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L'Odio, antico trucco usato dal Potere per il controllo sociale



Di Fausto Carotenuto

E' impressionante come sia facile far accettare qualsiasi cosa dopo aver infatuato una massa di persone lanciandola contro qualcuno.
In Italia si è creato un nemico “casta”, ma non perchè fosse corrotta. Quello per certi oscuri poteri certo non è un problema... Lo si è fatto solo per bloccare con campagne di odio le libere coscienze e per favorire una “supercasta” che quella casta ormai inutile ai suoi disegni mondialisti voleva eliminare…
I nazisti condizionarono un intero popolo con l'odio per gli ebrei, trasformandolo per qualche anno in una macchina di morte.
Gruppi oscuri islamici, spinti da centrali internazionali, alimentano da decenni l’odio per l’Occidente nelle masse islamiche, generando schiere di fanatici.
La minaccia terrorizzante islamica, così costruita, genera campagne di odio emergenziale in occidente contro islamici, immigrati, ecc…
E si possono fare nuove guerre con il sostegno delle masse.Non si scherza con l'uso dell'odio.

Uno dei metodi principali per il controllo delle masse è  proprio quello dell'odio. Importante per condizionare e contemporaneamente enorme ostacolo alla costruzione di una societá armoniosa, basata su coscienze libere. Veramente capaci di fare il bene e di dare del filo da torcere agli antichi poteri di dominio.
Odiare fa male prima di tutto a chi odia: toglie serenità, lucidità, libertà...
In politica e nella società ci vogliono soluzioni intelligenti ed energiche dettate dal coraggio dell'Amore. Diffondere idee, conoscenze, consapevolezza, verità, libertá. Giustizia, anche inflessibile. Ma accompagnata da vera compassione...
Alle onde di odio nelle quali ci vogliono coinvolgere opponiamo la ricerca della consapevolezza ed una genuina voglia di Bene, per tutti.

Fonte:http://coscienzeinrete.net/spiritualita/item/2135-l-odio,-antico-trucco-del-potere-da-dissolvere-con-un-consapevole-amore

Bullismo e cyberbullismo in crescita:lo studio della Sun


Il bullismo è una forma di abuso di potere. Il 60 per cento dei bulli rischia, in età adulta, di diventare un delinquente, di avere esperienze carcerarie, e di fare uso di droghe e di alcol. Ma a preoccupare di più, perché in continua crescita, è il fenomeno del cyberbullismo: secondo uno studio presentato oggi a Napoli il 30% dei ragazzi intervistati dichiara di esserne già stato vittima.

Le nuove tendenze in fatto di bullismo sono emerse nel corso di un incontro a Città della Scienza promosso dal progetto Label, Laboratori su antisocialità, bullismo ed educazione alla legalità nella scuola, organizzato in collaborazione con la Seconda Università di Napoli e l'Osservatorio regionale sul bullismo dell'Ufficio scolastico regionale della Campania. Label nasce per volontà dell'Usr della Campania e cerca di offrire strumenti per fronteggiare il bullismo ad insegnanti e personale della scuola.

Il fenomeno è trasversale: in tutte le scuole di ogni ordine e grado gli atti di bullismo tra maschi e femmine sono in crescita. Emergono però negli ultimi anni anche nuove forme come il cyberbullying e l'omofobico. Dallo studio sul bullismo presentato da Dario Bacchini, professore di Psicologia dello Sviluppo della Sun di Napoli, emergono diversi dati preoccupanti: "Abbiamo parlato con 4.760 bambini e ragazzi delle scuole regionali delle classi IV elementare, II media, II superiore e V superiore - spiega Bacchini - Abbiamo posto loro alcune domande per comprendere bene reazioni, stati d'animo, e soprattutto quanti sono gli atti di bullismo nelle nostre scuole. Ed è venuto fuori che l'atto di bullismo è un sistematico abuso di potere. I bulli hanno fiancheggiatori, vogliono sottomettere le vittime e quasi sempre ci sono delle modalità di intervento specifiche per maschi e femmine. Un atto di bullismo porta sempre a conseguenze psicologiche sia per le vittime che per prepotenti".

Dal rapporto emerge che i bambini e i ragazzi intervistati spesso non raccontano né di essere vittime né di compiere atti di bullismo. Il 19 per cento dei maschi dice di essere stato almeno una o due volte vittima di atti violenti, così come il 23 per cento delle ragazze. Le modalità sono diverse: nella sfera maschile il bullismo si manifesta con la violenza fisica (calci e pugni), l'esclusione dal gruppo è quasi sempre legato a quella femminile. "Il dato più allarmante - aggiunge Bacchini - è che il 30% dichiara di essere già stato coinvolto in atti di cyberbullismo. La rete, soprattutto in età di scuola media e superiore, è un'arma dalla quale è difficile difendersi".

"Questa nuova frontiera del bullismo è a noi veramente poco nota - spiega l'assessore all'Educazione del Comune di Napoli, Annamaria Palmieri - va studiata e compresa. Ed è anche giusto ricordare che non sempre fenomeni violenti si verificano in contesti disagiati, anzi si verificano più casi proprio nelle classi medio alte. Il ruolo fondamentale lo deve sempre svolgere la famiglia, ma anche la scuola deve saper rispondere".

Fonte:http://interno18.it/attualita/32263/dal-bullismo-al-cyberbullismo-fenomeno-crescita-presentato-dalla-sun

USA:riflessioni sulla società della violenza



Di Massimo Mazzucco

Ho provato a scrivere un articolo sul massacro della scuola elementare, ma ad ogni tre righe mi tornavano in mente le parole di Robert Kennedy:

"Ogni volta che la vita di un americano viene spezzata senza motivo da un altro americano, ogni volta che viene lacerato quel tessuto vitale che un altro uomo ha così dolorosamente e faticosamente intrecciato, per se stesso e per i suoi figli, ogni volta che questo accade l'intera nazione ne resta umiliata."

Mi dicevo: "sono le armi". Ma poi pensavo che le cose non sono così semplici: non sono le armi ad uccidere, sono gli uomini che uccidono altri uomini. L'arma è soltanto lo strumento, ...

... che esiste all'interno di un paradigma nel quale è lecito togliere la vita ad un altro essere umano, se soltanto credi di avere il diritto di farlo.

Nel momento in cui si accetta questo paradigma si accetta la cosiddetta società della violenza, che viene propagandata e replicata a tutti i livelli, reali e mediatici, coscienti e subliminali, per 365 giorni all'anno.

Dice sempre Robert Kennedy: "Eppure sembriamo tollerare un livello crescente di violenza, che ignora sia la nostra comune umanità che le nostre pretese di civiltà. Accettiamo tranquillamente reportage giornalistici di civili massacrati in terre lontane. Glorifichiamo le uccisioni sugli schermi del cinema e della TV, e lo chiamiamo “intrattenimento”.

Nel momento in cui l'uccisione di un altro essere umano viene in qualche modo giustificata, diventa molto facile giustificare un gesto simile da parte nostra, per il quale saremo sempre pronti a trovare mille alibi, mille scuse e mille giustificazioni.

Due settimane fa un bianco in Florida ha ucciso un ragazzo nero a pistolettate alla stazione di servizio, solo perché si rifiutava di abbassare la musica dalla sua autoradio. Quando la polizia lo ha arrestato, ha detto di aver sparato perché "gli sembrava di aver visto un fucile sul sedile dell'auto di quel ragazzo". Si era quindi sentito minacciato - ha detto - ed ha sparato prima che gli altri sparassero a lui.

"Quando insegni ad un uomo ad odiare e temere suo fratello, quando insegni che l'altro è inferiore a causa del suo colore o per quello in cui crede, o per le sue idee politiche, quando insegni che quelli diversi da te minacciano la tua libertà, il tuo lavoro, la tua casa o la tua famiglia, allora impari anche ad affrontare gli altri non come concittadini ma come nemici, impari ad essere accolto non con collaborazione ma con sopraffazione, impari ad essere soggiogato e reso schiavo.

Alla fine impariamo a guardare ai nostri fratelli come estranei. Estranei con cui condividiamo la città ma non la comunità, persone legate a noi dal luogo in cui vivono, ma non da un intento comune. Impariamo a condividere solo una paura comune, un comune desiderio di allontanarci l'uno dall'altro, una spinta comune a rispondere al disaccordo con la violenza. La nostra vita su questo pianeta è troppo breve, il lavoro da fare è troppo grande, per permettere che questo sentimento si diffonda ancora, in questo nostro paese. "

Nel suo discorso alla nazione, Obama ieri ha detto che "a questo punto bisogna fare qualcosa, al di là delle divisioni politiche", e si riferiva certamente alla legge che regola il porto d'armi negli Stati Uniti.

Ma nuovamente, non sarà una legge a risolvere il problema, perché esattamente come sono gli uomini che uccidono gli altri uomini e non lo fanno le armi, così non sono le leggi che possono risolvere i problemi degli uomini, possono farlo soltanto gli uomini stessi.

"Di certo non si può cancellare il problema con un programma, nè con una legge. Potremmo però ricordarci, almeno una volta, che coloro che vivono con noi sono nostri fratelli, e condividono con noi lo stesso breve istante di vita. Che essi desiderano, come noi, solo la possibilità di vivere la propria vita, con motivazione e felicità, conquistando ogni soddisfazione e ogni realizzazione possibile."

Fonte:http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4139

Dalla macelleria all'Olocausto, il passo è breve

Ripubblico questo interessantissimo articolo apparso sul quotidiano " la Stampa" il 9/6 del 2003 e già postato su questo blog il 24/8/2011.
Di Jacopo Iacoboni

L'ORIGINALE SAGGIO DI UNO STUDIOSO AMERICANO DELLA SHOAH: MOLTI CAPI NAZISTI VENIVANO DALL'INDUSTRIA ALIMENTARE


Magari sarà un caso, e comunque: Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz, possedeva un macello e un negozio di macelleria; Willi Mentz, uno dei più feroci guardiani a Treblinka, era stato mungitore di vacche; Kurt Franz, ultimo comandante di Treblinka, era stato macellaio come Karl Frenzel, fuochista prima a Hadamar poi a Sobibor; e Heinrich Himmler, il pianificatore della Shoah, fece le prove generali «eugenetiche» nel suo allevamento di polli.

Diceva Theodor Wiesengrund Adorno: «Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali». Qualcuno l'ha preso molto sul serio.

Quel qualcuno è un professore di nome Charles Patterson, docente alla Columbia University di New York e alla International School for Holocaust Studies di Gerusalemme.

La sua tesi è semplice quanto provocatoria, vista l'equazione che contiene, e paradossale, considerati gli esiti ai quali potrebbe condurre: il mattatoio americano primonovecentesco - pianificazione meccanizzata dell'uccisione di mucche, vitelli, maiali per l'industria alimentare - è l'antecedente, storico teorico e forse anche simbolico, della Shoah.

Quando si stabilisce che una specie (l'uomo) è «padrona» di un'altra (gli animali) si sono già poste le basi teoriche e pratiche per affermare, di lì a non molto, che una razza è superiore a un'altra. Patterson promette: questo libro «prende in esame come, nei tempi moderni, l'uccisione industrializzata di animali e uomini si sia intrecciata e come l'eugenetica americana e i macelli automatizzati abbiano attraversato l'Atlantico e trovato terreno fertile nella Germania nazista».

Ma insomma: la sensibilità animalista può spingersi fino a sostenere che il massacro degli animali (nei mattatoi) è il modello dello sterminio degli ebrei (nelle camere a gas)? È anche solo concepibile avvicinare l'uccisione di un uomo e quella di un animale? Chi risponde di sì lo fa per l'irresistibile malìa del politically incorrect e la devastante ambizione di revisionare tutto, compresa la logica?

La risposta richiede la lettura di un libro compilato con ampio apparato di documenti, concepito con spirito evidentemente non antiebraico, elaborato, anzi, utilizzando spesso citazioni da Torah e Talmud.

Già il titolo, Un'eterna Treblinka (sottotitolo: «Il massacro degli animali e l'Olocausto», Editori Riuniti, pp. 321, euro 16), riprende contenuto e spirito di un racconto di Isaac Singer, L'uomo che scriveva lettere. Lo scrittore ebreo annota: «Si sono convinti che l'uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno».

Ecco, è possibile provare l'assunto? Patterson sottolinea che tanti dirigenti nazisti si erano fatti le ossa nell'industria alimentare.
Ricorda che l'americano più stimato da Hitler, Henry Ford, trovò l'idea della catena di montaggio proprio andando a visitare un mattatoio.

Documenta come la precisione burocratica di certi stabilimenti del male tipo Treblinka era stata mutuata dall'efficiente catena escogitata nelle fabbriche per l'uccisione seriale dei vitelli.
Quindi, annota che moltissimi dei sopravvissuti alla Shoah, avendo sviluppato «una vista ai raggi X» per la sofferenza altrui, sono diventati fondatori di Ong ambientaliste oppure impegnati animalisti.

E dedica un lungo excursus a una suggestione cruciale in Isaac Singer, quell'avversione per la macellazione che diventa fondamento per una nuova, più mite e meticcia convivenza umana.
Basta questo per porre l'equazione «antianimalismo=antiebraismo»?

In Genesi c'è scritto: «Dio diede all'uomo il dominio su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (e ci sono ambientalisti convinti che queste «fatali parole» abbiano determinato il corso distruttivo della civiltà occidentale).
Ma la Torah stabilisce che gli animali si riposino durante lo Shabbat, e Isaia profetizzava: «Chi macella un bue è simile a chi uccide un uomo».
Fonte: LaStampa del 9/6/2003 p 29


27 GENNAIO/ Giornata della Memoria: abbiamo imparato la lezione?

Di Giacomo Cangi

Il 27 gennaio si ricorderanno, giustamente, le atrocità commesse dal nazi-fascismo nei campi di concentramento, e le leggi razziali che, anche se molti non lo vogliono ricordare, non furono fatte solo in Germania ma anche in Italia. Si ricorda in definitiva cosa è capace di fare l'uomo ai suoi fratelli quando si crede superiore. Ma da dove viene questo antico pensiero del “popolo superiore”? La risposta vi potrebbe stupire…

arbeitCome diceva il filosofo tedesco Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno: "Dopo Auschwitz non si può più fare poesia". E probabilmente aveva ragione e sarebbe stato così se solo questa giornata fosse ricordata come meriterebbe. Perché ormai da parecchi anni sembra che non si possa dire quello che è successo perché “bisogna proteggere i bambini” o “fa troppa impressione”.
Con questo atteggiamento si uccidono per la seconda volta i sei milioni di ebrei, zingari, omosessuali e prigionieri politici che persero la vita nei campi di concentramento. Di conseguenza non si sa bene cosa successe, per esempio, a Birkenau. Nessuno parla della massa enorme di capelli tagliati alle prigioniere, degli occhiali ammucchiati e delle foto che ritraggono i volti dei prigionieri, coscienti di quella che sarà la loro fine, tutto materiale che oggi custodisce il museo di Auschwitz.
Se solo tutti quanti vedessimo queste cose, ci sorgerebbe spontaneamente una domanda:perché?
Perché c'era chi pensava che la propria razza, la propria cultura, fosse superiore. Questo tipo di discorso è incredibilmente moderno, si pensi per esempio alla pretesa dell'occidente di occidentalizzare i paesi islamici, come se non avessero una propria antichissima cultura anche loro. Ma quand'è che un popolo disse per la prima volta di essere superiore rispetto gli altri cioè cominciò quella lunga strada che porterà ai campi di concentramento?
Può essere paradossale, ma è stato proprio il popolo ebreo. Sono gli ebrei i primi a definirsi “il popolo eletto da Dio” loro e loro soltanto. Appare chiaro allora come a questo punto possa partire il discorso ”Se il mio popolo è l'unico eletto da Dio, allora il tuo che è diverso è inferiore al mio”. In un certo senso si può dire che a fondare il razzismo è lo stesso popolo di Israele.
Non è molto diverso il discorso per le altre due grandi religioni monoteistiche: il cristianesimo e l'islam. A differenza del giudaismo, queste due hanno sempre cercato di espandere il proprio credo a un numero più amplio possibile di credenti. Ma in che modo?
Convertendo gli altri popoli, e non solo con le preghiere ma anche con la forza. Si pensi per esempio alla “notte di San Bartolomeo” cioè la notte fra il 23 e il 24 agosto 1572 in cui i cattolici uccisero fra i cinque mila e i trenta mila ugonotti. Nascono così le guerre di religione, combattute fra due fazioni che si fanno portatrici di valori che credono giusti per tutti e, di conseguenza, il nemico che ha un altro codice di valori non è considerato neanche una persona ma un infedele, un essere inferiore.
Ma sbagliano, ebrei, cattolici e mussulmani che siano. Perché nessuno dei tre riesce a capire che i cosiddetti valori “universali” non esistono. Ogni persona e, qualche volta, ogni popolo ha dei propri valori che può condividere al suo interno. Ma ritenerli i “valori giusti” è quanto di più totalitario si possa pensare. Ogni persona, ogni cultura ha la propria sensibilità, la propria storia, il proprio modo di vedere la vita e la morte, le proprie istituzioni, le proprie tradizioni.
Ma nessuna è quella “giusta”, sono tutti orientamenti diversi ed ugualmente legittimi. Non esistono culture inferiori e culture superiori, ieri come oggi: il popoli di Israele non era superiore in quanto “eletto da Dio”, gli ugonotti non erano inferiori rispetto ai cattolici, gli ebrei non erano inferiori rispetti agli “ariani”, l'occidente non è superiore rispetto all'islam.
Se solo avessimo imparato a vedere e rispettare tutto ciò che è diverso dal nostro e dargli la stessa dignità, si sarebbero evitati milioni di morti. Invece siamo ancora qui a pensare che il nostro sia “il migliore dei mondi possibili” e a fare la guerra a chi per sesso, etnia, credo, orientamento sessuale, sensibilità e modo di vedere il modo è diverso da noi. Evidentemente i campi di concentramento non ci hanno insegnato un bel niente.