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Giornata internazionale della biodiversità- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani, in occasione della Giornata
internazionale della biodiversità del 22 maggio 2020, invita la comunità scolastica a riflettere
sull’importanza della conservazione di tutte le specie viventi.

La giornata è stata istituita dall’Assemblea delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 55/201 del 20
dicembre del 2000, per celebrare la Convenzione sulla diversità biologica adottata il 22 maggio del 1992 e
per promuovere la consapevolezza globale delle problematiche connesse alla biodiversità.
La diversità è una ricchezza. In natura essa consiste in una varietà di ecosistemi che ospitano una varietà di
interazioni tra specie animali e vegetali, ognuna delle quali è, a sua volta, caratterizzata da una varietà
genetica.
Oggi sappiamo quanto le conseguenze della continua perdita della biodiversità pesino in termini sanitari,
sociali ed economici sull’intera umanità.

Secondo il rapporto del WWF  “Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi – Tutelare
la salute umana conservando la biodiversità” c’è un legame causale indiretto tra le malattie che oggi
minacciano l’umanità ( Ebola, AIDS, SARS, influenza aviara, influenza suina e il nuovo coronavirus SARS-
CoV-2 (COVID19)) e la perdita di biodiversità determinata dal nostro impatto sugli ecosistemi naturali.
Proprio il 2020 è un anno conclusivo del decennio delle Nazioni Unite sulla biodiversità” e, per tale
occasione, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha convocato un vertice in vista del 15° Riunione della
Conferenza delle Parti della Convenzione sulla diversità biologica (COP 15 della CBD) per valutare gli esiti
del Piano strategico adottato nel decennio trascorso e individuare le strategie politiche globali post 2020, in
ragione degli obiettivi dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Lo slogan lanciato per la Giornata internazionale della biodiversità 2020 è "Le nostre soluzioni sono nella
natura" che suona come un monito alla riprogrammazione del futuro in armonia con la natura.

La nostra sopravvivenza e il nostro benessere, infatti, dipendono dalla salubrità e dalla varietà degli
ecosistemi del nostro pianeta, ecco perché occorrono atti di responsabilità e responsabilizzazione per
trasformare le buone intenzioni in comportamenti attuali, seri e vincolanti.
A tale scopo, il CNDDU invita docenti e studenti a proporre ai Consigli d’Istituto l’introduzione di una
normativa regolamentare e negoziale con la previsione di impegni e comportamentali ecosostenibili.
Si propone di integrare il Patto educativo di corresponsabilità con formali impegni di educazione, formazione
e tutela ambientale al fine di perseguire gli obiettivi ambientali dell’Agenda 2030 con un’attiva
collaborazione tra studenti, scuola e famiglie, inserendo anche nel Regolamento d’Istituto di norme
comportamentali che incentivino la cura dell’ecosistema e ne sanzionino i danneggiamenti.
Tendere all’ideale di una scuola ecosostenibile ad impatto zero sull’ecosistema significa dare la possibilità
alle comunità scolastiche di diventare soggetti attivi per la biosicurezza.
Il CNDDU rende disponibile sul proprio sito un modello per le scuole e le invita a condividere il Patto
educativo di corresponsabilità ambientale (P.E.C.A.) alla mail coordinamentodirittiumani@gmail.com al fine
di creare un vero e proprio elenco delle scuole con P.E.C.A.
In questa giornata lanciamo l’hashtag siamo natura – sì amo natura.
#siamonatura

Prof. Veronica Radici
CNDDU

Dopo la Siberia gli incendi devastano anche l’Amazzonia


Di Andrea Muratore

Luglio nero per l’ecosistema planetario. Dopo le foreste siberiane brucia l’altro grande “polmone verde” della Terra, la foresta amazzonica brasiliana. L’Inpe, l’ente brasiliano della ricerca spaziale, ha lanciato l’allarme sulla condizione della più grande foresta del Sudamerica: in Amazzonia si sono concentrati il 52,5 per cento degli incendi divampati tra gennaio e agosto 2019 in tutto il Brasile, cresciuti dell’82% rispetto a tutto l’arco del 2018 e passati da poco meno di 40.000 a quasi 73.000 in soli otto mesi.
Il colpo è duro per una serie di fattori. In primo luogo quello ambientale. L’Amazzonia è il più ricco polmone di biodiversità del pianeta, popolata da specie animali e vegetali in larga parte endemiche, e al tempo stesso un vero e proprio regolatore degli equilibri climatici planetari come pochi altri elementi (essenzialmente la Corrente del Golfo e El Nino). I 5,5 milioni di chilometri quadrati dell’Amazzonia, in larga parte interni al territorio brasiliano, trattengono circa il 10% dell’anidride carbonica emessa a livello globale, in una quantità stimata in circa 110 miliardi di tonnellate. Una riduzione dell’area coperta dall’Amazzonia,specie negli oltre 2,7 milioni di chilometri quadrati protetti come riserve di biodiversità o santuari indigeni, colpirebbe al cuore tale potenzialità.
Il secondo fattore è di ordine politico e sociale. L’Amazzonia è al centro di una vera e propria “guerra” di matrice economica che i roghi hanno tutta l’aria di incentivare gravemente. L’ascesa al potere di Jair Bolsonaro a inizio anno, infatti, ha scatenato appetiti e sfide sul futuro dell’Amazzonia. Da un lato, la biodiversità e i popoli indigeni, che vivono nelle aree loro assegnate dal governo centrale. Dall’altro, i fazendeiros del comparto agroalimentare brasiliano, sostenitori del Presidente e rappresentati nel governo dal ministro dell’Agricoltura Tereza Cristina, i cercatori d’oro, i finanzieri e gli industriali in cerca d’affari e un’amministrazione pubblica che si mantiene schierata sul loro medesimo versante.

Una guerra contro l’Amazzonia

Ne abbiamo avuto un assaggio alcune settimane fa, e lo abbiamo raccontato su queste pagine: “Nel Nord del Brasile è iniziata un’offensiva pericolosa, condotta contro una tribù indigena costretta a difendere con le unghie e con i denti i suoi terreni. Parliamo dell’attacco dei cacciatori d’oro abusivi, i garimpeiros, contro la piccola e isolata popolazione dei Waiapi,costituita da soli 1.200 individui sparsi su una distesa di oltre 600.000 ettari di foresta vergine che copre territori ricchi di risorse e materie prime. L’oro è il volano di un attacco che i Waiapi hanno subito dopo trent’anni di convivenza pacifica con le comunità locali e i governi brasiliani, nella giornata di sabato 20 luglio”. Assalti e incendi sono il mezzo con cui si sostanzia l’attacco all’Amazzonia: e innegabile è l’impatto del fattore umano e dei roghi dolosi nell’aumento del 15% della deforestazione della foresta pluviale tra il 31 luglio del 2018 e il 31 luglio del 2019 nei nove Stati brasiliani in cui l’Amazzonia si estende (Acre, Amapà, Amazonas, Parà, Rondonia, Roraima e aree degli stati di Mato Grosso, Tocantins e Maranhão).
La somma di agricoltori desiderosi di espandere i loro terreni, cercatori d’oro abusivi e personaggi in cerca d’autore che agiscono per favorire l’antropizzazione della foresta ha più volto prodotto gravi danni all’Amazzonia, e non sarebbe strano ipotizzare un revival di queste azioni ora che a Brasilia si è insediato un governo aggressivo con la foresta e poco desideroso di mettere la conservazione dell’Amazzonia in cima alle sue priorità politiche.
Bolsonaro ha incentivato con durezza la linea pro-business del predecessore Michel Temer, che nell’agosto 2017 ha provato senza successo a ottenere l’abolizione della riserva amazzonica di Renca, istituita nel 1984 al confine tra gli Stati federali di Amapa e Para su un’area di 46mila chilometri quadrati. E con le dichiarazioni e le sue azioni politiche ha mostrato di voler limitare gli spazi per la tutela dell’Amazzonia e dei popoli indigeni: scandalosa, in tal senso, è stata la nomina alla guida della Funai, agenzia governativa per la tutela degli indigeni, di un  paladino dell’agrobusiness, il 41enne Marcelo Xavier da Silva.

Bolsonaro dà la colpa alle Ong

Per Bolsonaro, gli studi dell’Ispe sono tutt’altro che attendibili. Come scrive Agenzia Nova, “Bolsonaro, ha criticato duramente il presidente dell’Inpe, Ricardo Galvao, per aver divulgato i dati che mostrano una preoccupante accelerazione nel processo di deforestazione dell’Amazzonia, accusando Galvao di essere un “bugiardo al servizio di qualche Ong”, e affermando che la deforestazione deve essere combattuta non facendo “campagna contro il Brasile”, dal momento che la diffusione di dati allarmanti “danneggia” il paese”. Immediata la replica di Galvao, che accusa Bolsonaro di essere “pusillanime e codardo […] Ha fatto commenti impropri, infondati e ha fatto attacchi inaccettabili”.
L’attacco di Bolsonaro, che cozza con le migliaia di segnalazioni video e fotografiche degli eventi catastrofici, è un segno del nervo scoperto rappresentato dalla questione amazzonica. Il Presidente deve accontentare l’agrobusiness per favorire la ripresa dei suoi consensi in continuo calo, ma poterlo fare senza ricevere le critiche globali per aver scatenato una corsa all’Amazzonia è per lui difficoltoso. Non è detto, data l’ondata di sdegno suscitata, che possa però essere molto meno costoso politicamente attendere l’azione individuale dei singoli avventurieri. A perderci è il polmone verde del Sudamerica. Priva di tutele, colpita dagli incendi e da una corsa selvaggia all’accaparramento delle sue risorse, l’Amazzonia soffre. E ai tropici, come nel grande nord siberiano, il fuoco impone un durissimo prezzo alla salute dell’ambiente globale.

Giornata della Biodiversità 2019, nel mondo un milione di piante e animali a rischio estinzione


Di Salvatore Santoru

Si celebra oggi, 22 maggio 2019, la Giornata Mondiale della Biodiversità
Tale giornata serve a ricordare l'importanza della diversità biologica e a porre l'attenzione sulle tante specie vegetali e animali a rischio o in via di estinzione.

Come riporta il Fatto Quotidiano, nel mondo vi sono almeno un milione di piante e animali a rischio, principalmente a causa dei cambiamenti climatici.

Giornata Mondiale dell’Ambiente: l’Italia detiene il record europeo di biodiversità


Di Filomena Fotia

L’Italia detiene il record europeo della biodiversità con 55.600 specie animali, pari al 30% di quelle europee, e 7.636 specie vegetali che sono state salvate dall’estinzione. È quanto afferma la Coldiretti, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente celebrata dalle Nazioni Unite e dedicata quest’anno al contrasto dei furti di risorse ambientali. 


In Italia sono state salvate dall’estinzione – precisa la Coldiretti –130 razze allevate tra le quali ben 38 razze di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini, sulla base dei Piani di Sviluppo Rurale della precedente programmazione“. “Se dell’asino romagnolo, noto per il suo temperamento vivace – continua la Coldiretti – sono rimasti solo 570 esemplari impegnati nella produzione di latte a uso pediatrico e per l’onoterapia, della capra Girgentana dalle lunghe corna a forma di cavaturacciolo si contano circa 400 capi per la produzione di latte destinato alla tuma ammucchiata (formaggio nascosto) stagionata in fessure di muro in gesso o pietra, che in passato venivano murate per nasconderle ai briganti“. Ci sono anche – continua la Coldiretti – la gallina di Polverara, ritratta con il caratteristico ciuffo fin dal 1400 in quadri e opere conservati anche nei Musei vaticani, la Mora romagnola (una curiosa razza di maiale dal mantello nerastro, con tinte dell’addome più chiare), i bovini di razza Garfagnina con mantello brinato e pelle di colore ardesia che annovera una popolazione di appena 145 capi o quelli di razza Pontremolese che sono rimasti appena in 46. “Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e su 533 varietà di olive contro le 70 spagnole. La difesa della biodiversita’ non ha solo un valore naturalistico ma – sottolinea la Coldiretti – è anche il vero valore aggiunto delle produzioni agricole Made in Italy“. “Investire sulla distintività – continua la Coldiretti – è una condizione necessaria per le imprese agricole di distinguersi in termini di qualità delle produzioni ed affrontare così il mercato globalizzato salvaguardando, difendendo e creando sistemi economici locali attorno al valore del cibo. 

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.meteoweb.eu/2016/06/giornata-mondiale-dellambiente-litalia-detiene-il-record-europeo-di-biodiversita/698453/

Realizzata a Oslo la prima "autostrada" con fiori e piante per sfamare gli insetti



http://www.tgcom24.mediaset.it/green/realizzata-a-oslo-la-prima-autostrada-con-fiori-e-piante-per-sfamare-gli-insetti_2113065-201502a.shtml

Un percorso cittadino costellato di fiori e piante per nutrire gli insetti e assorbire la CO2. E' il progetto realizzato dalla Società di Giardinaggio di Oslo in collaborazione con diverse associazioni ecologiste. Api, calabroni e compagni troveranno ogni 250 metri circa un punto di "ristoro" che metta a disposizione cibo sufficiente per superare lo "stress" causato dalle manipolazioni umane sull'ambiente.
Favorire la biodiversità - Tonje Waaktaar Gams, della Società di giardinaggio, ha spiegato che nelle città in generale vi sono "poche occasioni di impollinazione e spesso, affermano gli esperti, gli insetti muoiono letteralmente di fame; e senza di loro si hanno gravi danni anche alle coltivazioni". Gams e la sua squadra hanno piazzato così vasi di fiori sui tetti e sui terrazzi della abitazioni lungo un percorso che attraversa da est a ovest la città di Oslo. L'obiettivo è favorire la biodiversità, la riduzione dell'impatto ambientale e la sopravvivenza degli insetti anche in ambienti a loro ostili.

L'iniziativa ha registrato la partecipazione di molti ecologisti, che hanno piantato fiori nelle loro proprietà lungo l'"autostrada" dei calabroni. Secondo quanto riferisce la Società di giardinaggio, sebbene inferiore a quanto sta avvenendo ad esempio negli Stati Uniti, il fenomeno della progressiva estinzione di alcune specie di insetti (6 su 35) è purtroppo ben conosciuto in Norvegia e in altri Paesi europei.

Green School: una scuola dal tetto verde alla periferia di Parigi

green school cover

Di Marta Albè

Green School, una scuola dal tetto verde ha aperto i battenti dallo scorso settembre nelle periferia occidentale di Parigi, a Boulogne Billancourt. La nuova scuola è caratterizzata da un grande tetto verde.
Non si tratta soltanto di un edificio scolastico, ma di un centro che mira a promuovere la scienza, la biodiversità e lo sviluppo sostenibile attraverso la sua stessa agricoltura e le lezioni che ospiterà.
Il progetto è stato realizzato dalla società parigina Architects Chartier-Dalix che ha vinto un concorso ad hoc nel 2011. La scuola dispone di diciotto aule, e di un impianto sportivo aperto ai residenti locali.
La palestra pubblica sorge ad un'altezza di 12 metri, mentre gli spazi didattici si trovano soprattutto al pianterreno e al primo piano. Ogni area della scuola sarà accompagnata da un parco verde arredato con materiali naturali.
E' stata realizzata una parete "vivente" ricca di fessure, interstizi e di fori di varie dimensioni che possono ospitare vegetazione e piccoli uccelli per favorire la protezione della biodiversitàanimale e vegetale anche in ambiente urbano.
Il progetto della scuola green cerca di introdurre elementi dell'ambiente naturale nel contesto urbano. La parete destinata alla protezione della biodiversità aumenta i tipi di habitat potenziali per le varie specie viventi che potrebbero popolare questi luoghi.
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Il giardino pensile non solo favorisce la biodiversità ma si traduce anche in una piacevole vista dall'esterno per coloro che vivono negli appartamenti vicini alla scuola. Il tetto verde si distribuisce su più livelli grazie ai giardini pensili. In una scuola così materie come scienze naturali, ecologia e agricoltura biologica dovrebbero essere all'ordine del giorno. Noi lo speriamo davvero.
Photo credits: cyrilleweiner.com

U.E. vieta sementi tradizionali

Di Maurizio Blondet 
 Effedieffe
Con sentenza del 12 luglio, la Corte di Giustizia della UE ha confermato il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali e diversificate che non sono iscritte nel catalogo ufficiale europeo.
Fin dal 1998 è in vigore una direttiva della Comunità europea che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementiere (le note multinazionali) vietandolo agli agricoltori. Ciò che i contadini hanno fatto per millenni è diventato così, di colpo, un delitto (il matrimonio fra omosessuali è invece legale). Con questa sentenza sono messe fuorilegge anche le associazioni di volontari impegnati nel recupero delle varietà antiche e tradizionali – ne esistono di benemerite anche in Italia – che commettono appunto questo crimine: preservano e distribuiscono a chi le chiede sementi fuori del catalogo ufficiale.
La sentenza ha preso di mira specificamente una di queste associazioni, la francese (ma nota in tutto il mondo) Kokopelli, che si batte per la biodiversità. Già nel 2008 questa associazione era stata condannata, per scambio di sementi antiche, a una multa di 35 mila euro: esosa punizione per un gruppo di volontariato, volta a renderne impossibile di continuare l’attività. Invece l’attività è continuata, grazie allo sforzo e ai contributi dei volontari. Sicchè oggi, un’altra grossa società che l’ha trascinata in giudizio davanti alla Corte d’appello di Nancy, la «Graines Baumaux», approfittando della sentenza della Corte europea ha chiesto ai giudici francesi di imporre a Kokopelli di pagare 100 mila euro per danni e inoltre – esplicitamente – «la cessazione di tutte le attività dell’associazione», pericolosa per il business , alla faccia della libertà d’opinione e d’azione. (lo spaccio di droghe, invece, sta per essere depenalizzato).
Si noti che la direttiva europea non osa vietare semplicemente e puramente lo scambio di sementi antiche: non vigono forse da noi tutte le libertà possibili e immaginabili? Lo fa obliquamente. Se si chiede di includere queste varietà nel catalogo ufficiale lo si ottiene – pagando profumatamente – e da quel momento diventa legale commerciarle. Il fatto è che queste varietà antiche e tradizionali sono di dominio pubblico, non appartengono a nessuno, e quindi nessuno ha interesse a sborsare per iscriverle nel catalogo. Ammettiamo che qualche buon samaritano lo faccia: dopo vent’anni, se nessuno le re-iscrive nel suddetto catalogo, comunque ne escono (e scambiarsele ridiventa un delitto).
Ovviamente, l’inghippo è escogitato per favorire le multinazionali delle sementi, che hanno i soldi e l’interesse economico di iscrivere nel registro ufficiale i loro semi ibridi, OGM, di loro proprietà o comunque brevettati. A causa di questa regolamentazione, accusa Semailles (un’altra associazione francese) «più dell’80% della biodiversità è scomparsa» dai campi europei.
Pardon, debbo correggermi: per iscrivere una semente nel catalogo ufficiale, pagare non basta. Occorre che la varietà in oggetto risponda ai criteri di «Distinzione, Omogeneità e Stabilità» (DHS nella lingua di legno eurocratica), qualunque cosa ciò significhi. Ma cosa significano esattamente questi criteri discriminanti? «Implicano che le sementi siano pochissimo variate», rispondono a Kokopelli: «Solo varietà ibride F1 o varietà lignee quasi cloniche rispondono a questi criteri. Tali criteri sono stati stabiliti al solo scopo di aumentare la produttività nelle prassi di agricoltura industriale».
Già: la Corte europea, nella sua motivazione , ha giustificato il divieto del commercio delle sementi antiche e tradizionali con l’obbiettivo, che giudica superiore ad ogni altro, di ottenere «una accresciuta produttività agricola»; concetto che ripete per 15 volte nel testo. Quasi che l’Europa fosse affollata di popolazioni malnutrite come il Bangladesh, bisognose di aumentare le loro rese alimentari. Due volte però la Corte giunge a sostenere che la legislazione proibizionista in vigore serve a scongiurare «la coltivazione di sementi potenzialmente nocive» (per contro, è legale che gli oncologi somministrino ai malati di cancro chemioterapici tutti di altissima tossicità, fra cui la ciclofosfamide, definita «cancerogena» dall’Istituto Superiore di Sanità italiano > chemio.pdf).
È appena il caso di notare che le sementi antiche e tradizionali sono già il risultato di una selezione – una selezione compiuta dagli esseri umani da diecimila anni – con l’ovvia conseguente eliminazione di specie «potenzialmente nocive» fin dalla preistoria, e che queste piante hanno nutrito la popolazione europea da millenni.
Ma è questo il nucleo di «progressismo» che è la dottrina ufficiale del potere eurocratico: l’esperienza plurimillenaria che l’umanità si è tramandata (la «tradizione») non conta nulla, non è che tenebra e sospetta superstizione; l’ultima parola cui dar fiducia, in fatto di sementi, è quella della «scienza», qual è rappresentata da Monsanto, Syngenta e le relative lobbies da queste pagate).
Lo stesso Avvocato Generale della Corte europea (ossia il «suo» avvocato) ha fatto notare l’assurdità di questo pretesto, rilevando giustamente che l’iscrizione obbligatoria al Catalogo non dichiara come scopo quello di proteggere i consumatori contro un qualche rischio sanitario o ambientale, a cui la legislazione vigente non fa’ alcun riferimento. A dire la verità, la Corte ha preso la sua decisione contro il parere del suo Avvocato Generale che, nella memoria depositata il 19 maggio precedente, rilevava che la registrazione obbligatoria di tutte le sementi nel catalogo ufficiale era una misura sproporzionata e violava i principii della libertà di esercizio dell’attività economica, della non-discriminazione e della libera circolazione delle merci. Uno dei tre dogmi del liberismo: non vige forse trionfalmente la «libera circolazione di uomini, merci e capitali»?
Ebbene, per una volta la Corte ha infranto il dogma ed ha dato torto alla sua Avvocatura Generale, altra cosa che non succede spesso, per non dire mai. Forse – chissà – perchè la potente lobby dei sementieri, la European Seed Association, durante la procedura ha avuto modo di far conoscere alla Corte il suo disaccordo con l’opinione dell’Avvocatura Generale; come oggi si rallegra in un comunicato della totale convergenza della Corte con le sue vedute. Fortunata coincidenza. (CJEU confirms validity of European seed marketing legislation)
«Perchè non esiste un registro ufficiale dei bulloni e delle viti?», si domanda la sconfitta Kokopelli. Forse perchè non c’è una Monsanto della minuteria metallica. Sottomettere le sementi ad una procedura del genere, che esiste ed è giustificata per i medicinali e i pesticidi, ha evidentemente il solo scopo di eliminare alla lunga le varietà di dominio pubblico, e quindi liberamente riproducibili, per lasciare in campo solo quelle brevettabili. L’agro-industria e le sue lobbies difendono la regolamentazione con l’argomento che essa permette di garantire il finanziamento della ricerca per specie «più resistenti e più produttive». Strano che in nome del libero mercato si pretenda la regolamentazione. La finanza invece, come ha preteso, è stata completamente deregolamentata , sicchè oggi può vendere ogni genere di titoli tossici, titoli sub-prime e prodotti derivati, fino ai CDS, che consentono di assicurarsi contro il fallimento di qualcun altro, con cui non si ha parte, in pratica puntando sul suo fallimento. Stranissima poi l’invocazione della regolamentazione per favorire la ricerca; di solito la ricerca pretende di essere totalmente deregolata, manipolare i geni umani, ibridarli con geni di maiali, utilizzare feti abortiti (volete buttarli via?) per la famosa ricerca sulle cellule staminali che guarirà tutte le malattie...
È il bello della nuova forma di governo, la tecnocrazia pan-europea, che sta sostituendo i governi eletti dopo averli esautorati, resi irresponsabili e privati della sovranità nelle decisioni che contano.
Per intanto, la drastica riduzione delle varietà e la preferenza date alle artificiali che questa sentenza porta, non solo ridurrà ancor più la biodiversità, ma priverà l’alimentazione degli europei delle 15-30 mila sostanze (se ne scoprono di continuo di nuove) immuno-attivanti, antio-ossidanti, coenzimatiche, essenziali per la salute umana che si trovano nelle verdure e frutta naturali, e che l’amico medico Giuseppe Nacci chiama «vitamine» in quanto fattori vitali (1). Già la coltivazione con fertilizzanti eccessivi «impedisce alle piante di assorbire dal terreno i minerali più importanti, come Selenio, Germanio, Ferro...» per non parlare dell’impoverimento dovuto alla conservazione in celle frigorifere, o l’avvelenamento da pesticidi.
Ora diventa ogni giorno più chiaro che nelle verdure più comuni sono contenuti migliaia di fito-sostanze e complessi chimici, di cui si va scoprendo ogni funzione immuno-stimolante, detossicante, preventiva, a volte, contro il cancro. «Un semplice pomodoro appena colto da un terreno assolutamente privo di sostanze tossiche – scrive Nacci – può contenere 10 mila sostanze chimiche diverse, ognuna delle quali è una ‘vitamina’, cioè un fattore coenzimatico o un anti-ossidante. Ciò vale per tutte le verdure, gli ortaggi, i frutti, i tuberi...». Il sapore e l’odore che le specie antiche e tradizionali hanno più deciso rispetto alle moderne, spesso è dato proprio da questi fattori attivi ed essenziali.
Quante meno sostanze contengono le poche varietà permesse, uguali in tutto il mondo, non è dato sapere. Non è cosa che interessi la «ricerca» delle multinazionali.
D’accordo, non potrete più trovare quelle zucchine bitorzolute che coltivava vostro nonno, è diventato reato piantare quel certo pomodoro, quel broccolo che aveva tutt’altro sapore. Poco male, le vostre libertà aumentano di giorno in giorno. Se siete culattoni, potete sposarvi in molti Paesi europei avanzati, e presto anche in Italia. E presto potrete comperare la cocaina in tabaccheria, e se i cancerologi non vi ammazzano prima, esigere l’eutanasia, finalmente liberalizzata. L’interesse pubblico è salvo.
1) Giuseppe Nacci, «Diventa medico di te stesso», Editoriale Programma, 334 pagine, 19 euro. Impressionante l’elenco contenuto in questo libro di sostanze presenti nei vegetali, di cui è stata appurata l’attività salutare. Oltre al menadione (vitamina K), inositolo (vitamina I), stigmasterolo (vitamina M), l’acido tiuotico (vitamina N), gli isprenoidi sono almeno 200, i bioflavonoidi 5 mila. E ancora: indoli glucosinati (nel cavolo), llecitine, stilbeni, (Resveratrol), tannini, terpeni, fito-enzimi proteolitici, minerali organici...

L’importanza del capitale naturale per l’economia di tutte le società umane

Di Gianfranco Bologna
Lo scorso 14 novembre a Parigi presso la sede mondiale dell'Unesco, le Nazioni Unite hanno lanciato la decade delle Nazioni Unite sulla biodiversità. L'evento ha coinciso con la conferenza generale proprio dell'Unesco che ha lanciato la sua specifica iniziativa sulla biodiversità che mira a contribuire efficacemente al piano strategico sulla biodiversità 2011-2020 ed ai target sulla biodiversità approvati a Aichi Nagoya in Giappone, lo scorso anno, in occasione della 10° Conferenza delle Parti (COP) della Convenzione sulla Diversità Biologica (www.cbd.int).
Nel 2010 infatti la comunità internazionale ha preso atto, nella 10° COP, di non aver raggiunto l'obiettivo della significativa riduzione della perdita di biodiversità a livello planetario che si era data per l'anno 2010 ed ha approvato, come abbiamo riportato sulle pagine di questa rubrica, uno specifico piano strategico per ottenere questo risultato entro il 2020.
Anche se la perdita di biodiversità e la pressione sugli ecosistemi in tutto il mondo è ben lungi dall'arrestarsi, non si può ignorare la progressiva crescita nella consapevolezza del valore della biodiversità, della sua straordinaria importanza per il benessere e l'economia delle nostre società, che va gradualmente incrementando presso l'opinione pubblica, la società civile, le imprese e le istituzioni.
Oltre ai piani strategici previsti nell'ambito della Convenzione sulla Diversità Biologica il tema cruciale del valore del capitale naturale, degli ecosistemi, dei servizi e dei beni che essi offrono al nostro benessere ed alle nostre economie è ormai oggetto di approfondimenti e decisioni in importanti sedi istituzionali (basti ricordare qui gli interventi realizzati dall'Unione Europea).
Sono molto interessanti gli sforzi e le iniziative dirette alla revisione del sistema di contabilità ambientale ed economica in sede Nazioni Unite (il System of Environmental-Economic Accounting - SEEA - che è stato proposto, per la prima volta, nel 2003 ed ha avuto un ruolo pionieristico nell'impostazione dei nuovi sistemi di contabilità ambientale e nell'avanzamento della strutturazione di una contabilità ecologica oltre a quella economica per i paesi di tutto il mondo).
Come parte del lavoro di revisione ed aggiornamento del SEEA, la Divisione Statistica delle Nazioni Unite (UNSD) ha commissionato ad un comitato di esperti ONU sulla contabilità economico-ambientale, lo sviluppo di una contabilità sperimentale sugli ecosistemi (Experimental Ecosystems Account). Il draft  che scaturirà da questo processo sarà disponibile per un'ampia consultazione globale per la metà del 2012 e il testo finale sarà approvato dalla Commissione Statistica delle Nazioni Unite nel febbraio del 2013.
Una parte importante di questo processo riguarda lo sviluppo di una Common International Classification of Ecosystem Services (CICES, una classificazione internazionale comune dei servizi degli ecosistemi), un'idea che è scaturita nel 2008 in un meeting organizzato dall'Agenzia Europea per l'Ambiente (EEA), il Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) e il ministero dell'ambiente tedesco. E' stata ampiamente riconosciuta l'importanza di sviluppare una nuova classificazione standard dei servizi degli ecosistemi che fosse consistente con il lavoro scientifico che ha condotto alle classificazioni sin qui elaborate ed accettate e consentisse, contestualmente, una facile "traduzione" nel campo delle informazioni statistiche per le diverse applicazioni necessarie.
Dai vari meeting internazionali e da un apposito forum sul web lanciato nel periodo novembre 2009 - gennaio 2010 (sul sito http://cices.eu) è scaturito un primo draft, presentato nel 2010 al comitato di esperti ONU sulla contabilità economica ed ecologica e poi successivamente un secondo draft nel 2011 (i draft sono stati realizzati dal Centre for Environmental Management dell'Università di Nottingham nel Regno Unito).
La letteratura sugli Ecosystem Services si è notevolmente ampliata nell'ultimo decennio ed oggi il termine che, per la prima volta era stato utilizzato dai grandi ecologi Paul ed Anne Ehrlich nel loro bel libro "Extinction. The causes and Consequences of  the Disappearance of Species"  (pubblicato nel 1981 da  Random House), sta ormai entrando pienamente nel linguaggio politico ed economico internazionale, soprattutto grazie a due imponenti studi realizzati negli ultimi anni. Mi riferisco al Millennium Ecosystem Assessment (MEA) che è stato pubblicato nel 2005 ed ha visto la partecipazione di oltre 1.200 tra i maggiori specialisti a livello internazionale dei sistemi naturali e dei sistemi sociali (vedasi il sito www.maweb.org dal quale si possono scaricare i volumi del rapporto) e al The Economics of Ecosystems and Biodiversity i cui volumi conclusivi sono stati pubblicati tra quest'anno e l'anno scorso (vedasi il sito www.teebweb.org, mentre al sito http://environment.yale.edu/teeb sono disponibili i video del corso sul TEEB realizzato alla Yale School of Forestry & Environmental Studies della Yale University).
Gli ecosistemi presentano delle proprietà, delle strutture, delle funzioni e dei processi che consentono loro di mantenere continuamente le opzioni evolutive della vita sulla Terra. Le dimensioni, il livello di presenza della biodiversità, la stabilità, i livelli di organizzazione, gli scambi di energia e di materia tra i differenti elementi degli ecosistemi, sono tutte proprietà che caratterizzano un ecosistema. Le proprietà degli ecosistemi garantiscono l'esplicarsi delle funzioni e dei processi degli stessi nell'ambito delle dinamiche evolutive che si presentano naturalmente.
Da tempo l'attenzione di numerosi ecologi si è focalizzata su quelli che sono stati definiti i "servizi" degli ecosistemi e cioè i benefici che provengono dalle proprietà, dalle funzioni e dai processi degli ecosistemi e che sono fondamentali per la nostra specie (un volume molto importante da questo punto di vista è quello che ha curato l'ecologa Gretchen Daily nel 1997 dal titolo "Nature's Services: Societal Dependence on Natural Ecosystems" pubblicato da Island Press).
Gli ecosistemi infatti offrono alla specie umana servizi di supporto, servizi di regolazione, servizi di approvvigionamento, servizi culturali. Ad esempio, il sequestro del carbonio nel ciclo biogeochimico di quell'elemento, la regolazione del clima, la rigenerazione del suolo, la dispersione dei semi, i servizi di impollinazione, fondamentali per la riproduzione di tante piante utili alla specie umana, la produttività primaria netta, il ciclo dei nutrienti, il ciclo idrico, il controllo dei parassiti e molti altri.
La perdita della biodiversità provoca il progressivo impoverimento delle funzioni e dei processi degli ecosistemi che, a loro volta, provoca la perdita dei servizi ecosistemici forniti al benessere ed all'economia umana.
Esiste anche un importante fronte di ricerca che mira a calcolare il valore monetario dei servizi degli ecosistemi, adottando metodologie di calcolo mutuate dall'economia, avviato soprattutto dal pionieristico lavoro pubblicato da Robert Costanza e tanti altri studiosi, su "Nature" nel 1997, dal titolo "The Value of the World's Ecosystem Services and Natural Capital". Questo studio prese in considerazione 17 servizi degli ecosistemi (regolazione dei gas nell'atmosfera, regolazione del clima, regolazione ai disturbi - risposta degli ecosistemi alle fluttuazioni ambientali quali inondazioni, uragani, siccità ecc. -, regolazione del ciclo dell'acqua, fornitura di acqua, controllo dell'erosione, formazione del suolo, ciclizzazione dei nutrienti - come la fissazione dell'azoto -, trattamento naturale dei rifiuti, impollinazione, controllo delle dinamiche trofiche delle popolazioni, rifugi per la riproduzione e la migrazione di specie, produzione alimentare - la porzione di produzione primaria lorda utilizzabile per l'alimentazione -, la produzione di materie prime, i servizi di ricreazione, il ruolo estetico-culturale-spirituale e scientifico degli ecosistemi) per 16 biomi (marini, di barriera corallina, costieri, di foresta tropicale, di foresta temperata, di praterie, di zone umide, di mangrovie, di laghi e fiumi, di deserti, di tundra, di ghiaccio e roccia, di zone agricole e di zone urbane), e giunse alla conclusione che il valore monetario complessivo di tali servizi per l'intera biosfera, si aggirava, secondo una stima ancora preliminare, tra i 16.000 e i 54.000 miliardi di dollari annui, con una media annuale di 33.000 miliardi di dollari.
Queste analisi ancora oggi sollevano ovviamente molte critiche, non solo di tipo tecnico (come quantificare con esattezza, ad esempio, il piacere che si prova di fronte a uno splendido tramonto nella savana, davanti agli elefanti al pascolo?) ma di carattere più sostanziale, in quanto non è possibile trovare un corrispondente monetario a qualcosa che non può essere ricondotto alla semplice valutazione economica.
In merito a questi aspetti ha scritto il noto biologo della conservazione Thomas Lovejoy (in un suo articolo dal titolo "Will expectedly the top blow off?" pubblicato su "BioScience" nel 1995 nel supplemento Biodiversity Policy) : "Come dovrebbero essere valutate le ostriche della costa orientale della Baia di Chesapeake? In base al numero che in un anno arriva sul mercato sotto forma di frutti di mare? Oppure in relazione al fatto che, nel medesimo lasso di tempo, la loro attuale popolazione depura un volume d'acqua pari a quello dell'intera baia? O che, prima che la baia si degradasse, faceva la stessa cosa nell'arco di una settimana? La nostra economia gode di un'enorme quantità di sussidi di questo tipo, che al momento non sono conteggiabili. In egual misura però gode di sovvenzioni e incentivi che conducono al degrado ambientale".
Comunque, al di là di queste giuste osservazioni, è di fondamentale importanza il lavoro che si sta facendo con il CICES perché finalmente ci conduce a fornire un quadro di contabilità ecologica che si affianca alla classica contabilità economica, iniziando a riconoscere l'importanza del capitale naturale per l'economia di tutte le società umane sul pianeta.

Da  Green Report

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