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1969. Da Hong Kong arrivò la "spaziale", il diverso approccio mediatico rispetto al Coronavirus



Da ieri è diventato virale un filmato dell'Istituto Luce sull'epidemia influenzale denominata "la spaziale" che ebbe la sua diffusione in Italia tra il 1969 e il 1970 . L'influenza si propagò da Hong Kong nel 1968, a quell'epoca colonia britannica, e causò tra i tra i 750.000 e i 2 milioni di morti nel mondo. In Italia, almeno 13 milioni di Italiani rimasero al letto, e 5000 furono i morti. 
 
Nel video dell'Istituto Luce quello che sorprende è la tranquillità con la quale viene descritta la situazione, seppur grave. Si parla di ospedali pieni, fabbriche, scuole, uffici vuoti senza toni apocalittici.

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Addirittura non manca un cenno ironico quando si cita il proverbio inglese "quando Mao starnuta il mondo si ammala".



 FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-1970_dalla_cina_arriv_la_spaziale_13_milioni_di_italiani_al_letto_5000_morti_nessuna_isteria/82_33419/

Quando l’infodemia è più pericolosa di una epidemia. L’appello di Andrea Fontana



La situazione in corso sul coronavirus sembra stia completamente degenerando. Non tanto dal punto di vista politico ma da quello della comunicazione istituzionale e giornalistica. Informazioni e notizie istituzionali - e quindi non fake - impazzano. E come se non bastasse dall’estero ci dicono che i focolai in Italia sono un mistero. Siamo in piena infodemia, che mette in luce le nostre fragilità e debolezze come sistema collettivo. L’analisi di Andrea Fontana, sociologo della comunicazione, presidente Storyfactory e Premio Divulgazione Scientifica Nazionale 2019 per le scienze sociali.
                                                 Di Andrea Fontana
Abito a Milano da una ventina d’anni. Sono uno di quei milanesi adottivi – accolti dalla città meneghina – per lavoro. Milano mi ha dato molto: identità professionale e tante occasioni di vita. La Lombardia, ma in senso l’Italia – che giro in lungo e largo per motivi professionali – sono sempre state per me sinonimo di: speranza, futuro, bellezza.
Tra sabato 22 febbraio e domenica 23 febbraio un terremoto comunicativo ha messo tutto in discussione. Da circa 48 ore siamo in piena e totale infodemia.
Non solo siamo stati attaccati da un virus influenzale severo ma siamo anche sotto unepidemia cognitiva.

COSA È UNA INFODEMIA?
Come ci ricorda la Treccani il termine infodemia compare per la prima volta nel dibattito pubblico nel 2003 a seguito di un articolo di David J. Rothkopf, il quale ne parla in questo suo scritto comparso nel quotidiano «Washington Post», When the Buzz Bites Back. Il termine Infodemic ricorrerà poi nei documenti ufficiali dell’Organizzazione mondiale della Sanità.
In sostanza è la circolazione eccessiva di informazioni contraddittorie. Spesso non vagliate con precisione, o che non possono essere verificate, che rendono difficile orientarsi su un determinato tema, argomento, scelta per la difficoltà di individuare fonti non solo affidabili ma anche certe.
In queste ore però in Italia stiamo vivendo qualcosa di più profondo e rilevante. Mentre l’epidemia biologica avanza, e speriamo si fermi al più presto, l’epidemia cognitiva accelera con informazioni di tutti i tipi date da fonti rilevanti. Medici, virologhi, esperti della salute pubblica in queste ore hanno fatto affermazioni che sono poi state spesso riportate, dai mezzi informativi, in modo contradditorio tra di loro. Tra i tanti modi di diffondere notizie mi ha colpito questo: alcune dichiarazioni del prof. Fabrizio Ernesto Pregliasco e poi della prof.ssa Maria Rita Gismondo, prima diffuse dal Huffpost Italia e poi riprese anche da altre testate giornalistiche.
Nel leggere queste notizie un cittadino non esperto in medicina come me ovviamente si sente abbastanza confuso e forse anche un po’ spaventato. Perché la notizia che arriva è totalmente contraddittoria: da una parte una rassicurazione dall’altra una sorta di minaccia necessaria per un bene superiore.
Nel frattempo, sempre quel cittadino – non esperto come me in questioni biologico-politiche – ha visto nella sera di sabato 22 febbraio, la conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che riporta la decisione del Consiglio dei Ministri di approvare un decreto-legge che introduce misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-2019. Nello stesso tempo sente amici o parenti nelle zone focalaio i quali manifestano ansie e preoccupazioni legittime. E domenica 23 febbraio 2020 ha sentito il Governatore della Regione Lombardia affermare: Misure come a Wuhan se situazione degenera” mentre i supermercati sono presi d’assalto da cittadini che fanno provvista.
Sembra un B Movie apocalittico degli anni Novanta, ma è la nostra attuale realtà.
COME SI FERMA UNA INFODEMIA?
La questione non è banale. Perché la domanda rimanda al quesito: chi deve parlare nelle democrazie occidentali nel momento in cui queste sono sottoposte a eventi potenzialmente catastrofici che possono generare un danno collettivo enorme?
La risposta non è affatto semplice. Potrebbe essere: tutti visto che è un diritto democratico. Ma nello stesso tempo, l’epidemia cognitiva sta mettendo in evidenza i limiti dell’informazione nelle emergenze quando non è chiara, tempestiva ed univoca.
La domanda allora diventa: perché le agenzie informative prendono dichiarazioni così diverse con l’autorevolezza di un “camice bianco” che mette sempre in scena una competenza, senza però specificare chi è virologo, chi è infettivologo, chi è epidemiologo, chi è un analista di dati di laboratorio, etc.
La questione forse è che un’emergenza catastrofica si affronta anche a livello comunicativo e che in questo momento siamo tutti responsabili:
  • politici nell’avere una visione chiara del fenomeno e nel dare una comunicazione specifica alle loro comunità di riferimento;
  • giornalisti nell’avere un’uniformità di messaggi verificati capaci di dare un quadro chiaro della situazione;
  • gli esperti del settore medico ed infettivologico nelle interviste che fanno;
  • noi cittadini che siamo chiamati a un esercizio di comprensione notevole e di pace sociale (anche nei nostri social media).
Dobbiamo fare sistema. L’infodemia cognitiva e forse anche l’epidemia biologica si batte in modo sistemico.

Steve Bannon sarebbe interessato all'acquisto del Daily Telegraph


Di Salvatore Santoru

L'ex capo stratega di Donald Trump nonché ex direttore esecutivo di Breitbart News, Steve Bannon, sarebbe interessato all'acquisto dello storico quotidiano britannico 'The Daily Telegraph'.

Secondo quanto riportato dal Sunday Times(1), Bannon avrebbe anche l'intenzione di trasformare la testata nella 'voce globale del populismo trumpiano'.

Il Telegraph, generalmente orientato verso le posizioni Tory e quindi conservatrici, è stato messo in vendita pochi giorni fa dai proprietari, i due gemelli miliardari Sir David e Sir Frederick Barclay(2).

NOTE:


Rai News24, nei social è polemica per l'uso di Breitbart come fonte autorevole


Di Salvatore Santoru

Polemiche social per una rassegna stampa di Rai News24. Pochi giorni fa, nell'ambito della rassegna di sabato sulla Sea Watch sono state utilizzate come fonti Al Jazeera, la Reuters e Breitbart News Network. La stessa scelta del sito web considerato 'simbolo' dell'alt right, nonché diretto da Steve Bannon sino al 2018, non è piaciuta ad alcuni utenti su Twitter.

Tra l'altro, gli stessi utenti hanno sostenuto che in tal modo 'Breitbart' veniva praticamente messo sullo stesso piano dei due colossi mediatici.

PER APPROFONDIREhttps://it.blastingnews.com/tv-gossip/2019/07/rai-news24-polemica-per-la-scelta-di-breitbart-come-fonte-autorevole-002941567.html

Televisione: il modello educativo delle origini


Di Simone Usai

La RAI nacque ufficialmente il 3 gennaio 1954. In un’Italia uscita distrutta dalla seconda guerra mondiale, la comparsa del nuovo medium televisivo, che aveva visto uno sviluppo importante dagli anni ’30 in poi negli Stati Uniti, fece interrogare su che modello di televisione si dovesse proporre agli italiani. La politica italiana decise di accogliere il cosiddetto modello inglese di servizio pubblico.
Lo Stato, a differenza del modello privato delle grandi corporation USA, prese in mano il nuovo servizio televisivo interpretandolo come un bene pubblico. In questa decisione pesò sia il fatto di dover necessariamente guidare l’educazione popolare e sia il dover instradare il nuovo mezzo di comunicazione su una strada completamente democratica, considerando la precedente esperienza della Radio, della quale si servirono i regimi fascisti, nazisti e comunisti.
Sostanzialmente, il servizio televisivo venne equiparato alla distribuzione dell’acqua, in un modello sociale dove lo Stato era monopolista della tecnologia televisiva.
Il modello educativo delle origini fu il primo sperimentato in Italia e portò a una lunga discussione politica tra i comunisti, che volevano una RAI che proponesse un servizio qualitativamente colto, e i cattolici, che invece pensavano a un modello di televisione sulla falsariga del romanzo sceneggiato, che portasse nel nuovo strumento comunicativo i contenuti dei romanzi e li spiegasse facilmente offrendo delle conoscenze a un popolo che doveva riassorbire un tasso di analfabetismo eccessivo.
La RAI delle origini, dunque, si configurò come uno strumento pedagogico, che prese per mano il popolo e lo portò alla scoperta. Tra i due modelli contrastanti, arrivò dagli Stati Uniti un nuovo format televisivo: «Lascia perdere raddoppia», condotto da Mike Bongiorno.
Mentre i partiti politici continuavano a confrontarsi su che modello di televisione da far emergere, il nuovo format importato ebbe un grandissimo successo e fece il boom. Gli studiosi sono ormai concordi sul fatto che con la televisione di Mike si raggiunse la tanto attesa unificazione linguistica dell’Italia.
Tutto questo avvenne senza l’avvento del colore, sperimentato per la prima volta negli Stati Uniti già nel 1951, ma arrivato in Italia con grandissimo ritardo, solo il 1° febbraio del 1977. 

Il presidente della Rai Marcello Foa: “Cambierò la Rai per rispecchiare la realtà dell’Italia di oggi”


Di Cristina Borgogno
Se l’Italia è un grande laboratorio che non ha eguali in Europa per le trasformazioni che sta producendo a partire dalla pancia del Paese, allora ecco che la Rai ha come primo obiettivo il cambiamento. «Una strada lunga, appena iniziata e di cui oggi, quindi, non ci sono ancora grandi segnali visibili». Ma una strada che Marcello Foa è intenzionato a percorrere, «fino all’ultimo giorno del mio mandato». Il presidente Rai lo ha raccontato a Dogliani oggi (domenica 5 maggio), a una platea del Festival della tv e dei nuovi media particolarmente numerosa e attenta. Con lui sul palco, per indagare quali siano le strategie per traghettare la televisione del servizio pubblico verso il futuro dell’informazione, il direttore de La Stampa Maurizio Molinari, con il supporto del giornalista Paolo Conti. «Da quando sono stato scelto per questo ruolo, insieme con l’ad Salini, ho sempre dichiarato di voler essere il fautore della Rai del cambiamento per rispecchiare quella che è la realtà dell’Italia oggi - ha detto il presidente -. Il servizio va fatto a tutti i cittadini e ai loro sentimenti, deve adattarsi continuamente, il network deve essere dinamico e cambiare anche registro nella narrazione».
Dogliani è anzitutto il Festival della Tv, da Foa non può mancare una battuta sul caso dei compensi di Fabio Fazio, uno dei temi del giorno, dopo le parole di Salini e la replica di Salvini: «Il compenso di Fazio è molto elevato, al di sopra di qualunque valutazione di merito sugli ascolti. Nella Rai del cambiamento, rispettosa del canone pubblico, è chiaro che, per quanto vincolato da un contratto che la Rai naturalmente deve rispettare, si pone un problema di opportunità». E poi ribadisce il presidente della Rai: «Spetta all’amministratore delegato trovare risposte opportune a una questione che è sul tavolo da tanto tempo. Non interferisco con il suo lavoro. Questa è la Rai del cambiamento e “Che tempo che fa” è una trasmissione che va in onda dal 2003, sono 16 anni. È un format che non ha più quella carica innovativa che forse aveva all’inizio. Questo dovrebbe farci riflettere». E ancora. «È stata portata su Rai1 e gli indici di ascolto non sono aumentati. Questo induce a una riflessione dal punto di vista aziendale», ha aggiunto. «Non gestisco io i palinsesti, non voglio entrare nel campo di Salini, è compito dell’ad», ha risposto Foa sulla possibilità che la trasmissione di Fazio venga spostata su un’altra rete Rai.
Credibilità e autorevolezza sono le parole che Foa usa più frequentemente sul palco. Con identità cattolica, «che andrebbe maggiormente rappresentata».Molinari cita il nuovo libro di Bernard Guetta, che racconta i quattro paesi in cui il sovranismo ha vinto le elezioni (Ungheria, Polonia, Austria e Italia), tutti parte dell’ex Impero Austro Ungarico. E chiede: «Anche la Rai sente questo ritorno alle origini, questo richiamo alle radici cattoliche?». «Anche, ma non solo - risponde il presidente -. Oggi l’Italia è diversa, ma sì, penso ci sia bisogno di essere rassicurati, di un’identità nazionale e culturale, benché gli italiani non siano assolutamente nazionalisti perché amano viaggiare e sono affascinati dalle altre culture».
Si parla anche di Raiplay che fa 12 milioni di utenti al mese, della fiction «che funziona perché è un racconto che rispecchia la realtà e parla di personaggi in cui ci si può identificare» (vedi Don Matteo o Montalbano). E de La7, «una sorta di rivendicazione sul servizio pubblico» puntualizza il direttore de La Stampa. Per Foa la tv di Cairo è una realtà positiva e una concorrenza stimolante che ha una sua fisionomia, per esempio nei talk-show. Ma non fa quello che fa la Rai. «Soprattutto per la copertura che noi garantiamo anche con le redazioni regionali e all’estero».
Foa ammette invece che la tv nazionale deve colmare il ritardo su digitale e web, specie nel ranking dei canali di informazione. Mentre per Molinari, a cui viene chiesto un giudizio, «la Rai è un momento di intrattenimento per gli over 60 che ha un valore sociale altissimo, esattamente come i lettori dei quotidiani di carta. Ma dove sono le rivendicazioni, i temi quotidiani del Paese che oggi si esprime in modo dirompente?». «Non ci sono ancora come vorrei, ma arriveranno con il cambiamento» garantisce il presidente.
Infine, cosa pensa Marcello Foa della legge sul copyright (che tra gli articoli prevede un compenso per gli editori da parte delle piattaforme online e una maggiore responsabilizzazione di queste ultime per le violazioni dei diritti d’autore ndr) approvata dal parlamento europeo? «Ci vuole una tutela se vogliamo la qualità dei contenuti, ma penso che una democrazia non dovrebbe mai limitare la libertà di informazione o bloccare pagine - risponde il presidente Rai -. Vedremo come sarà applicata in ogni Paese, ma confido in un giusto equilibrio per non rischiare di cadere nella censura. Sarebbe una sconfitta, provocherebbe ancora più rabbia e sfiducia. Difendiamo la libertà del web».
Infine, un passaggio sulla vicenda Predappio: «È un evento ricorrente ogni anno che, in un’ottica regionale, va coperto giornalisticamente. Su un giornale vale 30-40 righe, in un telegiornale locale un servizio da 10-20 secondi. È una notizia piccola ma è una notizia. In questo caso c’è stato un eccesso di copertura, troppo spazio, una sproporzione. C’è stato un errore». Così il presidente Rai a margine dell’incontro dopo le dimissioni del caporedattore Tgr Emilia-Romagna, Antonio Farnè».

LA DIFFERENZA TRA UNA FAKE NEWS E UNA BUFALA


Di Salvatore Santoru

Da diverso tempo nei media si parla molto del fenomeno delle fake news, quasi sempre facendo riferimento alla loro diffusione sul web. Su ciò, c'è da dire che le 'notizie false' hanno effettivamente avuto un'imponente risonanza con l'avvento di Internet e, allo stesso tempo, bisogna riconoscere che esse sono sempre esistite(1).

Inoltre, bisognerebbe ribadire che oltre alle fake news sono sempre esistite anche le leggende metropolitane e le bufale propriamente dette. A proposito delle stesse bufale, c'è da segnalare che esse non sono propriamente un sinonimo di 'notizia falsa' e viceversa. 

Il fatto è che, sia in ambito quotidiano come talvolta anche in quello giornalistico, si tende a parlare di fake news e di bufale come se fossero due termini sempre intercambiabili e ciò ha creato alcune controversie sull'utilizzo di queste terminologie. Andando maggiormente nello specifico, c'è da dire che sussistono delle piccole differenze e la principale è quella che la bufala(l'hoax) è 'indeterminata' mentre la 'fake news' è 'temporalmente limitata'(2).

Oltre a ciò, c'è da dire che la bufala è totalmente 'fake' e inverosimile per antonomasia mentre ciò non è detto che sia lo standard per una 'fake news'(3).
Difatti, quando si parla di 'notizie false' si fa sovente riferimento anche e sopratutto a news distorte e/o basate sulla disinformazione, la faziosità o la propaganda.
Insomma, una 'fake news' potrebbe anche essere una notizia decisamente manipolata e fuorviante ma anche con un'apparente 'plausibilità' e un limitato 'fondo di verità' e per ciò è più difficile da riconoscere rispetto a una tipica bufala, come può essere quella degli 'asini che volano'.

NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1) https://en.wikipedia.org/wiki/Fake_news#Historical_examples 

(2) https://it.wikipedia.org/wiki/Discussione%3ABufala#Fake_news_e_bufala 

(3) https://www.agi.it/cronaca/fake_news_bufale_corso_camisani_calzolari-2101198/news/2017-08-29/

LA TV NON E' UN PROBLEMA O UN MERO "MEZZO DI CONTROLLO DELLE MASSE"... BASTA GUARDARLA CON CONSAPEVOLEZZA E INTEGRARLA CON ALTRO

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Di Salvatore Santoru

Per anni e anni si è sostenuto che la TV rappresentasse un mezzo negativo e di mero "controllo delle masse".
Il fatto che essa è stata e a volte viene usata anche per questo è certamente vero, ma la demonizzazione totale della TV ha poco senso.




Difatti,la televisione è ovviamente un solo mezzo ed è,o può essere,un'ottimo strumento di apprendimento informativo,culturale,politico o semplicemente un momento di svago.
Oggi che la diffusione di Internet e dei social è diventata estremamente influente all'interno della società,bisogna dire che la TV esercita o può esercitare un mezzo positivo di svago e apprendimento.
Difatti,avendo a disposizione TV e web si può avere a disposizione uno straordinario pluralismo d'informazione,che prima con il mero "monopolio televisivo" si aveva di meno.

Inoltre,il costante avvicinamento tra il mondo televisivo e quello del web potrebbe costruire una grandissima e costruttiva opportunità, nonché avvicinare maggiormente il mondo televisivo ai bisogni del popolo e dei diversi settori della società nella sua interezza piuttosto che rimanere ancorata agli interessi dei grandi gruppi mediatici.

Molti hanno sostenuto e sostengono che per avere una maggiore consapevolezza informativa e di altro tipo sia necessario spegnere la tv,io dico che invece si può benissimo seguire con consapevolezza e utilizzarla in complementarietà con il web,avendo maggiore accesso a una pluralità d'informazione.

Sembra o sarà un discorso banale, ma oggi risulta alquanto opportuno farlo.

La teoria dell'Agenda setting



Di Rossana De Rosa

Il concetto di agenda , in generale, indica:
«un insieme di temi che vengono comunicati secondo una certa gerarchia di importanza in un determinato momento» (Dearing e Rogers 1996, in Marini)
Secondo una definizione descrittiva, dunque, il concetto di agenda setting indica la definizione dell’ordine del giorno.
La teoria dell’agenda setting fa riferimento, poi, al processo per cui l’ordine di rilevanza dei temi percepita dai cittadini derivi direttamente dall’ordine di rilevanza espresso dai mezzi d’informazione.

Il processo dell’agenda setting

In particolare, la teoria dell’agenda setting propone l’ipotesi per cui i mezzi di informazione, concentrandosi di più su certi eventi e argomenti e tralasciandone altri, trasferiscono al pubblico l’ordine del giorno della vita politica.
Processo che si completa con quello di agenda building, secondo il quale la costruzione della agenda avviene attraverso l’azione di una pluralità di attori, spesso fuori dal contesto dei media.
Il meccanismo dell’agenda setting è, dunque, etichettabile come meccanismo di trasferimento di rilevanza.


I postulati di selezione e gerarchizzazione

Più precisamente, l’azione di definizione dell’agenda si divide in due aspetti, quelli di selezione e quello di gerarchizzazione dei temi. A questi corrispondono due postulati.
1-Il postulato della selezione sostiene che:
«la gente tende ad includere o escludere dalle proprie conoscenze ciò che i media includono o escludono dal proprio contenuto».
2-Mentre, secondo il postulato della gerarchizzazione:
il pubblico tende ad assegnare alla realtà un’importanza che riflette l’enfasi attribuita dai mass media agli eventi, ai problemi, alle persone (Shaw 1979, in Marini).


«What to think» e «what to think about»

McCombs e Shaw, che per primi nel 1972 hanno teorizzato e sperimentato il processo di agenda setting, vanno oltre il semplice attribuire centralità alla rilevanza delle issues, rendendo più complessa l’ipotesi iniziale.
Gli autori teorizzano che i media sono sì in grado di esercitare una forte influenza sull’ordine di rilevanza che il pubblico attribuisce alle issues - what to think about - ma influenzano solo in modo marginale l’intensità e la direzione degli atteggiamenti - what to think (McCombs e Shaw 1972).

Omogeneità dei media

L’effetto d’agenda è efficace se si intendono i media nel loro complesso ed è rafforzato dal consenso che sussiste tra i media. Diversi studi confermano la sostanziale omogeneità della cultura professionale dei giornalisti e l’esistenza di ulteriori meccanismi di omogeneizzazione dell’offerta informativa da parte dei media. Le analisi si concentrano, in particolare, su due aspetti tipici degli studi sul newsmaking:
a) la forza omogeneizzante dell’uso generalizzato dei servizi di agenzia;
b) i reciproci condizionamenti tra i vari mezzi di informazione della selezione delle notizie. Questa convergenza legittima alcune issues come rilevanti e ne diffonde la copertura ed è per questo che si parla di intermedia agenda setting.

Salienza degli oggetti e degli attributi

Secondo quanto detto, quindi, si può affermare che esistano due forme di trasmissione di rilevanza. La prima è la trasmissione della salienza degli oggetti, mentre la seconda è la trasmissione della salienza degli attributi.
La differenza è sostanziale e può essere chiarita dalla considerazione di Doris Graber, per cui:
«i media determinano l’agenda quando riescono a concentrare l’attenzione su un problema. Essi costruiscono l’agenda del pubblico quando forniscono il contesto che determina il modo in cui i cittadini pensano a quel determinato tema e lo valutano» (McCombs 1996, in Bentivegna p. 148).

Superamento dei limiti del «what to think about»

La teoria dell’agenda setting afferma essenzialmente che i media non suggeriscono cosa pensare ma, piuttosto, hanno una sorprendente capacità di dire intorno a cosa pensare.
Come indica chiaramente lo stesso McCombs (1996 in Bentivegna), se i media fossero in grado di suggerire, anche il come pensare, oltre che intorno a cosa – ovvero se aggiungessero la trasmissione della rilevanza degli attributi alla trasmissione della rilevanza degli oggetti – finirebbero, in pratica, per suggerire alle persone cosa pensare.

Livelli di profondità del processo

Queste considerazioni aprono la strada ad un ulteriore sviluppo della teoria, che finisce per smantellare la prudenza dell’idea iniziale, tendendo al superamento dei limiti del what to think about. Tale sviluppo prende le mosse da una ricerca in cui gli autori Marc Benton e Jean Frazier (1976) cercano di: «scomporre il concetto di issue e su tale base ridisegnare i confini dell’influenza di agenda, sostanzialmente ampliandoli»
In questo modo gli autori cercano di ampliare l’analisi dal punto di vista della «complessità delle informazioni mutuate dai media e trattenute dalle persone» (in Marini 2006). Ne emerge l’idea di una stratificazione del processo di agenda.

Tre livelli di agenda

Il processo di agenda cambia nei contenuti e negli esiti in funzione del livello di conoscenza su cui l’influenza dei media agisce.
In particolare, si identificano tre livelli:
«il livello 1 corrisponde a quello indagato nelle prime ricerche di agenda setting, relativo al tema come semplice denominazione.
Il livello 2 riguarda i sottotemi (subissues) e più esattamente specifici problemi cui si legano proposte di soluzione [...].
Il livello 3 riguarda la conoscenza della ragioni pro o contro le soluzioni proposte, che sono in campo nel dibattito pubblico e anche gli attori sociali che le promuovono» (Marini 2006, p. 58).

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.federica.unina.it/sociologia/introduzione-alla-comunicazione-politica/approfondimento-la-teoria-della-agenda-setting/

FOTO:http://study.com

Il concetto di Framing


Negli studi sui mezzi di comunicazione di massa, in sociologia e psicologia il termine framing si riferisce ad un processo inevitabile di influenza selettiva sulla percezione dei significati che un individuo attribuisce a parole o frasi. Il framing definisce la "confezione" di un elemento di retorica in modo da incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre. I mass media o specifici movimenti politici o sociali, oppure determinate organizzazioni, possono stabilire dei frames[1] (nel senso specificato) correlati all'uso dei media stessi.
Un lavoro pionieristico sugli effetti del framing in economia, come quello condotto da Amos Tversky e Daniel Kahneman, è valso a quest'ultimo l'assegnazione di unPremio Nobel.

Storia

Molti commentatori attribuiscono il concetto di framing al lavoro di Erving Goffman, ed in particolare al suo Frame analysis: An essay on the organization of experiencedel 1974[2]. Goffman usava l'idea per definire "schemi di interpretazione" che permettono a individui o gruppi di "collocare, percepire, identificare e classificare" eventi e fatti, in tal modo strutturando il significato, organizzando le esperienze, guidando le azioni. La nozione goffmaniana di framing prende le mosse dal suo La vita quotidiana come rappresentazione (1959), un saggio sul controllo espressivo. Queste opere, a loro volta, si ispirano marcatamente al concetto di immagine elaborato da Kenneth Boulding nel 1956George Lakoff, nella didattica del suo corso di scienze cognitive presso l'Università della California in Berkeley, ingiunge agli studenti:
«Non pensate a un elefante!».
Secondo Lakoff, a quel punto non si può fare a meno di pensare ad un elefante, poiché la mera menzione della parola elefante evoca inevitabilmente l'immagine elefante (ed un frame di "accompagnamento").


La Mediologia




Di Régis Debray

Come E' noto, non basta inventare un termine per fondare una disciplina. Quello di"mediologia" è un neologismo apparso nel 1979 in Le pouvoir intellectuel en France (1). Sotto quest'etichetta si è costituito, nel corso degli anni, un polo di ricerche originali, punto d'incontro di filosofi, storici della tecnologia, studiosi di paleografia, teorici di estetica e ricercatori dell'"infocom". Ma sono molti i malintesi, più o meno angoscianti, che circondano questo campo di ricerca.








Malgrado il suffisso, la mediologia non ha la pretesa di aspirare allo status di scienza, e ancor meno all'aggettivo"nuova" (dato che di per sé non è una scoperta). E nonostante la radice, la mediologia non è neppure una sociologia dei media sotto un altro nome. E' la funzione del medium, in tutte le sue forme, che la mediologia vorrebbe porre in luce nel lungo periodo (dalla nascita della scrittura) e senza lasciarsi obnubilare dai mass media di oggi.
Si tratta, in prima approssimazione, di analizzare le"funzioni sociali superiori" (religione, ideologia, arte, politica) nei loro rapporti con i mezzi e gli ambienti di trasmissione e di trasporto. Il punto sensibile e il centro di gravità della riflessione è l'area dell'interfaccia: la zona, ancora indistinta, delle interazioni tecnica/cultura, o delle interferenze tra le nostre tecniche di memorizzazione, trasmissione e spostamento da un lato, e i nostri modi di credere, pensare e organizzare dall'altro.
Tra gli antenati, un posto evidente è occupato da Walter Benjamin, il quale si domandava non se la fotografia fosse un'arte, ma in che modo essa avesse cambiato la nostra concezione dell'arte. Risalendo ancora più indietro, troviamo le intuizioni di Victor Hugo, con il suo sempre provocante"questo ucciderà quello". Qui, ciò che importa non è tanto il verbo"ucciderà", eminentemente discutibile, quanto il fatto di porre in relazione tra loro due cose apparentemente distanti: il libro e l'architettura, la stampa e il protestantesimo. I mediologi sono interessati agli effetti di strutturazione culturale di un'innovazione tecnica (la scrittura, la stampa, il digitale, ma anche il telegrafo, la bicicletta o la fotografia), oppure, in senso inverso, ai fondamenti tecnici dell'emergere di un fenomeno sociale o culturale (scienza, religione, movimenti di idee).
L'interesse dunque non riguarda un oggetto, né una regione del reale (ad esempio i media, ecc.) bensì i rapporti tra questi oggetti, o queste regioni: tra un'idealità e una materialità, un sentimento e uno strumento, una disposizione e un dispositivo.
Da qui il gusto delle immagini a doppio accesso (questo e quello). Lo studio della bicicletta in sé non ha nulla di mediologico, se non quando si esamina il rapporto esistente tra l'evento bicicletta e l'avvento del femminismo, del cinetismo nell'arte, dell'individualismo democratico ecc. Lo studio dell'idea di nazione diviene"mediologico" quando si approfondiscono i suoi rapporti con le reti stradali, ferroviarie, postali, telegrafiche, elettriche. Uno studio sul desiderio di immortalità sarebbe benvenuto di per sé; e diverrebbe mediologico soltanto se ci si applicasse a dimostrare come questa intima aspirazione si sia trasformata per effetto della pittura, della fotografia, del cinema, della televisione, insomma degli apparati dell'immaginario collettivo.
Ampio e vario è il campo delle correlazioni funzionali. Ci si può attenere all'interazione intra-sistema. Ad esempio, nel caso del libro, la riproduzione attraverso la stampa (lato tecnico) e l'organizzazione interna dei testi (lato culturale). Per l'immagine fissa, la digitalizzazione e la fotografia d'arte (ciò che il computer fa alla pellicola). O ancora, nel caso del cinema, il modo in cui il videoregistratore ha rivoluzionato la cinefilia. Si aumenterà il piacere della scoperta passando all'interazione inter-sistemi. Ad esempio, ciò che l'apparizione della fotografia ha modificato nella pittura; ciò che l'elettricità ha cambiato nell'architettura (macchine di sollevamento e grattacieli); o la diretta tv di un Tour de France prodotto, all'inizio del secolo, del giornale stampato.
Infine, a proprio rischio e pericolo si possono affrontare le interazioni trans-sistemi. Ad esempio, i rapporti di dipendenza che collegano il nomadismo in ambiente desertico e l'affermazione del monoteismo, la cultura tipografica e l'invenzione socialista, la proiezione cinematografica e la costruzione degli immaginari nazionali.
Non è da oggi che si tiene conto dell'effetto ritorno. Etnologi e sociologi ci hanno fatto comprendere ciò che l'uomo fa ai suoi utensili; tecnologi ed epistemologi ci dicono ciò che i suoi utensili fanno all'uomo (prevalentemente in bene). Le tecniche materiali e le forme simboliche non costituiscono dei continenti separati (tranne nelle gigantomachie idealiste tipo"l'Uomo contro le Macchine"). Al di là di un ritorno in auge delle"tecnologie intellettuali" (Pierre Lévy) e dei mezzi di trasporto, che ci rinvia ai lavori di Goody, Postman, Latour, Havelock e altri, l'approccio potrebbe sfociare un giorno su un nuovo modo di descrivere il mondo e di raccontare storie, lontano dal dualismo ereditario. Lasciandoci dietro le spalle le contrapposizioni ancestrali che surrettiziamente continuano a teleguidarci: originale/copia, potenza/atto, interno/esterno, substrato/fenomeno, spirituale/materiale. Questi tandem arcaici si riproducono, quando più, quando meno, sotto altre forme più tecnologiche: reale/ virtuale, supporto/ codice, vettore/ messaggio.
In effetti, se Dio è morto, non per questo è morta la teologia istintiva e inconscia che ci induce a porre al punto di partenza di ogni storia un'origine, e poi un processo; un Creatore, e poi le creature; un'Essenza, e poi i suoi fenomeni; un Fine ideale, e poi i mezzi subordinati. L'inchiesta di stile mediologico ha scombussolato questo senso comune, mostrando che l'origine è ciò che si pone alla fine; che l'ambiente esterno è interno al messaggio, e che la periferia è al centro del nucleo; che il trasporto trasforma; che il materiale oggetto della scrittura ne detta la forma, e che in generale le nostre finalità si regolano sulle nostre panoplie.
Riassumiamo, in stile telegrafico, le principali tesi alle quali siamo così condotti: 1. L'influenza di un'ideologia non può essere analizzata in termini ideologici. Il segreto dinamico dell'"azione delle idee nella storia" è da ricercare nei loro supporti e meccanismi di trasmissione.
2. La trasmissione, o trasporto dell'informazione nel tempo, va distinta radicalmente dalla comunicazione, o trasporto dell'informazione nello spazio, anche se nella realtà esse si combinano tra loro.
3. Se l'uomo è l'animale che ha una storia, la trasmissione non biologica, artificiale, dei caratteri acquisiti è l'altro nome della cultura umana. Gli animali comunicano, non trasmettono (conoscono il messaggio per segnale, non l'eredità cumulativa delle tracce).
4. I mezzi di trasmissione o veicoli mediatori del simbolico hanno una duplice natura: ai dispositivi tecnici (superfici di iscrizione dei segni, procedure di codificazione, apparecchi di diffusione) si aggiungono i dispositivi organici (istituzioni, lingue, rituali). E' la presenza, in aggiunta a un apparato (o materia organizzata), di un'istituzione gerarchizzata (o organizzazione materializzata) che distingue un fatto di trasmissione da un semplice atto di comunicazione. Per schematizzare al massimo, l'empirismo americano tende a privilegiare il lato tecnico delle comunicazioni, mentre la sociologia"europea" privilegia il risvolto politico (versante Scuola di Francoforte: realismo politico e angelismo tecnico; versante McLuhan: realismo tecnico e angelismo politico). Il mediologo cerca di riarticolare praxis e techné. 5. L'oggetto della trasmissione non preesiste al processo della sua trasmissione. Ciò che è valle è costitutivo di ciò che è a monte. Ad esempio, come ha dimostrato Maurice Sachot, non sono la figura e le parole del Cristo a essere state trasmesse alla posterità, come un nucleo originario, dalla Chiesa degli apostoli e dei Padri (2). La figura del Cristo è stata elaborata nel corso di tre secoli (a partire da un probabile Gesù di Nazareth) dall'organizzazione cristiana, attraverso una successione di matrici culturali strutturanti (giudaica, ellenica e romana). L'illusione storicista consiste nell'attribuire all'"origine" (Gesù, Marx, Buddha, Freud ecc.) le forme ulteriori di un credo.
6. I modi di trasmissione simbolica, nell'epoca moderna, non sono separabili dai modi di trasporto fisico, e uniti ad essi configurano una"mediasfera" tecnicamente determinata (vale a dire, un certo spazio/tempo). Lo sguardo mediologico si sforza di abbracciare macchine locomotive e macchine simboliche. Ad esempio, dal 1840 gli abbinamenti telegrafo/ ferrovia, telefono/ automobile, radio/ aereo, televisione/ satellite ecc.
7. Il mezzo, o dispositivo veicolare, non è dato immediatamente nello spazio sensibile. Deve essere costruito attraverso un'operazione di analisi intellettuale. Ci si accorge allora che la nozione di medium rinvia immediatamente a quella di ambiente (puntando verso un'ecologia culturale), e quella di ambiente rinvia volta a quella di mediazione tecnica .
Ogni volta che emerge una nuova griglia di lettura, cade un muro tra due discipline stabilite, o scompare una frontiera. La nascita dell'ecologia ha abbattuto il muro tra il vivente e l'inerte, dimostrando l'esistenza di complessi sistemi che collegano le specie vegetali da un lato e il suolo, il territorio e l'ambiente dall'altro. Analogamente, la sociologia ho rovesciato il muro che separava i fenomeni individuali, terreno dei moralisti, da quelli collettivi, riservati agli storici. Si tratterebbe qui di abbattere il muro che separa il nobile dal triviale, le forme definite superiori (religione, arte, politica) da quelle definite inferiori (materiali, vettori, canali di trasmissione). Distruggere il muro che separa la tecnica, vissuta finora dalla tradizione occidentale come l'anti- cultura, dalla cultura, vissuta come l'anti-tecnica. Ciascuno di questi ambiti si pensa in contrasto con l'altro. Forse è venuto il momento di pensarli sistematicamente l'uno attraverso l'altro, l'uno con l'altro.
note:

*Scrittore e filosofo.


(1) Edizioni Ramsay e Folio- Gallimard
(2) L'invention du Christ, genèse d'une religion, Collezione Le champ médiologique, Odile Jacob, Parigi, 1998.

(Traduzione di P.M.)

FONTE:http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Settembre-1999/pagina.php?cosa=9909lm02.01.html&titolo=Che%20cos%27%E8%20la%20mediologia?

FOTO:http://faculty.georgetown.edu/irvinem/theory/WhyMediology.html

Il caso:si condanna giustamente il muro ungherese anti-migranti, ma verso quelli di USA e Israele non c'è lo stesso clamore mediatico





Di Salvatore Santoru

In questi giorni una forte e giusta indignazione è nata contro la decisione del governo ungherese di costruire un muro anti-migranti(1).
Tutto giusto, il comportamento dell'Ungheria è moralmente e umanamente sbagliato, ma c'è da segnalare che l'improvvisa indignazione anti-muri per il solo caso ungherese risulti alquanto "ad orologeria" e amplificata dai media.

Difatti, negli stessi giorni in Israele è stata decisa la costruzione di un nuovo muri anti-migranti ai confini con la Cisgiordania(2), muro che servirà per respingere profughi siriani e africani, e che è stato giustificato dal premier Nethanayu come necessario per evitare "un'ondata di immigrati clandestini e attività terroristiche" ed evitare che lo stato ebraico "sia sommerso" dai profughi, sempre secondo le parole del presidente(3).







Nei media occidentali, però praticamente non si è fatto quasi accenno a ciò, e nessuna voce di critica si è levata contro questa decisione.

Per aprire una piccola parentesi, tra l'altro la stessa Israele non è certo nuova nella costruzione di muri, si pensi a quello edificato sempre in Cisgiordania dal 2002(4) e che serve a separare palestinesi e israeliani ufficialmente per questioni di anti-terrorismo, muro che comunque ha motivazioni diverse da quello nuovo e che ha ricevuto diversa attenzione mediatica e politica.



Oltre ad Israele, c'è da segnalare il muro anti-migranti in USA(5), muro il cui tentativo di oltrepassarlo ha costato la vita a molti migranti di origine messicana(6), ma a parte diverse campagne politiche per la sua abolizione, non si è mai avuta un'attenzione mediatica così massiccia contro di esso, come quella che si ha giustamente nel caso ungherese.



Quindi, verrebbe da chiedersi:in base a quali criteri la costruzione di un muro anti-migranti in Ungheria è razzista, xenofobo e dittatoriale, mentre negli USA e in Israele è "lotta antiterrorismo" ?

Insomma, è abbastanza chiaro il doppio binario usato dai media per questi casi, e ciò non è certo un bene né per l'opinione pubblica, né per gli stessi migranti, trattati mediaticamente in modo diverso a seconda del paese che li rifiuta o li accoglie.



A queste osservazioni, qualcuno giustamente potrebbe far notare che perlomeno nel caso israeliano ci sarebbero diverse ragioni per la politica di chiusura verso i migranti, dalla paura del terrorismo passando alla conservazione e difesa della minacciata identità culturale ed etnica ebraica o alla considerazione del fatto che lo stato ebraico è abbastanza poco esteso, e così via.

Tuttavia tali critiche, per certi versi abbastanza ragionevoli, non sarebbero del tutto sufficienti per giustificare la politica del governo, altrimenti si dovrebbe, almeno per par condicio, iniziare pure a giustificare le motivazioni del governo ungherese, visto che anche il popolo di quel paese ha avuto, anche se in misura assai minore, storicamente l'identità minacciata, e d'altronde l'Ungheria non è un paese economicamente benestante e non ha certamente causato le guerre in Libia,Siria e le altre situazioni da cui fuggono i profughi.

Quindi, sarebbe auspicabile che le campagne mediatiche e l'indignazione si facciano sentire sia nel caso ungherese che in tutte le altre situazioni critiche in cui si costruiscano muri e si rifiutino in modo radicale i migranti, anche se tali situazioni riguardano paesi internazionalmente blasonati.

NOTE:
(1)http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-09-12/ungheria-orban-alza-muro-anti-immigrati-polemica-vienna-183709.shtml?uuid=ACvTDow
(2)http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/israele-inizia-costruzione-muro_2132148-201502a.shtml
(3)http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/09/israele-sta-costruendo-un-nuovo-muro.html
(4)http://www.altd.it/2013/03/26/la-storia-del-muro-tra-israele-e-cisgiordania/
(5)https://it.wikipedia.org/wiki/Barriera_di_separazione_tra_Stati_Uniti_d%27America_e_Messico
(6)https://en.wikipedia.org/wiki/Migrant_deaths_along_the_Mexico%E2%80%93United_States_border

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