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Identitarismo e localismo: l’ambientalismo della Nuova Destra


Di Matteo Luca Andriola

L’evoluzione ecologista del pensiero di Alain de Benoist, che mette in discussione la diade antinomica destra/sinistra, inizia dalla rilettura di certi intellettuali antimoderni come Julius Evola e altri della konservative Revolution, ma soprattutto dallo studio di Martin Heidegger che, nel corso del tempo, finì per soppiantare Nietzsche nel pensiero debenoistiano che, durante quel periodo, si incentrò sempre più sulle tematiche dell’etnopluralismo, dell’europeismo, degli squilibri della modernità, dell’antindividualismo e dell’antiliberalismo.
Queste ultime due tematiche lo portarono a confrontarsi con gli studiosi del Mauss (Mouvement antiutilitariste dans les sciences sociales), tra cui strinse buoni rapporti, inparticolare, con Alain Caillé e Serge Latouche, teorici della decrescita.Un pensiero “capace di pensare simultaneamente ciò che, fino a oggi, èstato pensato contradditoriamente” (19) e a vocazione egemonica, nonpuò non interfacciarsi con l’ecologismo. Questo perché l’ecologismo èuna battaglia che per tali ambienti non è né di destra né di sinistra, mache ha nel trasversalismo uno dei suoi elementi fondanti: “I verdi” spiegaAlexander Langer nel 1984, in occasione dell’assemblea nazionale diFirenze per presentare le liste verdi che debutteranno alle amministrativedell’anno successivo, “dovranno costituirsi come terzo polo, come altrorispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica italiana”(20), il tutto in una fase non ancora dominata dal bipolarismo. Marco Tarchi, peresempio, dedicherà al fenomeno un fascicolo monografico di Dioramaletterario, il n. 144 dell’aprile 1988, dal titolo “La sfida verde. Ecologia ecrisi della modernità”, che prendeva spunti da suggestioni che l’area italiana– che a differenza degli omologhi francesi nasceva dal tradizionalismoevoliano – già aveva elaborato negli anni ’70 (21).
Il minimo comune denominatore che favorirà a livello europeo un dialogo – e non un’infiltrazione – con l’ambientalismo verde è l’antiliberalismo, già all’epoca un’ideologia unilaterale, e la critica alla relativa mercantilizzazione dei rapporti sociali contro “l’impero della futilità e l’umiliazione della politica, ridotta a variante indipendente delle strategie dei più influenti operatori dei mercati finanziari” (22), per la difesa della qualità della vita, unico terreno possibile per il rilancio di un’alternativa. Vi sono non poche similitudini fra la corrente animata da Alain de Benoist e l’ecologismo, perché quest’ultimo “segna la fine dell’ideologia del progresso; il futuro, ormai, è gravido più di inquietudini che di promesse.
Nel contempo, rende evidente che i progetti sociali non possono più discendere da un’ottimistica attesa del ‘radioso indomani’, ma richiedono una mediazione sugli insegnamenti tanto del presente che del passato” perché l’ecologia “[…] richiamandosi al ‘conservatorismo dei valori’ e della difesa dell’ambiente naturale, rifiutando il liberalismo predatorio non meno che il ‘prometeismo’ marxista […] è nel contempo rivoluzionaria sia nella portata che nei valori. È in definitiva, tagliando deliberatamente i ponti con l’universo del pensiero meccanicistico, analitico e riduzionista che ha accompagnato l’emergere dell’individuo moderno, essa ricrea un rapporto tra l’uomo e la totalità del cosmo, che forse non è altro che un modo per protestare contro l’imbruttimento del mondo e per rispondere all’eterno enigma della bellezza” (23). Questo non può che coniugarsi col comunitarismo solidarista e identitarista, col localismo, per “opporre alla dittatura del mercato il modello di una società della sobrietà, legata ai valori autentici dell’uomo” (24), divenendo uno degli assi portanti delle ‘nuove sintesi’ proposte dal progetto neodestro. Il localismo, il regionalismo, l’identitarismo, non diventano solo un ponte di dialogo con gli ambienti nazional-populisti, ma il modo per sposare la nozione di decrescita sostenibile che “parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito”, dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti. L’idea stessa della decrescita deve necessariamente condurre, secondo de Benoist, a un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad “inevitabili convergenze” fra una “sinistra socialista”, che sia in grado di abbandonare il “progressismo”, e una destra che abbia saputo rompere con “l’autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto” (25).
Nel discorso debenoistiano si mette però in discussione la filiera della produzione capitalista, da espletare a chilometro zero, ma non il capitalismo stesso, che nel campo neodestro – come già visto nell’articolo sulla critica al mondialismo (26) – non viene mai ridiscusso, eccetto la sua tendenza a mondializzarsi.
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19) A. de Benoist, Le idee a posto, Akropolis, Napoli 1983, p. 76 (ed. orig. Les idées à l’endroit, Libres Hallier [Albin Michel], Parigi 1979)
20) A. Langer, Relazione introduttiva all’assemblea di Firenze, ciclostilato, 8 dicembre 1984
21) Cfr. Il progresso finirà in soffitta?, n. f., La Voce della Fogna, n. 1, dicembre 1974, p. 7
22) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 1
23) A. de Benoist, La fine dell’ideologia del progresso, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 2
24) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, cit.
25) A. de Benoist, Obiettivo decrescita, in A. de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno 2006, pp. 107, 127, 129, 154
26) Cfr. M. L. Andriola, La destra radicale noglobal. Antimondialismo e capitalismo,

Decrescita economica e crescita umana per un futuro sostenibile


Di Francesco Neri

Decrescita.
Insomma, le parole sono importantissime perchè parola e pensiero sono la stessa cosa. Però non bisogna averne paura.
In un futuro plausibile, auspicabile, l’unico possibile, ci sono cose che dovranno aumentare, e molto, e cose che dovranno decrescere, e molto.
Per esempio, le armi, l’inquinamento, le medicine, le multinazionali, lo strapotere degli straricchi, lo sfruttamento intensivo del suolo e del sottosuolo, le spese idiote, le ruberie, i privilegi dei “mediatori” del potere, le finanziarie, il potere dei “mercati”, gli spostamenti inutili, le prigioni, il crac e l’eroina, la tratta degli umani, le disuguaglianze, gli sfratti, lo stress, il traffico, la frutta che vien dall’ Argentina, il nucleare, i fat food, i fast food, le bollette, le rotture di coglioni, ecc.ecc.
Tutti grandi PILoni del PIL.
Debbono crescere invece la pace, la tranquillità, la solidarietà, il consumo locale, il consumo di stagione.
La produzione “locale” di energia, frutta, cultura, connessioni sociali ed umane, cure e competenze, il terzo settore, la sperimentazione, la follia artistica, i classici, la musica e il teatro, il tempo libero dal lavoro e dalle preoccupazioni, tempo che poi ognuno deciderà di spendere come meglio crede.
Vedi bene che il primo elenco è un grande produttore di PIL, il secondo molto meno.
Ecco.
Se decrescita significa questa sommatoria con risultato in calo, io non ne ho nessuna paura.


Fonte:Ecco Cosa Vedo

La sovrappopolazione mondiale , tra mito ideologico e realtà


Di Salvatore Santoru

Al giorno d'oggi si fa un gran parlare del problema della " sovrappopolazione " . Stando alla teoria più in voga del momento , l'umanità non sarebbe più sostenibile per il pianeta e occorre fare in modo che venga dimezzata . Questa teoria non è nient'altro che una nuova variante delle idee di Thomas Malthus , il quale affermava che la crescita della povertà e della fame nel mondo è dovuta quasi solamente alla crescita demografica mentre non indagava gli aspetti relativi alle contraddizioni economiche e sociali del problema .

Malthusianesimo e eugenetica

Il malthusianesimo è stata un'ideologia molto popolare nell'Ottocento e nel primo Novecento  e influenzò profondamente Herbert Spencer , il fondatore del darwinismo sociale  , ideologia che costituì un fondamentale supporto teorico alla teoria e alla pratica dell' eugenetica .

A partire dal 1899,  negli USA furono avviate  politiche eugenetiche che consistevano perlopiù nella sterilizzazione coatta delle persone considerate deboli o " inadatte " : sopratutto disabili fisici o mentali , persone affette da disturbi psichici , appartenenti a minoranze etniche e addirittura epilettici .
In seguito le pratiche eugenetiche si diffusero sempre di più oltre i confini statunitensi e raggiunsero l'apice in Germania con il famigerato programma dell' Aktion T4 , basato sulla sterilizzazione coatta e sull'uccisione sistematica di individui disabili fisici e mentali e affetti da problematiche psichiche e sociali .

Finita  la II guerra mondiale l'eugenetica era ormai  caduta in disuso , ma nonostante ciò continuò ad essere applicata nella Svezia sino al 1975 e gli ultimi esperimenti diretti di tal tipo furono eseguiti in Svizzera nel 1985 .

Questione ambientale 

Tra i cosiddetti neomalthusiani è molto diffusa l'idea che l'essere umano rappresenta in quanto tale un pericolo per l'ambiente nel suo insieme e per questo bisogna al più presto dimezzarne radicalmente la diffusione , e ambire alla " crescita zero " demografica  .  Alcuni sostengono che bisogna adottare politiche radicali di controllo delle nascite per questo , anche di stampo autoritario prendendo esempio della " politica del figlio unico " cinese .
Queste proposte , tanto semplicistiche quanto pericolose , non rappresentano la soluzione al problema , le quali cause vanno ricercate perlopiù negli estremi squilibri e danni causati dal modello di sviluppo economico attuale  , incentrato sulla crescita economica sregolata e sul disprezzo verso la natura e l'ecosistema nel suo complesso .  Inquinamento , urbanizzazione selvaggia , deforestazione , specie animali in via di estinzione  e molto altro sono l'altra faccia dello sviluppo e del progresso economico ottenuto a scapito del benessere ecologico e della stabilità ambientale .

Questione economica

Ultimamente con l'avvento della cosiddetta " rivoluzione verde "  , che al di là del nome portò a un'aumento vertiginoso di sfruttamento ambientale , inquinamento e distruzione delle biodiversità , e sopratutto con l'adozione su vasta scala dello stile di vita consumista la situazione è gravemente peggiorata .
E qua entra in gioco anche  la stessa sovrappopolazione  : infatti dall'adozione dell'attuale modello di sviluppo in soli cent'anni la popolazione mondiale è aumentata di quasi 6 miliardi  .
Visto in quest'ottica il problema stesso della sovrappopolazione risulta diverso e la sua versione ideologica corrente si dimostra un mito .  Il problema non è tanto o solo la crescita demografica in sè , ma è l'attuale modello di sviluppo che è del tutto instostenibile e che sta distruggendo l'ambiente e gli equilibri ecologici .

Sarebbe troppo facile dare la colpa di tutto questo a  tutti gli esser umani indistintamente e non menzionare per esempio il ruolo delle multinazionali e dei poteri economici in generale .
Infatti , dalla metà del XX secolo  in poi , il potere delle corporations si è fatto praticamente assoluto e onnipresente , ed è stata avviata una gigantesca campagna propagandistica ( la pubblicità commerciale con cui siamo " bombardati " ogni giorno  )  per giustificare e imporre lo stile di vita consumista in Occidente , e oggi sempre di più nel mondo intero .

Conflitti d'interesse

Un fatto interessante è che ora le stesse corporations che per anni e anni hanno devastato , inquinato , sfruttato l'ambiente e contributo al massacro di animali e alla deforestazione selvaggia , propagandato l'uso di energie non rinnovabili e dannose come il carbone , il petrolio e il nucleare e tanto altro , ora si " tingano " di verde e propongano una forma molto ambigua di " sviluppo sostenibile "  .

Interessante anche il fatto che il gruppo dei Rockfeller  , proprietario della compagnia petrolifera più inquinante e distruttiva del mondo , la Exxon ( un tempo chiamata " Standard Oil " )  e finanziatore della rivoluzione verde ( che contribuì ad aumentare  la popolazione mondiale )  , sia impegnato da tempo sulla lotta alla sovrappopolazione mondiale , e sia arrivato negli anni 70 a finanziare il Club di Roma .
Oggi più che mai David Rockfeller , uno tra gli uomini più ricchi e potenti del mondo , è uno dei principali sostenitori della teoria della sovrappopolazione ( su Youtube si può vedere un suo " memorabile "   discorso all'ONU su questo tema ) ... molto interessante la sua " carriera "  : un passato come amministratore della Chase Manhattan Bank , azionista della già citata Exxon e della General Elettric ,  e infaticabile lobbista e membro fisso di organizzazioni elitarie come il Council on Foreign Relations , la Trilateral Commision e il Bilderberg .

Sviluppo sostenibile e  "decrescita felice" come possibili soluzioni

Il modello di sviluppo economico selvaggio oltre ad aver portato a innumerevoli danni ambientali ,  ha contribuito enormemente alla diffusione di malattie fisiche ( diabete e obesità in primis ) e al malessere in generale . Oggi come non mai viviamo in uno stato di opulenza , ma d'altro canto il cancro è diffuso come non mai ( e la sua causa principale al giorno d'oggi è l'inquinamento )  , le diseguaglianze economiche e sociali son diventate enormi , l'insoddisfazione e lo stress regnano sovrani ,  le dipendenze (  da fumo , alcool , cibo , gioco d'azzardo , prodotti tecnologici ,  sostanze stupefacenti ecc )  son aumentate vertiginosamente , ed inoltre ci si è imbarcati in un circolo vizioso di guerre combattute per il controllo delle risorse .

Questo sistema basato sull'illusione della crescita economica illimitata  è totalmente insostenibile e urge un forte cambiamento del sistema economico e sociale dominante , e di conseguenza degli stili di vita dipendenti da esso .

Una soluzione a ciò potrebbe essere l'applicazione di alcuni principi della cosiddetta decrescita felice,  la teoria elaborata dall'economista e filosofo Serge Latouche secondo cui la società deve transitare dal modello attuale di sviluppo economico basato sulla quantità , sullo spreco  e sulla massificazione totale a uno basato sull' abbondanza frugale  , la qualità e il benessere umano nel rispetto dell'ecosistema e dei suoi limiti .

Un nuovo paradigma

Latouche da anni sostiene che la decrescita deve essere volontaria e sopratutto felice ,  e come questa sia l'alternativa maggiormente praticabile alle inevitabili crisi economiche e finanziarie su cui il nostro sistema attuale è basato .

Decrescita felice e consapevole quindi piuttosto che decrescita traumatica e  infelice  come avverrà se non si cambia paradigma e si rimette in discussione l'intero sistema dominante a partire dalle sue basi .

Tutto ciò non significa assolutamente  tornare al Medioevo , ma anzi proiettarsi verso un futuro migliore dove il benessere umano  conterrà più degli standard economici e dell'avidità commerciale eretta a norma .

La società prospettata da Latouche e dai sostenitori della decrescita è basata sulla valorizzazione dell'essere umano in quanto tale , sulla tutela dell'ambiente e degli animali non umani e la difesa delle biodiversità , e non sulla demonizzazione della tecnologia o dello sviluppo umano in sè , come spesso si pensa .

Difatti la tecnologia e lo sviluppo economico non verrebbero cancellati ma , anzi , migliorati e portati a un'indispensabile maturazione dove non ci sia più spazio per la cultura dello spreco , che è stata  la base del modello di sviluppo moderno e a cui ci siamo abituati dopo anni e anni di " lavaggio del cervello " da parte della pubblicità commerciale .

Il modello di sviluppo moderno che viene criticato dai sostenitori della decrescita  si è basato totalmente sulla promozione di tutto ciò che è dannoso per l'ambiente e per lo stesso essere umano .

Il cambio di paradigma dovrà essere prima di tutto un cambiamento individuale del proprio stile di vita : ad esempio , optare qualche volta per un'alimentazione sana e naturale invece del classico cibo spazzatura  ,  optare per una scelta etica e sana dal punto di vista alimentare come il vegetarianismo o il veganismo , non farsi ipnotizzare dalle illusioni vendute dalle pubblicità commerciali e dai mass media in generale e tanto altro .

La questione è un pò più complicata e da approfondire , comunque è chiaro che il problema principale non è amputabile  alla  crescita demografica o solo ad essa , ma sopratutto al modello di sviluppo o alla degenerazione di esso portata , cose che tra l'altro anche lo stesso Latouche ha affermato .

Lo scopo del lavoro dovrebbe essere quello di guadagnare ... il proprio tempo libero


Di Elsa Garzaro
Addomestichiamo la tecnologia.
Nel lavoro, gli obiettivi che ci poniamo o ci vengono posti sembrano sempre più distanti da ciò che può produrre per noi un benessere concreto. Il successo, la fama, i soldi per acquistare l’ultimo telefono o l’ultima auto ultra veloce, sono tutti oggetti o sentimenti che possono farci provare un senso provvisorio di soddisfazione, ma possono darci anche una serenità permanente? Come è già stato affermato in questo sito, la nostra società non è più in grado di fermarsi e accontentarsi di quello che possiede: siamo spinti ad avere sempre di più.
Ci sono però delle belle eccezioni, tra le quali una che vorrei raccontarvi qui: si tratta dell’azienda dove lavoro, una società informatica in provincia di Vicenza, uno dei cuori (ancora pulsanti?) del Nordest. E’ una società che ha deciso di dare importanza in primis al tempo: oltre il guadagno economico o il successo ottenuto dall’ultimo trend, perché non mettere in cima ai propri obiettivi il tempo? Quello che, lavorando in modo ottimale e ragionato, possiamo avere tutto per noi, ovvero il tempo libero. Il tempo per stare con la propria famiglia, per coltivare i propri interessi, per dare attenzione a chi ci circonda.
I miei colleghi progettano soluzioni tecnologiche fatte su misura per i clienti, ma ogni giorno hanno a che fare con richieste di prodotti che non hanno il tempo di essere compresi appieno dall’utente finale: sono presentati, richiesti e considerati già obsoleti.
In quest’era iper tecnologica dove tutto corre a velocità che per l’uomo sono fin troppe volte irraggiungibili,  le persone spesso dimenticano l’importanza di avere un prodotto fatto ad hoc per le proprie esigenze, uno strumento che ti fa finire prima di lavorare e non ti tiene ancorato alla sedia aspettando passi l’ennesimo “download”.
Perché non smettere di seguire le mode che al 90% propongono degli abiti che non vanno bene per la mia taglia?
L’informatica dovrebbe essere uno strumento che ci aiuta a “lavorare meno”; invece tante volte, forse troppe, dimentichiamo che le tecnologie servono a facilitare e agevolare la nostra vita, non il contrario. Le macchine sono progettate per svolgere i nostri compiti riducendo i nostri sforzi, non per farci sprecare tempo nell’attesa di un processo di salvataggio.
Il motto è “addomestichiamo la tecnologia” e rendiamola più funzionale al suo scopo primario: dare all’uomo la possibilità di vivere il suo tempo in modo libero, in base ai suoi interessi o ai suoi affetti.
“Pensiamo che lo scopo del lavoro sia quello di guadagnarsi il tempo libero, il bene più prezioso che un uomo possa spendere. Più tempo da reinvestire come preferite: per lavorare, per costruire, per progettare. O meglio, più tempo per sorridere.”
Questo motto vale ancora di più nella zona in cui viviamo, che da troppo tempo pensa sia più importante lasciare ai figli un’auto di lusso, che non il ricordo di un pomeriggio passato insieme.

Il lavoro ci sta rendendo sempre più schiavi . Ripensiamolo

La schiavitù del lavoro

Di Massimo Fini

Quando al V-Day di Genova Grillo, abbandonato per un momento il mantra del “Tutti a casa”, che campeggiava anche sulle magliette distribuite in Piazza della Vittoria è tornato sul tema del lavoro (già sfiorato in altre occasioni senza ottenere molta attenzione) visto però in un'ottica completamente diversa da quella attuale (“Chi non lavora non mangia”) affermando che “il lavoro è schiavitù e deve essere ripensato”, la folla osannante che gremiva la piazza non lo ha seguito e non lo ha capito.

Eppure questa visione del lavoro è centrale se non nell’intero Movimento 5Stelle, certamente lo è, anche se in modo un po’ confuso, nel pensiero del suo leader, così come per la Lega delle origini lo era l’identità prima che tracimasse in xenofobia. 

Prima della Rivoluzione industriale il lavoro non era mai stato considerato un valore. 
Tanto che è nobile chi non lavora e artigiani e contadini lavorano per quanto gli basta, il resto è vita. C’è qualche studioso (R. Kurtz, La fine della politica e l’apoteosi del denaro, Manifestolibri, 1997) che ipotizza che in epoca pre-industriale non esistesse il concetto stesso di lavoro così come noi modernamente lo intendiamo, semmai quello di mestiere che è cosa diversa. 
Anche la Chiesa, almeno stando a San Paolo, considerava i lavoro “Uno spiaevole sudire della frontre” 

È l’Illuminismo che, razionalizzando gli straordinari sconvolgimenti portati dall’industrialismo, fa del lavoro un valore, sia nella sua declinazione liberista che marxista. Per Marx il lavoro è “l’essenza del valore”, per i liberisti (Adam Smith, David Ricardo)è quel fattore che combinandosi col capitale dà il famoso “plus valore”. Da questo punto di vista, liberismo e marxismo si differenziano molto poco (Stakanov è un’eroe dell’Unione sovietica e Lulù, nella magistrale interpretazione di Gian Maria Volonté è, almeno nella prima parte del film, lo Stakanov italiano nel beffardo capolavoro di Elio Petri, La classe operaia va in Paradiso). 

È da qui che ha inizio la deriva economicista che ci porterà al paradosso percui noi oggi non produciamo nemmeno più per consumare, ma consumiamo per poter continuare a produrre. 
E un operaio deve scegliere fra lavoro e salute. 
O la cassiera di un supermarket deve considerare vita passare otto ore al giorno alla calcolatrice senza scambiare una parola col cliente-consumatore. O un ragazzo deve sentirsi fortunato se lavora in un call-center. 

Volete altro ? Che senso ha aver inventato strumenti che velocizzano al massimo il tempo se poi siamo costretti a impiegare il tempo così guadagnato in altro lavoro (magari investito nella creazione di strumenti ancor più veloci in un circolo vizioso che non ha mai fine). Abbiamo usato malissimo la tecnologia. Avrebbe potuto liberarci dalla schiavitù del lavoro e invece l’abbiamo utilizzata per renderlo ancor più alienante, o assente proprio mentre lo abbiamo reso necessario. 

Ciò a cui, sia pur confusamente, pensa Grillo (e non so se i suoi giovani seguaci, tantomeno i suoi elettori, l’hanno capito) è un ritorno al passato. Non è un rivoluzionario ma un reazionario (anche se, a questo punto, le due cose finiscono per coincidere). Pensa a un ritorno all’agricoltura, all’artigianato, a una piccola impresa che non superi le dimensioni dell'antica bottega.

Utopia? Oggi certamente sì. Domani forse no. Ed è qui che l’ormai vecchio Beppe si differenzia dal giovane paraculo Renzi. Rottamare tutti, mandare “tutti a casa”non ha senso se poi si continua col modello di sempre. 

Titolo originale : " Il lavoro è schiavitù. Ripensiamolo "


Serge Latouche: il profeta della decrescita contro il paradigma dell’ “Usa e getta”


latouche

Di Giovanni Balducci

Sono anni che Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Paris-sud, nonché antropologo, porta avanti la sua critica all’ideologia universalista ed utilitarista dell’Occidente, rivendicando la liberazione della società occidentale dalla dimensione universale economicista, predicando il nuovo verbo globale della decrescita.
Sia chiaro, niente a che fare con Monti ed il suo proverbiale rigore: il “Rigor Montis”, appunto. Latouche propone un’austerità intelligente, mettendo in evidenza come il modello economico dominante fino ad ora, quello della crescita infinita, vada assolutamente abbandonato, non foss’altro per la finitezza delle risorse naturali.
Al paradigma della crescita infinita, il pensatore francese contrappone un nuovo paradigma di benessere, più intelligente, più socialmente equo e più rispettoso dell’ambiente, sostenendo, altresì, che vivere con meno è facile. E persino divertente: «La prima cosa da far decrescere sono gli orari di lavoro. Non solo siamo diventati tossicodipendenti del consumo, ma anche del lavoro. Diminuendo gli orari di lavoro si risolverebbe anche il problema della disoccupazione. E poi è necessario ritrovare la gioia di vivere, il tempo dell’ozio per camminare, per sognare, meditare, anche per giocare, per coltivare le relazioni sociali. Serve più tempo per l’amicizia, più tempo per la famiglia. Questo non lo dicono solo i partigiani della decrescita, ma anche illustri economisti e in particolare i sostenitori della così detta economia della felicità» (1).

usa-e-getta

Nel suo ultimo pamphlet Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, edito in Italia per i tipi di Bollati Boringhieri (ed acquistabile dal prossimo 7 marzo), si scaglia contro la produzione di massa che – come sostiene – ha abbreviato drasticamente la durata delle merci e minaccia di coinvolgere gli stessi uomini nello stesso vortice di repentina quanto insensata liquidazione.
Fantascienza? Purtroppo no, se pensiamo che il noto Umberto Veronesi abbia sostenuto in un suo recente scritto che “dopo aver generato i ‘doverosi’ figli e averli allevati, il suo (dell’essere umano, nda) compito è finito: occupa spazio destinato ad altri, per cui bisognerebbe che le persone a cinquanta o a sessant’anni sparissero” (2).



Insomma, Latouche pare non esser proprio una Cassandra: il “ciclo breve” sembra effettivamente non dare scampo né alle cose, né alle persone, avvolgendoci tutti sempre più in una spirale di iperproduzione e turboconsumo, frutto della logica perversa del consumismo e della razionalità strumentale.
Afferma Latouche che: «Nella nostra vita ha fatto irruzione l’Usa e Getta, l’obsolescenza programmata dei beni. Una follia. Il trenta per cento della carne dei supermercati va direttamente nella spazzatura…Un’auto è vecchia dopo tre anni, un computer peggio ancora…E se non li cambi sei “out”… Viviamo di acque minerali che vengono da lontanissimo, in mezzo a sprechi energetici demenziali, con l’Andalusia che mangia pomodori olandesi e l’Olanda che mangia pomodori andalusi» (3).
Nel corso delle 114 pagine che compongono il pamphlet, Latouche, dopo aver passato in rassegna gli antecedenti storici dell’«usa e getta», smascherandone l’ideologia sottesa, indica una via d’uscita: una prosperità frugale ma non pauperista che ci renda finalmente liberi dall’imperialismo delle merci, ed abbia come cardini la durevolezza, la riparabilità e il riciclaggio.

NOTE

(1) Dall’intervista a Serge Latouche, Osoppo, mercoledì 9 luglio 09, riportata dal “Messaggero Veneto”.
(2) Veronesi, La libertà della vita, Edizioni Cortina Raffaello, ISBN 8860300711, pag.39.
(3) Dall’articolo: “Latouche la felicità con meno” – di Paolo Rumiz – pubblicato sul quotidiano “Repubblica” il 24 febbraio 2008.

Fonte:http://www.centrostudilaruna.it/serge-latouche-il-profeta-della-decrescita-contro-il-paradigma-dell-usa-e-getta.html

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=45155

I cibi scaduti? Ora li mangiano i nuovi poveri

“Contro la crisi serve la waste review, il taglio degli sprechi”
Intervista di Stefania Divertito a  Andrea Segrè
Di Stefania Divertito*-http://www.linkiesta.it/
 Si chiama "Last minute market": un associazione che ha organizzato la distribuzione dei prodotti in scadenza a favore di mense e “soggetti socialmente svantaggiati”. I nuovi poveri. A fondarla è stato Andrea Segrè agro-economista e professore ordinario di politica agricola internazionale e comparata a Bologna. Che a Linkiesta spiega: «Impariamo a leggere le etichette: se c’è scritto da consumarsi preferibilmente entro vuol dire che anche se è scaduto da poco, è ancora buono». Ma, dice, non chiamatela decrescita.
Siete tra quelli che davanti allo scaffale pieno di yogurt allungate la mano per prendere quello in fondo, quello con la scadenza più lunga? Bocciati. Il pacco di pasta ancora chiuso ma scaduto finisce nella pattumiera? Bocciati ancora. Mangiate carne, sempre carne, fortissimamente carne? Avete un’impronta ecologica insostenibile. E, soprattutto, state dando una bella mano alla crisi economica. E, quindi, per uscirne vivi, c’è una ricetta alternativa a quella propinata dai titoli dei giornali, avallata da fior di economisti che, sull’onda di un progetto spin-off dell’Università di Bologna, hanno abbracciato la teoria mettendola in pratica. Altro che spending review, è arrivata l’ora della waste review.
Ce ne parla Andrea Segrè, agro-economista, professore ordinario di politica agricola internazionale e comparata a Bologna e fondatore del "Last minute market": un progetto nato come costola del suo corso di studi che da alcuni anni è una realtà: l’associazione messa in piedi dal prof ha organizzato la distribuzione dei prodotti in scadenza a favore di mense e “soggetti socialmente svantaggiati”. I nuovi poveri. Ci guadagnano tutti: i produttori hanno un costo in meno, quello dello smaltimento dei prodotti scaduti, e le mense hanno cibo da distribuire. «Lo sa che il più grande produttore di yogurt in Italia spende ogni anno 20 milioni di euro solo per poter smaltire la propria merce scaduta?».
No. Cosa significa?
Produrre, produrre, produrre. Siamo al paradosso: i costi per smaltire i rifiuti di questa iper produzione sono altissimi. E in questo periodo di crisi non è certo una buona notizia.
Dunque, siamo alle solite: ci sta suggerendo di “decrescere”. È la decrescita felice…
Non proprio. La waste review si colloca all’interno della forbice tra produrre troppo e vivere con meno. Riassumendo potremmo dire: produrre e consumare il giusto.
Facciamo degli esempi.
Riempire il carrello del supermercato con le offerte e poi scoprire che a fine settimana il 30% della roba comprata finisce nell’immondizia. Riducendo il cibo che viene buttato in pattumiera, eliminando consumi e comportamenti dannosi dal punto di vista ambientale i riuscirebbero a risparmiare fino a tre punti di Pil. Ogni famiglia getta infatti nella spazzatura 1.600 euro l’anno di cibo andato a male o semplicemente non utilizzato.
Stiamo parlando di economia o ecologia?
Economia, oltre che ecologia. Certo, se impariamo a farle andare a braccetto guadagneremmo tutti, anche le aziende.
In tempo di crisi sembra un paradosso dire alle aziende: producete di meno.
Non diciamo quello, ma: producete in maniera razionale. E, soprattutto, razionalizzate la distribuzione. Difficile anche dire: compriamo di meno. Già con il potere d’acquisto al lumicino si spende di meno, anche per i generi alimentari. E quando becchiamo una super offerta ci lanciamo a capofitto. Bene, cambiamo le offerte. Imponiamo ad esempio che i prodotti in scadenza costino la metà. Hai bisogno del latte? Se compri quello che scade oggi lo paghi al 50%. Io dico che si vende.
Che poi, se anche lo beviamo domani, è ancora buono.
Infatti. Impariamo a leggere le etichette: se c’è scritto da consumarsi preferibilmente entro vuol dire che anche se è scaduto da poco, è ancora buono.
Perché ce l’avete con chi mangia carne?
No, affatto. Però stiamo attenti all’impronta idrica: ogni spreco porta con sé altro spreco e ogni azione di risparmio conduce a nuovi risparmi. Solo nel 2010 abbiamo buttato via 12,6 miliardi di metri cubi di acqua, impiegati nella produzione di 14 milioni di tonnellate di prodotti agricoli abbandonati nei campi e mai consumati. Anche la dieta conta perché, a livello planetario, il 70% dei consumi di acqua dolce è impiegato nel settore dell’agricoltura e dell’allevamento. Ogni chilo di carne di manzo costa 16 mila litri di acqua e per un’alimentazione a base di carne occorrono circa 3.600 litri di acqua al giorno, mentre ai vegetariani ne bastano 2.300. Ovvio, non sto dicendo: diventiamo tutti vegetariani. Ma piccole scelte possono fare la differenza. Consumare prevalentemente carne di pollo rispetto al manzo: per produrre 300 grammi di petto di pollo necessitano 1.100 litri di acqua, mentre per lo stesso peso di manzo serviranno 4.650 litri. Piccoli accorgimenti, che possono avere un impatto positivo sulla nostra impronta idrica. In un anno la dieta mediterranea utilizza poco più di 1.700 metri cubi di acqua procapite contro i 2.600 di quella anglosassone.
Noi, nel nostro piccolo, dobbiamo fare la nostra parte. Ma basterà a farci uscire dalla crisi?
Basterà a far quadrare un po’ di più i nostri conti. Ma non è sufficiente a combattere la crisi. Anche le istituzioni devono agire e rendersi contro che prima della spending review bisogna attuare la waste review, i tagli agli sprechi. Se nell’Unione europea il 42% del totale degli sprechi si realizza nelle mura domestiche e almeno il 60% potrebbe essere evitato, bisogna che il sistema attivi una politica di riduzione degli sprechi. Noi ci proveremo, il 29 settembre faremo firmare a Trieste una carta con degli impegni precisi a cento sindaci del Nord est. È un primo passo, vedremo come proseguirà.
*redattrice di Metro

Fonte:http://www.linkiesta.it/waste-review-segre

Il “dominio” delle multinazionali

Nel mondo del libero mercato e della globalizzazione sono le grandi multinazionali le “padrone” del nostro sistema economico mondiale.
Le multinazionali hanno come unico interesse il profitto e per raggiungerlo attuano un massiccio sfruttamento della manodopera dei paesi più poveri del pianeta.
Esse si localizzano nei paesi più poveri per ottenere manodopera a bassissimo costo e una volta che i salari cominciano a “lievitare” si spostano in un altro luogo.
Le multinazionali oltre allo sfruttamento dei lavoratori provocano anche inquinamento all’ambiente. Inoltre alcune di esse, pur di realizzare guadagni spropositati, hanno messo in commercio sostanze nocive all’uomo oppure hanno usato sostanze chimiche, che poi si sono rivelate pericolose, nell’allevamento degli animali.
Le multinazionali “pensano” di essere al di sopra della legge e spesso non la rispettano per ottenere i propri scopi: esse spesso con grandi campagne pubblicitarie diffondono i loro messaggi e i loro prodotti e le masse sono attirate da tutto ciò.
L’economia globalizzata ormai è “schiava” delle multinazionali che la fanno da padrone e “dettano legge”.
C’è bisogno di una società meno globalizzata e più locale: valorizzare articoli e prodotti del luogo, andare a fare la spesa al mercato rionale o dal macellaio e dal panettiere di fiducia.
C’è bisogno di una società “frugale”, come dice Latouche e meno improntata alla crescita e alla globalizzazione.

Il mito della crescita infinita a debito

Di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio
Come mai negli ultimi anni tutti i Paesi industrializzati hanno accumulato debiti pubblici sempre più consistenti, fino a raggiungere nel 2010 valori che vanno da un minimo dell’80% del prodotto interno lordo nel Regno Unito al 225,8% in Giappone? Nell’Eurozona, nel corso del 2010 il rapporto debito/Pil è salito dal 79,3 all’85,1%. Eppure il Patto di stabilità firmato dai Paesi dell’Unione Europea nel 1999 fissava al 60% la soglia massima di questo rapporto. E ancora: perché gli Stati e le amministrazioni locali spendono sistematicamente cifre superiori ai loro introiti? Perché il sistema bancario induce le famiglie a spendere cifre superiori ai loro redditi?

La risposta è intuitiva: perché la sovrapproduzione di merci ha raggiunto un livello tale che se non si acquistasse a debito, crescerebbe la quantità di merci invendute e si scatenerebbe una crisi in grado di distruggere il sistema economico e produttivo fondato sulla crescita infinita del Pil. Il debito pubblico, del resto, è il pilastro su cui si fonda la crescita in questa fase storica.

Proprio nel tentativo di far ripartire la crescita e aumentare il Pil, negli ultimi anni in Italia è stata finanziata la rottamazione delle automobili, sono state concesse agevolazioni fiscali per la costruzione di nuove case, sono stati dati incentivi all’installazione di impianti a fonti rinnovabili senza porre vincoli a favore degli autoproduttori né della tutela ambientale, è stata deliberata la costruzione di opere pubbliche tanto costose quanto inutili.

Ciononostante, gli incrementi della spesa pubblica in deficit non hanno riavviato la crescita, come del resto in tutti gli altri Paesi industrializzati, né hanno diminuito la percentuale dei disoccupati, che anzi è aumentata. Insomma, abbiamo speso denaro pubblico, abbiamo aumentato il debito e non abbiamo ottenuto nulla.

Per quale ragione gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno dato i risultati attesi? Perché nei Paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico ha determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno. Macchinari sempre più potenti producono in tempi sempre più brevi quantità sempre maggiori di merci con un’incidenza sempre minore di lavoro umano per unità di prodotto. Per questo la disoccupazione aumenta invece di diminuire.

Inoltre queste tecnologie sono molto costose e i macchinari non possono rimanere fermi, perché ne deriverebbero forti danni economici in termini di ammortamento dei capitali e di mancati guadagni. Devono lavorare a pieno regime e tutto ciò che producono deve essere acquistato anche se non ce n’è bisogno. Quindi le tecnologie accrescono l’offerta di merci in misura superiore alla crescita della domanda e ciò comporta una diminuzione dell’occupazione, la diminuzione dell’occupazione riduce ulteriormente la domanda. Perciò l’unico modo per incrementare la domanda è l’indebitamento. La crescita non è la soluzione. È il problema.


Fonte:il Fatto Quotidiano

Da Arianna Editrice

Indimenticabile Ivan Illich, precursore della decrescita

Di Fabio Balocco
Prima dei vari Latouche, Bonaiuti, Pallante, e compagnia, c’era Ivan Illich. Con questo voglio dire, a ragion veduta, che alle basi di quella che possiamo chiamare “filosofia” della decrescita, c’è quel grandissimo personaggio che fu Ivan Illich. Solo che, se oggi ripensare la modernità e suggerire la decrescita è relativamente facile, ai tempi non sospetti in cui Illich predicava in questo senso occorreva coraggio e illuminazione.
Incredibile, in proposito, una sua affermazione del 1978: “Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i Paesi diventano casi critici. Crisi, parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire “scelta” o “punto di svolta”, ora sta a significare: “Guidatore dacci dentro!”. Evoca cioè una minaccia sinistra, ma contenibile mediante un sovrappiù di denaro, di manodopera e di tecnica gestionale (…) La crisi come necessità di accelerare non solo mette più potenza a disposizione del conducente, e fa stringere ancora di più la cintura di sicurezza dei passeggeri; ma giustifica anche la rapina dello spazio, del tempo e delle risorse”.
Nel notare con piacere che molto più modestamente anch’io indicai tempo fa che il termine crisi non doveva essere letto necessariamente con accezione negativa, è tremendamente attuale l’affermazione di Illich che nei periodi di crisi (nella attuale accezione) il potere – che la stessa crisi ha creato – ne approfitta per rapinare spazio, tempo, risorse.
Come non vedere nell’affermazione del grande pensatore ciò che sta attualmente accadendo nel mondo, in cui le banche dettano direttamente le politiche dei paesi, determinando una sensibile contrazione delle libertà e dei diritti. Aggiungerei solo che oggi per il capitale contrarre libertà e diritti è diventato sempre più una necessità, dettata da logiche di sopravvivenza del sistema (caro, vecchio, sessantottino ”sistema”).
Ecco che per produrre diventano fastidiosi orpelli i diritti dei lavoratori, ecco che le grandi opere debbono essere realizzate indipendentemente dalla loro utilità, ecco che i servizi non debbono più essere pubblici ma in mano privata.
Peccato che tutto questo porti a un rapido degrado dei rapporti sociali, dell’ambiente, del territorio dove viviamo e non salvi dalla galoppante povertà ma anzi accentui la forbice fra chi ha e chi non ha.
“Se vogliamo poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iperindustriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali.
L’equilibrio della vita si dispiega in varie dimensioni: fragile e complesso, non oltrepassa certi limiti. Esistono delle soglie che non si possono superare”

Ivan Illich

Da il Fatto Quotidiano

La differenza tra recessione e decrescita

Di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio
È ufficiale, l’Italia è in recessione. Il peggiore dei mali, per un sistema basato esclusivamente sulla continua crescita dei consumi. Persino per chi ritiene che il Pil non sia il miglior metro di misura del benessere di un popolo, visto che cresce anche quando si fa un incidente, si installa un allarme o si acquistano psicofarmaci, sentire parlare di recessione non è una buona cosa.
Ciò non significa che si deve smettere di mettere in discussione un modello di sviluppo ossessionato dalla crescita economica. Anzi, è un motivo in più per chiarire la differenza fra recessione e decrescita. Che, per chi non lo avesse ancora capito (o non si fosse almeno preso la briga di leggerlo), non sono affatto sinonimi.
La recessione è una piaga, la decrescita è una presa di coscienza. Per spiegarci meglio, la recessione è come non avere quasi più cibo a disposizione rischiando di morire di fame, la decrescita è come mettersi a dieta perché si è in sovrappeso o si ha il colesterolo troppo alto. In entrambi i casi si mangia di meno, ma per motivi ben diversi.
A parte la solita domanda, a cui politici ed economisti non sembrano volere (o sapere) rispondere, cioè “Come è possibile una crescita infinita in un ambiente dalle risorse finite?”, il parlare di decrescita porta dunque a fare questa importante precisazione. Soprattutto in un momento delicato come quello che stiamo vivendo.
Mentre la recessione ti travolge sconvolgendo il tuo sistema, insomma, la decrescita è un tentativo di cambiare direzione, uno spunto di riflessione e di azione per prepararsi a un cambiamento che comunque arriverà. Prima che a livello economico, ambientale o sociale sia troppo tardi.
Per potersi preparare al cambiamento epocale in arrivo, migliorando già da ora le proprie condizioni di vita e la rete di relazioni in cui si è inseriti, per fortuna ci sono diversi mezzi. Che sempre più persone hanno deciso di utilizzare. E condividere.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

Da Movimento per la Decrescita Felice

Ida Auken: "Solo con l’ambiente si può rilanciare l’economia"

ida auken
Di Andrea Bertaglio
Per la ministra danese Ida Auken, è ormai dimostrato che la crisi delle risorse interesserà il mondo intero
Con la presidenza di turno danese dell’Unione europea, iniziata a gennaio e definita da subito come “un ponte su acque agitate”, le parole d’ordine presso le Istituzioni europee sono diventate sostenibilità, green economy e crescita verde. Solo attraverso un maggiore sfruttamento delle opportunità fornite da una conversione verde dell’economia, in effetti, si può sperare di uscire da una crisi economica ed ambientale senza precedenti. Ma l’importante è come lo si vuole fare.
Il governo di Copenhagen ha promesso una “presidenza verde”. Il problema è però quello di attuarla in un momento concitato come questo. In Europa, infatti, crisi finanziaria e democrazia a rischio stanno oscurando tutto il resto, inclusa la possibilità per il vecchio continente di mantenere la sua leadership mondiale sia nelle politiche che nelle tecnologie ambientali.
“Non si tratta di essere idealisti, è una questione di necessità - fa presente Ida Auken -: se vogliamo risolvere la crisi economica, quella climatica e quella dovuta alla scarsità delle risorse, le dobbiamo affrontare simultaneamente. Nella Ue, la mia impressione è che stia emergendo un grande consenso su questo fatto”.
Il prezzo delle risorse sta aumentando, osserva la Auken, che cita un recente rapporto della McKinsey, società globale di consulenza manageriale che focalizza la sua attività sul “risolvere problemi di interesse per grandi aziende ed organizzazioni”. Per la ministra danese, è ormai dimostrato che la crisi delle risorse interesserà il mondo intero: “Un problema dovuto alla mancanza di risorse nel futuro, ma che noi usiamo già in abbondanza per i nostri apparecchi elettronici o le nostre turbine eoliche. Di conseguenza, i prezzi saliranno ulteriormente, i nostri ecosistemi ne risentiranno, e anche noi come consumatori”.
ida auken
"Con la crescita della popolazione dovremo anche affrontare una triplicazione dell’estrazione delle risorse globali prima del 2050"
Consumatori, appunto, che con il boom demografico in corso possono rivelarsi eccessivamente voraci. “La popolazione mondiale ha già superato i sette miliardi di individui - ricorda Ida Auken -: con la crescita della popolazione dovremo anche affrontare una triplicazione dell’estrazione delle risorse globali prima del 2050, se lo sviluppo rimarrà come quello attuale. Quindi non è solo necessario affrontare globalmente questi problemi, ma tenere presente che questi rappresentano una significativa opportunità per le compagnie che si occupano di efficienza energetica. Dal mio punto di vista, quindi, la risposta è in un approccio coordinato ed interconnesso nella risoluzione contemporanea della crisi ambientale e di quella finanziaria”.
Un coordinamento che sembra improbabile, dopo il misero fallimento di Copenhagen 2009 ed i problemi di Durban 2011, e che rischia di compromettere la riuscita della conferenza Onu di giugno sullo sviluppo sostenibile che so terrà a Rio de Janeiro. Ma quali sono le aspettative e le ambizioni europee?
“Dobbiamo lavorare duro per essere sicuri di raggiungere un accordo - risponde la ministra -: c’è molta attenzione su Rio+20, e noi abbiamo grandi ambizioni. La presidenza danese dell’Ue si sforzerà al massimo a Rio per assicurare un nuovo momentum nell’agenda dello sviluppo sostenibile, e l’Ue punterà ad un accordo ambizioso, che possa delineare delle linee guida per la green economy nelle Nazioni Unite, individuando così obiettivi e mete concreti”.
'Sviluppo sostenibile', possibile con il disaccoppiamento fra lo sviluppo economico e l’uso di risorse, è per molti una contraddizione in termini, così come l’espressione 'crescita verde'. “In una prospettiva di lungo termine è logico che ci saranno limiti alla crescita - puntualizza Ida Auken -: ciononostante, credo che siamo molto lontani dallo sfruttare il potenziale di una economia molto più pulita, efficiente, de-materializzata e circolare di quella attuale. Inoltre, dobbiamo considerare che c’è una forte pretesa di crescita, su scala globale.
La crescita sta permettendo un miglioramento della qualità di vita a milioni di persone in tutto il mondo. Inoltre dobbiamo tenere presente che, secondo le stime dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), il PIL mondiale sarà quasi il quadruplo di quello attuale entro i prossimi quattro decenni. La maggior parte di questa crescita si verificherà al di fuori dell’Europa. Ma la vera sfida sarà renderla verde”.
ida auken
La ministra Auken dice che il welfare resta una priorità, ma è esattamente il welfare ad essere sotto attacco
“Dal mio punto di vista - conclude la ministra danese - welfare e qualità della vita sia per le generazioni presenti che per quelle future sono l’obiettivo principale. L’economia deve fornire lavoro e benessere ai cittadini. E specialmente in tempi di crisi è necessario che ci sia un dialogo fra le imprese, la scienza e tutte le persone preoccupate su come raggiungere nel lungo termine una dimensione sostenibile della propria vita”.
Un'analisi, quella di Ida Auken, che potrebbe risultare monca: la ministra dice che il welfare resta una priorità, ma è esattamente il welfare ad essere sotto attacco, come mai prima, in tutta Europa. Anche l’ambiente sta subendo 'attacchi' da ogni dove; per non parlare della democrazia.
L'Ue incarna una cessione di sovranità, lo vediamo tutti, che va completamente a beneficio delle grandi lobby economico-finanziarie e a svantaggio della democrazia, delle persone, dell’ambiente e degli animali. Chi governa l'Europa dovrebbe saperlo, e forse lo sa. Come probabilmente sa che il concetto di crescita verde non ha nessun senso, dato che è impossibile crescere all’infinito su un pianeta dalle risorse finite, qualunque sia il colore con cui si vuole dipingere la crescita economica.
Forse il galateo diplomatico impone ad Ida Auken un ruolo che le impedisce di ammetterlo. O almeno per ora. Per questo non abbandoniamo le speranze di sentire qualcosa di nuovo dalle più alte cariche istituzionali. E ci facciamo bastare, per il momento, le buone intenzioni, la disponibilità e l’educazione dimostrate nei nostri confronti dalla giovane ministra danese. Cosa impensabile quando invece si ha a che fare con la maggior parte dei politici nostrani, spesso così indaffarati nella gestione della cosa pubblica da non avere neppure il tempo di dare risposte ai loro datori di lavoro.

 Da il Cambiamento

La rivolta che verrà

Di Alberto Cossu
I recenti fatti come le contestazioni di Occupy Wall Street negli Stati Uniti, la rabbia disordinata in Italia di movimenti che vanno dai Forconi siciliani al movimento sardo contro Equitalia, ma soprattutto il movimento "No Tav" iniziano a prefigurare quali saranno le lotte del futuro, lotte molto diverse rispetto a quelle cui eravamo abituati di novecentesca memoria.
L’aggravarsi del panorama negli ultimi tempi, infatti, sta rendendo sempre più evidente la nuova dicotomia che caratterizzerà la contrapposizione che a breve esploderà nel nostro mondo. Non più uno scontro destra/sinistra tra conservatori e progressisti e nemmeno un semplice schema ricchi contro poveri. La sfida del futuro è ormai chiaro che partirà da una semplice domanda: siamo ancora disponibili a subire ulteriori vessazioni per mantenere in piedi questo modello di sviluppo? O forse per dirla volgarmente "non ne vale più la candela"? Molti iniziano, infatti, a chiedersi se forse gli oneri per mantenerlo sono più dei benefici. Non sarebbe meglio concentrarsi più sul benessere che sullo sviluppo, che ormai è chiaro non esserne sinonimo (in realtà tutto questo è evidente da molto tempo senza bisogno nemmeno di scomodare eminenze intellettuali anche tra loro eterogenee come un Guenon o un Pasolini) ma semmai lo mistifica?E’ ormai chiaro che ulteriori passi in avanti verso nuovi orizzonti tecnologici, finanziari e globalizzanti non produrranno maggiore benessere né a livello economico generale né a livello di benessere concreto e manco di salute e soddisfazione psichica, ed anzi è da aspettarsi l’esatto contrario. Basti pensare come la ricchezza generale dagli anni sessanta ad oggi sia aumentata, ma sia aumentato in modo agghiacciante anche il divario tra ricchi e poveri; o come l’aumento delle tecnologie non abbia prodotto meno lavoro per tutti e più tempo libero, e come le condizioni di salute che il progresso sembrava aver migliorato piombano oggi verso situazioni terribili, dalle malattie causate dall’inquinamento, alle adulterazioni alimentari e agli stili di vita dissennati proposti come modello di comportamento.La promessa del progresso costante e indefinito si è smascherata per quello che era: una menzogna ideologica. Venuto meno il tendere verso il meglio di per sé della storia, la fede nel potere messianico del libero mercato o del proletariato, viene prepotentemente fuori un'altra verità: le condizioni di vita dipendono solo dagli uomini e dalla loro capacità di organizzarsi in comunità secondo dei principi compatibili con l’uomo e la natura, non dalla forza taumaturgica della storia lineare, della ricchezza o di una classe sociale qualunque essa sia.La lotta del futuro sarà quindi di chi si starà stufato di dover vivere schiavo di questo modello di sviluppo. Di chi, se è fortunato, è servo di un lavoro che ormai non è più nemmeno un mestiere ma mera soma e doma, senza potere decisionale su nulla che lo riguardi ma anzi infeudato sotto la casta finanziaria e politica. Una casta che fa il buono ed il cattivo tempo, tra comportamenti spudorati para legali e illegali, che viene meno alle stesse leggi che essa impone ai “cittadini” di fatto sudditi.Da una parte avremo i pochi arricchiti da questo sistema coi loro servi stipendiati e un poderoso stato di polizia e dall’altra le masse stanche, sfruttate, fisicamente e moralmente abbruttite che si spera rendano a questo sistema pan per focaccia. Finirà il tempo dei “liberali” che sovvertirono l’ordine precedente, ma dichiarano il loro come il migliore dei mondi possibili, bandendo per sempre l’idea della rivolta. Ma i tempi cari signori stanno cambiando: quanto ancora possiamo sopportare di vedere i nostri nonni frugare nella monnezza? Giovani imprenditori che si suicidano? Giovani senza futuro, educazione, lavoro che si agitano ormai più come zombie che come persone in senso autentico? Tasse e balzelli che servono a pagare i vizi di una classe dirigente ormai solo “digerente”? Paesi fulcro della nostra identità europea come la Grecia mandati a morire dall’Europa stessa? Guerre “umanitarie” sporche e immorali per chi le subisce, ma anche per chi le fa? Se c’è rimasto un briciolo di dignità e vitalità ribelliamoci, la resa dei conti è vicina.


 Fonte:il Giornale del Ribelle


Da Arianna Editrice

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