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Giornata mondiale della giustizia sociale 2020- COMUNICATO CNDDU


RICEVO E PUBBLICO:

Il Coordinamento nazionale dei docenti della disciplina dei diritti umani celebra la Giornata mondiale della giustizia sociale del 20 febbraio 2020. Istituita nel 2007 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/62/10, pone l’attenzione sull’importanza della giustizia sociale come strumento di eradicazione della povertà e promozione dello sviluppo e della dignità umana.

Essa, infatti, costituisce presupposto della pace e sicurezza tra le nazioni perché, attraverso il rispetto dei diritti umani e le libertà fondamentali di tutti, è in grado di rimuovere le barriere che le persone affrontano nell’accesso al benessere sociale a causa di genere, età, razza, etnia, religione, cultura, disabilità, condizioni di lavoro e giustizia.
Il tema della giornata per il 2020 è "Colmare il divario delle disuguaglianze per raggiungere la giustizia sociale".  Ma quali sono le principali disuguaglianze da colmare? 
Assistiamo alla disumanizzazione delle politiche economiche tese alla valorizzazione dei soli risultati finanziari mentre invece si dovrebbe incentivare la valutazione dei risultati alla luce dell’impatto positivo per i cittadini.

V’è ancora un ampio divario retributivo tra uomo e donna in presenza di ruolo, funzione e responsabilità simile e insufficienti misure di conciliazione fra tempi di vita e di lavoro.
Le strategie politiche ed imprenditoriali tardano ad attuare le transizioni energetiche necessarie per assicurare la giustizia ambientale e perseverano nello sfruttamento delle risorse naturali dei paesi in via di sviluppo a vantaggio ed uso dei paesi sviluppati, mentre invece dovrebbero tendere al contenimento del loro divario economico e sociale. 
La globalizzazione dei mercati, la diffusione della tecnologia, l'ampliamento dei mercati di beni e servizi, l'espansione degli investimenti e l'internazionalizzazione delle imprese e dei processi aziendali non sono bastati ad assicurare occupazione e condizioni di lavoro eque, uguaglianza e protezione sociale nei paesi in via di sviluppo,  né a definire degli standard di lavoro equi validi a livello globale.

Contro le disuguaglianze sul lavoro, l'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) ha adottato, il 10 giugno 2008, la Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione equa e risultati equi per tutti attraverso l'occupazione, la protezione sociale, il dialogo sociale e principi e diritti fondamentali sul lavoro.  Il suo obiettivo è l’eliminazione della povertà per garantire che tutti gli uomini e le donne abbiano accesso all’opportunità di un lavoro produttivo, in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana, ossia che abbiano un lavoro dignitoso.
Anche nei paesi svilippati e democratici, talvolta, il diritto a condizioni di lavoro dignitose viene compromesso. Parlare di lavoro dignitoso nella scuola italiana di oggi, ad esempio, costituisce una nota stonata per circa 200.000 docenti. Sono coloro che ogni anno assicurano il regolare svolgimento del servizio scolastico ed educativo con contratti a tempo determinato abusivamente ripetuti nel tempo, privati della continuità retributiva, dell’affidabilità creditizia e delle stabili condizioni di vita di un lavoro dignitoso. L’abuso dell’utilizzo del precariato è stato vietato dall’Unione Europea e dalla legislazione interna, condannato dalla Corte di Giustizia Europea, oggetto di impegni formali alla stabilizzazione da parte dei governi succedutisi, eppure permane a tutt’oggi con effetto discriminante all’interno della categoria dei docenti.

La lotta alla povertà va di pari passo con la lotta ai cambiamenti climatici perchè i suoi effetti ledono principalmente le persone più povere e vulnerabili della terra. Un’economia democratica e sostenibile, che mette al centro dello sviluppo economico l’essere umano, l’inclusione sociale e la sicurezza internazionale, non trascura l’inclusione e l’uso sostenibile delle risorse naturali e dell'ambiente. Il concetto di giustizia, infatti, non va circoscritto alla dimensione antropocentrica, ma va esteso a tutto l’ecosistema di cui l’uomo fa parte.  Si tratta di una giustizia intergenerazionale che non si esaurisce con la tutela della società contemporanea, ma che deve guardare alle società venture per assicurare una sana coesistenza tra uomo e natura e per mettere in sicurezza il nostro futuro.

La scuola ha il compito di educare i giovani a difendere i propri diritti in modo attivo e consapevole, sensibilizzandoli verso la partecipazione alle attività decisionali del paese, nell’ottica di favorire una legislazione pertinente alle esigenze dei lavoratori e dei cittadini.
Il CNDDU promuove la partecipazione attiva al volontariato ed all’associazionismo, come strumenti di coesione sociale, ai processi di crescita sociale attraverso la creazione di consigli di giovani cittadini messi in relazione con le istituzioni, le imprese e la Pubblica Amministrazione, affinchè imparino a prendere parte, con maggiore incidenza, alle decisioni strategiche per una giustizia sociale autentica. 
Propone, altresì, la creazione di un sistema a rete, denominata la nostra opinione conta, in cui i giovani studenti possano incontrarsi, conoscersi e condividere le loro esigenze di giustizia sociale per imparare a dar voce, collettivamente, alle loro opinioni. A tale scopo mette a disposizione di tutte le scuole, che intendano aderire, il proprio sito e gli strumenti digitali in dotazione, per dare voce agli studenti e promuovere i diritti umani e la giustizia sociale ed ambientale.
nome dell’istituto scolastico #lanostraopinioneconta
Prof. Veronica Radici

Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani

Lerner contro Pd e la sinistra: "Non ha tutelato diritti civili"

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Di Aurora Vigne
Gad Lerner ha scaricato di nuovo il Pd. E a distanza di poche settimane.
Il primo affondo è arrivato durante un'intervista al Fatto Quotidiano dove il giornalista ha criticato il partito e tutto il centrosinistra sottolineando i vari errori fatti in questi anni.
Ora invece Lerner scarica il suo risentimento a La Verità: "Il Pd si è battuto troppo poco per i diritti civili, a cominciare dal mancato voto di fiducia sullo ius soli. Avrebbe dovuto essere un partito più femminista e più deciso nella battaglia contro l''omofobia", afferma.
Per Lerner, in generale, "la sinistra italiana non ha saputo tutelare le classi subalterne". E sul fallimento di Leu i giornalista non ha dubbi. Secondo lui il mancato successo è dovuto "alla scarsa credibilità del gruppo dirigente, composto da persone che, quasi tutte, avevano attraversato la fase della ricerca dell'accordo con l'establishment".
Lerner viene anche pizzicato su quel famoso Rolex che si intravedeva nella sua foto con la maglietta rossa pro-immigrazione. Si tratta di un modello in acciaio del 1992, spiega. E poi ribadisce: "È vero sono radical chic. La mia biografia e la mia professione sono queste. Ci sono le foto e ci sono i libri. Sono amico di molti operai e di Carlo De Benedetti. Sono frequentazioni nate dal lavoro. Per i giovani giornalisti entrare in certe stanze era un traguardo. Di alcuni protagonisti dell’establishment sono diventato amico, pur conservando la diversità della mia storia", conclude.

Foia, perché è ancora teorico il nuovo diritto dei cittadini

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Di Morena Ragone, giurista, Stati Generali dell'Innovazione
E così, il 23 dicembre è arrivato e passato, e con esso la “rivoluzione epocale” del FOIA.
Dall’anti-vigilia di Natale è possibile, quindi, esercitare effettivamente anche il nuovo diritto di accesso ai dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, ulteriori rispetto a quelli già oggetto di pubblicazione, come previsto dall’art. 5, comma 2 del riformato D. Lgs. n. 33/2013.
Ma è davvero così?
Più in teoria che in pratica, al momento, perché se è vero che chiunque può inoltrare le richieste di accesso alle P.A. detentrici delle informazioni richieste - indirizzandole all’URP o direttamente all'ufficio, se noto - in concreto ci sono alcuni scogli non ancora superati.
Un diritto quindi, che è insieme teorico ed effettivo: sovrapposizione normativa, mancanza di un vero “prontuario”, efficace e di immediata applicazione, scomparsa di numerosi obblighi di pubblicazione (pre)vigenti hanno, di fatto, depotenziato l’innovatività del decreto.

La sovrapposizione normativa
Sin dalla circolazione delle prime bozze, ho spesso evidenziato la difficoltà del relazionarsi ad una normativa che ha creato tre diverse figure di accesso: agli atti, disciplinato dalla legge n. 241/90 e non toccato dalla riforma; civico, introdotto dal previgente art. 5 del D. Lgs. n. 33/2013; generalizzato, introdotto dalla novella del D. Lgs. n. 97/2016.
Tre tipologie, tre procedure, tre differenti motivazioni.
Soprattutto all’inizio - quanto durerà, l’inizio? - sarà difficile districarsi tra la pluralità di richieste e le molteplici eccezioni previste.

Mancanza di un prontuario per le P.A.
Nell’idea di tutti, Le Linee Guida Anac sugli obblighi di pubblicazione - e, ancor di più quelle sulle eccezioni allaccessogeneralizzato - avrebbero dovuto essere un vero e proprio vademecum, ad uso e consumo delle PA, soprattutto di quelle che, per dimensioni e risorse, non possono in alcun modo dotarsi delle professionalità adeguate auspicate dall’Autorità. Si rivelano, invece, delle “prime indicazioni”, utili ma niente affatto esaustive, rimettendo, per l’accesso generalizzato, ad una valutazione “caso per caso” che non tutti sono e saranno in grado di fare.

Perché quello alla conoscenza è un diritto umano

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento che l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata ha tenuto al convegno svoltosi giovedì 29 novembre nella Sala Koch di Palazzo Madama, intitolato “Sos Stato di diritto: verso il diritto alla conoscenza” e promosso dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito e dal Global Committee for the Rule of Law – Marco Pannella (GCRL), assieme allo IAI, SIOI, ISISC e all’associazione Nessuno Tocchi Caino.
Di Giulio Terzi di Sant'Agata
Desidero esprimere al Presidente del Senato della Repubblica, Senatore Pietro Grasso il ringraziamento più sentito per il suo indirizzo di saluto. Le sue parole sono un incoraggiamento importante. Hanno valore particolarmente significativo per molti di noi che hanno ascoltato proprio qui al Senato, nel luglio dello scorso anno, lo straordinario discorso con il quale Marco Pannella dava impulso decisivo a un ambizioso percorso e contenuti precisi alla sua visione : affermare il diritto alla conoscenza quale elemento costitutivo dello Stato di Diritto. Dalla Conferenza al Senato dello scorso siamo stati dolorosamente privati della straordinaria forza morale, della incomparabile capacità di Marco Pannella di leggere dentro alle cose, di intuire ben prima degli altri i sentimenti, le passioni, i bisogni ineludibili che animano la società. Quando glielo facevo notare, si scherniva, dicendo soltanto “ a me piace ascoltare sempre la gente, al mercato, per la strada, ovunque”.
Dallo scorso anno abbiamo proseguito in questo impegno. Con gli incontri avuti alle Nazioni Unite a Ginevra in maggio, l’azione del “Comitato Globale per lo Stato di Diritto- Marco Pannella” è proseguita in diversi contesti e conferenze internazionali all’estero e in Italia. Abbiamo iniziato ad approfondire alcuni temi sensibili per l’affermazione dello Stato di Diritto, come nel convegno realizzato con lusinghiero successo la scorsa settimana presso la Regione Piemonte, e ci proponiamo di stimolare il dibattito su temi specifici, ad esempio delle libertà religiose e di pensiero, dei diritti delle minoranze, della radicalizzazione e dell’estremismo. Abbiamo avuto la soddisfazione di constatare come si tratti – per quanti ritengono essenziale rilanciare efficacemente lo Stato di Diritto in forma compiuta nella società contemporanea – di una sfida che non soltanto merita di essere raccolta, ma che deve essere vinta.
(…) Il documento “SOS Stato di Diritto: verso il Diritto alla Conoscenza “, che abbiamo anche dinanzi a noi , è stato diramato per offrire un orientamento ai nostri lavori. Nell’ incipit del documento emerge subito quanto sia radicato nella storia delle democrazie liberali il principio del Diritto alla Conoscenza. Pannella aveva perfettamente compreso il senso di quella che– nella definizione di Pierre Renouvin – possiamo ben considerare una delle “forze profonde” che determinano il corso delle relazioni internazionali e la vita dei popoli. La diffusione della conoscenza, i suoi condizionamenti, la deformazione strumentale della verità e dell’informazione, costituiscono il comune denominatore nella storia del XX di inizio XXI secolo. Dalla Prima Guerra Mondiale, e con esponenziale accelerazione nell’odierna società dell’informazione, la diffusione della conoscenza è stata sempre determinante nella combinazione di “forze profonde”: economiche, demografiche, geopolitiche, di sentimenti identitari e nazionali. Se esistono, come scriveva Renouvin, diverse forme di nazionalismo, e molteplici sono, tra marxismo e liberismo, i modelli economici che possono dividere la società, o renderla più coesa e partecipativa, il processo di valutazione e di conoscenza di quei modelli ha sempre rappresentato il principale terreno di confronto sociale, culturale e politico.

IL DRAMMA DEGLI SPOSI BAMBINI

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Di Daniela Lombardi

“All’inizio, l’idea che mia madre potesse trovare per me la più bella ragazza del villaggio per farmela sposare, mi sembrava normale. Anzi, immaginavo il giorno del mio matrimonio come una festa bellissima e non vedevo l’ora che arrivasse”. Khalid viene da un villaggio dell’Afghanistan, è rifugiato in Italia per problemi che gli hanno causato i talebani e racconta cosa vuol dire il matrimonio combinato, ancora in uso in tanti Paesi del Medio Oriente. Lo fa dalla prospettiva di un ragazzo giovane e desideroso di costruire da solo la sua vita.
Si parla infatti spesso, e giustamente, dei matrimoni forzati per le ragazze e del prezzo, fisico e psicologico, che queste pagano. Un po’ meno, invece, si indaga sui problemi che i ragazzi devono affrontare a causa delle scelte familiari.
“Fin da piccolo avevo visto che i miei fratelli e cugini prendevano in moglie una ragazza scelta dalla loro madre e, inoltre, noi crediamo una cosa. Quando tua madre prende questo tipo di decisione, è ispirata direttamente da Allah, quindi non può sbagliare”, dice Khalid. Forte di questa convinzione, il ragazzo non si poneva più di tanto il problema di quando e con chi sposarsi, perché ogni cosa sarebbe stata pronta per lui al momento ritenuto opportuno dai genitori.
“I primi dubbi cominciarono a venirmi quando mi innamorai di una ragazza del villaggio. Cominciai a chiedermi: ‘Cosa farò se mia madre non dovesse scegliere lei?’. La notte cominciai a fare brutti sogni. Mia madre partecipava alla festa per incontrare la mia futura sposa e sceglieva chiunque tranne la mia preferita”.
In Afghanistan, infatti, funziona così. Le ragazze “da marito”, su sollecitazione della famiglia di appartenenza, si radunano in una casa, dove possono scoprire il loro volto e mostrare la loro bellezza. Le future aspiranti suocere, tra un thé e un dolce, decidono quale sia la candidata ideale per il loro figlio. In altri casi, invece, i genitori del futuro sposo e della sposa, si accordano per il matrimonio. Questo, molte volte, quando i bambini sono ancora piccoli e non possono, in ogni caso, avere voce in capitolo.
Ad ogni modo, ad un certo punto Khalid abbandonò quel problema, perché un altro acquisì la priorità. I suoi problemi con i talebani che volevano ingaggiarlo per il jihad, lo spinsero ad uno dei tanti “viaggi della speranza” che portano migliaia di profughi in Europa.
Giunto in Italia, Khalid ebbe altri tipi di preoccupazioni, tipo ottenere il permesso di soggiorno, quindi dimenticò la donna che lo aveva fatto innamorare e, di conseguenza, sogni ed incubi sul tema del matrimonio.
“In un orribile pomeriggio, mi arrivò una notizia. Il mio migliore amico, che era rimasto in Afghanistan, si era ucciso. Da un comune conoscente scoprii che lo aveva fatto perché, dopo un paio di giorni, avrebbe dovuto sposare una ragazza che non conosceva, mentre lui aveva iniziato a frequentare di nascosto una nostra amica di infanzia”.
Una doccia fredda, per Khalid, al quale tornarono in mente tutti i dubbi che aveva già avuto ai tempi dei suoi incubi. Ma il peggio doveva ancora arrivare. “Un giorno anche io mi innamorai di una ragazza italiana. Dopo mesi di frequentazione, lo comunicai alla mia famiglia. La reazione fu durissima, tanto più che lei era anche cristiana e di qualche anno più grande di me. Mi ordinarono di lasciarla e dissero che in Afghanistan, appena tornato, avrei trovato la donna per me, scelta da loro e pronta per le nozze”.

Anche se ci si allontana dalla propria terra, infatti, giunge il momento in cui si può tornare almeno a fare visita alla famiglia. Molti ragazzi, come raccontato da Khalid, appena rientrano trovano già un pranzo matrimoniale preparato per loro, con una sposa sconosciuta che li aspetta.
“C’è chi lo accetta e va avanti così, magari lavorando in Europa e andando a trovare la moglie una volta all’anno. C’è chi è persino contento di questa soluzione. Molti, invece, non ce la fanno. Il mio amico non è l’unico ad essersi ucciso per questo motivo. A farlo sono molti più ragazzi di quanto si possa pensare, solo che le famiglie nascondono la realtà perché considerano una vergogna che il figlio non abbia voluto obbedire”, spiega Khalid.

“Anche io, di fronte alla fermezza di mio padre e mia madre, per qualche mese ho pensato di fare la stessa cosa. Mi sembrava l’unica soluzione”. Di fronte a tale affermazione, ci viene da chiederci se Khalid poteva sottrarsi in altro modo a tutto questo, essendo anche lontano da casa ed avendo quindi la possibilità di non tornare. Lui ci spiega perché altre vie vengono escluse.
“Può sembrare facile uscire da queste situazioni, specie se non si vive più nel proprio Paese, semplicemente non presentandosi più in Afghanistan. Ma le pressioni familiari e il senso di colpa sono fortissimi. Ognuno di noi sa che, se fa di testa sua, espone i parenti più stretti a maltrattamenti da parte della società”.

Se chiediamo a Khalid in cosa consiste questo ricatto sociale, fa degli esempi chiari. “Un genitore che ha un figlio che non è sposato o sposato con una persona non scelta dalla famiglia, o ancor peggio occidentale, viene mal visto da tutti gli abitanti del villaggio. La madre si reca al negozio di frutta e la merce le viene negata, il padre viene escluso dai discorsi con gli altri uomini”.
Una serie di umiliazioni, insomma, piccole e grandi, viene inflitta ai familiari. “Se ci sono figlie femmine, trovano minori possibilità di avere un pretendente per il matrimonio”. Insomma, alla fine si cade in un discredito sociale che coinvolge la vita di tutto il nucleo e preclude persino la possibilità di concludere alcuni affari o contratti. La famiglia risulta, in poche parole, “disonorata”. E questo avverrebbe anche se il figlio decidesse di non sposarsi affatto.
La storia di Khalid è a lieto fine. Lui è riuscito a far accettare, tra mille difficoltà, la sua nuova vita alla famiglia, che non gli preparerà più un matrimonio “a sorpresa”. Ma nel suo villaggio nessuno deve sapere che sposerà un’occidentale. Si dovrà dire che non si sa quando ritorna e, se torna, dovrà farlo di nascosto per non dover spiegare a vicini e conoscenti perché non si sposa in Afghanistan, davanti a tutto il villaggio. Per tanti Khalid che hanno vinto – grazie all’amore della famiglia che ha rinunciato all’”onorabilità sociale” per il bene del figlio – ci sono centinaia di ragazzi in tutto il Medio Oriente i quali, pur di non iniziare un matrimonio con una persona che nemmeno conoscono, preferiscono rinunciare alla vita. Una stima precisa è impossibile perché, come si diceva, i motivi di alcuni suicidi vengono taciuti. Un altro orrore che va di pari passo con il dramma delle donne sacrificate sull’altare dei matrimoni forzati.

Spose-bambine, Human Rights Watch: "In Africa sono il 40%"

Di Mario Lucio Genghini
Human Rights Watch, l'organizzazione non governativa che si impegna nella difesa dei diritti umani, ha pubblicato, il 9 dicembre scorso, il rapporto "Mettere fine al matrimonio infantile in Africa: aprire le porte alle bambine all'educazione, alla sanità e alla protezione dalla violenza”.
Nel documento, viene presentata un'indagine sul dramma delle spose-bambine in Africa, dove ben 40 minori su 100 sono costrette ad unirsi in matrimonio. Per questo motivo, la Ong ha lanciato un appello ai governi del continente affinché mettano in campo delle politiche di contrasto ad una pratica che viola le tutele fondamentali dell'infanzia.

Il fenomeno dei matrimoni precoci riguarda anche l'Asia e, marginalmente, altre zone del pianeta. Ma è nell'Africa sub-sahariana dove si registrano le punte più alte. Sui primi venti paesi dove è tollerato che le bambine si sposino prima dei 18 anni, quindici sono africani.
Molti fattori incentivano le nozze forzate, ma la povertà, secondo Hrw, rimane la causa principale. A questa si sommano inevitabilmente altre motivazioni che le sono contigue. In nazioni come il Malawi, il Sud Sudan, la Tanzania, lo Zimbabwe, lo scarso accesso all'istruzione e ai servizi sanitari, credenze religiose consolidate e meccanismi di giustizia deboli sono tutti elementi che favoriscono i matrimoni precoci.
Tra le varie testimonianze raccolte dalla Ong, c'è quella di una donna del Sud Sudan, Pontinanta J., che con nove fratelli e i genitori disoccupati è stata costretta a sposarsi. A Hrw, ha confessato di aver contratto matrimonio nel 2006, all'età di 13 anni. "Mio padre non poteva pagare le tasse scolastiche. A volte non avevamo cibo a casa", ha spiegato.
Aguet N., invece, si è sposata all'età di 15 anni con un uomo di 75. "Quest'uomo -racconta la ragazza- è andato dai miei zii e ha pagato una dote di 80 mucche. Ho provato a resistere, ma mi hanno minacciato. Hanno detto: 'Se vuoi che i tuoi fratelli siano curati devi sposarti'".
La ricercatrice Agnes Odhiambo specifica che per cambiare le cose non si può puntare solo sulle autorità governative. C'è bisogno di una profonda azione riformatrice a livello sociale: "i funzionari del governo non possono assicurare un cambiamento da soli, devono lavorare con i leader religiosi e la comunità, che hanno un ruolo influente nella creazione delle norme sociali e culturali". E, secondo l'Organizzazione delle Nazione Unite, se non si interviene tempestivamente, il rischio è che nel 2050 il numero delle bambine forzate a sposarsi salirà dalle attuali125 milioni a 310 milioni.
Nel mese di settembre 2015, i capi di governo africani si sono uniti ad altri paesi nell'adozione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell'Onu. Tra questi, c'è anche quello di mettere fine al matrimonio dei bambini nei prossimi 15 anni. Ma ancora molto resta da fare, e il ruolo dell'occidente nel sostenere, più o meno apertamente, governi poco sensibili sui diritti umani e consorterie locali corrotte non facilita il compito.
Infine evidenziamo che, secondo lo studio di Hrw, una volta sposate le bambine devono lasciare la scuola, sono spesso soggette a violenze domestiche e sessuali, rischiano la morte per maternità precoce e per Aids. Il matrimonio forzato, dunque, è spesso solo l'inizio di un futuro che presenta pericoli e violazioni dei diritti.
E' necessario dunque un cambiamento globale che includa nuovi strumenti normativi, l’accesso all’educazione di qualità gratuita e servizi sulla salute sessuale e riproduttiva.

Premio Sakharov del Parlamento Ue al blogger saudita Raif Badawi, condannato a carcere e frustate per le sue opinioni



Di Salvatore Santoru

A Raif Badawi, il blogger saudita condannato a carcere e frustate per il fatto di essere ateo e aver elogiato il liberalismo, va il premio Sakharov 2015 del Parlamento europeo. 
La candidatura dell'attivista secolarista saudita era stata fatta da socialisti, conservatori e Verdi, e l'aula del Parlamento UE ha celebrato l'annuncio con una standing ovation.

PER APPROFONDIRE:http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2015/10/29/premio-sakharov-parlamento-ue-a-blogger-saudita-badawi_932d3456-2408-419e-b497-4a8da0bcd4b0.html

FOTO:http://www.articolotre.com

Se l’Ue baratta i diritti dei cittadini turchi con l’aiuto di Ankara sui rifugiati

turkey-population
C’era una volta l’Unione europea, quella che “i diritti fondamentali prima di tutto” e che “gli arresti dei giornalisti sono un ostacolo insormontabile nel processo di avvicinamento della Turchia all’Ue”. Una volta, appunto. Poi, è arrivato il fiume inarrestabile dei disperati in fuga dal Medio Oriente e con questo la paura di non farcela a gestire la situazione. Così si è finito per cedere alla voglia di chiudere un occhio (e pure tutti e due) sul rispetto dei valori imprescindibili, pur di ricevere un aiuto nella gestione della crisi dei rifugiati.
Pochi giorni fa, con elezioni cruciali alle porte, sette canali televisivi ostili all’Akp di Recep Tayyp Erdogan sono stati costretti a sospendere le trasmissioni. Ora il gruppo editoriale Koza-Ipek, uno dei più grandi della Turchia, che possiede due emittenti e due quotidiani, guarda caso su posizioni fortemente critiche nei confronti del governo, è stato “commissariato” con la nomina di fiduciari al posto del consiglio esecutivo dell’azienda. Secondo i rilievi, il 90% delle ore di trasmissioni dal vivo della tv di Stato turca Trt sono state dedicate a Erdogan o al suo partito negli ultimi 25 giorni di campagna elettorale. Qualcosa di cui lamentarsi o per lo meno per cui chiedere chiarimenti, ci sarebbe eccome.
E infatti gli Usa si fanno sentire: “Gli Stati Uniti credono fortemente che la libertà di stampa e di espressione siano diritti universali” e “quando c’è una riduzione nello spettro dei punti di vista disponibili per i cittadini, specialmente prima di un’elezione, è un elemento di preoccupazione”, critica l’ambasciata Usa ad Ankara. Qualche appunto simile dall’Unione europea? Nemmeno per sogno: rispondendo a specifiche domande sul tema, i portavoce della Commissione derubricano l’accaduto a “sviluppi interni” su cui Bruxelles non intende commentare. Ci si deve forse essere dimenticati che appena pochi mesi fa l’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Federica Mogherini e il commissario Ue all’allargamento, Johannes Hahn scrivevano comunicati stampa congiunti proprio per condannare le incursioni della polizia nelle sedi dei media e gli arresti dei giornalisti e definivano il comportamento come “contrario alle norme e ai valori e le norme europee di cui la Turchia aspira a fare parte”. Anche nella scorsa Commissione, la commissaria Neelie Kroes non perdeva occasione per bacchettare Erdogan su ogni mossa contraria alla libertà di espressione, dalla chiusura di Youtubeall’oscuramento di Twitter. Ma ora le cose sono cambiate, ora la Turchia ci serve come l’ossigeno.
Tanto che non solo siamo disposti a tacere rinnegando quella funzione di baluardo della democrazia che l’Ue orgogliosamente rivendica ad ogni occasione, ma siamo anche disposti ad offrire alla Turchia di Erdogan un ruolo di partner privilegiato. Siamo disposti a chiamare il dittatore “amico” (come Juncker non perde occasione di fare mentre negozia un piano di azione sui rifugiati che lo coprirà d’oro), e ad offrire ad Ankara un’accelerazione nel processo di adesione all’Unione europea di cui sta calpestando i valori. È il prezzo da pagare, Juncker sembra averlo messo in conto, per convincere Ankara a tenere sul suo territorio, almeno una parte di quei profughi che altrimenti rischiamo di ritrovare ad affollare i nostri centri di accoglienza straripanti.
Con la schiettezza che gli è propria il presidente della Commissione lo riconosce senza tanti giri di parole: “La Turchia ha 2,5 milioni di profughi più di noi e da più tempo. Ci sono due cose da fare: o gli diciamo che esistono questioni irrisolte su diritti umani e libertà di stampa, ma al momento questo non ci porta da nessuna parte, oppure cerchiamo di concentrarci sui passi concreti da fare: ad esempio la Turchia è d’accordo per fare tutto possibile perché i rifugiati restino nel suo territorio”, ha detto oggi il presidente della Commissione davanti alla plenaria del Parlamento europeo. Insomma: “Che ci piaccia o meno, noi con la Turchia dobbiamo lavorare”, taglia corto Juncker. Niente più, niente meno: le battaglie per i diritti umani non portano da nessuna parte, gli scambi di concessioni sì. Peccato che così facendo, insieme ai diritti dei cittadini turchi, l’Unione europea svenda anche la sua credibilità.

7 cose che una donna non può fare in Arabia Saudita


http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=12732



La conquista del diritto di voto per le donne in Arabia Saudita è senza dubbio una grande vittoria per i sostenitori della parità. Tuttavia la situazione delle donne saudite è ancora lontana da quella delle donne in altri paesi.






Quali sono le cose che una donna non può ancora a fare nel Regno?
Di seguito un elenco di sette cose che le donne saudite non possono ancora fare secondo i dati di Amnesty International (AI).

Uscire da sola

Le onne saudite devono uscire sempre accompagnate da un parente maschio, sia per lo shopping o per andare dal medico.

Guidare

Ufficialmente alle donne non è proibito guidare, ma in pratica non possono perché non lo permette la massima autorità religiosa: il Consiglio degli Ulema. Dal 2011 è in corso la campagna 'Le donne al volante', ma a volte si traduce in arresti.

Vestirsi o truccarsi per mostrare la loro bellezza

La maggior parte delle donne in Arabia Saudita indossa l'abaya, un indumento che copre completamente i loro corpi. Il paese ha anche una polizia religiosa, che controlla l'abbigliamento femminile ed è molto severo. Una donna può essere multata semplicemente per aver mostrato un dito del piede.

Gareggiare in uno sport

Atlete saudite hanno partecipato per la prima volta alle Olimpiadi nel 2012 a Londra. Qui due donne del paese arabo hanno gareggiato nel judo e nell'atletica. E' stato un evento storico che non si è più ripetuto da allora.

Interagire con gli uomini

In Arabia Saudita praticamente tutti i luoghi pubblici sono separati per sesso. La maggior parte degli edifici pubblici han un ingresso per gli uomini e uno per le donne.

Provare gli abiti da acquistare

Le donne devono comprare i vestiti e provali a casa.

Utilizzare la palestra dell'hotel

Praticamente nessuno degli alberghi del paese permette l'ingresso delle donne nelle loro palestre.  

Elton John chiede incontro a Putin per parlare di diritti dei gay


Elton John intende incontrare il presidente della Federazione russa Vladimir Putin per dicutere dell'atteggiamento "ridicolo" del capo del Cremlino nei confronti dei diritti dei gay. Il cantante ha lanciato la sua proposta dall'Ucraina, dove ha incontrato il presidente Petro Poroshenko per fare pressione sui diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender nel Paese.







Parlando con la Bbc, sir Elton John ha detto di volere incontrare Putin nonostante questi "possa ridergli alle spalle" e definirlo "un perfetto idiota". Sottolineando come l'atteggiamento del presidnete russo nei confronti dei gay sia "isolante, discriminatorio e ridicolo", il cantante ha spiegato: "mi piacerebbe incontrarlo, è probabilmente un'utopia, potrebbe ridere alle mie spalle e definirmi un idiota assoluto, ma alla fine, penso, ho la coscienza a posto per dire 'io ci ho provato'".

Arabia Saudita: 100 persone giustiziate dall’inizio dell’anno


Di Roberta Papaleo
(Agenzie). In Arabia Saudita oggi è stato decapitato un trafficante di droga siriano e un saudita accusato di omicidio, portando così a 100 il numero delle esecuzioni nel regno dall’inizio del 2015.
Le esecuzioni per droga o per omicidio costituiscono la maggior parte dei casi, ma secondo Amnesty International l’uso della pena di morte per crimini “meno gravi” di, ad esempio, gli omicidi premeditati, costituisce una violazione del diritto internazionale.
Rispetto allo scorso anno, il numero delle esecuzioni è notevolmente aumentato: nel 2014 sono stati registrati in totale 87 casi dall’agenzia AFP. Tuttavia, la cifra è ancora al di sotto del livello massimo raggiunto nel 1995, quando Amnesty ha contato ben 192 esecuzioni.

Carcere e mille frustate. L’Arabia Saudita non perdona il blogger


Di Francesca Paci

Fino al 9 gennaio scorso pochi conoscevano il nome di Raif Badawi che pure tra il 2008 e il 2012 aveva affidato quotidianamente al sito Saudi Free Liberals Forum le sue riflessioni di volteriano arabo. Poi, poche ore dopo aver denunciato l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo definendolo «codardo», Riad decise di procedere contro il blogger arrestato 3 anni prima per apostasia e partirono le prime 50 delle 1000 frustate disposte dal tribunale religioso (oltre a 10 anni di prigione e una multa da un milione di riyal). Adesso, indifferente alla mobilitazione internazionale lanciata nel frattempo da Amnesty International, la Corte Suprema conferma la sentenza: Raif Badawi dovrà inginocchiarsi di nuovo in mezzo alla folla di fedeli urlanti «Allah uakbar» per ricevere la seconda razione della pena riservata ai bestemmiatori di Dio e così via, ogni santo venerdì dell’islam, per 19 settimane.  

«I versetti satanici»  
Ma cosa ha scritto questo 31enne che nel regno campione mondiale di condanne a morte paga più degli assassini? Ricostruirlo ora che il blog è stato chiuso significa navigare sul Web tra i messaggi degli arabi tentati dall’ateismo al punto da rimpallarsi le considerazioni dei più temerari tra loro. In uno degli ultimi articoli postati poche settimane prima di essere arrestato il 17 giugno 2012 Raif Badawi ragiona dell’ostilità avvertita tra i connazionali: «Il liberalismo per me significa semplicemente vivere e lascia vivere (…) Ma l’Arabia Saudita che rivendica l’esclusivo monopolio della verità è riuscita a discreditarlo agli occhi del popolo». Poi, ancora: «Nessuna religione ha mai avuto alcuna connessione con il progresso civile dell’umanità. Non è colpa della religione ma del fatto che tutte le religioni rappresentano una precisa particolare relazione spirituale tra l’individuo e il Creatore». In queste ore in cui la gente si prepara allo spettacolo dell’empio frustato in piazza come ai tempi del rogo di Giordano Bruno, suo padre si è presentato in tv non per difenderlo ma per annunciare di volerlo diseredare.  

I dissacratori  
A scorrere i pensieri e le parole di Raif Badawi, che cita l’Albert Camus di «il solo modo di relazionarsi a un mondo non libero è essere così assolutamente libero di vivere la vita come ribellione», si scorge un mondo sconosciuto, quello degli scettici, dei contestatori, dei dissacratori musulmani, sparuti ma in crescita, descritti nel libro di Brian Whitaker «Arabs without God». 

Ecco un pezzo del 2010: «Appena un pensatore inizia a rivelare le sue idee arrivano centinaia di fatwa che lo accusano di essere un infedele solo perché ha avuto il coraggio di discutere i temi sacri. Temo che i pensatori arabi emigreranno in cerca di aria fresca per sfuggire alla spada delle autorità religiose». E un altro, in favore della separazione tra religione e politica ma senza accusare il governo e le autorità di Mecca (cosa che Badawi non ha mai fatto): «Il secolarismo rispetta tutti e non offende nessuno. Il secolarismo (…) è la soluzione pratica per far uscire i paesi, compreso il nostro, dal terzo al primo mondo». Impossibile non ricordare queste ultime parole leggendo i suoi messaggi dal carcere pubblicati in Germania nel volume «1000. Lashes: Because I Say What I Think». 

La famiglia in esilio  
La moglie Ensaf Haider e i tre figli sono da tempo in esilio in Canada e Badawi dalla cella che condivide con gli assassini e i criminali di cui, dice, nella vita normale si era protetto chiudendo ogni sera a chiave la porta di casa, scrive: «Un giorno nel bagno imbrattato all’inverosimile ho scorto questa frase, tra le mille scritte oscene in tutti i dialetti arabi, “il secolarismo è la soluzione”. Ho gioito perché c’era almeno qualcuno in prigione capace di capirmi, qualcuno che potesse comprendere le ragioni per cui sono rinchiuso qui per la colpa di aver espresso la mia opinione». Vita pericolosa quella del blogger attivista del libero pensiero, combattente solitario e senza rete destinato a cadere soprattutto nei paesi in cui l’identità collettiva non è politica ma religiosa.  

Nel blog di Raif Badawi si trova tutto il tormento dei giovani liberali arabi contemporanei. Il Dio indiscutibile per cui sconta una pena disumana ma anche la questione palestinese («Non sono in favore dell’occupazione israeliana di nessuna paese arabo ma allo stesso tempo non voglio che Israele sia sostituito da uno stato religioso…Gli stati che sono basati sulla religione relegano i propri sudditi nel recinto di fede paura»), gli attentati dell’11 settembre 2001 alla luce della proposta di costruire una moschea nei pressi delle ex Torri Gemelle («Quello che mi ferisce di più come abitante dell’area che esporta questi terroristi… è l’audacia dei musulmani di New York che raggiungono i limiti dell’insolenza e non considerano il dolore delle famiglie delle vittime…». Il suo nome era sconosciuto al mondo fino a 5 mesi fa, adesso tutti sanno e lui torna a piegare la schiena sotto i colpi della frusta. 

Roberto Berardi, un italiano prigioniero in Guinea



Di Francesco Vozza

L’incubo di Roberto Berardi continua: il nostro connazionale, detenuto ingiustamente in Guinea Equatoriale, doveva essere scarcerato lo scorso 19 maggio e invece il paese africano ha deciso arbitrariamente di prolungare l’agonia di Berardi almeno sino al prossimo 7 luglio.
Parliamo di agonia perché Roberto vive in una cella lurida e buia di 2 mq, all’interno della quale ha già contratto, nel corso dei mesi, la febbre tifoidea ed un enfisema polmonare. Berardi è stato sottoposto costantemente a torture di ogni genere (tra le altre cose è stato frustato centinaia di volte); per tutta la durata della sua detenzione gli è stato assegnato un solo pasto al giorno, ad esclusione del weekend, in cui non ha mai ricevuto cibo.
La famiglia, dopo 2 anni di calvario, sperava di poter riabbracciare il proprio caro, ma l’ennesima ingiustizia della Guinea adesso li ha resi disperati. Qualcuno inizia anche a mormorare che il vero obiettivo del dittatore di quel paese sia far morire Berardi in cella, per non permettere che sveli tutta la verità sul caso che lo riguarda.
Ma facciamo un passo indietro e scopriamo davvero chi è Roberto Berardi e cosa sta succedendo in Guinea Equatoriale. Roberto era un brillante imprenditore che in Africa aveva costruito strade, ponti, dighe e palazzi, creando tantissimo lavoro per le popolazioni centrafricane. Aveva insomma saputo conciliare la logica del profitto con la volontà di aiutare seriamente dei paesi in estrema
Roberto Berardi oggi
Roberto Berardi oggi
difficoltà (in Guinea ad esempio si vive con meno di 2 dollari al giorno).
Questo era riuscito a farlo sin quando, malauguratamente, scelse di mettersi in affari con il figlio di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, attuale dittatore della Guinea. Subito dopo aver trovato l’accordo, scoppiò un grosso scandalo finanziario che vedeva coinvolto anche il figlio di Mbasogo: Berardi divenne la vittima designata per proteggere la rispettabilità della famiglia presidenziale, e così, dopo un processo farsa, degno solo dei peggiori tribunali sovietici, venne condannato a due anni di reclusione e al pagamento di una somma vicina ai 2 milioni di euro (cifra che però la famiglia di Berardi non possedeva).
L’Italia ovviamente non è mai intervenuta per pagare quello che, nei fatti, sembrerebbe proprio un riscatto. Peccato però che, a parte non pagare, i nostri governi in questi due anni non abbiano fatto nulla per salvare Berardi: mentre ad esempio per le due ragazze italiane rapite in Siria e liberate dopo pochissimo tempo si vocifera che Roma abbia sborsato ben 12 milioni di euro ai terroristi, pare che nessuno dei nostri capi di stato abbia mai pensato di salvare la vita a quest’uomo, trattando la sua liberazione in cambio di denaro.
A questo punto vi starete chiedendo se l’Italia abbia valutato altri tipi di intervento per liberare Berardi, ad esempio l’opzione militare: neanche per idea, anzi l’avvocato africano di Berardi lamenta, sin dall’inizio di questa vicenda, il totale disinteresse delle istituzioni italiane per la situazione del suo assistito.
E l’Europa? Figurarsi, le pochissime dichiarazioni rilasciate da qualche addetto ai lavori parlano sempre di “buone speranze per una soluzione positiva della vicenda” (esattamente quello che ci hanno sempre detto riguardo al caso dei nostri due Marò; un caso che però, tutt’ora, non ha ancora trovato una fine).
Tutto ciò avviene nel più vergognoso silenzio dei media: nessun tg o giornale parla del nostro connazionale prigioniero in Guinea. Un silenzio assordante, che a tratti somiglia tanto ad un miscuglio di disinteresse e di complicità con i nostri governi per evitare di mettere in imbarazzo quest’ultimi.
Per sensibilizzare l’opinione pubblica sul caso, la famiglia ha lanciato l’hashtag #FreeBerardida utilizzare sui social network.

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