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Cop25, Greta Thunberg: “I leader dei Paesi ricchi non hanno senso di panico per l’emergenza climatica. Non c’è più tempo”



“Per i leader dei Paesi più ricchi non c’è panico, non c’è un senso di emergenza sul cambiamento climatico. Senza pressioni i politici non fanno molto”. Greta Thunberg si è rivolta agli esponenti politici questa mattina durante la Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici Cop25 in corso a Madrid: “Non abbiamo più tempo per ignorare la scienza“. La sensazione dell’attivista svedese è che per la politica “non ci sia urgenza nel mettere in campo interventi per affrontare il riscaldamento globale. Ma dopo un anno e mezzo dall’avvio della sua protesta ha trovato ancora più ragioni per parlare ai Paesi più ricchi”. Greta da quando è arrivata a Madrid lo scorso 6 dicembre ha assistito a più conferenze e partecipato allo sciopero globale sul clima del movimento Fridays for Future. E resterà in Spagna fino alla fine della Cop25 che si chiuderà venerdì 13 dicembre: durante la giornata verranno poi consegnati ai capi di Stato.

All’Onu non è la prima volta che Greta si rivolge ai politici. Un anno fa, alla Cop24 di Katowice in Polonia, aveva detto: “Ci state rubando il futuro, come vi permettete”. E oggi, dopo aver acquisito altri particolari e più consapevolezza sugli studi scientifici si è chiesta come non si possa avere “un senso di panico di fronte al fatto che la scienza dice che ci sono solo otto anni per intervenire” con il taglio dei gas a effetto serra per evitare disastri ambientali“. Per la 16enne svedese il “problema è globale, coinvolge tutti, ricchi e poveri oggi” e bisogna “evitare che le future generazioni debbano respirare solo Co2“.

A un anno di distanza, tuttavia, ha riconosciuto: “La gente è più consapevole ed è pronta. Perché abbiamo democrazia non solo in occasione delle elezioni ma in ogni momento”. Del resto, nella storia “ogni grande cambiamento è arrivato dalla gente. Noi possiamo fare il cambiamento, ora. Ci sono le chance per fermare lo scioglimento dei ghiacci, la deforestazione e gli eventi meteo estremi provocati dal riscaldamento globale”.
E, infine, ha aggiunto come siano ancora “vuote” le promesse fatte dai Paesi più ricchi “di ridurre o azzerare la Co2“, anche di fronte ai disastri subiti dai Paesi più poveri e meno responsabili dei disastri climatici. Dunque, questi Paesi “non mostrano una leadership, piuttosto ingannano e continuano a fare i loro business inquinando”. Ma ora “questi Stati hanno l’opportunità di negoziare le loro ambizioni, i loro interventi e i loro obiettivi di taglio di gas serra che l’anno prossimo devono rendere ufficiali alla Cop26. Ma la scienza dice che bisogna agire prima e una delle azioni è fare veri tagli alla radice, ad esempio, abbandonando subito il carbone”.
Chiusa la Conferenza a Madrid, l’Italia si concentrerà sull’organizzazione della prima Cop giovani, in programma ad ottobre 2020 a Milano quando prenderanno il via anche i lavori preparatori per la Cop26 di Glasgow: “Ragazzi e ragazze di tutto il mondo – annuncia il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – si incontreranno per due giorni, con l’intento di stilare una dichiarazione finale che sarà poi portata, nel mese di novembre, alla Cop26 e presa in carico dai decisori”. E aggiunge: “L’ aspirazione è che diventi poi un appuntamento strutturale”. All’evento Greta è già stata invitata: “Ritengo fondamentale, in questa fase, coinvolgere quanto più possibile i giovani. Non soltanto per rispondere al loro grido d’allarme, ma perché sappiamo che da loro possono arrivare spunti e proposte di cui dovremo necessariamente tenere conto se vogliamo che ereditino un mondo migliore”.

GRETA IN LACRIME ALL'ONU: 'Avete rubato la mia infanzia' - VIDEO


Di Salvatore Santoru

Recentemente Greta Thunberg ha fatto un discorso al Palazzo di Vetro dell'Onu, durante il summit sul clima
In tale discorso, la giovane ragazza di origine svedese ha sostenuto che i 'grandi della terra' avrebbero rubato l'infanzia di lei e della sua generazione e non si starebbero impegnando abbastanza nella lotta contro i cambiamenti climatici.

I toni della giovanissima attivista ambientalista sono stati sia indignati che visibilmente emozionati e, inoltre, la stessa Greta ha pianto durante il discorso.
Il video del discorso è diventato virale e il mondo del web, così come dell'opinione pubblica in generale, si è diviso tra i sostenitori e i critici della Thunberg.

Cosa ha detto Greta Thunberg al summit Onu sul clima


Di Giulia Giacobini

Ieri, 23 settembre, si è svolto a New York il summit Onu sul clima. L’incontro era la ragione principale per cui Greta Thunberg, l’attivista svedese che ha ispirato le proteste mondiali sul clima, si era recata negli Stati Uniti, affrontando un lungo viaggio nell’Atlantico in barca a vela.

Il discorso di Greta

Come di consueto, Thunberg è salita sul palco, ha ricordato gli allarmi degli scienziati a proposito del cambiamento climatico e ha rimproverato aspramente i leader mondiali, accusandoli di non prendere sul serio l’emergenza climatica. Contrariamente alle altre volte, però, non ha parlato con la solita calma. I suoi occhi erano lucidi, la sua voce più arrabbiata. “Avete rubato la mia infanzia e i miei sogni con le vostre parole vuote eppure io sono una delle persone più fortunate”, ha detto. “Le persone stanno soffrendo, le persone stanno morendo, interi ecosistemi sono al collasso… e tutto quello di cui riuscite a parlare sono i soldi, le favole su una continua crescita economica. Come vi permettete?”.
Secondo Thunberg, i leader non la ascoltano. “Se davvero capiste la situazione e continuaste a non agire, significherebbe che siete persone malvagie. Io mi rifiuto di crederlo”. Questo non è però un motivo sufficiente per esonerarli dalle loro responsabilità, a detta dell’attivista. “Gli occhi delle generazioni future sono puntate su di voi. Se ci deludete, non vi perdoneremo mai”.
Il discorso che Thunberg ha pronunciato ieri a New York non era molto diverso da quello che aveva preparato per il vertice delle Nazioni Unite tenutosi lo scorso 12 dicembre a Katowice in Polonia, né da quello che ha recitato in piazza a Roma in occasione di una grande manifestazioneorganizzata il 19 aprile. Riflette però una maggiore frustrazione: è un anno che l’attivista porta avanti la sua battaglia, ma né le sue parole né gli appelli degli scienziati sembrano aver alcun impatto sulla politica. Lo stesso summit si è rivelato un fallimento.

Com’è andato il summit

Alcuni stati si sono impegnati a ridurre le emissioni di carbonio entro il 2050 ma molti di loro non hanno chiarito come intendono farlo. La Cina ha dimostrato di non essere ancora disposta ad abbandonare i combustibili fossili, l’India di non voler rinunciare al carbone, e gli Stati Uniti di non avere intenzione di rispettare gli obblighi del trattato di Parigi (da cui hanno deciso di ritirarsi il 1° giugno del 2017).
Donald Trump non ha partecipato al meeting. Ha solo fatto una breve comparsa durante l’intervento di Thunberg, che ha poi commentato con un tweet molto sarcastico.
La scarsa stima sembra reciproca, tuttavia. In queste ore circola sui social una foto che ritrae Trump in primo piano e Thunberg, sullo sfondo, che lo guarda con rabbia.

La vita delle scienze


Giancarlo Cinini* intervista Bruno Latour**

I filosofi sono sul sentiero di guerra”, c’è scritto sulla maglietta che indossa Bruno Latour. Come sia fatto questo sentiero di guerra è la domanda che non gli abbiamo fatto, ma ci viene da pensare a quei percorsi che un tempo, tra il ’15 e il ’18, si inerpicavano sopra i monti dell’Adamello e dell’Ortles e sui quali si confondevano i soldati, le nevi, le ferrate, la roccia e le pallottole: l’antropologo francese il suo sentiero filosofico l’ha percorso proprio dove i segni della natura e della cultura si sono sempre mescolati. Si è occupato soprattutto delle pratiche con le quali gli occidentali costruiscono la conoscenza su ciò che chiamano oggetti della natura, indagando come un etnografo i modi e i miti del fare scienza.
È l’autore della Actor-network theory, la teoria secondo cui ogni fatto sociale e ogni oggetto scientifico è il prodotto di un’intricata rete di relazioni e alleanze, tra umani e non-umani. Ha cominciato nel 1979, con Laboratory Life, studiando una particolare tribù del mondo occidentale: i neuroendocrinologi del Salk Laboratory di La Jolla, in California. La ricerca etnologica fu condotta a quattro mani con il sociologo Steve Woolgar e mirava a ricostruire i protocolli di ricerca, le tecniche di misura, gli strumenti, i miti dei ricercatori, che si mescolavano agli oggetti studiati.
Dieci anni dopo scriverà il suo primo saggio teorico, un’introduzione alla sociologia della scienza: La scienza in azione(1987), dove propose di “aprire la ‘scatola nera’ di Pandora” e di entrare nelle pratiche della tecnoscienza, un calderone fatto di laboratori, istituzioni e peer-review di riviste internazionali. Si è occupato del caso di Louis Pasteur in Microbi – Un trattato scientifico-politico (1984). Il grande scienziato Pasteur, racconta Latour, è un uomo abile, capace di spostarsi dai problemi dell’igiene pubblica alla fermentazione delle birre industriali, dalle malattie negli allevamenti alla pastorizzazione; Latour ne descrive il gioco di alleanze dentro e fuori le scienze, il modo in cui Pasteur trova ogni volta nuovi alleati, microbi, politici, allevatori, urbanisti preoccupati per l’igiene della città, produttori di birra.
È a partire da queste riflessioni sulla costruzione della conoscenza naturale che Latour è arrivato a uno dei suoi testi più conosciuti, Non siamo mai stati moderni (1991). La distinzione tra Natura e Cultura, secondo Latour, è frutto di un costante lavoro di depurazione che distingue oggetti della natura e soggetti della società: di qua le cose, di là le persone e una grande barriera in mezzo. Su questo si fonda la costituzione dei Moderni. Ma, scrive Latour, moderni non lo siamo mai stati per davvero, perché abbiamo sempre creato ibridi tra natura e cultura: campi coltivati, pacemaker, fiumi canalizzati. Latour propone un’antropologia simmetrica che studi specularmente da un lato la cultura e dall’altro la produzione di tecniche, conoscenze e oggetti della natura, come qualsiasi antropologo occidentale farebbe con una tribù degli Achuar d’Amazzonia, descrivendone assieme società, politica e cosmogonia.
Oggi Bruno Latour ha 71 anni e si occupa, sempre come un etnografo, di quelle comunità di studiosi che lavorano sulle scienze climatiche e del sistema Terra, scienze esposte a conflitti e a pressioni sociali e politiche, mentre i segni dell’uomo si imprimono e si moltiplicano con maggiore estensione sull’epidermide della Terra, nel tempo che alcuni chiamano Antropocene.
Incontro l’antropologo in una chiesa sconsacrata di Mantova, durante Festivaletteratura dello scorso anno. Latour è venuto a curiosare in uno spazio particolare del festival, chiamato Scienceground, dove alcuni giovani scienziati hanno organizzato una serie di dibattiti e laboratori per capire meglio il loro mestiere e in che modo le scienze siano ficcate dentro ciò che chiamiamo società. Quando arriva, si forma spontaneamente un gruppo di persone interessate, soprattutto giovani ricercatori, che cominciano a fare domande. Latour si siede sul divano e risponde, e quella che era una chiacchierata informale diventa un’intervista collettiva.
* * * *
Un libro che continua ad avere successo tra gli scienziati è Imposture intellettuali (1996) di Bricmont e Sokal, due fisici che se la prendono con diversi filosofi e pensatori per come, da non scienziati, parlano di scienza. Li scherniscono dando loro dei “postmoderni” o addirittura degli intellectual impostors, impostori che fingono di parlare di scienza e invece parlano di fuffa. In quella lista nera c’era pure lei. Ha mai avuto un confronto con loro?
Sì, una volta in un teatro nel centro di Londra. Ottocento persone che urlavano, metà contro di me e metà contro Sokal. Bricmont che era tra il pubblico si alzava e dibatteva. Sokal è una persona piacevole, ma in quel momento stava difendendo l’ultimo atto della vecchia epistemologia. Qualche anno dopo abbiamo tutti quanti compreso che la loro era una pessima difesa della scienza: la scienza come razionalità inattaccabile. Una difesa epistemologica che è inutile, per esempio, contro i negazionisti climatici o i complottisti: quando sei seriamente attaccato da un negazionista hai bisogno di un’altra versione della scienza.
È quello che è successo a me quando ho incontrato a un cocktail party alcune persone del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico(IPCC) francese: Bruno – mi hanno detto – abbiamo bisogno del tuo aiuto. Siamo attaccati da altri scienziati, soprattutto fisici, persino premi Nobel, che criticano le nostre ricerche! Ho risposto: Beh, è divertente perché noi abbiamo cercato di darvi una mano per trent’anni ma la sola vostra risposta era che eravamo relativisti. Oggi potrebbe essere tardi, ma dobbiamo aiutarli.
Quando ho cominciato a studiare queste cose, quarant’anni fa, venivo accusato di criticare gli scienziati solo perché descrivevo i loro metodi di lavoro. I modi coi quali la scienza viene prodotta: persone, istituzioni, soldi, colleghi, strumenti, esperimenti, pubblicazioni… e poi, le pratiche quotidiane degli scienziati e pure le loro aspettative personali, che sono essenziali.
Nel Ventesimo secolo, quando tentavamo di descrivere questo, si pensava che la scienza fosse il paradiso e quello che facevamo era visto come una critica. All’epoca, perciò, dovevamo rompere, per così dire, l’egemonia dell’autorità scientifica. Oggi ci troviamo di fronte a una questione del tutto diversa: riorganizzare la civilizzazione. Ovvero: in che modo la scienza può ancora avere credito ed essere seguita dalle persone? Pensiamo agli Stati Uniti, dove le persone sono completamente svuotate di qualsiasi pensiero scientifico. L’unica maniera di difendere la scienza è fare esattamente quello che facevamo allora e ora che sono vecchio continuo a fare lo stesso tipo di studi e lo stesso tipo di cose ma con altri scienziati: i geochimici e gli scienziati del sistema Terra.

Se guardiamo ai conflitti in cui la scienza entra nel dibattito politico, spesso molti, per difendere la ricerca scientifica, provano ancora a giocare la carta della scienza come razionalità.
Non importa quante volte si ripeta che la scienza è razionalità: non cambia nulla nella testa degli scettici. All’epoca del dibattito con Sokal ancora si sosteneva: Dobbiamo difendere il legame tra scienza e razionalità e chiunque lo discuta, in verità, sta smentendo la scienza stessa. Noi, dall’altra cercavamo di dire: No, dovete piuttosto insegnare il modo in cui la scienza è prodotta, in modo realistico, e i frutti si vedranno col tempo. Più si spiega come la scienza è prodotta, meglio è. Prima di tutto per gli scienziati stessi: non c’è paragone tra l’idealizzazione della scienza che viene ancora venduta da qualche parte e la pratica che ogni dottorando impara sul campo. È come imparare il sesso durante l’epoca Vittoriana: arrivi alla notte di nozze e ci sono molte cose da fare che non immaginavi.
La seconda ragione è che è meglio per il pubblico, perché dopo aver spiegato come si produce la scienza si può ripartire dalle basi del concetto di autorità, e la fiducia nella ricerca può tornare a crescere. Questa è la scommessa, ma nella situazione odierna è difficile capire cosa accadrà. Perché in alcuni ambienti accademici, molte persone hanno ancora un’idea di scienza come di qualcosa di etereo e perfetto, ed è molto difficile dire cerchiamo di avere un’idea laica, o per così dire “mondana”, della scienza. Eppure la scienza non è fatta di idee filosofiche cristalline, è fatta di molte piccole cose, dati sperimentali e puzzle nelle teste di migliaia di persone, cose che permettono di far sì che quello che studi convinca gli altri. È un sistema davvero affascinante e che non ha nulla a che vedere con l’idea pura di “razionalità”.

D’altra parte anche la filosofia della scienza pare aver lasciato perdere una spiegazione della scienza nella sua interezza: piuttosto oggi si parla per esempio di filosofia della biologia, di filosofia della matematica.
Ho un amico, Thomas Pradeau, che parlando di sé dice: Sono un filosofo in biologia, non della biologia! Io non sono un filosofo della scienza e di proposizioni generali sulla scienza non mi occupo da anni, ma in passato abbiamo costruito il campo di indagine dei Science and technology studies proprio contro le proposizioni generali. Perché non abbiamo bisogno di visioni generali della scienza. D’altra parte, cosa lega un fisico delle particelle a uno scienziato del suolo? Solo che entrambi pubblicano articoli scientifici.

E qual è secondo lei la comunità di scienziati più interessante da studiare?
Non saprei rispondere, ma posso dire su quali comunità sto lavorando. Una è composta da quei geochimici che si occupano della cosiddetta critical zone: la fascia della Terra che va da qualche chilometro sotto i nostri piedi a qualche chilometro sopra la nostra testa. Poi ci sono gli studiosi di Gaia, specialisti della scienza del sistema Terra. E, infine, sto facendo ricerca con persone che si interessano di virus. I virus sono dovunque, sono davvero bizzarri e sono un mio vecchio interesse.
Le prime due comunità sono molto spaventate dal discredito e dai fraintendimenti del pubblico, in modo diverso rispetto ai fisici: ci sono scienziati per così dire “protetti”, e fondamentalmente i fisici lo sono perché nessuno riuscirà mai seriamente a scocciarli cercando di proporre una qualche versione alternativa della meccanica quantistica, per esempio. Invece oggi chi si occupa di critical zone – un geochimico che parla del suolo, di un fiume, di un vulcano, di un albero, mettiamo –, sarà immediatamente criticato, costretto a discutere con altri ricercatori e con il pubblico che ha altri interessi e altre priorità, o con attori che hanno tutt’altro interesse, come lobby di vario genere. Studiando fisica si può restare nel Ventesimo secolo, ma non è così per chi studia queste altre scienze.

Sono scienze che toccano questioni politiche.
È il mondo in cui viviamo! Ripeto, se studi qualche pianeta extrasolare, puoi magari incontrare qualche lunatico che ne neghi l’esistenza, ma non ti saranno mai così addosso come invece accade per le scienze della Terra che hanno una diversa epistemologia e perciò richiedono un modo diverso di essere presentate e spiegate. E la scienza va difesa, non dimentichiamolo. Non parliamo solo di comprensione pubblica della scienza, oggi: la scienza è talmente sotto minaccia che potrebbe sparire, il 45 % degli americani crede che il cambiamento climatico sia orchestrato. In questi campi dunque non si tratta neanche più di comunicare la scienza, ma di difenderla.

USA, studio universitario: 'La mascolinità tossica potrebbe essere la causa del cambiamento climatico, vige lo stereotipo che essere green è femminile'


Di Salvatore Santoru

Sta facendo discutere un recente studio universitario incentrato sul cambiamento climatico realizzato negli Stati Uniti D'America. Più specificatamente, si tratta di uno studio di cui è coautore un professore di marketing dell'Università dell'Utah, Aaron R. Brough, insieme ad altri professori di altre università.

Tale studio, pubblicato sul 'Journal of Consumer Research'(1), è stato ripreso su Forbes da Carolyn Centeno Milton con il titolo ( poi cambiato) "What if Toxic Masculinity Is The Reason For Climate Change?"(2). In tale articolo, la Milton ha intervistato lo stesso Brough.

Andando maggiormente nei particolari, lo studio sostiene che l'adattamento di 'politiche green' è associato in modo stereotipato alla femminilità (green-feminine stereotype) e ciò sarebbe la causa per il fatto che diversi uomini tendano a rifiutare le stesse politiche di stampo ambientalista. 

Sempre secondo lo studio, ciò sarebbe dovuto anche al fatto che gli uomini tendono ad essere più legati alla loro identità di genere e l'adozione di atteggiamenti green tenderebbe a farli percepire ( sia da sé che dagli altri ) come "femminili".

 L'articolo di Forbes e lo studio sono stati criticati, in modo perlopiù ironico, da alcuni media e personalità di orientamento conservatore, tra cui Mark Steyn.

NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1) https://academic.oup.com/jcr/article-abstract/43/4/567/2630509

(2) https://www.forbes.com/sites/carolyncenteno/2019/04/03/does-unconscious-bias-effect-our-sustainable-lifestyle-choices/

(3) https://dailycaller.com/2019/04/04/steyn-reacts-climate-change-toxic-masculinity/

PER APPROFONDIRE:

https://oilprice.com/Latest-Energy-News/World-News/Study-Toxic-Masculinity-Negatively-Impacts-The-Environment.html

https://www.climatedepot.com/2019/04/04/claim-toxic-masculinity-may-be-the-reason-for-climate-change-research-delves-into-green-feminine-stereotype-gender-incongruence/

https://www.louderwithcrowder.com/climate-change-toxic-masculinity/

https://www.thecollegefix.com/study-toxic-masculinity-leads-to-climate-change/

https://video.foxnews.com/v/6022675097001/#sp=show-clips

Greta Thunberg e lo sciopero degli studenti per il clima

Il 15 marzo decine di migliaia di studenti in diverse parti del mondo parteciperanno al “Venerdì per il futuro” (o “sciopero scolastico per il clima”), una manifestazione organizzata per chiedere ai governi politiche e azioni più incisive per contrastare il cambiamento climatico e il riscaldamento globale. Gli scioperi degli studenti per l’ambiente sono organizzati periodicamente (in alcuni casi ogni settimana), ma quello di domani dovrebbe essere uno dei più grandi, grazie al sostegno di diverse associazioni ambientaliste che hanno deciso di dare una mano per organizzare manifestazioni coordinate e in più paesi del mondo.
L’idea del “Venerdì per il futuro” è nata in seguito alla protesta iniziata da Greta Thunberg, una studentessa svedese di 16 anni, diventata il simbolo e la rappresentante più conosciuta del nuovo movimento ambientalista studentesco. Il 20 agosto del 2018, Thunberg decise di non presentarsi più a scuola fino al 9 settembre seguente, giorno delle elezioni politiche, chiedendo al governo di occuparsi più seriamente del cambiamento climatico, adottando politiche più incisive per ridurre le emissioni di anidride carbonica (tra i principali gas serra). La protesta era nata in seguito a un’estate particolarmente calda in Svezia, che aveva portato a numerosi ed estesi incendi nel paese.
Invece di andare a scuola, ogni giorno Thunberg si presentava davanti alla sede del Parlamento svedese a Stoccolma portando con sé il cartello “Skolstrejk för klimatet” (“Sciopero scolastico per il clima”). Dopo le elezioni politiche, Thunberg tornò a scuola, assentandosi comunque di venerdì per proseguire la sua protesta davanti alla sede del Parlamento.
La storia di Thunberg è stata ripresa da alcuni media locali e gradualmente ha superato i confini della Svezia, finendo su giornali e televisioni di mezzo mondo. Mese dopo mese, la sua protesta è diventata la fonte d’ispirazione per altri studenti, che in diversi paesi hanno iniziato a organizzare marce e manifestazioni sul clima, sempre di venerdì. Si stima che negli ultimi mesi ne siano state organizzate circa 300 in varie città del mondo, con la partecipazione di alcune decine di migliaia di studenti.
Thunberg è diventata ulteriormente famosa nell’autunno del 2018 in seguito alla sua partecipazione al TEDxStockholm, la serie di conferenze organizzate in modo indipendente dai più famosi TED, ma mantenendone la struttura e le regole per gli interventi. Ha spiegato di essere diventata consapevole del problema del riscaldamento globale quando aveva 8 anni, chiedendosi perché non fosse al centro delle politiche per il futuro del mondo e del dibattito sui media. Thunberg ha poi detto che ormai le prove scientifiche sul cambiamento climatico, e sulle responsabilità delle attività umane, sono incontrovertibili e che è necessario mobilitarsi e non perdere più tempo.
Nel dicembre del 2018, Thunberg ha partecipato alla COP24, la conferenza internazionale sul clima organizzata dalle Nazioni Unite in Polonia. Sempre alla fine del 2018, ha parlato davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite. A inizio anno ha invece partecipato agli incontri del World Economic Forum di Davos (Svizzera), dove ha accusato politici e grandi aziende di essere consapevoli da tempo dei rischi del cambiamento climatico, ma di non avere fatto quasi nulla per calcolo politico o per non ridurre i profitti.


La rivista TIME ha inserito Thunberg nella sua lista dei 25 adolescenti più influenti per il 2018. La scorsa settimana, in occasione della Giornata internazionale della donna, Thunberg è stata nominata la donna più importante e influente del 2019 in Svezia. Diverse altre organizzazioni e associazioni hanno assegnato premi a Thunberg per il suo impegno, e per avere contribuito a mantenere l’attenzione su uno dei temi più importanti per il futuro delle nostre società.
La manifestazione di domani coinvolgerà decine di migliaia di studenti, e non solo, in tutto il mondo. Sul sito dell’iniziativa si può consultare una mappa per trovare le città e i luoghi dove saranno organizzate manifestazioni. In Italia gli studenti manifesteranno in circa 180 città ed è probabile che il numero aumenti nelle prossime ore. L’iniziativa è stata ampiamente ripresa e promossa dal quotidiano Repubblica, con la sua prima pagina di oggi dedicata allo sciopero degli studenti e un invito sul suo sito a partecipare e a mobilitarsi, anche se non si è più studenti.
Il 2018 è stato il quarto anno più caldo mai registrato a conferma di quanto dicono, e hanno dimostrato, ormai da tempo i ricercatori: la Terra si sta scaldando, anche a causa dell’enorme quantità di anidride carbonica immessa ogni anno nell’atmosfera a causa delle attività umane. Gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi mai registrati nella storia, e 18 dei 19 più caldi si sono verificati a partire dal 2001.

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