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“Accordi di libertà”: il concordato di Craxi e Giovanni Paolo II


Di Verdiana Garau

Non un semplice convegno quello organizzato dalla Fondazione Craxi che si è tenuto lo scorso 18 Febbraio presso la Sala Zuccari in Palazzo Giustiniani a Roma sulla riforma dei rapporti tra lo Stato italiano, la Chiesa Cattolica e le altre confessioni religiose. Ad aprire il convegno l’intervento del Presidente del Senato della Repubblica Maria Elisabetta Alberti Casellati e i saluti della Presidente della Fondazione Craxi, Margherita Boniver. 
Nell’introduzione al convegno l’accento è stato subito posto su Bettino Craxi Presidente del Consiglio, che nel 1984 guidò e sostenne con la sua grande sensibilità e provvidenziale lungimiranza quel processo di pacificazione della società nazionale aprendo agli accordi di Villa Madama. Un atto pionieristico nella storia del nostro paese, da ascriversi come pietra miliare posta lungo il percorso della maturazione della nostra società italiana, degli individui e delle persone, nei confronti delle religioni all’interno del contesto della Repubblica italiana e dei rapporti di queste con lo Stato.  
Con gli accordi di Villa Madama del 1984, viene aperta una seconda fase di dialogo tra il nostro paese non solo con la Chiesa cattolica, ma con tutte le altre comunità religiose presenti sul territorio, come quella ebraica o la valdese. Sarà necessario risalire agli accordi dei Patti Lateranensi stipulati nel 1929 per ritrovare nella storia un simile evento.
Agli accordi di Villa Madama fanno riferimento grandi novità, dalla caduta dello stato confessionale, alle nomine dei vescovi, le nuove normative sui matrimoni civili e i provvedimenti sull’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Ma ancora più rilevante e da sottolineare, la svolta che arrivò sulla relazione tra CEI (Comunità Episcopale Italiana) e Vaticano. Ad oggi, come rilevato durante il convegno, sulle recenti parole di Gennaro Acquaviva, che fu Capo della Segretaria di Bettino Craxi,  il concordato pare quasi superato con l’arrivo di Papa Francesco e spira un vento di rinnovamento e la voglia di ritornare in modo sensibile sul punto.
Sempre continuando a citare Acquaviva, Craxi riuscì a fare ciò che la DC in quaranta anni non era ancora riuscita e come ha fatto notare Massimo Franco, mediatore del convegno, probabilmente il fatto che sia stato un esponente del partito socialista a compiere questo passo e a concludere gli accordi, resta ancora più significativo. Questo avvenimento fu ancora più rilevante se si pensa che costituì il vero punto di unione e di contatto tra PSI e PCI. A sua volta anche la Chiesa cattolica fu investita dalla necessità di rinnovarsi al cospetto di una società in via di trasformazione e il coro fu partecipato infine da tutti. 
“Le foglie secche” del concordato del ’29 andavano spazzate via e necessario era adattare i Patti Lateranensi ad una nuova società italiana. Dal 1984 al 2020 la Chiesa ha continuato a maturare profondamente e non ci sono più stati papi italiani, proprio ad accrescere il significare del senso universale della sua presenza nel globo e non soltanto in riferimento al paese italiano. 
Si ripresenta dunque oggi la necessità di comprendere più profondamente le ragioni di quegli accordi siglati a Villa Madama con Craxi, per poter procedere e giungere ad una rinnovata maturazione circa la considerazione della multipolarità religiosa, del suo ruolo in seno alla società, della sua considerazione e il suo posizionamento. Come fatto notare sempre da Massimo Franco, “ci saranno nuovi cambiamenti e nessun nuovo cambiamento potrà prescindere dagli accordi del 1984”. 
Il puntualissimo intervento di Benedetto Ippolito, autore di “Dallo Stato alla libertà religiosa”, ha offerto spunti importanti. Negli ultimi duecento anni molte sono state le tappe e le date degne di memoria sugli accordi tra Stato e Chiesa. Si chiudono i contenziosi ad esempio tra Regno d’Italia e Stato della Chiesa con la Legge delle Guarentigie che porteranno, nell’ epoca fascista subito successiva, agli importantissimi Patti Lateranensi voluti dal Duce nel 1929.
Da notare che nel caso della Legge delle Guarentigie e dei Patti Lateranensi, protagoniste furono le istituzioni. L’incontro si svolse tra stati. Sono vertici pubblici, massimali, che riguardano lo ius publicum ecclesiastico, a voler sottolineare la necessità di una formazione di un vero corpo diplomatico, una diplomazia pubblica, che si occupasse per conto della Chiesa dei rapporti istituzionali con gli stati laici. Dal 1929, questi rapporti e la presenza di questi vertici diverrà più discreta e si dovrà giungere dunque al 1984 con Bettino Craxi e gli accordi di Villa Madama perché un simile evento si ripeta. 
Il rapporto sancito con i Patti Lateranensi venne così modificato, poiché si era giunti ad uno scenario con partiti politici molto forti e il paradigma delle relazioni necessitava urgentemente di una revisione. Con gli accordi di Villa Madama, si incentrò prevalentemente l’attenzione sull’individuo e la persona e la parola “libertà” compare quasi ad ogni istanza dell’accordo. 
Fu il fior di conio per una nuova battitura dei rapporti tra istituzioni laiche e religiose. Il cittadino era da riportarsi protagonista e la novità principale dell’accordo, come già menzionato sopra, fu l’apertura di questo alle altre confessioni oltre la Chiesa cattolica. Il 1984 fu l’anno in cui Craxi e la cultura del Partito Socialista Italiano portano alla redazione del cosiddetto Vangelo Socialista, ma fu anche, non un caso, l’anno in cui Giovanni Paolo II rivoluziona la comunicazione della Chiesa nel mondo e la religione torna ad essere riconsiderata sul piano dell’impianto umano, dove il significato di cultura identitaria di un paese come l’Italia, si sovrappone e va a coincidere con le istanze delle libertà individuali sancite dalla nostra democratica costituzione. 
Un lavoro incompiuto, ma che resta a rappresentare il riconoscimento del pluralismo di un mondo che sta cambiando, dove fondamentale è salvaguardare la libertà religiosa, guardandosi innanzitutto dai fondamentalismi per difendere le istituzioni in seno alle stesse in nome della democrazia.
Nella pluralità religiosa in uno stato laico, a cui Bettino Craxi, i socialisti e tutto il paese, faceva appello ed in cui molti furono gli accordi stipulati con ogni singola comunità religiosa, la presenza islamica nel nostro paese resta ancora l’unica realtà a presentare certamente delle ruvidezze. La citazione che Ippolito ha riportato di Tommaso D’Aquino, in cui si dice che la religiosità ha a che fare con la personalità umana, dove la religione viene inserita dunque nella sfera della giustizia, è molto importante.
A proposito degli accordi con le varie confessioni che vengono riportate al centro del dibattito al fine di garantire piena libertà, viene fatto notare che ogni intesa portata a compimento è differente dall’altra, poiché necessario fu rispettare e resta necessario rispettare, tutti gli aspetti peculiari ad ogni confessione. 
Sono intese pragmatiche, in cui i sommi principi restano infine sanciti dalla nostra Costituzione italiana perché la separazione tra Stato e Chiese sia effettiva. Massimo Franco domanda: “quando si potrà applicare questo pragmatismo con le comunità islamiche?”. La domanda resta aperta. Gli accordi di Villa Madama non hanno soltanto avuto valenza storica, sono stati altresì fondamentali per la società occidentale ed europea tutta. 
L’On. Stefania Craxi cita Pietro Nenni nel suo discorso del 25 Marzo 1947, “La Repubblica che abbiamo fondato avrà un senso se sarà superato il Risorgimento”. La separazione tra potere spirituale e temporale si faceva tema di dibattito e fu Craxi certamente a dare la svolta finale quando, stipulati questi accordi, arrivò, anzi superò, la soglia liminare del possibile della vecchia Democrazia Cristiana. 
In nome della democrazia andava garantito il pluralismo religioso, con i fatti e le parole. L’On. Stefania Craxi ha portato l’attenzione anche su un dettaglio fondamentale del rapporto tra Stato e religioni, specificatamente relativo al nostro Paese italiano, ovvero che l’homo religiosus difficilmente sarà superabile dall’homo faber.
“Spesso si è creduto che la modernità e l’avanzamento tecnologico avrebbe spazzato via la religione dalla società, e non è stato così”. Al contrario è andata anche rafforzandosi. Il dialogo è il fattore su cui l’Onorevole ha sostanzialmente ribattuto, che riporta in primo piano le discrepanze e le conflittualità acuitesi soprattutto negli ultimi tempi, sugli scenari del Mediterraneo e del Medio Oriente. È stata l’Europa e il suo senso a ritrovarsi, per sancire una pacifica coesistenza delle religioni in nome della democrazia. 
Gli episodi di odio razziale, le persecuzioni e i massacri contro i cristiani che avvengono continuamente ogni giorno, il risorgere dell’antisemitismo, non hanno bisogno di strumentalizzazione politica, ma “di pace, fra popoli, fra stati, tra le religioni e nelle religioni.” È stato Davide Jona Falco a proseguire il convegno con un suo intervento che getta un nuovo amo, vitale se il dibattito vorrà essere proseguito e portare a maturazione nuove riflessioni su futuri accordi. 
Falco ha elencato in modo appropriato e accuratamente, quei punti e quelle leggi che hanno riguardato gli accordi tra lo Stato italiano e la comunità religiosa ebraica. “L’ebraismo”, ha sottolineato Falco, “non è soltanto una religione, ma un modo di vivere”. Gli accordi con la comunità ebraica che risalgono posteriori a quelli di Villa Madama e stipulati nel 1987, sono stati uno strumento altamente democratico e fondamentale. Oggi, ha fatto notare, non si ha ancora una vera legge in tema di libertà religiosa, anche perché alcune religioni non sono in grado di stipulare un accordo con lo Stato in mancanza di figure rappresentative delle comunità preposte alla cura del tema. Sicuramente, si dovrà certo procedere sulla via del sempre maggiore riconoscimento verso le differenze religiose. 
È stato poi il turno del Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, S.E. Paul Richard Gallagher, il quale ironicamente ha fatto subito cenno alla sua non italianità e posto soprattutto l’attenzione sull’importanza che costituirono i patti del 1929 e del 1984 per la Chiesa cattolica universale. Ritornare a riflettere su Craxi, ha detto Gallagher, e sul 1984, significa riflettere e parlare di radici culturali. Rinnova la sua gratitudine verso Craxi, S.E. il Segretario, sulle citate parole del Cardinale Achille Silvestrini. 
Lo spirito moderno con il quale la Chiesa dovrà e saprà affrontare questi cruciali temi, contro l’anticlericalismo risorgimentale, come il Craxi che fu un “umanista del socialismo italiano”, devono ritornare a dibattito. All’epoca, anche la Chiesa attraversava un periodo difficile, periodo che fu significativo per una presa di coscienza della trasformazione sociale in atto. 
Ricorda l’intesa sull’8×1000 e di quanto quel gesto fu simbolicamente un atto di riconoscimento nei confronti dei padri spirituali, che appunto, non andavano affamati, ma rispettati e curati: la negoziazione innanzitutto, perché ciascuno, nel modo migliore, esplichi le proprie funzioni nell’interesse di provvedere alla salvaguardia delle relazioni sociali in uno stato laico, che non ignori il fattore religioso che in Italia sarebbe impensabile, poiché sarebbe come ignorare le proprie radici e la sua storia. 
Quella di Craxi, aggiunge Gallagher, fu una “previsione profetica”, l’innesto democratico di una rilevanza estrema. Ci si continua ad interrogare se ci sia adeguata consapevolezza riguardo agli accordi del 1984 essendo questi ancora in corso e soprattutto circa le valutazioni che vengono prodotte in merito all’interventismo militare del nostro paese. Con Craxi, ha detto S.E., si dà vita ad una consapevolezza storica nell’intento di costruire, costruire insieme, per una nuova spiritualità che rivivifichi l’uomo. 
Il convegno si è concluso con l’intervento di Alessandra Trotta, moderatore della Tavola Valdese, ricordando di quanto i valdesi si siano resi protagonisti diretti, allora come oggi, per la consapevolezza e la responsabilità che arreca un simile dibattito, il quale porta a riflettere profondamente sulla peculiarità della laicità italiana, che non resta asettica e unicamente relegata a coltivarsi in privato, ma che si manifesta e che deve continuare a manifestarsi liberamente in pubblico. 
“Per noi”, ha detto Trotta, “fu una scelta coraggiosa, venendo noi da una tradizione separatista”. Il diritto comune non era un diritto neutro e la comunità conobbe travagli interiori prima di giungere ad accordi interni per potersi pronunciare in esterno e avanzare posizioni.  Scongiurando la presenza di privilegi religiosi che portano a considerare alcune religioni di serie A e altre di serie B, “Il compromesso per noi costituiva un rischio, il rischio del compromesso”. 
Trotta ha anche speso una nota sull’importanza dell’insegnamento religioso a scuola che oltre ad essere facoltativo non dovrebbe essere autoreferenziale alla religione cattolica; ha altresì sollevato un quesito sull’idea di escludere qualsiasi forma di finanziamento alle chiese. Il processo di civilizzazione che prevede accordi di libertà, ancora di più di libertà di espressione religiosa, essendo la spiritualità non scindibile da ogni procedere politico, non sarà comunque percorribile senza un’identità di fondo che non sia democratica ed universale e pronta all’occasione ad un sano riformismo. 

13 Maggio 1981, l'attentato al Papa e i Lupi Grigi: un gruppo paramilitare poco conosciuto dell’era della Guerra Fredda

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Di Sergio Bongiorni-MIG, ricostruzione a cura di SputnikInternational e Tony Cartalucci
Il 13 Maggio 1981 in Piazza San Pietro a Roma, un commando con alla testa l’estremista Turco Mehmet Ali Agca tenta di assassinare Papa Giovanni Paolo 2°, ma chi è Ali Agca?
Un killer, condannato a morte in Turchia per l’assassinio di un giornalista, appartenente alla rete dei Lupi Grigi, grazie ai contatti con la mafia Turca riesce ad evadere dal carcere di massima sicurezza nel 1979, viaggia per l’Europa e NordAfrica in fuga dalle autorità fino al fatidico 13 Maggio 81 in cui esce allo scoperto.
Ma andiamo oltre e ripercorriamo la storia dei Lupi Grigi, per comprendere meglio anche la figura e la vicenda Agca-attentato al Papa.
Perché Washington è stato cieco nei confronti dei misfatti della Turchia in Siria e in Iraq, tra cui il bombardamento dei curdi siriani e il contrabbando di petrolio in Siria e in Iraq?
La verità è che sin dall’inizio dell’era della Guerra Fredda, la leadership statunitense ha considerato Ankara un prezioso alleato geostrategico.
Durante l’era della guerra fredda la Turchia era considerata da Washington un’entità capace di contenere l’accesso dell’URSS al Mediterraneo e al Medio Oriente.
“Fin dai primi giorni della Guerra Fredda, l’importanza strategica della Turchia derivava dalla sua posizione geografica come il baluardo più orientale dell’Occidente contro il comunismo sovietico.In uno sforzo per indebolire lo stato sovietico, la CIA usò anche i militanti pan-turchi per incitare le passioni anti-sovietiche tra le minoranze musulmane turche all’interno dell’Unione Sovietica, una strategia che rafforza i legami tra l’intelligence americana e gli ultra-nazionalisti turchi”
Scrisse così lo storico Americano Martin Lee nel suo libro The Consortium, 1997

I sostenitori del Partito nazionalista del movimento fanno gesti che simboleggiano i Lupi grigi, l'organizzazione ultranazionalista e neofascista dei giovani del partito, ad Ankara il 13 dicembre 2009 durante una manifestazione di fratellanza in risposta a una decisione di un tribunale dell'11 dicembre 2009 a sciogliere il Partito della società democratica curda (DTP)
Il simbolo dei Lupi Grigi Turchi
Nel 1952 il Tactical Mobilization Group, una forza speciale contro-guerriglia, fu fondato in Turchia (in seguito assorbito dal Dipartimento di guerra speciale dell’esercito turco). È stato istituito come parte dell’iniziativa anticomunista segreta “stay-behind” della NATO, nota anche come Operazione Gladio. Le radici dell’iniziativa risiedevano nella dottrina Truman espressa dal presidente Harry S. Truman il 12 marzo 1947, prima di una sessione congiunta del Congresso.
“Chiedo al Congresso di autorizzare i dettagli del personale civile e militare americano in Grecia e in Turchia, su richiesta di questi paesi, per assisterlo nei compiti di ricostruzione, e allo scopo di controllare l’uso di tale assistenza finanziaria e materiale come Mi raccomando che venga fornita anche l’autorità per l’istruzione e la formazione del personale greco e turco selezionato “
Così affermava Truman nel suo discorso ufficiale, impegnandosi a
” proteggere “la Grecia e la Turchia dall ‘aggressione sovietica.
Un certo numero di soldati turchi furono inviati negli Stati Uniti nel 1948 per essere addestrati in “metodi di guerra speciali” tra cui omicidi, bombardamenti, rapimenti, attacchi, torture e addestramento alla milizia.
Uno di questi militari turchi era Alparslan Turkes (Türkeş), un aspirante fondatore del Partito nazionale turco d’azione (Milliyetçi Hareket Partisi, MHP) nel 1969 e il suo braccio militante dei Lupi grigi (Bozkurtlar).
“Guidata dal colonnello Alpaslan Turkes, il National Action Party ha abbracciato una fanatica ideologia pan-turca che ha chiesto il recupero di ampie sezioni dell’Unione Sovietica sotto la bandiera di un rinato impero turco”
Lo storico Martin Lee aggiunge anche che i nazionalisti turchi utilizzano ampiamente le traduzioni di testi nazisti e questi formavano un credo nazista “la razza turca sopra tutti gli altri”.
Sebbene molti ultra-nazionalisti turchi fossero sia “anti-occidentali” che “antisovietici”, continuarono a cooperare con l’intelligence della NATO e degli Stati Uniti.È interessante notare che i Lupi grigi avevano stabilito stretti legami con il Blocco Anti-Bolscevico Bloc of Nations (ABN), sostenuto dalla Central Intelligence Agency (CIA). L’ABN era un’organizzazione ombrello per emigrati anticomunisti , da ex collaboratori nazisti, formati nel 1943 dall’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN). Diretto dal famigerato collaboratore nazista e membro dell’OUN Yaroslav Stetsko, l’organizzazione ha riunito una vasta gamma di gruppi di emigrazione dell’Europa orientale.
la CIA e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno sponsorizzato l’immigrazione dei leader dell’OUN negli Stati Uniti nel 1949, secondo il dott. Per Anders Rudling, uno storico svedese-americano (The OUN, UPA and the Holocaust: A Study in the Manufacturing of Historical Myths, 2011).
Sorprendentemente, Ruzi Nazar, un leader dell’ABN con sede a Monaco, aveva relazioni di lunga data con la CIA e MHP. Essendo un ex membro della legione SS Turkestan, era stato coinvolto nell’addestramento paramilitare dei Lupi grigi negli anni ’60.In generale, Turkes ha creato oltre 100 campi in tutta la Turchia per il braccio militare del MHP. Il gruppo ultranazionalista prese parte ad attività terroristiche contro i rivali di sinistra e i curdi negli anni ’70, provocando la morte di quasi 6.000 persone. Si ritiene che Bozkurtlar fosse anche responsabile di un tentativo di omicidio del 1981 contro Papa Giovanni Paolo II.
Nonostante il massacro che hanno scatenato, i Lupi Grigi godevano di una protezione completa dalle unità di controguerriglia turche in un Dipartimento di Guerra Speciale.
Inutile dire che il crollo dell’URSS fu visto dal pan-turco MHP e da Bozkurtlar come una brillante opportunità per espandere la loro influenza sulle ex repubbliche sovietiche con la popolazione turca e musulmana.
I Lupi grigi hanno preso parte alla guerra del Nagorno-Karabakh del 1992 tra l’Azerbaigian e l’Armenia (dal lato dell’Azerbaijan) e nella Prima e nella Seconda guerra cecena, rispettivamente nel 1994 e nel 1999, dalla parte degli islamici ceceni. Inoltre, nel 1995 Bozkurtlar fu individuato nel tentativo di prendere il potere in Azerbaigian.
L’analista geopolitico di Bangkok, Tony Cartalucci, richiama l’attenzione sul fatto che i Lupi grigi hanno recentemente rafforzato la loro attività in Asia centrale, compresi gli ex stati sovietici e, in particolare, la regione autonoma cinese del Xinjiang Uyghur. L’analista presume che Bozkurtlar avrebbe potuto essere alla base di numerosi attacchi terroristici compiuti dai separatisti uighuri in Cina.

Tre Papi e la lenta transizione cubana: perché il Vaticano è stato importante nella storia di Cuba

Fidel Castro con Giovanni Paolo Secondo il 20 gennaio 1998 all’Avana AFP

Di  Andrea Tornielli

Negli ultimi due anni diplomazia e dialogo con la Chiesa si sono incrociate all’Avana. È noto il ruolo discreto della Santa Sede, che ha offerto Oltretevere un terreno neutro perché maturasse il disgelo tra il governo cubano e quello statunitense. E proprio l’Avana, dove Papa Francesco è atterrato per due volte in cinque mesi - la prima nel settembre 2015, la seconda nel febbraio 2016 - è stato il luogo del primo storico incontro tra un Vescovo di Roma e un Patriarca di Mosca. 

La Chiesa cattolica ha giocato un ruolo significativo nel lento e talvolta contraddittorio processo di apertura del regime cubano. Il cardinale Ortega y Alamino, da pochi mesi ritiratosi, non si è contrapposto a muso duro ma ha portato avanti un dialogo paziente e difficile che ha portato a un lento disgelo e alla visita, storica, del già anziano e malato Papa Wojtyla nell’isola caraibica, accolto in grande stile dal Líder Maximo Fidel Castro. Era il gennaio 1998 e non appena sbarcato all’Avana Giovanni Paolo II disse: «Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba». Il Papa chiedeva per la Chiesa la possibilità di svolgere la sua missione e la libertà di educazione, chiedeva maggiore libertà per il popolo. Ma anche la fine dell’embargo Usa. Dopo la visita di Wojtyla, Fidel Castro ristabilì il Natale come festa civile. 

Nel marzo 2012 era Benedetto XVI il secondo Papa a metter piede nell’isola. Fidel non era più in sella, il Paese era guidato dal fratello Raul. Ratzinger incontrò il Líder Maximo nella nunziatura, conversando con lui e Castro chiese consiglio su qualche buona lettura da fare. Dopo la visita di Benedetto XVI, Raul concesse il Venerdì Santo come festa civile. Con l’arrivo di Francesco, il primo Papa latinoamericano, i rapporti si intensificano. Il Papa che parla così spesso dei poveri e degli ultimi e prosegue sulla linea dell’approccio multilaterale ai problemi del mondo seguita dalla diplomazia vaticana, diventa un interlocutore. In un’epoca in cui per molti, a vari livelli, le parole «dialogo» e «diplomazia» sono l’equivalente di buonismo e inconcludente arrendevolezza, quando non sono considerate alla stregua di parolacce, il messaggio che giunge dalle Americhe con il disgelo tra gli Usa e Cuba è significativo. 

Papa Francesco parla della diplomazia come di un «un lavoro di piccoli passi» che avvicina i popoli e semina fratellanza e pace. Il disgelo con gli Usa avviene perché sia Raúl Castro che Barack Obama sono pronti. Serve però un terreno neutro e qualcuno a cui riferirsi. Francesco dice sì. Per mesi, nel più stretto riserbo, avvengono trattative all’ombra del Cupolone di San Pietro, propiziate dalla diplomazia vaticana guidata dal cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin. 

Negli ultimi anni si erano moltiplicate le visite di esponenti vaticani a Cuba, a partire da quelle dell’allora Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Inoltre, Papa Francesco ha tra i suoi più stretti collaboratori ecclesiastici che sono passati per l’Avana: il cardinale Prefetto della Congregazione del clero, Beniamino Stella, è stato nunzio nell’isola caraibica. Lo stesso ha fatto il Sostituto per la Segreteria di Stato, Angelo Becciu. 

I viaggi dei Papi, le messe celebrate nella Plaza de la Revolución avendo sullo sfondo la gigantografia luminescente di Che Guevara, e l’impegno della Chiesa cattolica cubana hanno favorito il dialogo tra le parti e il dialogo nelle comunità. Nel settembre 2015, durante la prima tappa del viaggio a Cuba e negli Stati Uniti (Francesco ha voluto entrare negli Usa attraverso la porta di Cuba), il Papa ha incontrato Fidel Castro, questa volta nella sua abitazione, insieme ai suoi familiari. Come abbiamo ricordato, nel 2012, al termine dell’incontro con Papa Ratzinger, Castro aveva chiesto al Pontefice consigli su qualche libro da leggere. Francesco se l’era ricordato e aveva portato in dono a Fidel due libri di don Alessandro Pronzato, prete esperto di catechesi: il primo, intitolato La nostra bocca si aprì al sorriso. Umorismo e fede, è dedicato al buon umore e all’allegria come componenti importanti della vita spirituale; il secondo è intitolato Vangeli scomodi. Inoltre, il Papa gli aveva regalato un libro e due CD con le omelie di padre Armando Llorente, il gesuita morto in esilio a Miami che Castro aveva avuto come insegnante nel collegio di Belén, nonché i testi dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium e dell’enciclica Laudato si’. 

Tra i temi della conversazione c’erano la salvaguardia dell’ambiente e «i grandi problemi del mondo contemporaneo». Castro aveva raccontato a lungo del suo passato di studente alla scuola dei gesuiti e di quanto lo facessero lavorare. Quindi aveva offerto al Pontefice il libro Fidel y la Religión, con una dedica personale: «Per Papa Francesco in occasione della sua fraterna visita a Cuba».  

Certo, a Bergoglio, come ai predecessori non era stato concesso di avere incontri con i dissidenti. Ma Francesco aveva precedentemente ricevuto in Vaticano la vedova del dissidente cubano Oswaldo Payá, morto in un sospetto incidente d’auto nel luglio 2012. I tre ultimi Papi hanno dunque cercato di favorire la transizione cubana e la lenta apertura del Paese, preferendo il dialogo, la pazienza e la politica dei piccoli passi. 

“In Vaticano altro che fumo di Satana……”

Fumo di satana in Vaticano
Intervista a monsignor Domenico Mogavero vescovo di Mazara del Vallo e commissario Cei per l’immigrazione.
Giacomo Galeazzi - Città del Vaticano
«Paolo VI parlava di “fumo di Satana” entrato in Vaticano. Se guardiamo ai fatti della cronaca recente, altro che fumo...ma in realtà  "Servono riforme strutturali"», dice Mogavero  per molti anni in Cei il braccio destro del cardinale Camillo Ruini.
Anche in Vaticano è in funzione la «macchina del fango»?
«La calunnia e la delazione sono due armi fatali che vengono usate con freddo calcolo
 quando non si hanno argomenti validi per attaccare i propri avversari. E gli ambienti ecclesiastici non fanno eccezione a questa regola non scritta. Nulla di nuovo sotto il sole. L’accusa per esempio di «modernismo», lanciata contro membri aperti e dialoganti dell’episcopato viene periodicamente rilanciata ed è particolarmente odiosa da  un secolo a questa parte perché non consente altra difesa se non la parola stessa dell’accusato. Difesa oltremodo debole».

Oggi infuria “Vatileaks” anche per la pesante eredità di problemi irrisolti lasciata da Giovanni Paolo II. Era un «popestar» com’è stato definito?

«Karol Wojtyla è stato un grande pastore, ma alcuni nodi strutturali restano da sciogliere. Mi piacerebbe, per esempio, se si potesse avere un confronto più diretto e più franco con la figura del Pontefice, considerato che in quanto vescovi siamo tutti successori degli Apostoli e che con lui portiamo insieme la sollecitudine verso tutte le Chiese. Il Papa è a pieno titolo un vescovo italiano, anche se esercita il suo ministero episcopale in modalità e forma atipiche rispetto a qualsiasi altro vescovo. Egli è papa, infatti, proprio perché vescovo di Roma e non viceversa. La nomina pontificia del presidente è una determinazione che si fonda su un dato contingente e che può essere modificato in qualsiasi momento. Personalmente, ritengo che far rientrare la Cei nella normativa comune delle altre conferenze non arrecherebbe pregiudizio al funzione primaziale del Papa e, di contro, darebbe ai vescovi italiani un giusto protagonismo nella gestione dell’organismo che manifesta la loro comunione e la sollecitudine per tutte le Chiese. Quando si realizzerà non lo so, spero non in tempi biblici».

Da cosa nasce l’attuale crisi della Santa Sede?

«Il tessuto connettivo delle comunità ecclesiali si presenta allentato in diverse realtà ecclesiali. Anche il principio di autorità che una volta poteva rappresentare un elemento qualificante, oggi è sempre più spesso messo in discussione. Ritengo che ci attendono ancora altre prove e difficoltà ma sono sicuro che costituiscono l’equivalente dei giorni di sepoltura del Signore Gesù e sono preludio di una risurrezione che ridarà nuova freschezza e vigore alla Chiesa, una volta purificata dal male e dagli scandali che ne sfigurano il volto e ne offuscano la missione. Il segreto di un’azione ecclesiale efficace sta tutto nella rispondenza tra quanto offre il magistero e le aspettative delle persone, tenendo pur sempre in conto il carattere sacro della Bibbia e la sua irriducibilità ai modi di pensare puramente umani».

Va ripensato il ruolo dei movimenti nella Chiesa?
«Penso che i movimenti abbiano scritto una pagina della storia della Chiesa nella seconda metà del ventesimo secolo, con luci e ombre. Probabilmente, ma si tratta si una opinione strettamente personale, ci sono state anche delle enfatizzazioni che hanno impedito una visione e una valutazione equilibrate del fenomeno. Oggi, forse, si sta delineando un quadro ecclesiale ed ecclesiologico più chiaro all'interno del quale ricondurre questa esperienza entro binari meno emotivi e strumentali.Che la Chiesa possa commettere errori non mi crea problema; mi preoccuperebbe il contrario, perché in quel caso non sarebbe una Chiesa fatta veramente di uomini. Ovviamente, gli errori non riguardano le verità di fede, non fosse altro perché esse non sono frutto di una elaborazione umana».

E’ fallito il modello-Wojtyla delle grandi adunate?

«Le mobilitazioni di massa hanno avuto ragion d'essere nel preciso momento storico in cui sono state incoraggiate e caldeggiate. Considerato che la loro incidenza sulla vita delle persone non è stata così decisiva come ci si attendeva, il meno che si possa fare è di non sopravvalutarle. Nello stesso tempo, bisogna ridare il giusto rilievo a quell’azione meno appariscente ma più efficace di formazione cristiana delle persone perché nel loro quotidiano immettano la forza delle loro convinzioni e trasmettano i valori che fanno crescere i singoli, qualificando il valore della vita sociale e aprendola alla realizzazione del bene comune. Un nodo cruciale è costituito dal rapporto tra organismi della Santa Sede e Chiese locali. Queste ultime, infatti, godono di una soggettività e autonomia che solo in poche materie è subordinata alle disposizioni della Santa Sede. Peraltro, occorre tenere presente che l’infallibilità è una prerogativa che compete unicamente al Papa e al Concilio ecumenico e soltanto in materia di fede e morale».

http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/mogavero-16636/

 http://apocalisselaica.net/varie/cristianesimo-cattolicesimo-e-altre-religioni/in-vaticano-altro-che-fumo-di-satana

Romero, santo del popolo


Di Rosa Ana De Santis
Sabato 24 marzo ricorreva il 32° anniversario del martirio di Monsignor Oscar Omero. A celebrarlo nella chiesa del Santo Rosario è stato il vescovo ausiliare di San Salvador, Gregorio Rosa Chavez, e messe in ricordo sono state celebrate in numerose altre chiese sparse per il mondo, tutte quelle in cui Romero è già santo nonostante la mancanza di una canonizzazione ufficiale. Ancora oggi El Salvador è un paese ferito dalle conseguenze disastrose della lunga guerra civile e dalle cruente repressioni contro cui Romero si scagliò senza esitare un momento.
Messo alla periferia del potere ed esiliato dalla stessa Chiesa di Roma, la celebrazione della sua memoria rappresenta con urgenza il bisogno che il cattolicesimo ha, per rinnovarsi,  di porre al centro l’opera missionaria e la vocazione di una nuova evangelizzazione. A 50 anni dal Concilio Vaticano II il ritardo su questo aspetto - o meglio lo scollamento tra le gerarchie di Roma e le chiese - è rimasto purtroppo inalterato e la scomodità di figure come quella di un vescovo conservatore divenuto difensore del popolo è ancora palpabile nei corridoi di Piazza San Pietro.

A dimostrarlo la strada tortuosa, avvelenata di ostacoli e resistenze, che finora ha impedito a Romero di essere anche solo beato. Il record di Wojtyla vanta 456 santi e 1288 beati, ma non annovera il martire di El Salvador immolato sull’altare con il corpo eucaristico tra le mani. Gli fu preferito il vescovo di tutta altra linea: Lacalle, fondatore dell’Opus dei. Difficile trovare nella storia della Chiesa, a parte i primi martiri, icona più simbolica e più vicina al sacrificio di Cristo di quella dell’assassinio di Monsignor Romero. Un martirio che la Chiesa di Roma pare non aver colto.
Il processo di canonizzazione di Romero inizia nel ’96 e le posizioni del vescovado salvadoregno e della Curia romana rimangono distanti. Le riserve sembrano stare tutte non tanto sulle opere di dottrina del Monsignore del popolo, quanto su alcune omelie troppo impegnate sulla denuncia della repressione sanguinaria dei militari a danno dei civili e non solo dei guerriglieri dell'FMLN. Il sospetto di sotterranei sabotaggi è confermato da questa lentezza di esame e dall’inserimento in extremis del nome di Romero tra i testimoni della fede ricordati nell’anno giubilare. Un incidente diplomatico evitato per un soffio.
Monsignor Arnulfo Romero era un Vescovo conservatore, ma la brutale repressione dell’esercito salvadoregno addestrato, finanziato e diretto dagli Usa e la ferocia degli squadroni della morte, guidati dal Maggiore Roberto D’Abuisson (mandante dell’assassinio di Romero) lo spinsero sempre più verso un’opera di mediazione prima e di presa di posizione netta poi contro gli eccidi e la repressione forsennata dei campesinos perpetrati in nome della “lotta al comunismo”. E non fu l’unico religioso a cadere sotto i colpi degli squadroni della morte: sei suore statunitensi, insieme al Rettore dell’Università, il gesuita Ignacio Ellacurria, furono brutalmente assassinati perché sospettati di “collaborazione con la guerriglia”.
E’ proprio sull’altare della Basilica di San Salvador che Romero viene ucciso da un cecchino agli ordini di D’Abuisson. Viene colpito durante l’omelia, mentre aveva appena finito di dire: “In nome di Dio, vi chiedo, vi scongiuro: cessi la repressione”. Poi il proiettile del sicario spense la sua voce. Accasciato al bordo dell’altare, divenuto il Golgota di El Salvador, morì compiendo fino all’ultimo respiro la sua missione di uomo di fede e di pace.
E’ forse la catena di responsabilità per la morte del Monsignore che fino ad ora ha frenato il Vaticano: dall’allora Presidente Napoleon Duarte (democristiano) fino ai fratelli D’Abuisson (squadroni della morte e successivamente partito ARENA, fino alla CIA e al Dipartimento di Stato USA della Presidenza Reagan) la lista di coloro che tramarono per assassinare Romero si compone di “amici e sostenitori fedeli” della linea politica di Woytila in quegli anni. Singolare, però, che i maggiori protagonisti del complotto per uccidere Romero siano morti tutti giovani, in preda a malattie devastanti.
Chi teme che Romero abbia trascinato la Chiesa nella politica delle fazioni e l’abbia collocata a sinistra esacerbando i conflitti politici del paese trascura alcuni argomenti. Omette ad esempio che stare accanto al popolo dei disperati è stato scritto prima nel Vangelo che nel Manifesto di Marx. Che Romero non ha imbracciato armi come altre figure della teologia della liberazione. Che dovremmo chiamare allora“comunisti” tutti quei preti che nel secondo conflitto mondiale accolsero nelle chiese i perseguitati del nazifascismo: ebrei, oppositori politici, semplici civili.
Se le scelte politiche sono fondamento ineludibile per valutare l’operato sacerdotale, diventa difficile allora non chiamare nazisti quanti in seno al Vaticano aiutarono sanguinari kapò a nascondersi in America Latina, come pure a quanta complice alleanza ha consentito ai regimi del Sudamerica degli anni settanta di perseguitare popolazioni intere con la benedizione della Chiesa locale e nella cecità di quella di Roma.
Sembra che la causa di beatificazione sia alle sue battute finali, ma in coerenza con l’esempio di vita pastorale la canonizzazione di Romero è già tutta compiuta dal basso. Romero è santo e martire perché, come indicato dal suo testamento spirituale, egli sarebbe risorto. Ed è risorto. Non nelle basiliche del Vaticano, dove gli fu impedito da Papa Giovanni Paolo II di essere anche solo ascoltato, ma nel popolo di El Salvador, che la memoria del suo pastore continua a tenerla viva nelle carni e nel cuore. 

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