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Street Art File Print #SeaToLove Edition - La Poster Art di Ischia Street Art denuncia l’inquinamento marino



Street Art File Print
#SeaToLove Edition

La Poster Art di Ischia Street Art denuncia l’inquinamento marino
Con 6 Artisti per i 6 Comuni dell’Isola
Dal 10 al 15 luglio 2020 – Ischia

Continua con #SeaToLove Edition Street Art File Print, l’innovativo progetto d’arte urbana che da qualche mese invade il centro urbano di Ischia e che fa della Poster Art e dell’attacchinaggio il mezzo di denuncia degli eccessi della nostra società e delle questioni politiche e sociali che affliggono il mondo.

Sei gli artisti coinvolti per altrettante opere di poster art che verranno diffuse, dal 10 al 15 luglio, nei sei comuni dell’isola: i lavori di Qwerty, Haterisk, Antonino Perrotta in arte Attorep, Annalisa Grassano, Samuele Vesuvio e Larva, creati appositamente per la manifestazione, riempiranno muri e spazi urbani di Casamicciola, Lacco Ameno, Serrara Fontana, Barano, Forio e Ischia Porto.

Promosso da Ischia Street Art Gallery con il sostegno dell’Area Marina Protetta Regno di Nettuno, che da anni si batte per la tutela e la valorizzazione del mare isolano,  Street Art File Print #SeaToLove si propone di denunciare l’inquinamento marino e l’abuso di sostanze contaminanti che infestano di rifiuti tossici il nostro mare, attraverso l’affissione su vasta scala di poster artistici che affrontano tematiche legate alla salvaguardia dell’ambiente.
Una vera e propria operazione di guerrilla marketing, un atto simbolico, spiazzante e up to date, volto a colpire l’immaginario e fare leva sulle coscienze, con lo scopo di risvegliare la consapevolezza che il consumismo smodato incide negativamente sul futuro del nostro ecosistema.
Street Art File Print #SeaToLove prevede un percorso artistico interno a Ischia Street Art Gallery, visitabile e accessibile a tutti negli orari di apertura della galleria, nella quale verrà allestita una mostra di poster art con tutti i progetti inviati dagli artisti che hanno aderito all’iniziativa, tra cui anche quelli di Teisa e raPoetry ft Er Buio.

Salvatore Iacono, gallerista/attivista e fondatore di Ischia Street Art, discussa anti-galleria underground sita nel cuore dell’isola, prosegue dunque la sua “rivolta ideologica” contro i sistemi che ci governano e in cui siamo costretti a vivere e si fa portavoce degli artisti che inviano le loro opere in galleria. E così Salvatore da gallerista diventa street artist su commissione in una sorta di “street art delivery”, compiendo un atto sul filo dell’illegalità, attuando le sue performance con una semplice colla da manifesti e attaccando, per le vie del centro, numerosi poster a tema.

Gli interventi urbani fanno infatti parte di Street Art File Print, progetto nato dall’emergenza Covid19, che ha decretato la paralisi di ogni attività riguardante le arti, la musica e lo spettacolo, ponendosi come la risposta rivoluzionaria all'atonia creativa e psicologica dell’arte nel delicato momento storico legato al lockdown.

Street Art File Print consiste nel documentare video-fotograficamente l’affissione in diretta che avviene nel centro urbano, o in galleria, dei poster inviati dagli artisti e riprodotti da file in alta risoluzione. E lo stesso gallerista/antigallerista diventa protagonista documentando l'atto espositivo, registrato e utilizzato come un happening, al fine di recuperare il senso di una comunicazione immediata e diretta, di una fresca estemporaneità.
Street Art File Print si pone come un atto di ribellione intellettuale, come strumento di comunicazione espressiva, definitivo dallo stesso Iacono "iconoclasta, dissacrante e provocatorio”, al quale possono accedere tutti quegli artisti urbani, illustratori, designer, writers, street artist, in linea con i temi d'impatto sociale che sono il fermento vitale di Ischia Street Art. Unica regola: libertà assoluta alla creatività ed al messaggio sociale degli artisti senza vincoli di mercato, senza che ci sia dietro un sistema clientelare, curatela, vincoli contrattuali tra galleria ed artisti.

Street Art File Print di Ischia Street Art è diventato subito una novità di rilievo internazionale, una boccata d’ossigeno nel marasma delle proposte, un esperimento unico nel suo genere e rispondente all'attuale situazione mondiale per la brevità dei tempi di realizzazione e per i costi minimi. Nonostante la frenata ed il blocco totale che il Covid19 ha inferto all'umanità, l’arte e la creatività non smettono di pulsare e di far sentire la propria voce anche grazie ad una semplice ed effervescente idea tutta italiana, anzi ischitana, quella di Salvatore Iacono che ha creato nei vicoli saraceni di Forio una fucina di energia creativa ed un punto di riferimento importante per il mondo dell'arte contemporanea.

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Raffaella Roberto
raffaella.robe@gmail.com 

Il forte nesso tra inquinamento e coronavirus


Intervista di Andrea Muratore a Mario Menichella per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Di Andrea Muratore

Oggi l’Osservatorio dialoga col dottr Mario Menichella sulla correlazione tra diffusione della pandemia da Covid-19 e tassi di inquinamento atmosferico. Un nesso che Menichella ha approfonditamente studiato, come dimostrato in una recente analisi su “Inquinamento Italia”, forte di un’esperienza pluridecennale nel campo. Fisico, data analyst e intellettuale, nipote dell’ex Governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, il nostro ospite di oggi è un esperto di “problemi globali”, ovvero delle grandi tendenze a breve, medio e lungo termine e delle varie minacce attuali o via via emergenti alla nostra civiltà tecnologica.
  • Dottor Menichella, grazie per il tempo a noi dedicato. Lei ha studiato molto nel dettaglio la convergenza tra livello dell’inquinamento atmosferico e aumento del numero di casi coronavirus. Quali sono le principali motivazioni di questo fenomeno?
Il legame fra la diffusione di alcuni virus respiratori e l’inquinamento da particolato (in particolare, PM10 e PM2.5) è stato indagato da relativamente pochi anni, poiché la disciplina che lo studia è piuttosto giovane. Il mio lavoro in questo campo è stato, essenzialmente, divulgativo e di rassegna dei principali lavori scientifici sull’argomento: sia di quelli preesistenti nella letteratura peer-reviewedsia delle analisi più recenti, effettuate da numerosi ricercatori italiani, sul legame fra la diffusione del coronavirus che provoca il Covid-19 e l’inquinamento da particolato nel nostro Paese. Sia le vecchie analisi, come quella relativa alla diffusione della SARS in Cina nel 2003, sia quelle recentissime sui casi di Covid-19 in Italia, hanno evidenziato una forte correlazione fra le due variabili, che ha superato brillantemente i test statistici volti a stabilire che tale legame non sia casuale. Per avere un legame causa-effetto, però, occorre avere anche un meccanismo plausibile: esso è fornito da altri articoli presenti in letteratura ed è costituito dal fatto che le particelle di particolato fine e ultrafine agirebbero da vettori fisici “leggeri” nei confronti del virus, in grado di portarlo assai più lontano rispetto ai vettori tradizionali: le ben più pesanti goccioline (o droplets, in inglese). Ciò, quindi, avrebbe provocato un boost dei casi, ad esempio, di Covid-19.        
  • Wuhan, New York, Pianura Padana: tre centri di inquinamento atmosferico risultano tra le aree più colpite dal Covid-19. Come ha fatto la situazione dell’inquinamento in queste aree a diventare insostenibile?
Si tratta, in tutti e tre i casi, di aree che hanno da decenni sviluppato una forte concentrazione di industrie e grandi impianti inquinanti, che contribuiscono più di altre sorgenti al loro inquinamento atmosferico per la maggior parte dell’anno, causando di conseguenza un’elevata incidenza fra la popolazione di cancro, malattie cardiovascolari (infarto, ictus, etc.), patologie respiratorie croniche o comorbidità spesso letali. In Lombardia, di cui mi sono più occupato, d’inverno il traffico veicolare influisce per appena un quarto all’inquinamento da particolato (PM10), mentre il riscaldamento invernale (legna, pellet, etc.) costituisce il contributo dominante. Nella Pianura Padana, però, Il perdurare dell’alta pressione e l’assenza di ventilazione garantiscono spesso, durante il periodo invernale, la presenza di una densa coltre di nebbia e di un conseguente forte inquinamento, non a caso associato sovente al blocco del traffico nelle grandi città per diverse giornate. Pertanto, le varie sostanze nocive (diossine, polveri sottili, particolato fine e ultrafine, gas tossici, etc.) prodotte dalle varie sorgenti vengono trattenute al suolo, e tendono a ristagnare e ad accumularsi in modo progressivo raggiungendo concentrazioni del tutto anomale, a differenza di quanto accade in altre zone d’Italia. Inoltre, nella Pianura Padana gli impianti a biogas ed a biomassa sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi 15 anni, a causa di incentivi statali del tutto inopportuni.
  • Parlando del caso italiano, ritiene non ci sia stata abbastanza attenzione al tema ambientale nella programmazione degli investimenti in sanità negli anni scorsi?
Negli ultimi anni mi sono occupato di tutti i principali tipi di inquinamento (atmosferico, dell’acqua, del suolo, chimico, elettromagnetico, radioattivo, acustico, etc.), anche operando sul campo con misurazioni ed a fianco di comitati spontanei di cittadini lombardi e toscani in aree caratterizzate da elevatissima mortalità per cancro, e posso dire senza tema di smentita che vi è stato il disinteresse più totale per la salute pubblica. Tanto per dare qualche elemento concreto: in molti settori, si sono elevati – o si stanno per elevare – i limiti di legge per permettere l’installazione di nuovi impianti inquinanti non indispensabili, che altrimenti risulterebbe impossibile; le analisi epidemiologiche di routine effettuate dalle Aziende sanitarie locali sono, in generale, del tutto insufficienti per evidenziare le aree più critiche per la salute e associarle alle relative fonti inquinanti, e la task force epidemiologica dell’Istituto Superiore di Sanità è stata del tutto smantellata qualche anno fa; le ARPA collocano sempre, volutamente, le centraline di rilevamento dell’inquinamento ben lontano dagli impianti inquinanti, contribuendo alla falsa sensazione che non vi siano picchi pericolosi, quasi sempre in coincidenza delle aree con maggiore incidenza dei tumori maligni e/o rari. 
  • Quali lezioni dovranno trarre i decisori dalla crescente dimostrazione della correlazione tra inquinamento e tasso di incidenza di un virus pandemico?
In realtà, il “boomerang” cui lei si riferisce è, numericamente parlando, quasi il minore dei mali e, d’altra parte, come si dice, “se uno si scava la fossa, prima o poi ci finisce dentro”. Con riferimento alla Lombardia, che è complessivamente la regione più inquinata d’Italia e in cui ho vissuto per alcuni anni prima di abbandonarla per i livelli intollerabili di inquinamento, posso dire che il sistema è “marcio”. Nella Provincia in cui abitavo ho visto di tutto: nelle Conferenze dei servizi venivano autorizzati impianti inquinanti di ogni sorta, addirittura a insaputa dei Sindaci dei Comuni più piccoli, ad esempio “incistando” un impianto a biogas in uno ben più grande – e all’apparenza più innocuo – di trattamento rifiuti; i rappresentanti delle ASL non si presentavano nelle Conferenze in questione, dove avrebbero potuto porre un veto, come avviene in altre regioni d’Italia; un’azienda ha perfino richiesto un incontro privato all’ARPA prima di una Conferenza dei servizi (un po’ come se invitassi a cena un giudice prima della sentenza su di me) e, nonostante tutto ciò sia stato verbalizzato, l’impianto è stato ugualmente autorizzato; infine, le strutture della Provincia che si occupano di dare le autorizzazioni spesso sono dirette e gestite da persone che non hanno lauree – o competenze specifiche – adeguate al delicatissimo compito che dovrebbero svolgere.    
  • A livello aggregato, la crisi in corso ci pone problemi di analisi e studio della sostenibilità dei modelli economico-politici dominanti. Dal Sima di Bologna all’Università La Sapienza di Roma molti studiosi stanno portando avanti un’analisi del peso dello sviluppo “insostenibile” sulla diffusione dei contagi epidemici. Quali sono le sue considerazioni a riguardo?
L’analisi del SIMA è coraggiosa e lodevole, ma è purtroppo soltanto una goccia nel mare, come si può intuire da quanto ho detto finora. In generale, ci si accorge della gravità della situazione in due casi: quando si cominciano a “contare” i morti, come nel caso del Covid-19, e/o quando a occuparsi della questione sono i giornalisti e non – come dovrebbero – gli scienziati, i politici, le Agenzie e Aziende sanitarie nazionali e locali, le ARPA o, in caso di loro mancato intervento, i magistrati. Le darò uno “scoop” relativo a qualcosa di cui quasi nessuno è oggi al corrente, a parte pochi esperti indipendenti di alto livello con cui sono in contatto. Mentre l’inquinamento dell’aria di cui si spesso si parla è in realtà rimasto relativamente costante negli ultimi decenni, al contrario il livello di inquinamento elettromagnetico – dovuto alle emittenti FM e TV e, oggi, specie alla telefonia mobile – è cresciuto di innumerevoli ordini di grandezza, ed è tuttora in crescita quasi esponenziale. Dato che i relativi effetti vanno dallo sviluppo dell’elettrosensibilità (condizione che sconvolge la vita, portando talvolta perfino al suicidio) all’aumento degli infarti in persone relativamente giovani e, soprattutto, al “boom” solo dopo alcuni anni (come per il tabacco) dei tumori al cervello e ad altri organi, le lascio immaginare che numeri di vittime potremo vedere nei prossimi anni per il 2G, il 3G e il 4G e quali potremmo avere con il 5G, che è oltre 1000 volte più impattante. 
  • Che opinione ha del ruolo del ritorno al “primato della politica” per la costruzione di sistemi economici a misura d’uomo e su di esso centrati? Come integrare fluidamente i progressi della scienza nel processo decisionale?
Come si è visto in questa emergenza, ogni decisione politica è stata subordinata a un’approfondita analisi scientifica della realtà, che per sua natura solo gli esperti possono fare: scienziati, ingegneri, economisti, geopolitici, etc. Dato però che la nostra società è altamente complessa, occorrerebbe anche una struttura – attualmente inesistente perfino negli Stati Uniti o a livello accademico – che si occupasse di problemi interdisciplinari, poiché quello che rende difficile le decisioni è, in primis, il non avere una visione chiara delle priorità, che sono un po’ l’equivalente dei valori per un singolo individuo. Le priorità per una società, ed i valori per un individuo, devono guidare le proprie azioni. E quali sono le vere priorità per la nostra società lo si può in gran parte capire leggendo il mio libro Mondi futuri (SciBooks, 2005), scaricabile gratuitamente dal mio sito web personale. A ciò si deve aggiungere il fatto che, mentre abbiamo una qualche conoscenza delle soglie critiche per i sistemi ecologici e per quelli economici, non l’abbiamo per i sistemi politici e sociali, ma tutti questi sistemi sono altamente interconnessi fra loro: ciò vuol dire che guidiamo una macchina senza conoscerne bene il funzionamento e senza avere delle “spie” che si accendano prima che accada l’irreparabile. I Cinesi venerano gli anziani per la loro saggezza, noi dobbiamo imparare a “venerare” gli esperti, da non confondersi con i “tuttologi”, da cui occorre invece stare alla larga.  

Coronavirus, l’inquinamento aiuterebbe il contagio. Urge una drastica inversione di tendenza


Di Antonio Lumicisi

Leggendo e analizzando le informazioni che puntualmente ci arrivano da diverse settimane, non si può non notare che la pandemia di Covid-19 si è manifestata in maniera sempre più preoccupante in alcune delle aree più inquinate del mondo. In Italia, sono infatti le aree della Lombardia e del Veneto, e in particolare della pianura padana, le più industrializzate e nelle quali da più tempo persistono condizioni ambientali critiche.
Dovremmo porci seriamente la domanda per quale motivo proprio in quelle aree il Covid-19 sia esploso in modo così virulento. Bene ha fatto il governo italiano a decretare misure sempre più stringenti per confinare il contagio all’interno di aree più controllate, non certamente coadiuvato dall’insensatezza di coloro che, alla prima allerta, sono fuggiti; ci auguriamo che, laddove siano andati, si siano messi in quarantena preventiva e abbiano evitato di propagare il virus anche in zone al momento meno toccate.
Nella pianura padana, i livelli di concentrazione del particolato (Pm10) sono tra i più alti in Europa e nel mondo e questa situazione permane da ormai tanti, troppi anni. E’ conclamato che alti livelli di Pm10 creano problemi anche al sistema respiratorio che potrebbe, quindi, risultare più sensibile alle complicazioni dovute a questo nuovo virus. Più a lungo si è esposti a tale situazione di inquinamento, e maggiori potrebbero essere le probabilità che i nostri sistemi respiratori si siano indeboliti e, quindi, più in difficoltà a combattere contro gli effetti del coronavirus.
Un tale ragionamento potrebbe dare delle spiegazioni al fatto che, al momento, sono le persone anziane ad avere i maggiori impatti negativi che arrivano, purtroppo, anche ad esiti fatali. Gli anziani sono, per definizione, coloro che maggiormente sono stati esposti ad un fenomeno quale l’inquinamento e questa permanenza all’esposizione potrebbe aver indebolito il loro sistema di difesa.
Inoltre, da un recente studio della Società italiana di medicina ambientale (Sima) si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 registrati nel periodo 10-29 febbraio e il numero di casi di Covid-19 aggiornati al 3 marzo (considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 febbraio di 14 giorni, approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino all’identificazione dell’infezione).
Secondo questo studio, nell’area della pianura padana, le curve di espansione dell’infezione hanno mostrato accelerazioni anomale, in evidente coincidenza, a distanza di due settimane, con le più elevate concentrazioni di Pm10. Quindi, le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio avrebbero prodotto un’accelerazione alla diffusione dell’epidemia.
Ricerche più specifiche andrebbero fatte disaggregando alcuni dati, ad esempio confrontare gli effetti su coloro che risiedono in tali aree da sempre, diciamo negli ultimi 50 anni, con quelli di coloro che vi si sono insediati di recente. Se si riscontrasse una netta distinzione tra la mortalità di coloro che hanno sempre vissuto in quelle aree rispetto ai nuovi insediati, allora potremmo approfondire per circoscrivere e differenziare meglio gli effetti di breve e lungo periodo all’esposizione di inquinanti.
Il paese che, come l’Italia, è un osservato speciale per il Covid-19 è, come ben noto, la Cina. E proprio in Cina si rileva la stessa similitudine riscontrata in Italia: le aree con i più elevati livelli di emissione di Pm10 sono le stesse aree ove la mortalità legata a questo virus risulta più alta. La provincia cinese di Hubei, focolaio principale del virus, è un’area che, al pari della pianura padana, riscontra alti livelli di Pm10.

Perché la mortalità italiana per coronavirus è cosi alta? Questo potrebbe essere il motivo



Come hanno fatto notare in molti esiste una discrepanza enorme tra contagiati in Italia e nel resto dei paesi europei e extra-europei eccezion fatta per Cina, Corea del Sud e Iran. Come è possibile che paesi confinanti con l’Italia non siano stati toccati? Come può il virus in un contesto come quello Schengen fermarsi al confine invisibile tra i paesi? Questo è stato spiegato con varie ipotesi, una delle quali è che l’Italia abbia fatto più test (vero rispetto a Francia e Germania ma non vero rispetto a UK dove i test pro capite sono molto alti) o che la demografia italiana sia molto anziana. Ambedue le ipotesi possono essere vere ma non tengono conto di due fattori: il primo è che paesi con demografie simili a quella italiana come Germania e Giappone non sono stati colpiti allo stesso modo e il secondo riguarda la mancanza di sovraccarico della terapia intensiva. Su quest’ultimo punto in particolare vorrei spostare la vostra attenzione: se fosse vero (e potrebbe anche esserlo o contribuire a vedere meno contagiati) dovremmo comunque vedere un picco o sovraccarico dei reparti di terapia intensiva in paesi come Germania e Giappone. 
Ma questo non avviene. Mi potreste dire che questi paesi stanno falsando i dati categorizzando le morti per coronavirus come semplici polmoniti o altro. Sì, potrebbero anche farlo ma dovremmo vedere un sovraccarico di questi casi (polmoniti e company) nei loro sistemi. Ciò non sta accadendo a meno che non pensiate che gli anziani stiano morendo come mosche nelle case tedesche e giapponesi e le autorità stiano bruciando i corpi di nascosto. Mi pare una cosa assurda. Quindi eliminate le ipotesi qui in alto ci rimane questo dato di fatto: gli anziani italiani muoiono più degli anziani degli altri paesi. Anzi quelli del nord Italia muoiono piu degli altri anziani europei, inclusi gli italiani. Questa è una epidemia del nord Italia. Come è possibile? A meno di scomodare cause genetiche improbabili forse esistono cause ambientali specifiche. I morti sono nelle zone più produttive della Lombardia e del Veneto. Sono circoscritte da qualche elemento geografico che rende queste zone ad alta mortalità? Avremmo dovuto vedere centinaia se non migliaia di morti nel resto dello stivale e questo non è (ancora) successo. Sotto gli Appennini e oltre le Alpi non si muore come nella Pianura Padana nonostante sistema sanitario sia peggiore e ci sia stessa demografia se non addiruttra più anziana. Cosa rende la Pianura Padana diversa rispetto al resto d’Europa e del mondo?
Guardate questa mappa. Mostra i livelli di PM10 in Europa. Notate qualcosa? La Pianura Padana ha i livelli di PM10 più alti in Europa e uno dei più alti al mondo.
La mia ipotesi è questa: l’alta concentrazione di PM10 rende il sistema respiratorio più suscettibile alle complicazioni dovute al coronavirus. Piu è alta l’esposizione a PM10 e costante nel tempo (come per gli anziani) più è alta la probabilità che il sistema respiratorio sia indebolito e predisposto ad avere complicazioni date da coronavirus. Questo spiegherebbe il motivo per cui le persone sotto i 40 anni e soprattutto i giovanissimi non muoiano,  e questo perché sono stati esposti per meno tempo a inquinamento. Sarebbe interessante confrontare i dati di chi ha vissuto dal dopoguerra a oggi in queste regioni e chi invece vi si sia spostato recentemente. Mi aspetterei una più alta mortalità per autoctoni (che hanno vissuto tra gli anni 50 e oggi con altissimi livelli di PM10 per decenni) rispetto a chi vi è emigrato recentemente.
E questo spiegherebbe anche per quale motivo le regioni con più alti livelli di PM10 in Cina hanno anch’esse i più alti livelli di mortalità. Guardate queste mappe: livelli di PM10 combaciano quasi perfettamente con alti livelli di mortalità.
L’epicentro dell’epidemia, Hubei province, è esattamente in un’area con alti livelli di PM10, esattamente come il Nord Italia. Per l’Iran si tratta di un caso a parte: anni e anni di embargo possono avere effetti tragici sui livelli di mortalità  quindi non possiamo giudicare per il momento. Però credo che la mia ipotesi possa essere interessante e possa essere un cofattore insieme alla demografia della maggiore mortalità nel Nord Italia.
Che ne pensate?

Smog, Torino maglia nera del decennio


Di Salvatore Santoru

Torino è la città maggiormente interessata dallo smog nel 2019. 
Più specificatamene, riporta il Fatto Quotidiano(1), lo è stata anche nel decennio appena trascorso.

L’emergenza smog della città piemontese, così come di altri importanti centri italiani, è stata confermata dai nuovi dati del report annuale di Legambiente Mal’aria.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/23/emergenza-smog-a-torino-laria-piu-inquinata-nel-decennio-nel-2020-frosinone-e-milano-maglia-nera-ogni-anno-oltre-60mila-morti/5682666/

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FOTO: https://www.fanpage.it

La canapa può ripulire i terreni inquinati da metalli pesanti: via alla sperimentazione in Puglia


Di Mario Catania

Non è solo una risorsa per ridurre le emissioni di CO2, la deforestazione e l’uso sfrenato di petrolio e derivati: la canapa può rivelarsi un’ottima alleata nel difficile compito di ripulire il pianeta da inquinanti e metalli pesanti. La canapa infatti è una delle piante più efficaci dal punto di vista della fitorimediazione, termine che indica appunto la capacità di alcuni vegetali di depurare terreni, aria e acqua da sostanze inquinanti, per stoccarle al proprio interno.

La parola è stata coniata negli anni ’90 dalla ricercatrice Ilya Riskin, impegnata nei dintorni di Chernobyl nel tentativo di ripulire i terreni contaminati proprio con la canapa. Nella pubblicazione scientifica creata insieme ai colleghi, la definirono come una delle migliori piante fitorimediatrici che avessero sperimentato.

E la ricerca internazionale è poi proseguita, dalla Germania all’India, con diversi scienziati che ne hanno testato le potenzialità per scoprire che la canapa funziona benissimo per togliere dal terreno metalli pesanti come piombo, cromo, nichel arsenico e altri. E che queste sostanze vengono stoccate principalmente nelle foglie e nelle radici, aprendo alla possibilità che le altre parti della pianta vengano riutilizzate.


Ma anche in Italia qualcosa si muove. Di recente infatti un gruppo guidato dai biologi dell’ABAP ha vinto un bando regionale da 20mila euro per poter lanciare un progetto di ricerca proprio su questo tema. “Sono stati stanziati dei fondi per la ricerca sulla canapa e il nostro progetto prevede una semina id varietà di canapa certificate a livello europeo. Saranno seminate in primavera in un ettaro di terra vicino all’aeroporto di Bari”, sottolinea il biologo Marcello Colao puntualizzando che: “Dopo i campionamenti preventivi, sarà preparato il terreno e si procederà con la semina per verificarne le capacità fitodepuranti: metà del terreno sarà seminata a filari e l’altra metà ‘a macchia' per fare poi un paragone sulla loro capacità di estrarre metalli pesanti dal terreno”. E' il progetto GREEN, acronimo che sta per generare risorse ed economie nuove.

Saranno seminate diverse varietà in modo da confrontare la diversa capacità di depurare i terreni e capire quali possano essere più performanti. E poi si passerà allo studio delle parti della pianta in cui vengono stoccati i metalli pesanti assorbiti dal terreno. Il punto interrogativo è se la canapa impiegata per questo tipo di bonifiche possa poi essere riutilizzata per lavorazioni industriali che ovviamente non prevedono l’uso alimentare. “Da letteratura scientifica la parte del fusto potrebbe essere impiegata in vari settori come nella bioedilizia o nella filiera bioenergetica come biomassa”.

Non solo, perché esiste una tecnica, chiamata fitoestrazione, che permette di recuperare i metalli estratti dal terreno che possono essere successivamente riutilizzati nell’industria. E’ una metodica già impiegata che permetterebbe di chiudere un cerchio importante: non solo si ripulisce la terra, ma si riescono anche a recuperare i metalli pesanti come cadmio, piombo o rame, che sarebbero addirittura più rispetto a quelli ottenuti con i vari processi di estrazione classica.


in foto: La canapa coltivata presso la masseria Fornaro
Ma l’ABAP, insieme a Canapuglia, era già stata protagonista di uno dei primi progetti italiani di fitorimediazione con la canapa, effettuato presso la masseria Fornaro che sorge vicino all’ex Ilva, in cui tutti gli ovini erano stati abbattuti a causa degli alti livelli di diossina riscontrati. “Era stata anche una provocazione – spiega Colao –  per dire che Taranto non è soltanto l’Ilva, ma può essere origine di una nuova buona pratica che può essere considerata un volano per una nuova economia verde per la città, soprattutto per gli allevatori e coltivatori e per favorire il ritorno dei giovani nelle nostre campagne”.

E anche in Sardegna nel 2017 è stato avviato un progetto sperimentale a cura dell’agenzia regionale Agris sempre per indagare queste proprietà della canapa.

“Ci auguriamo che le piante possano rispondere bene al progetto sarà accompagnato da eventi pubblici e sfocerà probabilmente in una pubblicazione scientifica per dare il nostro contributo. Voglio sottolineare che si tratta di un progetto finanziato dal pubblico, e sulla canapa ad oggi ce ne sono davvero pochi, con la Puglia che può indicare una via che spero possa essere seguita anche dalle altre regioni”.

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/la-canapa-per-ripulire-il-pianeta-dai-metalli-pesanti-in-puglia-parte-la-sperimentazione/

Zichichi VS Greta: 'Il cambiamento climatico non è l'inquinamento e dipende dalle attività umane per il 5%'


Di Salvatore Santoru

Il noto fisico e divulgatore scientifico Antonino Zichichi è da tempo critico nei confronti dell'ipotesi dell'origine prevalentemente umana dei cambiamenti climatici. 
Recentemente, come riporta l'Huffington Post(1), lo stesso Zichichi ha pubblicato un articolo sul Giornale in cui si rivolge direttamente alla famosa attivista svedese Greta Thunberg(2).

Il fisico: 'I cambiamenti climatici non dipendono totalmente dall'uomo'

Entrando nei particolari, in tale articolo il fisico sostiene che non bisogna confondere i cambiamenti climatici con l'inquinamento e che lo stesso cambiamento climatico avrebbe "solo" un 5% di origine umana.

Più specificatamente, Zichichi ha testualmente scritto che:
“Il riscaldamento globale dipende dal motore metereologico dominato dalla potenza del Sole. Le attività umane incidono al livello del 5%: il 95% dipende invece da fenomeni naturali legati al Sole. Attribuire alle attività umane il surriscaldamento globale è senza fondamento scientifico”.

Zichichi su Greta: 'Non dovrebbe interrompere gli studi, ma dire che bisognerebbe parlare di clima dalle elementari'

Nel già citato articolo pubblicato sul Giornale, Antonino Zichichi ha sostenuto che Greta non dovrebbe abbandonare la scuola, come l'attivista svedese ha affermato di voler fare.
Difatti, secondo il fisico la stessa giovane ambientalista dovrebbe sostenere che di clima bisognerebbe parlarne sin dalle scuole elementari.

Zichichi ha anche riconosciuto che la giovanissima attivista è riuscita ad attirare l'opinione pubblica mondiale sulla questione climatica e, allo stesso tempo, ha sostenuto che tale tematica dovrebbe essere affrontata con maggiore rigore matematico e scientifico.

Infatti, secondo Zichichi non ci sarebbe una reale prova scientifica dell'origine prevalentemente umana degli attuali cambiamenti climatici. 

NOTE:

(1) https://www.huffingtonpost.it/entry/antonino-zichichi-il-cambiamento-climatico-dipende-dalle-attivita-umane-per-il-5-non-confondiamolo-con-linquinamento_it_5d91cef6e4b0ac3cddab740f

(2) http://www.ilgiornale.it/news/cronache/cara-greta-studia-inquinamento-e-clima-sono-cose-diverse-1760441.html

Adidas produce scarpe con la plastica recuperata dagli oceani. Già venduti un milione di paia


Sono già 4 anni che Adidas, il noto colosso tedesco dell’abbigliamento sportivo, adotta misure per ridurre l’inquinamento degli oceani riciclando i rifiuti di plastica delle spiagge e degli oceani nei panni, e poiché i consumatori hanno risposto bene nell’ acquisto di questa tipologia di prodotti,  la società ha deciso di fare un salto di qualità.



Ha prodotto e venduto circa un milione di paia di scarpe realizzate con plastica oceanica riciclando ben 11 milioni di bottiglie.
E’ infatti possibile realizzare un paio di scarpe con sole 11 bottiglie.
Nel 2017 sono state riutilizzate più di 5,5 milioni di bottiglie di plastica per produrre un milione di scarpe ecosostenibili” ha affermato il cEO di Adidas Kasper Rorsted.


I rifiuti di plastica riciclati vengono trasformati in un filato che da allora è diventato un componente chiave del materiale superiore delle calzature Adidas. Oltre alle scarpe, l’azienda lo ha anche utilizzato questo filato per realizzare le prime maglie da calcio ecosostenibili indossate da squadre famose in tutto il mondo.

Già dal 2015 il produttore di articoli sportivi ha iniziato a realizzare le scarpe in collaborazione con il gruppo ambientalista Parley for the Oceans, usando rifiuti di plastica intercettati sulle spiagge, come le Maldive, prima che potessero raggiungere gli oceani.
Parley for the Oceans è un’organizzazione che cerca di eliminare l’inquinamento plastico nei corsi d’acqua del mondo.
Siamo estremamente orgogliosi che Adidas si unisca a noi in questa missione e sta mettendo la sua forza creativa dietro questa partnership per dimostrare che è possibile trasformare la plastica oceanica in qualcosa di interessante“, ha detto Parley, fondatore dell’ organizzazione.
Per la produzione di queste scarpe inoltre, l’azienda ha ridotto anche l’impatto ambientale:
Continuiamo anche a migliorare le nostre prestazioni ambientali durante la produzione“, ha affermato Gil Steyaert, responsabile delle operazioni globali. “Questo include l’uso di materiali sostenibili, la riduzione delle emissioni di CO2 e la prevenzione dei rifiuti.
Solo nel 2018, abbiamo risparmiato più di 40 tonnellate di rifiuti di plastica nei nostri uffici, negozi al dettaglio, magazzini e centri di distribuzione in tutto il mondo, sostituendolo con soluzioni più sostenibili“.
Questa tipologia di scarpe è disponibile sia dai rivenditori Adidas sia online su Amazon, ma non possono considerarsi molto economiche. In base al modello scelto il prezzo si aggirerebbe intorno ai 100 Euro al paio, ma il prodotto è stato finora ben accolto dai consumatori sia per la qualità che lo contraddistingue, sia per la provenienza.
L’abbigliamento e le scarpe firmati Adidas Parley, realizzati con plastica oceanica sono disponibili a questo link.
(Fonte foto: Parley for the oceans)

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