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Se n'è andato Domenico Losurdo, fu uno dei filosofi marxisti più importanti in Italia

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Di Salvatore Santoru

Se n'è andato il filosofo, saggista e storico Domenico Losurdo(1). Losurdo era uno dei più conosciuti filosofi italiani di formazione marxista ed era noto per la sua riflessione filosofica-politica molto critica nei confronti del liberalismo, della concezione tradizionale del totalitarismo e del colonialismo.

Inoltre, Losurdo è ricordato anche per la sua rivalutazione dell'idealismo classico tedesco e l'attenzione critica al revisionismo storico.

NOTA:

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Losurdo

I 200 anni di Karl Marx, un pensatore che ha cambiato l'interpretazione della società

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Di Salvatore Santoru
Il 5 maggio 1818 nasceva a Treviri il pensatore Karl Marx.
A distanza di ben 200 anni, bisogna dire che tale pensatore tedesco di origine ebraica risulta essere ancora influente e fondamentale per chi voglia analizzare la società contemporanea.
Al di là delle diverse opinioni che si possono avere sulle sue tesi, risulta indubbio che lo studio delle teorie marxiane sia imprescindibile per chi voglia interessarsi e/o occuparsi non solo di filosofia, ma anche di altre discipline legate alle scienze sociali, così come all'economia(specialmente l'economia politica e a politica econmica).
Il fatto è che l'influenza marxiana è stata alquanto fondamentale in diversi settori culturali e, d'altro canto, sono state altrettanto fondamentali le critiche ai concetti marxiani espresse negli stessi settori o nelle già citate discipline legate alle scienze sociali e all'economia.
Detto questo, bisogna dire che le teorie marxiane sono risultate essere alquanto interessanti e ricche di spunti utili per comprendere il funzionamento dei processi economici regolanti determinate società e, allo stesso modo, sono state anche considerate controverse in alcuni punti.
Su ciò, bisogna dire che vi sono state diverse critiche dello stesso pensiero marxiano e, d'altronde, bisogna sostenere che le teorie di Marx vanno considerate sia fondamentali nei loro 'aspetti verificati' e da 'rivedere' e superare negli stessi aspetti critici.
Comunque sia, è indubbio che Karl Marx sia stato un pensatore che ha contribuito a cambiare la società umana e le sue interpretazioni.

Karl Marx, duecento anni e non sentirli

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Di Luigi Pandolfi
Duecento anni fa, il 5 maggio 1818, nasceva a Treviri (Germania) Karl Marx. Di seguito un mio scritto sugli aspetti attuali del suo pensiero, tratto dal libro "Un altro sguardo sul comunismo. Teoria e prassi nella genealogia di un fenomeno politico" (Prospettiva, 2011).
Nel modo in cui si presenta l'attuale fase di sviluppo del capitalismo su scala globale, alcune delle categorie e delle intuizioni marxiane possono rivelarsi ancora utili nella comprensione di fenomeni sociali ed economici complessi. Per non limitarci ad enunciazioni di principio, facciamo qualche esempio.
Il cuore della critica marxiana delle forme di sfruttamento nelle società capitalistiche è quello che affronta il tema della mercificazione del lavoro e dell'appropriazione, da parte dei capitalisti, del cosiddetto pluslavoro, inteso come frazione di salario non corrisposto al lavoratore.
Il lavoro, nelle società capitalistiche, al pari di ogni altra merce, ha un suo valore d'uso, vale a dire un suo grado di utilità per la società e l'economia, oltre che, di conseguenza, un suo prezzo (valore di scambio), nel quadro delle relazioni di mercato. Questi due fattori furono definiti da Marx anche come sostanza di valore e grandezza di valore.
"L'utilità di una cosa ne fa il suo valore d'uso."
(Marx, Il Capitale, libro I)
"Le merci vengono al mondo in forma di valori d'uso o corpi di merci, come ferro, tela, grano, ecc. Questa è la loro forma naturale casalinga. Tuttavia esse sono merci soltanto perché sono qualcosa di duplice: oggetti d'uso e contemporaneamente depositari di valore."
(Marx, Il Capitale, libro I)
La fonte del profitto nella società capitalistica è dunque data dal cosiddetto plusvalore, a sua volta il prodotto della differenza tra il lavoro impiegato per una data produzione e quello necessario alla riproduzione della forza- lavoro.
Il capitalista acquista la forza - lavoro come qualsiasi altra merce, ad un valore che è quello necessario alla sussistenza del lavoratore. Tale valore costituisce il cosiddetto salario. Per un dato numero di ore, il lavoratore lavora pertanto per il suo salario, per il tempo restante per il profitto del datore di lavoro.
"Il salario non è quindi che un nome speciale dato al prezzo del lavoro, non è che un nome speciale dato al prezzo di questa merce speciale, che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell'uomo."
(Marx, Lavoro salariato e capitale)
Marx, prima nei Grundrisse poi nel Capitale, aveva affrontato, non senza accuratezza, la questione dell'applicazione delle macchine al processo produttivo, chiarendo che tale evenienza stava alla base, inevitabilmente, del tendenziale risparmio dei tempi di lavoro e, di conseguenza, ma solo nell'immediato, di una straordinaria massimizzazione dei profitti.
A lungo termine però, un aumento progressivo degli investimenti sul capitale fisso (macchine), a scapito del capitale variabile ( i salari degli operai), essendo quest'ultimo la fonte principe di estrazione del plusvalore, avrebbe determinato una tendenziale caduta dei profitti (Caduta tendenziale del saggio di profitto). Non solo. Rimanendo sul punto, Marx aveva anche svelato come l'uso strategico delle macchine, favorendo un aumento dei volumi di produzione, un accrescimento dell'offerta di beni sul marcato, avrebbe determinato, come conseguenza, una diminuzione del valore di scambio di quest'ultimi. Quindi una diminuzione dei profitti.
Caduta dei profitti e contrazione dei consumi starebbero alla radice delle crisi cicliche del capitalismo. Crisi di sovrapproduzione, di sovrabbondanza di beni.
Per quanto attiene alle cosiddette "previsioni" di Marx, quella che più di altre ha stupito, per lucidità e fondatezza, è sicuramente quella relativa alla tendenza del capitalismo a globalizzarsi e ad accentuare la sua componente finanziaria. Proprio le recenti crisi che hanno investito il capitalismo mondiale, a partire dalla cosiddetta "bolla americana", stanno a dimostrare come le turbolenze in ambito finanziario incidano sull'economia produttiva.
"A misura che la produzione capitalistica, che va di pari passo con l'accumulazione accelerata, si sviluppa, una parte del capitale viene calcolata ed impiegata unicamente come capitale produttivo di interessi."
(Marx, Il Capitale, libro III)
Queste quattro grandi questioni - reificazione e sfruttamento del lavoro, uso strategico e massivo della macchina e ciclicità delle crisi, mondializzazione e finanziarizzazione dell'economia - rivestono tutt'oggi una straordinaria rilevanza. Sono ancora alcuni dei termini più pregnanti dell'attualità politica, a prescindere dalle interpretazioni e dai giudizi che se ne danno.
Applicando i concetti, le categorie, fin qui fugacemente richiamate alla realtà del mondo contemporaneo, ai problemi sociali ed economici del nostro tempo, ci accorgiamo ordunque che gli stessi possono contribuire, molto più di quel che si pensi, ad illuminare il cammino della politica.

Juan Romulo Posadas e l'ufologia marxista



Di Andrea 'Perno' Salutari

Juan Romulo Posadas, all'anagrafe Homero Rómulo Cristalli Frasnelli (Argentina, 1912 – Roma, 14 maggio 1981), è stato un politico argentino di origini italiane. Era un dirigente trotskista della IV internazionale nell'America Latina. E sebbene nel programma del partito apparissero tesi sui dischi volanti, sul processo della materia e dell'energia, sulla scienza, sulla lotta di classe rivoluzionaria e sul futuro socialista dell'umanità, propugnava il marxismo più ortodosso, lottando implacabilmente per attuare la rivoluzione mondiale. La corrente Posadista della Quarta Internazionale ha lavorato all'organizzazione di sindacati che spesso operavano clandestinamente nell'ambito delle dittature. Diversi compagni vi hanno anche perso la vita.






"In linea di principio, possano esistere civiltà più antiche della nostra, le quali, forse si sono evolute e hanno saputo carpire la maggior parte dei segreti della materia e hanno compreso appieno le leggi che la regolano e che governano il cosmo. Se così fosse non sarebbe un evento strano che altre civiltà ci hanno già visitato e saggiamente non hanno accelerato il nostro progresso scientifico, lasciandoci evolvere lentamente nel tempo. Civiltà aliene. Tanto progredite da non interferire con la nostra storia. E’ presuntuoso affermare che tali culture esistano, nella stessa misura è arrogante affermare, senza tema di smentita, che esse sono un parto della fantasia. I cosiddetti UFO, se esistessero significherebbe che nel cosmo vi è la vita. In qualche parte dell’universo vi sarebbero civiltà aliene. E questa sarebbe una grandissima scoperta" (M. Hack)

I Socialisti dallo spazio cosmico
Viaggeremo in pianeti a milioni di anni-luce di distanza, nell'ambito di una società socialista.” (Posadas)
I Posadisti credono negli incontri ravvicinati. Essi infatti sono la prova di civiltà socialiste superiori provenientei dal futuro della terra formate teoricamente da Marx a Trotsky e sono un'estensione logica del materialismo dialettico marxista.
Trotsky ha avuto una visione settaria, Posadas ha superato il limite del marxismo conosciuto. Se Trotsky ha rifiutato solo la via “al socialismo in un paese solo”, Posadas ha rifiutato il socialismo su un pianeta solo.
I lettori più conservatori non metteranno in dubbio lo stato di cose presenti, e gli umani più arroganti emetteranno la sentenza: "non esistono altre forme di vita nello spazio". Ma la storia assolverà Juan Posadas e la IV Internazionale Posadista? I più scettici diranno: "perchè gli UFO ci visitano e non rimangono?", ma il "caro maestro" Posadas rispose anche a questo "Il capitalismo non interessa ai piloti di UFO, ecco perché non ritornano". Gli Ufo mostreranno maggior interesse “al momento del crollo della borghesia”. I fan di Star Trek riconosceranno la somiglianza con il film ‘Primo Contatto’, in cui i Vulcaniani che passano vicino alla Terra mostrano interesse verso gli esseri umani soltanto dopo che hanno sviluppato la tecnologia warp. 
Certo, i problemi della questione sono chiari a tutti, ma Posadas diceva che “per avere la soluzione di questi problemi è necessario studiare attentamente le risposte a questi misteri che si troveranno nello studio del marxismo”.
L'appello di Posasas ai compagni extraterrestri terminava così: "dobbiamo invitare gli esseri di altri pianeti ad intervenire, per collaborare con gli abitanti della terra per superare la miseria. Dobbiamo lanciare loro un appello ad usare le loro risorse per aiutarci.”

La guerra nucleare
“La resa dei conti finale del socialismo con il sistema capitalista.” (Posadas)
I Posadisti pensano che “la guerra atomica è inevitabile. Distruggerà metà dell’umanità: distruggerà immense risorse umane. È molto probabile. La guerra atomica provocherà l’inferno sulla Terra. Ma non bloccherà il comunismo.” Un male necessario perchè “la guerra nucleare danneggerà l'umanità ma non distruggerà il livello di coscienza raggiunto da essa. L'umanità supererà rapidamente la guerra nucleare con una nuova società umana: il socialismo.”
Secondo questo ragionamento la guerra atomica è dunque “l'occasione suprema per le forze mondiali della rivoluzione” per passare dall'organizzazione tribale al socialismo. Abbattere il sistema capitalista che è nel caos totale.

Dopo che la distruzione comincerà, le masse insorgeranno in tutti i paesi, in poco tempo, in alcune ore.” (Posadas)

I compagni devono essere preparati per “il pantano atomico che l'umanità dovrà superare per poter costruire il socialismo.”, devono essere pronti per la rivoluzione. Per questo i podadisti all'VIII congresso mondiale hanno avuto una "scuola per quadri" con un programma di studi che comprendeva “l'analisi della guerra atomica, delle sue conseguenze e i compiti nel dopoguerra atomico”.


TITOLO ORIGINALE:"Posadas ha superato il limite del marxismo conosciuto"

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://patriadelribelle.blogspot.it/2011/12/posadas-ha-superato-il-limite-del.html

La Prima Internazionale e le società segrete: tra Filadelfi, Lega dei Giusti e Fratelli Internazionali



Di Salvatore Santoru

La Prima Internazionale si aprì il 28 settembre del 1864 a Londra e univa diversi esponenti dei movimenti rivoluzionari di sinistra dell'epoca, dai socialisti ai mazziniani passando per i marxisti e gli anarchici(1).
Le Internazionali, secondo quanto scritto dall'autorevole saggista ed esoterista John Michael Greer(2), si rifacevano alla lunga tradizione di associazionismo radicale segreto, il quale poteva contare sulla collaborazione con diverse società segrete, contando che al tempo i movimenti rivoluzionari erano spesso legati ad esse sia per finalità mutualistiche che per l'avversione comune con il forte potere clericale.

Secondo quanto riportato da Greer, dietro la prima assemblea tenuta alla St. Martin's Hall di Londra, vi erano i Filadelfi(3), che dagli anni 30 avevano assunto il controllo del Rito di Memphis della massoneria irregolare e dagli anni 50 avevano iniziato a stringere legami con politici e organizzazioni di estrema sinistra(4).


Durante il primo anno l'Associazione Internazionale dei Lavoratori(primo nome della I Internazionale) era sostanzialmente una copertura di questa società segreta e circa un terzo dei membri del Consiglio Generale ne era membro, sino a quando nel 1865 Karl Marx e i suoi alleati presero il controllo della stessa e scalzarono gli ultimi Filadelfi dalla sub-commissione del Consiglio Generale.


Per quanto riguarda Marx e i suoi seguaci, essi erano legati alla "Lega dei Comunisti"(5), un'organizzazione politica nata sulle ceneri della "Lega dei Giusti"(6), una società segreta politica nata nel 1836 da una branca della "Lega dei Poscritti"(7), una società segreta rivoluzionaria fondata nel 1834 a Parigi da esuli tedeschi.


C'è da segnalare a riguardo che la "Lega dei Giusti" si trasformò in "Lega dei Comunisti"(8) grazie all'influenza degli scritti di Marx (all'epoca giornalista), ed ebbe un fondamentale ruolo nella diffusione del pensiero marxista.

Red Lion Hotel Great Windmill Street


In seguito, come riporta ancora Greer, i marxisti ebbero dissidi con gli anarchici guidati da Michael Bakunin(foto) e dai "Fratelli Internazionali"(9), società segreta fondata intorno al 1864 in Italia dallo stesso pensatore e rivoluzionario nonché ex massone forse deluso della stessa libera muratoria(10), e tale fratellanza creò come gruppo di copertura l'Alleanza Segreta, che a a sua volta venne coperta dall'Alleanza Internazionale Socialdemocratica, che nel 1868 fece richiesta di adesione alla I Internazionale ma venne respinta, ma nonostante ciò fu permesso alle sezioni nazionali della stessa di aderire alle strutture locali dell'Internazionale.


Con ciò, Bakunin e i suoi seguaci riuscirono ad assumere il controllo dell'Internazionale, ma dovettero scontrarsi con Marx e Auguste Blanqui(un tempo alleato di Bakunin), che alla fine ebbero la meglio e cacciarono gli anarchici nel 1872, e nello stesso anno questi ultimi crearono l'Internazionale antiautoritaria(11) come riposta all'Internazionale ufficiale.

In seguito, c'è da segnalare che anche tra Marx e Blanqui nacquero dei dissidi e l'organizzazione ebbe notevoli difficoltà, tanto che la seconda edizione si tenne solo nel 1889(12), e stando a quanto riportato da Greer, senza alcuna connessione con le società segrete.

NOTE:
(2)John Michael Greer-Dizionario enciclopedico dei misteri e dei segreti(Mondadori)pg 465
(4)Idem (2)

L'apparente contrapposizione tra capitalismo e comunismo vista da Tiziano Terzani



Di Tiziano Terzani *

« Gli ultimi ottant'anni sono stati dominati dalla competizione fra due ideologie, il marxismo e il capitalismo, entrambe basate sulla fondamentale nozione scientifica che esiste un mondo materiale separato dalla mente e dalla coscienza, e che questo mondo può essere conquistato e sfruttato al fine di migliorare le condizioni di vita dell'uomo.

Bene, il sistema fondato sul marxismo è fallito; l'altro, pur vittorioso sta mostrando segni di crisi.



Nonostante la loro apparente contraddizione e la lotta mortale nella quale erano impegnate, tutte e due le ideologie erano fondate sulla stessa fiducia nella scienza e nella ragione: tutte e due erano impegnate nella dominazione del mondo esteriore senza alcun riguardo per quello interiore della gente » .



Tiziano Terzani- Un altro giro di giostra ( Longanesi, 2004 ) pagina 255.

Il lavoro ci sta rendendo sempre più schiavi . Ripensiamolo

La schiavitù del lavoro

Di Massimo Fini

Quando al V-Day di Genova Grillo, abbandonato per un momento il mantra del “Tutti a casa”, che campeggiava anche sulle magliette distribuite in Piazza della Vittoria è tornato sul tema del lavoro (già sfiorato in altre occasioni senza ottenere molta attenzione) visto però in un'ottica completamente diversa da quella attuale (“Chi non lavora non mangia”) affermando che “il lavoro è schiavitù e deve essere ripensato”, la folla osannante che gremiva la piazza non lo ha seguito e non lo ha capito.

Eppure questa visione del lavoro è centrale se non nell’intero Movimento 5Stelle, certamente lo è, anche se in modo un po’ confuso, nel pensiero del suo leader, così come per la Lega delle origini lo era l’identità prima che tracimasse in xenofobia. 

Prima della Rivoluzione industriale il lavoro non era mai stato considerato un valore. 
Tanto che è nobile chi non lavora e artigiani e contadini lavorano per quanto gli basta, il resto è vita. C’è qualche studioso (R. Kurtz, La fine della politica e l’apoteosi del denaro, Manifestolibri, 1997) che ipotizza che in epoca pre-industriale non esistesse il concetto stesso di lavoro così come noi modernamente lo intendiamo, semmai quello di mestiere che è cosa diversa. 
Anche la Chiesa, almeno stando a San Paolo, considerava i lavoro “Uno spiaevole sudire della frontre” 

È l’Illuminismo che, razionalizzando gli straordinari sconvolgimenti portati dall’industrialismo, fa del lavoro un valore, sia nella sua declinazione liberista che marxista. Per Marx il lavoro è “l’essenza del valore”, per i liberisti (Adam Smith, David Ricardo)è quel fattore che combinandosi col capitale dà il famoso “plus valore”. Da questo punto di vista, liberismo e marxismo si differenziano molto poco (Stakanov è un’eroe dell’Unione sovietica e Lulù, nella magistrale interpretazione di Gian Maria Volonté è, almeno nella prima parte del film, lo Stakanov italiano nel beffardo capolavoro di Elio Petri, La classe operaia va in Paradiso). 

È da qui che ha inizio la deriva economicista che ci porterà al paradosso percui noi oggi non produciamo nemmeno più per consumare, ma consumiamo per poter continuare a produrre. 
E un operaio deve scegliere fra lavoro e salute. 
O la cassiera di un supermarket deve considerare vita passare otto ore al giorno alla calcolatrice senza scambiare una parola col cliente-consumatore. O un ragazzo deve sentirsi fortunato se lavora in un call-center. 

Volete altro ? Che senso ha aver inventato strumenti che velocizzano al massimo il tempo se poi siamo costretti a impiegare il tempo così guadagnato in altro lavoro (magari investito nella creazione di strumenti ancor più veloci in un circolo vizioso che non ha mai fine). Abbiamo usato malissimo la tecnologia. Avrebbe potuto liberarci dalla schiavitù del lavoro e invece l’abbiamo utilizzata per renderlo ancor più alienante, o assente proprio mentre lo abbiamo reso necessario. 

Ciò a cui, sia pur confusamente, pensa Grillo (e non so se i suoi giovani seguaci, tantomeno i suoi elettori, l’hanno capito) è un ritorno al passato. Non è un rivoluzionario ma un reazionario (anche se, a questo punto, le due cose finiscono per coincidere). Pensa a un ritorno all’agricoltura, all’artigianato, a una piccola impresa che non superi le dimensioni dell'antica bottega.

Utopia? Oggi certamente sì. Domani forse no. Ed è qui che l’ormai vecchio Beppe si differenzia dal giovane paraculo Renzi. Rottamare tutti, mandare “tutti a casa”non ha senso se poi si continua col modello di sempre. 

Titolo originale : " Il lavoro è schiavitù. Ripensiamolo "


Addio a Eric Hobsbawm, lo storico del «Secolo breve»


Eric Hobsbawm
Di Antonio Carioti
Era un cosmopolita per vocazione Eric Hobsbawm, il grande storico britannico scomparso in un ospedale di Londra all’età di 95 anni. E aveva attraversato le tempeste del XX secolo assorbendone tutti gli umori, come emerge dalla sua bella autobiografia “Anni interessanti” (Rizzoli, 2002).

Era nato ad Alessandria d’Egitto nel 1917 e il suo stesso cognome era frutto di una curiosa ibridazione tra la cultura tedesca dei suoi genitori ebrei e l’amministrazione coloniale britannica. Suo padre si chiamava infatti Leopold Obstbaum, ma da un errore di trascrizione dell’anagrafe ne era risultata la curiosa grafia anglicizzata Hobsbawm.

Cresciuto a Vienna e poi nella Berlino sul punto di cadere nelle mani dei nazisti, si era avvicinato da ragazzo all’ideologia marxista e all’ascesa di Hitler (1933) si era trasferito in Gran Bretagna. Comunista ortodosso fino al 1956, aveva studiato a Cambridge e intrapreso la carriera accademica dopo la guerra. Noto soprattutto per il volume “Il secolo breve” (Rizzoli), dedicato ai conflitti del periodo 1914-1991 (due guerre mondiali e la guerra fredda, fino al crollo dell’Urss), in precedenza si era occupato del movimento operaio britannico.

Aveva studiato a fondo anche le figure devianti, con i tre saggi “I ribelli”, “I banditi” e “I rivoluzionari” (tutti editi in Italia da Einaudi). L’opera principale della sua vita resta comunque l’ampio affresco storico sull’età contemporanea del quale “Il secolo breve” (intitolato nell’originale inglese “The Age of Extremes”) costituisce l’epilogo e anche la parte più controversa, per una certa indulgenza dell’autore verso il totalitarismo sovietico. A quella serie appartengono i libri di Hobsbawm “Le rivoluzioni borghesi” (Il Saggiatore), “Il trionfo della borghesia” (Laterza) e “L’età degli imperi” (Laterza): il ciclo completo copre l’intero arco degli eventi dal 1789 alla fine del Novecento.

Esponente di una storiografia anglosassone capace di coniugare vastità d’interessi, rigore scientifico e chiarezza espositiva, Hobsbawm incarnava anche la vena critica di un marxismo lontano dal dogmatismo stalinista, ma incline a riconoscere tuttora una qualche funzione positiva alla rivoluzione bolscevica, se non altro come stimolo all’evoluzione dei sistemi politici occidentali in senso più favorevole alle classi lavoratrici. Tesi discutibile, se non altro perché tende ad attenuare la violenza del conflitto tra comunismo e socialdemocrazia. Non a caso il suo ultimo libro “Come cambiare il mondo” (Rizzoli) cerca di rivalutare il patrimonio politico e intellettuale del marxismo, anche alla luce della crisi in cui versa il sistema economico e finanziario plasmato dai vincitori della guerra fredda.

Fonte:http://www.corriere.it/cultura/12_ottobre_01/hobsbawn_1120e666-0bb0-11e2-a626-17c468fbd3dd.shtml