L’economia iraniana non crolla per un solo motivo. È una miscela di cattiva gestione, corruzione e sanzioni che da anni indebolisce la classe media e allarga il numero dei poveri. La guerra di giugno ha accelerato queste tendenze: nei sei mesi successivi, il rial avrebbe perso oltre il 40 per cento del suo valore e l’inflazione sarebbe salita fino al 60 per cento. Quando la moneta perde credibilità, il Paese si spezza in due: chi può proteggersi convertendo e spostando capitali, e chi resta prigioniero dei prezzi. È lì che la protesta smette di essere episodica e diventa identitaria.
Il blocco del programma nucleare e la percezione di un ridotto margine negoziale sul fronte delle sanzioni hanno alimentato la fuga di capitali. È un meccanismo politico prima che finanziario: se gli attori economici pensano che la pressione esterna aumenterà e che lo Stato non potrà alleggerire la stretta, investono altrove. E lo Stato, per compensare, stringe ancora: controlli, restrizioni, razionamenti di fatto. È il circolo vizioso che trasforma la crisi economica in crisi di legittimità.
La guerra economica come moltiplicatore: tariffe e isolamento dei partner
A complicare il quadro si aggiunge la dimensione esterna. Donald Trump ha annunciato una tariffa del 25 per cento sui beni provenienti da qualsiasi Paese che faccia affari con l’Iran. È una sanzione di secondo livello travestita da politica commerciale: non colpisce solo Teheran, ma costringe anche altri a scegliere, mettendo sotto pressione relazioni economiche che coinvolgono Paesi come Cina, India, Russia, Turchia e Iraq. Sul piano pratico significa più rischio, più costi, più assicurazioni, più intermediazioni, quindi meno scambi e più caro-vita.
Per l’Iran, la posta è il petrolio. Anche senza un’azione militare diretta, una strategia fatta di bombardamenti limitati e interdizione delle esportazioni energetiche può mettere in ginocchio un’economia già fragile. Il punto è che la piazza iraniana, in questo scenario, non è solo un fenomeno interno: diventa un fattore dentro una più ampia pressione economica, e quindi un elemento della guerra per procura combattuta con strumenti finanziari, logistici e normativi.
Valutazione militare: intervento possibile, esiti incerti
Trump ha dichiarato sui social network che gli Stati Uniti sono “armati e pronti” a intervenire per “salvare” i manifestanti da una repressione violenta. A Teheran questa frase viene letta non come solidarietà, ma come cornice narrativa. Il rischio evocato da Nasr è che la protesta serva a giustificare un’azione militare, con richiami a precedenti dove la protezione dei civili è stata usata per legittimare l’uso della forza.
Il parallelo con la Libia è istruttivo: l’idea della “responsabilità di proteggere” può trasformarsi in un grimaldello politico. In Iran, però, l’effetto potrebbe essere opposto a quello desiderato da chi vuole il cambio di regime: l’attacco esterno tende a ricompattare la società attorno allo Stato, almeno nel breve periodo, spostando l’asse da “contro il governo” a “contro l’aggressore”.
Tre opzioni, tre rischi: colpire siti, colpire apparati, colpire i vertici
Un intervento mirato su siti militari avrebbe probabilmente scarso impatto sulla gestione dell’ordine pubblico e potrebbe dissolvere le proteste, trasformandole in mobilitazione patriottica. Un attacco più ampio contro le forze di sicurezza che reprimono le manifestazioni implicherebbe operare nelle aree urbane e aumenterebbe il rischio di vittime civili, con un doppio risultato possibile: o la piazza si ritira per paura, o il Paese precipita in una dinamica di guerra interna.
L’ipotesi di colpire i vertici politici e militari è la più spettacolare ma anche la più imprevedibile. Eliminare decisori non significa automaticamente aprire uno spazio democratico; può invece consegnare il controllo a strutture ancora più rigide o a una lotta interna tra apparati. Il cambio di regime non è un interruttore: è un processo, e spesso è un processo sanguinoso.
Il fattore Transnistria? No: qui la “zona grigia” è dentro le città
A differenza di altri teatri dove le “zone grigie” sono territori contesi, in Iran la zona grigia è la città stessa: la convivenza instabile tra una società stanca e un apparato che teme il collasso ma teme anche l’invasione. Questo rende difficile qualsiasi calcolo occidentale. Perché un’azione esterna, anche limitata, può cambiare la psicologia collettiva più di quanto cambi la capacità operativa del regime.
Lettura geopolitica e geoeconomica: l’Iran stretto tra due minacce
Un altro elemento che pesa, secondo l’analisi riportata, è la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti il 3 gennaio. L’idea che circola a Teheran è inquietante: si può colpire il capo e lasciare in piedi la struttura di potere, imponendole di sottomettersi o di essere strangolata economicamente. Non serve occupare, non serve “costruire una nazione”, basta controllare i nodi: finanza, esportazioni, trasporti, accesso ai mercati.
Applicato all’Iran, lo scenario temuto è una strategia in più atti: colpi di precisione contro la guida suprema e i principali decisori, sequestro di petroliere in mare, interdizione delle esportazioni petrolifere e poi una lista di richieste: rinuncia ai programmi nucleari e missilistici, riduzione dell’autonomia strategica, apertura forzata sulle risorse. È la geoeconomia come forma moderna di coercizione: non ti conquisto, ti rendo ingovernabile finché accetti.
La risposta iraniana: deterrenza di necessità e negoziato senza arretrare
Di fronte a questi scenari, il 6 gennaio il Consiglio di Difesa iraniano ha rivisto la posizione strategica e ha annunciato la possibilità di “misure preventive” in presenza di segnali oggettivi di minaccia. È un modo per dire: il costo esiste. Anche se Teheran sa che un attacco preventivo contro obiettivi statunitensi in Medio Oriente potrebbe aprire una guerra che non vuole e che potrebbe segnare la fine del regime, non può permettersi di apparire priva di opzioni. La deterrenza, in questi momenti, è soprattutto comunicazione.
Il 12 gennaio l’Iran ha detto di essere pronto al conflitto ma anche pronto a negoziare. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rivendicato la preparazione militare “più che nella guerra precedente”, mentre Trump ha parlato di “opzioni molto forti” e di un incontro organizzato con funzionari iraniani, aggiungendo però che gli Stati Uniti “potrebbero dover agire” prima, a seconda di come si sviluppano le proteste. Tuttavia, le linee rosse restano: Teheran sostiene che riprenderebbe un negoziato serio solo se Washington ritirasse la richiesta di interrompere l’arricchimento dell’uranio.
La piazza come detonatore, non come soluzione
Il nodo, alla fine, è che la protesta iraniana non può essere letta soltanto come una dinamica interna. È anche un detonatore possibile in uno scontro più ampio. La vera minaccia per Teheran, in questa lettura, non è solo ciò che i manifestanti possono ottenere da soli, ma ciò che altri potrebbero fare usando la protesta come legittimazione.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://it.insideover.com/politica/inflazione-disoccupazione-e-fuga-di-capitali-la-spirale-che-impoverisce-e-radicalizza-liran.html
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