Tu hai il petrolio, io lo voglio!” E’ sempre mascherata invece da principi etici, principi morali, è l’ipocrisia di queste guerre che secondo me è la cosa più ripugnante!
Noi facciamo la guerra con cattiva coscienza, non la dichiariamo, la chiamiamo in altro modo per azioni umanitarie, non credo che le persone ci caschino più. Questo è ciò che fanno le leadership occidentali, prendiamo l’Italia, c’è un art. 11 che è chiarissimo che noi ripudiamo la guerra, a meno che non sia di difesa, naturalmente, come è ovvio, com’è giusto e siamo in Afghanistan con 4.200 soldati, facciamo guerre di aggressione che non potremmo fare secondo Costituzione, ma la Costituzione è in realtà una carta straccia che si manipola come si vuole, che credo sia uno dei motivi della serpeggiante rivolta in Italia contro la politica.
La libertà ha un valore se si conquista con le proprie mani, la rivoluzione libica è fallita perché in realtà non l’hanno conquistata i rivoltosi, l’hanno conquistata i bombardieri Nato, nel caso della Siria se c’è una guerra civile, a un certo punto chi ha veramente l’appoggio della popolazione finisce per prevalere, quindi è una forma in realtà molto più democratica, se vogliamo, a un certo punto si assesta in qualche modo. Così non si assesta niente, cova sempre qualcosa sotto, è come è successo in Egitto, in Egitto c’era un’autentica rivolta popolare, è stata trasformata in un golpe militare, poi adesso è stato eletto questo fratello musulmano il quale però non è libero di muoversi, siccome l’esercito egiziano riceve finanziamenti enormi dagli Stati Uniti, è una specie di duarchia.
Se l’Egitto o la Tunisia o qualsiasi altro Paese di quell’area si sente musulmano, è musulmano, Finché questi non ci attaccano, non c’è nessuna ragione di attaccare, che poi è la teoria della guerra preventiva di Bush.

Libia, la deriva occidentale

Di Giuliana Sgrena
Bengasi è nota per essere la piazza più sensibile alle provocazioni occidentali. Qui è iniziata la rivolta contro Gheddafi, prima pacifica poi militare e infine inquinata da noti elementi jihadisti e qaedisti, protagonisti della guerra santa in tutti i paesi che vanno dalla Somalia fino all'Afghanistan, passando per la Siria. Dunque un terreno minato. 
Allora sorge inevitabile una domanda: come mai l'ambasciatore Usa Chris Stevens, noto conoscitore del mondo arabo e della sua cultura oltre che della Libia, si trovava a Bengasi proprio l'11 settembre?
Le voci su un possibile attentato a target americani in occasione dell'anniversario dell'attacco alle Torri gemelle preoccupava tutti i servizi segreti e le cancellerie. E quelli americani? Che hanno contribuito con il loro intervento a creare quella miscela esplosiva che sta incendiando tutta l'area? 
Le ambasciate americane ora sono sotto tiro a Tripoli, al Cairo e a Tunisi, le capitali le cui nuove leadership sono state riconosciute dagli Usa. Egitto e Tunisia sono in mano ai Fratelli musulmani che invece non hanno vinto a Tripoli, dove, si è detto, hanno trionfato i «liberali». Liberisti in economia come lo sono Morsi e Ghannouchi, ma forse ci si è dimenticato che il primo atto del libico Jibril dopo la caduta di Gheddafi è stato quello di proclamare la sharia, legge coranica. In Libia nessuna forza si è mai definita secolare: la contaminazione tra politica e religione non ha escluso la Libia.
L'occidente continua a ritenere l'islamismo un interlocutore affidabile se «moderato» e condanna quello radicale, così facendo forze che fino a ieri erano sulla lista nera del terrorismo appena raggiungono il potere diventano fedeli alleati. Nessuno, o pochi, tra gli osservatori occidentali si è posto il problema di come sono state vinte dagli islamisti le elezioni nei paesi delle rivoluzioni arabe: l'analisi richiederebbe tempo e spazio, ma uno degli elementi determinanti è stato l'aiuto e il finanziamento arrivati dall'Arabia saudita e dal Qatar (fondamentalisti, ma amici dell'occidente). Sono gli stessi petrodollari che hanno finanziano i mercenari in Libia e che ora finanziano quelli che combattono in Siria. L'Arabia Saudita insieme agli americani appoggiava alla loro nascita i Taleban e prima ancora i jihadisti addestrati da Bin Laden. 
Ma la storia non sembra insegnare nulla. Ora quei «mostri» creati per combattere il comunismo negli anni '80 hanno acquisito strumenti sofisticati per fomentare quando vogliono l'odio anti-occidentale, estraneo alle rivoluzioni arabe. 
Possibile che un film porno spazzatura uscito un anno fa negli Usa provochi manifestazioni proprio l'11 settembre? È possibile se a diffonderlo è una tv salafita egiziana. Provocatori? Forse, ma lo è anche chi ha prodotto il film ben sapendo quale uso ne sarebbe stato fatto magari sperando proprio che ciò accadesse durante la campagna elettorale americana. Perché i fondamentalisti religiosi non ci sono solo nei paesi musulmani ma anche nella democraticissima America e sono altrettanto feroci.
Se i corani bruciati a Bagram hanno interrotto i negoziati tra Taleban e Usa, forse era quello che volevano gli studenti di teologia sicuri di arrivare al potere anche senza trattative dopo il ritiro americano nel 2014.
L'occidente ha appoggiato le vittorie islamiste senza calcolare che quando la religione si fa potere ogni sprediudicatezza è possibile, anche che i salafiti tunisini diventino il braccio armato di Ennahda, e così via in tutti i paesi vicini. La contiguità tra religione e politica crea alleanze diaboliche. 
Obama può vantare l'eliminazione di Osama bin Laden, ma è ben poco nel momento in cui la rete qaedista dai mille tentacoli si sta estendendo dall'Asia al Medio oriente e fino a tutta l'area sahariana da dove tiene sotto scacco Mashreq e Maghreb.

Pakistan, la legge sulla blasfemia al servizio di interessi politici ed economici


http://geopoliticamente.wordpress.com/2012/09/09/pakistan-la-legge-sulla-blasfemia-al-servizio-di-interessi-politici-ed-economici/
Alla fine Rimsha, la bimba cristiana con disabilità mentale, arrestata in Pakistan per blasfemìa, è stata liberata su cauzione dietro garanzia di un milione di rupie, pari a 8.360 euro. La bambina dovrà però affrontare un processo anche se il suo accusatore, un imam, è finito in carcere per aver manipolato le prove.
Il suo caso ha suscitato molto clamore sia in Pakistan che all’estero, riproponendo il tema della legge sulla blasfemia. Fin dalla sua entrata in vigore nel 1986, la norma è stata utilizzata per diffondere la violenza e per incutere il terrore.
E’ proprio questo l’aspetto più preoccupante dei tanti problemi sociali che derivano da questa legge: la libera autorizzazione dell’incitamento all’odio, in particolare tra le minoranze. Ne è la dimostrazione il premio in denaro che due anni fa fu messo a disposizione da un certo esponente religioso a favore di chi avesse ucciso Asia Bibi.

Per indagare sulle origini della legge, è necessario risalire alle origini del Pakistan. Il quale non è una nazione, ma un’accozzaglia di popolazioni troppo disparate e separate per percepirsi come parte di un unico Stato. Perché il Pakistan fu creato, in sostanza, come il negativo algebrico dell’India. Ricavato per sottrazione dalla parte del subcontinente indiano a prevalenza hindu, il Pakistan fu il risultato della competizione e del conflitto fra i nativi convertiti all’islam e chi non lo era, in un sistema sociale dove le identità tribali ed etniche erano più forti di qualunque altro legame, cittadinanza compresa. La mancanza di un senso condiviso di appartenenza nazionale avrebbe trovato, non tanto nelle intenzioni del fondatore del Paese, Mohammad Ali Jinnah, quanto in quelle del primo ministro Zulfiqar Ali Bhutto e del suo successore Zia-ul-Haq, un imperfetto surrogato nell’identità religiosa. Fu soprattutto quest’ultimo, salito al potere dopo un colpo di Stato enl 1977, a cercare una soluzione definitiva alla questione del senso e dell’identità del Pakistan. Così ebbe inizio un progetto decennale volto a riscrivere la storia del Pakistan e a definire ogni aspetto della vita sociale sulla base della shari’a. Il risultato è che in una generazione il Pakistan si è trasformato da Paese a prevalenza musulmana moderata in uno nel quale i più volevano che l’islam giocasse un ruolo chiave in politica. Un’indagine della worldpublicopinion.org stabiliva nel 2008 che il 54% dei pakistani voleva un’applicazione restrittiva della shari’a, mentre il 25% preferiva una versione meno rigida. Ed è in questo 79% troviamo i sostenitori della controversa legge sulla blasfemia.
Secondo Lisa Curtis, autrice di La blasfemia come arma di distruzione di massa, pubblicato su Oasis (da leggere tutto):

    In Pakistan la società sta diventando meno tollerante e più sensibile agli obiettivi degli estremisti islamisti che cercano di invertire il corso del progresso economico e democratico e distruggere le fondamenta del Paese in quanto Stato multietnico e multireligioso. Fondato nel 1947 come patria per i musulmani dell’Asia meridionale dopo la fine del dominio coloniale britannico sul sub-continente indiano, l’identità del Pakistan come Repubblica islamica ha radici profonde. Il padre fondatore del Pakistan, Muhammad Ali Jinnah, sostenne l’idea dell’Islam come forza unificante ma non aveva previsto che il Paese avrebbe conosciuto un’evoluzione verso lo Stato teocratico.
    …
    In seguito all’omicidio di Taseer diverse centinaia di religiosi pakistani hanno sottoscritto una dichiarazione che giustificava l’omicidio e metteva in guardia i pakistani dal portare il lutto per la morte del Governatore.
    Quando, due mesi più tardi, il Ministro degli Affari delle Minoranze Shahbaz Bhatti è stato ucciso da due estremisti per la stessa ragione (il sostegno alla riforma delle leggi sulla blasfemia), la maggior parte degli uomini pubblici pakistani è rimasta in silenzio, temendo ritorsioni analoghe. Soccombendo a violente intimidazioni, il governo del Partito Popolare del Pakistan, guidato dal Presidente Asif Ali Zardari, ha chiesto alla parlamentare Sherry Rehman di ritirare un emendamento legislativo che proponeva modifiche alla legge sulla blasfemia. Il Primo Ministro pakistano Yousaf Raza Gilani ha dichiarato fermamente che non sarebbe stata apportata alcuna modifica alla legge sulla blasfemia. Bhatti aveva lavorato instancabilmente per portare all’attenzione pubblica i problemi delle minoranze religiose e promuovere la tolleranza.
    La debole risposta del governo e la mancata indignazione pubblica per gli assassini del Governatore e del Ministro incoraggeranno verosimilmente gli estremisti islamisti nel loro tentativo di soffocare la libertà di parola e di espressione politica e di estromettere i moderati dalla battaglia per l’identità del Pakistan. Anche se Taseer e Bhatti avevano semplicemente consigliato di emendare le leggi sulla blasfemia per proteggere le comunità minoritarie, la linea dura degli islamisti ha presentato questo loro sforzo come un insulto al Profeta Muhammad.
    …
    L’ascesa dell’estremismo in Pakistan è stata agevolata anche dalle exclusionary laws[3] e dalla proliferazione di materiale che istiga all’odio verso le minoranze, nei programmi delle scuole pubbliche e private. Diversi studi hanno documentato un’ampia connessione tra madrasa (scuola religiosa islamica), educazione, propensione all’intolleranza di genere, religiosa, settaria, e violenza militante [4].
    …
    I cristiani sono spesso gli obiettivi della legge sulla blasfemia, alla quale ricorrono eventuali avversari per risolvere a loro vantaggio affari o controversie locali.
    …
    Anche la comunità minoritaria ahmadi soffre gravemente a causa della crescente cultura d’intolleranza religiosa in Pakistan.
    …
    Anche i principali luoghi religiosi musulmani in Pakistan sono caduti preda della cultura dell’intolleranza e della violenza. In uno sforzo probabilmente volto a provocare uno scontro settario e a mostrare la debolezza del Governo nel garantire la sicurezza dei cittadini comuni, i militanti hanno compiuto attentati suicidi nei santuari sufi di tutto il Pakistan.

Non è tutto. Lettera43 propone una ricostruzione della vicenda di Rimsha, mettendone in luce le ambiguità e le contraddizioni. Ma la parte più interessante viene dopo. al di là delle radici ideologiche, l’uso strumentale - e fin troppo disinvolto – della legge sulla blasfemia nasconde motivazioni molto, molto terrene:

    Nella storia recente, in Pakistan questo controverso reato è stato spesso usato per colpire bersagli politici ben precisi. Nel 2009, per esempio, la legge si guadagnò le prime pagine dei giornali mondiali per il caso di Asia Bibi: la contadina cristiana accusata di blasfemia e tuttora in carcere, condannata all’impiccagione.
    …
    Asia era una lavoratrice agricola, di una delle regioni più fertili e produttive della terra.
    Se ‘bene’ utilizzati, i commi 295b e 295c del Codice penale pakistano sulla blasfemia permettono all’establishment religioso del Paese, in connivenza con malavita e signorotti locali, di liberarsi di personaggi progressisti o, semplicemente, di aizzare scontri interreligiosi, per sfollare le minoranze e appropriarsi dei loro terreni.
    LA MANO DELLA MAFIA. Anche dietro l’incarcerazione di Rimsha ci sarebbe la caccia agli appalti per lo sviluppo edilizio dello slum dove vive la comunità cristiana della ragazzina: un suolo che la mafia sarebbe decisa ad accaparrarsi ad ogni costo.
    In Pakistan, i casi di persecuzioni di cristiani e avversari politici per presunta blasfemia del Corano si sprecano, anche se i giudici, per questo reato, non hanno mai applicato la pena capitale.
    Solo nel 2011, secondo un rapporto dell’ong Asian Human Rights Commission, le persone processate per oltraggio a Profeta sarebbero almeno 161.
    «Nel 95% dei casi», ha raccontato sotto anonimato un avvocato musulmano all’agenzia vaticana Fides, le accuse sarebbero «false».
    LINCIATI DALLE FOLLE. Non si hanno dati precisi sulla percentuale di non musulmani incriminati ma, secondo fonti d’informazione vicine alla chiesa evangelica, si stimano essere intorno al 50%. Nel Paese, le minoranze religiose costituiscono circa il 3% della popolazione totale e sono proprio i cristiani, insieme con gli indù, a essere i bersagli più presi di mira.
    Anche in caso di assoluzione piena dei tribunali, spesso l’onta della blasfemia perseguita gli accusati anche fuori dall’aula.
    Non di raro, i cittadini scampati alla gogna di Stato vengono uccisi in attentati o linciati dalle folle di musulmani inferociti, decisi a portare a compimento la propria giustizia in nome di una legge voluta dagli uomini per proteggere i propri interessi. Nel nome strumentale di Dio.

Sulla situazione dei cristiani in Pakistan, si veda infine il dossier su Asia News.

Primavera araba e inverno cristiano. L’ipocrisia della “marmaglia” che governa l’occidente

Di Juan Manuel De Prada
Quando, in un brumoso futuro, qualche storico desideri spiegare un fenomeno cosí gigantesco come il crollo della civiltá occidentale, non potrà evitare di fare riferimento al sostegno dato dalla marmaglia che governa l’Occidente alla cosiddetta “primavera araba”. All’inizio esaltarono questo movimiento pan-islamico presentandolo alla povera gente rincretinita come una spontanea fioritura democratica che univa le volontà e oltrepassava le frontiere (risum teneatis), grazie alle cosiddette reti sociali.
Nemmeno un poppante si sarebbe bevuto una simile fandonia, eppure per mesi i mezzi di rincretinimento di massa ripetettero la medesima solfa, assicurandoci che quelle rivolte rappresentavano  l’esplosione di un anelito collettivo di “libertà” (parola da pronunciare con espressione di estasi orgasmica).
Quando la fandonia riuscí a incistarsi nelle meningi della povera gente rincretinita, la marmaglia che governa l’Occidente si mobilitò per prestare sostegno ai ribelli, con la stessa mancanza di scrupoli che prima aveva dimostrato appoggiando i tirannucci che quegli stessi ribelli volevano rovesciare. In fin dei conti, se il motivo del loro appoggio ai tirannucci non era altro che quello di riempirsi le tasche, perché non avrebbero dovuto sostenere adesso quei ribelli che promettono loro di continuare a foraggiarli, se inoltre possono avvolgere i loro sporchi fini nella bandiera dei diritti umani e della democrazia? Infine, in quei paesi musulmani dove i ribelli non riuscivano a vincere, la marmaglia che governa l’Occidente intervenne, a volte di soppiatto, a volte in maniera sfacciata, con ogni tipo di strumento, dal ricatto degli organismi internazionali fino alle bombette lanciate pigiando il telecomando.
L’ultimo capitolo di questa ignominosa storia sta ancora scodinzolando in Siria, dove il tirannuccio Bashar Al Assad sta per essere deposto, dopo scontri crudelissimi che i mezzi di rincretinimento di massa hanno presentato come un massacro indiscriminato e unilaterale voluto dal tirannuccio. Curiosamente, la Siria ‒ come prima Irak, Libia ed Egitto ‒ era uno dei pochi paesi islamici dove la fede cristiana era tollerata, con più o meno benevolenza, e il suo culto pubblico era garantito dalle autorità.
Curiosamente, dopo la “spontanea fioritura democratica” applaudita ed auspicata dall’Occidente, i cristiani hanno cominciato a essere perseguitati senza tregua, condannandoli alla diaspora e frequentemente martirizzandoli. Però, di questo martirio quotidiano i mezzi di rincretinimento di massa non dicono  nulla; o, quando dicono qualcosa, lo avvolgono con panni confusi e che confondono, spiegandolo come il risultato di conflitti secolari. La verità è un’altra: ciò che quei movimenti riuniti sotto la floreale etichetta di “primavera araba” desiderano non è la democrazia (sistema di governo che considerano decrepito e blasfemo, anche se ne accettano l’apparenza formale), ma bensí la restaurazione della “umma” o comunità di maomettani sotto l’egida della stessa fede, che i regimi dei tirannucci stavano ostacolando.
“Umma” che, senza alcun dubbio, si otterrá mediante l’imposizione della “sharia” o legge islámica e la persecuzione  a ferro e fuoco  degli “infedeli”. Questo è, più o meno, ciò che sta fomentando il cripto-musulmano Obama e tutta la coorte di lacché europei, agghindati e mascherati da paladini dei diritti umani e apostoli della democrazia. Questa allenza apostata e neopagana con l’Islam più sfrenatamente cristofobico ci ricorda ogni giorno un po’ di più quel passaggio dell’Apocalisse in cui si narra la visione della Bestia della Terra e la Bestia del Mare. Meno male che la povera gente rincretinita, distratta dalle reti social, ormai non legge più l’Apocalisse.

Juan Manuel De Prada, tratto da religionenlibertad, tradotto da Edie Liccioli per corrispondenzaromana.it.

 http://www.iljester.it/primavera-araba-e-inverno-cristiano-lipocrisia-della-marmaglia-che-governa-loccidente.html

Cantano e ridono dopo il lavoro in Arabia, due hostess di Meridiana fly sospese

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Di Costanza Bonacossa
Ridere e cantare in pubblico è un evidente pregiudizio per l’azienda. Per questo due assistenti di volo della compagnia aerea sarda Meridiana fly si sono viste recapitare una contestazione disciplinare e sono state sospese dall’attività lavorativa per avere “osato” ridere e cantare durante un trasferimento in pick-up dall’aeroporto all’hotel. Siamo a Jeddah, una delle più grandi città dell’Arabia Saudita, paese dove vigono le rigide regole della sharia, la “legge di dio” per i musulmani più intransigenti. Ma si dà il caso che le due hostess siano italianissime e dipendenti della compagnia aerea Meridiana fly, azienda fondata dal principe ismaelita Karim Aga Khan che ha chiuso un contratto di “wet lease”, ovvero ha affittato aereo più equipaggio alla compagnia di bandiera algerina Air Algerie.
Il presunto fattaccio – le due infatti respingono con forza ogni addebito – è accaduto i primi di agosto durante un trasferimento dall’aeroporto King Abdulaziz della città saudita all’ hotel della famosa e lussuosa catena internazionale Radisson blue nella Medina Road di Jeddha. Dopo la tratta Algeri-Jeddah, due assistenti di volo di Meridiana fly si trovavano a bordo di un pullman dedicato esclusivamente all’equipaggio tutto italiano che doveva essere trasferito in albergo. La fine di una giornata di lavoro intenso. Secondo quanto contestato dall’azienda, le due hostess a bordo del pick-up avrebbero iniziato a cantare e a ridere in maniera eccessiva, dimostrando, secondo la compagnia aerea, di non rispettare le norme di comportamento previste in Arabia Saudita: norme che in casi come questo, ricorda l’azienda, possono comportare l’ intervento della polizia religiosa saudita. Gli agenti in questione fanno parte della famigerata Mutawwa’in, la polizia religiosa del “Dipartimento per la prevenzione del vizio e la promozione della virtù”, preposta, tra le altre cose, al controllo dei luoghi pubblici, alla sorveglianza degli spazi religiosi e degli orari della preghiera, alla protezione dei valori islamici e della società da “eventuali derive”. La direzione risorse umane di Meridiana nella contestazione spiega che fatti come questo non risultano conformi al contratto di lavoro vigente e a quanto previsto dal documento “planned information” che disciplina le operazioni con Air Algerie.
Nelle indicazioni fornite agli equipaggi dalla compagnia aerea sarda per lo svolgimento delle mansioni con il vettore algerino viene infatti chiesto alle assistenti di volo donna di evitare trucchi vistosi e profumi troppo intensi e, inoltre, si avvisa tutto il personale navigante di evitare di mangiare, bere e fumare in pubblico durante il giorno nel periodo del Ramadan, quest’anno dal 20 luglio al 20 agosto. Ma non c’è alcun riferimento a impedimenti che riguardino manifestazioni di gioia come ridere o cantare. Nonostante questo la contestazione rimarca che il comportamento delle due dipendenti risulta in contrasto con i doveri derivanti dal rapporto di lavoro e inoltre ha creato un evidente pregiudizio per la compagnia sotto il profilo dell’immagine. Alle dipendenti viene ricordato che hanno dieci giorni di tempo per presentare alla compagnia le loro ragioni al termine dei quali, senza una valida giustificazione, l’azienda potrà adottare il provvedimento disciplinare più idoneo che potrebbe essere anche il licenziamento.
Vista la gravità del comportamento Meridiana fly ha ritenuto indispensabile provvedere anche alla sospensione dall’attività lavorativa delle due dipendenti. La vertenza va però detto che rientra all’interno di un clima infuocato, con una serie di contestazioni disciplinari piovute sulla testa dei naviganti di Meridiana fly nell’ultimo semestre, in quelle che i dipendenti giudicano come vere e proprie azioni intimidatorie. Non a caso è di pochi giorni fa la lettera con cui alcuni assistenti di volo denunciano condizioni di lavoro “gravose e mobbizzanti”, a cui il personale di volo di Meridiana fly sarebbe sottoposto dalla gestione definita “medievale” dellamministratore delegato Giuseppe Gentile e di altri esponenti del management della compagnia aerea.
Denunce e malcontento che da tempo ormai invadono il web attraverso siti specializzati, stampa online e bacheche di settore. Si parla anche di dipendenti modello, con anni di lavoro alle spalle e curriculum di tutto rispetto, trattati alla stregua di una banda di sovversivi, estremisti ed indisciplinati, contro i quali agire a colpi di dubbi procedimenti disciplinari. Un clima già avvelenato che, secondo sindacati e diversi dipendenti, sarebbe ulteriormente esacerbato da continue vessazioni e pressioni, secondo un disegno in cui il dipendente non costituisce più una risorsa dell’azienda.
 
Fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/20/cantano-e-ridono-dopo-lavoro-in-arabia-hostess-meridiana-sospese/327266/

Occidentalisti ed islamisti

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Di Giovanni Lazzaretti
E’ possibile realizzare la democrazia in un paese islamico?
La risposta sarebbe stata banale, fino a qualche decennio fa; oggi non più.
Bisogna infatti fare un passo indietro e chiedersi: cos’è la democrazia?
La democrazia secondo i nostri Padri Costituenti era più o meno: legge naturale universale + Costituzione che cerca di tradurre la legge naturale universale + rappresentanza parlamentare che cerca di legiferare secondo Costituzione e secondo legge naturale universale.
Questo schema, pur con molte sbavature, definiva il “mondo occidentale”. Da qualche decennio però sono apparsi gli “occidentalisti”. Gente che crede nella “democrazia procedurale”, dove la rappresentanza parlamentare genera le maggioranze, e le maggioranze decidono ciò che vogliono, anche contro la Costituzione e contro la legge naturale. Torniamo quindi all’inizio.
E’ possibile la democrazia in un paese islamico?
Poiché l’islam non conosce la legge naturale universale, è ovvio che la democrazia del primo tipo non può esistere. Può esistere solo la democrazia procedurale. Quindi: elezioni, affermazione di una maggioranza islamica, introduzione della Shari’a più o meno mascherata. Democrazia procedurale che si trasforma in democrazia totalitaria, come direbbe Giovanni Paolo II.
Smettiamola quindi di parlare di “occidentali”: parliamo invece di “occidentali” (ossia “quelli della legge naturale”) e di “occidentalisti” (ossia “quelli della democrazia procedurale”). Questi ultimi si trovano benissimo con gli stati di matrice islamica, e meglio ancora con le monarchie assolute islamiche: condividono infatti con loro la negazione della legge naturale.
E così perché stupirsi se Arabia Saudita, Qatar e occidentalisti di varia matrice hanno lavorato assieme per distruggere le dittature laiche dell’Iraq e della Libia, e adesso lavorano per la distruzione della Siria? Saddam e Gheddafi erano dittatori? Certamente. Assad è un dittatore? Certamente.
Ma chi altri, se non un dittatore laico, può convincere un paese a maggioranza islamica a rinunciare alla Shari’a e a trattare con un certo rispetto la minoranza cristiana? “Abbattere un dittatore” è una frase che ci riempie la bocca. Ma abbattere un dittatore attraverso ribelli infiltrati da ogni dove, estranei al paese “da liberare”, e posti sotto l’egida delle monarchie assolute della penisola arabica è una cosa che a un occidentale dovrebbe far venire il voltastomaco. Non agli “occidentalisti”, però.
Abbiamo già la Libia sulla coscienza, Libia dove alle recenti elezioni si poteva scegliere tra le tre correnti dei Fratelli Mussulmani, dei salafiti che vogliono un islam più puro, e degli islamo-affaristi, aperti alla Shari’a e ai buoni traffici. La liberazione delle donne attuata da Gheddafi, a breve diventerà un sogno: la Shari’a regnerà sovrana. In Siria non sarà diverso. Salvo che in Siria i cristiani sono il 10% e le loro sofferenze sono e saranno immani con l’avanzata del “libero esercito” di matrice arabo-qatariota.
Per quali motivi una democrazia occidentale dovrebbe essere alleata delle monarchie assolute dell’Arabia Saudita, del Qatar e degli Emirati nel loro intento di ridisegnare la carta del Nord Africa e del Medio Oriente? Non c’è alcun motivo valido.
Da occidentale mi permetto quindi di avversare le monarchie assolute arabiche, di avversare gli occidentalisti che le appoggiano, e di pregare per la salvezza di Assad. Dittatore. Mussulmano. Ma non islamista.

Fonte: http://www.finanzaelambrusco.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1195

SIRIA: RIFLESSIONI DAL VICINO LIBANO

Di Luca Paolo Cirillo

Continuano le esplosioni, continuano le morti. Il gioco si ripete: il governo accusa gli insorti, gli insorti accusano il governo. Ma cosa accade in Siria? Di chi è questa rivoluzione? Una possibile risposta arriva dal Libano

 

Giudicare dall’esterno è sempre difficile. Ma se per questo “esterno” si intende il Libano, e con precisione Tripoli, la cosa diviene di gran lunga possibile. La città del nord ospita una ingente quantità di rifugiati siriani, è la roccaforte sunnita del paese ed è ormai divenuta la base della resistenza rivoluzionaria oltreconfine.
Basta osservare i colori, ascoltare i canti delle manifestazioni che qui inesorabilmente si ripetono ogni venerdì per capire che taglio sta prendendo questa rivoluzione.
Dal proposito laico, volto solo al conseguimento della tanto agognata Hurryya (in arabo “Libertà”), la piega che sta prendendo la rivoluzione siriana sembra assumere, giorno dopo giorno, i connotati di ciò che è accaduto precedentemente in Egitto e Tunisia.
Dalla popolazione studentesca alle lunghe barbe che siedono in parlamento il salto è breve.
L’esempio dell’Egitto è palese. Il ritorno di Rashid Ghannouchi in Tunisia può altrettanto illuminare i fatti.
Nascosti da un velo di laicità e facendo uso di chi in questa laicità ci credeva, i movimenti religiosi del paese stanno man mano prendendo il sopravvento nella guida della rivoluzione. Certo, chiedono solo “Libertà, rispetto e diritti umani”. Ma sentirlo dire da chi ha quattro mogli segregate in casa, impossibilitate ad incontrare il mondo e coperte inesorabilmente dal burka, per così dire, in versione integrale, dove nemmeno agli occhi è lasciata libertà, fa un po’ strano.
Sempre meno bandiere della Siria libera, sempre più bandiere dallo sfondo nero con in bianco scritto chiaramente “Non c’è altro Dio al di fuori di Allah”. Sempre meno canti allegri ed illusori “Ya al-Mahlah al-Hurryya” (“Ah la dolce libertà”), sempre più “Takbir: Allah Akbar!”
Della utopia di una Siria laica, libera e democratica resta ben poco.
Con il passare del tempo la situazione degli insorti si aggrava sempre più. Mancano ai rivoluzionari tutti i beni di prima necessità ed il loro aiuto sono accorse, nella maggior parte dei casi, varie associazioni islamiche sunnite, di fonti saudite. Credete che nel momento che la rivoluzione dovesse trionfare queste scompariranno?
E cosa dire delle baby-gang che attaccano le scuole sciite con pietre e fuoco ormai quotidianamente? Stiamo parlando di una rivoluzione contro Bashar Al-Assad, dittatore temibile ed indiscutibilmente antidemocratico, o di una ennesima guerra di confessione?
E cosa succederebbe alle minoranze cristiane? A me sembra di ricordare che anche in Piazza Tahrir si proclamava che queste dovessero essere rispettate, che si ci auspicava una civile convivenza tra le varie confessioni. Il massacro e poi l’esodo dei Copti nel post-Mubarak ci ha rivelato un’altra verità.
La Siria si avvia al giorno d’oggi a diventare un altro stato islamico. La popolazione è all’80% musulmana sunnita e ciò che potrebbe succedere, molto verosimilmente, nel caso la rivoluzione dovesse trionfare è un altro genocidio di genti innocenti ed inconsapevoli. Fino ad ora la dura dittatura di Bashar Al-Assad aveva tenuto a bada con il suo straziante sistema di servizi segreti l’emergere di qualsiasi dissidenza religiosa. Nel momento in cui questo “sorvegliare” dovesse venire meno gli antichi rancori torneranno a galla e si assisterà, con la consueta tranquillità, ad un ennesima strage e trasformerebbe questa rivoluzione, partita per giuste ed onorevoli cause, in una ennesima pagina nera da leggere sui libri di storia.

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