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SULLO “STATO DI SOGNO” E (ALCUNE) SUE POSSIBILITA’


Di Gianluca Marletta

Per capire la realtà del sogno, é necessario innanzitutto distinguere lo stato di “sonno profondo” (dove l’essere è riassorbito in uno stato che non ha più alcun collegamento con la coscienza individuale – stato di cui non ci occuperemo in questa sede) da quello di “sogno” propriamente detto.
In senso stretto, il sogno è in realtà lo stato in cui l’essere – abbandonata ma non del tutto la manifestazione grossolana e corporea (permane infatti quella che la Bibbia chiama la “corda aurea” che collega anima e corpo) – si ritrova nella dimensione psichica, animica e sottile. La complessità dello stato sottile o animico é tale che non può in alcun modo essere affrontata in questa sede (Cfr. René Guenon, L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, Cap. XIII); ma proprio tale complessità rende ragione dell’immensa vastità e della differente natura di ciò che, nel linguaggio profano, è semplicemente definito come “sogno”.
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Innanzitutto, l’essere riassorbiti nello “stato sottile” che la condizione di sogno implica, rappresenta pur sempre – e almeno in una certa misura – un affrancamento dai limiti corporei: per questa ragione, in tale modalità, “può capitare” anche involontariamente che l’essere “spazi” in condizioni e “luoghi” (intendendo il termine in senso simbolico) normalmente preclusi nello stato di veglia. 
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Ancor più interessante è l’analogia tra il SOGNO E LA MORTE (non è solo una “metafora poetica”, come immaginano gli esegeti profani, l’espressione del Cristo che indica i morti come “addormentati”). Immediatamente dopo il trapasso, infatti, la maggior parte degli individui giungono proprio in quella dimensione intermedia (l’Ade o lo Sheol degli antichi o della Bibbia) che è propriamente lo stato sottile (Taijasa nella Tradizione Indù). Questo, per inciso, implica anche che certi “incontri” con individui trapassati che possono avvenire in sogno siano (a volte) cose molto più “reali” di quanto si immagini (come testimoniato in tutte le Tradizioni spirituali – Cfr. I Racconti del Pellegrino Russo…), proprio perché la comunicazione tra due esseri è possibile solo ritrovandosi in uno stesso stato o modalità. Non è un caso che nella tradizione classica le Due Porte dei sogni fossero collocate proprio …all’ingresso dell’Ade.

L'evoluzione di Yahweh nella Bibbia ebraica


Ecco un estratto dell'intervista di Thom Stark, intitolata «Polytheism and Human Sacrifice in Early Israelite Religion». Thom Stark è autore del libro The Human Faces of God, sul politeismo e il sacrificio umano nella religione israelitica delle origini.

Di John Loftus

D. Chi è lo Yahweh degli Israeliti?

R. Come studiosi del livello di Frank Cross, Chris Rollston, Mark Smith e altri hanno dimostrato e sanno da qualche tempo, i testi più primitivi della Bibbia ebraica forniscono indizi decisivi che la concezione iniziale di Yahweh fosse quella di una divinità tribale dell'antico Vicino Oriente. Come sostengo nel mio libro, in accordo con Rollston, la «Canzone di Mosè» di Deuteronomio 32 indica che Yahweh era considerato uno dei figli della divinità cananea El Elyon (Dio l'Altissimo).

La canzone descrive come le nazioni furono formate in origine, e ciò che dice è che i popoli della Terra furono divisi in accordo al numero dei figli di El Elyon (i membri minori del pantheon divino). Yahweh, la divinità patrona di Israele, era uno dei figli di Elyon.
Gli indizi migliori suggeriscono che Yahweh non ebbe inizio come l'"unico vero Dio" del più tardo monoteismo ebraico; non ebbe inizio come il creatore del mondo. Yahweh iniziò come una giovane divinità tribale in ascesa la cui forza eccezionale tra gli altri dèi rispecchiava le aspirazioni di Israele a fronte delle tribù e delle nazioni circostanti.
D. Sta dicendo che Dio evolve nell'Antico Testamento?

R. Esattamente. Sorpresa delle sorprese, mentre Israele aspirava alla grandezza e cercava di farsi un nome, circondata da vasti imperi, Yahweh divenne sempre più grande, finché non divenne così grande nelle loro teologie che non ebbe più senso riferirsi alle altre divinità nazionali come dèi — tanto più largamente superiore era Yahweh agli dèi delle altre nazioni, secondo la letteratura propagandistica giudea.
D. Ci dica qualcosa di più a riguardo di questa evoluzione da divinità tribale a monoteismo.

R.  Come sostiene Chris Rollston, ci sono varie fasi nella progressione di Israele dal politeismo al monoteismo. Yahweh inizia come membro minore del pantheon divino. Questa è la visione durante il periodo della storia di Israele caratterizzato dalla confederazione tribale. Dopo che Israele divenne una monarchia, Yahweh ottenne una promozione a capo del pantheon, prendendo il posto di suo padre Elyon (si tratta di un parallelo con idee simili presenti nella letteratura babilonese, in cui l'ascesa di Marduk a re degli dèi rispecchia il sorgere dell'impero babilonese).
Col tempo, Yahweh ed Elyon furono uniti, in un certo senso si fusero in un solo dio. In questa fase Yahweh inizia ad essere visto come un dio creatore. Ma in questo periodo, Israele crede ancora in altre divinità; è solo che non devono venerare altri dèi perché devono la loro lealtà a Yahweh, il loro patrono. Naturalmente, si credeva che Yahweh avesse una moglie, Asherah, ed è chiaro che gli Israeliti la veneravano come la consorte di Yahweh.

Pare che questa sia stata l'ortodossia accettata fino al VII secolo a.e.v. circa. A quel punto, profeti come Geremia iniziarono a entrare in polemica contro altri dèi, mettendo in dubbio la loro stessa esistenza. Questa idea che Yahweh solo è Dio si solidificò durante l'esilio babilonese nel VI secolo, per un insieme complesso di ragioni. Questo è il momento in cui la religione israelitica ufficiale divenne finalmente monoteistica.



Oltre la Morte, Oltre la Vita: fisica quantistica, Bibbia ed energia vitale



Di Pierluigi Tombetti
CHE COS’E’ LA MORTE?
Un passo oltre la soglia, un orizzonte sconosciuto, inesplorato, in cui molti desiderano poter gettare uno sguardo, ma a pochissimi è concesso. Legalmente la morte è definita semplicemente come un stato fisico, inattività e termine delle funzioni vitali, in particolare la cessazione irreversibile del funzionamento del tronco encefalico e delle funzioni elettriche cerebrali. Sembrava un concetto chiaro e semplice ma eventi sempre più frequenti in tutto il mondo ci costringono ad ampliare la nostra visione di un fenomeno tanto comune quanto misterioso.
La letteratura medica riporta numerosi casi in cui una persona definita clinicamente morta per molte ore o addirittura giorni ed è stata poi riportata in vita, con le più avanzate tecniche di crionica applicata[1] . L’ultimo caso in Italia è quello riportato sui principali quotidiani del 27 maggio 2015, in cui un quattordicenne è rimasto per 43 minuti sott’acqua dopo l’annegamento nel naviglio di Milano ed è stato riportato in vita sfidando qualunque conoscenza classica per inoltrarsi nel territorio inesplorato della morte.
Persone rimaste per giorni intrappolate nella neve, sotto la superficie del mare, soffocate, vinte dal freddo, annegate, corpi umani in cui erano cessati battito cardiaco, attività respiratoria e cerebrale sono stati riportati in vita quasi tutti senza conseguenze. In questi casi si è rivelata essenziale una condizione: l’ipotermia. E una sola scienza è stata in grado di operare questi veri e propri miracoli: la crionica.
La crionica è la disciplina medica che si occupa di preservare la vita, non preservare la morte. Come afferma la Società Italiana per la Crionica “(…) essa  è una tecnologia tesa a salvare vite e ad estendere, di molto, le aspettative di vita. In pratica, consiste nell’abbassamento della temperatura corporea di persone dichiarate legalmente morte, fino al raggiungimento della temperatura dell’azoto liquido. A quel punto la decomposizione si ferma con la speranza che, in futuro, sarà possibile riportare in vita tali persone, nonché ripristinarne la condizione giovanile e di salute, tramite sufficientemente avanzate procedure scientifiche. Una persona mantenuta in tali condizioni è considerata un “paziente criopreservato”, in quanto non consideriamo tale persona come realmente “morta”[2]:.
Cryonics_satellite,_interiorQuesta scienza così apparentemente controversa, è portata avanti principalmente da ricercatori delle grandi aziende, quasi tutte americane, che si occupano di vetrificare persone appena decedute e conservarle in appositi contenitori raffreddati da azoto liquido, in attesa di un tempo futuro in cui la scienza potrà guarire la patologie di cui sono morti e quindi riportarli in vita.
VETRIFICAZIONE, NON CONGELAMENTO
Le prime tecniche di crioconservazione di corpi umani risalgono agli anni ’70 ed ’80 del secolo scorso, ma implicavano un semplice congelamento dei tessuti e degli organi che distruggeva il materiale organico,  causando la cristallizzazione dei fluidi e la conseguente distruzione a livello cellulare.
Ma nel corso del tempo le tecniche si sono raffinate ed evolute al punto che ora è possibile mantenere in criostasi un essere vivente e riportarlo in vita senza conseguenze dannose; i test eseguiti su cavie ed altri animali hanno dato risultati positivi. La vetrificazione è il processo in cui un essere vivente abbassa la sua temperatura oltre lo zero senza congelare; è un fenomeno comune in natura, sia nel mondo vegetale che in quello animale, lo scoiattolo dell’Alaska è in grado di abbassare la sua temperatura a -3 ° senza congelare e così molti insetti e pesci.[3]
Un’idea interessante, che ha avuto forti ripercussioni sulla scienza medica: per esempio la vetrificazione viene ora normalmente utilizzata negli ospedali che si occupano di trapianti perché permette di conservare perfettamente gli organi e di trasportarli senza conseguenze. Si estrae il sangue e il fluido organico presente nell’organo e lo sostituisce con un composto inerte vetrificante fino al momento dell’impianto. La stessa cosa accade con i pazienti ospitati in strutture per la vetrificazione dei corpi ospitati in attesa di una successiva resurrezione scientifica.
Le tecniche di circolazione extracorporea studiate dalla crionica e le conoscenze accumulate in anni di studi e di applicazioni pratiche su pazienti consenzienti hanno fatto compiere un balzo in avanti alle nostre conoscenze scientifiche ma sorge un’altra domanda, terribilmente inquietante: perché un corpo umano congelato o annegato in stato di ipotermia è rianimabile solo dopo alcune ore o alcuni giorni dopo la morte clinica? Perché non oltre? Cosa lo impedisce?
Ci sono diverse risposte offerte dalla scienza che fanno riferimento alla biologia, alla medicina, alla chimica, ma la realtà è che nessuna di esse spiega esattamente e in maniera completa il motivo. E forse la risposta finale sfugge perché l’intera questione deve essere vista sotto una luce completamente diversa: come gli eventi di persone rianimate dopo giorni ci hanno costretto a rivedere le verità assodate della medicina, ora  queste stesse ci costringono a una nuova visione della vita e della morte.
Dobbiamo capire che cosa sia effettivamente la scintilla della vita, quella misteriosa energia che Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein, cercava di identificare, e che sfugge anche oggi a una definizione precisa e coerente. E forse il motivo risiede nel fatto che dobbiamo considerare un altro aspetto della vita, sfuggevole ma assolutamente reale, che rientra nel campo della fisica quantistica.
LA SCINTILLA DELLA VITA; Bibbia, energia vitale e fisica quantistica
Che cosa rimane nel corpo dopo la morte clinica che permette allo stesso di essere riportato in vita?
scintillaA questo proposito è interessante il concetto di energia vitale che troviamo nella Bibbia, che a dispetto di quanto si crede e viene normalmente insegnato, non presenta alcun insegnamento relativo a un anima immortale, anzi è esattamente il contrario. Il testo veterotestamentario in Genesi 1:7 riporta: “E Geova Dio (Yahweh/Yehowah Elohim) formava l’uomo dalla polvere del suolo e gli soffiava nelle narici l’alito della vita[4], e l’uomo divenne un’anima vivente.”
E’ interessante notare che la Bibbia è l’unico testo religioso in cui non è contemplata l’idea di un’anima immortale; questo aspetto, può sembrare controverso in quanto è sempre stato insegnato il contrario dalla maggior parte delle religioni organizzate che affermano di basarsi su questo libro.
Tuttavia i termini tradotti anima nelle lingue originali (ebr. nèfesh [נֶפֶשׁ]; gr. psychè [ψυχή]) usati nelle Scritture indicano che “anima” è una persona, un animale o la vita della persona o dell’animale. Questa definizione è accettata da tutti i linguisti che si occupano di Antico e Nuovo Testamento.
Tralasciando le conseguenze di questa affermazione, sostenuta comunque da molti altri passi biblici, il versetto di Genesi ci dice che il corpo del primo uomo è costruito a partire dalla polvere del suolo, o  dalla terra; in effetti quando si fanno le analisi del sangue ritroviamo molti degli elementi presenti nella terra, ferro, potassio, sali minerali, ecc. Ma ciò che interessa è che in un corpo inanimato viene insufflato un non ben identificato “alito della vita” e l’uomo diviene un’anima vivente, non gli viene data un’anima immortale.
bible-scrollLa definizione biblica di anima è vita o essere vivente, e significa che quando questa misteriosa energia viene inserita all’interno del corpo, o ereditata al concepimento da quella proveniente dalle cellule dei genitori,  scocca la scintilla e il sistema vitale comincia a funzionare. Nel testo biblico è evidente che quando la stessa energia se ne va dal corpo esso muore, e per questo processo occorrono ore e a volte giorni.
Ed effettivamente gli scienziati che studiano questi aspetti, tra cui Yury Kronn, membro dell’Accademia delle Scienze russa ma da molti anni scienziato negli Stati Uniti, fisico quantistico e pioniere degli studi in occidente sulla energia della vita (life force, o subtle energy) definisce l’energia vitale come un pacchetto di informazioni quantistiche che scorre nel corpo a frequenze precise portando con sé le informazioni necessarie  alla vita.
yury kronnQuesta affermazione coincide con la visione dell’agopuntura che definisce l’energia vitale come una energia sottile che si sposta in canali detti meridiani; dove tende a bloccarsi si genera la malattia, e la buona salute si mantiene con lo scorrimento continuo di essa nel corpo.
Il fatto che l’agopuntura sia ora accettata e insegnata nei college con corsi e master post laurea in medicina anche in Europa definisce la serietà di questo tipo di ricerche sull’energia vitale che risalgono a cinquemila anni fa in India e Cina.
Secondo quest’ottica, quando dopo alcuni giorni l’energia sottile se ne va dal corpo per tornare all’ambiente naturale, non si ha più possibilità di riportare in vita un individuo. Interessante il fatto, che fintanto che questa energia permane, permette ancora la crescita delle strutture cheratiniche, ecco il motivo per cui durante la riesumazione di cadaveri, ci si trova sovente di fronte a casi di cadaveri con unghie e capelli notevolmente lunghi. Questo fatto ha dato origine nelle aree balcaniche delle leggende sui vampiri, esseri che dormivano di giorno e tornavano in vita di notte.
IL LIMITE DI HAYFLICK E LE POTENZIALITA’ DEL CERVELLO UMANO
Tutto ciò è notevolmente interessante perché coinvolge (e stravolge) una serie di conoscenze acquisite che sembravano assodate e immutabili. Ma ancora più interessante è la presa di coscienza dell’esistenza di un orologio biologico chiamato Limite di Hayflick, che limita a 55-60 volte la replicazione cellulare. Esso è la sveglia che suona all’interno di ogni essere vivente e gli dice che è ora di invecchiare e morire. Senza questa misteriosa istruzione inserita nel DNA degli esseri umani in particolare, sarebbe teoricamente possibile vivere per sempre, sempre che non intervenga un danno meccanico o di replicazione. Sembra un meccanismo studiato a tavolino per limitare la vita umana a 80/90 anni.
telomeros4Tuttavia questo contrasta con la straordinaria capacità di immagazzinamento memorie del cervello che è esponenziale e permetterebbe milioni di anni di memorie, ricordi, grazie alla ramificazione dei neuroni e a processi biochimici non ancora perfettamente compresi. Un cervello concepito per una memoria enorme, e la vita che viene limitata drasticamente con una istruzione.
Ma chi ha inserito questa istruzione, e perché?
Altre domande affascinanti a cui è necessario dare risposte…
RIDEFINIRE IL CONCETTO DI MORTE
Alla luce delle nuove scoperte diviene necessario dare una diversa definizione di morte che si può definire come la perdita irreversibile dell’informazione contenuta nel cervello, ovvero le memorie della personalità, della coscienza dell’individuo, i ricordi della vita vissuta. Ma chi può dire quando essi vengono completamente cancellati? Se è possibile riportare in vita esseri umani dopo giorni di morte clinica allora tutta la nostra della morte, come pure la sua definizione legale deve essere riveduta e corretta, inserendo i nuovi dati in una visione olistica  e globale del concetto di vita e di morte.
L’OMBRA DEL DILUVIO: E’ POSSIBILE IMBRIGLIARE L’ENERGIA VITALE?
Per terminare questa riflessione che non ha tanto lo scopo di offrire risposte  quanto di suscitare il desiderio di approfondire queste tematiche, vi lascio con qualche pagina dai libri L’OMBRA DEL DILUVIO (Libro I e Libro II) di cui più di un capitolo è focalizzato su questi suggestivi argomenti e su cui si gioca anche il finale ad effetto.
I protagonisti si recano sotto copertura in una grande azienda che si occupa di vetrificare corpi umani in attesa di una successiva resurrezione scientifica e vengono loro date informazioni di grande interesse. Vi consiglio il booktrailer che contiene video di grande suggestione, lo trovate anche in inglese sul mio canale che trovate digitando il mio nome  su youtube
Nel canale vi sono altri video di sicuro interesse. Buona lettura….
copertina definitiva Libro Primo alta risoluzione
La cover del Libro Secondo, la fine dell'avventura
“L’enorme sala sembrava un set cinematografico in stile science – fiction: l’ambiente era immerso in un particolare stato di semi-illuminazione, sottolineato da un silenzio quasi assoluto, interrotto a tratti dai beep delle strumentazioni elettroniche e dai messaggi del computer visibili anche nei grossi video che emergevano dovunque. Tubi a luce fredda, posti dietro a schermi posizionati ad arte, irradiavano una luce bianco violetta diafana e soffusa, delicata ma sufficiente ad illuminare l’ambiente mantenendo un tono generale di mistero o anche di riposo eterno estremamente suggestivo.
Riflettori laser sulla struttura a traliccio del soffitto tingevano di magenta e blu cobalto particolari aree in cui sparuti tecnici si affaccendavano con strumentazioni e tubi da cui proveniva il caratteristico vapore bianco di un liquido raffreddante. I tecnici indossavano una tuta di candida tela sterilizzata che ricopriva anche le scarpe e la testa: ricordavano quelle in uso presso i laboratori di ricerca batteriologici.
Da altoparlanti sapientemente mimetizzati dalle pareti cominciò a diffondersi una melodia che gradualmente aumentò di volume ma sempre molto delicata, un piccolo tocco hollywoodiano ma così ingentilito dal savoir faire britannico da risultare eccezionalmente toccante. Musica classica, Puccini, un melange delle più belle e dolci musiche dell’umanità, una colonna sonora eterna per accompagnare il riposo dei pazienti della Cryobirth.
L’effetto di centinaia di monoliti d’acciaio inossidabile sapientemente illuminati su cui sciabolavano lame di luce laser rosse e blu a bassa intensità generò un’ondata emotiva nei due studiosi accentuata dalla musica; i laser le loro stilettate dinamiche bucavano le nuvole di vapore che si formavano e si dissolvevano continuamente, le loro stilettate  dinamiche si disegnavano perfettamente nella bassa luminosità dell’ambiente. Dunn non sapeva se scoppiare a ridere o se rivedere le sue convinzioni in materia di morte e vita, Hamilton era assalito da una serie di inquietanti interrogativi ma entrambi avevano chiaramente compreso che in quel sito c’era qualcosa di più di una macchina per rubare denaro ai contribuenti. Era chiaro che la scenografia era stata ideata con un unico obbiettivo: provocare un’intensa emozione che la donna avrebbe gestito fino a concludere il contratto. Un mix di effetti visuali acustici ed ottici che colpivano profondamente i potenziali clienti e offrivano un’immagine professionale, tecnica, ma anche umana. Un’emozione così , non si sarebbe dimenticata facilmente.
La Robinson intravide due specialisti criogenici che si avvicinavano ad una capsula a pochi metri da loro e decise di non dire nulla: Hamilton li osservò mentre controllavano i dati sul display e sul video ricavati sullo scafo anteriore del cilindro di acciaio: uno degli scienziati sfiorò un pulsante e la parte superiore della copertura metallica si abbassò di colpo con uno sbuffo di vapore: all’interno, in piedi con gli occhi chiusi, un paziente sui cinquant’anni, con i capelli brizzolati e gli occhi chiusi si manifestò davanti a Hamilton e Dunn. Il viso era illuminato da una lampada interna ed era completamente congelato, con tracce evidenti di ghiaccio sulla pelle. Il suo pallore colpì Dunn che sentì rizzarsi i peli delle braccia:
(…)
«Come dicevo, abbiamo raggiunto risultati eccezionalmente rilevanti in questo campo: ecco il motivo del nostro successo economico in un mercato ristretto e molto selezionato con forte concorrenza. Ma prima è necessario che fornisca alcune notizie basilari sulla nostra attività. La crionica è la scienza che studia come conservare la vita di un paziente, vita che non può più essere preservata con la medicina ordinaria. Lo scopo è quello di fare attraversare il tempo al paziente in attesa di un periodo futuro in cui la scienza potrà curare il suo male.»
«Preservare la vita? Ma non si tratta di pazienti deceduti?», si intromise Hamilton la cui curiosità era ormai stata stimolata ai livelli di guardia.
La Robinson si voltò verso di lui. Era evidente che aveva dovuto rispondere decine di volte alle stesse domande. Ma nessuno, al di fuori degli addetti ai lavori, sapeva esattamente cosa si faceva in ambito criogenico.
«Dipende dal punto di vista. La preservazione crionica non deve essere confusa con un funerale anomalo o una procedura di mummificazione. Vede, quello che molti, se non tutti, non sanno, è che la crionica è conservativa, ma cerca di preservare la vita, non di conservare sottovetro un paziente morto. La tecnologia che utilizziamo qui, parte immediatamente dopo che il cuore di uno dei pazienti che hanno firmato un contratto con noi smette di battere. A questo punto è dichiarata la morte legale e comincia la procedura crionica senza le restrizioni che la legge impone sui pazienti vivi. Noi cerchiamo di prolungare la vita, non conservare un corpo deceduto. Noti bene, la distinzione tra stato di vita e stato di morte attualmente è puramente legale. In realtà anche dopo la morte legale, ci sono prove evidenti che le strutture cellulari del corpo persistono per molte ore. Qualunque medico sa che di fronte alla morte dichiarata i tessuti continuano a vivere  per diverso tempo. Esiste invece una sorta di processo a cascata che provoca la morte cerebrale nel corso di pochi minuti. Noi interveniamo prima che questo processo divenga irreversibile: dotiamo i nostri pazienti di un minuscolo ma complesso apparato che monitora i parametri vitali e li invia al nostro centro. A fronte di alert lanciato dal sistema di monitoraggio la nostra unità mobile, attiva in molti ospedali, interviene prontamente mantenendo adeguata ossigenazione delle cellule cerebrali e del sistema nervoso mentre trasporta qui il paziente nel nostro reparto di terapia intensiva per la preparazione. Mediante tecniche crioniche poi, noi facciamo in modo che il corpo rimanga in stasi, evitando il congelamento dei tessuti.»
«Come? Quello che stiamo osservando non è un paziente congelato? Si vede il ghiaccio sul viso anche a questa distanza.», rispose Dunn.
«Non è congelato: è mantenuto in stato di vetrificazione costante. Al riscaldamento i tessuti saranno di nuovo come prima.»
«Vetrificazione?» Hamilton non stava più nella pelle. Voleva sapere tutto.
«Vetrificazione. Fino a sei anni fa lo stato della ricerca non permetteva molto più di quello che lei ha indicato e i tessuti venivano danneggiati, anche se di poco, dal processo di raffreddamento. Allora si utilizzava un composto di glicerolo molare al 70 % che non congelava, pur mantenendo la temperatura ad uno stadio estremamente basso. Si parla di meno 196 gradi Celsius, il raffreddante era azoto liquido. Nel 2001 una ditta concorrente, noi non eravamo ancora nati e proveniamo quasi tutti da questa azienda, scoprì un composto chiamato M22 che solidifica senza congelare, in pratica mantiene le molecole in uno stato di solido amorfo. La sua tossicità è molto minore di quella del glicerolo, al punto che le tecniche crioniche che sono state sviluppate in seguito vengono ora utilizzate da numerosi ospedali che operano trapianti: infatti reni e altri organi base vengono sempre più spesso trasfusi col composto sintetico M22 e vetrificati, ossia portati a temperature bassissime senza congelare e poi trapiantati. Tuttavia anche questa procedura non è esente da forti rischi, l’M22  poteva avere effetti indesiderati. Comunque tre anni fa gli scienziati della Cryobirth Lifetech hanno scoperto il composto V 12, simile all’M22 ma più efficace e privo di ogni effetto collaterale. Il risultato è che il corpo di un paziente appena dichiarato morto può essere scongelato e riprende a respirare nel giro di poche ore. Allo stato attuale, a causa di cavilli legali, non abbiamo ancora potuto far riprendere coscienza ad alcuno dei nostri pazienti: questo è quello che ci si aspetta farà la medicina del futuro, tra qualche tempo. I risultati di oggi fanno ben sperare in proposito.»
«Ma…sperimentate su pazienti ancora vivi?», la incalzò Hamilton.
«No, certo che no. I nostri pazienti sono stati dichiarati legalmente morti poco dopo che il loro cuore ha cessato di battere. Hanno in precedenza firmato con noi un regolare contratto che ci permette di usare tecniche di vetrificazione su di loro. È più o meno come lasciare il proprio corpo alla scienza o donare gli organi. Solo che si spera di risvegliarsi un giorno ed essere curati dal proprio stato di malattia. Vede, dr. Hamilton, la vita può essere fermata e fatta ripartire se la struttura di base viene conservata in buone condizioni. Ci sono migliaia di embrioni che vengono conservati per anni a basse temperature, esistono numerosi casi in letteratura medica che testimoniano come persone che a causa di incidenti sono state dichiarate morte in seguito a congelamento sono state riportate in vita dopo ore di tecniche di rianimazione. Molti erano caduti in acque fredde e morti pochi minuti dopo. Ma sono sopravvissuti alla morte clinica e sono stati rianimati parecchio tempo dopo che il cuore aveva smesso di battere. Tuttavia non erano stati congelati completamente e quindi il ghiaccio non aveva avuto modo di distruggere i tessuti cristallizzandoli. Quando noi interveniamo sostituendo il sangue con il composto V12 il corpo si raffredda senza congelare. La crionica è una scienza ed esperimenti svolti negli istituti più all’avanguardia del mondo su cani e cavie hanno dimostrato che ad un animale può esser fermato il cuore, il suo corpo può essere vetrificato a meno 196 gradi Celsius e riportato in vita senza alcun danno. Ecco perché la nostra azienda ha avuto un tale successo. Abbiamo attualmente 2678 persone in criosospensione e molti altri stanno firmando il loro contratto. Ai nostri futuri pazienti facciamo vedere il filmato dell’esperimento più interessante; il cane di uno dei tecnici, uno splendido bernese, è stato vetrificato per quarantotto ore e poi riportato in vita. Adesso è la mascotte di tutti, qui alla Lifetech. Forse l’avete visto nel giardino esterno.»
Duncan provò un brivido sinistro: aveva accarezzato l’animale solo pochi minuti prima.
«Ma come è possibile? Voglio dire, se una persona è morta, è morta e basta. Come siete in grado di preservare la scintilla della vita?» Hamilton era assalito da una insaziabile curiosità.
«Scintilla della vita… sì, ha usato un vocabolo piuttosto calzante. In effetti esiste qualcosa di più ma non a tutti i pazienti ne parliamo, non tutti sono in grado di comprendere. Lei ha mai utilizzato l’agopuntura per risolvere un problema fisico?»
Dunn si intromise con una scelta di tempi clamorosamente sbagliata: «Un cinese una volta ci ha provato su di me ma poi è scappato a gambe levate quando ho cominciato a tirargli i suoi maledetti aghi nel sedere…»
Duncan gli gettò un’occhiata di fuoco: era ormai una prassi consolidata, Dunn procurava i guai e Hamilton li tirava fuori da questi con un’innata abilità retorica, sembrava funzionare, ma Duncan non riusciva a capire perché l’amico si ostinasse tanto nel rendere le cose più difficili.
«Ehm, perdoni il mio collega, a volte si lascia andare a metafore un po’ troppo colorite. Ma è un asso nel suo campo.»
«Non ne dubito…», rispose la Robinson alzando un sopracciglio mentre si chiedeva in quale materia fosse laureato quella sottospecie di gorilla.
Duncan riprese la conversazione.
«Si, ho provato più volte l’agopuntura e lo shiatzu con buoni risultati. Lei sta parlando dell’energia vitale?»
«Sì. Sono lieta che abbia qualche cognizione in merito. Non è un concetto facile da far digerire ai nostri pazienti. Comunque, come la medicina occidentale ha recentemente appurato, il corpo umano è cosparso di innumerevoli canali, convenzionalmente chiamati meridiani, che sembrano seguire quelli dei vasi linfatici, in cui scorre l’energia interna, detta anche energia vitale, o il fuoco dell’universo, una forma sottile di energia in grado di mantenere in vita il corpo umano che oggi siamo in grado di controllare. Questa energia scorre liberamente nel corpo umano: quando a causa di problematiche interne od esterne il flusso si blocca o rallenta, si hanno scompensi in punti specifici. In pratica in alcune zone l’energia aumenta e in altre diminuisce. Il risultato visibile è la malattia che può essere curata con la stimolazione di punti specifici sui meridiani con aghi, digitopressione o altre tecniche. Questa è l’energia che qui alla Lifetech preserviamo prima che il decadimento fisico la faccia scemare.»
«Sta parlando dell’anima?», chiese Dunn che già si stava inquietando.
«No, noi non ci interessiamo di metafisica: quello di cui stiamo parlando è un evento fisico, l’energia interna esiste, la medicina occidentale lo ha dovuto ammettere ma solo recentemente. La canalizzazione nei meridiani è stata rilevata alcuni anni fa da un gruppo di ricerca statunitense, si è osservato per la prima volta un liquido di contrasto espandersi lungo un meridiano. Si tratta di un evento chimico che coinvolge anche la fisica subatomica. In effetti l’energia vitale è più simile ad una informazione quantica, le istruzioni, codificate a particolarissime lunghezze d’onda per compiere azioni richieste dal DNA dell’organismo. Ma c’è ancora moltissimo da scoprire in questo campo. E la comparazione con onde elettromagnetiche non è del tutto corretta; diciamo che la utilizziamo solo per cercare di capire il fenomeno.»
Hamilton ebbe un sussulto: aveva avuto la conferma a ciò che aveva sempre sospettato e di cui aveva letto in alcuni testi sacri e in particolare nella Bibbia.
«Affascinante.”, riprese Hamilton., e non potendo trattenersi snocciolò: “Secondo le dottrine orientali l’energia viene canalizzata soprattutto grazie ad una respirazione corretta, un’idea sostenuta anche da molti testi sacri dell’umanità. In India questo particolare flusso subatomico è chiamato Prana, presso gli indigeni delle Hawaii Mana. La Bibbia stessa indica che il Ruach, lo spirito, scorre nell’uomo e lo fa vivere; la traduzione greca della Bibbia chiama questa energia pneuma, da cui pneumatico; sia in greco che in ebraico la parola significa sia aria/vento o respirazione che alito della vita e anche energia interna. In altre parole testi antichi di migliaia di anni sembrano confermare una scoperta scientifica dei nostri giorni e cioè che esiste una connessione diretta tra il flusso di energia interiore e la respirazione che soltanto operando insieme permettono la vita.»
Vanessa Robinson lo guardò sorpresa.
«Complimenti, dr. Hamilton. Lei è un vero esperto di settore. Comunque noi abbiamo la possibilità di bloccare il campo quantistico che impedisce all’energia di allontanarsi dal corpo e disperdersi nell’ambiente. Nelle capsule di stasi è installata un’apparecchiatura per il controllo della bioenergia. La vetrificazione non la blocca ma con un adeguato campo di informazioni a lunghezze d’onda specifiche si può ottenere la preservazione nel corpo in stasi. In questo modo noi assicuriamo la base della vita all’atto della risurrezione crionica. Se la medicina del futuro sarà in grado di riparare i danni che i nostri pazienti avevano al momento della loro morte clinica, potranno vivere di nuovo. Sapete, molti di loro sono morti in seguito a tumore o a gravi incidenti. Anche se potessimo risvegliarli, la nostra tecnologia medica non ha cure per patologie così gravi. Ma siamo certi che tra pochi anni si potranno curare anche queste.»
Duncan rimase pensieroso mentre la Robinson descriveva gli strumenti della sala di criostasi: e provò un freddo brivido sulla schiena: realizzò in quell’attimo la motivazione scientifica che aveva portato alla nascita le leggende sui vampiri specialmente in Transilvania e nelle regioni dei Balcani secondo cui esistevano morti tornati in vita o che si risvegliavano la notte vagando alla ricerca di prede umane. Tali leggende si erano diffuse poiché gli abitanti del luogo avevano notato che quando si riesumavano i cadaveri nei cimiteri, a molti di essi si erano allungati i capelli e le unghie. Questo perché l’energia vitale presente nel corpo umano scemava lentamente e si affievoliva, ma lo faceva nel corso di molti giorni, motivo per cui le cellule possedevano ancora una minima capacità rigenerativa, permettendo alle strutture creatiniche di continuare a crescere. Un evento comune e spesso evidente anche nelle riesumazioni regolari che ogni cimitero deve effettuare per il contenimento degli spazi.: Duncan provò uno strano sentimento, a metà tra il fascino di una evidenza scientifica di eccezionale suggestione e il disgusto per tutto ciò che esso poteva comportare in un paziente in stasi crionicaper aspetti così macabri..
La Robinson continuò senza darsi alcun pensiero del silenzio dei due studiosi. Era sempre così, ma dopo lo stupore iniziale cominciava la curiosità e l’ammirazione per la nuova frontiera della ricerca medica.”Osservate il paziente all’interno della capsula: sta semplicemente dormendo ma la sua energia vitale è bloccata nella sua capsula. Teoricamente potrebbe essere mantenuto in vita per sempre, ma ciò non eviterebbe al corpo di invecchiare. Invece, con la vetrificazione si ottiene una stasi perfetta, senza alcun danno per i tessuti né per le cellule, specialmente quelle neuronali.”
Il direttore delle pubbliche relazioni digitò la sua password su una tastiera e premette alcuni pulsanti: su monitor apparvero alcune notizie sul deceduto, insieme a video e ad immagini della sua vita che si susseguivano in riquadri più piccoli sul video.
«Il signor Crowley riposa in piena tranquillità. Le nostre tecniche di preservazione lo manterranno in stasi vitale per almeno centocinquanta anni. Poi, se nessuno dei familiari deciderà diversamente, verrà risvegliato e curato con la medicina del futuro, certamente in grado di curare il linfoma di Hodgkin, di cui è morto, secondo la definizione della legge vigente, dieci giorni fa.»
«Sembra certa che la scienza del futuro potrà trovare una cura per il problema di questo signore.» Hamilton non era certo neppure della sopravvivenza della terra, devastata da un clima ormai fuori da ogni controllo.
«Questa forma di tumore, come la maggioranza delle altre, ha già una serie di terapie che ne rallentano l’avanzamento, e altre cure molto promettenti sono in via di sperimentazione. Direi che da qui a cinquanta anni avremo una cura per tutte queste.»
«Ma i familiari di quell’uomo saranno ormai morti, o avanti con gli anni. Sarà uno shock per lui tornare da un sonno di decenni.»
«Già, ma questo i nostri pazienti lo sanno bene. Viene loro spiegata ogni cosa e la maggioranza di coloro che vengono a trovarci decide poi per la firma del contratto. In fondo cosa sono duecentocinquanta mila sterline per la possibilità di vivere di nuovo?»
(…)
Altri casi interessanti in http://www.theguardian.com/science/blog/2013/dec/10/life-death-therapeutic-hypothermia-anna-bagenholm. La letteratura medica riporta numerosi casi  di persone decedute per giorni in ipotermia e riportate in vita come nel caso del nigeriano Harrison Okene   deceduto e rimasto per tre giorni sott’acqua (.http://www.livescience.com/41688-how-to-survive-underwater-for-3-days.html)
[2] http://www.estropico.com/id298.htm
[3] Cfr. Fahy, M. G. (PhD) Cryobiology: The Study of Life and Death at Low Temperatures, http://www.21cm.com/articles/cryobiology.html
[4] “Alito della vita”: ebr. nishmàth (da neshamàh) chaiyìm.

FONTE:http://www.pierluigitombetti.com/oltre-la-morte-oltre-la-vita-fisica-quantistica-bibbia-ed-energia-vitale/

La nascita del culto di Yahweh e le influenze della mitologia sumera


Che Genesi e gran parte del materiale contenuto nella Bibbia siano echi di eventi immortalati su pietra precedentemente dai Sumeri è ormai cosa nota. La religione ebraica, nata dal culto del dio En.Lil e della sua stirpe, è giunta a noi come religione monoteista e ha spianato la strada per il cristianesimo e l' islamismo. Ma nella sua fase iniziale l' ebraismo non conosceva una singola divinità.
Quando leggiamo nella Bibbia il plurale Elohim non dobbiamo lasciarci ingannare dalle spiegazioni che ora ci vengono date dagli interpreti e apologeti di una religione monoteista. Loro dicono infatti che Elohim è un plurale majestatis però non sanno o non vogliono spiegare perché in alcuni casi verrebbe usato questo plurale majestatis e altre volte invece la versione singolare.
La realtà è che il termine Elohim, plurale di Eloah (provenienti entrambi dalla radice El = Signore/Dio), indica una 'collettività' di dei. Ciò è eco delle innumerevoli iscrizioni sumere in cui si parla di 'consiglio degli dei', dei 'sette che decretano i fati' etc.
Abbiamo già affrontato in un precedente articolo (vedi: La nascita di Satana) il tema fondamentale dell' enoteismo ebraico e di come venne creata la figura di Satana riferita alla stirpe enkita (En.Ki, fratellastro di En.Lil, e tutta la sua progenie, erano rappresentati dal Serpente).
Qui andremo invece ad analizzare in profondità la nascita e l' evoluzione della figura di El fino ad identificare yahweh.

1) Da En.Lil a El
En.Lil, figlio di Anu, fratellastro di En.Ki, era considerato in Mesopotamia la maggiore divinità. Anche se a capo del pantheon sumero stava Anu, la sua figura era più quella di un 'patrono' che quella di un Dio-guida. Era una 'carica onoraria' inquanto padre delle due divinità principali, appunto En.Lil ed En.Ki le quali, assieme ai loro discendenti, fecero nascere ed evolvere la civiltà a Sumer.
Il nome En.Lil significa letteralmente 'Signore del Vento/Aria' ma il termine Lil ha anche il significato di 'potere, comando'. Da qui la traduzione di 'Signore del Comando' che viene fatta in molte tavolette sumere dedicate all' esaltazione della figura di questa divinità.
En.Lil veniva chiamato anche Ellil, nome da cui è nata poi la radice accadica Ilu per descrivere gli dei, e dalla quale a sua volta nacquero il termine ebraico El e quello arabo Allah.
El, dunque, non era un nome proprio di una divinità ma un termine descrittivo.
Uno degli appellativi accadici di En.Lil era Ilu.Kur.Gal'Signore della Grande Montagna', che è esattamente lo stesso epiteto che l' ebraismo usa per la sua divinità con il nome El Shaddai.
A questo punto è bene tenere presente una cosa: essendo l' ebraismo nato dalla devozione a En.Lil, è a lui che vengono attribuiti tutti gli eventi e le azioni principali e 'positivi' per la civiltà ebraica. A lui e alla sua progenie.
Analizziamo quindi alcuni episodi raccontatici dalla Bibbia che trovano riscontro in testi sumeri e che riguardano En.Lil, permettendoci di effettuare questa identificazione tra le due divinità.

1.1) La Creazione
Nel racconto della creazione dell' uomo, il testo biblico ci racconta che 'Gli Elohim (quindi un numero minimo di 2 divinità) crearono Adamo dalla terra, [...] maschio e femmina li crearono[...]'.
Successivamente si dice che 'Allora Il Signore Dio (singolare) piantò un giardino nell' Eden a Oriente, e vi pose Adamo, perché lo coltivasse [...]'.
Nelle bibbie moderne il tutto viene ridotto al singolare, ma è rimasta la differenza di denominazione tra i due passaggi. Nel primo si parla di 'Dio' che rivolgendosi a qualcuno dice 'Creiamo l' uomo a nostra immagine', nel secondo si parla del 'Signore Dio' e i verbi sono al singolare.
Da una analisi attenta si comprende come un gruppo di dei nel primo passaggio crei l' uomo, e come poi un singolo dio, nel secondo passaggio, lo ponga nel giardino dell' Eden.
Andando a leggere le traduzioni di alcuni miti sumeri, troviamo una esatta corrispondenza.
Il primo passaggio della Genesi corrisponde a un testo che in forma contratta è stato incluso nell' Enuma Elish e che racconta di una riunione di divinità (vengono menzionati Anu, En.Lil , En.Ki e poi Nin.Hur.Sag che viene convocata) durante la quale En.Ki propone di creare un essere che porti il fardello del lavoro che spettava agli dei. Le parole usate d En.Ki e tramandate nel mito sono:
 'L' essere di cui parlo esiste già, dobbiamo solo imprimergli il nostro marchio'.
Anche qui, come nel primo passaggio della Genesi, abbiamo un discorso tra varie divinità, l' uso del plurale, e l' intenzione di creare un essere umano ad opera di più divinità.
Il testo sumero continua con 'Guardate, abbiamo qui Mami (uno degli epiteti di Nin.Hur.Sag), che sia lei a dare vita al nuovo essere' e con la risposta di Nin.Hur.Sag: 'Da sola non posso farlo, abbiamo qui En.Ki dio di grande sapienza, che sia lui ad aiutarmi in questa impresa'.
Anche in questo passaggio quindi si fa riferimento al fatto che la creazione avviene ad opera di almeno due diverse divinità.
Il secondo passaggio della genesi corrisponde al testo sumero in cui l' Adapa, l' essere appena creato, viveva nell' Ab.Zu, sotto il dominio di En.Ki, il suo creatore. In questo testo si racconta di come gli altri dei che vivevano e lavoravano nell' E.Din (Mesopotamia) si ribellarono ad En.Lil (sotto il cui dominio stava la zona) chiedendo che 'Anche a noi sia portato il Lu.Lu e che sopporti lui le nostre fatiche'. Fu allora che En.Lil con un 'raid' nell' Ab.Zu rubò l' Adapa e lo portò nell' E.Din, nella zona a est dell' Eufrate (l' Eden a Oriente).
Anche in questo caso, come nel corrispondente racconto biblico, il protagonista è UN dio e non un gruppo.

1.2) Il Diluvio
Nel racconto biblico del Diluvio Universale, Dio decide di sterminare gli uomini a causa della loro 'corruzione morale'. Questo Dio decide di mandare un diluvio che avrebbe distrutto ogni forma di vita e simbolicamente lavato il peccato dal mondo.
Improvvisamente però leggiamo che 'Noè trovò grazia nel cuore di Dio perché era un uomo giusto'. Quindi Dio cambia idea e decide di salvare non solo Noè, ma anche sua moglie, i suoi 3 figli, e le 3 nuore.
Dio va da Noè e gli dà istruzioni per costruire una barca nella quale dovrà salire con la famiglia prima del diluvio, e stipare provviste animali e vegetali per poter far ripartire la vita dopo la catastrofe.
Il racconto sumero è molto più dettagliato.
E' sempre En.Lil che decide di distruggere i discendenti di Adapa a causa del loro proliferare: 'Le loro voci mi arrecano fastidio, il loro accoppiarsi mi toglie il sonno, [...] ma non posso fare niente contro loro per causa di mio fratello, Egli li protegge'. Successivamente En.Lil convoca En.Ki e gli intima di usare il suo potere per 'correggere i danni che la tua creazione ha portato... crea quindi un diluvio che spazzi via l' uomo dalla terra', ma En.Ki risponde che 'questo non è mio potere, non è una azione per me... è una azione per te, En.Lil, e tuo figlio Nin.Ur.Ta. Se vuoi un diluvio dì a Nin.Ur.Ta di aprire le porte del cielo'.
La frase conclusiva del passaggio, pronunciata da En.Lil, è una trasposizione della frase del racconto biblico: 'Ecco io allora lo farò da me... manderò il diluvio per spazzare l' uomo dalla terra'.
Nel racconto sumero però troviamo una differenza significativa. Mentre nella Genesi è Dio a cambiare idea all' ultimo momento e decidere di salvare Noè e la famiglia, nel corrispondente passaggio sumero è En.Ki a voler salvare Utnapistim, suo sacerdote, dirigendosi fuori dalla sua casa e facendo finta di parlare a un paravento di canne (in modo che comunque Utnapistim potesse sentirlo), perché En.Lil aveva fatto giurare agli altri dei di non rivelare la sua intenzione. Le parole del testo sumero iniziano con 'O capanna di canne ascoltami! O Muro ascoltami! Abbatti questa casa, lascia qui ogni tuo bene terreno e costruisci una nave, riempila di tutto ciò che è vivo [...]'.
Questa divisione dei ruoli di distruttore e di salvatore nel testo sumero, nel momento in cui si sono attribuite a En.Lil tutte le azioni 'positive' compiute da altri dei, è stata tradotta nell' improvviso quanto sospetto 'cambiamento di idea' che compare nella Genesì.

Il simbolismo e il significato del Tetragramma biblico


IL NOME PROPRIO DI DIO 





Il nome proprio di Dio יהךה è rappresentato in ebraico dalle quattro consonanti iod, he, vau, he e per questo è detto tetragramma. La traslitterazione italiana è YHWH e la pronuncia più probabile Iahvé. Secondo alcuni tale nome sarebbe stato noto agli uomini fin dai tempi antichi di Enos, figlio di Set e nipote di Adamo (Genesi 4,26). Secondo altri il Santo Nome sarebbe stato invece rivelato per la prima volta a Mosé (Esodo 3,14 e Esodo 6,3) e avrebbe sostituito il precedente nome   אל שדי (El Shaddaj), manifestato ai patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe (Genesi 17,1).



Che l'espressione "nome di Jahvé avesse una valenza reale e non corrispondesse solo ad un semitismo impiegato per descrivere l'Essere Supremo sembra confermato da non pochi indizi significativi. Basti pensare al sacro timore di pronunciare il nome di Dio invano (Esodo 20,7), all'uso magico del tetragramma fatto dalla cabala ebraica , alla lode congiunta di Jahvé e del suo Nome Santo (Salmo 72, 28-29), alla benedizione solenne degli israeliti (Numeri 6,22-27) e alla consacrazione del tempio al nome di Jahvé da parte de re Salomone (1 Re 8,16). Il popolo e il luogo di culto furono oggetto di invocazion, di dedicazione e di consacrazione al Santo Nome ma non furono sicuramente idonei a contenere e ad ospitare la Divinità nella sua pienezza, come lo stesso Salomone onestamente riconobbe (1 Re 8,27). Secondo la tradizione ebraica la pronuncia del nome di Dio durò fino al tempo di Simeone il Giusto che fu, secondo Mosé Maimonide, contemporaneo di Alessandro Magno. In seguito, sempre secondo Maimonide, l’uso del nome divino venne conservato dai Sommi Sacerdoti solo all’interno del tempio di Gerusalemme per la benedizione solenne nel giorno dell’espiazione. Mosé Maimonide sostenne anche che il tetragramma fu ed è l’unico nome proprio di Dio, originale, distintivo ed esclusivo. Altri nomi come Elohim, Adonai, Shaddaj deriverebbero da qualità, da azioni e da attributi della divinità, mentre il tetragramma sarebbe l’unico nome in grado di caratterizzare in modo univoco ed inequivocabile la natura e l’essenza di Dio [1].






SIGNIFICATO DEL TETRAGRAMMA





Yahweh deriva probabilmente da una forma ebraica arcaica del verbo essere e potrebbe voler dire: "Colui che è", "Colui che esiste", "Colui che fa esistere", "Colui che mostrerà di esistere", "L'Esistente", "L'Essere", “L’Eterno”.  Alcuni (Targum di Jonathan e Targum di Gerusalemme) sono convinti che YHWH sia una forma causativa imperfetta attiva (hiphil) del verbo essere (hayah): in tal caso la traduzione di Esodo 3,14 sarebbe “Colui che porta all’esistenza”, “Colui che realizza la promessa”, “Colui che fa essere”, “Il Creatore”. Secondo altri YHWH sarebbe invece una forma semplice imperfetta attiva (qal): la traduzione di Esodo 3,14 dovrebbe allora essere “Io sono quello che sono” (Vulgata), “Io sono colui che è” (Settanta), “Io sarò quello che sarò” (Aquila e Teodozione), “L’Eterno” (Versione Arabica) [2]. Degna di nota è anche la testimonianza di Clemente Alessandrino (150-215 d. C.): lo scrittore cristiano ricorda infatti come il Santo Nome fosse composto di quattro lettere ebraiche, fosse riprodotto solo nel Sancta Sanctorum del tempio di Gerusalemme, si pronunciasse “Jahoué” e significasse “Colui che è e che sarà” [3] [4].








PRONUNCIA DEL TETRAGRAMMA



Nel VII-VIII secolo d.C., quando i masoreti introdussero le vocali nei libri biblici per renderne più sicura la tradizione testuale, nel tetragramma furono inserite le vocali di “Adonai”, dando luogo al nome Jehowah, nome che sta all'origine della forma italianizzata Geova. La forma Jehowah o Ieoa o Iova, abbastanza popolare fino all’inizio del XX secolo, è però contraddetta dalla pronuncia samaritana Jaoue, chiaramente attestata da un gran numero di padri della chiesa, dai papiri di Elefantina [5] e dai papiri magici della cabala ebraica.

Di fatto, le forme Jahoh, Jahoué e Jabé sono sostenute da antichi ed autorevoli testimoni come

·         Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, I, 94;
·         Ireneo, Contro le Eresie, II, XXXV, 3;
·         Clemente Alessandrino, Stromata, V, 6;
·         Epifanio di Salamina, Contro le Eresie, I, 3, 40;
·         Teodoreto di Ciro, Questioni sull'Esodo, XV;
·         Origene, Commento al Vangelo di Giovanni, II, 1.

La totale incomprensione del senso e della pronuncia del tetragramma è invece testimoniata da Gerolamo che ricorda come alcuni scrittori greci trascrivessero e pronunciassero il Nome di Dio con π ι π ι (Vedasi Gerolamo, Lettera a Marcella, XXV).


Le vocali usate per pronunciare il Sacro Nome erano poi sconosciute dalla tradizione ebraica già ai tempi di Mosé Maimonide (1135-1204 d. C.) che ricorda come: “Nella benedizione sacerdotale il nome di Dio doveva essere pronunciato così come è scritto nella forma di Tetragramma, cioè di nome proprio. Non è però noto a nessuno come il nome fosse pronunciato, quali vocali fossero combinate alle consonanti e se alcune delle lettere capaci di duplicazione dovessero ricevere un dagesh” [6] [7] Lo stesso Mosé Maimonide negò la possibilità di leggere il tetragramma “secondo le sue lettere”, cioè vocalizzando le consonanti. A tal proposito il filosofo ebreo affermò che: “Nessun altro nome si chiama nome proprio (cioè shem ha-meforash) se non questo Tetragramma, che è scritto ma che non si legge come viene scritto” [8].

La pronuncia Jehovah è comunque ancora oggi difesa da un limitato numero di studiosi come Gerard Gertoux [9]. Il lavoro dello studioso francese è basato sull'ipotesi che nell'ebraico biblico alcune consonanti potessero essere anche usate come vocali (un po' come la V latina che può suonare sia V sia U). Richiamando l'autorevole testimonianza di Giuseppe Flavio che spiegò come il tetragramma si componesse di 4 vocali (vedasi Giuseppe Flavio, La Guerra Giudaica, V, 5, 7), Gertoux ha ipotizzato che "iod", "heh" e "waw" potessero suonare come "i", "e", "o". L'eventualità che "heh" in termine di parola potesse essere vocalizzata "a" invece che "e" permetterebbe poi di giustificare sia la pronuncia "Ieoa" sia l'accreditata lettura Yah della forma abbreviata YH. Il contributo fornito da Gertoux è sicuramente originale ed interessante, anche perché riprende alcune antiche argomentazioni già elaborate e proposte da Giuda Levita (1075-1141), da Papa Innocenzo III (1198-1216), dal frate domenicano Raimondo Marti (1215-1285) e dal filosofo Nicola Cusano (1401-1464).[10] L'accettazione acritica delle conclusioni a cui giunge lo studioso francese rimane comunque piuttosto difficile. Nell'ebraico antico la vocalizzazione di alcune consonanti non è per nulla sicura (vista la successiva introduzione delle vocali da parte dai masoreti) e le pronunce attribuite ad alcune consonanti come matres lectionis non sono infatti né certe né definitive.









IL TETRAGRAMMA NELLA TRADIZIONE EBRAICA





Nell'ebraismo antico, chiamare qualcuno per nome significava conoscere la realtà più profonda del suo essere, era come tenerlo in pugno, esercitare un potere quasi magico su di lui. Per questa ragione, il Santo Nome di Dio, che indica la sua stessa essenza, era considerato impronunciabile. I rabbini tendevano pertanto a leggere אדני (Adonay) tutte le volte che trovavano יהךה (YHWH).



Solo il Sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciare il nome proprio di Dio nelle benedizioni solenni (Numeri 6,24-27; Siracide 50, 20) e nel giorno del Kippur o dell'espiazione (Levitico 16), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud dice: ""Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio udivano il nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del Sommo Sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia, si prostravano, cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: "Benedetto il suo nome glorioso e sovrano per sempre in eterno[11].


Del resto anche Gesù, benché avesse sicuramente fatto conoscere il nome di Dio ai suoi discepoli (Giovanni 17,6 e 17,26) ed insegnato a santificare il nome di Dio (Matteo 6,9), preferiva rivolgersi a Dio chiamandolo Padre. Inoltre, occorre tener presente che quando la Bibbia parla di “nome” o di "anima" si riferisce spesso alla persona nella sua totalità (Mosè Maimonide, Guida dei Perplessi, I, 64). Cristo, comunque, evitò più volte di pronunziare il nome divino: al sommo sacerdote che gli chiedeva se fosse lui "il Cristo, il Figlio del Benedetto", Gesù rispose: "vedrete il Figlio dell’Uomo seduto alla destra della Potenza" (Matteo 26,63-64; Marco 14,61-62;  Luca 22,69), invece che "alla destra di YHWH" (Salmo 110,1 e Dn 7,14), adeguandosi all’uso ebraico di astenersi dalla pronuncia del nome proprio di Dio, come del resto aveva fatto il sommo sacerdote che lo interrogava. La notte prima della sua morte non troviamo poi un solo caso in cui Cristo faccia uso del Santo Nome. Gesù adoperò costantemente l’appellativo "Padre" nelle sue preghiere, nella preghiera del Padre Nostro e nell'orto dei Getsemani. Anche sulla croce, in punto di morte, non invocò il nome di YHWH ma disse: "Mio Dio, Mio Dio perché mi hai abbandonato?" e "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito".









IL TETRAGRAMMA NEL PAPIRO DI NASH


Il papiro di Nash misura 7,5 X 12,5 centimetri, è costituito da soli 4 fragmenti di 24 linee ed è scritto in ebraico. Fu chiamato così da W. L. Nash, segretario della Society of Biblical Archaeology, che nel 1902 lo acquistò da un mercante egiziano. Il papiro fu reso pubblico l’anno successivo e venne presentato alla Cambridge University Library, dove è tuttora conservato. Si tratta molto probabilmente del più antico papiro ebraico mai ritrovato e potrebbe risalire al II secolo avanti Cristo. Contiene parti di Esodo 20 (con larghi stralci del Decalogo) ed alcuni versetti di Deuteronomio 6 (con varie ripetizioni dello Shema). Il tetragramma è visibile più volte e, nell’ultima riga del manoscritto, è addirittura ripetuto due volte (Ascolta Israele, YHWH è Dio, YHWH è uno). Il Santo Nome יהךה ricorre poi in altri 6 punti del papiro e solo una volta è privo dello iod iniziale. Il papiro di Nash costituisce una evidente testimonianza della presenza del tetragramma nel testo pre-masoretico.





IL TETRAGRAMMA NELLE TRADUZIONI PIÙ FAMOSE





Il tetragramma è stato tradotto con

·         Jehovah: dalla Darby Holy Translation (1890), dalla Young's Literal Translation (1898), dall’American Standard Version (1901), dalla Reina Valera (1909) e dalla New World Translation (1984);

·         Jahvé Yahweh dalla Luzzi originale (1924), dalla Nardoni (varie edizioni), dalla Bibbia cattolica del Garofalo (1960), dalla Jerusalem Bible (1966), dalla New English Bible (1970) e dalla New Jerusalem Bible (1985);

·         LORD maiuscoletto (secondo la tradizione orale ebraica che leggeva Adonaj tutte le volte che incontrava il tetragramma) dalla King James (1601), dalla Hebrew English Bible (1917), dalla Revised Standard Version (1952), dalla New American Standard Bible (1971), dalla New International Version (1978), dalla New King James (1982), dalla cattolica New American Bible (1970), dalla New Revised Standard Version (1989) e dalla English Standard Version (2001). 

·         Eterno dalla Riveduta (1924) e dalla Nuova Diodati (1991);

·         SIGNORE maiuscoletto dalla Nuova Riveduta (1994);

·         Signore dalle più recenti versioni cattoliche italiane: sia la Bibbia CEI (1974) sia la Nuovissima Versione delle Paoline (1984) traducono con “Signore” indifferentemente Jahvé, Adonaj e Adon, introducendo così qualche inevitabile bisticcio di parole (vedansi, ad esempio, Salmo 68,5; Salmo 83,19; Salmo 110,1; Amos 5,6).

Il tetragramma è presente circa 6800 volte nel testo ebraico dell’Antico Testamento ed esistono testimonianze della presenza del Santo Nome in un numero limitato di copie della Versione Greca dei Settanta. Manca invece in tutte le oltre 5000 copie del Nuovo Testamento ed è assente in oltre 2000 papiri e manoscritti greci dell’Antico Testamento.

 Reinserire il tetragramma nelle traduzioni dell’Antico Testamento ha sicuramente un valore logico e religioso (Esodo 3,15; Salmo 83,19; Salmo 144,15; Proverbi 18,10; Isaia 12,4; Geremia 23,27; Malachia 1,11; Malachia 3,20; Matteo 6,9; Atti 15,14): il fatto che Dio abbia un nome proprio permette di rivalutare tutta la rivelazione ebraica e cristiana, di evitare le tentazioni di un astratto deismo e di scadere nel culto di un anonimo, lontano ed impersonale “Essere Supremo”.  Sia la Scrittura sia la storia dell’umanità testimoniano  infatti la presenza continua di un Dio (Salmo 55,22 e Salmo 144,15) che interviene personalmente con sollecitudine, con forza e con  mano potente a favore del suo popolo e dei suoi fedeli.

Inserire il tetragramma nelle traduzioni del Nuovo Testamento  (la New World Translation dei testimoni di Geova ha inserito nel Nuovo Testamento “Jehovah” ben 237 volte, sostituendo il Santo Nome a Κμριος in moltissimi versetti delle scritture greche-cristiane, mentre la Bibbia di Andrè Chouraqui si è, più prudentemente, limitata ad inserire il Santo Nome solo nelle citazioni tratte dal Vecchio Testamento) costituisce invece un vero e proprio “emendamento congetturale” [12] che, per poter essere accettato dalla logica e dalla critica testuale, dovrebbe essere suffragato da prove, ragionamenti, testimonianze, argomenti e manoscritti.






APPROFONDIMENTI


















[1] Mosé Maimonide, Guida dei perplessi, I, 61. Le convinzioni di Mosé Maimonide sul Santo Nome coincidono con gli insegnamenti della tradizione cristiana. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda infatti che: 203 Dio si è rivelato a Israele, suo popolo, facendogli conoscere il suo Nome. Il nome esprime l'essenza, l'identità della persona e il senso della sua vita. Dio ha un nome. Non è una forza anonima. Svelare il proprio nome, è farsi conoscere agli altri; in qualche modo è consegnare se stesso rendendosi accessibile, capace d'essere conosciuto più intimamente e di essere chiamato personalmente. 204 Dio si è rivelato al suo popolo progressivamente e sotto diversi nomi; ma la rivelazione del Nome divino fatta a Mosè nella teofania del roveto ardente, alle soglie dell'Esodo e dell'Alleanza del Sinai, si è mostrata come la rivelazione fondamentale per l'Antica e la Nuova Alleanza. 205 Dio chiama Mosè dal mezzo di un roveto che brucia senza consumarsi, e gli dice: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe” ( Es 3,6 ). Dio è il Dio dei padri, colui che aveva chiamato e guidato i patriarchi nelle loro peregrinazioni. E' il Dio fedele e compassionevole che si ricorda di loro e delle sue promesse; egli viene per liberare i loro discendenti dalla schiavitù. Egli è il Dio che, al di là dello spazio e del tempo, lo può e lo vuole e che, per questo disegno, metterà in atto la sua onnipotenza. Mosè disse a Dio: “Ecco, io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi. . . Questo è il mio nome per sempre: questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione” ( Es 3,13-15 ). 206 Rivelando il suo Nome misterioso di YHWH, “Io sono colui che E'” oppure “Io sono colui che Sono” o anche “Io sono chi Io sono”, Dio dice chi egli è e con quale nome lo si deve chiamare. Questo Nome divino è misterioso come Dio è Mistero. Ad un tempo è un Nome rivelato e quasi il rifiuto di un nome; proprio per questo esprime, come meglio non si potrebbe, la realtà di Dio, infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere o dire: egli è il “Dio nascosto” ( Is 45,15 ), il suo Nome è ineffabile, [Cf Gdc 13,18 ] ed è il Dio che si fa vicino agli uomini. 207 Rivelando il suo Nome, Dio rivela al tempo stesso la sua fedeltà che è da sempre e per sempre, valida per il passato (Io sono il Dio dei tuoi padri”, Es 3,6 ), come per l'avvenire (Io sarò con te”, Es 3,12 ). Dio che rivela il suo Nome come “Io sono” si rivela come il Dio che è sempre là, presente accanto al suo popolo per salvarlo.... 2142 Il secondo comandamento prescrive di rispettare il nome del Signore. Come il primo comandamento, deriva dalla virtù della religione e regola in particolare il nostro uso della parola a proposito delle cose sante. 2143 Tra tutte le parole della Rivelazione ve ne è una, singolare, che è la rivelazione del nome di Dio, che egli svela a coloro che credono in lui; egli si rivela ad essi nel suo Mistero personale. Il dono del nome appartiene all'ordine della confidenza e dell'intimità. “Il nome del Signore è santo”. Per questo l'uomo non può abusarne. Lo deve custodire nella memoria in un silenzio di adorazione piena d'amore [Cf Zc 2,17 ]. Non lo inserirà tra le sue parole, se non per benedirlo, lodarlo e glorificarlo [Cf Sal 29,2; Sal 96,2; Sal 113,1-2 ]. 2144 Il rispetto per il nome di Dio esprime quello dovuto al suo stesso Mistero e a tutta la realtà sacra da esso evocata. Il senso del sacro fa parte della virtù della religione.

[2] Nell’ebraico antico esistevano tre forme verbali: la forma semplice, la forma intensiva e la forma causativa.  La forma semplice poteva essere attiva (qal) o passiva (niphal). Anche la forma causativa si divideva in attiva (hiphil) e passiva (hophel). Per la forma intensiva o enfatica esisteva invece l’attivo (piel), il passivo (pual) ed il riflessivo (hithpael). Il modo indicativo conosceva solo due tempi: il perfetto e l'imperfetto. Il tempo perfetto indicava un'azione completa e finita, mentre il tempo imperfetto poteva indicare sia il presente che il futuro. Per Esodo 3,14, il tempo imperfetto ebraico rende pertanto legittime sia le traduzioni al presente della Settanta e della Vulgata "Io sono colui che è" e "Io sono quello che sono" sia le traduzioni al futuro di Aquila e Teodozione "Io sarò quello che sarò" o "Io mostrerò di essere quello che mostrerò di essere".



[3] Clemente Alessandrino, Stromata, V, 6.

[4] Dio rivela a Mosè la missione che intende affidargli: deve sottrarre gli israeliti dalla schiavitù egizia e condurli alla terra promessa. Dio gli promette anche il suo potente aiuto nel compimento di questa missione: «Io sarò con te». Allora Mosè si rivolge a Dio: «Ecco, io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli israeliti: Io-sono mi ha mandato a voi» (Es 3,12-14). Così dunque il Dio della nostra fede - il Dio diAbramo, di Isacco e di Giacobbe - rivela il suo nome. Esso suona «Io sono colui che sono!». Secondo la tradizione di Israele, il nome esprime l'essenza. La Sacra Scrittura dà a Dio diversi «nomi»; tra questi: «Signore» (per esempio Sap 1,1), «Amore» (1Gv 4,16), «Compassionevole» (per esempio Sal 84,15), «Fedele» (1Cor 1,9), «Santo» (Is 6,3). Ma il nome che Mosè ha udito dal profondo del roveto ardente (יהךה) costituisce quasi la radice di tutti gli altri. Colui che è dice l'essenza stessa di Dio, che è l'Essere per se stesso, l'Essere sussistente, come precisano i teologi e i filosofi. Dinanzi a lui non possiamo non prosternarci ed adorare. (Giovanni Paolo II, Udienza generale, 31 luglio 1985)


[5] Elefantina è un’isola nel Nilo, situata di fronte ad Assuan, 10 km a nord della prima cateratta e 857 a sud del Cairo. Ha una lunghezza massima di 1.300 m, una larghezza di 400 m e una superficie di 35 ettari. Capoluogo di provincia, controllava la strada diretta verso la Nubia. Per la sua posizione strategica fu sede nell’antichità di guarnigioni militari egizie e anche di mercenari stranieri. Durante la XXVI dinastia saitica, sotto Psammetico I (663-609) o II (594-588) vi si stabilì una colonia militare giudaica, che vi restò fino al faraone Amirtea (404-398). Tra il 1898 e il 1904 apparvero sul mercato papiri in lingua aramaica provenienti da quella regione. Tra il 1906 e il 1909 furono fatti scavi dai quali vennero alla luce numerosi papiri e ostraca (cocci con scritte) riguardanti la colonia giudaica, che contengono lettere, liste di nomi, documenti giuridici privati e pubblici, testi ufficia li e testi letterari, come le parole di Ahikar e l’Iscrizione di Behistun. Dal materiale ritrovato risulta che gli ebrei dislocati in una località così remota conservavano i loro nomi teofori, le loro leggi e costumi. Adoravano Jhwh con il nome di Jaho, ma accanto a lui erano venerate altre divinità, soprattutto Anat, figura femminile vicina a Jaho. La comunità era retta da un consiglio di cinque membri, disponeva di sacerdoti e osservava la circoncisione, la Pasqua, il sabato, il digiuno e la purità rituale. Inoltre offriva l’olocausto e la maggior parte dei sacrifici in un tempio elevato in onore di Jaho molto tempo prima di Cambise (525 a.C.), in evidente contrasto con la legislazione sull’unità del tempio introdotta dalla riforma religiosa di Giosia (622 a.C.). Nel 411 il tempio venne distrutto per opera dei sacerdoti di Khnoum, in assenza di Arsham, governatore persiano dell’Alto Egitto. Tre anni dopo Iedoniah ed i sacerdoti ebrei di Elefantina scrissero a Bagohi, governatore persiano della Giudea per protestare contro questo fatto chiedendo  di poter ricostruire il tempio, cosa che avverrà dopo alcuni anni. L’isola, che fu visitata e descritta da Erodoto, conserva alcune antiche vestigia, come il porto romano, le rovine del tempio di Khnoum, dio egizio della cataratta, e il Nilometro, scala graduata che serviva a misurare la crescita del fiume (A. Sacchi, Cos’è la Bibbia, pp. 35-36, Edizioni Paoline, 1999)

[6] Vedasi Moreh Nebukim (Guida dei perplessi), I, 62.

[7] Un punto posto nel corpo della lettera, chiamato dagesh, serve a distinguere l'intensità della pronuncia o il rafforzamento del suono (geminazione) delle consonanti ebraiche.

[8]  Vedasi Mosé Maimonide, La Guida Dei Perplessi, a cura di M. Zonta, Torino, Utet, 2003, LXI, pag. 223 ed anche Mosé Maimonide, The Guide For The Perplexed, translated from the original arabic text by M. Friedlander, 1904, second edition, LXI.


[9] Si veda, ad esempio, G.Gertoux, Un Nom Encens, Parigi 1999. (Sul web è altresì possibile consultare  G.GertouxParadox of the anonymous name e G.Gertoux, Un Nome eccellente).

[10] Sulla possibile vocalizzazione delle consonanti “alef”, “he”, “jod”, “vau” vedasi Giuda Levita, Il Re dei Kazari, libro IV; Innocenzo III, Sermones sanctis, Sermo IV; Nicola Cusano, Opera Omnia, Sermo XLVIII; Pietro Galatino, De Arcanis Catholicae Veritatis, Libro II; Raimondo Marti, Purgio Fidei, Capitolo III.

[11] Talmud, Yoma, VI, 2.


[12] Quando l’unica lezione conservata o tutte le varianti risultano assurde o incomprensibili si propone, a volte, una correzione che non è attestata in nessun testimone del testo. Questo metodo (detto emendamento congetturale) è giudicato essenziale nella ricostruzione dei testi degli autori classici, anche perché mancano spesso testimonianze diverse capaci di fornire lezioni alternative. Tuttavia si tratta di un metodo abbastanza rischioso, perché quella che è considerata come un’anomalia può essere sì il risultato di una corruzione nella trasmissione del testo, ma può anche essere stata voluta dall’autore stesso. Quindi prima di ammettere una congettura bisognerebbe conoscere talmente bene lo stile dell’autore da poter escludere con certezza che l’anomalia corrisponda in realtà a una sua scelta intenzionale. Per quanto riguarda il testo biblico il numero di testimonianze esistenti è talmente grande che la necessità di ricorrere all’emendazione congetturale è assai ridotta (A. Sacchi, Cos’è la Bibbia, pag. 80, Edizioni Paoline, 1999).

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