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Quel tè cancerogeno dalla Cina che viene venduto anche in Europa

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Di Michele Crudelini
“La Cina è ora il secondo più grande partner commerciale dell’Unione europea”. Così afferma orgogliosamente il sito della Commissione europea nella sezione dedicata, appunto, al gigante asiatico.

Gli scambi tra Cina e Ue crescono di anno in anno

Bruxelles è fiera di questo rapporto commerciale che migliora di anno in anno. Poche righe più in basso si può leggere come la Cina sia “la più grande fonte di importazioni al mondo nell’area dell’Unione” e per favorire ancor di più questa relazione i due attori stanno lavorando da quattro anni a questa parte ad un Investment Agreement. Lo scopo è di favorire un libero accesso agli investimenti da entrambe le parti. Si sta dunque assistendo, come in qualsiasi processo di globalizzazione, ad una riduzione spaziale della distanza fisica tra due soggetti (Cina e Unione europea) con l’obiettivo di velocizzare e facilitare gli scambi commerciali.
Chi giudica il fenomeno della globalizzazione in chiave esclusivamente positiva descriverà quest’eventualità come un traguardo per la libertà d’iniziativa delle persone. Senza restrizioni costrittive da parte di enti, quali gli Stati, gli individui possono così esercitare liberamente la propria iniziativa. Qualsiasi fenomeno complesso, globalizzazione compresa, racchiude però in sé elementi contraddittori. In questo caso, per esempio, l’errore sta nell’interpretazione della parola “libertà” in termini assoluti. Quando si parla di globalizzazione, infatti, la libertà riguarda quasi esclusivamente l’aspetto economico della vita. E nel caso Ue-Cina si parla appunto di libertà commerciale.

Una confessione choc che mina la credibilità dei controlli europei

Purtroppo quando due soggetti si relazionano su aspetti prettamente economici l’interesse di entrambi sarà quello di massimizzare il proprio profitto. “Business is business” è la massima della cultura imprenditoriale e proprio come nel proverbio il business non guarda in faccia a nessuno, solamente a se stesso. Così si viene a scoprire che quella relazione commerciale tanto esaltata dalla Commissione europea ha invece un lato negativo per la salute di tutti i cittadini europei.
Lo ha rivelato un ex manager dell’industria agroalimentare francese, Christophe Brusset, all’interno del libro “Siete pazzi a mangiarlo!”, uscito nell’ottobre 2016 ed edito da Piemme. Il manoscritto rappresenta una sorta di confessione/denuncia fatta dall’autore contro l’industria dell’agroalimentare francese, ed in generale europea, che avrebbe chiuso più di un occhio sulla qualità delle importazioni cinesi proprio in nome del business sopracitato.
“Per quasi vent’ anni ho lavorato per grandi aziende del settore agroalimentare, molto note e tutte ampiamente fornite di certificazioni e marchi di qualità, ma la cui etica era solo di facciata. Per queste società, il cibo non ha nulla di nobile: si tratta unicamente di un business, di un mezzo per fare soldi, sempre più soldi. Potrebbero fabbricare altrettanto bene, o altrettanto male, pneumatici o computer”, così parla Brusset all’interno del libro, delegittimando in un colpo solo tutte le certificazioni di qualità che hanno rassicurato fino ad oggi i cittadini europei.

Il tè verde cinese imbottito di pesticidi e venduto liberamente in Europa

Nel libro ci sono poi esempi concreti come quello che riguarda il tè verde cinese. Si legge infatti come ben 300 tonnellate di questo tè, contenenti pesticidi ben al di sopra della soglia consentita, siano passate indenni ad un controllo dei funzionari francesi dell’antifrode. Come fu possibile? “La cosa più importante era non contrariare la Cina, perché continuasse a comprarci un po’ di aerei e non bloccare alle frontiere il vino francese, le auto tedesche e il formaggio olandese. Il problema era noto a tutti in Europa, ma nessuno voleva innescare una guerra commerciale con un partner così potente e irascibile”.
Voilà la spiegazione. 300 tonnellate di tè potenzialmente dannoso hanno dunque potuto circolare liberamente all’interno dell’Unione europea. Questo tè verde è stato comprato da cittadini europei, è arrivato nelle loro case, è finito sulle loro tavole ed è stato infine ingerito da uomini, donne e bambini.

Una rivelazione che mette tutti a rischio

Il libro parla di 300 tonnellate di tè, ma viene ora più di un sospetto circa i controlli effettuati da tutti gli Stati dell’Unione europea e c’è da chiedersi quanti prodotti cinesi potenzialmente nocivi siano liberamente in vendita in Europa. Tutti i Paesi del Vecchio Continente sono a rischio, Italia compresa. Una preoccupazione che aumenta se si guardano i dati sulle relazioni commerciali tra Cina e Italia.
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