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La grande strategia della Germania tra Russia, Europa e Cina


Intervista di Verdiana Garau a Salvatore Santangelo* per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

V.G. Grazie professor Santangelo, per questa nuova intervista che Osservatorio Globalizzazione ha l’onore di ospitare.  Vorrei affrontare con lei vari temi, provando ad approfondire i diversi spunti che emergono dalla lettura di “Gerussia”, titolo di un suo libro alla sua terza edizione, giunto in concomitanza con il trentesimo anniversario della Caduta del Muro. Nel volume, lei assembla pezzi di storia e visioni, come in un puzzle, tentando di avvicinarli, sovrapporli e provando a dare una forma e un nome alle realtà globali e globalizzanti che viviamo.
Regalandoci degli input molto chiari. Comincio citando Vladimir Putin, parole che lei stesso riporta nel suo libro: «Tra la Russia e gli Stati Uniti c’è un oceano, tra la Germania e la Russia c’è una grande storia». La riflessione si posa su “Europa mattatoio, Europa scannatoio”. E continuando a citare il suo libro: «Queste paure e queste minacce del passato, oggi hanno i contorni sfocati, sono indefinite, ma con esse la generazione dei nostri padri ha dovuto a lungo convivere». Pensiamo ai nostri padri fondatori e allo svolgimento della costruzione europea.  Venir meno alla parola “Europa” data.   Sbagli, errori lampanti: si può rimediare?
S.S. Sì, è vero queste paure oggi hanno i contorni sfocati.
Lo misuriamo ogni qual volta nei dibattiti si solleva il tema del problema della pace in Europa: si tende a sottovalutare questo aspetto o a non dare il giusto peso all’azione di coloro che hanno contribuito alla costruzione comunitaria, agli artefici di questo percorso. Da ciò emerge una scottante verità, che non può essere più occultata: dalla firma del Trattato di Maastricht, nei diversi Paesi membri – in un dibattito pubblico sistematicamente anestetizzato dal politicamente corretto – le posizioni europeiste si sono progressivamente sbiadite.Gli europeisti hanno perso mordente e tensione ideale; il processo d’integrazione va avanti per inerzia, senza che nessuno si occupi davvero della Casa comune. È certamente vero che molto di quello che è accaduto negli ultimi 75 anni è in gran parte dipeso dal contesto geopolitico che abbiamo attraversato, in particolare dal vincolo esterno della Guerra Fredda e del terrore nucleare, ma ribadisco, non si può sottovalutare lo sforzo dei Paesi protagonisti delle tragedie di ieri. Si tratta di argomenti che la Generazione Erasmus ha difficoltà persino a collocare nella proprie coordinate mentali.
Tra i successi dell’Europa, annovererei certamente il tentativo riuscito di ricomporre le fratture del passato, fondamentale impegno dei padri fondatori.  
Basti pensare a Germania e Francia, nemici per secoli, che si sono ferocemente combattuti almeno tre volte negli ultimi 150 anni e che rappresentano il baricentro dell’architettura comunitaria.
Purtroppo, non mancano oggi i tentativi da parte di alcuni, di ridisegnare gli equilibri nati dal Secondo conflitto mondiale e ancor più dal Primo: pensiamo alla politica revisionista, nei confronti dell’Italia, del giovane cancelliere Kurz in Austria o ad altri percorsi di questo tipo.
Stanno nascendo, nel cuore dell’Europa, delle spinte che tendono a riportarci indietro. Cosa sarà di questa costruzione? Non è facile dirlo, ma quello che è chiaro è che intorno all’Europa e all’Euro, si sta combattendo una feroce battaglia.
V.G. Questa battaglia pare che la stia combattendo in prima linea la Germania, assediata e colpita da fuoco amico e nemico, come per esempio l’Italia che non sembra accettare la locomotiva europea, che la stessa Germania rappresenta e che, nonostante tutto, ha dimostrato di avere una grande forza di recupero nei confronti della storia. La Germania, come fa notare lei, è stata capace di ricostruirsi e di rilanciarsi. “Essere Germania”, una potenza civile. Ma dato il dibattito in corso, lei pensa che Berlino voglia conquistare un’egemonia culturale in Europa o limitarsi a essere un modello a cui gli altri Paesi dovrebbero ispirarsi? Oppure, esportare il modello a livello globale?
S.S. Attorno alla Germania si sta creando una situazione paradossale, da un lato viene caricata delle responsabilità rispetto al tema della leadership continentale e dall’altro, molti attendono e sperano che questa leadership fallisca per addossarle la colpa dello storico naufragio dell’esperimento europeo. Non è facile oggi “essere Germania”, anche perché si è venuto a creare questo meccanismo legato ad aspettative così contrastanti.
La Germania è una grande mistero della storia: siamo di fronte ad un Paese che porta in sé la capacità di toccare le vette più alte della conoscenza, della filosofia e del sentimento umano e allo stesso tempo, i semi della violenza più brutale, come quella che abbiamo visto manifestarsi durante la prima metà del XX secolo.
Quando affermiamo che la Germania è diventata una “potenza civile”, come anche il Giappone, ciò significa che di fatto ha rinunciato alle velleità egemoniche di vecchio stampo, ottocentesco, nazionalista, ma purtroppo ciò non significata aver totalmente annullato la sfera conflittuale: come ci ricordano i due autori cinesi di ”Guerra senza limiti”, nella globalizzazione, la guerra e il conflitto si manifestano con nuove modalità, anche sul versante economico e culturale.
La Germania è certamente alla ricerca – in modo continuo ed ossessivo – della stabilità.
V.G. Stabilità interna o stabilità europea?
S.S. I due aspetti in realtà non si possono scindere e certamente sia Angela Merkel che Ursula Von der Leyen, interpretano la stabilità e la crescita della Germania come vincolate al tema della stabilità dell’Europa e dell’Euro.
V.G. E qui veniamo al dunque: la teoria del bilanciamento e quella della circolazione ciclica del potere, applicate su scala regionale e mondiale, con la consapevolezza che la convergenza tra Berlino e Mosca avrà anche un poderoso impatto sulle principali dinamiche globali. Quindi stabilità interna, poi esterna riferita all’Europa, e globale, come Germania globalista. Inseriamo adesso la Russia nel nostro discorso e andiamo in “Gerussia”:
S.S. “Gerussia” è il compimento del mio percorso di ricerca durante il conseguimento di un dottorato in Storia dell’Europa; questo progetto nasce dalla folgorazione dovuta alla lettura di un pagina di Keynes. Il grande economista inglese, osservatore attento delle drammatiche settimane che portarono alla definizione della cornice del Trattato di Versailles, che pose fine alla Prima Guerra Mondiale, ebbe modo di compiere una grande riflessione, contenuta poi nella sua opera che porta il titolo di “Le conseguenze economiche della pace”. All’interno di questo libro, lancia una serie di considerazioni, pensieri quasi esoterici, con una valenza oracolare.
Keynes, dismessi i panni dell’economista e assunti quelli dell’oracolo e del profeta, ci consegna degli squarci sul futuro, come esito di grandi tendenze storiche.
Tra queste frasi oracolari, troviamo proprio una considerazione sulla relazione tra Germania e Russia. Keynes dice: « il destino storico della Germania, è la modernizzazione del Paese degli Zar». In poche parole riesce così a sintetizzare secoli di storia, in cui il pendolo è oscillato tra polarità estreme, amore e odio.
V.G. Tra la logica della guerra e la grammatica del commercio?
S.S. Non solo, la dimensione economica rischierebbe di svilire anche gli altri temi fondamentali che sono quelli culturali, come l’arte, la musica, l’organizzazione statuale: sono tantissime le realtà che la Russia ha mutuato dal suo rapporto con la Germania, così come sono tante quelle che la Germania ha derivato dalla Russia (e tramite la Germania anche il resto d’Europa). Alcuni esempi di questo percorso di modernizzazione: tutte le idee rivoluzionarie che hanno investito il “continente” Russia, sono arrivate da pensatori tedeschi: Marx, Bernstein, Luxembourg. Pensiamo al fatto che la stessa lingua di lavoro della III Internazionale era il tedesco.
V.G. Come si coniugano oggi l’antiglobalismo russo e il globalismo tedesco, facendo un passo indietro a Keynes e facendone uno in avanti citando Jacques Attali, sulla sua paventata necessità di una governance globale e “altruista”?
Come si inserisce la “Gerussia” in questa dinamica che vede contrapposti globalisti e antiglobalisti?
S.S. L’antiglobalismo di Putin è in gran parte un antiglobalismo di reazione, poiché il suo obiettivo, è quello di trovare un posto dignitoso alla Russia nel contesto internazionale, superare la visione unipolare e ridare credibilità e forza al suo Paese dopo la tragedia del 1991.
Anche per spiegare come Putin non sia il mostro che viene dipinto, mi autocito, avendo applicato per primo il modello di Weimer alla Russia post-sovietica e per dimostrare come – con quella che Putin stesso definisce la catastrofe geopolitica del ventesimo secolo, ovvero la caduta del Muro di Berlino e di come tutti gli esiti consequenziali di ciò che è accaduto – avrebbero potuto prefigurarsi scenari ben peggiori, a causa del senso di frustrazione che covava, e ancora sta covando, nelle profondità della Russia.
Qual è questo parallelismo possibile tra la Germania di Weimer e la “Russia di Weimer”?
Quando nel 1918, lo Stato Maggiore tedesco, guidato da Hindenburg e Ludendorff, si presenta al cospetto del Kaiser e dice “non siamo più in condizione di combattere”, questo messaggio arriva all’opinione pubblica tedesca come un fulmine a ciel sereno. Non è un caso che proprio da ciò abbia preso il via la leggenda “della pugnalata alle spalle”.
La frustrazione era violenta e forte, perché nonostante l’ingresso degli Stati Uniti, nel novembre 1918, le truppe tedesche erano posizionate saldamente all’interno del territorio francese, avevano piegato la Russia, costretta alla pace con il trattato di Brest-Litovsk: i confini del II Reich a Est erano arrivati dove nemmeno il III Reich di Hitler sarebbe giunto al momento del suo apogeo, e comprendevano tutte le Repubbliche baltiche, tutta la Rutenia, la Bielorussia, l’Ucraina, e contemporaneamente era stato dato il via a un processo di disgregazione che aveva portato alla creazione di tantissime repubbliche autonome filotedesche nel Caucaso. L’esercito imperiale tedesco era quindi una forza che appariva vittoriosa, anche se Hindenburg e Ludendorff, quando si presentano dal Kaiser, sono consapevoli che queste posizioni sono estremamente fragili e che l’ingresso degli Usa nel conflitto ha cambiato totalmente gli equilibri;  soprattutto il blocco navale aveva reso la posizione del fronte interno insostenibile, con milioni di tedeschi che stavano soffrendo la fame.
Quindi l’esercito smobilita, le truppe tornano a casa schiacciate da un profondo senso di frustrazione e successivamente, tutta la storia di Weimer sarà costellata dalle vicende dei Corpi franchi, dalla violenza politica nelle strade e dai numerosi tentativi di colpi di Stato.
Lo stesso accade in Russia: quando Gorbaciov inizia il processo della Glasnost e la successiva Perestroika, per cercare di resistere alla sfida che militarmente, culturalmente e politicamente, il Blocco occidentale gli aveva lanciato, in realtà, l’esercito sovietico – nonostante la battuta di arresto in Afghanistan – era saldamente a Berlino, a Varsavia e a Praga, e tutti coloro che contrastavano l’ordine neoliberista avevano come punto di riferimento Mosca.
Quando l’Armata Rossa, dismette le conquiste che erano state pagate con un prezzo di sangue esorbitante e i suoi uomini ritornano in patria, il risentimento covato dall’armata, dopo questa tragedia, si sfoga anch’esso in un tentativo di colpo di Stato contro Eltsin, colpo che viene duramente represso e in latente ostilità nei confronti dell’ordinamento pseudo-democratico.
Quindi, primo parallelismo: frustrazione dell’esercito e spinte centrifughe che rischiano di disgregare le due realtà statuali.
Secondo parallelismo: la percezione che una parte del popolo viene strappato alla Madrepatria.
Con la ridefinizione dei confini, dopo la pace di Versailles, la Germania perde una significativa percentuale del proprio territorio; pensiamo alle regioni che erano state conquistate dopo il 1870, come l’Alsazia e la Lorena, ma anche realtà che facevano storicamente parte dell’area germanofona: una parte della Slesia che viene ceduta alla Polonia, come anche il corridoio di Danzica; la creazione della Cecoslovacchia, che porta all’amputazione dei Sudeti, milioni di tedeschi che finiscono in delle aree dove sono trattati come una minoranza discriminata e ciò avviene soprattutto in Polonia e in Cecoslovacchia. Tutto questo lo ritroviamo anche nella Russia post-sovietica, perché con la disgregazione della costruzione imperiale dell’Urss e la nascita delle tante Repubbliche, ci sono milioni di russofoni, o meglio cittadini sovietici, che restano incagliati all’interno di assetti statuali dove vengono discriminati.
Terzo parallelismo: nella Repubblica di Weimar e nella Russia post-sovietica, c’è una piccolissima fetta di popolazione che si è straordinariamente arricchita in questi drammatici frangenti. In Russia sono gli oligarchi, nella Germania di Weimer i profittatori di guerra: entrambi riescono a costruire, grazie ai loro network politici e a un senso di amorale opportunismo, degli imperi economici.
Questo genera nella maggior parte della popolazione che si trova a sostenere difficili condizioni di vita e di profonda indigenza economica, un risentimento nei confronti di quella minoranza che invece è riuscita a cogliere, come accade nelle grandi crisi, delle immense opportunità.
La Repubblica di Weimar verrà stravolta con la crisi economica del 1929, la Russia dal default del proprio debito sovrano.
Nella Germania di Weimar queste tre variabili dell’equazione, danno come risultato Adolf Hitler. Le stesse, nella “Russia di Weimer”, hanno prodotto come risultato Vladimir Putin, che non è certamente Hitler. Anzi, Putin ha dimostrato grande intelligenza nel riuscire a risolvere tutte le sfide che aveva di fronte, cercando allo stesso tempo di avvicinare la Russia all’Occidente. In questa parabola evidenzierei però due momenti, nel 2003 con la costituzione di un fronte comune contro l’avventura neoconservatrice, che vede uniti Francia, Germania, Russia e la diplomazia vaticana e dove sembra prendere forma un nocciolo realmente alternativo; l’oscillazione contraria si avrà nel 2014, che è il momento di massima lontananza tra Mosca e Berlino e ha evidenziato tuttala debolezza della Russia, in riferimento all’Ucraina, che sappiamo essere imprescindibile per Mosca. Si tratta di quell’area che i russi considerano “estero prossimo” e che di fatto è la matrice genetica e culturale dell’Impero zarista che a partire dall’anno mille, avrà il suo primo embrione attorno agli insediamenti di Kiev e Smolensk. Proprio nel suo momento di massima debolezza, Putin è diventato il punto di riferimento globale dei sovranisti e degli antiglobalisti, percorso complesso, ma dove si denota la forte responsabilità delle classi dirigenti occidentali, le quali avrebbero dovuto invece riconoscere il grande impegno di Putin nel tentativo di chiudere partite drammatiche come la guerra in Cecenia e le spinte centrifughe che mettevano a repentaglio la stessa tenuta dell’architettura statuale russa; l’Occidente, in risposta, ha sostenuto il colpo di Stato che ha defenestrato un leader eletto come Yanukovych.
Questo percorso, serve anche per mettere in luce le contraddizioni che un leader come Putin ha dentro di sé: Putin non è un reazionario, non lo è per formazione, non lo è per storia, non lo è neanche per orizzonte mentale e rammentiamo che nel discorso dove ha messo in discussione il modello della democrazia liberale (che di fatto è entrato in crisi), non risponde abbracciando le tesi di Dugin e degli eurasisti, ma quelle di coloro che da questi ultimi sono considerati i nemici giurati della Russia tellurica e asiatica, gli Zar illuministi e illuminati, che hanno voluto spingere sull’acceleratore della modernizzazione del Paese. Ma nonostante questo, oggi si trova schiacciato su posizioni esattamente antitetiche.
V.G. “Gerussia” e anche GeCina… Come si colloca la spinta globalista tedesca con questo antiglobalismo putiniano? La Germania ha bisogno della globalizzazione, come la Cina, ma la Russia pare rifiutare questo orizzonte.
S.S. Oggi, ancor più che in passato, i rapporti tra Germania e Russia purtroppo stanno insieme per puro pragmatismo. Dovremmo sposare qui una visione marxiana: Karl Marx afferma che l’Essere è sempre condizionato dall’esistenza e le ideologie sono una pura sovrastruttura. E questo è anche l’approccio di Putin: basti pensare alla sua tesi di dottorato. Una tesi oggi secretata, ma di cui ho avuto la possibilità di leggerne alcuni significativi stralci in inglese; in questo studio fa trasparire la sua visione geopolitica suggellata dalla sua firma, e dove – strizzando l’occhio all’Eni e alle riforme di Enrico Mattei in Italia – propone per la Russia post-oligarchica e post-Eltsin, un modello economico incentrato sulla proprietà pubblica, o para-pubblica, delle società che valorizzano il ciclo del gas e del petrolio. Si tratta di un programma politico successivamente realizzato dallo stesso Putin, con la creazione di Gazprom. Ed è l’energia che polarizza e definisce oggi la relazione tra Mosca e Berlino.
V.G. Cerchiamo di fare un ritratto di Putin e inquadriamolo nella storia
S.S. Putinporta in sé ricordi dolorosi delle tragedie che ha vissuto da protagonista, per le conseguenze della Seconda guerra mondiale e della Guerra Fredda e dico questo perché la sua famiglia è di San Pietroburgo, ed ha subìto sulla propria pelle uno degli eventi più terrificanti di quel conflitto che è stato l’assedio della stessa Leningrado: uno dei fratelli di Putin è morto di fame e di stenti durante quell’assedio.
Come sappiamo, è stato un agente del controspionaggio del KGB e non è un caso che Putin, dalla lente deformante della propaganda russofoba – che non essendo in grado di leggere la complessità dello scenario – viene descritto come un despota reazionario, quando invece non lo è affatto. Come dicevamo, ha tra i suoi miti fondativi i grandi Zar che hanno modernizzato la Russia e l’hanno proprio modernizzata guardando alla Germania.
Questa collaborazione, negli ultimi trent’anni, è stata esemplificata anche attraverso i rapporti personali, pensiamo ad esempio al rapporto tra Kohl e Gorbaciov (i tedeschi sanno perfettamente che la riunificazione del ’90 sarebbe stata impossibile senza il nulla osta dei russi). Il rapporto tra Kohl e Eltsin era un legame molto forte come anche quello tra Schroeder e Putin, che è stato anche caratterizzato da una profonda amicizia. Più delicato quello della Merkel con Putin, poiché la Cancelliera porta in sé un’altra storia, quella della Germania orientale: la sua traiettoria politica affonda le sue radici nell’ex DDR e nell’oppressione comunista. Tuttavia il pragmatismo tedesco va manifestandosi in questa linea di continuità, che oggi trova il suo massimo baluardo nel presidente della Repubblica federale Steinmeier, già Ministro degli Esteri della Grande coalizione, e che ha detto chiaramente come, nonostante le sanzioni, nonostante la crisi Ucraina del 2014, nonostante l’embargo seguito ai fatti di Euromaidan e della Crimea, questo rapporto e questo filo rosso non deve essere spezzato.
Tra l’altro i tedeschi sono perfettamente consapevoli che calcare la mano sulla Russia significa gettarla nelle braccia dei cinesi e pur con tutte le difficoltà e le incomprensioni degli ultimi anni, “Gerussia” è quel filo elastico che lega la Russia all’Europa e quindi all’Occidente.
V.G. Filo elastico, visione, innovazione, non solo tecnologica.
Dice Merkel: “Siamo direttamente interdipendenti l’uno dall’altro, lo vediamo a proposito delle questioni energetiche, è importante ricordare che la Russia sia il più importante fornitore energetico della Germania, ma dall’altro lato l’economia russa necessita di modernizzazione. Le imprese tedesche offrono alla Russia occasioni per lavorare insieme. Ci sono interdipendenze, vogliamo costruire condizioni affidabili, di cui tutti possono avvantaggiarsi, dai fornitori, ai clienti ultimi, ai paesi di transito.”
La Germania è come se avesse ispirato questo nuovo quadro, ai tempi di Lenin e ai tempi di Stalin la consapevolezza della Russia di essere anche una superpotenza energetica non c’era.
In cerca di sovrastrutture, che facciano da collante per trovare intese tra Germania e Russia e in senso più ampio tra Europa e Russia, dove l’Europa presenta in sé come network sovrastrutturale la moneta, qui abbiamo e parliamo di infrastrutture del gas.
S.S. Si esatto, plasticamente “Gerussia” prende oggi forma in questa grande infrastruttura energetica che è il Northstream.
Northstream 1 e 2 mettono in luce tutto questo e anche una certa spregiudicatezza dei tedeschi, che tendono solitamente a “bacchettare” gli altri, imponendo al resto dell’Europa, nei confronti della Russia, il pedissequo rispetto delle sanzioni vigenti, ma non solo. Hanno implementato questo ambizioso programma nonostante le minacce americane che puntavano a valorizzare la propria industria estrattiva. Molto pragmatici, no?
V.G. La Russia ingloba l’Europa o l’Europa ingloba la Russia nella visione “Gerussia”?
E parlando delle energie e delle infrastrutture del gas, dove ha sbagliato l’Europa nel Mediterraneo?
S.S. Il baricentro più forte è quello europeo. Non ci sono dubbi. L’Europa è uno spazio economico di 400 milioni di esseri umani altamente scolarizzati, con il sistema di welfare più evoluto sulla faccia della terra e con una capacità di generare PIL, senza osservarci frazionati, ma nella nostra totalità di europei, incredibile e inarrivabile. La vera prima potenza economica del mondo è l’Europa, che non è avvicinabile per numeri né dagli Stati Uniti, né dalla Cina. Germania con Francia e Italia, sommate agli altri Paesi danno questo risultato, anche senza la Gran Bretagna e se fossimo una formazione con un’identità politica e federale, l’Europa sarebbe davvero il baricentro a livello mondiale. Non solo per i risultati economici, ma per la tenuta e la coesione interna del sistema, grazie all’architettura del welfare, che nei decenni, i nostri nonni e i nostri padri hanno avuto la capacità di costruire. Il problema è che proprio per la drammaticità della nostra storia, l’Europa rifiuta gesti simbolici e passioni che sono fondamentali nella politica, ma che in passato hanno generato solo disastri. La timidezza e la prudenza con cui ci si muove in questo ambito, soprattutto da parte tedesca, è perché si ha paura di mettere in moto meccanismi e dinamiche che abbiamo già visto all’opera. La freddezza burocratica con cui si approccia il processo fondativo dell’Europa, attiene a questa paura di fondo, paura non totalmente metabolizzata. Così, l’ideologia dell’Europa e delle istituzioni comunitarie, è diventato il politicamente corretto, che di per sé non è vitale, è una scoria.
L’Europa vive in sé questo tipo di paradosso, ma è certo che la Russia subisce la forza attrattiva dell’Europa da una parte e della Cina dall’altra.  Oggi Mosca non è una grande protagonista, le azioni che mette in campo Putin, sono azioni di retroguardia, come in Siria, come in Ucraina e in Crimea. Ci colpisce la spettacolarità di queste reazioni, come occupare la Crimea o puntellare il regime di Assad, ma si tratta di tattiche che in pochissimo tempo esauriscono le risorse a disposizione di un corpo già profondamente stremato, come quello russo.
Attenzione a non fare un errore di prospettiva e di profondità: la Russia è una potenza declinante e come tale, fa di tutto per arrestare questo declino, cercando di stabilizzare il contesto. Le potenze ascendenti invece sfidano l’ordine costituito.
Gli errori dell’Europa in realtà sono dovuti in gran parte a questo approccio ideologico delle relazioni internazionali, pensiamo all’uccisione della Politkovskaya: l’assassinio di questa pur coraggiosa giornalista, che in Russia scriveva per un giornale dalla minima diffusione, con una scarsa capacità di incidere nel dibattito interno, è stato una cosa che ha aiutato Putin o l’ha indebolito sul fronte internazionale? Ed è veramente stato inspirato da Putin? È pensabile? O sono stati pezzi degli apparati deviati che hanno messo in difficoltà Putin uccidendo la Politkovskaya, tra l’altro nel giorno del compleanno del Presidente?
Per capire un po’ meglio, pensiamo alla vicenda di Giulio Regeni. L’Italia e l’Egitto hanno una storia di grande amicizia e importanti interessi in comune, ma il cadavere di Regeni, con la sua drammatica morte per cui chiediamo verità e giustizia, fa emergere tutte le criticità su cui poggiano l’Egitto e il suo Presidente, pesantemente danneggiato da questo drammatico episodio, ma che allo stesso tempo ha difficoltà a fare chiarezza su quanto accaduto perché in questo modo dovrebbe mettere in luce alcune dinamiche del suo mancato controllo sugli apparati di sicurezza. Il cadavere torturato del nostro connazionale, è un ostacolo gettato sull’amicizia tra l’Italia e l’Egitto, così come il cadavere della Politkovskaya lo è sui rapporti tra l’Occidente e la Russia.  
Pur chiedendo il pieno rispetto dei diritti umani, l’Occidente dovrebbe – a mio avviso – avere un approccio un po’ più pragmatico rispetto a questi temi, non dico ritornando a quando durante la Guerra Fredda non si è fatto minimamente scrupolo di trattare con dittatori di ogni risma purché dotati della patente di anticomunismo, oppure ha mantenuto rapporti con il Sud Africa dell’apartheid o successivamente, per decenni ha fatto affari con Pechino. Dovremmo però smettere di usare i diritti umani in modo intermittente, per sanzionare di volta in volta chi non si allinea sulle nostre posizioni, soprattutto perché dopo il 2003 e le menzogne che l’Occidente ha pronunciato di fronte a tutto il mondo per giustificare una guerra ingiustificabile come quella in Iraq, la sua forza morale è precipitata ai minimi termini.
V.G. Piccola digressione sui diritti umani e l’ipocrisia occidentale e come questa può venire strumentalizzata a fini politici. In riferimento alla Risoluzione parlamentare europea recente, che vorrebbe equiparare il nazismo allo stalinismo. Senza entrare nel merito, consci del fatto che i totalitarismi vadano condannati senza sé, senza ma e senza ripensamenti. Ciò che emerge però, leggendo bene cosa in quella Risoluzione è scritto, è che l’attacco viene sferrato frontalmente a Putin, come se la risoluzione fosse rivolta a lui direttamente, al quale si chiede di fare ammenda e pubblicamente pronunciare intestarsi le colpe pevicende che comunque la storiha già condannato, e in riferimento particolare allo stalinismo ci aveva già pensato Nikita Krushchëv nel 1956.
Sembra che l’Europa tenti di mettere spalle al muro la Russia di oggi, con questa mossa.
S.S. Questa tua domanda merita una risposta articolata: innanzitutto chiediamoci come è nata questa risoluzione, e la risposta ci apre a un problema che abbiamo solo lambito nella nostra riflessione.
Questa risoluzione è stata voluta dai Paesi di Visegrad, in primis dalla Polonia. Quando abbiamo parlato del Northstream, non abbiamo infatti spiegato del perché russi e tedeschi abbiano sentito l’esigenza di costruire questa infrastruttura strategica, considerando che ci sono tanti oleodotti e gasdotti che dalla Siberia arrivano fino all’Europa. Ma questi gasdotti e questi oleodotti, attraversano Paesi instabili come l’Ucraina e ostili alla Russia, come la Polonia. Il pragmatismo russo-tedesco, ha fatto sì che fosse immaginata un’opera, il Northstream appunto, che parte dal territorio russo, si immerge nel Baltico lambendo lo zoccolo continentale della Penisola scandinava, entrando nella acque territoriali della Svezia, per arrivare poi in Germania.
A parte un attacco diretto o un’operazione di sabotaggio, che sarebbe molto complicata per un oleodotto-gasdotto sottomarino, si evita così di attraversare e pagare le royalty di attraversamento a Paesi ostili. Questo è pragmatismo estremo: risolvere il problema bypassandolo. Non è un caso che la Polonia abbia commentato la notizia del raddoppio del Northstream, affermando che si tratta di una riedizione del Patto Molotov-Ribbentropp.
V.G. Palese.
S.S. Palese. Si deve fare però in modo, e lo devono fare le classi dirigenti russo-tedesche, che questi popoli non lo pensino, impegnandosi a rimuovere dal nostro scenario tutte le paure e tutti gli incubi del passato. Il Paese che più ha pagato tutto questo è stato certamente la Polonia. La Polonia è un Nazione che ha una storia lunghissima, una grande storia culturale, ma anche una grande sfortuna, di avere due vicini molto ingombranti e la Polonia è il risultato di un’equazione tremenda; se la Germania e la Russia sono forti, la Polonia scompare, infatti, dal 1795 fino al 1919, sulle carte geografiche dell’Europa non esisteva più; se la Germania è debole e la Russia è forte, la Polonia si sposta verso occidente, viceversa, se la Germania è forte e la Russia è debole, la Polonia si sposta verso oriente. Se questi due Paesi sono deboli entrambi, cosa che è successo raramente, come tra il 1919 e la metà degli anni’20, nasce la grande Polonia. Tanto grande da essere definitiva potenzialente “inter mares”: si tratta di una definizione che si deve a Pilsudskj, dittatore polacco che negli anni ‘20  riuscì a sconfiggere l’Armata Rossa di fronte a Varsavia, il quale ha anche affermato che la Russia senza l’Ucraina è una Russia evirata, e che la Polonia ha la possibilità – per i suoi rapporti storici con la Lituania, con la Romania e gli altri Paesi – di creare questo spazio geopolitico che lui definisce appunto inter mares, tra il Mar Nero e il Mar Baltico, in grado di marginalizzare la Russia e rigettarla oltre le steppe.
L’incertezza sulla propria storia genera però, freudianamente, un iper-nazionalismo e un profondo revanchismo. Oggi lo vediamo, la Polonia, come gli altri Paesi di Visegrad, sono quelli in cui i sentimenti sovranisti sono più forti, conditi da una salsa russofoba. I giochi non sono lineari: se Putin da una parte è indicato come un leader dei sovranisti mondiali, dall’altra i più sovranisti d’Europa sono antirussi, perché è nel loro DNA. La Polonia degli anni ’20, per avere la sua indipendenza, si era appoggiata ai francesi e agli inglesi (questo è il gioco raccontato benissimo da Richard Owery nel suo The origin of the Second World War sul preludio allo scoppio della guerra nel settembre del 1939, da leggere con l’articolo When German Power meets Polish nationalism recentemente uscito sul Financial Times).  
Oggi, i polacchi e gli ucraini appoggiano questa aspettativa di sopravvivenza sugli Stati Uniti. Non è un caso che nel definire questo spazio intermedio, tra Germania e Russia, a cui possiamo dare tante determinazioni, Rumsfeld abbia usato l’espressione “Nuova Europa”, in contrapposizione alla vecchia Europa. Rumsfeld, che all’epoca era il segretario di Stato di Bush, il quale volle fortemente la guerra in Iraq, guidato dai suoi consiglieri neoconservatori, accusò l’Europa di essere imbelle, al contrario di quei Paesi della “Nuova Europa” orientale che si erano subito schierati con gli Stati Uniti contro l’asse Parigi-Berlino-Mosca, per creare la coalizione dei volenterosi, la “coalitional of willing”, allo scopo di affrontare la guerra contro Saddam Hussein; questo schema ricalca perfettamente quello degli anni trenta.
Passiamo ora al rapporto di Putin con il comunismo, che nella costruzione dell’immaginario della Russia Post Sovietica, ha in qualche modo cercato di tenere tutto insieme in una sorta di memoria condivisa, arrivando persino a promuovere produzioni cinematografiche sull’esaltazione della Controrivoluzione e delle Armate bianche. In questo senso, di Stalin, Putin salva la grande Guerra patriottica come mito fondativo della Russia contemporanea, ma non dimentichiamo che l’intellettuale che ha avuto la più grande influenza su Putin è Solzhenitzyn. Putin lo ha detto a chiare lettere: le prime vittime del comunismo sono stati i russi. Con un’operazione molto complessa e anche molto raffinata, ha di fatto superato le richieste che si leggono sulla Risoluzione promulgata dal Parlamento Europeo e da te citata.
V.G. Propaganda dunque spicciola e faziosa? Non si spiega bene questa Risoluzione del Parlamento europeo e la sua impostazione. L’Europa resta ambigua, al netto delle posizioni dei Paesi di Visegrad.
S.S. Mi trovo perfettamente in linea con l’ambasciatore Sergio Romano e il professor Giuseppe Sacco, che definiscono l’allargamento a Est come il più grande errore compiuto dall’Europa, che invece di lavorare sul tema dell’integrazione ha favorito l’allargamento, che ha diluito l’identità europea e ha inglobato, nella nostra architettura comunitaria, Paesi che hanno una percezione diversa della storia e dei rapporti storici, in particolare con la Russia.
V.G. Torniamo sulla suggestione sollevata dalle illazioni dei Paesi di Visegrad sul Patto Molotov-Ribbentropp, in riferimento alla loro contro-propaganda sul Northstream.
Si parla molto del riarmo della Russia negli ultimi tempi. Quanto davvero esiste questo rischio di aggressione? Lo vogliamo sfatare?
S.S. Uno scenario di guerra aperta appare come assolutamente non plausibile. Non che non ci sia un conflitto in atto. Nel momento in cui l’Occidente appoggia pienamente il regime di Kiev nella repressione del separatismo delle regioni orientali, come il Donbass, e anche in Siria, dove è accanto ai ribelli e all’opposizione più o meno moderata ad Assad, supportato a sua volta dai russi, per il modello della proxy war, già esiste un conflitto. L’auspicio di tutti è disinnescare questa spirale con il suo corollario propagandistico, che non fa altro che alimentare stereotipi che non aiutano la comprensione fra i popoli e soprattutto lo sviluppo del nostro continente.
Berlino e Mosca hanno il dovere di disinnescare queste legittime paure.
Ci può essere “Gerussia” solo nel riconoscimento delle reciproche responsabilità e sarebbe l’antidoto anche al concetto di Nuova Europa, perché se “Gerussia” riesce a disinnescare tutte le paure di ieri e a dialogare con tutti i protagonisti di questa vicenda, diventa un ponte tra Mosca e Berlino, e tramite Berlino con il resto d’Europa.
V.G. Abbiamo descritto lo scenario geograficamente europeo, indicando il blocco russofobo della “Nuova Europa” che rema contro il riavvicinamento delle parti e il pragmatismo di “Gerussia”, con le infrastrutture o le altre azioni diplomatiche.
Vorrei espandermi oltre l’Europa e la Russia. Tracciando un altro confine sulla mappa, da nord a sud: quello Germania-Italia-Israele.
Nel 1949 si forma la prima Knesset in Israele, in Italia viene proclamata la Repubblica nel 1948 su una forma di divisione politico-istituzionale e la Germania viene divisa in blocchi.
Putin appoggia Israele, in onore alla storia che li accomuna.
Abbiamo inoltre “Gerussia” e l’Italia per suo conto, è stato un corpo a metà filo-sovietico fino a meno di quaranta anni fa.  Ben Gurion all’epoca,  guardò immediatamente a ovest, pur ottenendo il benestare di Stalin per la fondazione di Israele.
L’Italia e la Germania, con il miracolo economico, hanno poi intrapreso strade diverse. La Germania è cresciuta, l’Italia rimasta indietro, dimentica del suo sud. Ho iniziato questa intervista con una tua citazione che riporto a chiosa:  «Tra la Russia e gli Stati Uniti c’è un oceano, tra la Germania e la Russia c’è una grande storia». Proviamo a parlare di un altro oceano di vicende, chiuse in un mare più piccolo, il Mediterraneo, che tocca e riguarda però tutta l’Europa, coinvolge Israele e con la Libia oggi anche la Russia, mettendo l’Italia al centro.
S.S. Dividerei questa riflessione in tre blocchi: Germania-Italia-Israele e le radici della propria identità nazionale, il mondo post ‘89 e come il Mediterraneo si può integrare o meno all’interno dello scenario di “Gerussia”.
Ragionando sul concetto di nazione, che non è uguale per tutti i popoli, possiamo dividere le caratteristiche di appartenenza nazionale in due grandi famiglie: quella francese giacobina con il suo nazionalismo che si  manifesta nell’adesione volontaristica alla nazione e quella romantica. Nel primo caso la nazione è una scelta, un “referendum quotidiano”. Non è quindi un dato aprioristico, ma volontaristico e questo è il nazionalismo di matrice giacobina, che si è scagliato contro tutte le organizzazioni sovra-statuali, come l’Impero e che ha generato un altro tipo di nazionalismo per reazione, sviluppatosi in particolare in Germania. Non a caso il nazionalismo tedesco nasce dopo la disfatta del 1806 e dall’umiliazione di Jena, e ha una matrice di tipo romantico.
Se per il modello francese, la nazione è volontà di adesione, per i tedeschi la nazione è data. Attiene cioè alla matrice più intima, che passa per quella funesta formula, dello slogan nazionalsocialista “del sangue e del suolo”. Ovvero, ognuno di noi, secondo i tedeschi, aderirebbe a una piccola patria, una Heimat, la quale a sua volta aderisce alla Vaterland e la Vaterland ha ambizione di diventare Reich. Questo è l’humus culturale in cui fermenta, ribolle e si agita, il nazionalismo tedesco, che può prendere una strada democratica, ma che dopo la Prima guerra mondiale, quando è ferito, sconfitto e umiliato, si trasforma in rabbia, rancore, risentimento e scarica la sua frustrazione contro i nemici, interni ed esterni. Il nazionalismo italiano, prende forma tra quello francese e quello tedesco: basti pensare al fatto che il nostro Tricolore, in cui si esemplifica l’unità nazionale, è più antico della proclamazione dello Stato unitario del 1861; il Tricolore entra nella storia e nel mito italiano con le Repubbliche Cisalpine e Cispadane, con Napoleone Bonaparte che dona questo vessillo alla legione di volontari che combatterà nei ranghi della Grande armata napoleonica. Il sogno unitario italiano nasce nella stagione illuminista, ma in modo diverso da quello tedesco, poiché i tedeschi reagiscono a Napoleone e invece gli italiani credono all’Imperatore, nonostante le successive delusioni di alcuni patrioti come Foscolo; si alimenta poi nel mito murattiano e avrà il suo compimento nella stagione del romanticismo. La storia del nazionalismo italiano, come tutta la sua politica estera, è un oscillare continuo, tra il polo francese e quello tedesco.
La storia del nazionalismo israeliano invece, in virtù dell’idea della Terra Promessa, ci rimandano anch’esso a un nazionalismo di matrice romantica, con quello che ne consegue e con le strade tortuose che questo percorso può intraprendere.
La Guerra Fredda ha creato i presupposti per il miracolo economico italiano e tedesco e per la nascita dell’Unione Europea. Gli americani si erano stancati della litigiosità degli Stati europei occidentali e avevano bisogno che fossero uniti e coerenti, non solo nel quadro dell’Alleanza atlantica, ma anche all’interno di un assetto propiziato dalle istituzione comunitarie. I tedeschi diventano indispensabili per gli americani, poiché è impensabile difendere i confini orientali senza il baluardo tedesco.
Per questo, gli americani congelano la situazione debitoria tedesca, istituiscono il Piano Marshall e lavorano alla creazione del Mercato Comune, per la rinascita della infrastruttura economica tedesca, come precondizione del riarmo della Repubblica Federale.
Una parentesi, avendomi tu sollecitato il tema dell’Italia divisa: in realtà anche se politicamente instabile, presentando il più grande Partito Comunista d’occidente, l’Italia non viene divisa geograficamente. La Guerra Fredda determina in Italia un altro tipo di divisione, sancita dal dettato costituzionale e dalla nascita cinquanta anni fa delle regioni. Per creare una valvola di sfogo e per evitare che il consenso nei riguardi del PCI potesse assumere, dato il numero massiccio di elettori che davano il proprio consenso a tutte le formazioni di sinistra, una connotazione eversiva per lo Stato, si dà vita alla nascita delle regioni, allo scopo di creare questa valvola di sfogo politico-istituzionale.
Mentre per la Germania la divisione è geografica, in Italia alla geografia si sovrappone la politica. E questo assetto, dopo la Guerra Fredda, non si è risolto come in Germania, ma anzi si è acuito.
La crisi attuale del Co-Vid, sta amplificando questa debolezza nell’affrontare le sfide della nostra contemporaneità. In Italia assistiamo a spinte centrifughe fortissime che rischiano di mettere in discussione la stessa tenuta del nostro Paese.
Infine il Mediterraneo e “Gerussia”.
La riflessione ci porta a concludere che in realtà, “Gerussia”, potrebbe essere presto superato (o integrato), da un altro assetto globale, che è quello proprio della GeCina a cui hai prima accennato.
La capillare penetrazione degli investimenti cinesi nei Balcani e nella zona che abbiamo descritto come inter mares, Nuova Europa o “Gerussia”, è fortissima. Diventerà ancora più forte quando verrà implementata la Belt and Road Initiative. La Via della Seta terrestre, a cui anche l’Italia ha aderito, presenta diverse problematicità. È vero che rimette al centro il Mediterraneo, ma rimettendo al centro il Mediterraneo non è detto che rimetta al centro tutta l’Italia. Innanzitutto, la Via della Seta terrestre è alternativa e non complementare alla Via della Seta Marittima, perché spostare le merci dalle zone costiere della Cina fino alla massa continentale europea, dove il terminale è Duisburg in Germania e non l’Italia, (torna in Italia a Trieste e poi si snoda verso il resto della penisola e verso il resto dell’Europa solo se verrà terminato il tracciato della Tav Torino-Lione), significa risparmiare due settimane di tempo rispetto alla navigazione attraverso lo stretto di Suez, che ha il suo terminale a Gioia Tauro principalmente, e nel Pireo. Il porto del Pireo sappiamo già che è cinese e che il porto di Gioia Tauro sta entrando in saturazione.
GeCina potrebbe risolvere in parte le contraddizione nei rapporti tra la Germania e i suoi partner orientali, permettendo di superare in particolare quelle di tipo ideologico, infatti entrambe sono globaliste, a differenza della Russia (al momento anti-globalista). Quindi sarebbe molto più facile integrare i Paesi dell’Europa Orientale russofobi in questo disegno strategico. Non verrebbe però integrato tutto il Mediterraneo, solo quello orientale, con quella parte dell’Italia che respira le atmosfere Mitteleuropee. Queste forze potrebbero avere sul nostro Paese un ulteriore impatto centrifugo, in quanto si sposterebbe il centro nevralgico, come quando l’Impero Romano spostò la sua capitale da Roma a Bisanzio e, amplificare, oltre alla storica divisione tra Nord e Sud, quella che più osservatori registrano oggi tra Est e Ovest, geograficamente rappresentate dai due versanti degli Appennini.
* Autore del saggio “Gerussia. L’orizzonte infranto della geopolitica europea a trent’anni dalla caduta del Muro”, edito da Castelvecchi e giunto alla terza edizione nel novembre 2019. 

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