Non sono le bombe, ma poco ci manca: Donald Trump ha annunciato nella sera italiana che ogni Paese che farà affari con la Repubblica Islamica dell’Iran pagherà un dazio aggiuntivo del 25% sui commerci con gli Stati Uniti.
I dazi di Trump come arma di guerra economica
Un colpo durissimo tramite la leva delle sanzioni secondarie per demolire la base di consenso attorno a Teheran nei giorni in cui le autorità del Paese stanno affrontando le dure proteste di piazza nate dai bazar ed estesesi a rivolte nazionali.
Mentre i morti si contano a centinaia e mentre il regime si divide tra l’ala oltranzista della repressione a tutto campo e lo schieramento del presidente Masoud Pezeshkian, che cerca forme di compromesso, Washington cala il colpo. Ed è di quelli che potenzialmente possono fare male. Trump non ha specificato se le manovre sanzionatorie americane si applicheranno, in forma di extra dazi, alle imprese private o a quelle governative, ma la differenza è relativa: l’Iran, dopo anni di sanzioni e la ripartenza dell’assedio economico occidentale dopo il fallimento dell’accordo sul nucleare del 2015, ha rapporti con l’estero soprattutto per la fornitura di materie prime energetiche.
Iran, l’export dipende dall’energia
Nel 2024 l’export di petrolio, a 43 miliardi di dollari, e quello di gas naturale, a oltre 7 miliardi, rappresentavano una voce importante dei circa 112 miliardi di dollari di export complessivi di Teheran, che vantava partner importanti come Turchia (sul gas), Cina, India, Pakistan (petrolio) e, inoltre, forniva su licenza tecnologia militare alla Russia. Tutto questo per non citare i rinascenti scambi col Golfo e le opportunità di scambio verso l’Asia Centrale.
Ebbene, con la mossa di Trump su tutto questo cala una pesante cappa. La mossa è di quelle potenzialmente dannose per l’Iran: si pongono i suoi partner di fronte a un’alternativa estremamente pesante, ovvero il rischio di perdere l’accesso al mercato americano a condizioni più favorevoli se si sceglierà di dialogare con Teheran. Questa mossa serve anche all’opinione interna statunitense: dopodomani la Corte Suprema decide dei dazi imposti da Trump a partire dal Liberation Day del 2 aprile 2025. Trump giustifica con una legge del 1977 sulla sicurezza economica nazionale l’uso dei dazi (come leva contro l’emergenza del deficit commerciale) e dunque chiamando in causa il dossier Iran questo richiamo può apparire, ai suoi occhi, più consolidato.
L’assedio economico di Trump all’Iran
Washington ha negli anni espulso sostanzialmente Teheran dagli scambi internazionali, portato l’Iran fuori dal sistema Swift, sostenuto con le sanzioni il tracollo del rial e contenuto gli sbocchi dell’export energetico iraniano. Le sanzioni hanno contribuito, assieme al malgoverno, al peggioramento del quadro economico iraniano.
Ora la mossa mira al definitivo soffocamento della Repubblica Islamica togliendo a Teheran le linee di rifornimento. Essa arriva proprio mentre l’Iran si era detto pronto a trattare sul nucleare in extremis per evitare un attacco americano contro le installazioni del regime impegnate contro le proteste: una mossa funzionale a mettere la pistola sul tavolo prima di ogni negoziato o un rifiuto sostanziale dell’offerta iraniana? La mossa di Trump è ambivalente, ma segna un cambio di passo: per gli Usa, dunque per i titolari del dollaro e i principali ordinatori degli scambi internazionali, commerciare con Teheran è ufficialmente un fattore potenzialmente dannoso per i partner economici di Washington. L’avvertimento sembra essere soprattutto alla Cina, che acquista energia dall’Iran. E segna un passo in avanti nella partita a scacchi lanciata da Trump per l’ordine globale.

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