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Smog, Torino maglia nera del decennio


Di Salvatore Santoru

Torino è la città maggiormente interessata dallo smog nel 2019. 
Più specificatamene, riporta il Fatto Quotidiano(1), lo è stata anche nel decennio appena trascorso.

L’emergenza smog della città piemontese, così come di altri importanti centri italiani, è stata confermata dai nuovi dati del report annuale di Legambiente Mal’aria.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/23/emergenza-smog-a-torino-laria-piu-inquinata-nel-decennio-nel-2020-frosinone-e-milano-maglia-nera-ogni-anno-oltre-60mila-morti/5682666/

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FOTO: https://www.fanpage.it

La canapa può ripulire i terreni inquinati da metalli pesanti: via alla sperimentazione in Puglia


Di Mario Catania

Non è solo una risorsa per ridurre le emissioni di CO2, la deforestazione e l’uso sfrenato di petrolio e derivati: la canapa può rivelarsi un’ottima alleata nel difficile compito di ripulire il pianeta da inquinanti e metalli pesanti. La canapa infatti è una delle piante più efficaci dal punto di vista della fitorimediazione, termine che indica appunto la capacità di alcuni vegetali di depurare terreni, aria e acqua da sostanze inquinanti, per stoccarle al proprio interno.

La parola è stata coniata negli anni ’90 dalla ricercatrice Ilya Riskin, impegnata nei dintorni di Chernobyl nel tentativo di ripulire i terreni contaminati proprio con la canapa. Nella pubblicazione scientifica creata insieme ai colleghi, la definirono come una delle migliori piante fitorimediatrici che avessero sperimentato.

E la ricerca internazionale è poi proseguita, dalla Germania all’India, con diversi scienziati che ne hanno testato le potenzialità per scoprire che la canapa funziona benissimo per togliere dal terreno metalli pesanti come piombo, cromo, nichel arsenico e altri. E che queste sostanze vengono stoccate principalmente nelle foglie e nelle radici, aprendo alla possibilità che le altre parti della pianta vengano riutilizzate.


Ma anche in Italia qualcosa si muove. Di recente infatti un gruppo guidato dai biologi dell’ABAP ha vinto un bando regionale da 20mila euro per poter lanciare un progetto di ricerca proprio su questo tema. “Sono stati stanziati dei fondi per la ricerca sulla canapa e il nostro progetto prevede una semina id varietà di canapa certificate a livello europeo. Saranno seminate in primavera in un ettaro di terra vicino all’aeroporto di Bari”, sottolinea il biologo Marcello Colao puntualizzando che: “Dopo i campionamenti preventivi, sarà preparato il terreno e si procederà con la semina per verificarne le capacità fitodepuranti: metà del terreno sarà seminata a filari e l’altra metà ‘a macchia' per fare poi un paragone sulla loro capacità di estrarre metalli pesanti dal terreno”. E' il progetto GREEN, acronimo che sta per generare risorse ed economie nuove.

Saranno seminate diverse varietà in modo da confrontare la diversa capacità di depurare i terreni e capire quali possano essere più performanti. E poi si passerà allo studio delle parti della pianta in cui vengono stoccati i metalli pesanti assorbiti dal terreno. Il punto interrogativo è se la canapa impiegata per questo tipo di bonifiche possa poi essere riutilizzata per lavorazioni industriali che ovviamente non prevedono l’uso alimentare. “Da letteratura scientifica la parte del fusto potrebbe essere impiegata in vari settori come nella bioedilizia o nella filiera bioenergetica come biomassa”.

Non solo, perché esiste una tecnica, chiamata fitoestrazione, che permette di recuperare i metalli estratti dal terreno che possono essere successivamente riutilizzati nell’industria. E’ una metodica già impiegata che permetterebbe di chiudere un cerchio importante: non solo si ripulisce la terra, ma si riescono anche a recuperare i metalli pesanti come cadmio, piombo o rame, che sarebbero addirittura più rispetto a quelli ottenuti con i vari processi di estrazione classica.


in foto: La canapa coltivata presso la masseria Fornaro
Ma l’ABAP, insieme a Canapuglia, era già stata protagonista di uno dei primi progetti italiani di fitorimediazione con la canapa, effettuato presso la masseria Fornaro che sorge vicino all’ex Ilva, in cui tutti gli ovini erano stati abbattuti a causa degli alti livelli di diossina riscontrati. “Era stata anche una provocazione – spiega Colao –  per dire che Taranto non è soltanto l’Ilva, ma può essere origine di una nuova buona pratica che può essere considerata un volano per una nuova economia verde per la città, soprattutto per gli allevatori e coltivatori e per favorire il ritorno dei giovani nelle nostre campagne”.

E anche in Sardegna nel 2017 è stato avviato un progetto sperimentale a cura dell’agenzia regionale Agris sempre per indagare queste proprietà della canapa.

“Ci auguriamo che le piante possano rispondere bene al progetto sarà accompagnato da eventi pubblici e sfocerà probabilmente in una pubblicazione scientifica per dare il nostro contributo. Voglio sottolineare che si tratta di un progetto finanziato dal pubblico, e sulla canapa ad oggi ce ne sono davvero pochi, con la Puglia che può indicare una via che spero possa essere seguita anche dalle altre regioni”.

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/la-canapa-per-ripulire-il-pianeta-dai-metalli-pesanti-in-puglia-parte-la-sperimentazione/

Zichichi VS Greta: 'Il cambiamento climatico non è l'inquinamento e dipende dalle attività umane per il 5%'


Di Salvatore Santoru

Il noto fisico e divulgatore scientifico Antonino Zichichi è da tempo critico nei confronti dell'ipotesi dell'origine prevalentemente umana dei cambiamenti climatici. 
Recentemente, come riporta l'Huffington Post(1), lo stesso Zichichi ha pubblicato un articolo sul Giornale in cui si rivolge direttamente alla famosa attivista svedese Greta Thunberg(2).

Il fisico: 'I cambiamenti climatici non dipendono totalmente dall'uomo'

Entrando nei particolari, in tale articolo il fisico sostiene che non bisogna confondere i cambiamenti climatici con l'inquinamento e che lo stesso cambiamento climatico avrebbe "solo" un 5% di origine umana.

Più specificatamente, Zichichi ha testualmente scritto che:
“Il riscaldamento globale dipende dal motore metereologico dominato dalla potenza del Sole. Le attività umane incidono al livello del 5%: il 95% dipende invece da fenomeni naturali legati al Sole. Attribuire alle attività umane il surriscaldamento globale è senza fondamento scientifico”.

Zichichi su Greta: 'Non dovrebbe interrompere gli studi, ma dire che bisognerebbe parlare di clima dalle elementari'

Nel già citato articolo pubblicato sul Giornale, Antonino Zichichi ha sostenuto che Greta non dovrebbe abbandonare la scuola, come l'attivista svedese ha affermato di voler fare.
Difatti, secondo il fisico la stessa giovane ambientalista dovrebbe sostenere che di clima bisognerebbe parlarne sin dalle scuole elementari.

Zichichi ha anche riconosciuto che la giovanissima attivista è riuscita ad attirare l'opinione pubblica mondiale sulla questione climatica e, allo stesso tempo, ha sostenuto che tale tematica dovrebbe essere affrontata con maggiore rigore matematico e scientifico.

Infatti, secondo Zichichi non ci sarebbe una reale prova scientifica dell'origine prevalentemente umana degli attuali cambiamenti climatici. 

NOTE:

(1) https://www.huffingtonpost.it/entry/antonino-zichichi-il-cambiamento-climatico-dipende-dalle-attivita-umane-per-il-5-non-confondiamolo-con-linquinamento_it_5d91cef6e4b0ac3cddab740f

(2) http://www.ilgiornale.it/news/cronache/cara-greta-studia-inquinamento-e-clima-sono-cose-diverse-1760441.html

Adidas produce scarpe con la plastica recuperata dagli oceani. Già venduti un milione di paia


Sono già 4 anni che Adidas, il noto colosso tedesco dell’abbigliamento sportivo, adotta misure per ridurre l’inquinamento degli oceani riciclando i rifiuti di plastica delle spiagge e degli oceani nei panni, e poiché i consumatori hanno risposto bene nell’ acquisto di questa tipologia di prodotti,  la società ha deciso di fare un salto di qualità.



Ha prodotto e venduto circa un milione di paia di scarpe realizzate con plastica oceanica riciclando ben 11 milioni di bottiglie.
E’ infatti possibile realizzare un paio di scarpe con sole 11 bottiglie.
Nel 2017 sono state riutilizzate più di 5,5 milioni di bottiglie di plastica per produrre un milione di scarpe ecosostenibili” ha affermato il cEO di Adidas Kasper Rorsted.


I rifiuti di plastica riciclati vengono trasformati in un filato che da allora è diventato un componente chiave del materiale superiore delle calzature Adidas. Oltre alle scarpe, l’azienda lo ha anche utilizzato questo filato per realizzare le prime maglie da calcio ecosostenibili indossate da squadre famose in tutto il mondo.

Già dal 2015 il produttore di articoli sportivi ha iniziato a realizzare le scarpe in collaborazione con il gruppo ambientalista Parley for the Oceans, usando rifiuti di plastica intercettati sulle spiagge, come le Maldive, prima che potessero raggiungere gli oceani.
Parley for the Oceans è un’organizzazione che cerca di eliminare l’inquinamento plastico nei corsi d’acqua del mondo.
Siamo estremamente orgogliosi che Adidas si unisca a noi in questa missione e sta mettendo la sua forza creativa dietro questa partnership per dimostrare che è possibile trasformare la plastica oceanica in qualcosa di interessante“, ha detto Parley, fondatore dell’ organizzazione.
Per la produzione di queste scarpe inoltre, l’azienda ha ridotto anche l’impatto ambientale:
Continuiamo anche a migliorare le nostre prestazioni ambientali durante la produzione“, ha affermato Gil Steyaert, responsabile delle operazioni globali. “Questo include l’uso di materiali sostenibili, la riduzione delle emissioni di CO2 e la prevenzione dei rifiuti.
Solo nel 2018, abbiamo risparmiato più di 40 tonnellate di rifiuti di plastica nei nostri uffici, negozi al dettaglio, magazzini e centri di distribuzione in tutto il mondo, sostituendolo con soluzioni più sostenibili“.
Questa tipologia di scarpe è disponibile sia dai rivenditori Adidas sia online su Amazon, ma non possono considerarsi molto economiche. In base al modello scelto il prezzo si aggirerebbe intorno ai 100 Euro al paio, ma il prodotto è stato finora ben accolto dai consumatori sia per la qualità che lo contraddistingue, sia per la provenienza.
L’abbigliamento e le scarpe firmati Adidas Parley, realizzati con plastica oceanica sono disponibili a questo link.
(Fonte foto: Parley for the oceans)

L’enzima ‘mangia-plastica’ esiste: scoperto per sbaglio, potrebbe salvarci dall’inquinamento

Risultati immagini per ENZIMA MANGI PLASTICA

Di Zeina Ayache
https://scienze.fanpage.it/

Gli scienziati hanno creato per sbaglio un enzima in grado di digerire alcune delle plastiche più inquinanti rappresentando una papabile soluzione contro il problema ambientale più grave: quello appunto della plastica. La conferma arriva dalla University of Portsmouth che sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences hanno pubblicato i risultati della loro scoperta nello studio intitolato “Characterization and engineering of a plastic-degrading aromatic polyesterase”. Ma come è possibile? E perché l'hanno scoperto per sbaglio?




Dalla natura al laboratorio. I ricercatori spiegano che stavano analizzando un enzima mutante, il PETase, scoperto dai giapponesi e in grado di digerire la plastica, ma troppo lentamente, quando per sbaglio sono riusciti a creare un nuovo enzima ‘mangia-plastica- anche migliore di quello che si sviluppa in natura.

Rapidità contro la plastica. Per capire quanto fosse rapido il nuovo enzima, i ricercatori lo hanno testato su una bottiglia di plastica comunemente utilizzata per le bevande gasate e, dalle osservazioni fatte a microscopio, hanno potuto notare il livello di degradazione dopo 96 ore. Un ottimo livello che però adesso necessita di un'accelerazione, stiamo parlando rendere questo enzima 1.000 volte più rapido nel suo ‘lavoro'.

Ci siamo dati la zappa sui piedi da soli. Insomma, gli scienziati adesso sono al lavoro per cercare di risolvere il problema della plastica che, se inizialmente sembrava rappresentare la scoperta del secondo scorso, col tempo si è rivelata un vero danno a livello ambientale di non facile soluzione: i nostri mari per esempio sono stra colmi di plastica che, oltre a rovinare il paesaggio, sta ‘soffocando' gli esseri viventi di questo ecosistema. Per non parlare dell'inquinamento provocato dallo smaltimento su terre dalla plastica, che porta con sé anche traffici illeciti, come ha mostrato l'inchiesta di Fanpage.it ‘Bloody Money‘.

Il futuro. Grazie a quanto realizzato inavvertitamente, i ricercatori sono al momento impegnati per migliorare le capacità del loro enzima e renderlo effettivamente utilizzabile a livello industriale in modo da distruggere la plastica in poco tempo e senza inquinare.

FONTE https://scienze.fanpage.it/l-enzima-mangia-plastica-esiste-scoperto-per-sbaglio-potrebbe-salvarci-dall-inquinamento/

SMOG, COMMISSIONE UE CONTRO ITALIA E ALTRI PAESI EUROPEI PER INQUINAMENTO ECCESSIVO DA BIOSSIDO D'AZOTO

Risultati immagini per SMOG ROMA

Di Salvatore Santoru

La Commissione Ue ha dato il via alla seconda fase della procedura d'infrazione contro l'Italia e altri paesi europei-Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna-per l'inquinamento eccessivo da biossido d'azoto (NO2) che è stato riscontrato in città come Roma, Milano, Torino, Berlino, Londra e Parigi. 
Come riportato dall'ANSA(1) a tali paesi è stato inviato un parere motivato nel quale si contesta la violazione della direttiva Ue del 2008.

NOTE:

(1)http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/istituzioni/2017/02/15/smog-italia-ue-apre-seconda-fase-infrazione_b40c5904-d9ba-4fe4-a5e0-6fbf5a2268e8.html

PUNJAB, UN UOMO HA RIPULITO BEN 160 KILOMETRI DI FIUME DALL'INQUINAMENTO CON LE PROPRIE MANI

Risultati immagini per Eco Baba

Tutti noi possiamo contribuire da parte dei nostri piccoli atti di proteggere l’ambiente. Ma le azioni di alcune persone sono così grandi che vale la pena di raccontare la loro storia. Questo è il caso di Sant Balbir Singh Seechewal , oggi meglio conosciuto come “Eco baba“. Quest’uomo è un attivista della regione del Punjab (che si trova tra India e Pakistan) che ha deciso, con ferma convinzione, di fare qualcosa per la propria terra, invasa da fiumi inquinati.
Con questa idea, “baba Eco” ha preso l’iniziativa su diversi progetti, ma il più grande finora e che lo ha portato a diventare l’ispirazione per molti indù e persone in tutto il mondo è stato pulire 160 chilometri del fiume di Kali Bein.
Il fiume  Kali Bein  era completamente inquinato a causa di inquinamento delle case e delle industrie della zona, a tal punto da non poter più sostenere la vita selvatica all’interno di esso.
La storia sarebbe potuta finire tragicamente, come già accaduto per il lago di Popoo, ma Sant Balbir Singh Seechewal è arrivato in tempo per evitare impedendo l’ennesimo disastro ambientale.
“Eco Baba” ha riunito 200 volontari, e insieme a loro ha lavorato con le proprie mani perrimuovere tutti i detriti dal fiume. In 200 hanno fornito sia il lavoro fisico che le idee e anche appelli alla comunità per raccogliere i fondi necessari per il loro duro lavoro.
Non hanno avuto alcun aiuto da parte del governo o dalle istituzioni e il loro obiettivo sembrava destinato a fallire. Ma ci sono riusciti: il fiume è nuovamente “in vita”.
Questa storia mostra quanto si possa ottenere con la forza di volontà, la solidarietà e il lavoro di squadra. In tutte le nostre città non è un problema ambientale che può nascere, crescere, o come è stato il Bein fiume Kali, subire le terribili conseguenze. La forza di volontà è nelle nostre mani e ci permette di dare meglio di noi facendo qualcosa che può iniziare come un piccolo gesto, ma che è in grado dicambiare il mondo.  Qui sotto un reportage in due parti:
parte 2:
parte 3:
parte 4:

IN EUROPA IL DIESEL CONTINUA AD INQUINARE

Risultati immagini per DIESEL INQUINAMENTO
Di Irene Giuntella
Ad un anno dallo scandalo dieselgate nessuna azienda di automobili Ue rispetta i limiti di emissioni inquinanti. I veicoli “sporchi” sulle strade europee sono almeno 29 milioni. Le peggiori sarebbero la Suzuki e la Fiat, con un livello di emissioni di ossido di carbonio (Nox) 15 volte superiore alla soglia consentita, secondo lo studio della Ong Transport e Environment (T&E).
Limite che nel 2015 l’Unione Europea aveva fissato come Euro 6, ad 80 milligrammi per chilometro. Fino a quel momento lo standard Ue Euro 5 prevedeva un massimo di 180 milligrammi a chilometro: le automobili vendute tra il 2011 e il 2015 sarebbero dovute rientrare in questo parametro. Da quanto riportato dalla ricerca la Volkswagen non sarebbe la più inquinante o almeno non è la sola sotto accusa.

Auto inquinanti, indagine di Transport Environment

La Ong T&E ha analizzato i test di emissioni di circa 230 modelli di veicoli diesel , i dati sono stati presi da indagini dei governi inglese, francese e tedesco e da un database pubblico. «Un anno dopo che gli USA hanno colto l’imbroglio della Volkswagen , tutte le case produttrici di automobili hanno continuato a vendere in gran parte veicoli diesel inquinanti con la connivenza dei governi europei- afferma Greg Archer direttore per i veicoli puliti presso T&E – l’industria automobilistica tiene sotto scacco i suoi regolatori e i paesi Ue devono difendere i propri cittadini e porre fine alla copertura di questo scandalo. Solo un richiamo di tutte le automobili diesel nocive potrebbe rendere più pulita l’aria che respiriamo e ristabilire la credibilità del sistema legale europeo».
I veicoli inquinanti sulle strade Ue sono almeno 29 milioni, si tratta di modelli Euro 5 che secondo il report superano almeno tre volte i limiti Nox, solo uno su quattro degli immatricolati dal 2011 in poi rispetta la soglia. La maggior parte delle auto inquinanti si trova in Francia ( 5.5 milioni), in Germania (5.3 milioni), in UK ( 4.3 milioni), in Italia (3.1 milioni) , in Spagna (1.9 milioni) e in Belgio (1.4 milioni). Difatti questi veicoli hanno ottenuto l’approvazione dalle autorità nazionali «Il vero scandalo del Dieselgate è che in Europa le autorità di controllo nazionali chiudono un occhio sulle prove evidenti dei test truccati con il solo scopo di proteggere le industrie automobilistiche nazionali o i propri affari ha ribadito Greg Archer.
Appena dopo la Fiat e la Suzuki, tra i più inquinanti si posizionano anche i veicoli Renault-Nissan che oltrepassano i limiti imposti di ben quattordici volte. Poi le auto della General Motors Opel/Vauxhall che inquinano dieci volte di più e le auto diesel della Volkswagen cheinquinano il doppio dei limiti imposti per l’Euro 6.
L’anno scorso l’European Environment Agency ha dichiarato che l’NO2, prodotto principalmente dai motori diesel in aree urbane, sarebbe responsabile di almeno 72mila morti premature in Europa, soprattutto in Italia (21.600 casi), in UK (14.100), in Germania (10.400) , in Francia (7.700) , in Spagna (5.900) e in Belgio (2.300).

76 associazioni europee scrivono al ministro Gian Luca Galletti: "Vogliamo aria pulita"

foto di Gionata Galloni

Di Salvatore Santoru

In occasione dell'apertura dei negoziati sulla "Direttiva europea in materia di limiti nazionali alle emissioni di determinati inquinanti atmosferici", 76 associazioni europee hanno deciso di scrivere una lettera aperta al ministro Gian Luca Galletti(1).
Secondo quanto riporta il sito web "Il Cambiamento"(2), la lettera sè stata firmata a nome dalla presidentessa FIAB(Federazione Italiana Amici della Bicicletta) Giulietta Pagliaccio, "a nome delle 76 associazioni europee che si occupano di sanità, ambiente, società civile, coltivazioni biologiche e benessere degli animali."
Nella lettera si legge,tra l'altro, che :«La cosiddetta direttiva NEC è l'unica opportunità di impostare una politica comune europea per l'aria pulita e salvare, letteralmente, migliaia di vite ogni anno di cittadini europei», e che "La scarsa qualità dell'aria contribuisce anche all'incremento di malattie croniche degli apparati cardiocircolatorio e respiratorio, quali asma, allergie, broncopneumopatia cronica ostruttiva (COPD, nella sigla inglese), cancro al polmone, ritardi nella crescita dei neonati e dei bambini. Incide molto su altre malattie croniche come diabete, malattie del fegato, obesità e leucemia infantile e sul benessere psicofisico." 
Inoltre, nella lettera viene chiesto al ministro di sostenere 5 priorità durante i negoziati:

1. Introdurre l'impegno a ridurre le emissioni fino al 52% degli impatti sulla salute rispetto al 2005 come proposto dalla Commissione Europea e dal Parlamento Europeo- in particolare nessun indebolimento degli impegni di riduzione delle emissioni di ammoniaca e PM2.5
2.

2. Introdurre obiettivi vincolati per il 2025 come richiesto dal Parlamento 
Europeo.

3. Rigettare la flessibilità non necessaria come gli adattamenti degli inventari delle emissioni, dei fattori di emissione e le medie calcolate su tre anni, che non sono giustificati e diluirebbero il livello di ambizione della Direttiva.


4. Mantenere l'obbligo di riduzione delle emissioni da gas metano nella direttiva come modo di abbattere il livello dell'ozono al suolo.

5. Sostenere le disposizioni che consentano l'accesso pubblico alle informazioni, al fine di consentire la partecipazione dei cittadini alla formulazione dei programmi nazionali di contrasto all'inquinamento e consentire loro di agire in giudizio qualora il Governo non rispettasse la Direttiva.

NOTE:



Come sarebbe il cielo senza inquinamento atmosferico? Ecco le straordinarie FOTO di Thierry Cohen


Di  

Il fotografo francese Thierry Cohen ha riprodotto il cielo stellato delle più grandi città del mondo, senza inquinamento atmosferico e senza luci artificialiDi Monia Sangermano

Darkened Cities è il titolo di una serie di foto create da Thierry Cohen, che mostra le città più belle e grandi del mondo illuminate dalle stelle, e solo dalle stelle.



 Il fotografo è riuscito a “spegnere” l’inquinamento luminoso e a ricostruire come sarebbe il cielo stellato sopra di noi, se riuscissimo a vederlo come era prima dell’inquinamento dell’aria e di quello luminoso che ci impediscono di ammirarlo in tutto il uo splendore. Ogni foto è composta da due immagini: una è il profilo della città, l’altra la volta celeste. In seguito sono state unite e il risultato è assolutamente mozzafiato. “La fotografia è un modo di mostrare le cose che non possiamo vedere – ha dichiarato l’autore – e io vi sto mostrando la luce delle stelle, vi sto riportando indietro quando c’era silenzio”.
Cohen ha immortalato città come New York, Parigi, San Francisco, Rio De Janeiro, Honk Kong, Los Angeles e Parigi, prima di giorno e poi di notte, utilizzando un particolare cavalletto in grado di seguire i movimenti delle stelle. Si tratta di una tecnica fotografica chiamata “giorno per la notte” basata sulla sotto-esposizione e particolari filtri a densità neutra che consente di vedere un paesaggio notturno senza luci artificiali. Le città sono state di volta in volta riprese durante il giorno, mentre le stele durante la notte, lungo la stessa latitudine, ma in un altro posto privo di inquinamento luminoso.

FONTE:http://www.meteoweb.eu/2016/04/come-sarebbe-il-cielo-senza-inquinamento-atmosferico-ecco-le-straordinarie-foto-di-thierry-cohen

Gli incidenti “dimenticati” delle piattaforme offshore italiane, da Paguro ad Adriatic IV


Di Green Report
In questi ultimi giorni che precedono il Referendum, circola insistentemente la “notizia” che le piattaforme offshore italiane che estraggono gas e petrolio non hanno mai avuto incidenti, una certezza che crolla non appena si legge il rapporto “The impact of oil and gas drilling accidents on EU”, redatto nel 2013 da Cristina Gómez e David R. Green, dell’Aberdeen Institute for Coastal Science and Management dell’università di Aberdeen, Scotland per conto della Direzione generale per le politiche interne del Parlamento europeo.
Il rapporto ricorda che «Gli incidenti che si verificano offshore in relazione all’industria del petrolio e del gas (Oil and Gas – O&G) possono produrre effetti dannosi significativi per l’ambiente marino e in particolare per le industrie della pesca e dell’acquacoltura. 
Il costo economico dell’impatto che gravi incidenti offshore hanno in materia di pesca è valutato più frequentemente con il metodo del costo sociale, accettato dall’attuale quadro di compensazione internazionale. Il costo degli effetti degli incidenti minori viene valutato dal Compensation mechanism e, pertanto, riconosciuto con il valore di sinistri liquidati. La legislazione europea approvata recentemente mira a massimizzare le condizioni di sicurezza in tutte le fasi dell’industria O & G offshore, riducendo al minimo il numero di incidenti e per alleviare gli impatti nocivi per l’ambiente». Il rapporto da quindi per scontato che gli incidenti e gli impatti nocivi sull’ambiente continueranno ad esserci, nonostante la propaganda per il no/astensione abbia in qualche modo “angelicato” le trivellazioni e le estrazioni e il trasporto di idrocarburi offshore, trasformandole in una specie di benefit ambientale, cancellando come se non fossero mai esistiti non solo incidenti come quello della Deepwater Horizon ma anche la Haven e la miriade di incidenti, ben 1300 solo in Italia, che dichiara il rapporto europeo “The impact of oil and gas drilling accidents on EU”.
Lo stesso rapporto sottolinea che «Nonostante l’intenza regolamentazione e le linee guida, gli incidenti legati alle attività O&G offshore esistono» e che vengono registrati e caratterizzati in database che servono per l’indagine e valutazione dei rischi. Il rapporto dice che «Storicamente, gli incidenti più dannosi per l’ambiente nelle acque dell’UE si sono verificati durante il trasporto dei prodotti via nave», ma aggiunge che «Attualmente, le unità di produzione fisse subiscono il maggior numero di incidenti, mentre tra gli impianti galleggianti quelli dedicati alla trivellazione hanno il rischio più elevato». Per quanto riguarda i rischi ecologici, «Gli incidenti eccezionali hanno un maggiore impatto a breve termine sull’ambiente e sulla pesca e l’acquacoltura, ma i piccoli incidenti hanno un impatto sconosciuto nel lungo termine. L’esplosione e/o il collasso strutturale delle strutture sono il tipo di incidente più pericoloso, che coinvolge spesso perdite umane».
Il più famoso (ma dimenticato) incidente ad un impianto offshore italiano è quello della piattaforma Paguro, ordinata dall’Agip e prodotta su licenza statunitense, che nel 1965 venne posizionata a circa 11 miglia al largo di Ravenna – quindi rientrerebbe nel prossimo referendum – per estrarre metano. La trivella della Paguro raggiunse il giacimento individuato in precedenza, ma durante le operazioni di trivellazione avvenne un imprevisto: fu perforata una sacca contenente metano ad alta pressione e i sistemi di sicurezza non riuscirono a contenere l’improvvisa fuoriuscita improvvisa di gas che provocò un incendio che in poche ore distrusse la Paguro e provocò la morte di 3 lavoratori. Come racconta Davide Lazzini su duerighe.com, «L’esplosione della piattaforma creò un cratere profondo 33 metri e una colonna che raggiungeva i 30 metri d’altezza sulla superficie del mare. L’eruzione venne domata solo 3 mesi più tardi, attraverso l’intasamento – tramite iniezione di cemento – del foro di uscita del gas. Col passare degli anni la Natura è riuscita a riassorbire il colpo inferto; il relitto della piattaforma e il cratere sono divenuti riparo per le creature marine e meta ambita dai subacquei. Tuttavia, oltre al dolore per la perdita di vite umane, occorre tener presente alcuni aspetti significativi, il primo: nonostante approfonditi studi a monte, si è comunque verificato un grave incidente. Secondo: le perforazioni, gli sgretolamenti, la dispersione di metano in acqua e in aria hanno contribuito all’inquinamento. Terzo: il metano presente nel giacimento non è stato estratto, andando per giunta perduto. Quarto: sono serviti mesi all’uomo per tappare la falla e anni alla Natura per ricostituire l’ambiente marino».
Qualcuno dirà che si tratta di roba vecchia, che non potrebbe certo succedere oggi, con le moderne piattaforme offshore gestite dalle multinazionali (come la Deepwater Horizon?), ma c’è un altro grosso incidente “dimenticato” molto più recente, che riguarda l’Eni: quello della piattaforma di trivellazione Adriatic IV che cercava gas naturale nel giacimento di Temsah nel Mediterraneo, circa 25 miglia al largo di Port Said, in Egitto. Sulla piattaforma offshore di proprietà della Petrobel, una joint venture tra Eni, la General Petroleum Corporation egiziana e la BP. Il avvenuto il 10 agosto 2004 a bordo della Adruatic IV si verificò un’esplosione seguita da un incendio, ci volle più una settimana per estinguere le fiamme e l’Adriatic IV venne irreparabilmente danneggiata. Le operazioni di trivellazione, iniziate 58 giorni prima, cessarono e più di 150 lavoratori furono evacuati, fortunatamente non ci furono vittime. La Global Santa Fe, che aveva maestranze sull’Adriatic IV comunicò che la piattaforma era affondata e non recuperabile. Infatti il ministro del petrolio egiziano ordinò la distruzione di quel che restava della piattaforma e ci volle un anno perché il campo Temsah ritornasse ai livelli di produzione precedenti. .
Tornando al rapporto “The impact of oil and gas drilling accidents on EU”, redatto dopo il disastro della Deepwater Horizon, vi si legge che «La maggior parte degli incidenti si sono verificati nelle installazioni fisse durante il periodo 2000-2007 è avvenuto nelle unità di produzione (92%), mentre il 6% sono stati nelle testate dei pozzi e meno dell’1% nelle unità di perforazione, di compressione, iniezione o alloggiamento. Le unità di iniezione non hanno registrato alcun incidente». Una situazione migliorata rispetto al periodo 1990-1999. Ma il rapporto sottolinea che Il tipo più frequente di incidente nelle unità fisse è di gran lunga una “fuoriuscita”, seguito da “oggetto che cade” e incidenti correlati alle “gru”».
Il Regional Marine Pollution Emergency Response Centre for Mediterranean Sea (REMPEC) dice che «Nel Mar Mediterraneo, il numero di incidenti registrati con conseguente fuoriuscita di petrolio è aumentato nel 1977-2010», ma non si sono verificate maree nere offshore di grande entità, grazie probabilmente all’aumento dei controlli e una migliore rilevazione degli sversamenti, che però sono anche la probabile ragione dell’aumento del numero degli sversamenti. Insomma, prima semplicemente molti sversamenti di idrocarburi non venivano visti e/o denunciati.
Il Piano di pronto intervento per la difesa da inquinamento di idrocarburi, approvato dal gverno italiano con un decreto nel 2010 dice cose ancora più preoccupanti: «In ogni caso le varie tecniche di rimozione, pur combinate tra loro e nelle condizioni ideali di luce e di mare, consentono di recuperare al massimo non più del 30% dell’idrocarburo sversato. Tale percentuale tende rapidamente a zero con il peggioramento delle condizioni meteo-marine. Impossibile operare la rimozione in assenza di luce». Quindi, in seguito a un incidente resta in mare almeno il 70% degli idrocarburi sversati.
Il rapporto Ue sottolinea che «L’effetto di una scarico o sversamento di petrolio sull’ambiente dipende da molti fattori, tra cui la dimensione e la natura della fuoriuscita, la stagione dell’anno, le condizioni meteorologiche, l’ambiente fisico e le comunità biologiche nelle vicinanze e l’efficacia del risposta. Il petrolio leggero è facilmente disperdibile e ha un effetto meno nocivo dei prodotti densi. Ritchie (1993) ha osservato che il basso impatto della fuoriuscita». E aggiunge che «LE fuoriuscite di idrocarburi lasciano residui dispersi e dissolti nella colonna d’acqua che possono contaminare le popolazioni ittiche. I residui più dense si depositano sul fondo del mare, a volte soffocando habitat e danneggiano la deposizione delle uova, l’allevamento e l’alimentazione di diverse specie. L’impatto una fuoriuscita ha più effetti su una spiaggia di sabbia che viene impregnata di sostanze inquinanti ed è presumibilmente più durevole e dannoso rispetto allo stessa fuoriuscita che raggiunge coste rocciose dure, dove il petrolio viene disperso a contatto con la roccia. Mari chiusi come il Mar Mediterraneo, il Mar Nero o il Mar Baltico subiscono impatti più dannosi di un oceano aperto, dato che il tasso di riciclo dell’acqua è di gran lunga inferiore».

Fonte: Green Report

Per l’inquinamento l’Italia rischia una maxi multa Ue da 1 miliardo

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Di Lorenzo Consoli
Per la mancata riduzione dello smog, e in particolare delle polveri sottili nelle maggiori città italiane, la Commissione europea è pronta ad passare alla seconda fase della procedura d’infrazione comunitaria (il “parere motivato”), che potrebbe portare poi a un ricorso alla Corte europea di Giustizia con la richiesta di condannare l’Italia a pagare una sanzione forfettaria da 1 miliardo di euro, più sanzioni pecuniarie aggiuntive proporzionali alla durata ulteriore delle violazioni alla direttiva sulla qualità dell’aria.

Lo hanno affermato fonti della Commissione europea, con riferimento in particolare al superamento consistente delle soglie per la concentrazione di particolato Pm10 (la soglia media annuale di 40 microgrammi per metro cubo e quella giornaliera di 50 microgrammi/m3) in tutta la Pianura Padana (Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia e Veneto), a Roma e a Napoli. In queste aree “siamo a circa 100 giorni di superamento del limite massimo giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo, il triplo della soglia di tolleranza di 35 giorni all’anno”, hanno spiegato le fonti. E’ una situazione simile a quella riscontrata in Bulgaria e Polonia, due Stati membri per i quali la Commissione ha già adito la Corte di Giustizia, rispettivamente il 18 giugno e il 10 dicembre scorsi. E se l’Italia si colloca subito dopo questi due Paesi per il numero di giorni di “sforamento” all’anno, con picchi inferiori a quelli registrati in alcune città bulgare e polacche, la situazione nella Penisola “è peggiore in termini di morti premature attribuite all’esposizione al Pm10 e al biossido di azoto: le cifre ufficiali, fornite dall’Agenzia europea per l’Ambiente, vedono l’Italia al primo posto assoluto nell’Ue con 84.000 decessi prematuri all’anno”, hanno sottolineato le fonti. Si tratta, hanno aggiunto, di “livelli di esposizione incompatibili con il diritto alla protezione della salute dei cittadini, che è il primo obiettivo delle norme Ue sulla qualità dell’aria”.
A quanto sembra, se il caso italiano non è ancora davanti alla Corte di Giustizia, è solo perché i dati delle concentrazioni di gas inquinanti relativi al 2014 non erano ancora pervenuti alla Commissione alla scadenza prevista del 30 settembre scorso, mentre non erano mai stati comunicati quelli del 2013; solo dopo una messa in mora dell’Italia da parte dell’Esecutivo Ue i dati di entrambi gli anni sono stati finalmente inviati a Bruxelles, il 30 novembre scorso. Come si arriva al calcolo di 1 miliardo di euro per la sanzione che la Commissione chiederà probabilmente alla Corte Ue di comminare all’Italia, in caso di condanna per la mancata adozione di misure idonee a rientrare nelle norme? Semplicemente considerando i tre coefficienti oggettivi che determinano l’ammontare complessivo: il coefficiente Paese, che è molto alto per i grandi Stati membri come l’Italia (solo per la Germania è più alto); il coefficiente durata dell’infrazione (per l’Italia siamo a 10 anni di sforamenti, fin da quando entrò in vigore la direttiva qualità dell’aria nel 2005); e infine il coefficiente gravità, che in questo caso è il massimo possibile, trattandosi di violazioni che minacciano direttamente la salute dei cittadini, hanno spiegato le fonti, ricordando che ci sono stime impressionanti (fra l’altro, dell’Agenzia europea dell’Ambiente di Copenaghen) sul numero di persone esposte al rischio di morte prematura a causa di questi gas inquinanti. Una regione italiana particolarmente inadempiente, sempre secondo le fonti della Commissione, è il Veneto, dove “tutto è fermo dal 2006, in dieci anni non hanno praticamente fatto niente”, nonostante l’obbligo di stabilire e aggiornare periodicamente i piani d’azione per il rispetto delle soglie stabilite dalla direttiva, anche se “risulta che finalmente ora stiano cominciando a muoversi”. Un’altra regione nei guai è il Piemonte, ma in questo caso ci sono giustificazioni dovute alla presenza di montagne intorno alle città che ostacolano il ricambio dell’aria. Sempre in Veneto, infine, le fonti comunitarie hanno paventato una ripetizione a breve del disastro dell’Epifania degli anni scorsi, causato dal tradizionale falò del “Panevin”, in cui capita spesso che si bruci di tutto, compresi materiali plastici (con emissioni di diossina).
L’anno scorso, l’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa) del Veneto non riuscì nemmeno a stabilire il livello effettivo di concentrazione del Pm10 per tutta la giornata del 6 gennaio, perché era superiore al livello massimo di 350 microgrammi per metro cubo) che le centraline possono registrare. Oltre che contro l’Italia, la Bulgaria e la Polonia, la Commissione europea ha aperto procedure d’infrazione contro altri 13 Stati membri per l’eccessiva concentrazione di polveri sottili: Belgio, Repubblica ceca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Ungheria, Lettonia, Portogallo, Romania, Svezia, Slovacchia e Slovenia. Anche per un altro inquinante maggiore fra i componenti dello smog, il biossido d’azoto (NO2), che causa malattie cardiovascolari e respiratorie, la Commissione ha iniziato varie procedure d’infrazione contro l’Italia e altri Stati membri in particolare Regno Unito, Portogallo, Spagna, Germania e Francia, per violazione degli standard di qualità dell’aria in vigore fin dal 2010 (direttiva Ce 2008/50).

Cina, in vendita l’aria pulita dal Canada grazie all'azienda "Vitality Air"

Di Maria Rita D'Orsogna
E chi l’ha detto che l’ambiente pulito non porta a guadagni? La ditta canadese Vitality Air di Moses Lam e Troy Paquette in questi giorni fa affaroni semplicemente vendendo aria fresca in bottiglia ai cinesi al prezzo di 28 dollari l’una. Per la precisione: 28 dollari per la qualità migliore, mentre l’aria meno raffinata costa solo 24 dollari. Ogni bottiglia contiene circa 7.5 litri d’aria. A questi prezzi,  l’aria canadese costa cinquanta volte di più che l’acqua minerale.
I livelli di smog e di inquinamento in Cina hanno da molto superato i limiti accettabili e il 7 dicembre le autorità hanno innalzato il livello d’allarme a “rosso” per la prima volta, il più alto che c’è. Alle persone è stato detto di restare chiusi in casa, hanno chiuso le scuole e i cantieri, hanno cercato di mettere un limite al numero di macchine che circolano, hanno chiuso le autostrade più trafficate. I livelli di PM2.5, particelle fini con diametro 2.5 micron, sono a 900 microgrammi per metro cubo. Il valore normale dovrebbe essere 25. Siamo a 36 volte di più. Le mascherine antismog sono andate a ruba. Gli ospedali hanno visto aumentare il numero di bambini ricoverati a causa di problemi respiratori dovuti all’inquinamento.
Arriva così l’aria da Banff e da Lake Louise, nella parte occidentale del Canada. Banff è una stazione sciistica, non lontano da dove si sono svolti alcuni eventi delle olimpiadi di Vancouver. Lì c’è anche un centro conferenze dove spesso tengono incontri di matematica e fisica. Lam e Paquette all’inizio della loro avventura, nel 2014, misero l’aria canadese in un sacchetto di plastica e la misero in vendita a 99 centesimi su Ebay per scherzo. Qualcuno la comprò.
Non sono stati i primi, perché già altri imprenditori cinesi ci avevano pensato. Per esempio, l’imprenditore cinese Chen Guangbiao vendette un milione di lattine di aria pulita al giorno nel 2013. Però vendeva aria cinese, non aria canadese! Un artista cinese, Liang Kegang, nel 2014 ha venduto un barattolo di aria di Provenza per 860 dollari. Si, 860 dollari. E’ questo il livello di disperazione!
La seconda busta di plastica di Lam e Paquette fu venduta a 122 dollari.  Da lì, hanno fiutato l’affare e sono passati all’imbottigliamento. I primi esemplari commerciali di aria canadese sono state messi in vendita in una sorta di ebay cinese in questi giorni e le 500 bottiglie hanno fatto il tutto esaurito in due minuti.  Adesso c’è il boom di richieste in tutto il paese. E non c’è solo l’aria in lattina o in bottiglia. Un ristorante nella città di Zhangjiagang ha deciso di far pagare una tassa “aria pulita” ai clienti per recuperare i costi nell’installazione di macchinari di filtrazione d’aria.
Perché il boom di inquinamento proprio adesso? Perché novembre è stato un mese molto freddo in Cina, e sono aumentati i consumi di energia, che per il 60% in Cina deriva ancora dal carbone. L’aria fredda ha anche reso difficile il disperdersi delle particelle fini. Per tutto Novembre e la prima metà di Dicembre il paese è stato coperto da una folta nebbia di inquinamento.
Per chi vuole scappare dalla crisi ambientale della Cina ci sono due soluzioni: comprare una casa altrove o, per soli 28 dollari l’una, l’aria in bottiglia. Visto il gran successo in Cina, Vitality Air programma di espandersi anche in Iran e in Afganistan.
Qui le foto dell’inquinamento della Cina e delle bottiglie d’aria.

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