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Quello che Trump non dice del laboratorio di Wuhan


Di Alberto Negri

Virus Connection. Americani e francesi per anni hanno finanziato a Wuhan gli esperimenti sui virus, anche quelli che forse a casa loro non potevano fare
Le prove della Virus Connection di Wuhan ci sono, eccome, non quelle però che «non» ci hanno fatto ancora vedere Trump e il suo scudiero Mike Pompeo quando accusano Pechino di avere «fabbricato» il Covid-19.
Sono le prove della collaborazione, a colpi di milioni di dollari, tra Stati Uniti, Francia e Cina proprio nei laboratori di massima sicurezza di Wuhan per lo studio dei virus animali. Su alcune queste ricerche Obama aveva messo una moratoria di quattro anni, riprese poi qualche tempo dopo con il convinto sostegno di Anthony Fauci, il boss da oltre 40 anni dell’epidemiologia americana. Americani e francesi per anni hanno finanziato a Wuhan gli esperimenti sui virus, anche quelli che forse a casa loro non potevano fare.
Questa è la Virus Connection che si nasconde nel rimbalzo tra le accuse di Trump e le repliche di Pechino sulle origini del Covid-19, ritenuto di origine naturale dalla maggior parte degli scienziati e non un esperimento da laboratorio.
Tira aria da guerra fredda tra Usa e Cina. In un discorso all’Onu nel 1974 Deng Xiapoing, allora inviato di Mao, affermò: «Mai la Cina ambirà a diventare una superpotenza». Oggi tutti pensano il contrario: Pechino nella crisi del coronavirus ha sbalzato gli Usa come nazione-guida.
L’ambiguità di fondo è come la Cina sia diventata una superpotenza: con la nostra complicità. Il Covid-19 è una vicenda emblematica. Tutto comincia quando i francesi nel 2004 avviano la costruzione a Wuhan un laboratorio di massima sicurezza per la ricerca dei virus animali. Gli scienziati cinesi per anni vengono addestrati all’Istituto Jean-Merieux di Lione sostenuto da Sanofi Pasteur, la più grande società di vaccini mondiale.
Nel 2017 il laboratorio di Wuhan viene inaugurato ma i cinesi tengono fuori i 50 ricercatori francesi che dovevano accedervi secondo gli accordi stipulati da Parigi. I francesi subiscono uno scacco imprevisto ma nella vicenda si inseriscono da protagonisti gli americani: a guidare l’operazione-Wuhan è proprio Anthony Fauci, l’uomo che Trump qualche settimana fa voleva licenziare, capo da 40 anni della sanità americana, consigliere di tutti i presidenti a partire da Reagan. Un esperto di virus ma anche di potere.
Ed ecco la Wuhan Connection. Nel 2019 Anthony Fauci, come capo del National Institutes of Allergy and Infectious Disease (Niaid), finanzia con 3,7 milioni di dollari un progetto sui virus proprio a Wuhan. E non erano certo i primi finanziamenti Usa: negli anni precedenti erano già arrivati altri 7,4 milioni. La ricerca è diretta dalla capa del laboratorio P4 Shi Zheng Li, la «signora dei pipistrelli», specializzata a Montpellier e a Lione. Decorata con la Legione d’Onore insieme al capo di tutti i laboratori cinesi, Yuan Zhiming. Insomma gli americani avevano fregato ai francesi la «loro» migliore scienziata in materia di virus da pipistrelli.
La collaborazione Usa-Cina doveva continuare quest’anno con una ricerca su come mutano i coronavirus quando attaccano l’uomo. Il progetto a Wuhan della EcoHetalth Alliance è stato cancellato soltanto il 24 aprile scorso, quando Trump, Macron e Merkel hanno cominciato ad accusare Pechino, ma anche l’Oms, di scarsa trasparenza sui dati della pandemia.
Ma qui di trasparenza se n’è vista poca anche in Occidente. Diversi scienziati americani avevano criticato la collaborazione con i cinesi perché in alcuni casi implicava la manipolazione genetica dei virus e rischi di «fuga» dai laboratori.
Un’eventualità che l’epidemiologa americana Jonna Mazet esclude decisamente su Business Insider: «Non c’è stata nessuna falla nel laboratorio: io stessa ho collaborato con i cinesi sui protocolli di sicurezza». E aggiunge un’informazione preziosa: «Ho parlato con Shi Zheng Li (la signora dei pipistrelli n.d.r.) e mi ha assicurato che nessuno aveva identificato il Covid-19 prima dell’esplosione di questa epidemia».
Ma la stessa scienziata americana ammette che non ha mai visitato personalmente il laboratorio P4 di Wuhan. Come i francesi anche gli americani che finanziavano Wuhan, pur conoscendo personalmente gli scienziati cinesi, ci avevano messo il piede dentro una volta sola.

Il problema è che la Wuhan Connection è una bomba politica. E ci racconta una storia un po’ diversa da quella ufficiale: i francesi e successivamente gli americani volevano fare in Cina esperimenti ad alto rischio vietati o sui quali erano stati espressi seri dubbi per motivi di sicurezza.
Nel 2014 sotto pressione dell’amministrazione del presidente Barack Obama il NIH aveva sospeso alcuni tipi gli esperimenti in corso sui virus. Al termine della moratoria, nel dicembre del 2017, Fauci fa riprendere gli esperimenti di ingegneria genetica. Ma in segreto. Viene infatti convocato un comitato a porte chiuse per esaminare i rischi dell’operazione che incontra l’opposizione di diversi scienziati. E per aggirarla Fauci finanzia i cinesi.
Non possiamo sapere, al momento, cosa sia accaduto a Wuhan. Ma una cosa è certa: soltanto adesso, con la pandemia del Covid-19, è affiorata la storia inquietante della Wuhan Connection.

L’America profonda contro il lockdown


Di Andrea Massardo

Nonostante gli Stati Uniti siano il Paese con il più alto numero di contagi e di vittime al Mondo a causa del Covid-19, non tutta la popolazione è a favore delle misure restrittive imposte dai governi locali, preferendo una graduale riapertura in linea con l’auspicio del presidente Donald Trump. Nella giornata di sabato sono state infatti registrate manifestazioni in favore dello sblocco negli Stati del New Hampshire, Texas e Maryland, dove le persone (tra le duecento e le quattrocentocinquanta, secondo i dati forniti da Le Monde) hanno protestato dalle proprie autovetture: rispettando il distanziamento imposto dalle leggi in vigore.

Il vero volto degli States

Sebbene i numeri non siano stati ingenti, il fatto è attribuibile alle restrizioni che ancora in questo momento provocano difficoltà negli spostamenti, nonché paura nelle sanzioni che potrebbero arrivare. Il fatto stesso però che, nonostante l’isolamento, un numero così alto di persone si sia radunato per manifestare contro i governi al motto di “si muore anche di povertà” è significativo per analizzare le  vere preoccupazioni del popolo americano.
In linea con quella che è la Storia del Paese degli ultimi 250 anni, la vera volontà del popolo americano è quella di non farsi abbattere dagli accadimenti del breve periodo, volgendo invece lo sguardo ad un futuro quanto mai incerto. In questo scenario, le attenzioni degli americani, più che ai drammi sanitari, vengono infatti riservate per le conseguenze che un prolungato lockdown avrà sull’economia del Paese; mentre le prime stime parlano già di oltre 22 milioni di nuovi disoccupati. E a causa della situazione stazionaria di piena occupazione raggiunta soltanto qualche mese fa, il dato ha iniziato a pesare eccessivamente anche sull’opinione pubblica americana – in aggiunta alle tasche stesse degli statunitensi.
Infine, con lo sviluppo della pandemia avvenuto principalmente lungo le coste del Paese – risparmiando invece gli Stati centrali – il malumore verso la serrata è incrementato proprio in quei territori che sono già considerati fedelissimi all’attuale presidente. E con il crollo occupazionale, anche gli Stati bagnati dal lago Michigan potrebbero ben presto rivelarsi la sua ennesima roccaforte, dopo il “tradimento” ad Hillary Clinton alle presidenziali del 2016.

Trump è accusato di fomentare le rivolte

A causa delle sue ultime uscite pubbliche nelle quali ha sottolineato la sua speranza di una ripartenza veloce e di un’uscita dal lockdown soprattutto degli Stati a trazione democratica, il presidente è stato accusato di aver incentivato le rivolte popolari di queste ultime ore. benché infatti non ci sia diretto collegamento tra la sua persona e gli organizzatori delle proteste, la sua semplice posizione sarebbe considerata sufficiente ad aver riacceso le volontà americane di uscire dal confinamento preventivo per combattere la pandemia di coronavirus.
In un certo senso, non trovare un collegamento tra le volontà di Trump di forzare la mano proprio in quegli Stati più fedeli al Partito democratico che hanno imposto un regime più ferreo è complicato. Ciò soprattutto in previsione delle future elezioni di novembre, dove aver provocato una rottura più netta tra il popolo e i suoi governanti – considerati gli estremi equilibri della situazione – potrebbe essere la discriminante che lo riconfermerebbe alla Casa Bianca. Ed anche i dati delle preferenze, in fondo, sono stati sin dall’inizio dell’epidemia dalla sua parte: avvalorando l’idea che tra la serrata e l’apertura il popolo statunitense propenda principalmente per la seconda.
FONTE: https://it.insideover.com/politica/americani-contro-il-lockdown-la-voce-dello-zoccolo-duro-repubblicano.html

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FOTO: https://twitter.com

Usa e coronavirus: tra ritorno di Keynes e sfida con la Cina


Di Stefano Graziosi

La crisi pandemica del coronavirus ha evidenziato una risposta economica profondamente keynesiana da parte di Donald Trump. Attraverso una serie di provvedimenti, il presidente americano ha infatti mostrato la volontà di ricorrere energicamente all’impiego di denaro pubblico per cercare di contrastare gli effetti recessivi del coronavirus.
Dopo aver approvato un primo stanziamento da 8,3 miliardi di dollari, Trump ne ha sbloccati ulteriori 50, grazie alla proclamazione dell’emergenza nazionale con lo Stafford Act. Il presidente ha anche siglato un pacchetto bipartisan di aiuti dal valore complessivo di oltre 100 miliardi, che – tra le altre cose – prevede tamponi gratuiti, sussidi di disoccupazione e potenziamento del programma sanitario Medicaid. Lo stesso maxi piano da 2.000 miliardi di dollari, anch’esso approvato a larghissima maggioranza dal Congresso, è stato fortemente auspicato dalla stessa Casa Bianca: si tratta dello stimolo economico più corposo che la storia americana ricordi. Una cifra di molto superiore ai 700 miliardi di dollari, stanziati da George W. Bush per salvare le banche dalla crisi finanziaria nel 2008, e agli oltre 800 miliardi di Barack Obama, per contrastare la Grande Recessione nel 2009. In tutto questo, non dobbiamo neppure trascurare che Trump, per potenziare la produzione di materiale sanitario, stia facendo ampio ricorso a una legge bellica, come il Defense Production Act del 1950.
La linea keynesiana del presidente, insomma, è fuori discussione. Così come è anche interessante notare un (parziale) clima di unità nazionale. Nonostante le polemiche talvolta accese, i democratici hanno infatti collaborato con i repubblicani nell’approvazione dei vari pacchetti, mentre il ricorso presidenziale al Defense Production Act è stato salutato con favore anche da alcuni esponenti politici storicamente avversi a Trump (come la deputata democratica Ilhan Omar). In tutto questo, all’inizio di aprile la Casa Bianca ha reso noto che stanzierà 100 miliardi di dollari per coprire i costi degli ospedali che stanno curando pazienti, affetti da coronavirus, non coperti da assicurazione sanitaria.
Tra l’altro, non bisogna neppure trascurare una sotterranea convergenza tra il presidente e la Speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, in riferimento alla possibilità di approvare un piano per le riforme infrastrutturali: un piano che, sulla carta, dovrebbe anch’esso valere circa 2.000 miliardi di dollari. Un piano a cui, tuttavia, la leadership repubblicana al Congresso guarda al momento con non poca diffidenza. Non è del resto un mistero che quello delle infrastrutture abbia rappresentato per Trump un cavallo di battaglia ai tempi della campagna elettorale del 2016. Le sue proposte in materia hanno sempre presentato un chiaro sapore rooseveltiano e – in particolare – non si sono mai troppo distanziate da quelle del senatore socialista, Bernie Sanders. Proprio queste assonanze con il New Deal hanno tuttavia reso quelle stesse proposte difficilmente digeribili alla destra repubblicana. Ragion per cui Trump si è nei fatti trovato costretto a riporle finora nel cassetto. In tal senso, non è affatto escludibile che il presidente voglia fare adesso leva sull’emergenza in atto con lo scopo di far passare il proprio piano di aumento della spesa pubblica, riuscendo in questo modo ad aggirare i veti delle frange più riottose del Partito Repubblicano.
Sotto questo aspetto, non bisogna del resto dimenticare che negli Stati Uniti l’incremento del welfare state sia sempre avvenuto in coincidenza ad eventi drammatici, verificatisi sul suolo americano. Il New Deal di Franklin D. Roosevelt fu una risposta alla Crisi del ’29, la Great Society di Lyndon Johnson ebbe luogo mentre si intensificava il conflitto in Vietnam, mentre la Grande Recessione del 2008 condusse Bush e Obama – come abbiamo visto – a impiegare centinaia di miliardi di fondi pubblici per salvare gli istituti finanziari e aiutare l’economia a riprendersi. Proprio il 2008 costituisce d’altronde uno spartiacque fondamentale, visto che la crisi di quell’anno ha nei fatti innescato – soprattutto tra i giovani americani – una reazione di sfiducia nei confronti del sistema capitalistico statunitense, evidenziando al contempo un crescente sostegno nei confronti del socialismo.
Al di là dell’aspetto trasformativo che la pandemia potrà produrre sull’assetto sociopolitico statunitense, è interessante analizzare anche l’impatto che il coronavirus sta determinando sul versante elettorale. Al momento, il candidato ad aver fatto maggiormente le spese da questa situazione è Joe Biden. In primo luogo, il fatto che numerosi Stati abbiano posticipato a causa del morbo le proprie primarie tra maggio e giugno ha impedito all’ex vicepresidente di blindare matematicamente la nomination già nel mese di marzo (quella che era, cioè, la sua strategia originaria). In secondo luogo, l’ex vicepresidente si è ritrovato non poco spiazzato da alcune delle misure keynesiane adottate da Trump: un elemento che lo ha collocato in una posizione scomoda. Tanto più che criticare un presidente in carica nel pieno di un’emergenza può rivelarsi una pericolosa arma a doppio taglio. In terzo luogo, Biden sta riscontrando enormi difficoltà nel ritagliarsi uno spazio politico incisivo per quanto riguarda il contrasto alla pandemia. Nonostante l’ex vicepresidente intervenga spesso in streaming dalla sua dimora del Delaware, sulla questione del coronavirus non sembra per il momento in grado di seguire una linea chiara, che gli attribuisca forza e riconoscibilità sul fronte politico. Non solo avanza tesi in materia spesso un po’ aleatorie ma il fatto stesso di non ricoprire al momento incarichi pubblici lo azzoppa non poco.
Sotto questo aspetto, va assolutamente rilevata la profonda differenza con il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, che sta al contrario emergendo sempre di più come punto di riferimento per i democratici nella gestione della crisi pandemica. Si tratta di un elemento rilevante che potrebbe determinare delle conseguenze significative nel corso dell’attuale campagna elettorale. Benché abbia infatti smentito di essere interessato ad una candidatura, non è ancora escludibile che – alla fine – Cuomo possa scendere in campo per la nomination democratica. Un’ipotesi che è ben lontana dal risultare mera fantapolitica.
Se Biden non si dimostrerà presto capace di uscire dal vicolo cieco in cui è piombato, potrebbe progressivamente logorarsi nelle settimane tra aprile e maggio. Un fattore che potrebbe quindi spingere l’establishment dell’asinello ad abbandonarlo per puntare proprio su Cuomo. In questo senso, bisogna infatti tener presenti due elementi. In primis, il governatore newyorchese è una figura da sempre ben integrata nelle alte sfere del partito e – pur collocandosi un po’ più a sinistra di Biden – resta comunque lontano dal socialismo antisistema di Sanders. In secondo luogo, non dimentichiamo che – pur essendo ormai rimasto da solo nella corsa elettorale – l’ex vicepresidente abbia ancora bisogno di circa 700 delegati per blindare la nomination, con la maggior parte delle primarie rimanenti che – come detto – non si terranno prima di giugno. Insomma, lo spazio teorico per una discesa in campo di Cuomo al momento c’è. Non dimentichiamo del resto che, nel 1968, Hubert Humphrey ottenne la nomination democratica, senza aver partecipato alle primarie. Non è quindi ancora escludibile che, in caso, l’establishment dell’asinello possa convincere Biden a fare un passo indietro: non va del resto trascurato che il suo exploit elettorale nel mese di marzo sia stato in gran parte dovuto proprio alle alte sfere del partito, che hanno fatto quadrato intorno a lui, ostracizzando Sanders. Tutto questo per dire che, come l’establishment ha “creato” Biden quale front runner, l’establishment può anche elettoralmente “distruggerlo” in qualsiasi momento. Bisognerà quindi capire che cosa succederà nelle prossime settimane. Se l’ex vicepresidente resta al momento il candidato democratico più probabile per le elezioni di novembre, è comunque ancora presto per considerare i giochi di queste primarie definitivamente conclusi.
Ma il coronavirus sta determinando delle conseguenze anche nella politica estera degli Stati Uniti, a partire – ovviamente – dai delicati rapporti con la Cina. Se lo scorso gennaio le relazioni tra i due Paesi sembravano essere entrate in una fase di parziale distensione, il quadro pare ormai drasticamente mutato. Trump ha assunto una postura particolarmente aggressiva verso Pechino, bollando ripetutamente il coronavirus come “virus cinese”.
Recentemente l’intelligence americana ha inoltre accusato la Repubblica Popolare di mentire sui dati relativi alla pandemia. E attenzione: perché questa linea dura verso Pechino non è ascrivibile alla sola Casa Bianca né al solo Partito Repubblicano. A fine marzo, è stata infatti introdotta alla Camera dei Rappresentanti una risoluzione bipartisan che critica aspramente la Cina sulla gestione dell’epidemia.
A livello generale, Washington non vede d’altronde di buon occhio il fatto che Pechino stia facendo leva sugli aiuti sanitari per estendere la propria influenza geopolitica in aree come l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente. Aiuti sanitari con cui la Repubblica Popolare punta anche a ripristinare la propria reputazione internazionale, cercando di scaricare su altri Paesi (tra cui Stati Uniti e Italia) le responsabilità della sua opaca gestione dell’epidemia: responsabilità che sono tuttavia difficilmente negabili. Basti ricordare il caso di Li Wenliang, il medico cinese che fu messo a tacere dalle autorità di Wuhan, dopo che il 30 dicembre aveva fatto presente la somiglianza tra il nuovo virus e la Sars. Senza poi dimenticare il notevole ritardo con cui il governo cinese ha ammesso la gravità dell’epidemia: soltanto alla fine di gennaio, quando il virus era già certamente noto a dicembre e – secondo alcuni – addirittura a novembre.  Anche alla luce di tutto questo, la tensione geopolitica tra i due giganti aumenta sempre di più. In tal senso, sarà interessante capire quali sviluppi si avranno su due fronti.
In primo luogo, abbiamo il dossier commerciale, su cui Washington e Pechino erano riusciti a concludere tre mesi fa un’intesa parziale. E’ difficile dire se, quando sarà passata la fase emergenziale, Trump e Xi Jinping torneranno al tavolo delle trattative, visto che – ad oggi – il coronavirus sembra stia rafforzando un vero e proprio clima da Guerra Fredda. In secondo luogo, l’altra incognita risiede nel ruolo della Russia. Nel momento in cui Washington dovesse restare ai ferri corti con Pechino, un simile scenario potrebbe consentire a Trump di rilanciare la sua vecchia idea di una distensione con Mosca, proprio per sganciarla dall’orbita cinese.
Sotto questo aspetto, il presidente americano potrebbe sfruttare la situazione a proprio vantaggio: per quanto l’establishment democratico sia in linea di principio contrario al disgelo con il Cremlino, un incremento delle tensioni tra Stati Uniti e Cina potrebbe – almeno sulla carta – rendere un eventuale disgelo con i russi più digeribile alle alte sfere dell’asinello. Senza considerare che la Casa Bianca potrebbe anche approfittare di alcune significative crepe apertesi nelle relazioni tra Russia e Cina proprio a causa della crisi pandemica. Nonostante i rapporti tra Mosca e Pechino siano apparentemente saldi e svariati analisti tendano ad appiattire i due Paesi sulle medesime posizioni antioccidentali, a ben vedere la situazione è più articolata di come appare. Per contrastare l’epidemia, il Cremlino decretò a fine gennaio il blocco delle frontiere con la Repubblica Popolare, introducendo poi una serie di specifici controlli sui cittadini cinesi. Misure che irritarono non poco la Cina, che – non a caso – inviò a fine febbraio una lettera di protesta attraverso il proprio ambasciatore. Tutto questo, mentre nelle ultime settimane Washington ha accettato di acquistare materiale sanitario dalla Russia, con lo stesso Trump che – spalleggiato dal segretario di Stato Mike Pompeo – ha parlato di “gesto carino da parte di Vladimir Putin. La strada per una distensione tra Stati Uniti e Russia resta indubbiamente complicata a causa di numerosi dossier (a partire dalla Crimea). Ma, rispetto al 2019, le condizioni per una svolta appaiono oggi molto più concrete. 
10 – Continua
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.
  5. “Le rotte della “Via dela seta della salute” di Diego Angelo Bertozzi.
  6. “Coronavirus e sorveglianza” di Vittorio Ray.
  7. “La pandemia e la rinascita” di Attilio Sodi Russotto.
  8. “Coronavirus in Africa: verso la tempesta perfetta?” di Gaetano Magno.
  9. “Il Medio Oriente e la minaccia del Covid-19” di Marco Giaconi.
  10. “Usa e coronavirus: tra ritorno di Keynes e sfida con la Cina” di Stefano Graziosi.

Clorochina, il farmaco che Trump vuole usare contro il coronavirus


Di Caterina Galloni

Negli USA via libera all’utilizzo della clorochina sui pazienti affetti da Covid-19. La Food and Drugs Administration ha approvato il farmaco suggerito in precedenza anche da Elon Musk e Donald Trump, entrambi avevano affermato che la clorochina ha “un enorme potenziale”.
Che cos’è la clorochina e perché Musk e Trump pensano che sia promettente?
Questa la storia della clorochina che da farmaco per il trattamento degli attacchi acuti di malaria e altre parassitosi, in particolare le amebiasi extra, nel giro di pochi giorni si è trasformato in cui una cura per la pandemia.
La clorochina è un farmaco antivirale che ha curato e prevenuto la malaria dagli anni ’40. È oggetto di almeno tre studi clinici registrati presso la National Library of Medicine degli Stati Uniti.
Un articolo pubblicato il 16 marzo sulla rivista Bioscience Trends ipotizza che la clorochina sia stata usata come “trattamento innovativo” per i pazienti cinesi. Da allora il farmaco è stato aggiunto alle linee guida per il trattamento del Covid-19 in Corea del Sud, Belgio e Cina.
In Italia il farmaco è utilizzato sui pazienti affetti da Covid-19 con ottimi risultati per 3 casi su 4.
Poiché la clorochina è già approvata dalla FDA per il trattamento della malaria, non è necessario sottoporsi ai tradizionali cicli di test di sicurezza come accade per un nuovo farmaco prima che possa essere immesso sul mercato, scrive inverse.com.
Analoghi studi effettuati da un ricercatore francese, Didier Raoult, direttore dell’Istituto ospedaliero universitario “Méditerranée Infection” di Marsiglia, pubblicati sulla rivista scientifica International Journal of Antimicrobial Agents, confermano l’efficacia del farmaco.
Il 75% dei pazienti trattati con il Plaquenil, uno dei farmaci a base di idrossiclorochina, dopo sei giorni presenta una carica virale negativa. Gregory Poland, professore di medicina e malattie infettive alla Mayo Clinc, invita alla cautela:”Fino a quando non saranno pubblicati studi clinici randomizzati, non possiamo essere certi della sua efficacia”.
Quando Inverse ha chiesto a Poland perché la clorochina sia tornata alla ribalta ha dato una semplice risposta:”Ritengo sia a causa del panico”.
Fonte: inverse.com.

Paolo Barnard anticipa Trump e fa un appello sul coronavirus


Di Riccardo Donat-Cattin

Paolo Barnard è tornato a parlare, con una serie di tweet e un video da 3 minuti su youtube, con in mano una mail stampata ricevuta dal Dr Wayne A. Marasco della Harvard Medical School in cui si legge di uno studio clinico francese non randomizzato che fornisce la speranza che un farmaco anti-malaria, molto conosciuto ed economico, l’idrossiclorochina, possa avere effetti decisi contro il coronavirus sars-cov2. “Questo farmaco – dice Barnard leggendo la mail – è già disponibile in quantità di massa e ve l’ho dato perché potrebbe fornire un aiuto in tempo reale per i pazienti lombardi infettati, quelli a rischio infezione, e per tutto il personale sanitario in Lombardia”. La mail è indirizzata a Barnard, al professor Giorgio Palù e Cristina Parolin, uno preside e l’altra professoressa ordinaria dell’università di Padova. “Sottolineo – continua Barnard – che alle dosi descritte nello studio francese questo farmaco riduce anche il viral shading, cioè quando il virus va in giro nel corpo o dal corpo va in giro nell’ambiente, quindi sostanzialmente riduce anche la contagiosità delle persone. È molto importante. Ultimo punto: associato all’antibiotico azitromicina ha dato risultati ancor più sorprendenti.”
Barnard fa appello ai suoi lettori di retwittare il messaggio alle proprie autorità sanitario: “È un messaggio estremamente importante e di grande autorevolezza scientifica.” Noi rigiriamo l’invito. Lo studio francese del prof. Didier Raoult è ripreso da alcune testate in questi giorni, ed è anche analizzato in un articolo di qualche ora fa su comedonchisciotte.org.
Nei giorni seguenti pubblica due precisazioni, che riportiamo:
NON PRENDETE FISCHI PER FIASCHI. Molti confondono il trattamento con CLOROCHINA, screditato da un mese, con ciò che ho postato da Harvard e dallo studio francese, che è L’IDROSSICLOROCHINA + AZITROMICINA, la quale è parte della terapia promettente.
PER CHI MI HA DIVULGATO: non fatevi intimidire da chi vi risponde che in Italia l’IDROSSICLOROCHINA + AZITROMICINA sono già usati da settimane come nel promettente protocollo francese. IMPOSSIBILE, quel preciso protocollo è uscito 4 gg fa, ed è ESCLUSIVO francese. Insistete. PB
Barnard torna così per pochi minuti nelle vesti di giornalista, anticipandoci, sempre grazie alle informazioni ricevute dal Dr. Marasco, che gli Stati Uniti stanno lavorando per rendere queste cure operative a livello nazionale il più presto possibile: “Questa è adesso politica sanitaria americana in questi minuti mentre vi sto parlando” dice Barnard nel video. 72 ore dopo il presidente Trump con un tweet annuncia che idrossiclorochina e azitromicina presi insieme hanno una chance reale di essere una delle più grandi svolte nella storia della medicina, dimostrando ancora una volta che giornalisti che sanno fare il loro mestiere in giro ce ne sarebbero.
Barnard aveva riattivato il suo profilo twitter già il 14 marzo,  sempre in tema coronavirus, sostenendo che il ceppo virale tedesco sia arrivato in Lombardia mutato, e che questo spiegherebbe il maggior numero di vittime virus. È per verificare questa tesi che Barnard ha ricevuto le informazioni dal dr. Marasco nei giorni successivi, dai quali trae le sue conclusioni, pubblicate nei tweet del 20 marzo. Qui il testo dei tweet in sequenza:
ATTENZIONE: Ho sottoposto la mia tesi sull’abnorme caso SARS-CoV2 della Lombardia a una delle massime autorità mondiali, il Dr Wayne A. Marasco, Department of Cancer Immunology and AIDS, Dana-Farber Cancer Institute; Department of Medicine, Harvard Medical School, USA).
La mia tesi è che sia la contagiosità, ma soprattutto l’orribile fatality rate del ceppo lombardo siano dovute al fatto che il ceppo (strain) arrivato in Lombardia si sia mutato in un’aggressivo “assortant strain”, e non sia quindi lo stesso SARS-CoV2 di UE US o SKorea.
La risposta del Dr Wayne Marasco conferma che mutazioni CoV2 sono già avvenute in Cina. Quindi NON SCARTA la mia ipotesi, anche se per ora non ha conferme. Ma auspica che vengano fatti in Italia questi “CRITICI ED ESSENZIALI ACCERTAMENTI MOLECOLARI” (sulle mutazioni)
IL PUNTO: Che un’autorità mondiale su SARS-CoV2 abbia accettato l’ipotesi TEORICA che il virus lombardo possa essere anomalo, e che auspichi accertamenti “essenziali” in merito, DEVE allertare i nostri esperti ANCHE su questa tesi inquietante. Escluderla è da irresponsabili.
In un’intervista al Sole24Ore dell’11 marzo Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano, accenna la questione dei ceppi virali:
«Per ora le informazioni relative ai ceppi isolati confermano una significativa “vicinanza” genetica tra il virus che ha circolato in Cina, quello tedesco e quello che sta causando i casi in Lombardia – conclude Pregliasco. Probabilmente quando avremo a disposizione un numero maggiore di sequenziamenti genetici virali da valutare potremmo capire meglio se ci sono state mutazioni in grado di rendere un ceppo più o meno aggressivo, ma per ora ogni valutazione è prematura»
 Un successivo tweet di barnard riporta un articolo dell’Huffington Post nel quale la virologa Maria Rita Gismondo sostiene dubbi che vanno nella direzione di Barnard.
“In Lombardia c’è qualcosa che non comprendiamo. Si sono superati i morti della Cina in un’area infinitesimamente più piccola e in un tempo minore”. “Sta succedendo qualcosa di strano – avverte Gismondo – In Lombardia c’è un’aggressività che non si spiega. Le ipotesi possono essere tutte valide”, precisa, ma “una è che il virus sia forse mutato”.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO:  https://comedonchisciotte.org/paolo-bardard-anticipa-trump-e-fa-un-appello-sul-coronavirus/

Idrossiclorochina e azitromicina? La ricetta di Trump secondo il prof. Cauda (Gemelli)

Intervista di Alessia Amore a Roberto Cauda per FORMICHE
Roberto Cauda, professore di Malattie Infettive dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Unità operativa di malattie infettive della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs, commenta con Formiche.net la cura anti Covid-19 twittata da Trump
Di Alessia Amore
Donald Trump dà speranze su Twitter per contrastare il Covid19: “Idrossiclorochina (un farmaco anti malaria, ndr) e azitromicina (un antibiotico usato contro polmoniti batteriche, ndr), presi insieme, hanno una chance reale di essere una delle più grandi svolte nella storia della medicina”, ha dichiarato oggi il presidente americano, proseguendo: “La Food & Drug ha mosso montagne”. “Si tratta di un farmaco ad azione antivirale aspecifica il cui effetto positivo può essere aumentato in maniera sinergica da altri farmaci presenti nel cocktail”, spiega a Formiche.net Roberto Cauda, professore Ordinario di Malattie Infettive dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore dell’Unità Operativa di malattie infettive della Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS.

Il professore racconta che, già durante l’epidemia di Sars del 2003, insieme ai colleghi Andrea Savarino e Antonio Cassone, in uno studio collaborativo tra Istituto Superiore di Sanità e Università Cattolica del Sacro Cuore, avevano per primi ipotizzato, in un articolo pubblicato su “Lancet Infectious Diseases” che la clorochina potesse avere un effetto antivirale verso il Coronavirus responsabile della Sars. La ricerca è poi proseguita negli anni successivi, con articoli sempre apparsi su Lancet Infectious Diseases, in cui meglio si definiva il meccanismo di azione che era quello di inibizione della glicosilazione delle particelle virali a cui si poteva associare un effetto immunomodulante.
“Già da alcuni mesi, a seguito dello scoppio dell’epidemia da Covid19, i ricercatori cinesi avevano provato l’efficacia in vitro della clorochina nei confronti del virus responsabile della malattia. Questo iniziale risultato li aveva indotti a effettuare una serie di studi clinici, condotti su pazienti affetti da Covid19, che hanno dimostrato che la clorochina esercita un effetto positivo nel decorso della malattia”, spiega Cauda.
E ricorda: “Sulla base di questo risultato, la clorochina è entrata in molte linee guida di trattamento come ad esempio in quelle cinesi, francesi e anche in quelle della Simit (Società italiana malattie infettive e tropicali della Lombardia)”.
Il professore puntualizza, però: “Si tratta di un farmaco ad azione antivirale aspecifica il cui effetto positivo può essere aumentato in maniera sinergica da altri farmaci presenti nel cocktail. È di qualche giorno fa la notizia che un Gruppo francese di Marsiglia, guidato da Didier Raoult, ha mostrato l’efficacia di un cocktail terapeutico di drossi-clorochina più azitromicina in 29 pazienti, nei quali si è osservato una più rapida eliminazione del virus. In ogni caso la cautela è d’obbligo e vedremo se questi risultati positivi saranno confermati anche da studi numericamente più importanti”.
A questo studio, quasi certamente si riferisce l’entusiastico tweet di Trump. Il prof. Cauda continua: “L’efficacia della clorochina ancorché dotata di un’azione antivirale aspecifica è un elemento importante nel trattamento odierno dei pazienti Covid19 che deve comunque, però, essere integrato con altri farmaci, in attesa che si possa disporre di una molecola che sia stata espressamente disegnata per contrastare il Virus Sars2Cov, dal momento che tutti i farmaci usati oggi sono adattati e non specificamente elaborati per questo tipo di Virus”.
Alla luce di quanto commentato da Cauda, che in anni non sospetti aveva espresso un giudizio positivo sull’utilizzo della clorochina come antivirale in situazioni morbose (nella fattispecie sull’allora Sars), il messaggio che si può trasmettere, al di là della dichiarazione trionfalistica del presidente degli Stati Uniti (complice anche lo scarso impiego di parole su Twitter) è che oggi la clorochina in assenza di un farmaco specifico per il Covid19 rappresenta uno dei farmaci che può far parte di un cocktail terapeutico per questi pazienti.
FONTE: https://formiche.net/2020/03/idrossiclorochina-azitromicina-trump-malaria-cauda-gemelli/

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FONTE FOTO: https://www.thehent.com

Dopo le polemiche Trump annuncia: "Farò il test per il Coronavirus"



In seguito alle polemiche, Donald Trump ha annunciato che farà il test per il Coronavirus. dopo essere entrato in contatto con alcuni parlamentari repubblicani che si sono messi in auto isolamento, dopo essere a loro volta entrati in contatto con una persona risultata positiva.

"Lo farò", ha detto Trump parlando con i giornalisti che gli chiedevano se aveva intenzione di sottoporsi al test, sottolineando però che a giudizio del medico della Casa Bianca "non ci sono motivi" di preoccupazione. Il virus "se ne andrà", ha detto ancora il presidente Usa invitando gli americani a mantenere la calma, dopo avere incontrato alcuni senatori del suo partito, per discutere dell'emergenza.

Soros attacca Zuckerberg: 'Facebook favorisce Trump'


Di Salvatore Santoru

Il noto finanziere George Soros critica nuovamente i vertici di Facebook.

Stando ad un articolo di Business Insider(1), Soros ritiene che Facebook starebbe favorendo la corsa alla rielezione di Trump.

Più specificatamente, in una lettera al Financial Times(2), lo stesso fondatore della 'Open Society' ha scritto che Mark Zuckerberg non dovrebbe 'confondere le acque' chiedendo ai governi di introdurre regolamentazioni per il social


Inoltre, Soros ha ribadito il suo sostegno alla regolamentazione governativa dei social network ma ha anche sostenuto che Zuckerberg e Sheryl Sandberg dovrebbero essere rimossi dalla loro posizione di comando e ciò in quanto, sino ad ora, non avrebbero fatto niente per opporsi ad un certo utilizzo politico (specialmente trumpiano) della Rete.


NOTE:


(1) https://it.businessinsider.com/soros-togliete-a-zuckerberg-il-controllo-di-facebook-tira-la-volata-a-trump/


(2) https://www.ft.com/content/88f6875a-519d-11ea-90ad-25e377c0ee1f

Super Bowl 2020, la guerra degli spot fra Trump e Bloomberg



Questo Super Bowl 2020 non sarà soltanto uno spettacolo sportivo, ma neppure solo un grande show musicale (durante l’atteso Halftime che quest’anno vedrà esibirsi Jennifer Lopez e Shakira), ma anche uno scontro politico a distanza in vista delle presidenziali del prossimo 3 novembre.
Il presidente Donald Trump e il candidato alle primarie democratiche Michael Bloomberg hanno acquistato 60 secondi di spot durante il match che tiene con il fiato sospeso gli Stati Uniti: il costo del passaggio televisivo è di 10 milioni di dollari ciascuno.
Strategie diverse quelle scelte per i due politici: Trump ha deciso di puntare tutto sui risultati economici del suo mandato, mentre il miliardario e ex sindaco di New York ha scelto un messaggio di condanna alle morti causate da arma da fuoco, in quella che viene definita una «crisi nazionale».
L’attacco dello spot del capo della Casa Bianca è autocelebrativo: si vedono infatti le immagini della sua elezione a presidente degli Stati Uniti nel novembre 2016. Una voce off commenta: «L’America chiedeva un cambiamento, e l’ha ottenuto».
L’America con Trump, si sottolinea, è diventata «più forte, sicura e prospera che mai», grazie all’aumento dei salari e calo della disoccupazione. Trump però alza l’asticella, tracciando gli obiettivi di un secondo mandato: «Il meglio deve ancora venire».
Il candidato alle primarie dem ha invece scelto di diffondere sui grandi schermi dell’Hard Rock Stadium di Miami a Calandrian Simpson Kemp, la madre di George H. Kemp, giocatore di football morto nel 2013, a soli 20 anni, dopo essere stato coinvolto in una sparatoria. La donna spiega che «Michael Bloomberg ha combattuto questa battaglia (cioè la lotta alle armi facili, ndr) per lungo tempo».
E poi l’endorsement: «Quando ho sentito che sarebbe sceso in campo, ho pensato: “Finalmente abbiamo un combattente”. Lui non ha paura della lobby delle armi, sono loro ad avere paura di lui».

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