Stefano Zecchi: contro minaccia terrorismo creare aggregazione e "aver fiducia nella propria identità, nei propri valori e nella propria cultura"

nov 28, 2015 0 comments
Terrorismo, Zecchi: 'Occidente ipocrita. Non è libero, ma individualista’

Di Lucia Bigozzi

“L’Isis esalta l’estetica del brutto e vuole imporre all’Occidente la civiltà del ‘nero’. Ipocrita dire che è tutto come prima: alla paura si reagisce con la fiducia sulla nostra identità”. Assunto da cui muove l’analisi di Stefano Zecchi, scrittore e docente di Estetica all’Università degli studi di Milano, che con Intelligonews affronta il tema – quantomai attuale – dell’estetica della guerra individuando nei valori della nostra civiltà il miglior antidoto alla paura. 

Esiste e qual è l’estetica della guerra?

«Sì, esiste. In particolare per quanto riguarda l’Isis rilevo che si tratta di un’estetica che esalta il brutto e nega la bellezza. E’ l’immagine ricorrente e ostentata di un nero violento, volgare, che certamente ha dentro di sé una forte espressione di un’idea della guerra crudele, volutamente ostile a quelli che sono i valori del nostro Occidente che, invece, ama la bellezza, ama la cultura. L’Isis i segni della civiltà li distrugge, li fa a pezzi, li annienta. Ovvio che tutte le guerre si accaniscono contro il senso della vita, ma in questo caso le forme di rappresentazione della guerra che l’Isis manifesta sono quasi studiate per essere lette in modo contrapposto al senso della nostra civiltà»

E’ il tentativo di imporre all’Occidente una “civiltà del nero”?

«Sicuramente. Laddove viene negata la bellezza, generalmente si esalta sempre il nichilismo. Qui si potrebbe andare avanti nell’analisi e vedere come in fondo nessuna religione può essere nichilista, ma nel caso specifico c’è da rilevare una profonda contraddizione tra quelli dell’Isis e la loro idea di fare una battaglia in nome di Dio. La religione non è mai distruttiva, nichilista, propone sempre dei valori vitali e ciò è vero anche per le religioni più legate alla meditazione, penso al buddismo proiettato sull’assenza dell’azione in questa vita; eppure lo stesso buddismo non nega l’esperienza in questa vita in senso propositivo e questo lo si vede nella loro estetica»

Qual è, se c’è, l’estetica della paura?

«E’ quella della negazione della speranza. La paura intesa come sentimento che rinuncia al futuro e ci rinuncia perché non ha la passione che apre al futuro. In genere, laddove c’è paura non c’è mai speranza che sui lega a sentimenti, passioni che si aprono al futuro e che credono al futuro»

La percezione del terrore, dell’insicurezza è stata fortissima nei giorni delle stragi di Parigi, ma oggi sembra diminuire. Perché? E’ l’effetto ‘overdose’? 

«Anzitutto direi che c’è molta ipocrisia oppure un senso di superficialità quando si sostiene o si pensa che tutto è come prima delle stragi di Parigi perchè non è affatto vero. Più che a un effetto overdose, penso al fatto quasi istintivo di voler continuare la propria vita. Le abitudini, una volta consolidate, rappresentano una grande forza per il movimento quotidiano di una persona; se a queste abitudini ci si aggiunge che alcune sono proprio radicate nel sentimento della libertà, della democrazia, di un individualismo che si sente in diritto di sviluppare la vita come si crede, questo tipo di attitudini diventa fortissimo contro ciò che tende a negarle e a costringerle dentro limiti non accettabili»

Esiste un antidoto alla paura?

«Certamente. E’ l’aver fiducia nella propria identità, nei propri valori e nella propria cultura. Su questo, devo dire che Renzi ha pienamente ragione quando dice ‘un euro per la sicurezza e un euro per la cultura’ e quando indica la necessità di ripartire dalla riqualificazione delle periferie. Ho passato una vita intera a spiegare la violenza si cela nei luoghi in cui non c’è aggregazione che, invece, crea la bellezza del posto. Da questo punto di vista, le periferie sono luoghi di semina della violenza, della distruzione, della disaggregazione ed è proprio da lì che bisogna ripartire, cioè dal ripensare le città, come accaduto a Milano».

Come? 

«Milano ha fatto una scelta molto importante dopo la fine della seconda guerra mondiale con i suoi sindaci migliori, ovvero di non aggregare i piccoli Comuni all’interno della cintura urbana, come purtroppo ha fatto Roma. Infatti Milano ha un’estensione territoriale ridotta con tanti Comuni limitrofi che sono presidi sociali coi loro bar, le loro scuole. Se Sesto San Giovanni fosse diventata una vera e propria periferia milanese, altro che banlieue parigine… L’essenza della disgregazione sociale provocata dal tipo di urbanizzazione che si è sviluppata a Parigi è evidente e non è un caso che proprio in quei luoghi si siano manifestate le rivolte più violente, molto più che a Londra che ha un’altra tipologia di realtà periferica. Non so se Renzi ha avuto l’illuminazione o se qualcuno lo ha illuminato, anche se si tratta di un impegno colossale perché porta a rivedere l’idea di città»

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