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I segreti matematici della Cappella Sistina di Michelangelo

Cappella Sistina
Di Sandro Iannaccone
I matematici la chiamano sezione aurea. O, più poeticamente,proporzione divina. È una grandezza che rappresenta il rapporto tra due lunghezze diverse, tali che la lunghezza più grande divisa per quella più piccola sia uguale alla lunghezza totale divisa per la lunghezza più grande. Stando ai risultati di una ricerca appena pubblicati su Clinical Anatomy, anche il grande Michelangelo Buonarroti ne era a conoscenza. Gli autori dello studio, dellaUniversidade Federal da Saude de Porto Alegre e altri atenei brasiliani, coordinati da Deivis De Campos, hanno infatti mostrato che “Michelangelo compose la Creazione di Adamo [uno degli affreschi che decorano la volta della Cappella Sistina, nda]servendosi del rapporto aureo”. È questo, secondo gli autori, ilsegreto della portentosa armonia tra le parti che rende così bilanciato ed equilibrato l’affresco.
In realtà, la sezione aurea era già conosciuta e utilizzata da tempo nel campo dell’arte e dell’architettura: la piramide di Cheope, per esempio, ha un rapporto tra il semilato e l’altezza pari proprio a 1,6229, molto vicino al valore della sezione aurea (che vale approssimativamente 1,618), anche se non è chiaro se i suoi costruttori ne fossero consapevoli.
Per tornare a Michelangelo, gli autori della ricerca suppongono che “la bellezza e l’armonia riconosciute in tutti i lavori dell’artista potrebbero non essere basate solo nella sua conoscenza delle proporzioni anatomiche umane, ma anche al fatto che Michelangelo sapesse che le strutture anatomiche conformi alla sezione aurea hanno più efficienza strutturale”.
Per scoprirlo, gli scienziati hanno usato un software che ha analizzato l’affresco, misurando le distanze tra gli elementi e calcolando le proporzioni relative tra i particolari anatomici. Uno dei punti presi in esame, per esempio, è a metà tra il dito di Dio e quello di Adamo, che divide idealmente l’affresco in due parti il cui rapporto è pari alla sezione aurea. Ovvero, in altre parole: Dio sta ad Adamo come Dio più Adamo stanno a Dio. Allo stesso modo, gli autori hanno scoperto che l’intera creazione di Adamo divide la volta della Cappella Sistina in due parti che le cui proporzioni sono pari al rapporto aureo. Un po’ troppo, forse, per una semplice coincidenza.

La donna che da 14 anni fotografa gli alberi più antichi del mondo

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http://incredibile.guru/la-donna-che-da-14-anni-fotografa-gli-alberi-piu-antichi-del-mondo/

Sono oltre 14 anni che Beth Moon, fotografa di San Francisco, va alla ricerca degli alberi più antichi del mondo. Ha attraversato tutto il globo pur di immortalare la magnificenza di alberi antichi quanto la terra stessa, nelle sue località più remote.

Sono i monumenti viventi più grandi e antichi della terra. Credo che col tempo assumeranno un’importanza ancora maggiore, specie in un momento storico come il nostro in cui è essenziale vivere in armonia con l’ambiente che ci circonda” scrive la Moon in una dichiarazione. Sessanta degli scatti bicromi di Beth Moon sono stati pubblicati in un libro intitolato: “Ancient Trees: Portraits of Time” (Alberi antichi: ritratti del tempo). Di seguito un’anteprima del libro, che contiene gli alberi più belli e insoliti che abbiate mai visto.
bethmoon.com – libro – Beth’s libro

La curiosità salverà il mondo


Di Edoardo Boncinelli

"Corriere della Sera - La Lettura",  3 gennaio 2015

Si sente spesso dire «Questo ci salverà», «Solo quello ci può salvare» (anche se non ho mai capito bene da che); ma se c’è una cosa che certamente ci può salvare — non importa da cosa — questa è la curiosità, cioè il desiderio di conoscere realtà nuove e diverse. Tutti gli animali superiori sono curiosi, ma limitatamente alla loro età giovanile; poi la curiosità a poco a poco svanisce. Poiché noi uomini rimaniamo «cuccioli» per una quantità di tempo inusitata, ci comportiamo come gli esseri più curiosi del globo.
Le neuroscienze ci dicono che la curiosità ha la stessa natura di un bisogno o di uno stato di astinenza e il suo soddisfacimento ci procura la gioia di un autentico attingimento, portando dopamina alla corteccia cerebrale, come se avessimo mangiato, bevuto o fatto sesso. Le espressioni pratiche più tangibili di tale curiosità sono rappresentate dalle esplorazioni geografiche e dalla scienza. Dopo aver faticosamente raggiunto la sua Itaca — «Quando ti metterai in viaggio per Itaca/ devi augurarti che la strada sia lunga,/ fertile in avventure e in esperienze», dice il poeta greco Costantino Kavafis — Ulisse si rimette in mare con i suoi vecchi compagni alla volta delle colonne d’Ercole e a sentire Dante dice a quelli: «Non vogliate negar l’esperienza,/ di retro al sol, del mondo sanza gente».









Per quanto riguarda la scienza di oggi, si sogliono distinguere due tipi principali di ricerca, quella applicata e quella di base, che in inglese viene definita curiosity driven, cioè guidata dalla curiosità, per sottolinearne il carattere di esplorazione non guidata da niente altro che dal desiderio di soddisfare appunto la nostra curiosità. Senza curiosità lo scienziato non si può proprio fare, o verrebbe fatto in maniera fiacca e senza entusiasmo. L’entusiasmo è in effetti spesso il compagno effervescente della curiosità. La curiosità è un istinto esplorativo che ci spinge a cercare cose nuove nei più diversi campi e ambiti, fino al punto di esplorare le profondità del cosmo o i recessi più reconditi della materia, nonché i segreti della nostra mente o le segrete del nostro cuore.
Dalle particelle subatomiche alle galassie più anziane, o alle stelle ancora in formazione, niente è sfuggito alla nostra curiosità. E facciamo di tutto anche per sapere se nell’universo ci sono altre forme di vita, intelligente o vegetativa. Senza pensare che abbiamo certamente vita intelligente su questo pianeta, e che può valere la pena conoscerla. Come succedeva in passato, quando le navi solcavano in lungo e in largo le acque del Mediterraneo e con i loro continui scambi di cose e d’idee, coraggiosi viaggiatori gettavano le fondamenta della nostra stessa civiltà. Quando partirai alla volta di Itaca, dice sempre Kavafis, «devi augurarti che la strada sia lunga./ Che i mattini d’estate siano tanti/ quando nei porti — finalmente e con che gioia —/ toccherai terra tu per la prima volta:/ negli empori fenici indugia e acquista/ madreperle coralli ebano e ambre/ tutta merce fina, anche profumi/ penetranti d’ogni sorta;/ più profumi inebrianti che puoi,/ va in molte città egizie/ impara una quantità di cose dai dotti».
Tale spirito ha accompagnato per anni il cammino dell’uomo e il suo continuo andare e venire per le vie delle spezie o della seta per terra e anche, avventurosamente, per mare. La parola Cina, o China, e le favolose Indie suscitavano negli europei curiosità e incanto, e fino all’inizio del Novecento il desiderio di conoscere costumi e usanze esotiche di altri popoli, da parte di viaggiatori che già si sentivano un po’ annoiati del loro mondo e del loro modo di vedere le cose. Per non parlare dei viaggi d’istruzione e d’iniziazione, come quello famoso che portò Goethe in Italia o quelli di Henry Miller e Ernest Hemingway in Francia e in Spagna.
Il mondo nel frattempo si è fatto piccolo e sovraffollato. Non c’è più, si direbbe, il piacere di incontrare, dopo un lungo solitario cammino, un altro essere umano. Si cerca anzi spesso di fuggire i nostri simili, andando a cercare rotte meno battute e paesaggi quasi incontaminati. Di veramente incontaminato non è rimasto ormai quasi niente, perché gli sciami delle «formichine» umane sono arrivati dappertutto.
Ecco che a poco a poco la curiosità e l’entusiasmo si sono come rovesciati nel loro contrario, la diffidenza e il timore. Il desiderio di conoscere altri popoli e altre culture ha lasciato il campo alle aspirazioni alla chiusura e all’isolamento, e a tentazioni di misoneismo che rasentano la misantropia.
Il poeta siriano Adonis ha il coraggio di affermare che «l’islam è fondato su tre punti essenziali. Primo, il profeta Maometto è il sigillo di tutti i profeti. Secondo, le verità tramandate sono di conseguenza le verità ultime. Terzo, l’individuo, o credente, non può aggiungere né modificare nulla. Deve limitarsi a obbedire ai precetti». Ma anche senza squilli di tromba o toni guasconi, per quante altre confessioni si può escludere che si sia visceralmente convinti di qualcosa di simile? Il problema è che la civiltà è una macchina che si alimenta di esplorazioni e novità. Non accetta, non può accettare, chiusure e preclusioni, altrimenti si smarrisce e si perde. E se ci dovessimo smarrire in viaggio, meglio sarebbe stato non essere mai partiti. Perché nell’universo siamo soli, o quasi. Alla ricerca di un fondamento unico e di un senso.
Forse il viaggio può ripartire dall’arte e nell’arte. Mai come oggi possiamo vedere e apprezzare le opere d’arte di tutto il mondo, e leggere poesie e racconti di scrittori di tutte le nazioni, cosa che una volta non era facile, per un difetto di comunicazione e perché i cittadini di molti Stati del mondo non accedevano al grande circo della letteratura, cioè dell’immanente trascendimento dell’umano. E a parte l’apprezzamento letterario, anche così si può soddisfare la nostra curiosità di vicende umane diverse che ci portino a farci «del mondo esperti e de li vizi umani e del valore». Nella grande diversità delle sue espressioni, l’arte declina comunque un paradigma comune, profondamente e autenticamente umano, per esempio nelle architetture delle parti più diverse del mondo, e nel cinema, la decima musa che ha oscurato e allo stesso tempo riassunto tutte le altre, e che è divenuta una pratica moneta di scambio culturale ed esistenziale tra le genti dei quattro angoli del mondo. Cioè tra esseri umani così vicini e a volte così lontani.
Qualcuno parla di un futuro d’innesti, di piccole protesi o di dispositivi tecnologici, sul corpo umano e sulla psiche a quello associata. Forse l’innesto più promettente è quello di uomini con altri uomini, alla ricerca di un qualcosa di sempre più propriamente umano. Questa, e non altra, deve essere la nostra ricerca delle «radici», per non parlare dell’incontro con l’altra metà del cielo, quel femminile che ci deve ancora mostrare la sua autenticità. Antiquam exquìrite matrem, aveva detto l’oracolo di Delo a Enea, prima che quello si mettesse per mare con tutti i suoi alla ricerca di un nuovo ubi consistam. Cercate l’antica madre. Io, alla mia età, da qualche tempo le mie esplorazioni le conduco sui social network, cogliendo al volo immagini di quadri, di sculture, di palazzi e di chiese, scintillanti versi di poesie e brani di musica. E «m’illumino d’immenso».


Bibliografia
Per approfondire i temi affrontati in queste pagine si possono consultare i seguenti volumi: il saggio di Alberto Manguel,Una storia naturale della curiosità (traduzione di Stefano Valenti, Feltrinelli, pagine 416); Dopo la lirica (Einaudi, 2005), in cui Enrico Testa ha raccolto i testi di più di quaranta tra poeti e poetesse italiani del secondo Novecento; Adonis,Violenza e islam. Conversazioni con Houria Abdelouahed (Guanda, 2015); Giulio Carlo Argan, Achille Bonito Oliva,L’arte moderna 1770-1970/ L’arte oltre il Duemila (Sansoni, 2002); Martin Heidegger, Ormai solo un dio ci può salvare(Guanda, 2011); Costantino Kavafis, Settantacinque poesie (Einaudi, 1992); Joseph LeDoux, Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni (Baldini & Castoldi, 2014)

Arte di Regime: l'estetica del totalitarismo

Totalitarismi uniti dall'arte

Di Emilio Gentile


Scriveva a metà degli anni Cinquanta lo storico tedesco dell'arte Werner Hoftmann: «Il totalitarismo è una denominazione comune sotto cui vengono a trovarsi in stretta vicinanza forme apparentemente opposte, come il bolscevismo della fase leninista-stalinista, il fascismo di Mussolini e il nazionalsocialismo di Hitler. La più evidente e sorprendente dimostrazione di questo loro intimo accordo, diretto contro la libertà umana, è proprio il fatto che quelle tre forme produssero la stessa concezione artistica. Lo stile artistico ufficiale dei Paesi totalitari è ovunque il medesimo».

Si era allora nella Guerra fredda, e il termine «totalitarismo» era usato soprattutto nella polemica anticomunista per identificare la Russia sovietica con la Germania nazista. Gli studiosi che non condividevano quella polemica o militavano nel comunismo, negavano qualsiasi affinità fra i due regimi, e taluni arrivarono fino a proporre la messa al bando del termine «totalitarismo» perché privo di validità storica e scientifica. Qualcosa di analogo avveniva nella storia dell'arte, dove tuttavia era più difficile negare le affinità estetiche fra i tre regimi, dove predominò il realismo e il monumentalismo classicheggiante per rappresentare la loro visione del mondo.







Solo dopo il 1990, con la fine del comunismo in Europa, la storiografia è tornata a riflettere sul totalitarismo con atteggiamento scientifico, considerandolo un fenomeno costituito dai regimi partito unico, senza per questo identificarli quasi fossero tronchi di uno stesso albero, ma esaminandoli piuttosto come alberi diversi, che crescendo in una particolare situazione avevano assunto caratteristiche simili.

È tuttavia significativo che la storia dell'arte sia stato il campo dove la riflessione comparativa fra i regimi totalitari si è avviata con maggior impegno, con l'organizzazione di mostre che illustravano la loro produzione estetica, come la mostra «Kunst und Diktatur 1922-1956», organizzata dalla Künstlerhaus di Vienna dal 28 marzo al 15 agosto 1994, e «Art and Power. Europe under the dictators 1930-1945», organizzata a Londra dalla Hayward Gallery dal 26 ottobre 1995 al 21 gennaio 1996, successivamente trasferita a Barcellona e a Berlino.



Queste mostre erano state precedute dalla pubblicazione di un importante studio comparativo sulla produzione estetica dei regimi totalitari, il libro dello storico dell'arte russo Igor Golomostock, L'arte totalitaria nell'Urss di Stalin, nella Germania di Hitler, nell'Italia di Mussolini e nella Cina di Mao (Leonardo, Milano 1990). Da allora si è sviluppato un nutrito filone di studi comparativi sull'arte totalitaria, nel quale si colloca il volume sull'arte di regime di Maria Adriana Giusti, docente al Politecnico di Torino e professore onorario della Xi'an Jiaotong University in Cina.

Senza apportare interpretazioni originali, e nonostante qualche svista (a pagina 16: Giuseppe Bottai non era ministro della Cultura ma dell'Educazione nazionale dal 1936), il volume offre un ricco apparato di immagini, purtroppo non collocate secondo una successione cronologica, che avrebbe consentito di percepire le variazioni di stile nelle diverse fasi dei tre regimi.

Per ciascun regime, le immagini sono divise in sezioni – arte, grafica, architettura – precedute da un'introduzione. Viene così efficacemente documentata la molteplicità delle espressioni artistiche totalitarie, dalla grafica e dal manifesto, alla pittura e alla scultura, al cinema, e soprattutto all'architettura e al progetto urbano che, scrive Giusti, «incidono profondamente sulla trasformazione degli spazi come espressioni multi-scala della visione totalitaria del regime... Le trasformazioni delle capitali, Roma, Berlino e Mosca sono al centro della strategia di affermazione del potere totalitario». Attraverso visioni oscillanti «tra la mitologia del progresso nelle avanguardie e l'antimodernismo nell'ortodossia della cultura di Stato», «filtra la sostanza utopica del sogno totalitario che proietta l'arte ben oltre la ricerca di efficacia realistica o di intenti persuasivi e mediatici».



Nella scelta dello stile estetico dei tre regimi, accomunati dalla concezione dell'arte come strumento di propaganda per diffondere fra le masse la propria ideologia, decisivo fu il ruolo dei loro dittatori, diversissimi per temperamento, formazione, cultura, e per l'atteggiamento verso la creatività artistica. Dei tre, l'unico che aveva ambizioni artistiche era Hitler, aspirante architetto mancato e mediocre pittore di paesaggi negli anni giovanili, e tuttavia convinto di essere un architetto geniale, con una concezione dell'arte condizionata da un convenzionale realismo ottocentesco e dall'ossessiva ideologia razzista.

Il capo nazista intervenne «pesantemente sulle attività artistiche, bandendo il modernismo internazionale e avvalendosi di un unico architetto e di un unico stile», mentre Stalin, che non aveva pretese artistiche ma si considerava comunque un «ingegnere di anime», impose il realismo socialista «come sintesi di cultura e potere, giungendo però al connubio tra costruttivismo e tradizionalismo».

Quanto al duce, Giusti lo definisce «più ambiguo nelle scelte, volte a esaltare tensioni, movimento, inarrestabilità degli impulsi, confidando nell'eloquenza dell'architettura come sintesi di tutte le arti e nella cinematografia come migliore arma di persuasione». Ma più che di ambiguità, si può parlare di eclettismo per un politico simpatizzante, fin da giovane, per le avanguardie moderniste, che sentiva affini al suo temperamento e al dinamismo fascista.



Osservando le espressioni estetiche dei tre regimi, dove si staglia ossessiva la figura del dittatore e prevalgono le scene di vita quotidiana animate dal corale entusiasmo di collettività operose e gioiose, non si ha tuttavia l'impressione di una piatta uniformità. Pur nella prevalente retorica del realismo, del gigantismo e del monumentalismo, la creatività individuale è riuscita a farsi strada, a emergere.

Siamo di fronte a una «contraddizione irrisolvibile» tra la libertà creativa e il condizionamento ideologico, come afferma Giusti; oppure siamo di fronte al fatto tutt'altro che contraddittorio, e molto più rattristante: e cioè, che la creatività artistica – anche quella di un grande artista – non è affatto incompatibile con l'adesione convinta al sogno totalitario di dominio e di manipolazione dell'uomo?

Il Sole 24 ore – 11 gennaio 2015

Maria Adriana Giusti
Arte di regime
Giunti, 2014
€ 49,00


IL MISTERO DEL "DIAVOLO" DIPINTO DA GIOTTO NELLA BASILICA DI ASSISI



Nelle basilica francescana di Assisi c'è un dipinto del grandissimo Giotto che suscita ancora oggi numerosi interrogativi. 
Si tratta della ventesima scena della vita del santo, nella quale è presente una nuvola che, analizzata con maggiore attenzione, pare nascondere le sembianze di un demone

Le caratteristiche dell'essere sono state distinte solo da poco dalla studiosa medievalista Chiara Frugoni , nonostante l'affresco sia lì da 800 anni. 

Volto spigoloso, naso allungato, corna, un profilo demoniaco affatto inspiegabile in quel contesto pittorico, se non per una certa credenza medioevale seconda la quale i demoni spesso si aggiravano per il mondo viaggiando proprio attraverso le nubi.


Ma allora, se il motivo è questo, perché nasconderlo?
Il mistero permane...


FONTE ARTICOLO:http://dubitoergosum666.blogspot.it/2015/12/il-diavolo-dipinto-da-giotto.html

FOTO E ARTICOLO CONSIGLIATO:http://www.vanityfair.it/news/italia/2011/11/06/assisi-demone-in-affresco-di-giotto

5 STRAORDINARI ARTISTI CHE UTILIZZANO LE FOGLIE NELLE LORO CREAZIONI

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Di Marta Albè

1) Joanna Wirazka

Joanna Wirazka è una giovanissima pittrice polacca che ha deciso di utilizzare le foglie per sostituire la tela per dipingere e i risultati nelle sue opere sono davvero strabilianti. Gli elementi naturali ci stupiscono ogni giorno di più, così come gli artisti che li utilizzano in modo sempre molto originale e creativo. Avete mai provato a dipingere sulle foglie?
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2) Omid Asadi

Omid Asadi ha deciso di portare la tradizione della raccolta delle foglie autunnali ad un nuovo livello, dando vita ad una splendida serie di creazioni. Per le sue opere utilizza foglie di colori diversi che raccoglie semplicemente da terra in parchi e giardini. Poi le ritaglia con molta attenzione per dare loro una nuova forma.
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3) Nikolai Tolstyh

A partire dai colori della natura e da sagome di carta che rappresentano gli animali, Nikolai Tolstyh crea le ambientazioni per realizzare fotografie a dir poco meravigliose. L’obiettivo della sua macchina fotografica è pronto ad incorniciare nel modo migliore le sagome degli animali che vengono posizionate in un ambiente naturale. Il risultato è davvero sorprendente.
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4) Yusuke Asai

Yusuke Asai è un artista capace di creare meravigliosi murales con elementi naturali come foglie, terra, paglia e rami. A partire da questi elementi naturali dà vita a figure astratte di persone, piante e animali, che si intrecciano tra loro creando un ponte tra il cielo e la Terra. Le sue opere sono tutte da ammirare, almeno in fotografia.
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5) Mandala con le foglie

Nel caso dei mandala realizzati con le foglie, gli artisti siamo tutti noi. Infatti utilizzare le foglie è una delle tecniche più semplici che abbiamo a disposizione per creare un mandala a partire dagli elementi naturali. Possiamo trarre ispirazione da chi ha già composto dei mandala con le foglie e dare il via alle nostre creazioni.
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Secondo Thom Yorke non ci sono differenze tra quel che fa Youtube e i furti d’arte nazisti e inglesi della II guerra mondiale e quel che fa YouTube

Thom Yorke YouTube nazista
Di Francesca Vuotto
Negli anni Thom Yorke ha ribadito più volte la sua posizione decisamente negativa verso le nuove modalità di condivisione della musica, e di contenuti più in generale, offerte da piattaforme  come Spotify o YouTube e ha rincarato la dose proprio in questi giorni, paragonando l’attività di YouTube e Google a quanto facevanoi Nazistidurantela Seconda Guerra Mondiale. 
Intervistato da Repubblica.it il cantante dei Radiohead si è scagliato contro il colosso di Mountain View per le modalità con cui si appropria di qualsiasi tipo di contenuto, ricavandone guadagni, corrispondendo poco o nulla ai proprietari. Nel caso di contenuti artistici come le canzoni, quello che mettono in pratica secondo lui è un vero e proprio furto, in nulla differente da quelli compiuti dai Nazisti (e non solo loro), che hanno depredato opere d’arte in mezza Europa.
«La gente continua a ripetere che siamo nell’era della musica e del cinema gratuiti, ma non è vero. Le persone che stanno dietro a servizi come Google e YouTube fanno soldi, una montagna di soldi, come nella pesca al traino prendono tutto quello che c’è. “Ah scusa, questo era tuo? Ora è nostro“… Hanno preso il controllo, come è successo con i Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Quello che fanno – come hanno fatto i Nazisti e gli Inglesi durante il conflitto – è rubare l’arte altrui. Non vedo differenze» si legge in un passaggio.
Quel che è ancora più paradossale è il fatto che non solo gli utenti vengano defraudati di ciò che gli appartiene, ma viene persino limitata la loro libertà  – così come quella di chiunque voglia fruire di ciò che hanno condiviso – di eliminare, tramite estensioni dei browser come AdBlocker, le pubblicità di cui vengono infarciti i contenuti. «La cosa divertente è che YouTube ha detto che non è giusto. Hai capito? Dicono che non è giusto, loro che riempiono di pubblicità ogni minimo contenuto e ci fanno un sacco di soldi, mentre gli artisti non vengono pagati o ricevono compensi ridicoli. E questo invece è giusto per loro. Per loro è sbagliato ciò da cui non riescono a trarre profitto» prosegue.

Stefano Zecchi: contro minaccia terrorismo creare aggregazione e "aver fiducia nella propria identità, nei propri valori e nella propria cultura"

Terrorismo, Zecchi: 'Occidente ipocrita. Non è libero, ma individualista’

Di Lucia Bigozzi

“L’Isis esalta l’estetica del brutto e vuole imporre all’Occidente la civiltà del ‘nero’. Ipocrita dire che è tutto come prima: alla paura si reagisce con la fiducia sulla nostra identità”. Assunto da cui muove l’analisi di Stefano Zecchi, scrittore e docente di Estetica all’Università degli studi di Milano, che con Intelligonews affronta il tema – quantomai attuale – dell’estetica della guerra individuando nei valori della nostra civiltà il miglior antidoto alla paura. 

Esiste e qual è l’estetica della guerra?

«Sì, esiste. In particolare per quanto riguarda l’Isis rilevo che si tratta di un’estetica che esalta il brutto e nega la bellezza. E’ l’immagine ricorrente e ostentata di un nero violento, volgare, che certamente ha dentro di sé una forte espressione di un’idea della guerra crudele, volutamente ostile a quelli che sono i valori del nostro Occidente che, invece, ama la bellezza, ama la cultura. L’Isis i segni della civiltà li distrugge, li fa a pezzi, li annienta. Ovvio che tutte le guerre si accaniscono contro il senso della vita, ma in questo caso le forme di rappresentazione della guerra che l’Isis manifesta sono quasi studiate per essere lette in modo contrapposto al senso della nostra civiltà»

E’ il tentativo di imporre all’Occidente una “civiltà del nero”?

«Sicuramente. Laddove viene negata la bellezza, generalmente si esalta sempre il nichilismo. Qui si potrebbe andare avanti nell’analisi e vedere come in fondo nessuna religione può essere nichilista, ma nel caso specifico c’è da rilevare una profonda contraddizione tra quelli dell’Isis e la loro idea di fare una battaglia in nome di Dio. La religione non è mai distruttiva, nichilista, propone sempre dei valori vitali e ciò è vero anche per le religioni più legate alla meditazione, penso al buddismo proiettato sull’assenza dell’azione in questa vita; eppure lo stesso buddismo non nega l’esperienza in questa vita in senso propositivo e questo lo si vede nella loro estetica»

Qual è, se c’è, l’estetica della paura?

«E’ quella della negazione della speranza. La paura intesa come sentimento che rinuncia al futuro e ci rinuncia perché non ha la passione che apre al futuro. In genere, laddove c’è paura non c’è mai speranza che sui lega a sentimenti, passioni che si aprono al futuro e che credono al futuro»

La percezione del terrore, dell’insicurezza è stata fortissima nei giorni delle stragi di Parigi, ma oggi sembra diminuire. Perché? E’ l’effetto ‘overdose’? 

«Anzitutto direi che c’è molta ipocrisia oppure un senso di superficialità quando si sostiene o si pensa che tutto è come prima delle stragi di Parigi perchè non è affatto vero. Più che a un effetto overdose, penso al fatto quasi istintivo di voler continuare la propria vita. Le abitudini, una volta consolidate, rappresentano una grande forza per il movimento quotidiano di una persona; se a queste abitudini ci si aggiunge che alcune sono proprio radicate nel sentimento della libertà, della democrazia, di un individualismo che si sente in diritto di sviluppare la vita come si crede, questo tipo di attitudini diventa fortissimo contro ciò che tende a negarle e a costringerle dentro limiti non accettabili»

Esiste un antidoto alla paura?

«Certamente. E’ l’aver fiducia nella propria identità, nei propri valori e nella propria cultura. Su questo, devo dire che Renzi ha pienamente ragione quando dice ‘un euro per la sicurezza e un euro per la cultura’ e quando indica la necessità di ripartire dalla riqualificazione delle periferie. Ho passato una vita intera a spiegare la violenza si cela nei luoghi in cui non c’è aggregazione che, invece, crea la bellezza del posto. Da questo punto di vista, le periferie sono luoghi di semina della violenza, della distruzione, della disaggregazione ed è proprio da lì che bisogna ripartire, cioè dal ripensare le città, come accaduto a Milano».

Come? 

«Milano ha fatto una scelta molto importante dopo la fine della seconda guerra mondiale con i suoi sindaci migliori, ovvero di non aggregare i piccoli Comuni all’interno della cintura urbana, come purtroppo ha fatto Roma. Infatti Milano ha un’estensione territoriale ridotta con tanti Comuni limitrofi che sono presidi sociali coi loro bar, le loro scuole. Se Sesto San Giovanni fosse diventata una vera e propria periferia milanese, altro che banlieue parigine… L’essenza della disgregazione sociale provocata dal tipo di urbanizzazione che si è sviluppata a Parigi è evidente e non è un caso che proprio in quei luoghi si siano manifestate le rivolte più violente, molto più che a Londra che ha un’altra tipologia di realtà periferica. Non so se Renzi ha avuto l’illuminazione o se qualcuno lo ha illuminato, anche se si tratta di un impegno colossale perché porta a rivedere l’idea di città»

Ecco com’è fatta Internet

Internet

Di  Diletta Parlangeli

La sua idea sarebbe potuta diventare una roba da feticisti, o per soli addetti ai lavori: programmisti, sistemisti, informatici vari. Invece, il lavoro messo a fuoco dal fotografo Peter Garritano è quasi educativo, oltre che artistico. È riuscito a far diventare la rete, oltre che un luogo, una cosa tangibile. Una struttura concreta, ferma, enorme, fatta di cavi e interruttori, passaggi di sicurezza, e ambienti algidi, sotterranei, nascosti, protetti.
Per raccontare che cosa fosse Internet – nome che ha dato al progetto fotografico – ha trascorso gli ultimi cinque mesi a fotografare i “carrier hotel”, grossi centri dati in cui convergono molte reti per confluire poi in una sola, più grande. In un carrier hotel la rete di un operatore si può agganciare a quella di un altro, o quella di Google, e così via. Sono per lo più posti di connessione di grandi fornitori di servizi Internet, ma ormai non solo appannaggio dei provider: sempre più spesso anche le aziende che lavorano con enormi applicazioni Internet cercano di averne di propri.
Ogni società che utilizzi la rete può impostare le proprie macchine all’interno di queste strutture, edifici in cui non è semplice accedere: Garritano ha aspettato per settimane, chiedendo in giro, contattando giornalisti che si occupano di tecnologia e organizzando incontri.
Due dei cinque carrier hotel di New York in cui è stato non hanno voluto essere citati, gli altri tre sono gestiti da gruppi come Telx  e  Zayo. Procurano collegamenti diretti tra i provider e le imprese come Time Warner Cable e Hewlett-Packard.
La sicurezza è uno dei punti cruciali: guardie, telecamere, controlli biometrici e persino trappole. Non sempre il fotografo ha avuto il tempo di pensare come avrebbe voluto prima di scattare. Negli ambienti dove ha potuto, ha preferito usare una macchina fotografica a pellicola. Negli altri spazi, foto con la reflex digitale, e al volo.
Quanto fascino, quanta poesia da mission impossible. Beh, insomma. Al di là dei passaggi di sicurezza, la prospettiva non è troppo varia. Tolti i centri operativi, che fanno molto FBI, si tratta di chilometri e chilometri di cavi. Fibra ottica che entra ed esce dai carrier hotel, alcuni per gestire le connessioni locali, altri per attraversare l’Atlantico. Qualcosa che può diventare “visivamente deludente, se estrapolato dal contesto” afferma Garritano stesso, che racconta i cavi di fibra sottili come “quelli dei nostri carica batterie del cellulare“.
Armadi, server, pannelli elettrici e motori diesel pronti per le emergenze, sistemi di backup, cavi di alimentazione. Un mondo algido, che sembra così lontano, eppure ci porta la rete esattamente dove la vogliamo. Per commentare un post, leggere questo articolo, comprare il biglietto del treno. “Spero che, anche se solo a un livello di base questa serie di scatti possa aiutare a comunicare la realtà e a illustrare i vari sistemi necessari al funzionamento di Internet”, ha detto Garritano a Wired.com“Cioè le enormi quantità di energia necessaria, i sistemi di raffreddamento, l’enormemente complesso sistema di collegamenti via cavo e, chiaramente le persone che progettano e poi gestiscono questi sistemi“.

Peace for Paris, è diventato virale il disegno di Jean Jullien


Peace for Paris, è diventato virale il disegno di Bansky
E' diventato virale su Twitter il logo postato a caldo da Jean JullienPeace for Paris, dopo gli attacchi terroristici a Parigi. Ritrae il simbolo della pace con, all'interno, la Tour Eiffel stilizzata ed è destinato a diventare un simbolo della lotta al terrorismo, così come avvenne per l'hashtag#jesuischarlie, che a gennaio ha accompagnato tutti i tweet di solidarietà dopo l'attacco al giornale satirico Charlie Hebdo.

FONTE:http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/11848416/Peace-for-Paris--e-diventato.html

Il fumettista Zerocalcare: «Nei miei personaggi vedo ben poco di eroico»

Zerocalcare: «Nei miei personaggi vedo ben poco di eroico»

Di Simona Maggiorelli

Maglietta nera, smilza. Sopracciglioni. E quell’espressione a volte basita, più spesso, disarmante e meravigliata della vita. È la creatura uscita della matita di Zerocalcare, il suo alter ego, protagonista dei libri che il fumettista romano ha pubblicato con Bao publishing e schizzati in cima alle classifiche di vendita dei libri prima ancora che il suo schivo autore avesse avuto modo di rendersene conto. «Non durerà, sarà un fenomeno passeggero» ripete a sé stesso e agli altri il trentunenne Michele Rech in arte Zerocalcare.





 Immaginando di tornare presto a dare ripetizioni di francese per sbarcare il lunario. E a disegnare per diletto nei centri sociali della periferia romana, dove è cresciuto e dove si sente più a suo agio. «Qui conosco tutti e non avverto nessun pericolo», dice di Rebibbia, dove sorge il carcere. «Un quartiere tranquillo, fatto anche di case basse con la palma che ricordano un po’ Pescara e un po’ Los Angeles». Anche in questo nuovissimo libro, L’elenco telefonico degli accolli, che Zerocalcare presenta il 29 ottobre e il primo novembre a Lucca Comics&Games, siamo a Rebibbia. Zigzagando fra centri sociali, computer e serie tv, qui scorre la vita di ragazzi che si danno arie da bulli, per nascondere la timidezza. Fra tutti gli inseparabili Secco e Cinghiale. Perennemente in lotta contro la precarietà, i ragazzi di Zero, però, non lo sono altrettanto nei rapporti. Tanto da «lasciarsi e rimettersi seicento volte con la stessa persona», per dirla con la vignetta che in questi giorni campeggia ad apertura del suo blog.

zerocalcare

Sono storie locali, molto personali, quelle che racconta Zerocalcare. Eppure c’è qualcosa, se non di universale, certamente di generazionale, che risuona anche a centinaia di chilometri di distanza, richiamando frotte di giovani lettori da Bolzano a Catania. Che gli hanno fatto toccare quota 200mila copie vendute con Dimentica il mio nome, approdato alle finali del Premio Strega.
Tutto è cominciato con un passaparola nel 2011, con l’exploit del blog aperto in concomitanza con l’uscita de La profezia dell’armadillo, il suo primo importante lavoro. Poi, su questa scia, sarebbero venuti molti altri titoli e, più di recente, lavori più schiettamente politici, come il suo reportage da Kobane pubblicato su Internazionale.Così, mentre va su e giù per l’Italia per presentare queste duecento pagine che distillano in vignette i suoi ultimi due anni vita, trascorso cercando di schivare gli accolli – ovvero richieste o pressioni del mondo editoriale – ci accolliamo l’impresa di provare a intervistarlo. Per giunta mentre arriva la notizia che l’incontro previsto al Circolo dei Lettori di Torino è stato cancellato perché Zero ha 39 di febbre. Suspense. Finché dall’altro capo del telefono risponde, gentile, disponibile, con un filo di timidezza nella voce. Il successo? «Ho avuto una buona dose di fortuna – si schermisce – . Il lavoro dietro a questo risultato c’è ed è molto, ma ho anche inconsapevolmente azzeccato il modo e il momento giusto per dire certe cose, che poi sono quelle che riguardano molti trentenni di oggi».
Qualcuno dice che hai saputo cogliere lo Zeitgeist, ciò che si muoveva nell’aria ma non aveva ancora trovato forma ed espressione.
A qualche livello ho colto l’esigenza di auto-narrazione che c’è nella mia generazione, fatta di giovani alle prese con la precarietà, da molti punti vista. Mentre il tempo passa e ti accorgi che non puoi più dirti un ragazzo.

«Qui si sposano come mosche», dice, con ironia, una tua vignetta. I tuoi antieroi rifiutano le convenzioni, le tappe obbligate della vita?
Ci vedo ben poco di eroico nei miei personaggi. Quella frase in realtà racconta davvero ciò che sta accadendo intorno a me. Molti amici si sposano, il tempo passa, e io non sono poi così sicuro che la strada che ho intrapreso sia la migliore. La vivo con un po’ di ansia, con la sensazione di perdere parti di me, della mia identità. Temo che tutto questo, alla fine, mi lasci solo una grande aridità.

Per Einaudi hai disegnato la copertina di Honky Tonk Samurai, il nuovo libro di un autore cult, visionario, come Joe Lansdale e hai disegnato la locandina della giornata per Stefano Cucchi il 31 ottobre a Roma. Presto tornerai a fare cose più politiche?
L’ho sempre fatto, fin dai tempi del G8 di Genova e nell’underground dei centri sociali. Ora vorrei tornare a raccontare la resistenza curda. Sto lavorando al progetto di un nuovo libro. Quando sono andato la prima volta non era per fare un reportage, ero andato con attivisti poco prima della strage di Suruc, che ha segnato l’inizio di un’escalation di violenza. Erdogan usa la scusa dell’antiterrorismo per azzerare la resistenza kurda.

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