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Il Medio Oriente e la minaccia del Covid-19


Di Marco Giaconi

Per quel che riguarda il coronavirus in tutta l’area del grande Medio Oriente, ci sono da notare alcuni fattori politici e economici strutturali: la scarsa trasparenza, in primo luogo, di tutti gli Stati dell’area, poi la necessità, in economie già in grave crisi, di tornare subito al lavoro che, peraltro, nessun Paese dell’area ha completamente abbandonato, infine di entrare in qualche modo nel grande business degli aiuti internazionali.
 In Iran, e i dati risalgono al 12 aprile scorso, le vittime del virus sono ufficialmente 26.200, distribuite in ben 266 città iraniane. Gli infetti sarebbero oltre 68mila. Ovviamente, i dati reali potrebbero essere molto più gravi.
 Il vice-sindaco di Teheran ha annunciato alla IRNA, l’agenzia di Stato, che aggiungerà 10.000 nuove tombe “di nuove dimensioni” (sical cimitero Behesht-e-Zahra della capitale, ma tutto i leader iraniani sostengono oggi la decisione di far tornare subito tutti al lavoro, il che porterà certamente a una ecatombe. Si noti, poi, che solo il 6-10% dei pazienti da Covid-19 è stato identificato, in Iran, tutti gli altri si sono posti in auto-quarantena a casa.
 Il Pil di Teheran si contrae, oggi, di circa il 3%, mentre si prevede che moriranno fino a tre milioni e mezzo di persone. In altri termini l’Iran, come altri Paesi medio-orientali, rischia il collasso sociale e economico.
 Il Qatar ha annunciato l’invio di aiuti a Teheran, il Kuwait donerà 10 milioni di Usd, ed è comunque probabile che la crisi da coronavirus sia l’antefatto di una migliore relazione tra l’Iran e i Paesi sunniti del Golfo.
 L’Iran ha, poi, chiuso le scuole e le università e sospeso i voli IranAir verso l’Europa, fino a nuovo ordine.
 Ma Teheran ha inoltre chiesto un finanziamento di 5 milioni di dollari al Fondo Monetario Internazionale, per la prima volta in ben 60 anni.
  Ci sono, poi, almeno 5,5 milioni di rifugiati siriani in tutto il Levante, mentre in Iraq risiedono temporaneamente 1,5 milioni di IDP, Internally Displaced Persons, siasiriani che di altre aree in fase di destabilizzazione nel Medio Oriente attuale, e il covid-19 sta arrivando rapidamente in queste zone e a queste popolazioni.
 C’è poi un nesso, evidente, tra caduta dell’export di petrolio e arrivo della pandemia nell’area; infatti la Cina, il primo mercato del barile saudita, non acquisisce idrocarburi nella quantità solita, con una conseguente spirale tra aumento dei costi (di import degli alimentari, dei farmaci, etc.) in Arabia Saudita e la caduta inevitabile delle vendite petrolifere.
 Inoltre, è stato deciso il lockdown dell’area saudita di Al Qatif, a maggioranza sciita.
 In tutto il Medio Oriente, la questione della pandemia virale riaccende poi polemiche settarie, nelle quali il gruppo tradizionalmente avverso gioca sempre il ruolo di untore.
 Nello Yemen, ormai divenuto un relitto statuale dopo la lunga guerra Houthy-Sauditi, non ci sono ancora segnali di infezione da coronavirus, ma in ogni caso vi si trovano già 310.000 rifugiati, africani e mediorientali, con una diffusione rapida del colera, che si pensa abbia già colpito circa 2 milioni di persone.
 Tutto l’area, quindi, mostra le caratteristiche più adatte per uno sviluppo rapido e completo del Covid-19.
 In Israele, con oltre 1234 ammalati e 6000 portatori del virus, le normative sono particolarmente severe e solo lo stato ebraico, come è accaduto anche all’Iran, ha autorizzato i propri servizi a tracciare i telefoni dei cittadini infetti.
 Ci sono oggi le prime infezioni da coronavirus a Gaza, con pochissimi malati, e nella West Bank, con 56 infetti.
 In Arabia Saudita, le autorità hanno notificato fino a oggi 511 casi, mentre è stato subito deciso un coprifuoco.  
 153 sono i casi verificatisi, secondo le fonti ufficiali, negli Emirati Arab Uniti.
 Il caso del Libano è particolare: ha dichiarato da poco il default su un ritorno di 1,2 milioni di dollari, la sanità è largamente privatizzata e, per i tantissimi poveri, funziona solo la rete sanitaria volontaria sciita di Hezb’ollah.
 In totale, i malati da Covid-19, in tutta l‘area mediorientale, dovrebbero essere almeno 100.000, compresi i 27.000 casi della Turchia, mentre in Giordania si sono verificati meno di 400 casi.
 Ovvero: per molti dei maggiori Paesi dell’area, la crisi da coronavirus può essere tale da destabilizzare completamente sia la finanza pubblica, sia la già bassa produttività, sia soprattutto il potenziale di sviluppo.
  Per la pandemia attuale, si verifica che, in ogni scenario bellico mediorientale, i partners maggiori accelerano i tempi del loro abbandono, e questo potrebbe creare dei vuoti (per esempio in Siria) in cui potrebbero svilupparsi gli attori locali: i para-jihadisti a Idlib, per esempio.
 Certo, in una situazione come quella yemenita, dove, in questi giorni, il cessate il fuoco proclamato dai sauditi è stato interrotto centinaia di volte dagli Houthy, ci sono oggi 24 milioni di persone in pienissima crisi umanitaria, senza acqua né cibo né, tantomeno, medicine.
 Lo Yemen, quindi, può diventare molto facilmente una “bomba” umanitaria, per usare il pessimo gergo dei giornalisti, ma producendo una crisi sanitaria tale da decidere comunque il risultato della guerra in corso.
 In Libia, le operazioni tese al mantenimento del cessate il fuoco non sono più ritenute così importanti, dato il rilievo che sta assumendo la pandemia.
 Per quel che riguarda i Paesi produttori di petrolio, c’è la grande sfida della diversificazione economica che, però, non può non seguire criteri molto diversi da Paese a Paese: il breakeven price del barile è di 45 Usd in Qatar, 54 in Kuwait, 91 usd in Bahrein, 83 in Arabia Saudita e 70 per gli Emirati.
 Ma tutti i produttori mediorientali, ancora oggi, sperano che funzioni l’accordo, del 9 aprile scorso, che taglia del 10% la produzione di tutti i Paesi Opec con l’Opec+ insieme alla Russia e gli Usa.
 Se questo accordo reggerà, sarà possibile mantenere un tasso di differenziazione economica accettabile e l’aumento della spesa pubblica (o la diminuzione delle entrate) a causa del coronavirus.
 Una soluzione possibile, per tutti i Paesi produttori mediorientali, è quella di ricorrere ai loro Fondi Sovrani e, insieme, limitare la spesa pubblica.
 Il che vuol dire rispedire a casa, ovvero in Marocco, Egitto, Siria, Libano, Giordania e Tunisia migliaia di lavoratori ospiti delle petro-monarchie.
 Solo per l’Egitto, le rimesse dei lavoratori emigrati valgono, come è accaduto nel 2019, 25 miliardi di usd, il che le rende la prima fonte di valuta pregiata per il Cairo.
 In Libano, recentemente in default, le rimesse valgono il 12,7% del Pil, al 2018.
 Proprio il Libano ha già pagato pesantemente la pandemia, visto che Riyadh ha deciso, invece di sostenere le finanze libanesi, di utilizzare i fondi per il probabile bailout di Beirut per la spesa interna contro la pandemia.
 La Giordania deve ripagare 1,76 miliardi di usd entro quest’anno, il Pakistan e il Marocco sanno che, quest’anno, non avranno il potente sostegno finanziario delle petromonarchie.
 Quindi: la crisi economica dell’Occidente, consumatore di petrolio, creerà una forte diminuzione delle entrate nei paesi produttori.
 Il che, in una fase di inevitabile crescita della spesa pubblica, grazie alla pandemia, genererà o il default dei tanti Paesi mediorientali debitori o l’instabilità, talvolta definitiva, al loro interno.
9 – continua
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.
  5. “Le rotte della “Via dela seta della salute” di Diego Angelo Bertozzi.
  6. “Coronavirus e sorveglianza” di Vittorio Ray.
  7. “La pandemia e la rinascita” di Attilio Sodi Russotto.
  8. “Coronavirus in Africa: verso la tempesta perfetta?” di Gaetano Magno.
  9. Il Medio Oriente e la minaccia del Covid-19 di Marco Giaconi.

Il “virus della verità”: il parere di Edward Luttwak sulla gestione dell'emergenza Coronavirus


Intervista di Verdiana Garau a Edward Luttwak per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

VERDIANA GARAU: Professore, nell’ultima settimana i dati sempre più allarmanti sul rischio contagio e l’eventuale rischio pandemia hanno fatto il giro del mondo. Intanto l’OMS ha lanciato il preallarme. Tra dieci giorni potrebbe essere decretata ufficialmente la pandemia globale. Ogni paese sta affrontando il problema impiegando le proprie risorse e le differenze e i risultati da paese a paese sono evidenti.
Cosa ne pensa Edward Luttwak del coronavirus?
EDWARD LUTTWAK: Il virus è il virus della verità. Arriva in un paese e svela il paese per quello che è. Dove il virus ha raggiunto una certa popolazione ad essere messe in evidenza sono state le criticità di quel paese. In Cina, il partito comunista cinese, quando è partito l’allarme, ha fatto preparare 40.000 merende nonostante i dottori dicessero che il rischio contagio era forte. Ma il partito ha preferito zittire i medici e distribuire queste merende. Subito dopo Xi Jinping ha predisposto la chiusura immediata di Wuhan, ma si è verificato invece il fuggi fuggi. Ben 500.000 persone sono scappate dalla città disperdendosi nelle province e mettendo a rischio l’intero paese. In Cina la dittatura non aiuta. Questo ha svelato il virus. Che la dittatura in Cina è stupida, come tutte le dittature.
In Iran invece molti pellegrini si sono recati verso la città di Qom, dove c’è la moschea di Jamkaran, per venerare il pozzo considerato da molti credenti  “il pozzo delle richieste”, che si creda possa riportare la giustizia nel mondo.  La gente si è riunita e gli imam si sono rifiutati di chiudere il pozzo nonostante l’allarme del coronavirus. Considerano l’acqua di quel pozzo miracolosa e quindi hanno detto che nessuno avrebbe potuto contrarre il virus in un luogo sacro come quello. Con il risultato che molti imam vicini a Khamenei si sono ammalati e lo stesso il viceministro della salute.
È accaduto poi in Europa, che i cinesi che facevano ritorno verso Prato o comunque in Italia, dopo il 16 gennaio, hanno tenuto nascosto quello che stava accadendo in Cina.
Poi il cittadino tedesco, che asintomatico è stato lasciato libero di circolare.  Il paziente sarà quello economico e l’Italia si trova già a zero.
Il virus è il virus della verità, ha svelato ciò che il paese è realmente. In Italia sembra che i politici invece di governare abbiano altre priorità, come quelle di formare e riformare partiti, oppure come il ministro dei trasporti che dovrebbe immediatamente far ripartire i cantieri e non ammette che vengano sottoscritti i contratti necessari se non quelli con le società come il gruppo Salini, bloccando lo schema per dare la priorità a certi gruppi di affari soltanto per tenerli in vita. Sono così venute a galla le debolezze, di ognuno.
VERDIANA GARAU: Ma in Cina non esistono sistemi di controllo che grazie alla tecnologia riescono a monitorare gli spostamenti di ogni singola persona? I biglietti dei treni sono nominativi, all’ingresso di stazioni ed aeroporti è obbligatorio il riconoscimento facciale…come è potuto accadere questo esodo incontrollato dalla città di Wuhan e la fuga di tutte queste persone verso le province?
EDWARD LUTTWAK: Xi Jinping ha la tendenza a credere che rinchiudere la gente come ha fatto con gli Uiguri nei campi sia sufficiente. La tecnologia c’è, ma non funziona bene, non è dappertutto e non si può fare affidamento soltanto su quella. Inoltre i cinesi sono abituati a nascondersi, hanno fatto di necessità virtù data la dittatura che subiscono da lungo tempo e riescono ad eludere ormai i sistemi di controllo. Poi molti sono fuggiti con macchine private e le strade non sono state bloccate. Le zone metropolitane come quelle di Wuhan sono enormi. E non si tratta solo di Wuhan. C’è Hangzhou ad esempio, da cui Shanghai dista soltanto 200km. In quella provincia come nell’area dello Zhejiang ci sono zone totalmente rurali e bucoliche dove la tecnologia non è arrivata. In quelle aree l’epidemia è fortissima. La dittatura non funziona. Pensiamo a Mussolini, che trasformò il sistema amministrativo inquadrando le masse esclusivamente nelle organizzazioni di partito. Pensiamo a Breznev e cosa ha comportato la sua ottusità per la Russia, cooptando nella nomenklatura soltanto i suoi fedelissimi generando altro che corruzione.
VERDIANA GARAU: Il rischio di non affrontare il problema in modo unanime e in modo sincronizzato, con tutte queste differenze tra la Cina e i paesi più democratici, può costituire un rischio maggiore di diffusione del virus. Serve una governance globale per gestire il problema?
EDWARD LUTTWAK: La governance globale già c’è. È quella delle informazioni. Il CDC of China (Central Disease Control) comunica con lo stato americano in modo corretto, le direttive e le informazioni sono trasparenti e comunicate a tutti nel mondo nello stesso modo. Il problema è che i cinesi non riportano le notizie in Cina e la Cina non le recepisce come dovrebbe per diffonderle come dovrebbe. Al contrario le informazioni che arrivano in Cina sono autentiche balle. I cinesi non mettono al corrente in modo corretto Xi Jinping, pur dialogando e riferendo correttamente agli americani.  Il loro collega di Wuhan morto, il ricercatore Li Wen-Liang, è stato tradito dal sistema. Nessuno riesce a mettersi contro i funzionari di partito. Il Central Defence Control of China non ha mai mentito. Mentre all’interno i dati sono spesso falsi. Hankou ad esempio era stata già chiusa a Wuhan, ma la notizia non è trapelata, è stata nascosta.
VERDIANA GARAU: Cosa sta accadendo negli Stati Uniti? Il virus ha colpito anche il paese americano.
EDWARD LUTTWAK: Negli Stati Uniti il tasso di letalità ha raggiunto un 2,2%. Qui nel Maryland ci sono stati solo tre casi. Il coronavirus non colpisce affatto i bambini, poco gli adolescenti, qualche adulto e mette a rischio tutti gli anziani.  Insomma, il virus colpisce chi è debole e mostra la verità dei fatti.

La volta che furono gli Stati Uniti ad abbattere per sbaglio un aereo iraniano



«Quelli che parlano del numero 52 dovrebbero ricordare anche il numero 290. #IR655. Mai minacciare la nazione iraniana». Sabato scorso il presidente iraniano Hassan Rouhani rispondeva così a un precedente tweet di Donald Trump, il quale aveva appena minacciato l’Iran di bombardare 52 importanti siti culturali iraniani – 52 come il numero degli ostaggi statunitensi durante la cosiddetta “crisi degli ostaggi” del 1979. Erano passati due giorni dall’uccisione del generale iraniano Qassem Suleimani, morto in un bombardamento statunitense a Baghdad, e i governi di Stati Uniti e Iran si stavano scambiando accuse e minacce.

Rouhani stava ricordando agli Stati Uniti un episodio successo più di trent’anni prima: l’ottavo più grave disastro aereo della storia, l’abbattimento per errore di un volo di linea della compagnia iraniana Iran Air da parte di un incrociatore statunitense, nel 1988, durante la cosiddetta “Tanker War”, la “guerra delle petroliere”.

Quella del volo 655 dell’Iran Air è una storia che è stata ripresa in questi giorni, perché ricorda in parte quello che è successo quattro giorni dopo il tweet di Rouhani: l’abbattimento per errore di un volo di linea ucraino da parte dell’Iran, compiuto anche questa volta in mezzo a tensioni e attacchi militari nella regione del Golfo Persico.

Nel 1988 nel Golfo Persico si stava combattendo l’ultimo pezzo della guerra tra Iran e Iraq, che era iniziata otto anni prima per questioni di confine ma soprattutto perché in Iran c’era appena stata la Rivoluzione khomeinista, che aveva destituito lo scià e portato al potere i religiosi sciiti. Gli Stati Uniti appoggiavano l’Iraq dell’allora presidente Saddam Hussein, ma soprattutto erano intervenuti con la propria Marina nel Golfo Persico, per proteggere le rotte commerciali minacciate dagli attacchi iraniani.

Tra la fine del 1987 e l’inizio del 1988 c’erano stati diversi momenti di tensione, e diversi morti.

Nel 1987 un aereo da guerra iracheno aveva scambiato la fregata statunitense USS Stark per una nave iraniana e l’aveva colpita con due missili, uccidendo 37 soldati americani. Il 14 aprile dell’anno successivo l’Iran aveva fatto esplodere delle mine sulla fregata americana Samuel B. Roberts, provocando danni notevoli. Quattro giorni dopo una nave da guerra statunitense aveva lanciato dei missili contro installazioni petrolifere dell’Iran, affondando una nave iraniana.

Il 3 luglio 1988 il volo 655 dell’Iran Air decollò dall’aeroporto iraniano di Bandar Abbas: era diretto a Dubai e a bordo c’erano 290 persone. L’aeroporto di Bandar Abbas era sia civile che militare, e secondo la Marina statunitense ospitava anche aerei da guerra F-14, che gli americani pensavano fossero equipaggiati con missili Maverick che potevano colpire le navi statunitensi in un raggio di 16 chilometri.

Quel 3 luglio la tensione nel Golfo era piuttosto alta: il giorno precedente la nave statunitense USS Halsey aveva intimato di allontanarsi a un F-14 iraniano che si era avvicinato troppo, mentre quella mattina l’incrociatore americano Vincennes era stato coinvolto in alcune operazioni militari contro navi iraniane che avevano minacciato una petroliera pakistana nel Golfo. Una di queste era ancora in corso al momento del decollo del volo 655 dell’Iran Air.


Secondo la Marina statunitense, che in seguito diede la sua versione dell’accaduto, l’aereo dell’Iran Air, un Airbus A300, fu scambiato per un F-14 ostile. L’allora capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, l’ammiraglio William Crowe, sostenne che l’aereo iraniano stava volando a una bassa altitudine e non rispondeva agli avvertimenti degli americani. Successive indagini mostrarono che l’aereo non si era allontanato dalla rotta approvata e nelle frequenze dedicate al traffico aereo si era identificato come un volo civile. Il pilota, comunque, non era stato avvisato delle schermaglie in corso, nonostante in altre occasioni la torre di controllo di Bandar Abbas avesse diffuso avvertimenti per avvertire del pericolo di scontri armati in corso.

Se l’aereo dell’Iran Air fosse stato un F-14 dotato di missili Maverick, come pensavano gli americani, l’incrociatore Vincennes avrebbe avuto solo pochi minuti prima di essere attaccato, sostenne il rapporto della Marina sull’incidente. Sette minuti dopo il decollo, il volo 655 fu abbattuto da un missile terra-aria, uccidendo tutte le 290 persone a bordo.

L’allora presidente statunitense Ronald Reagan diffuse un comunicato dicendo che gli Stati Uniti erano profondamente dispiaciuti per la perdita di vite umane, ma difese la decisione del capitano dell’incrociatore Vincennes, Will C. Rogers III, il militare che aveva dato l’ordine di lanciare il missile. La decisione di Rogers fu appoggiata anche dalla successiva indagine del dipartimento della Difesa statunitense, che incolpò l’Iran di avere permesso all’aereo dell’Iran Air di decollare in un momento attivo di conflitto.

In uno strano sviluppo mai completamente chiarito, ha scritto il New York Times, nel marzo successivo la moglie di Rogers, Sharon Lee Rogers, rischiò di rimanere ferita nell’esplosione di una bomba rudimentale nella sua auto. Inizialmente si pensò che l’episodio potesse essere un attacco terroristico, una ritorsione per quanto successo con il volo 655, ma successive indagini esclusero questa possibilità.

Il capitano Rogers fu in seguito premiato con la Legione al merito, una delle più alte decorazioni militari degli Stati Uniti, per il servizio svolto nel Golfo Persico. Nel dicembre 1988 un rapporto di un gruppo internazionale di esperti accusò la Marina statunitense di non avere applicato le procedure necessarie per garantire la sicurezza dei civili in una zona di guerra. In seguito gli Stati Uniti pagarono milioni di dollari nell’ambito di una causa che l’Iran aveva avviato di fronte al Tribunale Internazionale di Giustizia.

Aereo caduto in Iran, giornalista tv annuncia le dimissioni: «Perdonatemi, vi ho mentito per 13 anni»



Gelare Jabbari, una presentatrice della televisione di Stato iraniano, ha annunciato le sue dimissioni in seguito all’ammissione delle forze armate iraniane di aver abbattuto l’aereo ucraino su cui viaggiavano 176 persone. «È stato molto difficile per me credere che la nostra gente sia stata uccisa. Perdonatemi per avervi mentito per 13 anni. Non tornerò mai più in televisione», ha scritto la donna su Instagram.
Una decisione replicata anche dalla collega Zahra Khatami che ha lasciato il suo ruolo all’emittente IRIB, dicendo: «Grazie per avermi accettato fino ad oggi. Non tornerò mai più in TV. Perdonami».
La rabbia esplosa in Iran per l’abbattimento dell’aereo su cui sono morti anche 82 cittadini iraniani ha portato diverse agenzie di stampa vicine al governo a dare visibilità alle proteste.
L’Associazione dei giornalisti iraniani con sede a Teheran ha dichiarato che il Paese sta assistendo a «un funerale della fiducia del pubblico» nei confronti dei media, la cui reptazione è già traballante.
Parlando apertamente a BBC Radio Today, Ghanbar Naderi, un commentatore del network statale PRESS TV ha ammesso: «C’è poca fiducia nel governo e la gente vuole più libertà. Le bugie sull’abbattimento dell’aereo hanno fatto perdere la fiducia dei cittadini. Il Corpo delle guardie rivoluzionarie lo sa benissimo».

Il caso Soleimani e la “nuova Guerra Fredda” tra USA e Cina


Di Salvatore Santoru

Il recente omicidio del generale iraniano Qasem Soleimani è stato considerato una sorta di “casus belli” e, stando a diversi analisti, potrebbe aver posto le basi per una futura guerra tra l’Iran e gli Stati Uniti. Certi opinionisti hanno anche parlato della possibilità di un’imminente escalation militare e del rischio di un eventuale scoppio della terza guerra mondiale, un’ipotesi che è stata considerata comunque decisamente ‘allarmista’ da parte di diversi giornalisti(1).
Tale supposto rischio risulta essere momentaneamente rientrato e ciò a seguito della relativa “normalizzazione” diplomatica tra States e Iran, avvenuta a seguito della ‘tiepida’ reazione militare iraniana e al conseguente discorso di Donald Trump, discorso che è stato ritenuto parzialmente conciliante e tendenzialmente ‘moderato'(2).
Intanto, negli ultimi giorni diversi esperti hanno avanzato delle interessanti ipotesi relative alle motivazioni e agli interessi che starebbero dietro l’omicidio del comandante delle Brigate Al Qds. Tra di esse, una delle più plausibili è quella che lega l’eliminazione di Soleimani al contesto della ‘nuova guerra fredda’ tra gli Stati Uniti D’America e la Repubblica Popolare Cinese.

L’alleanza militare tra Cina, Russia e Iran

In un articolo pubblicato su Famiglia Cristiana(3), il noto giornalista Fulvio Scaglione ha avanzato delle tesi molto interessanti da un punto di vista geopolitico e geostrategico. Entrando nei dettagli, Scaglione ha ipotizzato che l’eliminazione del generale iraniano non ha costituito esclusivamente un mero attacco alla Repubblica Islamica dell’Iran ma, al contempo, un tentativo di destabilizzazione nei confronti della sempre più forte intesa militare tra la Cina e la Russia nell’area mediorientale.
Nell’articolo il giornalista ha anche ricordato che il 27 dicembre 2019 erano iniziate delle importanti esercitazioni navali congiunte tra lo stesso Iran, la Russia e la Cina. Scaglione ha anche segnalato che, durante un colloquio tenutosi a Pechino tra Mohammad Zarif e Wan Yi, lo stesso ministro degli Esteri cinese ha dichiarato che l’Iran e la Cina dovrebbero “lavorare insieme contro l’unilateralismo e il bullismo internazionale”.

Il ruolo dell’Iran nel progetto della Nuova Via della Seta

Un’altra tesi molto interessante è quella che collega l’omicidio di Soleimani al contesto della “nuova guerra fredda” è stata portata avanti, in un articolo sul Manifesto, da parte di Manlio Dinucci. Dinucci ha ricordato che l’Iran esercita un ruolo di primo piano nell’ambito dell’ambizioso progetto cinese della ‘Nuova Via della Seta’, varato nel 2013 e che si prospetta dovrà diventare realtà entro il 2049(5).
Tale progetto, argomenta Dinucci, consiste nella realizzazione di una grande rete ferroviaria e viaria che possa collegare la Cina all’Europa passando per l’Asia Centrale, il Medio Oriente e la Russia. Nell’ambito della sua realizzazione, la stessa Repubblica Popolare Cinese sta effettuando degli imponenti investimenti di circa 400 miliardi di dollari.
Andando maggiormente nello specifico, almeno 120 miliardi di dollari saranno utilizzati nella realizzazione di infrastrutture dei trasporti.

La Cina, principale partner commerciale dell’Iran

Nel già citato articolo scritto sul Manifesto, Manlio Dinucci ha segnalato che almeno 280 miliardi di dollari saranno investiti nell’industria del gas, in quella petrolchimica e in quella petrolifera. Proprio a proposito delle ‘relazioni petrolifere’ tra Cina e Iran ci sono da segnalare dei dati riportati in un interessante articolo d’approfondimento scritto da Federico Giuliani e pubblicato su Inside Over(5).
Nell’articolo Giuliani ha riportato che, stando ai dati del novembre 2019, la nazione asiatica ha importato ben 547.758 tonnellate di petrolio iraniano e ciò costituirebbe una quantità decisamente rilevante, seppur in calo rispetto alle 3,07 milioni di tonnellate registrate ad aprile.
Oltre a ciò, l’articolista ha ribadito che la Cina costituisce il principale partner commerciale iraniano e ha ricordato che lo stesso paese asiatico risulti essere strategicamente importante anche nell’ambito della vendita di armi.
Nell’articolo di Inside Over è stato anche segnalato, citando il South China Morning Post, che già negli anni ottanta la Cina aveva fornito hardware militare durante la guerra combattuta tra l’Iran e l’Iraq di Saddam Hussein.
NOTE:
- ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Perché a Trump non conviene una guerra all’Iran


Di Aldo Giannuli

Poniamoci una domanda: conviene agli Usa una mossa come l’uccisione del generale Soleimani? Nessuno pensa che fosse un ignaro turista o l’erede di San Francesco: sappiamo che era la mente politico militare del regime, che stava facendo o progettando operazioni a cavallo fra Siria e Iraq, che usava forme di lotta di tipo terroristico. Dunque, non intendiamo proporre alcuna beatificazione dell’uomo e tanto meno descrivere il regime iraniano come “i buoni aggrediti dall’America cattiva”.
Il punto è un altro e tutto politico: dove porta l’azione decisa da Trump? Per il merito ed ancor più per il metodo, ci troviamo di fronte ad una ripresa dell’unilateralismo di Bush jr, una strategia già fallita con i disastri di Iraq ed Afghanistan, costati agli Usa molti morti e una valanga di denaro (Stiglitz calcolò che la sola guerra dell’Iraq sarebbe costata 3.000 miliardi di dollari, ma il conto finale potrebbe essere maggiore). Oggi si parla della strategia di Obama come di un ingenuo cedimento pacifista all’Iran, ma non è affatto così.
La sua dottrina in politica estera puntava al ridimensionamento del peso strategico del Medio Oriente teorizzato dai neocon, per disimpegnarsi da quella regione e spostare il centro strategico dell’attenzione americana verso l’asse indo-pacifico (il cosiddetto Pacific Pivot) in vista di un nuovo containement nei confronti della Cina. E l’accordo nucleare con l’Iran faceva parte di questo disegno. Quella operazione non riuscì, perché il succedersi degli avvenimenti (il persistere della guerriglia irachena, le primavere arabe, la crisi siriana aggravata dall’intervento russo, la comparsa dell’Isis) non lo consentì. Questo sarebbe possibile ora, dopo la sconfitta del Califfato, ma Trump, nella sua rozzezza politica, continua a pensare che l’unico disegno da perseguire sia quello della pax americana perché gli americani hanno “il migliore esercito del Mondo”. Che gli Usa abbiano l’esercito più potente è fuori discussione, ma questo non significa che questo basti a vincere le guerre.
Nel caso specifico, agli Usa non conviene affatto impegnarsi in un nuovo conflitto in Medio Oriente e in particolare in una guerra all’Iran e per diverse ragioni.
Prima di tutto perché inchioderebbe di nuovo Washington al pivot mediorientale, riducendone molto l’efficienza in quello indo-pacifico, con grande giovamento per la Cina.
In secondo luogo perché l’esercito iraniano è un osso più duro di quelli sin qui battuti e, pur essendo destinato a perdere in uno scontro all’ultimo sangue, infliggerebbe perdite decisamente superiori a quelle delle tre guerre mediorientali precedenti.
In terzo luogo, perché questo sta già causando un deciso rialzo del prezzo del petrolio e il picco sarebbe inimmaginabile se si giungesse al blocco dello stretto di Hormuz, dal quale passa quasi un terzo della produzione petrolifera.
In quarto luogo perché la guerra non si limiterebbe al solo Iran, ma coinvolgerebbe tutta la comunità sciita ed anche parte del mondo sunnita,producendo una fiammata che rischierebbe di coinvolgere anche Libano, Qatar, Siria, Yemen, Arabia Saudita ed Egitto, rendendo ingestibile la situazione.
In quinto luogo perché, nella bolgia, potrebbe riprendere fiato l’Isis che già sta mettendo radici nell’Africa nord occidentale.
Ma, soprattutto per una ragione: perché la guerra all’Iran sarebbe senza prospettiva per gli Usa. Lo scontro avrebbe subito un andamento asimmetrico, comportando operazioni di cyber war, guerriglia urbana, attentati petroliferi, eccetera. Anche se gli Usa occupassero l’Iran, magari con una guerra di tre o quattro mesi, dopo dovrebbero affrontare – come nei casi precedenti – una durissima e lunga guerriglia in un Paese che è più vasto e complicato dei due precedenti. Quanti dollari costerebbe una impresa del genere? E gli Usa hanno queste risorse dopo la crisi apertasi nel 2008 ed ancora non del tutto superata? Forse andrebbero fatti due conti.
(Originariamente pubblicato su “Formiche”)
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