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IL SIMBOLO DEL SERPENTE NELL'ANTICA GRECIA



Nell'antica Grecia la figura del serpente fu contraddistinta da un aspetto di ambivalenza. 

Questo animale era tenuto dagli antichi in grande considerazione per la sua vita misteriosa e sotterranea, per la sua grande velocità pur senza organi motori e per la sua capacità di ipnotizzare le sue prede. 

Era temuto per il suo veleno ma gli vennero conferite capacità positive, rendendolo simbolo propiziatore e donatore di fertilità.

Questo suo dualismo antitetico è senza dubbio il suo principale aspetto: veleno/medicina, maschile/femminile, immobile/fulmineo erano solo alcune delle caratteristiche che gli antichi vedevano rappresentate nel serpente.

Il video con le rappresentazioni simboliche del serpente su Ars Europa Channel.


Il concetto di Parresia: la libertà di esprimersi con franchezza



La parresìa - dal greco παρρησία composto di pan (tutto) e rhema (ciò che viene detto) - nel significato letterale è non solo la "libertà di dire tutto" ma anche la franchezza nell'esprimersi, dire ciò che si ritiene vero e, in certi casi, un'incontrollata e smodata propensione a parlare. In questo senso la parresia fu uno dei principi filosofici del cinismo(che propugnava "l'imitazione del cane") come dimostrano gli aneddoti relativi alla figura di Diogene di Sinope, non a caso chiamato "il cane", e al suo modo franco e quasi scorbutico di rapportarsi con gli altri quasi come il cane che abbaia a chi lo disturba.
« [Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi." »
La parresìa quindi assume un significato che va oltre quello di isegoria (da isos = uguale e ὰγορεύω parlare in pubblico) che vuol dire riconoscere a tutti i cittadini la libertà di prendere la parola nelle assemblee pubbliche della democrazia greca antica.
I due termini vengono però spesso confusi come sinonimi: Erodoto usa più volte il termine "isegorìa" con il significato di parresia, mentre EuripideDemosteneIsocrate usano più spesso nello stesso contesto "parresìa" non differenziandolo da isegoria. Lo pseudo Aristotele invece non usa mai isegoria con valore di diritto di parola nelle assemblee pubbliche, ma ne parla solo per i rapporti personali nella sfera privata.

La "parresia" come etica della verità

Michel Foucault in una serie di conferenze tenute all'Università californiana di Berkeley nel 1983,[7] ha trattato il tema della parresia: una parola usata per la prima volta da Euripide nel V secolo a.C. per indicare una nuova virtù: dire la verità. La parola parresia attraversa la letteratura greca sino alle opere della patristica del V secolo d.C. e per l'ultima volta si ritrova in Giovanni Crisostomo. Da allora, come afferma Foucault, questa virtù non compare più e si perde il coraggio di dire la verità.[8]
Foucault rintraccia varie forme di parresia nei drammi di Euripide:
  • la parresia politica che è quella di «di esercitare il potere attraverso il dire-il-vero»;
  • la parresia giudiziaria: pretendere che si dica il vero per ottenere giustizia;
  • la parresia morale: «confessare la colpa che grava sulla coscienza»
« la parresia è un atto direttamente politico che viene esercitato davanti all’Assemblea, o davanti al capo, o davanti al governante, o davanti al sovrano, o davanti al tiranno ecc. È un atto politico, ma sotto un altro aspetto, la parresia [...], è anche un modo di parlare a un individuo, all’anima di un individuo: un atto che riguarda la maniera in cui quest’anima verrà formata.[9] »
Ma la parresia può divenire un ostacolo all'esercizio della democrazia quando essa si confonde con la retorica «...quello strumento con cui chi vuole esercitare il potere non può che ripetere molto puntualmente ciò che vuole la folla, oppure ciò che vogliono i capi o il Principe. La retorica è un mezzo che permette di persuadere la gente ad abbracciare posizioni che sono già le sue...»[10]
Denunciare «questo cattivo funzionamento della parresia nella democrazia ateniese» è il dovere morale che si assume Socrate come riferisce Platone nell'Apologia. Socrate, a rischio della sua vita, rivela, contrariamente a quanto pensa la maggioranza persuasa dalla retorica, come su di lui sono state dette cose non vere come quella di corrompere i giovani e di non credere negli dei della città. Quelli che lo accusano «poco o nulla di vero hanno detto, e voi, invece, da me non udirete altra cosa che la verità»[11], perché il filosofo è colui che dice la verità dimostrandola con il suo comportamento di vita.
In Socrate la parresia filosofica coincide con la vita reale: non è solo una tecnica dialogica, «essa non è assolutamente una funzione politica, ma è necessaria in relazione alla politica»[12]

Per il filosofo «amante della verità» e che «non accetta mai di mentire consapevolmente»[13][14] dire la verità vuol dire praticare la parresia come scelta di vita.


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Parresia (dal greco παρρησίαparresía, composta di πᾶνpān, "tutto", e di ρῆσιςrhēsis, "discorso") letteralmente significa "libertà di dire tutto".
È frequente nel testo greco del Nuovo Testamento dove indica il "coraggio e la sincerità della testimonianza". È stato molto usato nella tradizione cristiana, specie agli inizi, come contrario di ipocrisia[1].
Dal momento che l'esercizio di questa libertà comporta inevitabilmente scontri e resistenze, il significato del termine si allarga anche a quello di imperturbabilità,sincerità[2]. Nelle fonti cristiane ha due significati fondamentali: franchezza nel parlare, e fiducia nel giudizio.[3]

Nell'Antico Testamento

L'uso del termine e degli altri della stessa famiglia è piuttosto raro nell'Antico Testamento dei LXX: compare solo dodici volte come sostantivo e sei volte come verbo:

Nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento il sostantivo compare 31 volte. È la dinamica ordinaria della vita di chi segue Gesù ed è quello che Gesù chiede ai suoi. La parresia, prima personale e poi in assemblea diventa l'ultima istanza di recupero della dinamica con il fratello: in Mt 18,15-17 la correzione fraterna è resa possibile proprio dalla franchezza nel parlare.

Nel corpus giovanneo

Negli scritti attribuiti a Giovanni[4] il sostantivo compare 13 volte.
Giovanni afferma che Gesù opera παρρησίᾳ, parrēsía (dativo), e cioè che la sua predicazione si svolge nella sfera pubblica (7,26; 11,14.54; 18,20; cfr. Mc 8,32), però in un senso diverso da quello che intendevano i suoi fratelli (7,3-5): Gesù parla apertamente e senza sottintesi, cioè non solo per allusioni (11,14; cfr. 10,24-25) o inparabole enigmatiche (cfr. 16,29).
C'è da dire però che Gesù si esprime con franca apertura solo nei confronti del credente (16,25-29); al mondo egli parla in parabole, che il mondo non può capire, poiché non vive nella fede.

Negli Atti

Negli Atti degli Apostoli il sostantivo compare 5 volte, il verbo 7 volte.
Gli Atti mostrano come alla parrēsía di Gesù corrisponde la franca testimonianza degli Apostoli: essi, soprattutto PietroPaolo, ma anche altri, si presentano eannunciano con tutta franchezza le opere di Dio davanti a giudei e pagani (2,29; 4,13; 9,27; ecc.).
La franchezza degli Apostoli suscita meraviglia (4,13), divisione (14,3-4), persecuzione (cfr. 9,27).
Tale atteggiamento non è un qualcosa che l'uomo possa produrre da sé: esso è frutto dello Spirito Santo (4,31).

In San Paolo

Il sostantivo compare 8 volte in Paolo, il verbo solo 2 volte.
Paolo vede nella franchezza del testimone l'attuazione dell'autentica predicazione dei misteri di Dio (Ef 6,19) e la glorificazione di Cristo con l'anima e il corpo (Fil1,20).
La franchezza deve essere mantenuta in ogni momento, anche nella prigionia (cfr. Ef 6,20): per questo parrēsía diviene in certi casi sinonimo di audaciacoraggio(1Ts 2,2): è un coraggio però che all'uomo è dato da Dio (ibid.), o in Cristo (Fm 8).

Il misticismo greco


 Di Gianluca Di Matteo
Quando si parla di Apollo, Dioniso e di quel fenomeno proprio della religiosità greca conosciuto come "Bacchismo", spesso si corre il rischio di fraintendere e di dare quindi seguito a svariate interpretazioni, frutto di una non adeguata conoscenza del mondo greco, e di una conoscenza filosofica del fenomeno legata principalmente all'interpretazione che Nietzsche né da ne La nascita della tragedia.





Non è possibile parlare di un argomento come quello del misticismo greco senza una definizione preliminare del fenomeno mistico, dove, per misticismo, s'intende la dottrina attraverso la quale l'uomo può sperimentare un'unione trascendentale con la divinità attraverso la meditazione. Per il Greco l'espressione maggiormente rilevante dell'esperienza mistica era costituita dall'"entusiasmo". Nell'accezione filosofica del termine s'intende lo stato di esaltazione che l'ispirazione divina produce, con la conseguente certezza per l'uomo di possedere il vero ed il bene. Necessita ora distinguere
1) L'Entusiasmo di tipo coribantico
2) L'Entusiasmo in senso mistico
La psicosi che realizzava l'entusiasmo era l'epilessia, considerata dal greco il "morbo sacro" per eccellenza: l'entusiasmo di tipo coribantico e l'entusiasmo in senso mistico si fondavano sul presupposto comune che l'epilettico fosse posseduto dalla divinità. La catartica (termine coniato da Aristotele che sta per purificazione) coribantica mirava al riconoscimento del dio che aveva invasato l'epilettico, per poi espellerlo, operando così la guarigione. L'espulsione era finalizzata a far tornare alla normalità – ossia nei limiti dell'umano – il posseduto. La ragione di tale procedimento va ricercata nel fatto che la religione greca si esprimeva in una forma politeistica, definendo determinate figure divine, e al tempo stesso definendo i confini invalicabili tra umano e divino. Il "coribantismo" mirava quindi alla protezione e al rafforzamento di questa ideologia religiosa, che la possessione divina avrebbe minacciato a causa del, sia pure temporaneo, annullamento dei confini tra un dio e un uomo. A ciò, si riduce, l'episodio di possessione.
Ciò che è importante rilevare è che se tale possessione fosse stata accettata passivamente, avrebbe minato tutto il sistema politeista, invertendo la normale relazione di culto tra un uomo e un dio, in cui l'uomo "sceglie" il dio cui si deve rivolgere in una determinata circostanza, officiando un determinato rito che garantisca il "favore" del dio a cui ci si è rivolti. Nella possessione è il dio che sceglie l'uomo, è il dio che agisce, e agisce in "modo" divino, non conoscibile, di conseguenza, e non contenibile nel rito umano. L'uomo non è più soggetto, ma diventa oggetto, poiché ignora ciò che gli sta accadendo, il dio da cui è posseduto appare come una potenza indefinita, non più definibile, acquista un'identità demonica. La possessione è interpretata quindi in senso negativo, come una crisi dettata dall'inconoscibilità del dio che possiede l'uomo, elevandolo di conseguenza in una condizione divina, quindi anormale, poiché valicante i confini umani. Pertanto la tecnica coribantica è finalizzata all'espulsione della divinità affinché essa si contenti di rientrare nei suoi limiti, lasciando che l'uomo viva positivamente entro i limiti umani. Ciò che sembrava un "espellere" secondo l'accezione universale del fenomeno coribantico, diventa, per il greco, un "reintegrare", reintegrare l'uomo nella propria dimensione umana e reintegrare il dio nella sua dimensione divina.
Differente è l'atteggiamento nell'entusiasmo mistico. Nell'entusiasmo mistico si procedeva in senso inverso: lo stato "normale" era fonte di una crisi permanente, crisi dettata dalla condizione umana valutata pessimisticamente. La soluzione di questa crisi richiedeva un episodio "anormale", un valicamento di quei confini tra umano e divino, i quali determinavano la "normalità". Se la possessione propria dell'entusiasmo coribantico doveva essere espiabile, nell'entusiasmo mistico si faceva appetibile. Euripide nella sua opera teatrale chiamata "Baccanti", ci offre un esempio concreto di questo. Euripide, giudica "negativa" la follia del protagonista Eracle, rispetto alla "positiva" follia delle baccanti. L'invasamento di Eracle è posto a confronto con l'invasamento bacchico "sta per cominciare una danza senza timpani e senza bisogno del tirso sonoro". In tale verso si delinea la differenza tra la possessione ricercata e la possessione subita; e quando si confronta l'entusiasmo mistico delle baccanti con l'atteggiamento "razionale" dell'altro protagonista della tragedia, Penteo, Euripide per bocca del coro bacchico afferma: " ciò che è saggio-razionale non è saggezza-ragione". Si badi: Euripide non intende far l'elogio della follia, riferisce il punto di vista di chi non sarebbe folle (le baccanti), perché posseduto e guidato da Dioniso, non si ribella al dio; pertanto viene attuato un rovesciamento di tutti i comuni giudizi sulla possessione. Inoltre, i due versi sopra citati, inneggiano rispettivamente l'uno ad una vita regolata dal vino, l'altro ai luoghi selvaggi contrapposti alla "civile" Tebe. L'evasione nell'inciviltà e nell'ebbrezza detta la saggezza. Quindi, da un lato, si disprezzano i normali valori civili e sociali, dall'altro si esalta il senso mistico della rinuncia ad un mondo basato su tali valori.
Ricapitolando possiamo così descrivere i due diversi atteggiamenti:
1) Nell'entusiasmo coribantico, la possessione era vista come una caduta dalla quale si doveva uscire
2) Nell'entusiasmo mistico, la possessione è cercata come via per uscire dalla condizione umana.
Occorre considerare ora il fatto che sta alla base dei due diversi atteggiamenti, ossia l'episodio epilettico, il quale nella prima interpretazione va guarito, nella seconda deve essere conseguito per raggiungere la dimensione divina. Tenendo ben presente quanto è stato detto fin'ora, ossia, che per i greci l'epilessia, morbo sacro, era fonte di ispirazione divina, d'entusiasmo, e a sua volta l'entusiasmo possedeva una duplice valutazione, qualcosa d'espiabile e di appetibile.
La differenza di valutazione potrebbe essere spiegata analizzando l'epilessia come fenomeno nevrotico, sconfinando quindi nell'ambito della psicologia, e di conseguenza nel comportamento religioso; distinguendo tra epilessia "spontanea" (come fenomeno psicologico definito nevrosi) in cui si cade, ed epilessia "indotta", attraverso la quale si evade. Inserendo tale distinzione nell'ambito di uno stesso contesto religioso, quale quello greco, possiamo concludere affermando che le condizioni psicologiche che conducevano all'epilessia, erano curate nella religione greca con pratiche rituali, ed in questo senso, quindi, vedendo nell'entusiasmo coribantico una cura omeopatica.
Per quel che concerne l'entusiasmo mistico, è necessario invertire i termini, ossia affermare che le condizioni psicologiche che portavano all'epilessia, venivano dagli uomini ricercate, portate da condizione particolare a condizione universale, necessaria per accedere ad una liberazione vista come evasione dalla natura umana.
Restando nel nostro campo d'azione, la filosofia, è necessario specificare un altro aspetto; l'epilessia comprendeva nella religione greca tre settori fondamentali:
1) APOTROPAICO, rispondente all'esigenza di difendere e di restaurare ad ogni episodio individuale di epilessia, il principio fondamentale della religione greca per il quale un limite preciso e invalicabile distingueva la natura umana da quella divina
2) MANTICO, rispondente all'esigenza di mettersi in contatto con la divinità nei momenti di crisi, alle quali gli uomini non erano in grado di porre rimedio. Tali crisi erano ridotte simbolicamente alla crisi di una Pizia (sacerdotessa di Apollo) attraverso la quale la divinità dava consigli e suggerimenti.
3) MISTICO, rispondente all'evasione dall'inaccettabile esistenza terrena.
Dice Socrate nel Fedro: " I beni più grandi ci vengono dalla follia, dalla follia concessa per divino entusiasmo". Platone continua distinguendo quattro tipi di entusiasmo divino:
1) Entusiasmo Profetico (che ha per patrono divino Apollo)
2) Entusiasmo Telestico (che ha per patrono divino Dioniso)
3) Entusiasmo Poetico (ispirato dalle muse)
4) Entusiasmo Erotico (ispirato da Afrodite e da Eros)
Analizzando il rituale dell'entusiasmo profetico, proprio dell'aspetto mantico, e il suo ispiratore Apollo, ponendoli a confronto con l'entusiasmo telestico, proprio dell'aspetto mistico, e con il suo ispiratore Dioniso, non possiamo non rilevare che entrambi svolgevano una funzione sociale, curando le ansietà tipiche di una civiltà di colpa. Considerando che tali riti ebbero la loro massima espressione nell'età arcaica, (in un epoca cioè cronologicamente circoscrivibile da un punto di vista politico con la fine delle guerre persiane 490-478 a.C., dal punto di vista filosofico col sorgere del movimento sofista V-IV sec. a.C.), in un periodo di scarsissima sicurezza personale (i minuscoli stati avevano appena cominciato ad emergere dalla sofferenza e dalla povertà che seguì alle invasioni doriche, quando sopravennero altri guai, con intere classi sociali mandate in rovina dalla crisi economica del VII sec.); fu necessario, quindi, il bisogno di una garanzia soprannaturale. Ecco dunque Apollo, senza di lui, presumibilmente, la società greca difficilmente avrebbe potuto resistere alla pressione psicologica cui fu sottoposta nell'età arcaica. L'assenza di sicurezza in cui vivevano gli uomini sarebbe stata intollerante se Apollo non avesse garantito l'esistenza di una sapienza, attraverso la quale risolvere la crisi. Manifestandosi attraverso l'entusiasmo, il dio entrava nella Pizia, e si valeva dei suoi organi vocali come fossero i propri, Apollo prometteva la sicurezza "intendete la vostra condizione di uomini, fate quel che vi dice il padre e domani vi troverete al sicuro".
Dioniso, "Lysios": liberatore, il dio che con semplici mezzi poneva ciascuno in condizione di non essere più se stesso, e in questo modo lo liberava "dimenticate la differenza e troverete l'identità". Apollo e Dioniso, i due centri della religiosità greca, entrambi rappresentanti di una necessità sociale, entrambi combattevano le ansietà caratteristiche di una civiltà di colpa.
E' nella realtà religiosa greca che và compresa il dualismo dionisiaco-apollineo; ergo, i riti che sotto il segno di Dioniso realizzavano una temporanea rottura dell'ordine, vanno interpretati come espedienti rituali per rinnovare, reintegrare, rafforzare l'ordine stesso, non come tentativi di distruzione dell'ordine vigente.

FONTE:http://illaboratorio.net/index.php?option=com_zoo&task=item&item_id=10&Itemid=200

I misteri di Samotracia e il culto dei Cabiri


Di Stefano Arcella

Le origini
Stefano Arcella, I misteri del sole. Il culto di Mithra nell'Italia anticaFra le isole del mare Tracio, quella di Samotracia – famosa nell’antichità per un alto monte che la fa scorgere da ciascuna delle terre a nord dell’Egeo: Grecia, Tracia ed Ionia – fu la sede, in epoca ellenistica, di un culto misterico dedicato ad un complesso di quattro divinità, note col nome di Cabiri (dal semitico Kabirim = i Grandi) detti anche i Grandi Dei, i Forti, i Potenti.
La testimonianza fondamentale è, al riguardo, quella di Erodoto, il quale conosce il culto di Samotracia e ne attribuisce la fondazione al popolo dei Pelasgi, facendo quindi risalire questi misteri ad un’epoca antichissima e ad un popolo che ha preceduto i Greci sul suolo ellenico.
Herod., II 51 “…A fare le statue di Ermes con il membro diritto, i Greci non lo hanno appreso dagli Egiziani, ma dai Pelasgi; primi fra tutti i Greci, sono stati gli Ateniesi ad adottare quest’ uso, e gli altri da loro. Gli Ateniesi, infatti, erano già annoverati tra i Greci quando i Pelasgi vennero a coabitare nel loro territorio, e da allora anche i Pelasgi cominciarono ad essere ritenuti Greci. Chiunque sia iniziato ai misteri dei Cabiri, che gli abitanti di Samotracia celebrano e che essi hanno adottato dai Pelasgi, costui sa che cosa dico. Quei Pelasgi, che vennero a coabitare con gli Ateniesi, abitavano in precedenza Samotracia, ed è da loro che gli abitanti di Samotracia hanno appreso i misteri. Dunque gli Ateniesi, primi tra i Greci, fecero le statue di Ermes con il membro dritto per averlo appreso dai Pelasgi. I Pelasgi a questo proposito tramandarono un racconto sacro, che viene rivelato durante i Misteri di Samotracia”.
Jean-Pierre Vernant, L'universo, gli dèi, gli uominiE’ sintomatico che Erodoto menzioni questi Misteri dei Cabiri nello stesso contesto in cui parla del dio Ermes raffigurato col membro diritto, che viene fatto risalire alla medesima origine pelasgica, ossia pre-ellenica. Dionigi narra (I 61, 3) che il fondatore dell’isola di Samotracia fu Samo “figlio di Ermes e di una ninfa di Cillene chiamata Rene”.
Secondo una teoria storico-religiosa alquanto consolidata, i Pelasgi andrebbero identificati con le genti di Tracia che hanno diffuso nelle isole dell’Egeo e nella penisola ellenica i loro culti entusiastici: il dio Sabazio con la corte dei suoi seguaci, coribanti, satiri e menadi; il culto di Bendis (Ecate), dalle molteplici attribuzioni, che hanno avuto il loro spazio d’elaborazione sia nelle speculazioni degli Orfici, sia nelle pratiche della magia (le discese agli Inferi quale passaggio iniziatico).
I sacerdoti Cabirici sono detti Saboi, nome che designa pure una tribù tracia nonché un gruppo di Coribanti localizzati in Tracia e che si avvicina molto ai Saboi, gli iniziati al culto traco-frigio di Sabazio.
La teologia cabirica.
Le religioni dei misteri. 1.Eleusi, dionisismo, orfismoDelle quattro divinità di Samotracia, tre sono maggiori ed una ha una posizione secondaria. Delle tre maggiori, due stanno in un rapporto di padre a figlio, la terza è una figura femminile che è letta come personificazione della terra feconda, in conformità ad un archetipo dominante nell’Egeo e nella vicina Anatolia.
Queste divinità, nella liturgia, erano onorate con una lingua straniera, secondo Diodoro (5, 47), a dimostrazione della loro origine pre-ellenica (e quindi pre-indoeuropea), in concordanza con la testimonianza di Erodoto.
Lo scoliaste di Apollonio Rodio (I, 916-8b) ci ha conservato i nomi dei 4 Cabiri. Essi sono: Axierso (Demetra), Axiokersa (Persefone), Axiokersos (Hades) e Kasmilos (Hermes). In una fase storica più recente, quando la Grecia ellenica estese la sua influenza a tutto l’Egeo ed alle isole tracie, in Samotracia furono introdotte tre grandi divinità che i Misteri di Eleusi avevano associate: Demetra, Kore e Hades, cui si aggiunse poi Hermes; questi dèi vennero più o meno riconosciuti nelle tre divinità maggiori del culto samotracio e si ebbe così il gruppo dei quattro Grandi Dèi, che con un epiteto fenicio furono detti Cabiri (ne parla anche Varrone nel De lingua latina, 5, 58; 7, 34), nome loro attribuito dai navigatori Fenici i quali già adoravano un gruppo di divinità con quel nome. La letteratura storico-religiosa propende per limitare l’influenza fenicia nel culto di Samotracia a questa designazione delle divinità, senza ammettere l’introduzione di divinità fenicie, anzi valorizzando l’elemento ellenico e, prima ancora, quello “pelasgico”.
Le religioni dei misteri. 2.Samotracia, Andania, Iside, Cibele e Attis, mitraismo. Con testo a fronteNel corso dell’età ellenistica, tutto il fervore religioso dei territori che affacciavano sul mar Egeo, si concentrò, oltre che verso le divinità di Eleusi, anche su quelle di Samotracia. Ci è pervenuta la memoria storica di santuari cabirici nelle quattro isole tracie (Lemno, Imbro, Samotracia, Thaso), nella costa ionica (Ilio, Mileto, Teo, Efeso), nelle isole del medio e basso Egeo (fra le quali Rodi e Delo, a sua volta celebre centro oracolare dell’antichità) e nella Beozia (Anthedon e Tebe).
Il santuario Cabirico di Tebe merita un’attenzione particolare perché le sue vestigia – risalenti al VI secolo a.C. – mostrano, come a Samotracia, una fossa per le offerte ed i sacrifici (traccia di un culto alla Terra Madre e di atti rituali volti a propiziarsi le forze ctonie) nonché la presenza di due Cabiri, padre e figlio, con l’assimilazione di Cabiro padre a Dioniso, che era la divinità principale di Tebe e che – alla luce della comune origine pre-ellenica – doveva avere molti elementi di somiglianza con Cabiro.
Il culto presentava, pertanto, una spiccata valenza infero-ctonia, essendo in prevalenza centrato sull’oltretomba (Persefone e Hades) e sulla terra (Demetra). E’significativo che a questo complesso infero-ctonio sia associato Hermes, il dio dell’intelligenza sottile, il messaggero degli dèi, l’intermediario fra l’uomo e la divinità, figura connessa all’elemento “Aria” – viene raffigurato con le ali ai piedi – quindi duttile e sagace, dinamica e penetrante.
A queste divinità erano dedicati nell’isola: un santuario i cui resti risalirebbero al VI secolo a..C.; il tempio marmoreo a foggia di basilica, con navata transversa ed abside rotonda, con una fossa per uso sacrificale scavata al centro del tempio fino al vivo di una roccia (simbolismo della pietra quale allusione alla stabilità di un centro misterico, ma anche quale riferimento analogico al corpo umano quale tempio della scintilla divina nell’individuo); un edificio circolare a due piani, chiuso ermeticamente da ogni parte e probabilmente riservato alla riunioni ed alle esperienze misteriche degli iniziati, con un palese simbolismo del cerchio che rimanda al Cielo nonché al dinamismo della “potenza” – la shakti dello shivaismo dell’India – ed al suo movimento.
L’esperienza misterica
Guy G. Stroumsa, La sapienza nascostaDallo scoliaste di Euripide sappiamo che nei Misteri cabirici aveva luogo un dramma liturgico nel quale si rappresentava la ricerca di Armonia da parte dello sposo Cadmo, analoga a quella di Kore (Persefone) da parte della madre Demetra, rivissuta e riattualizzata nei Misteri di Eleusi.
Dalle testimonianze di Clemente Alessandrino (Protrettico, 2, 19, 1) e di Firmico Materno (de errore. rel. pag., 11), apprendiamo che nel santuario cabirico di Tessalonica si celebrava un dramma liturgico di morte e resurrezione, nel quale si ricordava e si riattualizzava la morte del più giovane degli dèi Cabiri ad opera degli altri due.
La funzione del dramma era quella di reiterare una vicenda mitica nella sua vivezza, nella sua intensità vibrante, nella sua capacità d’impatto emotivo, quindi d’incidenza sul mondo astrale dell’individuo. Il dramma è un linguaggio che si rivolge al “cuore” dell’uomo, alla sua sensibilità ed alla sua capacità di provare intense emozioni, nel momento in cui egli s’immedesima nel dramma e lo vive come qualcosa di personale. Poiché il dramma era vissuto in modo comunitario, essendo rappresentato davanti alla comunità degli iniziati, si creava una comune vibrazione emotiva, un comune “clima psichico” che cementava la coesione della comunità e creava una “energia di gruppo”.
Le risultanze epigrafiche testimoniano di un pasto sacramentale in cui ai mysti venivano offerti cibo e bevande, aspetto, questo, comune ad altri culti misterici, come il mithraismo romano, per il quale il pasto sacro è testimoniato dai dipinti e dalle sculture nei templi ipogèi.
Infine va rilevato che la gente di mare era particolarmente devota alle divinità cabiriche, poiché l’isola di Samotracia era molto importuosa e quindi esse erano considerate protettrici contro i pericoli del mare ed assimilate ai Dioscuri, anch’essi considerati s?t??e?, salvatori. E’ questo, probabilmente, l’aspetto exoterico, pubblico, del culto misterico cabirico legato alla protezione dei marinai e dei naviganti in genere, mentre nel chiuso dell’edificio circolare si svolgevano i riti riservati agli iniziati.
Questi ultimi si dividevano nelle due classi degli iniziati semplici e degli iniziati pii; l’iniziazione semplice era preceduta da un rito di purificazione che comprendeva pure un’ammissione delle proprie impurità davanti al sacerdote purificatore.
Ai Misteri potevano essere ammessi anche le donne e i fanciulli; essi comprendevano anche una dottrina sulle origini dell’umanità – dal momento che Ippolito, scrittore cristiano del III sec. d.C., ravvicina Cabiro ad Adamo – e sul post-mortem se, come riferisce Diodoro Siculo (5,49, 5-6), questi misteri rendevano gli uomini migliori, dato peraltro confermato dalla relazione dei Cabiri con le divinità di Eleusi, i cui Misteri davano un particolare risalto alla concezione di una beata vita futura per gli iniziati.
I Misteri Cabirici e le origini di Roma Andrea Carandini, La nascita di Roma. Dèi, lari, eroi e uomini all'alba di una civiltà (2 vol.)La fortuna di questi misteri, durante l’epoca greco-romana, fu assicurata dal rapporto dei Cabiri con le origini di Roma, sul piano della narrazione mitica, per cui i Romani li associarono ai Penati di Roma (Penates Publici). Secondo la tradizione, riportata in varie fonti greche – quali Dionigi d’Alicarnasso (I, 68) e Diodoro Siculo (5, 48) – e latine (Macrobio, Saturnalia, 3, 4, 7-9), Dardano, capostipite mitico dei Troiani (e dei Romani attraverso Enea), dopo aver ucciso il fratello Iasione ed essersi rifugiato in Frigia (dove sposò Crisa figlia del re Teucro), avrebbe eretto nell’isola di Samotracia un tempio in onore dei Grandi Dèi “i cui particolari appellativi egli tenne segreti e non rivelò agli altri; inoltre istituì in loro onore i misteri che si celebrano ancora oggi da parte dei Samotraci” (Dion. Hal. I, 68), mentre avrebbe portato con sé il palladio – ossia i doni della dea Athena – e le imagines deorum a Dardania, da dove passarono a Troia e poi a Roma per il tramite del pio Enea.
Va ricordato che, secondo la tradizione, Dardano sarebbe partito dall’umbilicus Italiae, il centro sacro dell’Italia, presso il lago di Cotilia nell’Italia centrale, località di cui sarebbe stato originario, per cui lo sbarco di Enea nel Lazio e la successiva fondazione di Roma da parte dei suoi discendenti assume il senso di una re-volutio, ossia un ritorno alle origini, da cui gli antenati si erano allontanati in seguito ad un ver sacrum, una primavera sacra, ossia una migrazione scandita da ritmi cosmico-religiosi, in sintonia con l’inizio del risveglio primaverile, dall’equinozio del 21 marzo al tempo dell’apertura fra uomo e natura (il mese di aprile trae il suo nome daaperior = mi apro).
Oltre al rapporto con le origini di Roma, l’intreccio e l’assimilazione fra questi Misteri e quelli di Eleusi fu, peraltro, un altro importante motivo della loro forza e continuità nell’età imperiale romana. Non è certo un caso che, sul finire del IV secolo d.C. – quando ormai il Cristianesimo era dominante in tutto l’Occidente e gli editti di Teodosio proibivano i culti della religione tradizionale anche in forma privata – i misteri di Samotracia erano ancora vivi, perpetuando una tradizione spirituale antichissima e pre-ellenica.
Considerazioni d’attualità
E’ centrale, in questi Misteri, come in quelli di Eleusi, la meditazione sul tema della morte, sul rapporto vita-morte e la conseguente scala di valori nel corso dell’esistenza terrena. Comune agli altri Misteri, è il rinnovamento interiore nel senso di un morire a se stessi e di un rinascere, esperienza che anticipa, in un certo modo, quella della morte, per cui il miste si prepara alla morte in modo sereno e gioioso, la morte essendo solo un passaggio nei termini di una liberazione e di un compimento realizzativo.
Altri aspetti comuni alla misteriosofia del mondo arcaico e di quello classico sono: il dramma liturgico, la sacralità del pasto comune (che ha la funzione di far circolare una comune “energia di gruppo”), la segretezza dei riti riservati agli iniziati.
L’aspetto certamente più originale è quello della presenza di Hermes-Mercurio quale divinità misterica, quale dio delle iniziazioni. La saggezza astuta, duttile e penetrante di Hermes è incarnata da Ulisse nel poema omerico, mentre Achille rappresenta uno spirito guerriero che, non integrato con Hermes, ha nella furia distruttiva il suo limite fondamentale, privo di uno sbocco creativo. L’associare Hermes a divinità dell’oltretomba, nei misteri cabirici, è ancora più illuminante. L’uomo non entra nelle proprie profondità, nel suo “mondo sotterraneo” – ossia nel proprio mondo astrale (a-stron = senza luce) che è la sede delle emozioni e delle sensazioni – senza una facoltà d’intelligenza penetrante e duttile, dolce e gioconda, capace di operare interiormente e flessibilmente con le circostanze della vita, assumendole come occasione e supporto di perfezionamento interiore. Non si va avanti sulla via della ricerca spirituale, senza aprirsi al soffio di Hermes-Mercurio, senza interiorizzare questa dimensione sottile ed intuitiva.
Julius Evola, La Tradizione ErmeticaSi leggano, al riguardo, La Tradizione Ermetica di J. Evola, sull’alchimia quale “Arte di Ermete” e quelle di G. Kremmerz nella Scienza dei Magi, sulla “Volontà Ermetica” e la sua profonda diversità rispetto alla volontà marziale.
E’ una lezione, questa della mistericità ermetica, che ha una sua pregnante attualità, in quest’inizio del XXI secolo, alla luce della storia del Novecento, in cui certe tendenze esoteriche spurie, come quelle presenti nel nazionalsocialismo tedesco, mostrano di contenere un furor distruttivo, privo dell’intelligenza di Hermes e sono quindi sprovviste della chiarezza, della lucidità e della saggezza necessarie per perseguire uno scopo autenticamente positivo.
Senza l’intelligenza di Hermes, non si va da nessuna parte, si gira in tondo senza mai trovare il centro della circonferenza. Il risultato, nel ’900, è stato solo un tragico cumulo di lutti e di rovine, morali e materiali.
* * *
Tratto da Hera, n°73, febbraio 2006, pp.86-89.
BIBLIOGRAFIA
Sui Misteri di Samotracia v. N. Turchi, Le religioni dei Misteri nel mondo antico, Il Basilisco, Genova, 1987(1923), pp.85- 90; V. Magnien, I Misteri di Eleusi, Edizioni di Ar, Padova, 1996, pp. 45-73 ; P. Scarpi (a cura di), Le religioni dei Misteri, Vol. II, Fondazione L.Valla-Mondadori, 2004, pp. 3 – 99, con commento alle fonti ivi, pp. 415-454. Sul mito di Dardano e la sua relazione con le origini di Roma, v. R. Del Ponte, Teofanie animali e “primavere sacre” italiche. Mito e mistica di Italia-Vitalia, in Arthos, nn-22-23-24 (numero speciale triplo su La Tradizione Italica e Romana), 1980-81, pp.82-112. Sulla saggezza ermetica v. J. EvolaLa Tradizione Ermetica, Mediterranee, Roma, 1996; G. Kremmerz, La Scienza dei Magi, Vol. II, Il Basilisco, Genova, 1987, pp. 161-162, particolarmente illuminanti sulla differenza essenziale fra volontà ermetica e volontà marziale.

Il meccanismo di Antikythera, il "computer" dell'Antica Grecia



Vi dice qualcosa il concetto del "meccanismo di Antikythera"? E' una delle più grandi scoperte archeologiche mai fatte sul nostro pianeta!
Il merito va ascritto ad un gruppo di pescatori di spugna greci, che un secolo fa naufragò su un'isola dell'Egeo è scopri un masso nel quale erano incisi circa 20 ingranaggi, assi, tamburi, lancette e tre dischi con scritte e simboli astronomici. 
Questo bizzarro meccanismo aiutava, probabilmente, gli antichi marinai ad orientarsi in mare aperto tramite il calcolo della latitudine. Inoltre questo gioiello di precisione meccanica permetteva di calcolare i cicli lunari e conteneva una tale quantità di dettagli che a creare qualcosa di simile si è riusciti soltanto 2000 anni dopo. Fate finta di essere nel I secolo a.C., dove si navigava con la galera a remi dell'epoca romana e la società, come noi riteniamo, aveva paura di scostarsi dalla costa della Grecia per perdersi nelle vastità marine. Perciò un tale ritrovamento fu capace di cambiare la nostra percezione del mondo e la cronologia delle scoperte universalmente accettata.
In questa "calcolatrice", come è stato definito il dispositivo dagli scienziati che l'hanno sottoposto ai raggi X, si trovavano quattro piccolissimi dischetti contenenti oltre 2 000 incisioni che servivano nello stesso tempo da istruzione e da una breve ricerca dei corpi celesti dell'antichità.
La cosa più sorprendente in tutto ciò è la meticolosa precisione nell'assemblaggio del dispositivo che fa pensare a una produzione in serie con l'utilizzazione di leghe metalliche (poiché sono riusciti a resistere alla corrosione per oltre due millenni).
In altre parole, greci e romani hanno potuto avviare la produzione in serie di un dispositivo che è diventato un tipico elemento dell'equipaggiamento di bordo delle loro navi. Perciò la loro stessa esistenza contraddice la teoria ufficiale di un basso livello di sviluppo delle civiltà greco-romana. Le leve centrali del meccanismo di Antikythera funzionavano alla maniera di trasmissione automobilistica, ossia come una normale scatola di cambio, costruita soltanto nella prima metà del ХХ-esimo secolo!
Dopo le nuove ricerche gli scienziati sono riusciti a trovare una citazione di Cicerone che aveva attribuito la creazione di questo dispositivo ad Archimede. Se questo meccanismo è stato utilizzato per determinare le fasi della Luna e del Sole, per determinare la posizione delle stelle, tralasciando la soluzione degli elementari problemi aritmetici, è considerato l'antico predecessore dei computer moderni. Non aveva lo schermo a cristalli liquidi e la tastiera, ma era in grado lavorare con logaritmi e aveva un'elevata precisione, sopratutto per i campioni di macchinari risalenti al I secolo a.C.
Alla data odierna non è stato trovato alcun dispositivo simile, ma la sua stessa esistenza completa il quadro dell'Antichità dove non solo esistevano calcolatrici ma anche, probabilmente, lampadine elettriche. E cosa dire degli egiziani che dipinsero gli affreschi nelle piramidi con la luce artificiale? Sono stati trovati i disegni nei quali i pittori lavorano insieme con i loro figli sotto la luce dei riflettori.
Ciò significa che il mondo antico ha ereditato tutto ciò da una civiltà più antica, sprofondata sotto Atlantide in seguito a un grandioso cataclisma e che alcuni resti delle sue conoscenze tecniche sono state fatte proprie dalla civiltà egizia, per poi essere copiate da antichi greci e romani?

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