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Oggi è il solstizio d'inverno, il giorno più corto dell'anno



Quest'anno il solstizio d'inverno cade nella mattina del 22 dicembre. Ecco perché la sua notte sarà la più lunga del 2019

Quest’anno il solstizio d’inverno cade il 22 dicembre (in Italia alle ore 5:19). Si tratta dell’appuntamento che segna l’inizio della stagione invernale, almeno in senso astronomico, e segna il giorno dell’anno in cui il Sole, a mezzogiorno, sale di meno rispetto all’orizzonte, nonché la notte più lunga del 2019 (no, infatti non è il giorno di Santa Lucia).
Il solstizio è un fenomeno che accade due volte ogni anno, causato (così come gli equinozi) dalla diversa inclinazione dell’asse di rotazione della Terra rispetto al piano dell’eclittica (ovvero il piano dell’orbita su cui il nostro pianeta ruota intorno al Sole). Questa differenza causa nel corso dell’anno un moto apparente del Sole nel cielo terrestre, che nel nostro emisfero fa sì che raggiunga il suo punto di elevazione massima rispetto all’orizzonte in corrispondenza del solstizio d’estate (21 o 22 giugno), e quella minima nel solstizio d’inverno (21 o 22 dicembre).
In queste date si hanno quindi i giorni e le notti più lunghi, che segnano convenzionalmente anche l’inizio dell’estate (solstizio d’estate) e dell’inverno astronomici (solstizio d’inverno), ovvero i periodi dell’anno in cui il percorso apparente del Sole sale o scende rispetto all’orizzonte, che terminano rispettivamente con l’equinozio d’autunno e con quello di primavera. Attenzione, però, a non confondere le stagioni astronomiche con quelle a cui facciamo riferimento più comunemente, ovvero le stagioni meteorologiche, che definiscono invece i mesi più freddi e più caldi dell’anno.
Nonostante i solstizi ricorrano ogni anno con cadenza regolare (il 21 o il 22 di giugno e di dicembre), si tratta in realtà un artificio introdotto dai nostri calendari. La data esatta tende infatti a ritardare di circa sei ore ogni anno, ed è per questo motivo che sono stati creati gli anni bisestili, che servono proprio a recuperare il ritardo accumulato (24 ore ogni 4 anni) ed evitare che si crei una sfasatura tra il nostro calendario e le variazioni climatiche stagionali.
Ultima curiosità, il solstizio d’inverno cade proprio in prossimità del Natale. Un caso? Assolutamente no, perché la data era al centro dellefestività pagane (probabilmente il Natalis Solis Invicti degli adoratori di Mitra) su cui si ritiene sia stato ricalcato il natale cristiano. Non si tratta comunque di un caso isolato, perché i solstizi rappresentavano un momento importante nel calendario di moltissime altre culture antiche. Come i Maya, che avevano previsto la fine del mondo proprio per il solstizio di inverno del 2012. Per fortuna, sembra si sbagliassero.

La Giornata della Terra è oggi, dal 1970



La Giornata della Terra si festeggia lunedì 22 aprile, ed è la più nota e importante ricorrenza internazionale sull’ecologia e la protezione dell’ambiente. Il doodle di Google di oggi è dedicato proprio a questa giornata: per questo racconta alcuni primati di altri esseri viventi, come quello dell’albatro urlatore (Diomedea exulans), l’uccello con la maggiore apertura alare del mondo, e quello dei celacanti (Latimeria), due specie di pesci considerati le specie animali più antiche.
La Giornata della Terra – che in inglese si chiama Earth Day – si celebra ogni anno il 22 aprile e fu indetta per la prima volta dalle Nazioni Unite nel 1970, seguendo gli intenti del movimento ecologista degli Stati Uniti. È un momento per festeggiare, ma anche un’occasione per informare sullo stato dell’ambiente e dare consigli su come inquinare meno e preservare gli ecosistemi. Fu scelta come data il 22 aprile perché cade un mese e un giorno dopo il “tradizionale” equinozio di primavera. Tra gli ideatori della Giornata della Terra ci fu il senatore Democratico statunitense Gaylord Nelson, che aveva già organizzato una serie di incontri e conferenze dedicati ai temi dell’ambiente.
Tra gennaio e febbraio del 1969 a Santa Barbara, in California, ci fu uno dei più gravi disastri ambientali degli Stati Uniti, causato dalla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della Union Oil: l’incidente portò Nelson a occuparsi in modo più attento e continuativo delle questioni ambientali, per portarle all’attenzione dell’opinione pubblica, ricalcando quanto avevano fatto i movimenti di protesta contro la guerra del Vietnam.
Il 22 aprile 1970 si tenne la prima Giornata della Terra, cui parteciparono milioni di cittadini statunitensi, con il coinvolgimento di migliaia di college, università e altre istituzioni accademiche, associazioni ambientaliste. Fu anche istituito l’Earth Day Network (EDN), un’organizzazione diventata poi internazionale per coordinare le iniziative dedicate all’ambiente durante tutto l’anno (dell’EDN fanno ora parte migliaia di movimenti e associazioni da tutto il mondo).
Considerato il successo e l’interesse intorno alla Giornata della Terra, l’anno seguente le Nazioni Unite ufficializzarono la partecipazione all’organizzazione, dando nuova visibilità e rilievo all’iniziativa. In oltre 45 anni, la Giornata della Terra ha contribuito in modo determinante allo svolgimento di iniziative ambientali in tutto il mondo che, nel 1992, portarono all’organizzazione a Rio de Janeiro del cosiddetto Summit della Terra, la prima conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente. Da allora la Giornata della Terra è anche diventata l’occasione per divulgare informazioni scientifiche, e rendere più consapevoli le persone, sui rischi che comporta il riscaldamento globale e sulle soluzioni che possono essere adottate per contrastarlo.

Alcuni consigli per la Giornata della Terra

L’adozione di nuove politiche e accordi internazionali sono la base per ridurre le cause del riscaldamento globale, ma nel 1970 come oggi, buona parte della responsabilità ricade su ciascuno di noi e su un uso più responsabile delle risorse che abbiamo a disposizione. I consigli sono quelli di sempre, ma può essere utile un breve ripasso dei comportamenti più semplici da adottare per ridurre il proprio impatto sull’ambiente:
  • l’utilizzo di lampadine a basso consumo consente di ridurre di molto la quantità di energia necessaria per illuminare gli ambienti di casa; inoltre, le nuove lampadine LED sono molto più pratiche e durano più a lungo delle precedenti generazioni di lampadine fluorescenti a basso consumo;
  • seguire le indicazioni per la raccolta differenziata – a partire dalla separazione di vetro, plastica, carta e umido – rende più semplice ed economico il riciclo dei materiali, e al tempo stesso contribuisce a ridurre i costi della tassa per i rifiuti;
  • aria condizionata e riscaldamento dovrebbero essere tenuti entro un intervallo di 5 °C in meno o in più rispetto alla temperatura esterna, per ottenere la massima resa e al tempo stesso ridurre i consumi di energia elettrica o gas;
  • mezzi pubblici, biciclette o i piedi sono ottimi sostituti dell’automobile, e una alternativa più salutare (poi, certo, molto dipende dall’offerta di servizi per questo tipo di trasporti nella propria città, ma anche su questo si può migliorare esigendo più attenzione da parte delle amministrazioni cittadine);
  • l’acqua non è una risorsa infinita, oltre al classico consiglio di non lasciare il rubinetto aperto mentre ci si lavano i denti o di preferire la doccia al bagno, è bene utilizzare elettrodomestici come lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico, oltre all’acqua si risparmia qualcosa anche in bolletta;
  • se state pensando di cambiare un elettrodomestico, scegliete quelli di categoria A, che consumano molta meno energia rispetto alla loro resa e sono spesso costruiti con materiali più ecologici;
  • rifiuti speciali come batterie, computer, smartphone e tablet devono essere portati nei centri di raccolta del proprio comune e non lasciati nei normali cassonetti; se il dispositivo è lento, ma funziona comunque ancora, può essere donato a scuole o altre istituzioni.

Astronomia: i 7 pianeti della stella Trappist-1 potrebbero già pullulare di vita!

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Di Peppe Caridi


Nei pianeti simili alla Terra scoperti nella stella Trappist-1, potrebbero già esistere molte specie viventi: l'ultima ricerca pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas

Il sistema di Trappist-1, che ospita sette pianeti rocciosi simili alla Terra, potrebbe ‘pullulare’ di vita e questa potrebbe essersi facilmente diffusa da un pianeta all’altro attraverso i meteoriti. Lo indica la simulazione pubblicata sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas.

 Gli autori della simulazione, Manasvi Lingam, dell’universita’ americana di Harvard, e Abraham Loebb, dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, sono gli stessi autori dell’ipotesi che i lampi radio veloci potrebbero essere potentissimi segnali prodotti da una civilta’ aliena. Adesso i due astrofisici hanno voluto verificare se nell’affascinante sistema di Trappist-1, distante 39 anni luce, la vita potrebbe essersi diffusa attraverso il processo chiamato panspermia, trasportata dai meteoriti e comete. Sulla base della simulazione i due ricercatori ritengono che “ci sia un’alta probabilita’ che questo processo sia in azione su Trappist-1”.

Fonte e articolo completo: http://www.meteoweb.eu/foto/astronomia-i-7-pianeti-della-stella-trappist-1-potrebbero-gia-pullulare-di-vita/id/917137/#4VDA3mEdRmd5IbYw.99

10 cose che succederebbero alla Terra se l’essere umano si estinguesse

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Di Valerio Guiggi

Quali sarebbero gli scenari che interesserebbero il nostro pianeta nel caso in cui l’uomo scomparisse improvvisamente dalla faccia della terra? Sarebbero migliori o peggiori di adesso?
Spesso sentiamo parlare, da tantissimi studi di ogni tipo, quali sono i danni fatti dall’uomo sull’ambiente. Si tratta di una domanda molto interessante, perché serve a capire quanto poco ci interessa del posto in cui viviamo e in cui vivranno i nostri figli, una questione che però vogliamo vedere oggi dal punto di vista opposto: che cosa succederebbe, infatti, se fosse l’uomo a scomparire improvvisamente? E’ quello che ci chiediamo in questa lista, immaginando il mondo come sarebbe se all’improvviso tutti gli esseri umani scomparissero dalla faccia del pianeta.

10. Il mondo rimarrebbe al buio

La prima conseguenza, che è anche quella più diretta, sta nel fatto che l’uomo rimarrebbe completamente al buio. Non ci vuole molto a capire che, infatti, senza l’intervento umano le centrali elettriche smetterebbero di funzionare, e quindi l’unica fonte di luce sarebbe il sole e nient’altro. Questo significa che gli animali notturni prolifererebbero, perché non verrebbero più disturbati da tutta l’illuminazione artificiale che abbiamo messo in giro per il pianeta, creando uno squilibrio nelle popolazioni.

9. Gli animali domestici morirebberoa

Conseguenza ben peggiore della precedente è la sorte che riguarderebbe il vostro cane, o il vostro gatto, ma anche mucche, galline e cavalli. Tutti questi animali hanno in comune il fatto di non saper procacciare il cibo, per cui se non ci fosse più l’uomo, che fornisce loro sempre da mangiare, morirebbero nel giro di pochi giorni, di fame oppure di sete. Gli animali da cortile non potrebbero addirittura nemmeno uscire dai recinti, ma anche i cani e i gatti spesso troppo grassi che abbiamo in casa non avrebbero certo una sorte migliore, senza di noi. Tra l’altro, molti di questi animali (galline) dipendono dall’energia elettrica.

8. Le centrali nucleari esploderebbero

Molti paesi le stanno progressivamente abbandonando, ma molte delle centrali nucleari ancora attive esploderebbero. Le reazioni delle centrali, infatti, sono distruttive e solo l’intervento umano le tiene a bada, soprattutto grazie ai delicati processi di raffreddamento che evitano, appunto, l’esplosione della centrale. Nel caso in cui l’uomo scomparisse il processo di raffreddamento, che deve essere sempre controllato, verrebbe meno e si verificherebbero esplosioni nucleari. Anche senza l’uomo.

7. Le strutture metalliche crollerebbero

Le abitazioni, specialmente quelle moderne, si basano molto sui supporti metallici, che richiedono però una manutenzione. Senza più nessuno che fornisce questa manutenzione, le strutture sarebbero destinate a cadere inesorabilmente. Ma del resto questo possiamo vederlo già da soli, nelle città che per motivi vari vengono abbandonate dagli abitanti e che, nel tempo, sono destinate ad essere completamente distrutte.

6. Il riscaldamento globale si arresterebbe


Il riscaldamento globale, a causa della cessazione dell’attività umana, andrebbe a diminuire fino a fermarsi completamente. Questa non è necessariamente una cosa positiva: la temperatura potrebbe rimanere costante ma anche abbassare, e se così fosse molte specie animali e vegetali sarebbero destinate all’estinzione perché non abituate a vivere a climi più freddi. L’ambiente, però, a causa della totale riduzione delle emissioni, progressivamente diventerebbe sempre più pulito.

5. La vegetazione ricoprirebbe le città

Questa conseguenza non sarebbe a breve termine, ma si stima che nel giro solamente di 25 anni la vegetazione potrebbe cancellare definitivamente le città che conosciamo oggi. Le piante rampicanti, soprattutto, ricoprirebbero i nostri edifici, entrando dalle porte e dalle finestre. Stranamente, il mammifero che più beneficerebbe da questa situazione sarebbe il gatto: riesce ad arrampicarsi, a differenza di molti animali, e se impara a cacciare il cibo troverebbe anche prede in abbondanza, visto che gli edifici sarebbero largamente abitati dagli uccelli.

4. Gli incendi non sarebbero controllati

Senza manutenzione, è molto probabile che scoppi qualche incendio a carico di diverse strutture, tra l’altro non solo delle centrali nucleari. Il problema è che, senza i vigili del fuoco, non ci sarebbe nessuno che spegne questi incendi (se non la pioggia), per cui diventerebbero completamente incontrollati. Addirittura, a seconda del posto da dove originano, potrebbero distruggere intere foreste se non ci sono limitazioni di nessun tipo.

3. I satelliti cadrebbero sulla Terra

Il motivo per cui i satelliti, soggetti alla gravità come tutti gli altri corpi celesti, non cadono sulla terra, è che la loro posizione viene costantemente controllata dall’uomo in remoto. Se questo controllo viene meno, per un po’ i satelliti rimarrebbero in orbita ma poi inizierebbero a cadere dall’alto, come una pioggia. Proprio come una pioggia, perché l’impatto con l’atmosfera li distruggerebbe, per cui non sarebbe possibile trovare un satellite intero sulla Terra, nemmeno dopo anni.

2. I frutti che mangiamo oggi scomparirebbero

I frutti più buoni che possiamo mangiare oggi esistono solo perché l’uomo li protegge da tutti i problemi, durante la crescita. Per questo motivo, se l’uomo scomparisse anche questi frutti lo farebbero: molti agrumi, per esempio, sono incapaci di riprodursi in natura, così come molti altri frutti, tra cui le banane. Così le piante selvatiche prenderebbero il sopravvento su quelle domestiche, mettendo ancora meno cibo a disposizione degli animali superstiti.

1. Rimarrebbero tre prove della nostra esistenza

Dopo 100 anni, la Terra tornerebbe ad essere, per livelli di CO2 e per popolazione animale, all’incirca la stessa che c’era prima che l’uomo arrivasse sulla Terra, e del nostro passaggio rimarrebbe ben poco. Rimarrebbero, in realtà, alcuni dei monumenti più longevi della storia, strutturati in modo da essere quasi indistruttibili nel tempo: le Piramidi, perché sono nel deserto, la Grande Muraglia Cinese perché è lunghissima (ne rimarrebbero delle parti) e il Monte Rushmore, che è scolpito sulla roccia e quindi molto difficile da cancellare, anche per le intemperie. Questi sarebbero gli unici indizi che un’eventuale “nuovo uomo” troverebbe viaggiando sulla terra dopo qualche anno dalla nostra scomparsa.

PROXIMA B: IL PIANETA SOSIA DELLA TERRA PIU' VICINO

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E’ una scoperta epocale, quella di un pianeta simile alla Terra in orbita intorno alla stella più vicina, Proxima Centauri: “è il pianeta esterno al Sistema Solare più vicino a noi mai scoperto, è veramente una pietra miliare per l’umanità”, ha commentato l’astronoma Isabella Pagano, dell’osservatorio di Catania dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf).





A fare della scoperta di Proxima b un evento davvero unico è “l’avere provato che la stella più vicina a noi ha un pianeta nella zona in cui può esistere acqua liquida e dove anche la temperatura potrebbe essere ideale per l’esistenza di forma di vita”. La scoperta, ha proseguito la ricercatrice, è il coronamento di una ‘caccia’ davvero molto lunga, durata ben 16 anni e condotta da Terra, con il telescopio dell’Osservatorio Europeo Meridionale (Eso) in Cile, a La Silla.
Quelle condotte con il telescopio dell’Eso a partire da 16 anni fa sono state “ricerche pionieristiche”, ha osservato Isabella Pagano, ma non sufficientemente confermate. Le cose sono cambiate con l’installazione dello strumento Harps (High Accuracy Radial velocity Planet Searcher), che ha permesso di trovare tutte le conferme.
Lo stesso strumento è stato installato anche nel Telescopio Nazionale Galileo, nelle Canarie, per osservare il cielo dell’emisfero Nord. “Il pianeta Proxima b ha una massa simile a quella della Terra, di 1,5 volte maggiore, ma non sappiamo che dimensioni abbia”, ha detto ancora l’esperta.
Potrebbe, per esempio, “avere un volume maggiore o minore della Terra, a seconda della sua densità”. Quello che sappiamo con certezza è che si tratta di un piccolo pianeta nella cosiddetta ‘zona abitabile’, ossia la distanza ‘giusta’ dalla stella per avere acqua allo stato liquido. Ma è anche vero, ha rilevato pagano, che “Proxima Centauri è una stella attiva, con brillamenti solari carichi di energia.
Per questo non siamo in grado di dire se effettivamente il pianeta è abitabile”. le condizioni perché lo sia teoricamente ci sono, ma per saperne di più si dovrebbe osservare il pianeta mentre transita contro il disco della sua stella: “in moltissimi hanno cercato di farlo, ma senza successo”, ha detto Pagano. Il transito permette infatti di acquisire molto informazioni sul pianeta, compresa la possibilità che possa avere acqua liquida. A queste domande, ha concluso l’astronoma, potrà dare una risposta la prossima generazione di telescopi spaziali.

Oggi è la Giornata della Terra

Oggi è la Giornata della Terra, un’occasione per celebrare il pianeta su cui viviamo e per affrontare questioni che riguardano la protezione dell’ecosistema, la lotta all’inquinamento e il modo per contrastare il progressivo esaurimento delle riserve naturali e la scomparsa di tante specie di animali e vegetali. 



In occasione della Giornata della Terra abbiamo messo insieme una selezione delle più belle foto scattate dall’astronauta Scott Kelly, che ha passato 340 giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) e ha raccontato quello che faceva e vedeva sui social network. Nel suo poco tempo libero in orbita Kelly ha scattato fotografie meravigliose della Terra da oltre 400 chilometri di distanza: c’è anche un po’ d’Italia.



L’istituzione di una Giornata della Terra avvenne nel 1970 su iniziativa del Senatore degli Stati Uniti Gaylord Nelson. Quando, infatti, tra il gennaio e il febbraio del 1969 a Santa Barbara, in California, si verificò uno dei più gravi disastri ambientali degli Stati Uniti, causato dalla fuoriuscita di petrolio da un pozzo della Union Oil, il senatore Nelson decise di occuparsi maggiormente delle questioni ambientali e, per portarle all’attenzione dell’opinione pubblica, propose appunto di fissare una giornata dedicata a questi temi. La Giornata della Terra si tenne per la prima volta il 22 aprile 1970 per ragioni pratiche, scegliendo una data tra le vacanze primaverili e la sessione di esami per coinvolgere gli studenti, e vi parteciparono moltissimi cittadini americani.

Cosa si prova a vedere la Terra dallo spazio?


Di Filomena Fotia
Quando guardai la Terra per la prima volta dalla Luna, piansi”: qesta la reazione di Alan Shepardguardando il nostro pianeta dall’alto. 



Gli astronauti rimangono così stupefatti quando vedono il pianeta dallo spazio, che i ricercatori della Pennsylvania University, seguita dalla Thomas Jefferson University e la University of Houston hanno studiato le reazioni e i benefici di questa vista mozzafiato. Si chiama overview effect – l‘effetto panoramico. Un termine emerso verso la fine degli anni ’80 per descrivere la sensazione provata dagli astronauti mentre ammirano la Terra. L’obiettivo principale degli studiosi della Penn & Co. è di studiare gli effetti psicologici degli astronauti, in vista di un viaggio per Marte.
Hanno analizzato le testimonianza di diversi astronauti ritornati sulla Terra e hanno scoperto che i principali temi delle loro esperienze si aggirano intorno a idee di unitàimmensitàsopraffazione esensazioni di particolare connessione con il pianeta, che testimoniano un evento che ha cambiato la loro vita. Un evento molto spirituale, che secondo David Yaden della Pennsylvania University, è del tutto secolare e scientifico. Gli astronauti non lo inseriscono in un contesto religioso. Il fascino di questo fenomeno ha visto anche un successivo esperimento usando la realtà virtuale, che permette di studiare gli effetti di una simile vista mozzafiato riprodotta sulla Terra con l’aiuto di questa tecnologia emergente.
spazio pianeta terraViaggiare nello spazio ha delle implicazioni psicologiche notevoli, ed è quindi imperativo capire quali siano le reazioni agli stimoli che gli astronauti vivono. Soprattutto in vista di viaggi della durata di 8-9 mesi come nel caso di Marte, spiega l’ASI.
Un’esperienza come la vista della Terra dallo spazio, può essere un evento con effetti positivi per la psiche dell’astronauta, che gli permetterebbe di affrontare il viaggio con più tranquillità.
I ricercatori promettono di continuare gli studi con altri astronauti, guardando anche al settore privato. Infatti aziende come Blue OriginVirgin Galactic SpaceX puntano di mandare astronauti e privati nello spazio. Il turismo spaziale permetterebbe di avere più campioni per uno studio – quello psicologico – che può aiutare a garantire la sicurezza mentale dei prossimi pionieri dello spazio.

Scoperti pianeti “scippati” dall’atmosfera, così si racconta il destino della Terra


Di Ilaria Quattrone
I pianeti scoperti dagli astrofisici dell’Università britannica di Birmingham guidati da Guy Davies grazie ai dati raccolti con il telescopio spaziale Kepler della Nasa. La ricerca è stata pubblicata dalla rivista Nature Communications e sono pianeti rocciosi come la Terra solo un poco più grandi. 

La loro storia potrebbe farci conoscere il destino della Terra quando il Sole comincerà ad invecchiare e ad espandersi. I pianeti, troppo vicini alla loro stella, rischiano di essere bombardati da un torrente di radiazioni ad alta energia. Quello accaduto a questi pianeti scippati dalla loro atmosfera potrebbe essere un fenomeno comune nell’evoluzione dei sistemi planetari simili al nostro.
Per questi pianeti è come stare vicino ad un asciugapelli acceso. I nostri risultati – commenta Davies –dimostrano che i pianeti di determinate dimensioni, che si trovano vicino la loro stella, probabilmente all’inizio della loro vita erano molto piu’ grandi e avevano un aspetto diverso”. I ricercatori sono convinti che nuove scoperte saranno possibili grazie ai satelliti nuova generazione, tra cui il ‘cacciatore di pianeti’ Tess della Nasa, il cui lancio è previsto nel 2017.

La Terra ha il suo scudo invisibile come in Star Trek, secondo quanto scoperto dai ricercatori dell’University of Colorado Boulder nel 2014

Di Alessandra Ballone Burini
http://www.galileonet.it
Su Star Trek si chiama scudo deflettore e protegge la nave stellare Enterprise dagli attacchi nemici. Ma il campo energetico nato dalla fantasia degli autori di fantascienza esiste davvero ed è proprio sopra le nostre teste. È stata infatti individuata a 11 mila chilometri dalla Terra unabarriera invisibile in grado di respingere glielettroni killer, particelle che ruotano attorno al nostro pianeta a più di 160 mila chilometri all’ora e che rappresentano un pericolo per astronauti e satelliti. A fare la scoperta, pubblicata su Nature, un team di ricercatori dell’University of Colorado Boulder.



“È quasi come se questi elettroni si schiantassero contro un muro di vetro nello Spazio”, spiega Daniel Baker, direttore del Laboratorio di Fisica Atmosferica e Spaziale dell’università americana. Il muro invisibile si trova tra le due fasce di Van Allen, due anelli di protoni ed elettroni ad alta energia che originano dal Sole e sono trattenuti attorno alla Terra dal nostro campo gravitazionale, estendendosi fino a 40 mila chilometri dalla superficie. La Nasa ha lanciato nel 2012 le due sonde Van Allen per studiare le omonime fasce ed è proprio grazie a esse che è stata possibile la scoperta. La presenza della barriera smentisce l’ipotesi secondo cui le particelle cariche solari vengono disintegrate dall’interazione con l’atmosfera terrestre.
I ricercatori stanno ora cercando di capire quale sia l’origine dello scudo che circonda la Terra. Tra gli scenari presi in considerazione, la possibilità che la barriera sia determinata dalle linee del campo magnetico terrestre o dai segnali radio emessi dall’uomo. Entrambe le spiegazioni sembrano però non convincere il team di Baker. Un’ulteriore e più promettente possibilità è rappresentata infine dallaplasmasfera, una gigantesca nube di gas elettricamente carico che si estende tra le fasce di Van Allen e che allontanerebbe gli elettroni killer tramite onde elettromagnetiche a bassa frequenza, un “sibilo” simile al rumore bianco prodotto dalle casse acustiche. Il mistero dello scudo invisibile è ancora però tutto da risolvere. “Penso che la chiave sia nel continuare a osservare la regione nei dettagli, cosa che possiamo fare grazie ai potenti strumenti delle sonde Van Allen”, conclude Baker.
Riferimenti: Nature doi: 10.1038/nature13956

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