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Coronavirus, fa discutere un video del Tgr Leonardo su un 'supervirus' creato in Cina nel 2015


Di Salvatore Santoru

Nelle ultime ore sta facendo discutere un servizio, datato 2015, del Tgr Leonardo di Rai3.
Più specificatamente, il video del servizio è diventato virale e parla della creazione di un supervirus polmonare da pipistrelli in Cina.
Nel servizio, riporta l'ANSA(1), si era ricordato che tale creazione del 'supervirus' sarebbe avvenuta per scopi di studio.

Stando ai sostenitori dell'origine artificiale del Covid-19, lo stesso servizio potrebbe essere in correlazione con l'ipotesi di una presunta origine del Coronavirus nel laboratorio di Wuhan.

Tale teoria è stata considerata decisamente complottista e, stando agli scienziati, sarebbe già stata smentita e, inoltre, i presunti legami tra i due episodi costituirebbero delle fake news o bufale.

NOTA:

(1) http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2020/03/25/coronavirus-il-caso-del-video-del-tgr-leonardo-2015-sul-supervirus-creato-in-cina_7adf8316-6ca5-42cd-96de-c18f7fb53595.html

Il virus non ferma Defender Europe, in arrivo 20 mila militari Usa


Di Giulia Belardelli

Nessun complotto – la maxi esercitazione Usa in Europa era in programma da anni – ma un problema di opportunità e sicurezza grande quanto una sfida sanitaria globale, quale è appunto la crescente epidemia di coronavirus che si sta allargando al mondo intero. Questo è il dilemma attorno a Defender Europe 20, il più grande dispiegamento di forze nel Vecchio continente da almeno 25 anni, come recita orgoglioso il sito della Nato. In corso non c’è nessuna “invasione americana” - come probabilmente avrete visto circolare in Rete – ma l’inizio, questo sì, di una “esercitazione multinazionale guidata dagli Stati Uniti e che comprende la partecipazione della Nato”. Obiettivo? “Dimostrare l’impegno degli Stati Uniti nei confronti della Nato e la sua determinazione a sostenere i suoi alleati e partner europei”.
Messa da parte ogni teoria complottista, resta il problema dell’opportunità di una esercitazione volta a testare “la mobilità militare” in Europa proprio in un momento in cui gli esperti di salute pubblica ci dicono di restare il più possibile fermi. L’Italia, dopo la provincia cinese di Hubei, è diventata suo malgrado un caso pilota, ma anche nel resto d’Europa ci si sta iniziando a rendere conto di come, ad oggi, l’unica arma di cui disponiamo per limitare i contagi sia ridurre le occasioni di contatto tra le persone. Far circolare meno gente possibile, limitare gli spostamenti. Ecco, non è esattamente questa la logica a cui si ispira Defender Europe, maxi esercitazione che coinvolge circa 37 mila soldati di 18 Paesi.
Dagli Stati Uniti è previsto l’arrivo in Europa di 20 mila soldati, il primo contingente è sbarcato nei giorni scorsi al porto tedesco di Bremerhaven. A loro si uniranno altri 10 mila soldati americani già presenti sul suolo europeo, a cui si andranno a sommare altri 7.000 soldati di 18 Paesi membri e partner della Nato, tra cui l’Italia. Il totale fa appunto 37 mila soldati coinvolti nelle esercitazioni, che prevedono anche il dispiegamento di oltre 13 mila mezzi tra veicoli corazzati, aerei, navi e sottomarini. L’obiettivo – spiega il sito del Comando Usa in Europa – è “accrescere la capacità di dispiegare rapidamente una grande forza di combattimento dagli Stati uniti in Europa, per rispondere a potenziali crisi”.
Il tempismo della maxi esercitazione è decisamente sfortunato: dal 21 febbraio (proprio il giorno in cui in Italia si registrava il primo morto per Covid-19) fino a fine maggio (un tempo che ora ci sembra lunghissimo e verso cui è molto difficile fare previsioni). Va anche precisato che le esercitazioni non si terranno - come è ovvio - tutte in un unico luogo, ma si svolgeranno nei prossimi mesi in sei nazioni europee: Belgio, Paesi Bassi, Germania, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia. Tutti Paesi dove sono stati segnalati casi di Covid-19, come lo sono chiaramente anche gli Usa, dove il numero dei contagi (tracciati) ha superato quota mille e si contano già oltre 30 morti.
Per ora l’esercitazione non sembra aver subito limitazioni a causa del virus, sebbene i vertici militari non escludano possibili rimodulazioni in corso d’opera. Il comando europeo dello Us Army, che coordina i movimenti americani, “sta monitorando da vicino Covid-19 e sta lavorando diligentemente con i funzionari delle nazioni ospitanti mentre prosegue l’esecuzione di Defender Europe 20”, si legge sul sito ufficiale. “Per ora – si aggiunge – il virus non ha influito sull’esecuzione dell’esercitazione”, mentre è “costante” il confronto con le autorità sanitarie dei vari Paesi su cui le truppe si stanno muovendo. “Abbiamo piani di assistenza sanitaria e medica per identificare eventuali carenze che potremmo avere e stiamo affrontando tali carenze e requisiti con ogni singola nazione ospitante”, ha rimarcato il numero due dello US Army in Europa Andrew Rohling.
Sui profili Twitter del Comando europeo degli Stati Uniti (U.S. European Command) e dell’Esercito europeo degli Stati Uniti (US Army Europe) il tema del coronavirus si è fatto strada solo negli ultimi giorni, con dei link a schede informative e di aggiornamento. Tra i tweet del Comando europeo Usa ce n’è anche uno che ricorda le “azioni semplici, oltre a essere vaccinati e prendere le medicine, che le persone e le comunità possono intraprendere per contribuire a rallentare la diffusione di malattie come l’influenza pandemica (flu)”, con tanto di hashtag #coronavirus. Sul sito, intanto, un comunicato dell’esercito racconta quanto sia stato bello il concerto della US Rock Band a Powidz, in Polonia, parte di un tour a sostegno di Defender Europe per “superare le barriere culturali e linguistiche” grazie al “linguaggio universale della musica”.

Piccoli dettagli che suggeriscono come, finora, l’emergenza coronavirus sia stata almeno in parte sottovalutata dai militari Usa, del resto coerenti con l’atteggiamento assunto fin qui dal loro Commander-in-chief, Donald Trump, preoccupato solo per l’impetto economico dell’epidemia, e per le possibili ricadute sulla sua rielezione.
Nel Pentagono, però, qualcosa sta cambiando, come scrive oggi Reuters. Ieri il quartier generale della Difesa Usa ha ammesso che i casi di contagi sono probabilmente sottostimati rispetto al conteggio ufficiale. Parando con la garanzia dell’anonimato, alcuni funzionari hanno ammesso che, in generale, la giovane età e la buona salute delle truppe rappresentano una sorta di “benedizione mista”, che può consentire ai militari di resistere meglio al virus, ma forse anche di diventarne portatori con pochi e nulli sintomi.
L’esercito ha rivelato lunedì che il comandante dello US Army Europe, Christopher G. Cavoli, potrebbe essere stato esposto al coronavirus durante una conferenza con i comandanti delle forze di terra eueopee venerdì a Wiesbaden, in Germania. Reuters ricorda la positività al coronavirus di Salvatore Farina, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, che tre giorni fa ha annunciato di aver contratto la malattia e di essere in isolamento nel proprio alloggio. L’epidemia non guarda in faccia a nessuno, né tanto meno si ferma di fronte a una divisa.

Le guerre culturali dell’Alt-Right


ASCESA E DECLINO DELL'ALT-RIGHT- II PARTE ( I parte qua )

Di Salvatore Santoru
L’alt right della ‘prima ondata’ ha saputo costruire una ‘narrazione’ che, partendo dai settori più ‘underground’, ha contribuito alla trasformazione della destra e dell’estrema destra statunitense nel suo complesso.
Come già accennato nella prima parte, un elemento fondamentale di tale narrazione ideologica è stato costituito dalla critica all’ideologia liberal del politically correct, considerata da diversi alt righters come un ‘pensiero unico’ derivante dal marxismo culturale.

L’origine della teoria del cultural marxism

Il tema del marxismo culturale è stato primariamente affrontato, a partire dagli anni novanta, da alcune personalità e organizzazioni relativamente influenti della destra cristiana, dell’estrema destra e della radical right statunitense.
Tra le personalità politiche che hanno parlato del ‘cultural marxism’ bisogna segnalare il noto commentatore ed ex candidato del GOP e del Reform Party, nonché cofondatore di ‘The American Conservative‘, Pat Buchanan(1).
Proprio Buchanan, già ex consigliere di Reagan così come di Nixon e Ford, può essere considerato come un precursore della ‘destra alternativa’ in quanto deciso sostenitore e animatore di una ‘nuova destra’ critica nei confronti del ‘mainstream conservatism’ e delle posizioni ufficiali del Repubblican Party(2).
Oltre a Buchanan, un altro autore paleocon che ha parlato del marxismo culturale è stato William S. Lind, creatore della teoria della ‘Fourth Generation Warfare’(3).
Lind, anch’egli per certi versi precursore dell’alt right, è un propugnatore del ‘conservatorismo culturale’ ed è stato anche direttore del Center for Cultural Conservatism, facente parte del network legato al think tank ‘Free Congress Research and Education Foundation’(4).
Lo stesso think tank è stato creato da Paul Weyrich, un importante esponente della destra cristiana e della ‘New Right‘ della seconda ondata(5).
Prima di proseguire, è utile fare una precisazione sul diverso utilizzo che viene fatto del termine ‘cultural marxism’ da parte delle diverse anime della destra e dell’estrema destra statunitense.
Difatti, nella concezione di “marxismo culturale” di diversi alt righters sono presenti anche richiami esplicitamente ‘razzialisti’ se non proprio razzisti e antisemiti, mentre essi non erano presenti o lo erano minimamente nell’originale concezione di stampo paleocon e conservatrice religiosa.
Inoltre, un evidente richiamo presente nella moderna concezione di ‘marxismo culturale’ è quella del ‘bolscevismo culturale’, un termine utilizzato durante il Terzo Reich per denunciare i movimenti artistici influenzati dal modernismo(6).

La Second New Right e la lotta all’establishment liberal

Come già accennato, Weyrich è stato legato alla seconda ondata della New Right. Tale movimento è stato fondamentale, da un punto di vista ideologico, per l’ascesa politica di Ronald Reagan e la conquista dell’egemonia culturale nel mondo conservatore degli anni ottanta(7).
Entrando maggiormente nei dettagli, la seconda fase della New Right era caratterizzata dall’unione di diverse istanze provenienti dall’area della destra nazionalista e conservatrice cristiana degli States e, inoltre, contribuì alla creazione di una ‘visione del mondo’ basata su un mix di nazionalconservatorismo, conservatorismo sociale e nativismo unito ad una graduale apertura verso il neoliberismo e il consumismo sfrenato (nella forma dell’edonismo reaganiano).
Oltre al già citato Free Congress, bisogna segnalare che negli anni che precedettero l’era reaganiana nacquero diversi think tank e organizzazioni legate alla ‘nuova destra’ come il Conservative Caucus, l’Eagle Forum e la più nota Heritage Foundation(8).
C’è da dire che tali gruppi e le personalità che gli animavano proponevano concezioni diverse ma, d’altro canto, essi erano uniti nell’obiettivo di contrastare il potere dell’establishment liberal(9).
Per specificare, la lotta nei confronti di tale establishment è stata una costante della New Right di prima e seconda ondata ed è l’obiettivo ufficiale dell’Alt-Right e specialmente dell’Alt-Lite, quest’ultima considerata a volte come la ‘Third New Right’(10).
Il tema dell’Alt-Lite, nota anche come Alt-Light’, sarà affrontato eventualmente in un futuro articolo e riguarda sinteticamente l’avanzata della ‘destra alternativa’ ispirata al ‘civic nationalism’, un tipo di ‘destra alternativa’ che è stata assai fondamentale nell’ambito dell’avanzata politica di Donald Trump.
Per chiarire, c’è anche da segnalare che da sempre negli Stati Uniti vi sono sono tre diversi modi di interpretare il nazionalismo, che vanno da un approccio civico e/o civile ad uno di stampo etnico e/o razziale, nonché all’approccio di stampo culturale(11).

La ‘culture war’ contro le istanze della New Left

La ‘Second New Right‘ era caratterizzata da un approccio nazionalista culturale e ‘civico’ e questi due aspetti erano presenti anche nella New Right di prima ondata, dove tuttavia permanevano alcuni influssi di matrice etnicista e/o razzialista.
Tale aspetto fu evidente nell’ambito della ‘strategia sudista’, elaborata negli anni sessanta da una parte dell’establishment del GOP e portata avanti da alcuni candidati di rilievo, tra cui anche Richard Nixon e Barry Goldwater(12). Lo stesso Goldwater era il candidato repubblicano di riferimento della ‘First New Right’ e la sua ‘piattaforma ideologica’ prevedeva un mix di populismo, nativismo e conservatorismo tradizionalista unito ad una decisa avversione nei confronti del comunismo e delle istanze portate avanti dalla New Left(13).
Nell’ambito dell’avversione nei confronti della ‘Nuova Sinistra’ portata avanti dalla First New Right rientrava, a volte, anche una certa opposizione nei confronti dei movimenti che combattevano contro la segregazione razziale, almeno tra i gruppi più estremi che supportavano l’agenda della ‘Nuova Destra’ (14).
D’altronde l’utilizzo del nazionalismo etnico e dell’identitarismo bianco, sia separatista che suprematista, è sempre stato un elemento importante di una parte della destra estrema statunitense ed è stato fondamentale anche nel contesto dell’avanzata dell’alt-right della prima ondata.
Tornando alla ‘guerra culturale’ contro la New Left, bisogna dire che sia la prima che la seconda New Right lottarono contro le diverse istanze portate avanti da essa.
Tra le notorie battaglie della Nuova Sinistra vi erano, come già detto, quelle relative ai diritti civili e sociali degli afroamericani così come quelle legate ai diritti civili delle donne, della comunità LGBT e di altre minoranze. Più precisamente, la lotta contro il ‘civil rights movement’ riguardò una parte radicale della First New Right e quella antifemminista e anti-LGBT la seconda(15).

Il marxismo culturale secondo l’Alt-Right

Le battaglie portate avanti dalla New Left hanno contribuito alla profonda trasformazione degli Stati Uniti D’America e, d’altronde, sono da ricollegarsi a quelle portate avanti dalla sinistra europea negli anni sessanta.
Dottrinalmente, i diversi movimenti e personalità legati alla ‘nuova sinistra radicale’ si rifacevano a diverse influenze ideologiche di matrice progressista ( nel senso storico del termine ), dal marxismo all’anarchismo passando al concetto di ‘radical democracy'(16). Essi, inoltre, univano l’analisi sulle contraddizioni della società occidentale del periodo ad una linea geopolitica di stampo antimperialista basata sul richiamo al pacifismo, una linea che negli USA era ed è condivisa dalla sinistra radical e dall’estrema sinistra ‘neo-comunista’, dalle organizzazioni anarchiche sostenitrici del socialismo libertario e dai libertarians.
A livello internazionale, un’influenza filosofica e dottrinaria estremamente fondamentale per la New Left e per il 68 fu costituita dalle tesi portate avanti dalla Scuola di Francoforte e dal post-strutturalismo(17).
Entrambe queste tesi, in modo comunque diverso, operavano una ‘rilettura’ del marxismo e lo attualizzano e ‘mescolano’ con influssi provenienti dal pensiero nietzschiano e da quello freudiano ma, d’altronde, anche da certo pensiero di matrice libertaria e socialista/comunista non necessariamente di stampo marxista.
Alcune di queste tesi, insieme alle teorie del noto psicoanalista Wilhelm Reich, vennero utilizzate per operare una ‘critica totale’ della società occidentale borghese e ciò, secondo i movimenti progressisti e ‘radical’ dell’epoca, al fine di ‘destrutturarla’ allo scopo di costruire una ‘nuova società’ di matrice presumibilmente egualitaria.
Nel complesso, c’è anche da dire che le tesi della sinistra radical statunitense del periodo miravano ad unire le diverse lotte di emancipazione portate avanti dai movimenti dei diritti civili e sociali.
In seguito, ci fu una vera e propria ‘normalizzazione’ delle tematiche citate e anche la sinistra e i media più ‘mainstream’ se ne fecero portavoci, pur se in modo a volte distorto dagli originali finalità e, almeno ufficialmente, tali tematiche entravano a far parte della visione del mondo veicolata dall’industria culturale e mediatica della società post-68.
Come già ricordato nel primo paragrafo, è negli anni novanta che la destra paleoconservatrice e cristiana iniziò a parlare di ‘cultural marxism’ e con tale termine essa descrisse l’egemonia culturale che la ‘nuova sinistra liberal’ ha o avrebbe conquistato nel campo della cultura e dell’accademia(18).
Tale egemonia, sempre secondo alcuni autori paleocon e della destra cristiana, sarebbe funzionale al ‘progetto globalista’ di distruzione degli Stati-nazione e della civiltà occidentale e ciò allo scopo di creare un ‘Nuovo Ordine Mondiale’, presumibilmente guidato dall’ONU e da altri gruppi di potere internazionali e ‘internazionalisti’(19).
L’Alt-Right odierna, nella sua versione ‘Lite’, vede più o meno il tema del ‘marxismo culturale’ nello stesso modo mentre quella più ‘hard’ e specialmente della prima ondata non disdegna di parlare, in modo attualizzato, di ‘complotto giudeo-massonico’.

Il globalismo visto dalla ‘destra alternativa’

Per aprire una parentesi, la già citata teoria del ‘New World Order’ è stata diffusa da una parte della destra statunitense (John Birch Society in primis) sin dagli anni sessanta ed essa descrive, in toni spesso apocalittici e non raramente influenzati dalla letteratura cospirazionista europea, la mondializzazione e il progetto per arrivare ad una governance globale così come il ruolo che vi hanno o avrebbero alcune importanti importanti ed influenti organizzazioni internazionali come la Trilateral e il Bilderberg(20).
Inoltre, nelle teorie del NWO si parla spesso di influenti ‘dinastie’ passate e presenti di banchieri e industriali come i Rothschild e i Rockefeller e, d’altronde, al giorno d’oggi uno dei nomi più gettonati è quello di George Soros, finanziere e fondatore dell’organizzazione ‘Open Society’.
Stando all’alt-right, ma anche a buona parte della destra sovranista e dei cospirazionisti, Soros sarebbe uno dei principali architetti del progetto globalista e/o mondialista e sarebbe il principale finanziatore dei gruppi che si rifanno al ‘moderno progressismo’ e che mirerebbero alla distruzione della civiltà occidentale e dei suoi valori tradizionali(21).
Nei fatti Soros, notoriamente seguace di Karl Popper, è sostenitore di una Weltanschauung liberal e ‘social-liberale’ e con la sua Open Society sostiene diverse ONG.
D’altronde, Soros è comunque noto per essere un esponente di spicco dell’alta finanza globale e per essere un deciso finanziatore del Democratic Party e di alcuni movimenti e partiti liberal e/o progressisti mondiali e, inoltre, il suo nome è legato alla controversa svalutazione della lira e della sterlina(22).
Oltre a ciò, Soros sostiene che gli States e l’Europa (occidentale come orientale) dovrebbero basarsi su una politica di maggiore accoglienza nei confronti dei migranti e dei rifugiati e, secondo i sovranisti e l’alt-right, tra le ONG da lui sostenute vi sarebbero anche quelle che si occupano direttamente del salvataggio e del trasporto in Europa degli stessi migranti e profughi, otre a quelle di cui si ha notizia certa(23).
Stando sempre ad una buona parte del’alt-right statunitense e alla destra sovranista e identitaria europea, la stessa immigrazione di massa che interessa i paesi europei e gli USA sarebbe legata al piano della ‘Grande Sostituzione’(24), che per l’Alt-Right più ‘hard’ sarebbe a sua volta parte del ‘progetto mondialista’ del ‘white genocide’(25).
In linea di massima, una buona parte della stessa ‘destra alternativa’ propone quindi una linea politica e geopolitica di stampo ‘antiglobalista’ e che promuova l’identitarismo e l’etnonazionalismo(26). Non è un caso che l’identitarismo europeo, a sua volta influenzato dalla ‘rilettura’ di alcune tesi della Nouvelle Droite(27), sia stato una fonte di ispirazione ideale ed ideologica dell’Alt-Right della prima ondata e che lo stesso Richard Spencer si dichiari prima di tutto un ‘identitarian’(28).

L’avanzata dell’Alt-Right e gli errori di una certa narrazione mediatica e della sinistra ‘mainstream’

L’Alt-Right ha sperimentato una rapida ascesa in pochi anni, passando dall’essere una sorta di ‘sottocultura’ quasi invisibile al diventare un’ideologia particolarmente influente negli States trumpiani. La nascita e la crescita di questo movimento radicale è stata accompagnata dagli errori, specialmente comunicativi, della sinistra e dei media mainstream.
Difatti, la narrazione della ‘destra alternativa’ è stata da una parte sia sottovalutata nei suoi aspetti critici ed estremi e, dall’altra, demonizzata e non analizzata a dovere.
Il fatto è che, secondo alcuni teorici, la ‘destra alternativa’ ha saputo prosperare nelle ‘falle’ causate dalle contraddizioni di una certa sinistra, specialmente nell’ambito delle identity politics.
La ‘sinistra sistemica’ statunitense, ma anche europea, si è distanziata dalle ‘istanze del popolo’ e ha preferito concentrarsi su una politica di stampo ‘identitario’ scollegata da un più ampio contesto di trasformazione sociale e politica ( questo al contrario della New Left ).
Praticamente, come ribadito da diversi opinionisti, la stessa ‘sinistra sistemica’ e l’apparato mediatico mainstream hanno usato e strumentalizzato le istanze libertarie e dei diritti civili per farne uno strumento di consolidamento del proprio potere e più in generale dell’establishment dominante in Occidente.
In tal modo, in una parte importante della società statunitense (ed europea) si è creata una percezione di essere stati ‘abbandonati’ o ‘traditi’ da chi doveva rappresentarli ed è cresciuto a dismisura il consenso, specie presso la classe media e lavoratrice, nei confronti del populismo neo-nazionalista e, specialmente tra i giovani di origine europea, nei confronti dell’alt-right.
Su ciò, c’è da dire che i propugnatori del populismo neo-nazionalista hanno saputo creare una narrazione incentrata sulla promozione, almeno strumentale e apparente, dei diritti sociali e allo stesso tempo critica nei confronti di quelli civili mentre l’alt-right ha saputo fare ricorso all’appello più marcatamente ‘identitarian’ ma ovviamente opposto rispetto alle politiche dell’identità di matrice progressista.
Tali tematiche sono indubbiamente da approfondire e ciò che risulta sicuro è che, negli ultimi anni, è indubbiamente mancata negli States (ma anche n Europa) una strategia politica incentrata sulla promozione dei diritti e doveri nella loro totalità (sociali e civili), e che sapesse tenere conto delle istanze individuali e collettive, senza venirne ‘risucchiata’.
2 – Continua
 2 – Le guerre culturali dell’Alt Right

NOTE :

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

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