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Dopo la Siberia gli incendi devastano anche l’Amazzonia


Di Andrea Muratore

Luglio nero per l’ecosistema planetario. Dopo le foreste siberiane brucia l’altro grande “polmone verde” della Terra, la foresta amazzonica brasiliana. L’Inpe, l’ente brasiliano della ricerca spaziale, ha lanciato l’allarme sulla condizione della più grande foresta del Sudamerica: in Amazzonia si sono concentrati il 52,5 per cento degli incendi divampati tra gennaio e agosto 2019 in tutto il Brasile, cresciuti dell’82% rispetto a tutto l’arco del 2018 e passati da poco meno di 40.000 a quasi 73.000 in soli otto mesi.
Il colpo è duro per una serie di fattori. In primo luogo quello ambientale. L’Amazzonia è il più ricco polmone di biodiversità del pianeta, popolata da specie animali e vegetali in larga parte endemiche, e al tempo stesso un vero e proprio regolatore degli equilibri climatici planetari come pochi altri elementi (essenzialmente la Corrente del Golfo e El Nino). I 5,5 milioni di chilometri quadrati dell’Amazzonia, in larga parte interni al territorio brasiliano, trattengono circa il 10% dell’anidride carbonica emessa a livello globale, in una quantità stimata in circa 110 miliardi di tonnellate. Una riduzione dell’area coperta dall’Amazzonia,specie negli oltre 2,7 milioni di chilometri quadrati protetti come riserve di biodiversità o santuari indigeni, colpirebbe al cuore tale potenzialità.
Il secondo fattore è di ordine politico e sociale. L’Amazzonia è al centro di una vera e propria “guerra” di matrice economica che i roghi hanno tutta l’aria di incentivare gravemente. L’ascesa al potere di Jair Bolsonaro a inizio anno, infatti, ha scatenato appetiti e sfide sul futuro dell’Amazzonia. Da un lato, la biodiversità e i popoli indigeni, che vivono nelle aree loro assegnate dal governo centrale. Dall’altro, i fazendeiros del comparto agroalimentare brasiliano, sostenitori del Presidente e rappresentati nel governo dal ministro dell’Agricoltura Tereza Cristina, i cercatori d’oro, i finanzieri e gli industriali in cerca d’affari e un’amministrazione pubblica che si mantiene schierata sul loro medesimo versante.

Una guerra contro l’Amazzonia

Ne abbiamo avuto un assaggio alcune settimane fa, e lo abbiamo raccontato su queste pagine: “Nel Nord del Brasile è iniziata un’offensiva pericolosa, condotta contro una tribù indigena costretta a difendere con le unghie e con i denti i suoi terreni. Parliamo dell’attacco dei cacciatori d’oro abusivi, i garimpeiros, contro la piccola e isolata popolazione dei Waiapi,costituita da soli 1.200 individui sparsi su una distesa di oltre 600.000 ettari di foresta vergine che copre territori ricchi di risorse e materie prime. L’oro è il volano di un attacco che i Waiapi hanno subito dopo trent’anni di convivenza pacifica con le comunità locali e i governi brasiliani, nella giornata di sabato 20 luglio”. Assalti e incendi sono il mezzo con cui si sostanzia l’attacco all’Amazzonia: e innegabile è l’impatto del fattore umano e dei roghi dolosi nell’aumento del 15% della deforestazione della foresta pluviale tra il 31 luglio del 2018 e il 31 luglio del 2019 nei nove Stati brasiliani in cui l’Amazzonia si estende (Acre, Amapà, Amazonas, Parà, Rondonia, Roraima e aree degli stati di Mato Grosso, Tocantins e Maranhão).
La somma di agricoltori desiderosi di espandere i loro terreni, cercatori d’oro abusivi e personaggi in cerca d’autore che agiscono per favorire l’antropizzazione della foresta ha più volto prodotto gravi danni all’Amazzonia, e non sarebbe strano ipotizzare un revival di queste azioni ora che a Brasilia si è insediato un governo aggressivo con la foresta e poco desideroso di mettere la conservazione dell’Amazzonia in cima alle sue priorità politiche.
Bolsonaro ha incentivato con durezza la linea pro-business del predecessore Michel Temer, che nell’agosto 2017 ha provato senza successo a ottenere l’abolizione della riserva amazzonica di Renca, istituita nel 1984 al confine tra gli Stati federali di Amapa e Para su un’area di 46mila chilometri quadrati. E con le dichiarazioni e le sue azioni politiche ha mostrato di voler limitare gli spazi per la tutela dell’Amazzonia e dei popoli indigeni: scandalosa, in tal senso, è stata la nomina alla guida della Funai, agenzia governativa per la tutela degli indigeni, di un  paladino dell’agrobusiness, il 41enne Marcelo Xavier da Silva.

Bolsonaro dà la colpa alle Ong

Per Bolsonaro, gli studi dell’Ispe sono tutt’altro che attendibili. Come scrive Agenzia Nova, “Bolsonaro, ha criticato duramente il presidente dell’Inpe, Ricardo Galvao, per aver divulgato i dati che mostrano una preoccupante accelerazione nel processo di deforestazione dell’Amazzonia, accusando Galvao di essere un “bugiardo al servizio di qualche Ong”, e affermando che la deforestazione deve essere combattuta non facendo “campagna contro il Brasile”, dal momento che la diffusione di dati allarmanti “danneggia” il paese”. Immediata la replica di Galvao, che accusa Bolsonaro di essere “pusillanime e codardo […] Ha fatto commenti impropri, infondati e ha fatto attacchi inaccettabili”.
L’attacco di Bolsonaro, che cozza con le migliaia di segnalazioni video e fotografiche degli eventi catastrofici, è un segno del nervo scoperto rappresentato dalla questione amazzonica. Il Presidente deve accontentare l’agrobusiness per favorire la ripresa dei suoi consensi in continuo calo, ma poterlo fare senza ricevere le critiche globali per aver scatenato una corsa all’Amazzonia è per lui difficoltoso. Non è detto, data l’ondata di sdegno suscitata, che possa però essere molto meno costoso politicamente attendere l’azione individuale dei singoli avventurieri. A perderci è il polmone verde del Sudamerica. Priva di tutele, colpita dagli incendi e da una corsa selvaggia all’accaparramento delle sue risorse, l’Amazzonia soffre. E ai tropici, come nel grande nord siberiano, il fuoco impone un durissimo prezzo alla salute dell’ambiente globale.

Il mistero del braccialetto dei Denisova di 40mila anni fa


E' molto elaborato, fatto con una lucida pietra verde e si pensa che abbia ornato una donna molto importante o un bambino solo in occasioni speciali. Ma questo non è un accessorio di moda dei nostri giorni si crede invece sia il più antico braccialetto di pietra del mondo, risalente a 40 mila anni fa.

Dissotterrato nella regione degli Altai in Siberia nel 2008, dopo un'analisi dettagliata gli esperti russi ora riconoscono come corretta la sua notevole età. 

Le nuove immagini mostrano questo antico gioiello nella sua piena gloria, gli scienziati hanno concluso che sia stato fatto dai nostri antenati umani preistorici, i Denisova, e mostra come questi fossero molto più progrediti di quanto si pensasse.

"Il bracciale è stupefacente - alla luce del giorno riflette i raggi del sole, di notte accanto al fuoco getta una profonda tonalità di verde," ha detto Anatoly Derevyanko, direttore dell'Istituto di Archeologia ed Etnografia di Novosibirsk, parte del ramo siberiano dell'Accademia Russa delle Scienze.

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Fatto di clorite, il braccialetto è stato trovato allo stesso livello dei resti
di alcuni uomini preistorici e si pensa appartenesse a loro.
Immagini: Anatoly Derevyanko e Mikhail Shunkov

"E' improbabile sia stato utilizzato come un pezzo di gioielleria di tutti i giorni. Credo che questa bellissimo e molto fragile bracciale sia stato indossato solo per alcuni momenti eccezionali".

Il bracciale è stato trovato all'interno della famosa Denisova Cave, sui monti Altai, che è rinomata per i suoi ritrovamenti paleontologici risalenti ai Denisovani, conosciuti come homo altaiensis, una specie estinta di esseri umani geneticamente distinti da uomini di Neanderthal e dagli esseri umani moderni.

Fatto di clorite, il braccialetto è stato trovato allo stesso livello dei resti di alcuni uomini preistorici e si pensa appartenesse a loro.

Ciò che ha reso la scoperta particolarmente eclatante è stata che la tecnologia di produzione, più comune in un periodo molto più tardo, come ad esempio il neolitico. Infatti, non è ancora chiaro come i Denisovani avrebbero potuto fare il braccialetto con tanta abilità.

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Nuove immagini mostrano questo antico gioiello nella sua piena gloria.
Immagini: Vera Salnitskaya

Scrivendo nella rivista di Novosibirsk, Science First Hand, il dottor Derevyanko ha detto: "Sono stati trovati due frammenti del braccialetto di una larghezza di 2,7 centimetri e uno spessore di 0,9 centimetri. Il diametro stimato del ritrovamento è stato di 7 cm. Vicino ad una delle fessure è presente un foro con un diametro di circa 0,8 cm. Dallo studio di questo foro, gli scienziati hanno scoperto che la velocità di rotazione del trapano era piuttosto alta, con fluttuazioni minime, tecnologia che è comune in tempi più recenti.

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Tracce dell'uso di un attrezzo per la perforazione sul braccialetto della Denisova Cave. 
Braccialetto lucido di pietra di epoca neolitica.
Immagini: Anatoly Derevyanko e Mikhail Shunkov, Vera Salnitskaya

"L'antico maestro era abile nelle tecniche precedentemente considerate non caratteristiche per il Paleolitico, come la perforazione con un attrezzo, l'utilizzo di utensili come una raspa, la levigatura e la lucidatura con pelli di diversi gradi di conciatura."

La Clorite non è stato trovata nei pressi della grotta e si pensa provenga da una distanza di almeno 200 km, che mostra di quale valore fosse questo materiale a quel tempo.

Il Dottor Derevyanko ha detto che il braccialetto ha subito danni, compresi visibili graffi e urti, anche se sembra che alcuni dei graffi siano stati levigati. Gli esperti ritengono inoltre che il gioiello aveva altri ornamenti per renderlo più bello.

"Accanto al foro sulla superficie esterna del bracciale può essere vista chiaramente una limitata zona lucida causata da intensi contatti con qualche materiale organico morbido," afferma il dottor Derevyanko. "Gli scienziati hanno suggerito si trattasse di un cinturino in pelle con un ciondolo, e che questo ciondolo fosse piuttosto pesante. La posizione della sezione lucida ha permesso di identificare l'alto e il basso del bracciale e di stabilire che era portato sulla mano destra".

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Zona lucida a causa di intensi contatti con qualche materiale organico morbido.
Ricostruzione dell'aspetto del braccialetto e comparazione con braccialetto moderno. 
Immagini: Anatoly Derevyanko e Mikhail Shunkov, Anastasia Abdulmanova

Situata vicino al fiume Anuy, a circa 150 km a sud di Barnaul, la Denisova Cave è una popolare attrazione turistica, tale è la sua importanza paleontologica. Nel corso degli anni vi sono stati trovati una serie di resti, tra cui alcuni animali estinti, come il mammut lanoso. Un totale di 66 diversi tipi di mammiferi sono stati scoperti all'interno, e 50 specie di uccelli.

La scoperta più emozionante è stata quella dei resti dei Denisoviani, una specie di primi umani risalente a 600 mila anni fa, e diversa sia dai Neanderthal che dall'uomo moderno.

Nel 2000 è stato rinvenuto nella grotta un dente di un giovane adulto e nel 2008, quando è stato trovato il braccialetto, gli archeologi hanno scoperto l'osso di un dito di un giovane Denisoviano, che hanno soprannominato "donnaX". Un ulteriore esame del sito ha permesso di trovare altri reperti risalenti fino a 125 mila anni.

Il Vice direttore dell'Istituto Mikhail Shunkov ha suggerito che la scoperta indica che i Denisoviani - anche se ormai estinti - erano più avanzati rispetto a Homo sapiens e Neanderthal.

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Le tracce di riparazione sulle crepe.
Il bracciale aveva subito un danno, compresi graffi visibili e urti.
Immagini: Anatoly Derevyanko e Mikhail Shunkov

"Nello stesso livello, dove abbiamo trovato un osso Denisoviano, sono state trovate altre cose interessanti; fino ad allora si credeva che queste fossero il segno distintivo della comparsa del Homo sapiens," ha detto. "Prima di tutto, ci sono stati gli elementi simbolici, come i gioielli - compreso il braccialetto di pietra e un anello, scolpito nel marmo."

I dettagli completi dell'anello devono ancora essere rivelati. 

"Questi oggetti ritrovati sono stati fatti con metodi tecnologici - limatura della pietra, la perforazione con un attrezzo, le correzioni - che sono considerati tradizionalmente tipici per un momento successivo, e in nessuna parte del mondo sono stati utilizzati così presto, nel Paleolitico. In un primo momento, abbiamo collegato i reperti con una forma progressiva di essere umano moderno, e ora si è scoperto che questo era fondamentalmente sbagliato. Ovviamente furono i Denisoviani, che lasciarono queste cose".

Ciò ha indicato che "il più progredito della triade" (Homo sapiens, Homo di Neanderthal e Denisova) erano i Denisoviani, che in base alle loro caratteristiche genetiche e morfologiche erano molto più antichi di Neanderthal e uomo moderno". 

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L'ingresso alla Denisova Cave e degli scavi archeologici all'interno.
Foto: The Siberian Times

Ma questo braccialetto di aspetto moderno potrebbe essere stato con resti più antichi?

Gli esperti hanno considerato questa possibilità, ma anche rifiutato, affermando di credere che gli strati non erano contaminati da interferenze umane di un periodo successivo. Il terreno intorno al braccialetto è stato anche datato utilizzando l'analisi isotopica dell'ossigeno.

Il bracciale si trova ora presso il Museo di Storia e cultura dei popoli della Siberia e l'Estremo Oriente a Novosibirsk. Irina Salnikova, a capo del museo, ha detto del braccialetto: "Io amo questa scoperta. 

Le competenze del suo creatore erano perfette. Inizialmente abbiamo pensato che fosse stata fatta da uomini di Neanderthal o moderni umani, ma si è scoperto che il maestro era Denisoviano, almeno a nostro parere.

"Tutti i gioielli hanno avuto un significato magico per gente antica e anche per noi, anche se non sempre ce ne accorgiamo. Bracciali e ornamenti del collo erano utilizzati per proteggere le persone dagli spiriti maligni, per esempio. Questo oggetto, data la complicata tecnologia e il materiale "importato", ovviamente apparteneva a una persona di alto rango di quella società".

Mentre altri braccialetti ritrovati pre-datano questa scoperta, gli esperti russi dicono che questo è il più antico gioiello in pietra conosciuto del suo genere.

Altai in Siberia... Iperborea poteva essere la siberia e gli iperborei essere i Denisoviani?


Le radici europee degli Indiani D'America


Di Elisabetta Intini

 Il fossile di un bambino vissuto in Siberia 24 mila anni fa ha svelato agli archeologi indizi per risolvere un puzzle complesso: quello delle antiche migrazioni umane nel continente americano. Le analisi genetiche delle ossa del giovane - noto come ragazzo di Mal'ta, dal nome del villaggio vicino al Lago Baikal, dove fu rinvenuto a metà del '900 - indicherebbero che un terzo del DNA dei nativi americani ha origini europee, e che le popolazioni dell'Europa occidentale si spinsero, nelle loro migrazioni, più a est di quanto si credesse.

Cold case: un giallo riaperto dopo 50 anni

I resti del giovane di Mal'ta - poche ossa coperte da un lastrone di pietra rinvenute in Siberia in una campagna di scavi terminata nel 1958 - sono rimasti per oltre 50 anni all'interno dell'Hermitage, un importante museo di San Pietroburgo, in Russia.
I resti del giovane di Mal'ta - poche ossa coperte da un lastrone di pietra rinvenute in Siberia in una campagna di scavi terminata nel 1958 - sono rimasti per oltre 50 anni all'interno dell'Hermitage, l'importante museo di San Pietroburgo, in Russia.

Solo nel 2009 un gruppo di archeologi dell'Università di Copenhagen (Danimarca) ha chiesto di poter compiere studi genetici sul fossile per trovare prove dell'origine est asiatica dei nativi americani: una delle ipotesi più condivise sull'origine dei più antichi abitanti del "Nuovo mondo" è che discendessero da popolazioni siberiane imparentate con popoli dell'Asia orientale.

L'analisi del DNA estratto dall'osso del braccio del bambino - i cui risultati sono stati appena pubblicati su Nature - ha riservato, però, due belle sorprese.
La prima è che il DNA del ragazzo è in parte simile a quello delle popolazioni dell'Europa occidentale: la prova, se i risultati venissero confermati, che durante l'ultima Era Glaciale le popolazioni europee si spostarono molto più a est, nell'area euroasiatica, di quanto si pensasse finora, fino in Siberia. Del resto, anche non si conservano frammenti di pelle o capelli del giovane, i suoi geni fanno pensare che avesse capelli e occhi castani, caratteristiche assimilabili a quelle degli europei occidentali.

La seconda è che un'ampia porzione - il 25% - del codice genetico del bambino combacia con quella dei moderni nativi americani, mentre non sembra particolarmente affine a quello delle popolazioni asiatiche orientali. Dopo aver escluso l'ipotesi di una contaminazione del DNA con altri reperti, gli scienziati hanno condotto analisi di conferma anche su altri fossili di antichi siberiani e anch'essi mostrano marker di origine europea.


Mal'ta si trova quasi al confine della Mongolia ed è relativamente vicina allo stretto di Bering che una volta era libero dall'acqua (zone in verde più scuro).
Secondo le ipotesi degli scienziati  le popolazioni dell'Europa occidentale si sarebbero incrociate con quelle euroasiatiche occidentali - quelle per intenderci, del villaggio di Mal'ta - una volta migrate in Siberia: i nuovi individui avrebbero poi varcato l'area dello stretto di Bering per raggiungere il continente americano.

Secondo le analisi dei ricercatori i moderni nativi americani dovrebbero ai loro "parenti" in parte europei in parte euroasiatici tra il 14 e il 38% del loro codice genetico. La prova che i nostri antenati arrivarono nel "Nuovo mondo" ben prima di Cristoforo Colombo.


Indiani d'America, dalla Siberia camminando sullo stretto di Bering

Scritta nel Dna l’origine siberiana, raggiunsero l’America attraverso una lingua di terra scomparsa 
Una sottile striscia di terra ghiacciata che unisce le terre più inospitali dell’Asia e dell’America, un popolo in marcia attraverso lo stretto di Bering, tra Siberia e Alaska, appena 12mila anni fa.

E’ questa la suggestiva immagine che, per i ricercatori dell’Università del Michigan, fotografa le origini delle popolazioni native americane: un’immagine che si oppone a quella tradizionale, secondo cui i nativi di Nord e Sud America sarebbero giunti 30mila anni fa dalla Polinesia e da altre zone dell’Asia, via mare e via terra, in ondate successive.
La nuova teoria si fonda sull’esame delle caratteristiche genetiche di 29 popolazioni americane e di due gruppi siberiani: l’équipe di genetisti ha rilevato un’unica variante genetica che caratterizza tutti i popoli americani - senza distinzione fra nord, centro e sud - e che, nel mondo, si rileva esclusivamente nella Siberia dell’est. Man mano che ci si allontana dallo stretto di Bering, le somiglianze genetiche fra siberiani e indiani americani si riducono.
Si tratta di una mutazione “giovane”, si legge ancora nella ricerca, il che fa pensare ad una migrazione relativamente recente, avvenuta in un unica soluzione : “Se ci fossero stati diversi e successivi flussi migratori e se molti dei gruppi di migranti non avessero presentato la variante, non avremmo rilevato una presenza così diffusa della mutazione nelle Americhe”, sottolinea Noah Rosenberg, genetista che ha partecipato allo studio. 




I misteri irrisolti della Siberia, un luogo pieno di segreti

La Siberia è una vasta regione della Russia che copre quasi tutta l’Asia settentrionale e comprende una grande parte della steppa eurasiatica.
Si estende a est a partire dagli Urali fino all’Oceano Pacifico, e dall’Oceano Artico verso sud fino alle colline del Kazakistan centro-settentrionale e fino ai confini con la Mongolia e la Cina.
La Siberia, il cui nome significa “terra che dorme”, è luogo oggetto di numerose leggende, nate dalla scoperte di diverse tombe antiche, enigmatici insediamenti e strani manufatti, una serie di antichi ed irrisolti misteri che circondano questa regione del pianeta Terra.
Proponiamo alcuni tra gli enigmi più conosciuti della Siberia, alcuni dei quali sono già stati trattati in articoli pubblicati sul nostro blog.

1. Le cupole di metallo (Olgius)

La Repubblica di Yakutia (conosciuta anche come Jakutia o Sakha), si trova nella Russia nord-orientale (Siberia), a sud della tundra artica in Russia ed è conosciuta come il luogo abitato più freddo del pianeta Terra.
Il nome antico di questa zona è Uliuiu Cherkechekh, che si traduce, appunto, come Valle della Morte, dato che per gli abitanti del luogo chi si avventura questa zona difficilmente può uscirne vivo. Secondo i racconti degli abitanti locali, l’intera area sarebbe piena di strane e innaturali strutture metalliche a forma di cupola, situate in profondità nel permafrost e rilevabili in superficie a causa del loro colore visibilmente in contrasto con le vegetazione naturale.
I cacciatori nomadi solitari hanno descritto le cupole come delle grandi case di ferro (kheldyu) impiantate nel terreno perennemente ghiacciato. Sembra siano fatte di un metallo simile al rame nell’aspetto ma, a differenza del rame, non può essere scalfito o danneggiato. Nessuno è mai stato in grado di tagliare anche un frammento.
Alcune di queste caldaie – la forma ricorderebbe quella di una pentola capovolta – hanno un’apertura sulla parte superiore, con una scala a chiocciola che conduce fino a una galleria circolare con diverse camere interne. Nonostante i 40° gradi esterni, i cacciatori affermano che gli interni risultano essere piacevolmente caldi.
Gli ufologi russi hanno proposto due teorie sulle cupole della Valle della Morte. Secondo la prima ipotesi, le cupole potrebbero essere i rottami di un’antica astronave distrutta in un incidente o in una battaglia aerea.
La seconda ipotesi, avanzata dal ricercatore russo Valery Uvarov e decisamente più intrigante, afferma che le misteriose cupole della Siberia potrebbero essere un’antica arma costruita dagli extraterrestri per proteggere il nostro pianeta da eventuali pericoli esterni, tipo meteoriti o altri alieni ostili.

2. Il misterioso cratere Patomskiy

Il misterioso cratere Patomskiy, noto anche come il ‘nido d’aquila’, è stato scoperto 65 anni fa da in geologo russo nella regione di Irkutsk, Siberia. Il cono è alto 80 metri dal punto più basso della base e il diametro misura circa 150 metri. Si pensa che il cratere si sia creato circa 250 anni fa, anche se le stime proposte da veri geologi sono molto divergenti.
L’origine del cratere Patomskiy ha sconcertato per decenni gli scienziati, i quali hanno avanzato una moltitudine di teorie. La maggior parte di essi ritiene che il nido d’aquila sia il risultato di un impatto meteoritico, anche se nessuna traccia di materiale è stata trovata a sostegno della teoria.
Sono state avanzate anche altre teorie, tra cui un’esplosione nucleare segreta, oppure il materiale di risulta di una miniera gulag per i lavori forzati, ma nessuna fonte storica, ne la logica, attesta l’esistenza di un campo di lavoro forzato in una zona tanto remota della Siberia. Non può essere nemmeno un vulcano, dato che la regione non è interessata da fenomeni simili.

3. la Pietra di Dashka

È possibile che nel passato dell’umanità siano esistete civiltà avanzate, poi misteriosamente scomparse nelle pieghe della storia?
Gli scienziati della Bashkir State University sono convinti che la risposta a questa domanda sia decisamente affermativa e le prove si troverebbero su una grande lastra di pietra scoperta nel 1999, su cui sarebbe impressa una mappa tridimensionale realizzata con una tecnologia sconosciuta.
La lastra di pietra sembra presentare tre livelli topografici, notevolmente simili alla geografia unica si una precisa area dei Monti Urali. Lo strato più superficiale è costituito da uno strato di calcio porcellanato, apparentemente destinato a proteggere gli strati sottostanti dall’usura.
Forse la caratteristica più sorprende di questa misteriosa mappa in rilievo è che gli esami utilizzati per datare la roccia hanno restituito un’antichità pari a 120 milioni di anni.

4. I megaliti di Gornaya Shoria

Un nuovo sorprendente sito megalitico è stato individuato nella Siberia meridionale, sul Monte Shoria, nei pressi di Gornaya Shoria.
Il sito mostra una serie di enormi blocchi apparentemente di granito, che sembrano essere stati appiattiti, sagomati e adattati per essere impilati alla maniera ‘ciclopica’.
Si tratta di blocchi davvero enormi, forse troppo per essere posizionati da normali esseri umani. Proprio per questo alcuni pensano che si tratti di un bizzarro scherzo della natura che ha sagomato i blocchi così da farli apparire artificiali.
Dopo che la scoperta è stata divulgata, alcuni hanno ipotizzato che il sito di Gornaya Shoria possa essere la prova di un’antica civiltà perduta capace di incredibili opere di ingegneria che, nonostante la nostra tecnologia moderna, non saremmo in grado di replicare.

5. L’enigma di Arkaim

Аркаим (in russo), è considerato da alcuni come il sito archeologico più importante ed enigmatico del nord Europa. Il sito è oggetto di polemiche ed è a volte indicato come la Stonehenge della Russia. Si trova alla periferia della regione di Chelyabinsk, negli Urali meridionali, appena a nord del confine con il Kazakistan.
Il sito viene generalmente datato al 17° secolo a.C., anche se sono state proposte datazioni antecedenti, fino al 2000 a.C. L’insediamento apparteneva alla cultura di Sintashta-Petrovka, un’antica cultura dell’età del bronzo vissuta nella parte settentrionale della steppa eurasiatica, al confine tra Europa Orientale ed Asia Centrale, nel periodo compreso tra il 2100 ed il 1800 a.C.
L’insediamento di Arkaim copre un’area di 20 mila metri quadrati . Attorno alle mura di Arkaim vi erano campi arabili irrigati tramite un sistema di canali. Si compone di due cerchi di abitazioni separate da una strafa, con una piazza centrale.
Arkaim è solo un esempio della ricca collezione archeologica nascosta nel territorio russo. Purtroppo, buona parte di essi sono andati perduti a causa del progresso industriale, come il sito di Sarkel, una fortezza in pietra dell’830 a.C. Distrutta dal governo sovietico nel 1952 per la costruzione del Bacino di Cimljansk.

6. L’orribile storia del Passo Djatlov

A metà del mese di gennaio dell’anno 1959, un gruppo di giovani sciatori intraprese un’escursione sul Kholat Syakhl, uno dei monti degli Urali settentrionali, comunemente noto come la “Montagna Morta”.
I nove avevano come obiettivo quello di raggiungere a piedi le pendici dell’Otorten. Tutti i membri della spedizione avevano alle spalle esperienza sia di lunghe escursioni sugli sci che di spedizioni di montagna.
Il gruppo aveva concordato che non appena fossero rientrati a Vižaj, Djatlov avrebbe comunicato via telegrafo con la loro associazione sportiva. Gli escursionisti avevano stimato che ciò non sarebbe accaduto più tardi del 12 febbraio. Quando passo quel giorno, nessuno reagì alla mancata comunicazione, dato che un ritardo di qualche giorno in simili spedizioni era una cosa piuttosto normale.
Quando il 26 febbraio fu trovato il campo dei giovani escursionisti, i soccorritori si trovarono davanti ad una scena inquietante: la tenda sembrava intatta nella struttura, ma la stoffa sembrava fosse stata strappata dall’interno, come se fosse stata danneggiata dagli occupanti in fuga.
Gli investigatori si sono chiesti quale “bestia” possa aver spaventato i due al punto da abbandonare i loro vestiti nonostante il freddo gelido e strappare la pelle delle loro mani in un disperato tentativo di mettersi in salvo. Il fatto che non ci fossero tracce evidenti di animali, unito al fatto che i cropi erano praticamente intatti, non ha fatto altro che aumentare lo sconcerto degli investigatori.

7. L’Evento di Tunguska

L’origine del famoso meteorite esploso su Tunguska è ancora oggi fonte di accesi dibattiti. Mettendo tra parentesi l’ipotesi ufologica e accettando l’ipotesi che l’evento sia stato causato dall’impatto di un meteorite, la domanda legittima è: da dove proveniva?
Il rumore dell’esplosione fu udito a mille chilometri di distanza. A 500 chilometri alcuni testimoni affermarono di avere udito un sordo scoppio e avere visto sollevarsi una nube di fumo all’orizzonte.
A 65 chilometri il testimone Semen Semenov raccontò di aver visto in una prima fase il cielo spaccarsi in due, un grande fuoco coprire la foresta e in un secondo tempo notò che il cielo si era richiuso, udì un fragoroso boato e si sentì sollevare e spostare fino a qualche metro di distanza.
L’onda d’urto fece quasi deragliare alcuni convogli della Ferrovia Transiberiana a 600 km dal punto di impatto. Si ritiene, in base ai dati raccolti, che la potenza dell’esplosione sia stata compresa tra 10 e 15 megatoni (40-60 petajoule). Altri effetti si percepirono persino a Londra, dove, in quel frangente, pur essendo mezzanotte il cielo era talmente chiaro e illuminato da poter leggere un giornale senza l’ausilio della luce artificiale.

8. I Cerchi nel Ghiaccio sul Lago Baikal

Nell’aprile del 2009, gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale, grazie allo strumento di bordo MODIS, fotografarono due cerchi comparsi sul Lago Baikal, in Siberia, lasciando a bocca aperta gli esperti di tutto il mondo.

Secondo le ipotesi scientifiche, i ghiacci furono causati dalla fuoriuscita di gas metano dal fondo del lago siberiano. Eppure, non può tenersi in considerazione il fatto che il Lago Baikal è da sempre lo scenario di racconti legati agli UFO e a strane cronache raccontate nei dossier militari dell’esercito sovietico venute fuori all’indomani dell’apertura degli archivi secretati.
Vengono riportate le testimonianze di alcuni pescatori i quali affermano di aver visto delle luci molto intense risalire dal fondo del lago per poi planare in volo radente sulla superficie. In uno rapporto del 1982, si racconta di uno strano avvenimento che coinvolse un gruppo di subacquei militari impegnato in una missione di addestramento sul fondo del lago siberiano.
Durante la missione i sub avvistarono un gruppo di creature umanoidi vestite con una tuta color argento. I militari cercarono di catturare gli alieni ma tre dei sette uomini morirono mentre gli altri quattro rimasero gravemente feriti. Alcuni ricercatori e ufologi, si dicono convinti che sul fondo del Lago Baikal esista una base segreta aliena, dalla quale gli extraterrestri monitorerebbero l’attività umana. “Io credo che l’ipotesi di basi sottomarine aliene non debba essere scartata”, afferma Vladmir Azhazha.
Tutti noi ricordiamo la “gita” del 2009 di Vladmir Putin sul fondo del Lago Baikal, a bordo del suo mini sommergibile. Secondo i giornali dell’epoca, il motivo ufficiale della spedizione sarebbe stata l’osservazione di particolari cristalli gassosi strategicamente indispensabili per la politica energetica della Russia. Mmmh…

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