Geopolitica dell’IA: tra infrastrutture, falsi miti e nuova competizione globale. Intervista ad Alessandro Aresu

gen 10, 2026 0 comments


Alessandro Aresu è un noto analista geopolitico e consigliere scientifico della rivista Limes. Ha all'attivo diverse pubblicazioni con autorevoli testate e riviste nazionali e internazionali, tra cui Le Grand Continent. Inoltre, ha lavorato con diverse istituzioni, tra cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero degli Affari Esteri e l’Agenzia Spaziale Italiana. 

È autore di numerosi saggi, tra cui Le potenze del capitalismo politico (2020), Il dominio del XXI secolo (2022) e il recente Geopolitica dell’intelligenza artificiale (2024).


1- Nel suo nuovo libro, "Geopolitica dell'Intelligenza Artificiale", critichi le 'visioni apocalittiche' diffuse nel dibattito pubblico e ritiene l'IA come “insieme di macchine, componenti, dati e capitali” piuttosto che di una mente autonoma. Quanto questa visione cambia il modo in cui dovremmo pensare alle politiche pubbliche sull’IA?  

Ciò che chiamiamo "intelligenza artificiale", oltre che un'espressione inventata 70 anni fa sulla base di una storia filosofica, logica e matematica precedente, è una serie di prodotti resi possibili da algoritmi, dati, infrastrutture di calcolo. Attualmente “intelligenza artificiale” è anzitutto il sistema Blackwell di NVIDIA, cioè 1,2 milioni di componenti, 130.000 miliardi di transistor, 2 miglia di cavi di rame, quasi 2 tonnellate di peso, migliaia di imprese coinvolte direttamente e indirettamente per la sua realizzazione. L'aspetto delle infrastrutture, e quindi l'industria dei semiconduttori e il suo ecosistema allargato, è stato senz'altro l'elemento più sottovalutato per comprendere il funzionamento di questa fase tecnologica e dei suoi prodotti. L’approccio che ho portato avanti nei miei vari scritti sulla competizione tra Stati Uniti e Cina consente di correggere la prospettiva, e di considerare quanto le supply chain industriali e le capacità di alcune aziende siano essenziali per questi processi, e, a cascata, quanto lo siano anche le competenze delle persone che costruiscono e che rendono possibili queste infrastrutture, e quali siano i riflessi politici di questa trasformazione.

2- Considerando le decisioni statunitensi sul controllo delle esportazioni di chip e le verifiche sulle vendite di hardware avanzato, come valuta l’approccio statunitense attuale nei confronti della Cina in tale settore?


Rimando per ulteriori approfondimenti ai miei libri, visto che il tema è presente fin da “Le potenze del capitalismo politico” del 2020, ma in sintesi il problema attuale è che gli Stati Uniti sono profondamente divisi su questo tema: NVIDIA e altre aziende fanno una enorme azione di lobbying politico perché si permetta di vendere i suoi prodotti (anche se non tutti) alla Cina, mentre per altri esponenti imprenditoriali e istituzionali degli Stati Uniti, farlo è come vendere armi avanzate all’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Nel mentre la Cina, che non dispone ancora di sistemi allo stesso livello di quelli di NVIDIA, continua il suo percorso di crescita nell’ecosistema.   



3- Secondo lei, la competizione USA-Cina sull’IA rischia di favorire una vera e propria corsa agli armamenti tecnologica o invece, al contrario, potrebbe stimolare forme di cooperazione sui potenziali rischi globali?


Viviamo già in una corsa agli armamenti tecnologica e questo continuerà a essere lo scenario di base, con una maggiore attenzione per le infrastrutture, gli usi industriali, l’energia. Qualche significativo incidente potrebbe però portare il discorso anche ai rischi globali, su cui comunque ci saranno alcune collaborazioni tra imprese, laboratori, governi.

4- La Cina ha investito massicciamente in infrastrutture tecnologiche e talenti: quali sono i punti di forza e i limiti della strategia di Beijing rispetto a quella statunitense?


Il principale limite della Cina rispetto agli Stati Uniti è finanziario: la capacità finanziaria statunitense è soverchiante rispetto a quella cinese. Un altro limite è che la capacità di attrazione dei talenti globali della Cina è stata trascurabile, almeno finora, rispetto a quella statunitense. 

Questi sono punti di debolezza. La Cina ha molti altri punti di forza, come ho sottolineato anche nel mio libro “La Cina ha vinto”: la capacità di formare il proprio capitale umano su una scala gigantesca, i miglioramenti negli articoli scientifici non solo in termini quantitativi ma anche qualitativi, l’enorme capacità manifatturiera e la volontà di applicare la tecnologia a usi industriali, la robotica, l’infrastrutturazione energetica.

5- Qual è il ruolo che l’Europa può giocare in questa competizione globale? È destinata a rimanere 'eterna spettatrice' o può emergere come terzo polo e potenziale potenza tecnologica alternativa a Washington e Pechino? 


L’idea che l’Europa possa essere un “terzo polo”, come ho sostenuto fin dal mio libro del 2020, viene avanzata senza alcuna consapevolezza dei fatti reali, dal punto di vista demografico, industriale, tecnologico, politico. Si tratta di un’idea dannosa e controproducente e chi ne parla non è intellettualmente onesto. L’Unione Europea ospita una porzione ridotta della popolazione mondiale e, al contrario degli Stati Uniti, è arretrata nelle sue capacità industriali nei vari super-cicli della tecnologia che abbiamo vissuto dagli anni ’90 (personal computer, diffusione di Internet, social media, smartphone). Ci sono enormi potenze demografiche come l’India, Paese più popoloso del mondo, e poi ci sono economie asiatiche, a partire dalla Corea del Sud, che occupano posizioni importanti nel mondo digitale. 

È vero che in Europa esistono aziende importanti, come i campioni nati nell’Ottocento o all’inizio del Novecento, ancora essenziali per la filiera chimica e dei gas, o campioni più recenti come ASML dei Paesi Bassi, azienda che tuttavia – come ho spiegato ne “Il dominio del XXI secolo” del 2022 – ha un legame strettissimo con la filiera statunitense e ha come clienti i grandi produttori asiatici. 

Per migliorare la posizione dell’Europa, dimentichiamo proprio l’idea di “terza forza” e concentriamoci su aspetti più concreti: abbandoniamo discorsi su prospettive false come il cosiddetto “Effetto Bruxelles”, costruiamo una reale consapevolezza del funzionamento delle supply chain e miglioriamo la posizione europea sui talenti, le imprese e i capitali. 

6- L'Italia potrebbe contribuire strategicamente alla filiera globale dell’IA? Se sì, in quali settori (ricerca, produzione, regolazione ecc)?  


In misura limitata, visto che abbiamo un ruolo nella filiera della tecnologia minore rispetto a Paesi come la Corea del Sud e che abbiamo meno capitali delle monarchie del Golfo. Abbiamo invece una buona formazione di base, visto che scienziati italiani da decenni negli USA, come Poggio e Perona, sono punti di riferimento per discipline come la computer vision. Quando avremo più grandi imprese, come EssilorLuxottica, che partecipano alla filiera tecnologica per le competenze manifatturiere che hanno sviluppato, allora potremo avere un ruolo maggiore. Altrimenti, non lo avremo, se non con miglioramenti ai margini.

Sostengo l’azione di attori come AI4I, con cui collaboro, che ha identificato correttamente la dimensione dell’uso industriale dell’IA come elemento essenziale per l’Italia e ha già organizzato a Torino conferenze con i principali esponenti della disciplina, a partire da Bill Dally, uno dei personaggi del mio libro “Geopolitica dell’intelligenza artificiale”. 



7- Al di là del catastrofismo, quali ritiene essere i rischi reali e immediati legati all’IA?


Il rischio generale è che, come è già avvenuto coi social media, le persone credano che invece di studiare e andare a scuola all’università, basti usare questi prodotti per informarsi e ragionare. Questo senz’altro mi preoccupa. Poi mi preoccupa la posizione di alcuni luoghi, come l’Europa, di sostanziali “sudditi tecnologici” ma, come ho detto, per invertire la rotta bisogna migliorare nei reali fattori del sistema, i talenti, le imprese e i capitali.  



8- Crede possibile raggiungere una governance internazionale dell’IA efficace che vada oltre le logiche di competizione e rivalità geopolitiche? Se sì, quali sarebbero le precondizioni?


Lo trovo improbabile. Non esiste in astratto la “governance dell’IA” ma esistono le diverse capacità industriali e dei fattori che ho indicato di cui dispongono i vari attori internazionali. Inoltre, non può esserci una “governance dell’IA” senza un ordine internazionale che funzioni meglio e in cui ci siano istituzioni maggiormente legittimate e questo ordine non c’è. Pertanto, si tratta di qualcosa di improbabile.

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