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Coronavirus, Cina sperimenta Avigan e Giappone lo userebbe da 1 mese: lo sostiene un farmacista italiano in un video

Di Salvatore Santoru

In Cina si stanno effettuando alcuni test clinici su un farmaco noto come Avigan, farmaco che si ritiene possa avere qualche efficacia nella lotta contro il Covid-19.

Intanto, pare che in Giappone lo stesso farmaco verrebbe utilizzato da febbraio e tale notizia è stata confermata dal funzionario del ministero cinese della Scienze e della Tecnologia  cinese, Zhang Xinmin.

Come riporta il Guardian(1), lo stesso Xinmin ha illustrato alcuni effetti positivi che avrebbe lo stesso Avigan, noto anche come favipiravir.

La notizia sarebbe stata ripresa da diversi media giapponesi, tra cui l'emittente pubblica NHK(2).

ll medicinale, si legge sull'Adnkronos(3), sarebbe stato già sperimentato con successo nel trattamento di almeno 340 pazienti in Cina ma, stando ad un'anonima fonte del ministero della Sanità giapponese, il farmaco sembrerebbe non funzionare bene quando il Covid-19 si è già moltiplicato.


NOTE:





Oltre a ciò, nelle ultime ore è diventato virale su Facebook il video di Cristiano Aresu, un giovane farmacista italiano che si trova in Giappone.

Di seguito, a scopo informativo, viene pubblicato il video e postato un estratto di un articolo di Scenari Economici e i link agli articoli di Next Quotidiano, Scienze Notizie e Money.it.


Buona Lettura e Visione !

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Qualcuno sta attentando pesantemente alla vita di questo paese. Se è vero che Avigan è un farmaco del tutto efficace a uno stadio precoce della malattia, che cosa aspetta l’AIFA a permetterne l’importazione e la produzione?

Il Giappone torna a cacciare balene (e il motivo è anche politico)


Di Federico Giuliani

In Giappone si tornerà presto a cacciare balene. Il governo di Tokyo, a fine dicembre, ha deciso di abbandonare la Commissione internazionale per la caccia alle balene (Iwc). Da 26 anni il Paese del Sol Levante aveva limitato questa pratica, ad esclusione della caccia a fini scientifici ma a partire dall’estate, precisamente il 1 giugno 2019, le acque antistanti all’isola giapponese torneranno a sporcarsi di sangue.

L’uscita dall’Iwc

Già da diversi anni il Giappone aveva intrapreso una battaglia affinché la Commissione autorizzasse i Paesi membri a una caccia controllata delle balene. Alla fine Tokyo è finito in minoranza, con 48 membri contrari alle sue richieste contro 41 favorevoli. Da qui la scelta di abbandonare l’Iwc. Il Giappone riprenderà a catturare balene, anche se soltanto le specie abbondanti e presenti nelle acque nipponiche, dove a dire il vero se ne contano molto poche.

Caccia per fini commerciali

Sono due le cause che hanno spinto Tokyo a riprendere la caccia alle balene. Il primo: l’economia. Il consumo medio annuo della carne del cetaceo in Giappone si attesta intorno alle 5mila tonnellate. Negli anni Sessanta il valore toccava addirittura le 200mila. Alla fine degli anni Ottanta, circa 10mila annue. Nonostante l’inversione di tendenza il governo intende tornare a investire nel settore per fini commerciali. Takamori Yoshikawa, il ministro dell’agricoltura e della pesca, ha parlato di “una scelta dura e difficile” anche se “il ripristino della caccia alla balena ridarà vita alle comunità baleniere”.

Il significato politico

Il secondo motivo, forse il più importante dei due, è invece prettamente nazionalistico. Il governo conservatore del premier Shinzo Abe è stato chiaro: il consumo di carne di balena è un elemento portante e importante della cultura giapponese. Con questa mossa il Giappone lancia un segnale politico: nessuno straniero può più ordinare cosa fare ai nipponici. Nemmeno una commissione internazionale. Dopo decenni di sottomissione Tokyo alza la testa e intende disegnarsi un ruolo a tutto tondo nello scacchiere globale. Con gli Stati Uniti impegnati per lo più a guardarsi in casa, il Giappone ha adesso la chance di far valere il Japan First. Dalla modifica della costituzione pacifista alla riforma dell’esercito. Le balene sono soltanto un pretesto.

Ikigai, la filosofia giapponese per vivere più a lungo (e meglio)


Di Daniele Dell'Orco
Sarà capitato a molti di imbattersi in foto inquietanti delle sovraffollate metropolitane delle megalopoli cinesi, indiane, brasiliane o statunitensi. Tanti altri, magari, ne hanno persino esperienze dirette. Il Giappone non fa eccezione, ma ciò che rende differente da tutte le altre il metrò di Tokyo, ad esempio, è la straordinaria capacità dei nipponici di occupare gli spazi. Il modo in cui una persona riesce ad affrontare un viaggio in un vagone rimanendo chiuso in pochi centimetri quadrati e senza la minima lamentela è un ritratto del pragmatismo, della compostezza e della disciplina del Sol Levante. Per i lavoratori giapponesi nelle grandi città è stato persino coniato un neologismo: sushi-zume, un termine che paragona in sostanza i pendolari schiacciati nella metro ai chicchi di riso pressati nell’alga del sushi.
Per quanto si possa mantenere aplomb si tratta di esperienze universalmente stressanti. Ed è una delle componenti con cui i lavoratori giapponesi si confrontano ogni giorno, stante la famigerata cultura del paese che comprime la maggior parte delle persone in lunghe ed intense ore di lavoro (un quarto dei dipendenti nipponici ne totalizza 80 al mese solo di straordinari) in uffici regolati da rigidissime gerarchie. La vita professionale, insomma, prosciuga. E i casi di karoshi, la morte da super lavoro, sono sensibilmente aumentati negli ultimi anni (raggiungono ormai la spaventosa cifra di 2mila l’anno). Ma pur essendo esposti a simili quantitativi di stress, come riescono ad essere tra i popoli più longevi al mondo?

Cos’è l’ikigai

Il segreto potrebbe avere a che fare con quello che i giapponesi chiamano ikigai. Non esiste una traduzione diretta in italiano, ma è un termine che incarna l’idea di gioia di vivere. In sostanza, l’ikigai corrisponde al motivo per cui ci si alza al mattino.
Per coloro che in Occidente che hanno più familiarità con il concetto di ikigai, questo è spesso associato a un diagramma di Venn con quattro qualità che si sovrappongono: ciò che si ama, ciò che si è bravi a fare, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui si può essere pagati.
Per i giapponesi, tuttavia, l’idea è sottilmente diversa. Il proprio ikigai può non avere nulla a che fare con il lavoro, né tanto meno col reddito.
In tempi recenti, un sondaggio condotto dal Central Research Services tra 2mila uomini e donne giapponesi ha raccolto un misero 31% tra gli intervistati che consideravano il lavoro come proprio ikigai. Il che non stupisce più di tanto, poiché da sempre in Giappone si concepisce l’occupazione come servizio per la società, non come prospettiva meramente individuale. Tutti i lavori, in questo senso, hanno pari valore.

L’origine dell’ikigai

In un documento di ricerca del 2001, uno dei coautori, Akihiro Hasegawa, psicologo clinico e professore associato all’Università di Toyo Eiwa, provvide di fatto ad inserire la parola ikigai nella lingua giapponese quotidiana. Si compone di due parole: iki, che significa vita e gai, che ne descrive appunto il valore.
Secondo Hasegawa, l’origine dell’espressione risale al periodo Heian (794-1185) laddove gaideriva dalla parola kai (“conchiglia”, che all’epoca era considerata un bene prezioso). Ci sono altre parole che inglobano kai allo stesso modo: yarigai e hatarakigai che significano il valore nel fare e il valore nel lavorare. Ikigai può essere così ragionato come un concetto completo che incorpora tutti questi aspetti della vita.
Tra la sterminata letteratura giapponese dedicata al tema, un libro in particolare è considerato quello più esaustivo: Ikigai-ni-tsuite (Sull’ikigai), pubblicato per la prima volta nel 1966. L’autore del libro, lo psichiatra Mieko Kamiya, spiega che, come parola in sé ikigai sarebbe sì simile a “felicità“, ma con una sottile differenza. Che però cambia tutto. Ikigai è ciò che permette di guardare al futuro anche se si è infelici in un determinato momento.
La ragione di questa distinzione è anch’essa idiomatica: in italiano infatti il termine vita corrisponde all’esistenza in sé ma pure a vita quotidiana. In giapponese, invece, i due concetti sono separati: jinsei significa vita e seikatsu significa quotidianità. Il concetto di ikigai si allinea così di più a seikatsu, considerato il prodotto della somma di piccole gioie della vita quotidiana che la rendono più appagante nel suo complesso.

Ikigai e longevità

Come detto, il popolo giapponese è tra i più longevi al mondo (l’aspettativa di vita è di 87 anni per le donne e 81 anni per gli uomini). Un dato stupefacente se si immagina che in questa stessa classifica occupava una delle posizioni più basse negli anni del secondo dopoguerra. L’esempio dell’isola di Okinawa, poi, è diventato un vero caso di studio visto che si è trasformata in una enclave di centenari. Parte del merito sembra essere dovuto a quell’elisir di eterna giovinezza che è la dieta isolana nipponica: una combinazione di porzioni piccole (una famosa massima giapponese dice: “Mangia come se dovessi riempirti fino all’80%”) e cibi a basso contenuto calorico come il tofu, il pesce (alghe, calamari, polpo, tutti a basso rischio di incidenza su malattie come cancro allo stomaco, arteriosclerosi e il colesterolo) e tantissima verdura. Persino l’uso, quasi abuso, di tè verde rientrerebbe in queste ultra salutari abitudini alimentari.
Oltre la dieta, però, anche il ruolo dell’ikigai è tutt’altro che secondario. L’ottimo stato di salute che tiene gli anziani lontani dagli ospedali non è sufficiente se non si trovano dentro di sé le motivazioni per svegliarsi al mattino anche in età avanzata. Il pensionamento infatti può portare un enorme senso di perdita e vuoto per coloro che magari avevano proiettato sul lavoro il proprio ikigai.
Ma per facilitare la continua ricerca di un senso della vita in tutto il Paese le persone che si avvicinano alla terza età vengono celebrate, incensate e invitate a trasmettere la loro saggezza alle giovani generazioni. Già questo fornisce loro uno scopo nella vita al di fuori di se stessi, ancora al servizio della loro comunità.

Diversificare l’ikigai

È proprio questo il concetto di diversificazione dell’ikigai. Una summa che nasce dall’incrocio di tre liste del tutto individuali: i valori di riferimento, gli interessi primari e le proprie capacità pratiche. Il prodotto è ovviamente mutevole col passare degli anni e quindi la chiave del processo di ricerca dell’ikigai è in un certo senso la ricerca stessa. Ognuno lo possiede come centro nevralgico della propria vita ma non tutti riescono a scoprirlo senza accettare di dover intraprendere un rigido percorso di autodisciplina e di scoperta di se stessi. Qualcosa che in Oriente è compreso già in teologie come buddhismotaoismo o lo stesso shintoismo. E che, in modo del tutto speculare all’anzianità, caratterizza altre fasi delicate della vita come l’adolescenza. Un momento chiave poiché quello in cui risulta più facile lasciarsi corrompere da prospettive meramente materiali che per l’immediato potrebbero sembrare allettanti ma che andranno gioco-forza a caratterizzare un lasso di tempo piuttosto lungo. In quella fase, la felicità viene fatta corrispondere quasi per intero alla stabilità economica che viene bramata con così tanta insistenza da corrompere lo spirito anche qualora la si dovesse ottenere.
L’ikigai, infatti, è il risultato di un equilibrio tra il desiderio e la naturalezza. Chi cerca la felicità ha un maggiore rischio di esserne ossessionato e, per questo, restare paradossalmente infelice in modo cronico. Gli spazi vuoti del diagramma di Venn immediatamente precedenti all’ikigaistanno a ritrarre proprio questi rischi sottesi: insoddisfazione, tristezza, frustrazione e senso di inutilità. Il proprio posto nel mondo, tuttavia, è lì a un passo. Basta riuscire a cambiare punto di vista.

Ascensore spaziale, per Elon Musk ‘troppo complicato’. E invece sbagliava


L’ascensore spaziale: il sogno di un grande scienziato russo sta diventando realtà? 
Di Arsenij Kalashnikov
Konstantin Tsiolkovskij lo immaginò nel 1895, ma a lungo era sembrato fantascienza.
Ora invece le grandi agenzie spaziali del mondo ci stanno lavorando seriamente, e tra trent’anni potremmo andare in orbita senza razzi, risparmiando soldi e inquinando meno.
Il grande scienziato russo Konstantin Tsiolkovskij (1857-1935) sviluppò un’idea di ascensore spaziale nel 1895.

Il piano Tsiolkovskij.

Comprese che inviare persone nello spazio poteva essere costoso: un ascensore elettrico che sfruttasse l’inerzia e la gravità per risparmiare energia sembrava essere una soluzione.

Secondo il piano di Tsiolkovskij, un cavo lungo 36 km avrebbe dovuto essere ancorato all’equatore terrestre, con un contrappeso alla fine e con un gigantesco ascensore che si alzava lungo quel cavo.
Lo scienziato, tuttavia, sapeva che nessun materiale conosciuto avrebbe potuto resistere alle tensioni tra la Terra e lo Spazio.
Fino a poco tempo fa nessuno credeva che fosse possibile attuare l’idea di Tsiolkovskij. Anche un pioniere dell’esplorazione spaziale privata come Elon Musk non si era dimostrato entusiasta dell’idea.
“È estremamente complicato. Non penso che sia realistico avere un ascensore spaziale”, ebbe occasione di dire durante una conferenza al Mit, aggiungendo che sarebbe stato più semplice “avere un ponte da Los Angeles a Tokyo” di un ascensore che potesse trasportare materiale nello spazio.
Alla fine di settembre, tuttavia, la Japan Aerospace Exploration Agency e la Nasa hanno dimostrato che la fantascienza potrebbe diventare realtà.
Hanno lanciato un esperimento sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) che ha dimostrato che gli ascensori spaziali potrebbero effettivamente funzionare.
Nell’esperimento, due satelliti cubici ultra piccoli sono stati rilasciati nello spazio dalla stazione. Erano collegati da un cavo di acciaio, e un piccolo container si muoveva lungo il cavo usando un proprio motore. I cubetti erano collegati da un cavo di acciaio lungo 10 metri.
L’esperimento era solo una rappresentazione in scala estremamente ridotta di come un ascensore spaziale a grandezza naturale potrebbe apparire, correndo dalla Terra alla stazione spaziale in orbita, ma alcune società tecnologiche globali stanno già entrando in una gara per realizzarlo per prime.

Ascensore spaziale entro il 2050.

Una società di costruzioni con sede a Tokyo, la Obayashi Corp., ha detto che prevede di costruire un ascensore spaziale entro il 2050 e, secondo l’agenzia di stampa Xinhua, la China Academy of Launch Vehicle Technology spera di farne uno anche prima, entro il 2045.
Un ascensore spaziale potrebbe essere il più grande singolo progetto ingegneristico mai intrapreso e costerebbe circa 10 miliardi di dollari (8,7 miliardi di euro). Ma potrebbe ridurre sensibilmente il prezzo dello spedire le cose in orbita.
I razzi che le agenzie spaziali stanno attualmente utilizzando sono rischiosi e dannosi per l’ambiente, senza menzionare il fatto che sono stati inventati ormai molti anni fa.
Una volta costruiti, gli ascensori spaziali potrebbero trasportare carichi nello spazio per 500 $ (435 euro) al chilogrammo, rispetto all’attuale prezzo di circa 20.000 $ (17.375 euro) al chilogrammo, secondo un rapporto dell’International Academy of Astronautics (Iaa).
“Penso che i primi saranno robotici, e dopo 10 o 15 anni dopo avremo da sei a otto ascensori che saranno abbastanza sicuri da poter trasportare persone”, ha detto Peter Swan, Presidente del Consorzio International Space Elevator, e autore principale del rapporto Iaa.
Per anni i razzi sono stati l’unico modo per andare nello spazio, ma ora un ascensore spaziale come quello che Konstantin Tsiolkovskij aveva immaginato oltre un secolo fa sta diventando il futuro. 

I giocatori del Giappone puliscono lo spogliatoio e scrivono "grazie" in russo

Risultati immagini per giocatori del Giappone puliscono lo spogliatoio

Huff Post

La delusione per la sconfitta contro il Belgio non ha incrinato il loro senso del rispetto. I giocatori del Giappone, dopo la drammatica uscita dal mondiale di Russia, hanno pulito lo spogliatoio e lasciato una scritta in russo su un armadietto: "grazie", si legge.





Negli ottavi di finale contro il Belgio, il Giappone era passato in vantaggio con due gol, per poi essere rimontato e perdere al 94esimo per mano di Chadli. Un'impresa sfiorata per poco che avrebbe proiettato la squadra nipponica in uno storico quarto di finale. Ma i giocatori del Giappone, dopo aver ringraziato con un inchino le migliaia di tifosi giunti in Russia, sono tornati nello spogliatoio e dopo la doccia hanno sistemato tutto. Un gesto di grande rispetto, com'è nella tradizione giapponese del resto, che non può non passare inosservato.
Stessa cosa, del resto, hanno fatto i fan sugli spalti: a fine gara, come si vede nelle immagini, i tifosi in lacrime hanno raccolto i rifiuti accumulati durante la partita. Era già successo durante la partita contro il Senegal, quando le due tifoserie avevano lasciato lindo lo stadio.

Belgio Giappone 3-2: i belgi rimontano e volano ai quarti, giapponesi eliminati

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The Post Internazionale

Belgio Giappone 3-2

Rimonta e festa. Il Belgio soffre ma alla fine conquista il passaggio ai quarti di finale del Mondiale. La sfida contro il Giappone finisce 3-2 per i Red Devils, andati in svantaggio di due reti. Decisivo il gol vittoria di Chadli al 94′ minuto che fa esplodere la festa belga.

Ai quarti il Belgio se la vedrà con il Brasile. Grande delusione invece per il Giappone che, dopo aver accarezzato l’idea di volare ai quarti, incassa una dolorosa sconfitta e quindi l’eliminazione della competizione.

BAN THE BOMB: "PEACE BOAT" PORTANO ALLA CONFERENZA DI CAGLIARI GLI HIBAKUSHA


I SOPRAVVISSUTI ALLA BOMBA ATOMICA DI HIROSHIMA E NAGASAKI PRESSO SEMINARIO ARCIVESCOVILE DI CAGLIARI


Un bel pomeriggio solatio e caldo, ci accoglie in quel di Cagliari, all'ingresso della sala per la conferenza dei sopravvissuti nel Seminario Arcivescovile ci accolgono giovani ragazze e ragazzi intenti a distribuire dei rotolini di carta colorata ben confezionati, aprendolo abbiamo trovato scritto un pensiero.


L'ONG giapponese, che ha portato ad organizzare l'evento con l'ausilio delle associazioni sarde  è , “Peace Boat”, impegnata a far conoscere la verità sul fallout nucleare di cui sono stati vittime sacrificali gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki, ecco l'importanza di invitare i reduci sopravvissuti alla bomba H gli   Hibakusha  per partecipare ad un viaggio per i porti del mondo a portare e raccontare la propria testimonianza ai cittadini che incontrano nella loro strada, per chiedere la messa al bando e la distruzione degli arsenali nucleari. 

Ora questa testimonianza diretta che abbiamo udito e che ci ha commosso , nel sentire tutte le sofferenze subite dai sopravvissuti ci deve indurre a chierìdere a viva e forte voce  che l’Italia percorra finalmente  la strada del disarmo verso il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, trattato già firmato da 58 Stati alle Nazioni Unite. 

Vogliamo rammentare a tutti che il Premio Nobel per la Pace del 2017 è stato assegnato alla ICANInternational Campaign to Abolish Nuclear Weapons, campagna cui aderiamo e chiediamo a tutte le persone sensibili e di buona disposizione di aderire e diffonderne  le idee e motivazioni , importante è non arrendersi mai , come ha consigliato un sopravvissuto in risposta all'intervento del responsabile del Comitato No Nuke una Risata Sardonica vi Seppellirà, Valter Erriu, comitato che ha dato l'input alla formazione di un forte movimento di associazioni e comitati e partiti che ha portato alla vittoria del referendum sul nucleare in Sardinya.

La sala che contiene oltre un un migliaio di persone era quasi completamente piena , indice che i cittadini sardi sono attenti a queste problematiche così gravi , e come ha ricordato il Comitato No Nuke ,non bisogna mai perdere la vigilanza e la immediata mobilitazione in caso il governo italiota imponesse lo stoccaggio delle scorie radioattive in Sardinya.

All'uscita si è fatta la fila per firmare l'appello a al governo italiano a firmare il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari poi nell'aria di festa che si è creata c'è stato un riconoscere persone perse di vista da tempo , abbracci si vedevano ovunque e nell'uscita si distribuivano colorate gru origami,  da sapere che in Giappone la gru è il simbolo della longevità e della buona salute ed è convinzione comune che chi realizza nella vita mille gru con gli origami vive a lungo.

Si l'origami gru è un buon auspicio anche per noi tutti che abbiamo partecipato all'evento e  sarà proficuo se estenderemo la nostra conoscenza dei racconti degli Hibakusha a tutti gli amici e parenti.

Poiché solo il valore umano è la giusta strada che porta a non dovere sempre inchianrsi ai prepotenti al potere sapendo dire di NO quando è necessario come nel caso di invasione con scorie potenzialmente tossiche e cancerogene per molte generazioni avvenire, ecco il caso in cui la nostra  dignità che ci viene in soccorso per dimostrare con la forza dell'intelligenza e della perseveranza la richiesta di cambio di paradigma dal nucleare e tutte le tossicità e corruzioni correlate  con un sistema nuovo libero rispettoso dell'ambiente e di tutte le genti.

VI GIRIAMO I VIDEO CHE ABBIAMO FILMATO ANCHE SE NON SONO COMPLETI DI TUTTO L'EVENTO PER SOPRAGGIUNTI PROBLEMI TECNICI

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Le tenebre di Fukushima

Gli effetti delle radiazioni del triplo crollo della centrale nucleare di Fukushima Daiichi si fanno sentire in tutto il mondo. Sia che intacchino la vita marina che gli esseri umani, si accumulano nel tempo. L’impatto si sta lentamente attenuando solo per mostrare i suoi veri colori in una data futura imprevedibile. È così che funzionano le radiazioni, lente ma sicuramente distruttive; serve tempo per identificarne i rischi, nel senso che una fusione nucleare ha l’impatto, per decenni, di 1.000 incidenti industriali regolari, forse di più.
Sono passati sei anni da quando il triplo crollo totale si verificò a Fukushima Daichii l’11 marzo 2011, al giorno d’oggi soprannominato “311”. Col passare del tempo, è facile per il mondo in generale perdere la cognizione delle gravi implicazioni del più grande disastro industriale del mondo; fuori dal campo visivo funziona così.
Secondo le stime del governo giapponese e della TEPCO (Tokyo Electric Power Company), lo smantellamento andrà effettuato di decennio in decennio – molto probabilmente quattro decenni – con un costo fino a 21 trilioni di ¥ (189 miliardi di dollari). Tuttavia, questa è la parte più semplice da comprendere sulla storia del disastro nucleare di Fukushima. La parte difficile e dolorosa è in gran parte nascosta alla visione pubblica attraverso una severa restrittiva legge nazionale sulla segretezza (Legge sulla protezione dei segreti appositamente designati, legge n. 108/2013), la pressione politica a bizzeffe e la paura di esporre la verità sui pericoli inerenti le fusioni dei reattori nucleari. I potenti interessi impliciti lo vogliono nascondere.
Dopo il passaggio dell’atto di segretezza del governo del 2013 – che afferma che i funzionari o altri che “svelano segreti” dovranno affrontare fino a 10 anni di prigione, e coloro che “istigano fughe”, specialmente i giornalisti, saranno soggetti a una pena detentiva fino a 5 anni – il Giappone è sceso sotto la Serbia e il Botswana nell’indice World Press Freedom di Reporters Without Borders. L’atto di segretezza, fortemente criticato dalla Japanese Federation of Bar Association (Federazione giapponese delle associazioni di avvocati), è un atto spudorato di totalitarismo abbottonato nel momento stesso in cui i cittadini hanno bisogno e infatti richiedono trasparenza.
Lo stato attuale, secondo Mr. Okamura, un manager TEPCO, a novembre 2017 è questo: “Stiamo affrontando quattro problemi: (1) ridurre le radiazioni sul sito (2) arrestare l’afflusso di acque sotterranee (3) recuperare il fuel rod e (4) recuperare il combustibile nucleare fuso. “(Fonte: Martin Fritz, L’illusione della normalità a Fukushima, Deutsche Welle-Asia, 3 novembre 2017)
In breve, non sono cambiate molte cose in quasi sette anni negli stabilimenti, anche se decine di migliaia di lavoratori hanno ripulito la campagna di Fukushima, lavato le strutture, rimosso il terriccio e conservatolo in grandi sacchi di plastica nera, che si estendono da un capo all’altro di Tokyo e Denver, e ritorno.
Accade che, tristemente, la completa fusione nucleare sia quasi impossibile da sistemare perché, in parte, nessuno sa come reagire. Ecco perché Chernobyl ha sigillato l’area che circonda il suo tracollo nel 1986. Seguendo la stessa linea, secondo Shunji Uchida, direttore di Fukushima Daiichi : “I robot e le macchine fotografiche ci hanno già fornito preziose immagini. Ma non è ancora chiaro cosa stia realmente accadendo all’interno.”(Fonte: Martin Fritz, L’illusione della normalità a Fukushima, Deutsche Welle-Asia, 3 novembre 2017)
TRADUZIONE DI per www.comedonchisciotte.org a cura di GEA CAVOLI

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