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LA SINDACA DI LAMPEDUSA CONTRO QUELLO DI CAPALBIO: 'MI FA ARRABBIARE, COMPORTAMENTO OFFENSIVO VERSO ITALIANI CHE ACCOLGONO MIGRANTI'




«Tra muri e quote non rispettate, la gestione dei migranti in Europa va male. Ma come facciamo noi come Paese a chiedere aiuto all’Europa quando poi al nostro interno c’è chi scarica le responsabilità?», si chiede Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa dal 2012, definita dal Papa tra «i grandi dimenticati» per il suo impegno sui migranti. 

Ha sentito sindaco, a Capalbio sono addirittura partiti due esposti al Tar contro l’arrivo di 50 migranti…  
«E’ un comportamento offensivo per italiani come noi che prendiamo i migranti dal mare e diamo loro accoglienza, e demoralizzante per sindaci come me. Visto da qui è un no incomprensibile». 

La fa arrabbiare?  
«Mi procura un misto di imbarazzo e ilarità. E mi fa anche arrabbiare: Lampedusa, così piccola e lontana, accoglie 140 persone, e questo numero solo perché ieri l’altro ne sono partiti altri 140. Ed è niente rispetto a quel che abbiamo avuto». 

Voi li accogliete ma poi se ne vanno: nei comuni in cui vengono assegnati invece restano a lungo…  
«Ma per noi si tratta di un flusso continuo: in un anno circa ventimila persone passano di qui». 

A Lampedusa avete dovuto affrontare tragedie e naufragi. Continuano gli sbarchi?  
«Sì, ma la più parte dei migranti ora viene dirottata verso Sicilia e Sardegna. Qui abbiamo affrontato tragedie che mi viene persino difficile raccontare, e mi tocca sentire chi dal lettino blu della sua spiaggia vip fa la lezioncina? Dai miei colleghi mi aspetto collaborazione, solidarietà e responsabilità. Nel 2015 sono sbarcate circa 150 mila persone: se li si dividesse per gli ottomila comuni sarebbero circa 18 a comune, con grandi città e grandi centri in grado di sopportare anche numeri ben più alti». 

Come si sta oggi a Lampedusa?  
«Il turismo ormai da tempo ha superato la pesca come prima attività dell’isola, e quest’anno abbiamo avuto un aumento straordinario: più 30 per cento a giugno. Abbiamo saputo affrontare con coraggio e responsabilità l’emergenza e oggi la macchina del soccorso e della prima accoglienza cammina da sola». 

Come sta funzionando la gestione complessiva, nazionale, dei migranti?  
«Male, proprio perché c’è poca collaborazione dalle altre regioni: solo a Palermo ci sono più di mille minori. In Italia la gestione è molto verticale, affidata a ministero e prefetture, forse perché i comuni non hanno voluto essere protagonisti. Ma io credo che sia il momento per i sindaci, che sono i più vicini ai cittadini, di decidere – assumendosi le responsabilità che questo comporta». 

Il sindaco di Capalbio vede il rischio di una ghettizzazione dei migranti nel suo comune…  
«E’ un ghetto se vengono accolti nelle villette, e se invece vengono messi in periferia no? E’ un argomento irritante. Un sindaco progressista che voglia caratterizzare la sua azione affermando dei valori non dovrebbe dire solo no: deve anche fare la propria proposta. Altrimenti significa solo sottrarsi alle responsabilità». 

La protesta di Capalbio svela anche l’ipocrisia di una parte della sinistra?  
«L’ipocrisia e la debolezza di una cultura progressista che in questi anni non ha saputo contrastare il Salvini di turno né avere un’idea nuova su come gestire l’accoglienza. E che sia quel target intellettuale e sociale a lanciare questo tipo di messaggio è disarmante». 

Lampedusa: il documentario indipendente che tutti dovrebbero vedere


Un breve documentario sul centro d’accoglienza di Lampedusa, dove ogni anno transitano decine di migliaia di richiedenti asilo.  realizzato dal Canale Youtube “Libera Espressione – l’informazione libera a Lampedusa”.





La piccola e bellissima isola di Lampedusa è stata più volte teatro di scontri, proteste e persino rivolte. Momenti di tensione. Ecco le voci della cittadinanza, ma anche quella dei migranti.

La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per il trattamento di 3 migranti tunisini

Condannata l’Italia per il trattamento di 3 immigrati tunisini

http://www.west-info.eu/it/condannata-litalia-per-il-trattamento-di-3-immigrati-tunisini/

I fatti risalgono al 2011 e lo scenario è quello di una Lampedusa in piena “crisi umanitaria” a causa delle conseguenze della Primavera Araba. In mare vengono soccorsi tre cittadini tunisini, poi ospitati nel centro di prima accoglienza dell’isola e in seguito, dopo essere stati trasferiti a bordo di una nave attraccata nel porto di Palermo, rimpatriati.




 Ora la Corte di Strasburgo condanna l’Italia per violazione dei diritti umani a causa del trattamento riservato ai tre uomini. Costretto da Strasburgo a pagare un risarcimento di € 30mila, il nostro Paese, si legge nella sentenza, non ha mai comunicato le ragioni della loro detenzione. Inoltre, le condizioni di fermo – grazie alle testimonianze dei migranti – sono state definite “profondamente degradanti della dignità umana”. I tunisini, poi, non hanno potuto fare ricorso davanti a un tribunale italiano. A tutto questo si aggiunge, infine, il fatto che l’Italia li ha rimpatriati senza aver prima indagato la situazione specifica di ognuno di loro.

Profughi, Berlusconi li vuole accogliere nella sua villa a Lampedusa:"non mi costa sacrifici . E' una buona idea"



Silvio Berlusconi scatenato in campagna elettorale. Dopo il suo intervento da Fazio che ha catturato tre milioni di spettatori, il leader di Forza Italia, in un'intervista a Radio Capital si dice disponibile ad ospitare alcuni profughi in arrivo sulle coste italiane. "Qualche casa ce l'ho, non mi costa sacrifici . E' una buona idea. Aiuto tanta gente e non da oggi. E' una provocazione che mi ponete, la prendo come una cosa buona. La villa di Lampedusa è disabitata, potrebbe essere una buona idea".  Berlusconi ha poi parlato del Milan: "Non ho mai pensato di venderlo, ma solo di cercare qualcuno che mi aiutasse nello sforzo finanziario, sto cercando qualcuno pronto ad aiutarmi, non ho mai pensato di vendere". 
Amico o nemico - Berlusconi nella stessa intervista parla anche di Matteo Salvini "È un provocatore, ma con lui ho un buon rapporto, è un tifoso del Milan". Poi lancia un messaggio al leader del Carroccio: "Nel centrodestra c’è spazio per tutti, ma bisognerà mettere da parte le proprie ambizioni". 

Le Cooperative rosse fanno cassa sui migranti

Di Antonio Mazzeo


Il consorzio Sisifo controlla la struttura lager di Lampedusa e fornisce servizi socio assistenziali in tutta la Sicilia. Un monopolista nel settore con qualche guaio giudiziario.

Mineo ma non solo. Quella del mega centro d’accoglienza per richiedenti asilo in provincia di Catania non è certo l’unica fatica di Sisifo nel lucroso campo dell’“emergenza” migranti. Il consorzio, costituito da 25 cooperative sociali siciliane aderenti a LegaCoop, ha infatti dato origine aLampedusaAccoglienza, la società a responsabilità limitata che dal giugno 2007 gestisce il Centro di soccorso e prima accoglienza (CSPA) di contrada Imbriacola, a Lampedusa. Si tratta della struttura-lager dove vengono stipati in condizioni semidetentive i migranti in fuga dalle guerre e dalle crisi socio-economiche che imperversano nel continente africano. Quindici chilometri più distante sorge l’ex base militare USA “Loran”, convertita in albergo-prigione per oltre duecento adolescenti, anch’esso gestito dal personale della Srl in mano a Sisifo.

Dall’agosto 2010 anche il CSPA di Cagliari-Elmas, un centro ricavato all’interno della zona militare dello scalo aeroportuale, è finito sotto il controllo del consorzio siciliano. Sempre in ambito emergenza immigrati Spa, Sisifo coordina  il progetto di accoglienza di una decina di profughi nella ex caserma dei carabinieri di Castroreale (Me) e, grazie all’aderente cooperativa Azione Sociale, la Casa del Mudar di Barcellona Pozzo di Gotto dove sono ospitati alcuni minori di origine tunisina.

Il potente consorzio “rosso” può contare su fatturati multimilionari grazie all’offerta, fatta alla Regione Sicilia e agli enti locali, di un ampio ventaglio di interventi sanitari e socio-assistenziali a favore di diversamente abili, minori, anziani, tossicodipendenti e malati terminali. Un radicamento sul territorio che consente di mobilitare, all’occorrenza, clientele e pacchetti di voti a favore di politici di centro destra e centro sinistra. Uno di essi, Nunzio Parrinello, eletto alla Provincia di Catania nelle file degli “autonomisti” del governatore Lombardo, è finito nelle maglie della recentissima inchiesta giudiziaria sulla mala gestione dei servizi sociali nella Sicilia orientale, insieme a una settantina tra amministratori, funzionari e operatori del privato assistenziale. Secondo l’accusa ci sarebbero stati una serie di appalti truccati nella gestione di alcuni servizi, a favore dei soggetti più svantaggiati. Gli affidamenti avvenivano sempre per trattativa privata e con sovrafatturazioni che consentivano ampi margini di “guadagno” a sodali e intermediari. Tra i “servizi” sotto indagine, quello di telesoccorso affidato dal distretto sociosanitario alla cooperativa “Luigi Sturzo onlus” di Catania, socia Sisifo, presieduta da Parrinello.

Tra gli indagati del maxi scandalo compare pure il rappresentante legale della cooperativa Città del Sole di Catania, Antonino Novello, membro del Cda del Consorzio Sisifo e dirigente regionale LegaCoop. Consigliere regionale dell’Unione italiana ciechi, Novello è stato un fedele sostenitore delle campagne di tesseramento del Psi (area Salvo Andò, ex ministro della Difesa). Nonostante lo scivolone giudiziario è stato nominato coordinatore del progetto Ue-Città del Sole per la formazione e l’inserimento lavorativo dei detenuti delle direzioni penitenziarie di Catania e Giarre.

Guai in vista pure per il vicepresidente di Sisifo e odierno amministratore delegato di LampedusaAccoglienza, Cono Galipò. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Patti ne ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di truffa aggravata e continuata per la gestione del centro per richiedenti asilo di Sant’Angelo di Brolo (Me), attivo dal settembre 2008 al maggio 2010. Secondo gli inquirenti, Galipò avrebbe trattenuto gli ospiti nel centro dopo il rilascio dei permessi di soggiorno, procurando al consorzio Sisifo un “illecito profitto” stimato in 468.280 euro + Iva. L’udienza preliminare è fissata per il prossimo 18 ottobre.


Articolo pubblicato in Left – Avvenimenti, n. 36 del 16 settembre 2011


Da Antonio Mazzeo blog

Fortress Europe: profughi del terrore, ora cosa sarà di loro?


profughi arrivati in Italia dalla Libia sono già una massa di 23.000 persone, per lo più non libici ma intrappolati dalla guerra o addirittura “deportati” dal regime di Gheddafi come ritorsione dopo l’attacco della Nato. Stivati nei centri di accoglienza, non hanno nessuna possibilità di uscire dalla clandestinità, né di essere rimpatriati a spese dell’Italia, perché sono troppi. Che fine faranno? E cosa accadrà, ora, con il crollo di Tripoli e il caos che potrebbe regnare in un paese svuotato, pieno di civili terrorizzati e miliziani armati fino ai denti? Domande che Gabriele Del Grande, giornalista indipendente e creatore di “Fortress Europe”, monitor-web della “tratta degli schiavi” nel Mediterraneo, si pone ormai da anni, seguendo da vicino le rotte della disperazione che portano, via mare, all’Europa.
«Il 2008 fu l’anno record degli sbarchi dalla Libia», ricorda Del Grande il 16 agosto. «A Lampedusa arrivarono 30.000 persone in dodici mesi». Poi fu la profughi africanivolta dei “respingimenti” nel 2009 e degli “sbarchi zero” l’anno successivo. Breve pausa, perché con l’esplosione della guerra in Libia le traversate sono riprese con la stessa intensità di prima, ma con la differenza che stavolta nei centri di accoglienza la tensione è alle stelle: «Maroni ha deciso che i profughisaranno espulsi. E da Bari a Crotone, da Trapani a Mineo, abbiamo assistito a proteste, rivolte, scontri e arresti». Fino a tre anni fa, l’emigrazione via mare era soprattutto un business, gestito da trafficanti d’uomini con la complicità della polizia. Ma il regime di Tripoli la incoraggiava, come strumento di pressione politica.
«Fino al 2008 arrivavano a Lampedusa soprattutto rifugiati politici eritrei e somali, che alle spalle si lasciavano guerre e dittature del Corno d’Africa», scrive “Fortress Europe”. «Viaggiavano insieme ad avventurieri nigeriani e maliani, camerunesi e ivoriani, egiziani e tunisini, che in Italia venivano a cercare fortuna e lavoro». Il business  delle traversate, dai 1.000 ai 2.000 euro a passeggero, era affidato a contrabbandieri libici, che con l’aiuto di intermediari di ogni nazionalità e con la connivenza della polizia locale corrotta, si garantivano un giro d’affari stimabile tra i 50 e i 100 milioni di euro l’anno, scrive Del Grande. «Ma non erano soltanto funzionari di polizia a chiudere un occhio. Era tutto il regime, Gheddafi in testa, a incoraggiare le partenze per alzare la posta in gioco sul tavolo del negoziato con l’Italia e Lampedusacon l’Unione europea, così ossessionate dalla questione sbarchi».
La svolta nel 2009, con il famigerato “trattato di amicizia italo-libico” che chiude di fatto la frontiera mediterranea, scoraggiando le partenze con «arresti mirati e ordini speciali impartiti a funzionari e capimafia». Gheddafi, scrive Del Grande, aveva ottenuto quello che voleva: un risarcimento per i crimini di guerra commessi dalle truppe italiane durante il colonialismo. «Un risultato che gli dava consenso interno e prestigio internazionale tra i leader delle ex colonie, per avere ottenuto ciò che nessun altro fino ad oggi è mai riuscito a ottenere. Una condanna formale e un versamento riparatorio. Per quanto simbolico: sì, perché 5 miliardi di dollari, da pagare in vent’anni, rappresentano una cifra irrisoria rispetto al giro d’affari tra Italia eLibia per l’estrazione di petrolio e gas naturali, la ricostruzione, e gli investimenti libici in banche e grandi imprese italiane».
Dunque, sbarchi azzerati nel 2010: ma poi è arrivata la guerra. «Il grande esodo è iniziato sin dai primi giorni», con la sanguinosa rivolta di Bengasi: gli africani, spaventati dal rischio di essere scambiati per mercenari, furono i primi a partire, «seguiti a ruota da tunisini ed egiziani, che rappresentano le più importanti comunità di stranieri nel paese». A seguire, «lavoratori di tutto il mondo, compresi migliaia di cinesi, pakistani e bangladeshi». L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni da allora monitora le frontiere terrestri libiche e ha calcolato che oltre 650.000 persone hanno lasciato il paese via terra, raggiungendo l’Egitto, il Sudan, il Ciad, il Niger, l’Algeria e la Tunisia. Dato parziale, che non tiene conto dei voli – quando il Berlusconi e Gheddafitraffico aereo funzionava ancora – e delle rotte dei clandestini.
A marzo i primi sbarchi, dopo la dura repressione del regime contro la popolazione che si era sollevata a Tripoli a febbraio. «Le condizioni sul terreno erano troppo difficili perché i contrabbandieri che fino a tre anni prima gestivano gli imbarchi potessero rimettersi al lavoro», dice Del Grande, ma poi è stato direttamente il Colonnello a ordinare che iniziassero «le deportazioni» in Italia, come ritorsione contro i bombardamenti Nato. «All’inizio il regime forniva soltanto un appoggio logistico», racconta “Fortress Europe”: gli espulsi venivano imbarcati su pescherecci nei porti di Tripoli, Janzur e Zuwara. «I prezzi della traversata erano in stagione di saldi: al massimo 500 euro a persona». E alle operazioni di carico «assistevano direttamente i militari di Gheddafi, coadiuvati dagli stessi intermediari appositamente rilasciati dal carcere».
I primi a partire, un migliaio di eritrei e somali. Poi tutti gli altri, lavoratori professionisti: carpentieri, gessisti, imbianchini, saldatori, tornitori, meccanici, elettricisti. «In una parola, la classe operaia della Libia del boom economico del post-embargo. Gente che all’Europa non aveva mai pensato, ma che sotto le bombe ha preso l’unica decisione sensata: andarsene prima che fosse troppo tardi», temendo il bagno di sangue al momento dell’ingresso dei “ribelli” nella capitale. Poi però le partenze per Lampedusa sono rallentate: «Di gente disposta a partire non ce n’era più, fondamentalmente perché Tripoli e la Libia tutta si erano svuotate». Per un periodo hanno continuato a partire quelli dei campi profughi in Tunisia, che dopo aver capito che l’Europa non avrebbe aperto alcun corridoio immigrata all'arrivo in Italiaumanitario per evacuarli, sono rientrati in Libia a proprio rischio e pericolo. «Allora il regime è corso ai ripari, e sono iniziate le partenze forzate».
“Fortess Europe” cita testimonianze raccolte sul campo: retate delle milizie di Gheddafi strada per strada, casa per casa, nei quartieri neri di Tripoli e delle poche altre città ancora controllate dal regime. «Caricati sui camion-container verso i porti e da lì costretti a imbarcarsi». Viaggio gratuito, “offerto” dal regime. Ma all’arrivo in Italia, nessun riconoscimento umanitario, nonostante la fuga – volontaria o coatta – da una guerra. «Ai tempi degli sbarchi nel 2008 – ricorda Gabriele Del Grande – tre persone su quattro chiedevano asilo politico e la metà otteneva una qualche forma di protezione internazionale. Oggi invece Maroni ha annunciato un cambio di strategia: i profughi della guerralibica saranno espulsi».
Con l’eccezione di somali ed eritrei, non espellibili per la situazione critica dei loro paesi (la Somalia in guerra civile da vent’anni, l’Eritrea sotto la morsa del regime totalitario di Afewerki, sostenuto dall’Italia), tutti gli altri stanno perlopiù ricevendo il diniego delle loro richieste d’asilo. «Il teorema è semplice», aggiunge Del Grande: i 23.000 profughi della guerra in Libia arrivati in Italia non sono libici, a parte un centinaio di persone, e dunque possono tornare nel loro paese. «Dal momento però che l’Italia non ha i mezzi, né economici né logistici, per rimpatriare un così grande numero di Gabriele Del Grandepersone in un così breve lasso di tempo, oltretutto senza la collaborazione delle ambasciate dei loro paesi, l’unica conseguenza di queste scelte sarà ancora una volta la produzione di clandestinità».
La “fabbrica” lavora a pieno regime: ogni giorno, se non fa ricorso, chi riceve il diniego si trasforma in un “clandestino”, costretto a vivere i prossimi anni senza poter lavorare, né affittare una casa, e senza neppure i mezzi per rientrare nel proprio paese. «Tempo qualche anno e li troveremo in mezzo alla strada, nei palazzi occupati delle nostre città, alle file delle mense della Caritas e nelle gabbie dei centri di identificazione e espulsione. Lavoratori professionisti, gente responsabile di se stessa e della propria famiglia, trasformati in soggetti emarginati, assistiti e braccati dalle forze dell’ordine». E pensare che solo quattro mesi fa, ad aprile, il governo aveva concesso un permesso umanitario semestrale a più di 14.000 tunisini. E ora cosa accadrà, una volta “liberata” Tripoli?

Da Libre

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