Il mistero dell'Arte

giu 3, 2015 0 comments
Di Gabriele Porta
Di tanto in tanto è come una voce.
Qualcosa di lontano, che apre una finestra direttamente su quell’oscurità che sembra non avere mai tregua.
Come sprofondare all’interno del nostro Sé.
Come da bambini ci si perde in speranze smarrite e, quando ogni alito sembra spegnersi, arriva una visione. In un quadro, magari, appeso e dimenticato in lunghi corridoi di musei pietrificati. Ma, alle spalle di quei tormenti che ci portiamo dietro da bambini, improvvisamente si fa strada un tremito. È la salvezza che giunge dai Maestri-Magi.
L’arte è il singulto che si apre la via per una resurrezione dallo spasmo. Non saremo mai soli finché ci sarà un Botticelli o un Caravaggio da osservare. Melencolia I. Appunto.
Nulla e nessuno può andare nella deriva dell’oblio, insieme possiamo cogliere quell’acqua discendere sul viso. Nessuno torna indietro, dicevano. Non è vero, basta una Cavalcata dei Magi per tornare dagli Dèi. 
È sufficiente tuffarci come quell’uomo a Paestum si getta senza ritorno. 
Il Divino vuole tutto. 
Gli artisti ci accompagnano 
e ci aprono il sentiero 
che sembrava umbratile…
Più l’uomo coltiva le arti, meno fotte.
Si ha un divorzio sempre più sensibile fra lo spirito e il bruto.
Soltanto il bruto fotte bene, e chiavare è il lirismo del popolo.
Chiavare, è aspirare ad entrare in un altro, e l’artista non esce mai da se stesso.
(Charles Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo,
Adelphi, 1983)
Quella espressione d’infernale ironia era forse accresciuta dal contrasto degli occhi brillantissimi, incastonati d’argento, con la patina di un verde nerastro di cui il tempo aveva coperto tutta la statua. Quegli occhi lucenti producevano una certa illusione di viva realtà, […] la statua costringeva coloro che la guardavano a calare gli occhi.
(Prosper Merimée, La Venere d’Ille, in Italo Calvino, Racconti fantastici dell’Ottocento,
Mondadori, 1983)
L’arte non descrive, perché non è in rapporto diretto con gli oggetti sensibili appartenenti al tessuto generale della rappresentazione, non ha con essi un collegamento naturale, omogeneo. Alle cose sensibili piuttosto essa ritorna, le ritrova, alla fine, per altre vie, venendo da una regione, e una mediazione, che ci è sconosciuta. La forma sensibile che si presenta nell’arte non è un punto di partenza, ma di arrivo.
(Giorgio Colli, Dopo Nietzsche,
Adelphi, 1979)
Il mare è la metafora di quel fondo da cui risale il flusso di immagini archetipiche che ammaliano come sirene chiunque si esponga alla loro azione.
(Patrizia Lorenzi, Nel segno della lontananza, in Anima,
Moretti e Vitali, 2000)
No, non posso più occuparmi di arte moderna. È troppo brutta. Perciò non voglio più saperne… I miei pazienti dipingono quadri simili a quelli degli artisti moderni: quando ci si trova in uno stato caotico, tutte le forme si dissolvono… Nella misura in cui si esprime una tensione verso ciò che è primario, quest’arte può avere un valore positivo. Ma la dissoluzione esige una sintesi. A me preoccupano sempre i cumuli di macerie, le rovine di ciò che è stato, i tentativi infantili di mettere mano al nuovo.
(William Mc Guire e R.F.C. Hull, Jung parla, L’inferno dell’iniziazione,
intervista a J.P.Hodin, Adelphi, 1995 – II ed. 1997)
Il divino Platone […] dice che l’amore non è soltanto una passione che sorge nelle anime ma sostiene che esso è un démone, di cui racconta l’origine e come e donde nacque.
(Plotino, Amore o Eros, in Breviario, III 5, 1,
a cura di Claudio Marcellino, Rusconi, 1997)
L’arte, la più seria e la più convulsa, è ascetismo, distacco dalla vita. E nell’artista […] il distacco dalla vita attuale prende origine o dall’impotenza a pascersi dell’apparente immediatezza, del torbido fluire del presente, facile preda per i volgari, dalla rinunzia a essere protagonista nell’azione, dall’inventare un’immagine e un’emozione sostitutiva, oppure dal disprezzo e dall’orrore per l’abisso dell’esistenza palpitante, da un disgusto d’istinto e da un pessimismo di fronte allo slancio espressivo delle configurazioni vitali. Nell’arte l’aspetto dell’allontanamento è quello decisivo, rivelatore.
(Giorgio Colli, Dopo Nietzsche,
Adelphi, 1979)

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