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La CIA e la guerra culturale al socialismo

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Di Raúl Antonio Capote

Dopo la Seconda guerra mondiale con la creazione del fronte ideologico per dominare il mondo, Allen W. Dulles, direttore della CIA dal 1953 al 1961, concepì la cultura come palcoscenico della guerra a lungo termine nel devastato dopoguerra nel Continente. Dopo la Seconda guerra mondiale con la creazione del fronte ideologico per dominare il mondo, Allen W. Dulles, direttore della CIA dal 1953 al 1961, concepì la cultura come la scena di una guerra a lungo termine nel Continente distrutto del dopoguerra. Standardizzazione e diffusione della cultura e stile di vita statunitensi in Europa e minare la simpatia per gli ideali socialisti erano i primi compiti della CIA. Costruire il consenso sui vantaggi del “sogno americano” in Europa e sconfiggere le idee del socialismo erano la priorità dei servizi speciali nordamericani. “Dobbiamo garantire”, disse James Jesus Angleton, capo del controspionaggio della CIA dal 1954 al 1975, “che la maggior parte dei giovani in Europa, dagli Stati Uniti e altrove, possa approfittare del sogno americano”. Questo sogno era cucine, auto, grattacieli, scatolame, musica pop, Topolino, calze di nylon, sigarette, lavatrici, supermercati, Coca-Cola, whisky, giacche di pelle e cosmetici statunitensi. Lo stile di vita statunitense sedusse rapidamente gli europei, basandosi sul consumo individuale di beni (automobili, telefoni, elettrodomestici), spinto dalla pubblicità e sostenuto da facili vendite con credito e rate. L’intrattenimento di massa, l’interesse per la moda, le nuove tendenze musicali (jazz, charleston, blues) divennero oggetti di consumo e alimentarono un’intera industria che fino ad allora non era significativa. 


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Funzionamento ideologico della società

Il Congresso per la libertà di cultura (CLC) fu lo strumento centrale dell’operazione ideologica della CIA. Il Congresso fu istituito come organizzazione a Parigi col supporto dei servizi d’intelligence francesi e inglesi. Il CLC aveva uffici in 35 Paesi e personale permanente, gestiva un proprio notiziario, organizzava eventi internazionali e conferenze di alto livello con la partecipazione di prestigiosi intellettuali. La prospettiva del successo oscurò ogni altra considerazione. La vanità che ogni creatore portava con sé fu abilmente sfruttata dagli esperti della CIA. Molte delle menti più brillanti del Vecchio Mondo erano al servizio degli Stati Uniti. La crociata culturale fu finanziata principalmente con fondi segreti del piano Marshall; il denaro fluiva. I migliori musei di Stati Uniti ed Europa, le principali case editrici, le orchestre sinfoniche, le riviste, gli studi cinematografici e televisivi, le stazioni radio dell’occidente furono mobilitati nella crociata. La CIA fu un grande Ministero della Cultura, con l’intera industria culturale occidentale al suo servizio. L’Agenzia ingannò e usò l’intellighenzia europea per più di due decenni. Alcuni con piena consapevolezza, altri attratti dalle enormi possibilità offerte dal CLC; alcuni per allineamento ideologico e molti confusi dalla retorica libertaria di sponsor e portavoce. Furono realizzate le versioni cinematografiche dei libri di George Orwell e riprodotto Ritorno dall’URSS: Zero e Infinito, di André Gide, e Il Libro bianco della Rivoluzione ungherese, di Melvin Lasky, tra molti altri. La CIA applicò il principio dell’influenza diretta, principalmente nei settori culturali nordamericani, per coinvolgerli nei piani e propaganda anticomunisti, stimolando la disillusione nei confronti della politica culturale in campo socialista, sfruttandone al massimo errori e deviazioni. A tal fine fondarono e promossero reti di istituzioni per schermare le loro operazioni, sostennero congressi internazionali, crearono premi e concorsi letterari e finanziarono e comprarono giornalisti, media ed intellettuali, anche alcuni che non ne erano consapevoli. A differenza dello spionaggio, in cui l’attore è consapevole per chi lavora, nella guerra culturale un intellettuale, un artista, può riflettere nelle sue opere opinioni d’impatto sociale favorevoli ad interessi politici, senza sapere che è l’obiettivo di diverse forme d’influenza. Sull’artista si lavora sui valori e punti deboli, studiandone le caratteristiche psicologiche per poterlo manipolare adeguatamente per un certo scopo. Questa strategia fu perfezionata da team multidisciplinari che coprivano tutte le discipline artistiche: cinema, musica, arti visive, danza, letteratura, teatro, ecc. L’esperimento fu esteso nel tempo.
Quando la CIA aveva bisogno di un certo autore o artista, coscientemente o incoscientemente al suo servizio, l’intero grande apparato creato per la crociata culturale si attivava. Se era un libro, veniva pubblicato da una grande casa editrice e immediatamente promosso su grande scala. Per altri artisti, o per chi era dietro al successo, il segnale era chiaro: imitare il vincitore era la chiave, e questa strategia, in effetti, passò fortemente nell’URSS e nel campo socialista. 

Lotta culturale contro il Socialismo
Una delle prime serie televisive create con obiettivo da guerra culturale diretta fu Musica negli anni Venti, secondo la CIA questa serie doveva essere l’epitome del sogno americano per diminuire i sentimenti anti-americani degli anni ’60 e ’70 in Europa. La serie di Dallas, negli anni ’80, è un altro esempio. Nell’articolo intitolato Come Dallas vinse la guerra fredda di Nick Gillespie e Matt Welch della rivista Razón, gli autori affermano: “Era la caricatura alcol-es-sesso della libera impresa e dello stile di vita che si rivelò irresistibile non solo per gli statunitensi stanchi di stagflazione, ma per gli spettatori dalla Francia all’Unione Sovietica alla Romania di Ceausescu… .Dallas non era semplicemente uno show televisivo.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://libya360.wordpress.com/2019/03/15/the-cia-and-the-war-against-socialism/

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://aurorasito.altervista.org/?p=6050

Il socialismo non è di sinistra: parola di Jean-Claude Michéa

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Di Luca Bagatin

In molti avranno notato da tempo come la cosiddetta sinistra, sia italiana che europea, abbia abbracciato in toto la società di mercato, il capitalismo, la globalizzazione, il totale asservimento alle logiche dell'alta finanza, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale.

Tutti aspetti che, il socialismo di un tempo, mai avrebbe accettato, dichiarando apertamente che il capitalismo andava superato in nome della socializzazione dei mezzi di produzione da parte della classe operaia e del proletariato.

Oggi, peraltro, per quanto la classe operaia ed il proletariato siano mutati, assistiamo comunque alla presenza di un precariato diffuso in tutte le fascie d'età, ad una disoccupazione in aumento e endemica, a situazioni di nuove povertà che certo la sinistra italiana ed europea non tutelano. Anzi, sembrano addirittura incoraggiare il cosmopolitismo e la ricerca di una fantomatica “fortuna” all'estero.

Coloro i quali, in sostanza, credono ancora in una società libera ed egualitaria, ovvero in una prospettiva socialista, possono ancora definirsi “di sinistra” ?

La risposta è chiaramente no e ce la fornisce chiaramente l'ultimo saggio del filosofo orwelliano Jean-Claude Michéa, pubblicato in Italia da Neri Pozza e dall'emblematico titolo (che richiama alla memoria il celebre romanzo dello scrittore socialista Eugène Sue “I misteri di Parigi”), “I misteri della sinistra”.

Jean-Claude Michéa, filosofo francese con un passato nel Partito Comunista Francese e da tempo lontano da ogni appartenenza partitica, rileva innanzitutto – in Francia come altrove – la totale similitudine programmatica delle forze di destra e di sinistra, unite entrambe dai comuni valori del liberalismo capitalista, ovvero dell'egoismo sociale e del modernismo. Parlando in particolare della sinistra, Michéa rileva come questa abbia abbracciato in toto tesi capitaliste e progressiste, evidenziando come il concetto di “socialismo” e di “sinistra” non abbiano nulla in comune fra loro e a sostegno di ciò egli rammenta come Marx ed Engels, fondatori del socialismo scientifico, oltre che Proudhon e Bakunin, rappresentanti del mondo anarchico, non si siano mai definiti uomini “di sinistra”, ma anzi, lungi dal voler fondare un partito elettoralistico, si siano sempre tenuti lontani dalla sinistra parlamentare rappresentata dai liberal-progressisti borghesi e bottegai, che spesso hanno ostacolato il socialismo francese attraverso sanguinose repressioni, la principale delle quali quella condotta da Adolphe Thiers contro la Comune di Parigi del 1871.

La gran parte dei socialisti e degli anarchici dell'800, difensori dei diritti degli operai e dei proletari, in sostanza, si sarebbe guardata molto bene dal sostenere una fantomatica “unione delle forze di sinistra e progressiste”, scendendo così a compromessi con la borghesia sfruttatrice loro carnefice, che pur si contrapponeva alla destra reazionaria e clericale.

Da notare peraltro che anche l'Italia ebbe il suo Thiers in Francesco Crispi, in quale, tradendo la causa mazziniana e garibaldina operaista, diverrà – dai banchi della Sinistra Storica, sostenitore della causa monarchica e successivamente dell'imperialismo italiano bellicista in Africa e della repressione dei moti operai e socialisti in Sicilia, ovvero i cosiddetti Fasci siciliani.

Jean-Claude Michéa spiega che fu solo nel quadro del contesto del'affaire Dreyfus e solo di fronte alla minaccia di un colpo di stato di stampo monarchico, clericale e reazionario, che i settori operaisti e socialisti rappresentati nel parlamento francese accetteranno un compromesso - detto di “difesa repubblicana” - con i loro avversari della sinistra parlamentare. 


LA RIVOLUZIONE DEI GAROFANI E MARIO SOARES

I socialisti ricordano Mario Soares

Di Alberto Benzoni

Per chi valuti gli eventi storici non solo e non tanto in relazione alla loro importanza specifica ma in base al loro peso nell’immaginario politico della generazione che gli ha vissuti, la rivoluzione portoghese del 1974 e il suo consolidamento nell’ambito del socialismo europeo degli anni settanta rappresentano un fatto di portata capitale. Perchè ha infranto alcuni miti che, anche perchè mai soggetti precedentemente a verifica, erano diventati verità indiscusse. Perchè ha cancellato speranze antiche e recenti. E, nel contempo, perchè ha definitivamente fatto sparire antichi terrori.
Salazar, leader del regime fascista portoghese sconfitto da Soares
Il dittatore portoghese Salazar
Il Portogallo era stato il primo anello della catena dei fascismi latini, una condizione che non gli aveva impedito il perfetto inserimento nel sistema occidentale ricostruito dopo il 1945. E ora questo archetipo di un sistema che, con la dittatura dei colonnelli in Grecia sembrava estendersi irresistibilmente prendendo in tenaglia il nostro paese si dissolveva pacificamente al suono di una languida canzone d’amore e con offerte di fiori ai militari.
La dittatura dei colonnelli in Grecia
Il golpe greco del 1967
Le forze di sicurezza e le truppe inviate nelle colonie a puntellare il sempre più malfermo dominio portoghese non seguivano l’esempio dei parà francesi in Algeria; ma, al contrario, vedevano nel fallimento della loro missione la conferma del fallimento del regime che gliel’aveva affidata e la necessità del suo abbattimento. Circa un anno dopo, in Spagna lo schema del superamento pacifico sarebbe stato gestito dalle forze politiche; dagli eredi dei massacrati del 1936-39 (in una delle più feroci guerre di classe che la storia ricordi) e da quelli dei loro massacratori.
Per l’occidente, questa rivoluzione era una prima assoluta. Un’evidente anomalia che venne risolta, nell’immaginario collettivo della sinistra eliminando, per così dire, il fattore geografico per sostituirvi uno spazio immaginario che poteva appartenere ad altre epoche e ad altri continenti. Ecco, allora, la rivoluzione castrense, l’esercito alla guida del popolo, propria dei paesi sudamericani o magari anche mediorientali. Ecco la formula del 1917 con la triplice operai-contadini-soldati (anche con la piccola variante della preminenza del’ultimo elemento della triade…).
Ecco ritornare, in alternativa alla dittatura del partito comunista (e Cunhal era il perfetto rappresentante dell’ortodossia terzinternazionalista con socialfascisti annessi…) i marinai di Kronstadt, il potere dei soviet e dello spontaneismo di base, incarnato, ma non solo, da Otelho de Carvalho ). ed ecco, infine, riproporsi prepotentemente l’antitesi bolscevichi/menscevichi rappresentati, questi ultimi, da Mario Soares, che aveva pagato di persona decenni di opposizione alla dittatura salazariana.
La rivoluzione dei garofani: pace e socialismo per il Portogallo
Anche in questo, unitari erano i menscevichi: Soares più che disposto a collaborarre con Cunhal ma nel quadro del ristabilimento di una democrazia compiuta. Mentre i comunisti portoghesi prediligevano nettamente l’ipotesi di una forzatura rivoluzionaria, appoggiata dall’ala “rivoluzionarmente più cosciente“delle forze armate.
Un quadro aperto, nel 1974 e ancora nel 1975, ad ogni tipo di esito; il più probabile, almeno agli occhi degli osservatori esterni, essendo quello del ripetersi del ciclo radicalizzazione/repressione.
Su questa ipotesi, con intenti opposti, si muovevano, non a caso, americani e sovietici: Kissinger dando per persa la battaglia per uno sbocco pacifico della rivoluzione e apprestando, sin da allora, le ben note contromisure. Breznev, ansioso di successi in campo internazionale (già arruolati, a dimostrazione dell’avanzata irresistibile del campo socialista, improbabili partiti marxisti-leninisti nell’Africa australe oltre a Menghistu…) e quindi interessato non a moderare Cunhal ma a spingerlo oltre.
Palme, Kreisky, Brandt: socialismo, distensione e terzo mondo
Olof Palme, Bruno Kreisky, Willy Brandt
Decisivo, a questo punto, l’atteggiamento della sinistra europea: i socialisti che con i Brandt, i Palme, ma anche con i Mitterrand e i De Martino erano vitalmente interessati a fare del Portogallo un test in primo luogo dell‘internazionalismo socialista ma anche per l’auspicata unità delle sinistre e i comunisti interessati a veder materializzata, in Portogallo come altrove, la nascita dell’eurocomunismo. ipotesi, per inciso, cui lo stesso Soares era fortemente interessato; lo troveremo, non a caso, a fianco di De Martino nel comizio di chiusura della campagna elettorale del 1976, tutta segnata, almeno nei progetti del professore napoletano, dalla prospettiva della ricostruzione, sulla base di progetti politici comuni dell’unità tra Psi e Pci.
Internazionalismo socialista: dalla rivoluzione dei garofani all'Unione delle Sinistre
Il socialismo internazionale vinse completamente sul primo punto: gestione della crisi da parte dei partiti europei, sconfitta del settarismo e dell’avventurismo di Cunhal, ritorno ad una piena democrazia, superando l’ipotesi del partito della nazione incarnata dai militari. Nessun ricorso alla destra.
Ma fallì sul secondo. non bastando gli appelli e i tentativi di mediazione di De Martino e di Berlinguer ( appoggiati da Carrillo) a superare il blocco Mosca-Lisbona con il progressivo defilarsi di Marchais (due anni dopo, nel 1977, sarebbe stata definitivamente rotta l’Union de Gauche con il pretesto dell’insufficiente numero di nazionalizzazion previste da Mitterrand).
L'eurocomunismo sconfitto a Lisbona
I leader dell’eurocomunismo: Berlinguer, Carrillo, Marchais
Così, i socialisti rimanevano unici padroni del campo, assumendo la leadership della sinistra, e a sinistra dei comunisti, in Francia, Spagna e Portogallo e varando la grande stagione del “cambiamento della vita“.
Finito l’incubo del fascismo, in ritirata la destra tradizionale. L’orizzonte luminoso e la strada aperta: dietro l’angolo c’erano naturalmente i Reagan e le Thatcher ma nessuno sospettava che ci fossero…
I leader del socialismo mediterraneo
in quanto a Mario Soares nessun rinnegamento e nessun cinismo nell’esercizio del potere. Nessuna concessione alle mode intellettuali. Sarebbe rimasto sino alla fine della sua lunga vita l’esempio del galantomismo socialista e della semplice fedeltà ad un ideale.
Che la terra gli sia lieve.

LA RIVOLTA DI BUDAPEST DEL 1956, O DELLA RICERCA DEL 'SOCIALISMO UMANO' CONTRO IL FALLIMENTO DEL 'SOCIALISMO REALE'

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Di Salvatore Santoru

Oggi 24 ottobre 2016 ricorre il 60esimo anniversario della rivolta di Budapest(1), in cui migliaia di studenti manifestarono contro il regime filosovietico allora dominante nel paese magiaro(2).
La rivolta di Budapest fu animata perlopiù da studenti e attivisti politici che desideravano trasformare l'Ungheria in una nazione basata sull'adozione di un socialismo più 'libero' e 'umano' rispetto al fallimento del 'socialismo reale' di stampo sovietico, che in Ungheria come altrove si era dimostrato oppressivo e illiberale(3).
La rivolta fu repressa duramente da parte delle truppe sovietiche e costituì una forte spaccatura all'interno del mondo comunista e della sinistra(e non solo) occidentale, tra chi riteneva doverso difendere il dogmatismo autoritario e chi proponeva la creazione di un comunismo e socialismo dal volto realmente umano e libero.
Sulla rivolta, ci sono da segnalare due interessanti canzoni come "Poverty For All"(4) della band californiana melodic hardcore punk 'Ignite'(il cui cantante Zoli Teglas è di origine ungherese) e "Avanti Ragazzi di Budapest"(5), una canzone in italiano che è nota sopratutto per il suo utilizzo nell'estrema destra in funzione anticomunista e che fu coverizzata tra l'altro dalla band di 'rock identitario' Aurora(6), ma che al di là delle questioni ideologiche rimane comunque molto interessante.






NOTE:

(1)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/10/ricordando-la-rivoluzione-ungherese-del.html

(2)https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_ungherese_del_1956

(3)http://www.repubblica.it/esteri/2016/10/22/news/ungheria-150320989/

(4)https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=40605

(5)https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=9185&lang=it

(6)https://www.youtube.com/watch?v=jnBScYuv1NM

Il poeta Giacomo Noventa e il suo sogno politico di un "socialismo tricolore"

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Di Marcello Veneziani
Giacomo Ca' Zorzi, in arte Giacomo Noventa, era un poeta veneto e uno scrittore socialista, esaltò la Resistenza. Ma a suo dire la Resistenza popolare aveva un nemico ben oltre l'ultimo fascismo e l'ultimo nazismo: «l'indifferenza popolare italiana, dal Risorgimento in qua». Di lui Castelvecchi ha ristampato ora il breve saggio da cui sono tratte queste ultime riflessioni: Tre parole sulla Resistenza (pagg. 96, euro 9), già uscito da Vallecchi più di 40 anni fa con un saggio di Augusto del Noce, poi compreso nelle sue opere complete edite da Marsilio. Noventa separava la Resistenza dall'antifascismo che reputava speculare al fascismo stesso. Mazziniano, irredentista e interventista, Noventa fu ispirato da un'idea cristiana di redenzione sociale e nazionale, letteraria e religiosa. Divenne socialista tramite un suo originale percorso: dall'idealismo di Croce e Gentile a Marx e Gobetti, ma passando per de Maistre e per Pareto. Emarginato dalla cultura egemone, fu riscoperto da Del Noce e affiancato idealmente a Spirito e Prezzolini nel proposito di superare il fascismo e l'antifascismo. Noventa fu poeta dialettale - il suo nome d'arte era quello del suo paese d'origine, sul Piave - ma pur amando le culture, le lingue e le radici locali, fu un convinto fautore della rigenerazione nazionale d'Italia.
Noventa si oppose in solitudine agli «errori» della scuola torinese, gramsciana e laico-illuminista (di cui l'ultimo papa fu Norberto Bobbio). A cominciare dalla convinzione che i mali d'Italia risalissero alla mancata Riforma protestante e all'avvento della Controriforma. L'errore conseguente fu quello di ritenere il fascismo il prodotto barbaro di quel peccato originale: invece Noventa sostenne che il fascismo non fu un errore contro la cultura, ma un errore della cultura italiana e delle sue punte più avanzate. «Del fascismo - scriveva - è caduta la scorza, la polpa è soltanto più marcia, e il nocciolo è rimasto». L'antifascismo è un figlio marcio del fascismo. E Gramsci e Gobetti sono figli di Gentile. La Resistenza avrebbe dovuto, a suo dire, «chiamare a raccolta tutti gli italiani, anche i fascisti» avendo come nemici i disfattisti. Ma si rivelò un'occasione perduta. Il comunismo diventò l'antagonista della Resistenza, il suo «nemico intimo», anche se di fatto se ne appropriò come di una cosa sua.
Da qui prese corpo la sua proposta di un nuovo partito socialista che mettesse da parte la «boria antipatriottica» e «il complesso di superiorità verso il popolo italiano» e chiudesse con quel laicismo progressista che ha tramutato «la sua religione della libertà in libertà dalla religione», da ogni religione per riscoprire un socialismo spirituale e patriottico. Per lui, in polemica con Franco Fortini, il sentimento religioso è inestirpabile nel cuore dell'uomo. Annota il poeta: come l'uomo che non crede in Dio si fa egli stesso Dio, così lo Stato che non riconosce una religione a cui ispirarsi si afferma esso stesso come una religione. Dunque uno Stato moderno, laico, socialista, può ispirarsi a una visione religiosa, ma nella libertà, senza ricadere nella teocrazia. Il cattolicesimo, per Noventa, conserva una «gagliarda e ragionata ironia rispetto agli uomini di questo mondo, ne considera la generale mediocrità, e non crede nei mostri e negli eroi». Noventa critica il virtuismo, definizione che attinge da Pareto, ma nel suo caso usa per stigmatizzare il moralismo politico di chi trasforma gli avversari in nemici e stabilisce uno spartiacque etico tra il partito della virtù e il partito dei delinquenti. Nessun partito, dice il poeta, deve pretendere di essere il partito degli onesti, dei patrioti, degli amici del popolo; quello fu l'errore comune al fascismo e all'antifascismo. Il modo più efficace per combattere i corrotti, gli anti-italiani e i nemici del popolo è riconoscere gli onesti, i patrioti e gli amici del popolo che sono in ogni partito. Parole oggi più valide che mai...
Noventa auspicò un partito socialista tricolore, popolare e nazionale, cattolico e comunitario, che si ponesse al centro del quadro politico italiano al posto della Dc, sintetizzando destra e sinistra. Per certi versi il craxismo fu un esito inconsapevole di quella sua speranza; ma nel poeta c'era una tensione ideale, morale e religiosa assente nella Milano da bere degli anni Ottanta. Di questa sua «eresia» uscì poi un libro postumo da Rusconi.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.ilgiornale.it/news/cultura/noventa-e-sogno-infranto-socialismo-irreale-1075454.html

TITOLO ORIGINALE:"Noventa e il sogno infranto di un socialismo "irreale"

Karl Polanyi e la lezione sempre viva di un Socialismo non Marxista



http://www.circolorossellimilano.org/MaterialePDF/karl_polanyi_lezione_sempre_viva_socialismo_non_marxista.pdf

Karl Polanyi scrisse il suo libro più famoso, “La Grande Trasformazione” pubblicato in Italia da Einaudi nel 1938, mentre era riparato negli Stati Uniti come tanti intellettuali di origine ebrea della Mitteleuropa.








La tesi di Polanyi è che la deriva nazista nel cuore dell’Europa tra le due guerre sia stata originata dallo strapotere della dimensione economica sulle altre componenti della società, determinandone la totale lacerazione è conseguente deriva autoritaria. Rileggere alcune pagine del libro fa impressione: negli anni Venti, come oggi, l’economia era globalizzata e le banche di investimento dominavano i governi influenzandoli nelle loro politiche. Oggi appunto ci troviamo pericolosamente vicini alle condizioni di allora perché la politica è troppo debole, è rimasta ferma alla dimensione nazionale, mentre l’economia ha rotto i confini ed opera e ragiona su scala planetaria. Lo sviluppo armonico della società degli umani ha bisogno che la sua dimensione economica sia governata dalla politica nell’interesse generale attraverso un sistema di regole liberali e di solidarietà certe e capaci di evolversi nel tempo, in caso contrario la dimensione economico-finanziaria finisce per fagocitare se stessa e travolgere ogni cosa. La risposta di allora furono due guerre mondiali, l’autoritarismo e il retrocedere della dimensione economica alla sfera di azione della politica, la nazione. Oggi il mondo è in dovere di dare una risposta diversa, facendo salire la politica alla dimensione sovranazionale dell’economia. L’idea della Unione Europea, sfociata nella creazione dell’euro, nata dalle ceneri del disastro della Seconda guerra mondiale, è una risposta che si pone nel solco dell’analisi di Polanyi e della “globalizzazione” della politica. Unione Europea ed euro sono la giusta risposta della politica alla globalizzazione dei mercati, ma è una risposta ancora incompleta e che i politici europei stentano a perfezionare per mancanza di coraggio. Helmut Kohl lo scorso luglio ha ripreso la sua pupilla Angela Merkel su questo punto. Immemori della supplica di Keynes (“Le conseguenze economiche della pace”) sulla totale insensatezza della dimensione dei danni di guerra imposti alla Germania dopo la Prima guerra mondiale, i politici tedeschi hanno condannato la Grecia a una politica di austerità che ha aumentato anziché ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil, ottenendo il risultato opposto a quello auspicato con la diffusione della epidemia da “spread” man mano a tutti i paesi europei arrivando a colpire la Germania stessa. Molto tempo è andato perduto e quasi tutti gli errori sono stati commessi, ma l’Europa ha ancora nelle proprie mani il proprio destino. Abbiamo bisogno di uno scatto in avanti, di generosità, di più politica per salvare le nostre economie; l’unione monetaria va completata consentendo alla Bce di operare da prestatore di ultima istanza come le banche centrali di tutto il mondo e la politica monetaria e fiscale debbono diventare espansive per consentire alla economia di riprendersi. Solo allora le virtuose politiche di bilancio invocate dai tedeschi saranno applicabili e salutari; al contrario, se applicate nell’immediato porteranno alla disintegrazione dell’Euro e a una recessione mondiale di portata storica con conseguenze politiche nel solco dell’autoritarismo. Ci auguriamo che questa volta la “legge degli stupidi” brillantemente descritta dallo storico italiano Carlo M. Cipolla venga smentita: secondo lo storico gli stupidi sono le persone che fanno del male agli altri e contemporaneamente a se stessi, e le persone intelligenti sottovalutano costantemente il numero degli stupidi e l’entità dei danni che questi possono causare.

Le origini esoteriche e occulte del socialismo


Di Jean Vandamme 1


 Le origini massoniche del socialismo
 
Tutti coloro che dubitano di tale filiazione dovrebbero consultare il Dictionnaire de la Franc
-Maçonnerie («Dizionario della Massoneria»), pubblicato da Daniel Ligou (Parigi 1987). Quest'opera autorizzata è molto istruttiva. Da essa, apprendiamo che tra i numerosi massoni, che furono gli apostoli del socialismo, figurano: 

- Il conte de Saint-Simon (Claude-Henry di Rouvroy; 1760-1825). «Il fondatore del sansimonismo era stato iniziato nel 1786 alla Loggia "L'Olympique de la Parfaite estime", all'Oriente di Parigi e alla Società Olimpica» (pag. 1079);
- Pierre Leroux (1797-1871). «Filosofo, giornalista e scrittore socialista, tipografo, membro della Costituente del 1848 poi della Legislativa. Membro della Loggia "Les Droits de l'Homme", Oriente di Grasse» (pag. 695).
- Louis-Auguste Blanqui (1805-1881). Secondo il Dictionnaire de la Franc-Maçonnerie, il famoso teorico socialista fu «membro degli "Amis de la Vérité" ("Amici della Verità") intorno al anni 1830, e del "Temple des Amis de l’Honneur Français" ("Tempio degli Amici dell'Onore Francese") nel 1842» (pag. 141).


- Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865). Il padre del socialismo francese, prima amico e poi avversario di Karl Marx (1818-1883), venne iniziato «non senza avere esitato» per molto tempo «l'8 gennaio 1847, alla Loggia di Besançon "Spucar", come riportato anche nell'opera "De la justice dans la Révolution et dans l'Église" ("La giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa"; 1858). La sua iniziazione è celebre soprattutto per il fatto che Proudhon, alla terza domanda d'ordine, "Doveri dell'uomo verso Dio", rispose: "La guerra"»! (pag. 967).
- Louis Blanc (1811-1882). «Militante repubblicano, poi socialista, membro del Governo provvisorio del 1848, deputato di Parigi nel 1871, poi senatore. Blanc venne iniziato in esilio, alla Loggia "Les Sectateurs de Menés ("I Seguaci di Menés"), all'Oriente di Londra, prima del 1854, data nella quale gli venne conferito il 93º Grado del Rito di Memphis e Oratore del Supremo Consiglio di questo Grado» (pagg. 140-141).
- Mikhail Bakunin (1814-1876). «Il principe Mikhail Bakunin, anarchico russo, nato l'8 maggio 1814 a Premoukhino (oggi Kalinine), venne educato da un padre massone, un aristocratico liberale che sosteneva di avere assistito alla presa della Bastiglia [...]. Divenuto massone nel 1845 [...], Bakunin si era avvalso di questa qualità nel 1848, ma non si sa molto sulla sua iniziazione [...]. Giunto a Parigi nel 1844, frequentò Lamennais, George Sang, Michelet, Nicolas Herzon e il "Fratello" Louis Blanc» (pag. 102).
- Lenin (Vladimir Ilyich Ulyanov; 1870-1924). «Vladimir sarebbe stato iniziato alla Loggia "L'Union de Belleville", all'Oriente di Parigi, prima della guerra del 1914. Ma essendo andati perduti gli archivi di questa Loggia, non si possiedono tracce formali dell'appartenenza di Lenin alla Massoneria. Tutto ciò che si sa con certezza è che Ulyanov fu amico di "Montehus” (1872-1958), un cantante antimilitarista che, precisamente, era membro della Loggia "L'Union de Belleville" nello stesso periodo» (pag. 693). Sapete a chi si deve L'lnternationale, questo canto rivoluzionario diventato l'inno internazionale dei partiti socialisti e comunisti, e che fu anche l'inno sovietico fino al 1936? Ce lo dice il Dictionnaire de la Franc-Maçonnerie (pag. 954): ad un massone!
- Eugène Pottier (1816-1887), «anarchico francese, nato nel 1816, partecipò alle Rivoluzioni del 1830, del 1848 e del 1871. Fu sindaco del dipartimento dell'IIe sotto la Comune di Parigi. Condannato a morte, si rifugiò in Belgio, in Inghilterra e in America dove venne iniziato nel 1875 alla Loggia "Les Égalitaires" ("Gli Egualitari"), fondata a New York dai proscritti della Comune. Ritornato in Francia nel 1887, volle farsi regolarizzare affiliandosi alla Loggia parigina "Le Libre Examen" ("Il Libero Esame"), ma l'autore dell'Internazionale morì alcuni giorni dopo» (pag. 954). Di fatto, è attestato storicamente che Pottier compose nel 1871 la poesia che fu messa in musica da Pierre Degeyter (1848-1932) nel 1888 ed eseguita per la prima volta lo stesso anno per la festa dei lavoratori di Lille.




  Massoneria e comunismo

Anche se, come abbiamo visto, non si può affermare con certezza che Lenin fosse massone, una cosa è certa: tra la Massoneria e il socialismo radicale - il comunismo - non c'è vera opposizione. L'incompatibilità proclamata nel novembre 1922 al IV Congresso dell'Internazionale non deve ingannarci. In Francia, ad esempio, numerosi fondatori del giovane Partito Comunista erano massoni: 

- Ludovic-Oscar Frossard (1889-1946), Segretario generale del giovane Partito Comunista Francese, ma ostile alla «bolscevizzazione» del Partito, sconfessato dall'Internazionale a causa del suo atteggiamento al II Congresso del Partito Comunista Francese, e per il suo rifiuto della 22ª condizione di Mosca (il Kominternl'humanité vietò l'appartenenza alla Massoneria), si dimise il 1º gennaio 1923. Creò allora il Partito Comunista Unitario (PCU, che nel 1924 divenne, dopo fusione con altri gruppi dissidenti, l'Unione Socialista Comunista).
- André Morizet (1876-1942). Membro fondatore del Partito Comunista, fu ostile alla 22ª condizione di Mosca, che vietava l'appartenenza alla Massoneria di cui era membro (Grand'Oriente di Francia). Escluso dal Komintern nel gennaio del 1923, con Ludovic-Oscar Frossard, per le stesse ragioni, uscì dal Partito Comunista Francese ed entrò nell'l'Unione Socialista Comunista rimanendovi fino al 1927.
- Antonio Coen (1885-1956). Iniziato alla Gran Loggia, membro dell'ufficio del Partito Comunista, dal quale si staccò dopo il IV Congresso dell'Internazionale. Alcuni anni più tardi, divenne Gran Maestro della Gran Loggia di Francia.
- Zéphirin Camélinat (1840-1932). Tesoriere della Section Française de l'Internationale Ouvrière («Sezione Francese dell'Internazionale Operaia»; SFIO), si riunì ai maggioritari comunisti del Congresso di Tours nel 1920, e favorì la nascita del comunismo in Francia. Nel 1921, egli vendette le azioni del giornale L'Humanité, (fondato da Jean Jaurès), al Partito Comunista Francese. Nel 1924, fu candidato alle elezioni presidenziali, ed ottenne ventun voti sull'insieme dei deputati e dei senatori. Malgrado le condizioni di Mosca, fu la sola personalità del Partito Comunista Francese ad essere al tempo stesso membro del Komintern e della Massoneria.
- Charles Lussy (1883-1967). Fin dalle elezioni legislative del 1914, egli difese i colori della Section Française de l'Internationale Ouvrière. Dopo la Grande Guerra, entrò nell'Humanité, poi seguì la maggioranza del Partito di Jean Jaurès (1859-1914) nella sua adesione all'Internazionale comunista. Rimase nel Partito Comunista per due anni. All'inizio del 1923, Lussy lasciò il Partito Comunista Francese, e dopo una breve parentesi con l'Unione Socialista Comunista, tornò al Partito Socialista.
- Marcel Cachin (1859-1958). Padre fondatore del Partito Comunista, direttore del giornale L'Humanité, fu iniziato alla Massoneria nella Loggia La Concorde Castillonnaise.
- Antoine Ker (1886-1923). Sostenitore della III Internazionale, assistette, nel dicembre 1920, al Congresso di Tours e venne eletto nel Comitato Direttivo del Partito Comunista. Collaborò all'Humanité e a La Vie Ouvrière («La vita operaia»), e venne incaricato di curare i rapporti tra il Partito Comunista Francese, il Partito Comunista Tedesco e l'Internazionale. In questa cornice, andò a Mosca. Rimase in collegamento col Partito fino alla sua morte, ma «si sarebbe dimesso» dalla Massoneria.



Ma ce ne sono tanti altri, come Ho Chi Min (1890-1969), il liberatore-oppressore comunista del Vietnam. Nel n° 256 della rivista L'Histoire, Jacques Dalloz - che ha dedicato un'opera a tale questione - scrive: «Alcuni vietnamiti venuti in Francia, soprattutto per studiare, si fecero iniziare a Parigi o nelle città universitarie del Sud. Tra essi, il futuro Ho Chi Min. All'inizio dell'anno 1922, il giovane comunista si presentò per l'iniziazione alla Loggia della capitale "La Fédération Universelle" ("La Federazione Universale"), raccomandato dall'incisore Roger Boulanger […]. Nel dicembre dello stesso anno, la IV Internationale condannò la Massoneria, "un'istituzione segreta della borghesia radicale": un paradosso che non sembrò disturbare affatto il futuro dirigente vietnamita […]. Nell'agosto 1945 […], altri massoni andarono al potere, come Hoang Minh Giam, che i responsabili francesi consideravano a quel tempo l'eminenza grigia di Ho Chi Min, e che partecipò ai suoi governi per molti anni […]. La fine della guerra in Indocina portò un nuovo colpo alla Massoneria locale. Già moribonda, la Fratellanza tonchinese si spense col passaggio al comunismo del Nord Vietnam. L'installazione del nuovo regime portò - come negli altri Paesi comunisti - alla scomparsa della Massoneria. In questo caso, l'iniziazione di Ho Chi Min non fece alcuna differenza» 5. Tutto porta dunque a pensare che tra comunismo e Massoneria si è prodotto un movimento simile a quello che Goodrick-Clarke constata tra il nazismo e le Logge: sia un affrancamento progressivo dalla loro tutela, e in seguito un'ostilità, o addirittura una persecuzione di queste società di pensiero, considerate - a buon diritto - come il fermento di altre ideologie concorrenti.

Ci si può chiedere, dunque, per quale motivo le Logge abbiano suscitato ideologie contrapposte, col rischio, nelle loro forme radicali, di una persecuzione degli stessi massoni. Tenteremo di dare una spiegazione a questo dilemma alla luce di testi massonici sull'argomento.

  L'unità fondamentale di tutti i «Fratelli»

Ma - diranno gli scettici - come spiegare l'esistenza di certe obbedienze massoniche nei Paesi capitalisti che si sono dichiarate più volte ostili al comunismo? Ciò dimostrerebbe che i massoni non hanno una visione globale dell'avvenire dell'umanità. Ogni obbedienza lavorerebbe unicamente per conseguire gli scopi della nazione alla quale appartiene. Errore! Un testo fondante come le Costituzioni di Anderson (1723) proclama che riunendo gli uomini di tutti gli orizzonti la Massoneria persegue lo scopo di diventare «il centro d'unione e lo strumento per stringere un'amicizia sincera tra gli uomini che altrimenti sarebbero rimasti continuamente estranei».

L'obiettivo è noto: l'instaurazione di un Governo Mondiale. Ciò è rivelato da quell'altro testo fondamentale che è il Discorso di Ramsay (1737): «I nostri antenati, i crociati (i Templari; N.d.R.), vollero riunire in una sola fratellanza gli individui di tutte le Nazioni. Quale obbligo abbiamo verso questi uomini superiori che hanno immaginato un'istituzione il cui unico scopo è la riunione degli spiriti e dei cuori per renderli migliori e per formare col passare del tempo una Nazione Spirituale in cui, senza derogare ai diversi doveri che esige la diversità degli Stati, si creerà un Popolo nuovo che, riunendo numerose nazioni, li cementerà attraverso i legami della virtù e della scienza».

  Ideologie «opposte» come strumenti di «progresso»

Importa poco se questi uomini, una volta usciti dalle Logge, siano appartenuti a partiti politici o persino a Paesi antagonisti. Una volta reclutati, avranno avuto in comune certi principî che hanno fatto sì che, pur combattendosi tra loro, hanno collaborato alla Grande Opera, vale a dire all'edificazione della civiltà massonica mondiale. Un simile modo di procedere è efficace: si chiama dialettica. Non sono io a dirlo, ma Oswald Wirth (1860-1943), uno dei teorici ufficiali della Massoneria: «Il due è il numero del discernimento, che procede per analisi, stabilendo incessanti distinzioni sulle quali nessuno potrebbe basarsi. Lo spirito che nega di fermarsi in questa via si condanna alla sterilità del dubbio sistematico, all'opposizione impotente, alla contestazione continua [...]. Il due rivela il tre, e il Ternario non è che un aspetto più intelligibile dell'unità. La Tri-unità di ogni cosa è il mistero fondamentale dell'iniziazione intellettuale. Il massone, che orna la sua firma con tre punti in forma di Triangolo, lascia intendere che sa riportare, attraverso il Ternario, il Binario all'unità. Si si è realmente elevato all'altezza del punto che domina gli due altri, non si perderà mai nelle vane discussioni, perché percepirà senza difficoltà la soluzione che si sprigiona da un dibattito contraddittorio. Giudicando dall'alto senza il minimo pregiudizio e in tutta libertà di spirito, otterrà la luce dallo scontro dell'affermazione e della negazione» 6.

tesi antitesi e sintesi - processo triadico 

Ecco dunque chiarita la filosofia massonica: di due tesi (o di due forze) opposte, si utilizza la risultante che farà avanzare la causa. Avrete notato, en passant, l'analogia profonda con l'ideologia marxista. Nel libro Idéalisme et matérialisme dans la conception de l’Histoire («Idealismo e materialismo nella concezione della Storia»), il socialista Jean Jaurès rivendica la filiazione del socialismo dai sistemi filosofici massonici di Immanuel Kant (1724-1804) 7 e di Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) 8, considerati come tali dai massoni:

- Per Kant, lo sapete tutti, il problema filosofico consiste espressamente nel trovare la sintesi delle affermazioni contraddittorie che si presentano allo spirito dell'uomo: l'Universo è limitato o infinito? il tempo è limitato o infinito? La serie delle cause è limitata o infinita? Tutto è sottomesso all'universale e inflessibile necessità, o c'è spazio anche per la libertà delle azioni umane? Tante tesi e antitesi, negazioni e affermazioni, tra i quali lo spirito esita. Lo sforzo del filosofia kantiana è tutto nella soluzione di queste contraddizioni, di queste antinomie fondamentali.
- Infine è Hegel ad enunciare la formula di questo lungo lavoro, dicendo che la verità è nella contraddizione: coloro che affermano una tesi senza opporgli una tesi opposta errano e sono schiavi di una logica ristretta e illusoria. 



Credo sia inutile ricordare agli adepti la dottrina di Marx, il quale è stato un discepolo intellettuale di Hegel: lo dichiara lui stesso, lo proclama nella sua introduzione al Capitale; sembra che anche Friedrich Engels (1820-1895), per alcuni anni, a causa di quella tendenza che porta l'uomoil capitale - das kapital che ha vissuto per molto tempo in un luogo a ritornare verso le sue origini, si sia applicato nello studio approfondito di Hegel. Una sorprendente applicazione di questa formula dei contrari la si trova in Marx il quale constata «l'antagonismo delle classi, lo stato di guerra economica, che oppone la classe capitalista alla classe proletaria […]. Secondo la vecchia formula di Eraclito che Marx ama citare ("La pace è solamente una forma, un aspetto della guerra; la guerra è solamente una forma, un aspetto della pace"). Non bisogna opporre l'uno all'altro: ciò che oggi è lotta, domani sarà l'inizio della riconciliazione. Il pensiero moderno dell'identità dei contrari (che i massoni definiscono "coincidentia oppositorum"; N.d.T.) si ritrova ancora in quest'altra concezione ammirevole del marxismo: "L'umanità è stata condotta fin qui, per così dire, dalla forza inconscia della Storia […]. Ebbene, quando sarà realizzata la rivoluzione socialista, quando l'antagonismo delle classi sarà cessato, quando la comunità umana sarà in possesso dei grande mezzi di produzione secondo i bisogni conosciuti e constatati dagli uomini, allora l'umanità verrà stata strappata al lungo periodo d'incoscienza in cui cammina dai secoli, spinta dalla forza cieca degli avvenimenti, ed entrerà nella nuova era in cui l'uomo anziché essere sottomesso alle cose regolerà l'andamento cose […]. Per Marx, questa vita incosciente è la condizione stessa e la preparazione della vita cosciente di domani, e così è ancora la Storia si incarica di risolvere una contraddizione essenziale. Ebbene, mi chiedo se non si può, se non si deve, senza mancare allo spirito stesso del marxismo, spingere oltre questo metodo di conciliazione dei contrari, di sintesi dei contraddittori, e cercare la conciliazione fondamentale del materialismo economico e dell'idealismo applicato allo sviluppo della Storia» 9.

Dopo questa lettura, non ci si può trattenere dal pensare che il socialismo si è adeguato alla dialettica massonica e l'ha sistematizzata ed interpretata in modo particolare ed esclusivo. Notiamo, en passant, l'analogia profonda del pensiero massonico e di quello socialista per via del loro carattere messianico, prometeico e olista. Sottolineiamo anche il loro obiettivo comune: l'unità e l'autonomia dell'umanità. Tuttavia, se, nelle righe precedenti, Jaurès illustra il concetto di dialettica marxista, ignoriamo ancora quello della dialettica massonica.

  Ordo ab chao, o la finalità dello Stato totalitario

Ed ecco un primo chiarimento. Commentando il motto massonico Ordo ab Chao («L'ordine a partire dal caos»), l'illustre massone René Guénon, rivela che, in realtà, le organizzazioni opposte vengono utilizzate come la «materia» dagli «Alti Iniziati» per farle concorrere alla Grande Opera: «Menzioneremo ancora, senza insistere oltremodo, un altro significato di un carattere più particolare che del resto è legato abbastanza direttamente a quello che abbiamo appena indicato, perché si riferisce tutto sommato allo stesso campo: questo significato si rifà all'uso, per farli concorrere alla realizzazione dello stesso piano d'insieme, di organizzazioni esterne incoscienti di questo piano, e apparentemente contrapposte le une alle altre, sotto un'unica direzione "invisibile" che è essa stessa al di là di tutte le opposizioni. In sé stesse, le opposizioni, grazie all'azione disordinata che producono, costituiscono certamente un tipo di "caos" meno apparente; ma si tratta precisamente di usare questo stesso "caos" prendendolo in qualche modo come la "materia" sulla quale si esercita l'azione dell0 "spirito" rappresentato dalle organizzazioni iniziatiche di ordine l'elevato e più "interiore" alla realizzazione dell'"ordine" generale, come, nell'insieme del "cosmo", tutte le cose che sembrano opposte tra loro non sono realmente, in definitiva, che elementi dell'ordine totale» 10.


Note

1 Traduzione dall'originale francese Les racines occultistes du socialisme a cura di Paolo Baroni. Scritto reperibile alla pagina web
http://christroi.over-blog.com/article-les-racines-occultistes-du-socialisme-44013000.html
2 Nel suo Dictionnaire critique de l’ésotérisme («Dizionario critico dell'esoterismo»), J.-P. Laurant precisa alla voce «René Guénon» (pagg. 576-578): «Guénon è nato nel 1886 a Blois. Di formazione scientifica, si dirige poi verso la filosofia. Durante lo stesso periodo, frequenta diversi ambienti occultisti tra cui l'Ordine Martinista di Papus e la Chiesa Gnostica Universale di Jules Doinel (1842-1902), di cui René Guénon ne sarà vescovo e dirigerà la rivista di questa "chiesa", "La Gnose", dal 1909 al 1912. Egli frequenta anche alcune Logge massoniche tra cui la Loggia Humanidad e la Loggia Thébah, emanazione della Gran Loggia di Francia. Egli frequenta anche il mago Papus, pseudonimo di Gérarde Encausse (1865-1916). Nel 1912, Guénon inizia alcuni studi di filosofia e nel 1917 viene abilitato all'insegnamento della filosofia. Insegna particolarmente a Sétif e a Blois. Contrariamente ai suoi contemporanei, non cerca di essere un caposcuola. Fin dai suoi primi libri, egli rigetta la modernità e il positivismo. Deluso dall'accoglienza riservata alle sue opere negli ambienti cattolici, Guénon parte in viaggio nel 1930 alla conquista dell'India, ma si installa in Egitto dove convertito all'islam, diventa Abdel Wahid Yahia e sposa la figlia di uno sceicco sufi. Muore in Egitto nel 1951. Egli ha avuto al tempo stesso un'influenza considerevole sia negli ambienti tradizionalisti (in cui si professa la gnosi "tradizionale"; nota di VLR) e massonici, ma anche negli ambienti artistici e letterari».
3 Cfr. J. Robin, René Guénon, Témoin de la Tradition («René Guénon, testimone della tradizione»), Ed. Guy Trédaniel, Chaumont 1986, pag. 275.
4 Sulla rivista Événement, di giovedì 4 novembre 1993, il giornalista Serge Faubert intitola il suo articolo Derrière la magie et l’irrationnel… l’extrême droite et l’affairisme. Enquête sur le mystérieux Groupe de Thèbes («Dietro la magia e l'irrazionale… l'estrema destra e l'affarismo. Inchiesta sul misterioso Gruppo di Tebe»). Si apprende che:
1) Uno dei pilastri del Gruppo di Tebe è Christian Bouchet, cantore del nazionalismo rivoluzionario, co-fondatore del gruppuscolo nazista Unité Radicale. «Esegeta di Crowley, Bouchet è anche il suo discepolo. È membro dell'Ordo Templi Orientis (OTO), l'obbedienza fondata dal mago inglese».
2) «Il Gruppo di Tebe intrattiene relazioni familiari col Grand'Oriente di Francia: all'epoca di una prima riunione tenuta anche nei locali del Grand'Oriente di Francia, Christian Bouchet, si era distinto per una brillante esposizione sulla… magia sessuale».
3) Un altro pilastro del Gruppo di Tebe è Jean­Pierre Giudicelli: «Giudicelli è un'autorità nei circoli esoterici [… ]. Egli dirige la sezione francese del Myriam, un'obbedienza luciferina il cui l'insegnamento fà leva sulle pulsioni sessuali degli adepti [...]. Questo corso, che ha passato la quarantina da un pezzo, simpatizza per gli indipendantisti del FLNC, ed è anche un fascista di sempre: ex Ordine Nuovo, egli ha fatto parte del gruppo neofascista Terza Via fino alla fine degli anni '80».
4) il Gruppo di Tebe intrattiene relazioni amichevoli con la Loggia Memphis-Misraïm, «un'obbedienza massonica che rivendica ben 7.000 membri, di cui 1.000 in Francia».
5 Cfr. J. Dalloz, Un certain Ho Chi Minh... in L’Histoire, n° 256, luglio 2001.
6 Cfr. O. Wirth, La Franc-Maçonnerie rendue intelligible à ses adeptes («La Massoneria resa intelligibile ai suoi adepti»), vol. I (L'Apprendista), Parigi 1986, pag. 199.
7 Sul massonismo di Kant, nel suo Dictionnaire de la Franc-Maçonnerie (pag. 659), Daniel Ligou scrive: «Il grande filosofo non è mai stato membro di una Loggia. Ma ha avuto numerose amicizie massoniche tra cui quella del suo editore Johan Jacob Kanter, e del suo esecutore testamentario Wasianski, entrambi, come lui, di Königsberg. Si può anche sostenere che questo grande pensatore sia stato un massone senza grembiule».
8 Sul massonismo di Hegel, si consulti con interesse lo studio pubblicato dal Grand'Oriente di Francia. Meno sicuro, il Dictionnaire de la Franc-Maçonnerie  (pag. 565) afferma: «Hegel, il grande filosofo tedesco, probabilmente non è mai stato massone, ma ha dedicato all'Ordine "Les Lettres à Constant", un'opera pubblicata pro manuscripto dalla Loggia "Quatuor Coronati", Oriente di Bayreuth. Oggi, questo libro è molto conosciuto nelle Logge tedesche, ma non è mai stato tradotto in francese».
9 Cfr. «Idéalisme et matérialisme dans la conception de l’histoire: conférence de Jean Jaurès et réponse de Paul Lafargue», pagg. 6-7, 1895.
10 Cfr. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation («Cenni sull'iniziazione»), Parigi 1985, pag. 292.

11 Secondo la nuova destra pagana francese (GRECE), «l'umanità sarebbe alla fine di un ciclo della cosmogonia tradizionale, e non servirebbe a nulla tentare di salvare i pezzi del vecchio mondo, giacché il nuovo mondo sorgerà solamente dalle rovine. Solo un'élite nutrita di Guénon e di Evola passerà da un ciclo all'altro per diventare il fermento di un ordine nuovo» (cfr. J.-Y. Camusi-R. Monzat, Les droites radicales et nationales en France, pag. 484).

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