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LIBERSTAD: la comunità norvegese che vuole diventare una 'privatopia'

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Di JOE JARVIS*
La Scandinavia è spesso associata con il socialismo nelle menti confuse degli americani. Nonostante questo, è in Norvegia il nuovo esperimento nel mondo di una città completamente privata.
Gli abitanti di Liberstad mirano a fornire tutti i servizi, dalle strade ai vigili del fuoco, attraverso il settore privato. Liberstad si pubblicizza come «un piccolo pezzo di libertà». I fondatori della città hanno lo scopo di acquistare qualche centinaio di acri di terreni agricoli nel sud della Norvegia per stabilire una enclave di libero mercato.
Il loro piano
Il progetto è stato avviato da John Holmesland e Sondre Bjellas. Hanno formato la Liberstad Drift Association che sarà responsabile per lo sviluppo iniziale e la gestione della proprietà. Il loro piano è quello di costruire una vivace comunità con tutti i comfort di un mondo moderno con solo leggi e tasse minime. Liberstad non avrà alcun consiglio comunale o governo…..

"Stati Virtuali": la Panarchia e il panarchismo nella società contemporanea

Di Raffaele Alberto Ventura
 La panarchia sta per tornare di moda: e dire che non lo è mai stata. Le prestigiose edizioni universitarie Routledge hanno da poco pubblicato l’antologia Panarchy. Political Theories of Non-Territorial States che segna di fatto il debutto in società di una dottrina che ha molti padri.
Il primo è Paul Émile de Puydt, un botanico belga che nel 1860 pubblica sulla Revue Trimestrielle di Bruxelles un articolo intitolato appunto “Panarchia“. L’autore, “appassionato di economia politica”, vi presenta la sua curiosa “invenzione” ovvero un ambizioso progetto di riforma sociale che, per sua sfortuna, cadrà direttamente nel dimenticatoio. E ci sarebbe rimasto per sempre se negli anni 50 l’attivista libertario tedesco John Zube non avesse scoperto, tradotto e archiviato il testo, per poi smarrire l’originale nel suo esodo verso l’Australia dove tuttora vive.
De Puydt, Orchidea (1880).
E questo ci porta al secondo padre. Senza nulla conoscere del precedente, Gian Piero de Bellis ha semplicemente reinventato la parola alla fine del suo saggio Poliarchia: un paradigma pubblicato in rete nel 2000. Pochi mesi dopo il vecchio John Zube lo contatta e gli rivela l’esistenza del testo di de Puydt, cosicché de Bellis comincia a indagare la storia del concetto. Dopo lunghe ricerche, riesce a ritrovare un esemplare dell’articolo originale alla Bibliothèque Royale de Belgique e fonda il sito panarchy.org, che raccoglie suoi testi inediti e altro materiale. Così inizia la costruzione retrospettiva di una nuova tradizione intellettuale a metà strada tra anarchismo elibertarianismo, nella quale convergono autori tra loro inconciliabili come il liberale Gustave de Molinari e l’anarchico Max Nettlau. A nutrire la riflessione intervengono anche nomi molto diversi come Marx e Rothbard, Hilferding e von Mises, Marcuse e Stirner, Schumpeter e Illich. Questo spudorato eclettismo è la chiave di tutto, perché secondo de Bellis sarebbero le vecchie categorie politiche a tenerci prigionieri di alternative sterili.
Di panarchia continua a non parlare praticamente nessuno, ma le idee sono nell’aria. Tutto sta nel riuscire ad agglutinarle attorno a quella parola. Rilevando delle affinità nella riflessione di uno studioso dell’università di Harvard, Aviezer Tucker, de Bellis lo contatta e lo istruisce sulla panarchia. Anche in questo caso, il concetto sembra riempire un vuoto e fa scattare qualcosa. È lui il terzo padre che cercavamo: nel corso delle sue ricerche sugli “stati non-territoriali” e sull’ideologia della Silicon Valley, Tucker finisce per fare della panarchia la chiave di volta di una teoria metapolitica che formula in due articoli del 2010. Il titolo del secondo è emblematico: “Sovereignty without Territory, Emigration without Movement: The Panarchist Solution”.
Sovranità senza territorio
È in questo articolo che Tucker avverte: “È possibile svincolare la sovranità dalla territorialità ovvero immaginare stati non-territoriali”. Ovvero stati virtuali. Così facendo, sostiene lo studioso con allegro ottimismo, “i fenomeni migratori cesserebbero di essere un problema politico”. Ma in fin dei conti non è che abbiamo davvero una scelta: secondo Tucker “sono le stesse trasformazioni tecnologiche ed economiche associate alla globalizzazione che di fatto stanno avvicinando la situazione mondiale a uno stato di panarchia”.
L’antologia uscita per Routledge, curata proprio da Tucker e de Bellis, si prefigge l’obiettivo di indagare l’attualità del concetto di panarchia a fronte dell’emergenza di fenomeni disparati: il risveglio dei nazionalismi, la coesistenza di culture negli spazi urbani, lo sviluppo del cloudcomputing, dei social network e delle cripto-valute come Bitcoin, ma anche la nascita delle cosiddette “micronazioni“. Fenomeni per i quali le categorie politico-giuridiche tradizionali si mostrano inadeguate e per i quali la trasformazione della politica in una “cloud” pare una conseguenza plausibile.
Panarchy, Political theories of Non-Territorial States, Routledge 2015.
Ma che cos’è, dunque, la panarchia? Ci sono tante idee di panarchia quanti sono i suoi padri, quindi cominciamo dal primo. Per molti aspetti Paul Émile de Puydt, peraltro notevolissimo acquarellista di orchidee, non è altro che un liberale classico, molto classico. Un seguace di Adam Smith insomma. Ma basta valicare lo scoglio dei suoi peana di circostanza in onore del Laissez-faire per arrivare al cuore della sua originale proposta politica. L’idea è semplice: poiché gli uomini non riescono a mettersi d’accordo su una forma di governo che convenga a tutti, de Puydt propone che ogni uomo scelga per sé il regime che preferisce: “Radunatevi in assemblea, redigete il vostro programma, formulate il vostro bilancio, aprite delle liste di adesione, contatevi, e se voi siete in numero sufficiente per sopportarne i costi, fondate la vostra repubblica”.
Al che logicamente scatta la domanda retorica: “Dove questo? Nelle Pampas?”. De Puydt risponde: “Non proprio, ma qui, dove voi siete, senza alcuno spostamento.” E in pratica come si fa? Semplice, dice lui: “Apriamo, in ogni comune, un nuovo ufficio, l’ufficio dello stato politico. Questo ufficio fa pervenire, ad ogni cittadino maggiorenne, un formulario da riempire, come quello per le imposte o per la tassa sui cani. “Domanda: qual è la forma di governo che voi desiderate?” Voi rispondete in tutta libertà: monarchia, o democrazia, o altro”.
Di panarchia continua a non parlare praticamente nessuno, ma le idee sono nell’aria.
Così formulato il sistema è ingenuo; né risulta immediatamente chiara la sua utilità. Ma l’idea di fondo è suggestiva perché scuote alle fondamenta uno dei capisaldi dello Stato moderno: l’associazione necessaria tra un territorio e un ordinamento giuridico. E se fosse invece possibile immaginare una sovrapposizione di ordinamenti svincolati da ogni organo territoriale? Ammettiamo pure che non sia possibile: al punto cui siamo arrivati, sarebbe comunquenecessario.
I panarchici e la società multiculturaleLa panarchia, secondo Aviezer Tucker, sarebbe la risposta alla crisi del cosiddetto Stato westfaliano. Nel 1648 la Pace di Westfalia aveva chiuso la stagione delle guerre di religione europee ratificando un principio formulato un secolo prima ad Augusta ed espresso nellamassima Cuius regio, eius religio. Vale a dire: alla popolazione stanziata entro ogni territorio corrisponde un sistema di regole da rispettare, protestante oppure cattolico secondo la confessione del sovrano. E a ogni sovrano, inoltre, è dovuto il riconoscimento da parte degli altri sovrani, che devono guardarsi dall’interferire nei reciproci affari.
La frammentazione del Sacro Romano Impero nel 1648.
In Westfalia si era posto il fondamento del moderno Stato-nazione, caratterizzato dalla piena sovranità sulla popolazione che si trova sul territorio controllato. Ma questo presupponeva una certa uniformità dei governati. Così per formare dei cittadini “adatti” alla convivenza, nel corso dell’Ottocento molti Stati europei iniziarono a investire in politiche d’istruzione (pubblica e obbligatoria) dei giovani e di assimilazione (forzata) delle minoranze. Ma ora che il fallimento dei modelli d’integrazione è sotto gli occhi di tutti, chi può ancora credere nell’efficacia di queste politiche? L’articolazione tra regio e religio si è definitivamente spezzata, e sul medesimo territorio coesistono ormai, talvolta con qualche difficoltà, gruppi culturalmente molto diversi che comprensibilmente reclamano di essere riconosciuti.
Se il XX secolo ha segnato la crisi dell’idea westfaliana di Stato –  generalizzando una condizione di “sovranità limitata” determinata da rapporti di forza geopolitici – il XXI sembra annunciare il suo definitivo tracollo. È la “società liquida” di cui parla Zygmunt Bauman e lo “stato di crisi” che dà il titolo al suo recente libro scritto con il sociologo Carlo Bordoni. Un multiculturalismo ipocrita e incapace di darsi un sistema di norme fondamentali. Nelle parole di Bauman: “Un sistema che riconosce la legittimità di culture diverse dalla nostra, ma ignora o rifiuta quanto vi è di sacro e non negoziabile in tali culture. Questa mancanza di autentico rispetto risulta profondamente umiliante”.
È per questo che, secondo i “panarchici”, la riflessione sulla coesistenza tra ordinamenti giuridici diventa urgente. Le differenti culture evidentemente continuano a esistere ma non ci sono più frontiere capaci di separarle. La società umana si dirige verso il suo massimo grado di entropia. Se teniamo alla pace civile dobbiamo dotarci degli strumenti metapolitici adatti a regolare l’inedita articolazione tra territorio e popolazione che caratterizza il nostro secolo. Ed ecco la soluzione: la panarchia, appunto.
Proprio come ha avuto un inizio, lo Stato westfaliano può anche avere una fine. Con la panarchia, il principio del Cuius regio, eius religio verrebbe contemporaneamente superato e pienamente realizzato: superato nella sua dimensione rigidamente spaziale, ma realizzato nella sua sostanza.
Se teniamo alla pace civile dobbiamo dotarci degli strumenti metapolitici adatti a regolare l’inedita articolazione tra territorio e popolazione che caratterizza il nostro secolo. Ed ecco la soluzione: la panarchia, appunto.
La fine dell’assolutismo giuridicoDe Puydt già notava che per fare coesistere diversi ordinamenti è necessario accordarsi su un set di meta-regole condivise. Ma perché queste regole comuni siano ritenute legittime e rispettate, è anche necessario che non entrino in conflitto con i valori “sacri e non negoziabili” di cui parla Bauman. Per limitare questo conflitto tra visioni del mondo divergenti, l’ideale panarchico prevede che le meta-regole valide per i differenti gruppi sociali siano in numero limitato e minimamente intrusive; in aperta controtendenza con la propensione dei moderni Stati di diritto a imporre all’intera società una singola idea di bene, di emancipazione e di progresso per mezzo di un colossale sistema di leggi che in gran parte dei casi non verranno nemmeno applicate. “Gli uni opprimono in nome del diritto” scriveva de Puydt, echeggiando Marx che vedeva nell’ordinamento giuridico uno strumento nelle mani di una singola classe sociale.
Schemi enigmatici.
La panarchia potrebbe sembrare una teoria dello Stato “minimo”; ma contrariamente al liberalismo non si tratta di un modello individualista, poiché le ulteriori funzioni politiche necessarie alla vita civile sono delegate a corpi intermedi. Così ogni gruppo potrebbe in realtà scegliersi lo Stato che vuole, minimo o massimo che sia, reazionario oppure libertario. La panarchia è anche una teoria della tolleranza radicale; ma questo non implica necessariamente uno Stato “molle”, bensì eventualmente uno stato tanto più forte quanto si limita a fare un numero limitato di cose che è effettivamente in grado di fare, piuttosto di pronunciare un numero esuberante di promesse che non può mantenere.
La società civile non sarebbe più un sistema eliocentrico composto da individui isolati che gravitano attorno allo Stato, ma una galassia strutturata da “zone temporaneamente autonome” (come direbbe Hakim Bey) in continua trasformazione, interazione e sovrapposizione. Non si tratterebbe in alcun modo di “ghettizzare” le diverse culture, poiché l’articolazione degli ordinamenti non seguirebbe un criterio topografico.
Se lasciamo da parte le scenette di De Puydt all’ufficio del comune, l’idea panarchica non è in sé utopistica. Diversi sistemi di norme positive in qualche modo già coesistono: ad esempio sullo stesso territorio il regolamento dei mezzi pubblici coesiste con il codice di giustizia sportiva che coesiste con il diritto canonico, eccetera. Questa articolazione ha persino un nome: pluralismo giuridico. L’idea non è nemmeno nuova poiché se crediamo al giurista Paolo Grossi un sistema simile era caratteristico dell’ordine giuridico medievale, dal titolo del suo libro del 1995: il diritto all’epoca non era prodotto da una singola entità ma da un insieme disomogeneo di soggetti. Era perciò un diritto vivo, flessibile, plurale, che aderiva ai fatti, contrariamente al nostro che impone un solo modello sociale e alla fine serve più che altro a dare lavoro a poliziotti e avvocati.
Secondo Grossi la storia successiva al Medioevo, dalla pace di Westfalia alla presa della Bastiglia, è stata invece la storia di come lo Stato si è progressivamente arrogato questo monopolio imponendo un vero e proprio assolutismo giuridico. Paolo Grossi, oggi membro della Corte Costituzionale, è senza dubbio un panarchico che non sa di esserlo; uno dei tanti autori che, con poca forzatura, si possono far salire sul carro della panarchia – assieme ai tanti e disparati che Gian Piero de Bellis ha già convocato in questa strana avventura.
TITOLO ORIGINALE:"Stati Virtuali"

L'Anarco-Cristianesimo, il libertarismo e il pensiero di Tolstoj




Di Gugliemo Piombini

Per quanto la civiltà greca e romana avessero accolto concezioni filosofiche proto-liberali, concretizzatesi in istituzioni giuridiche rispettose dei diritti della persona, non si può negare che fu il cristianesimo a introdurre, rispetto alle religioni precedenti, una fede di carattere fortemente individualistico. L'enfasi sulla salvezza individuale, l'uguaglianza di tutti gli uomini e la condanna della violenza rappresentano altrettanti elementi a favore del riconoscimento dei diritti naturali dell'individuo in un universo in larga parte permeato da quegli opposti valori pagani, eroici e guerrieri, così rimpianti da Nietzsche. 
Sappiamo in realtà che il cristianesimo fu, a differenza della dottrina libertaria fondata sui diritti naturali, un messaggio essenzialmente apolitico, mirante ad indicare non tanto ciò che l'autorità può o non può fare, quanto una filosofia di vita cui il buon cristiano su deve uniformare nei suoi comportamenti quotidiani. È certo, comunque, che la morale predicata da Gesù Cristo non può accettare come legittima, in nessun caso, l'aggressione contro la persona o i beni altrui. 
Il rifiuto dell'uso della forza e il richiamo al pacifismo sono nelle parole di Cristo così radicali, che non solo viene condannato l'atto che dà inizio alla violenza, ma viene anche sconsigliato l'uso della forza come risposta ad una precedente aggressione, secondo il famoso precetto di "porgere l'altra guancia".
Qualsiasi forma di coercizione dell'uomo sull'uomo è quindi in contrasto con l'insegnamento evangelico, e anche l'aiuto ai più bisognosi, così enfatizzato dai cristiani, soggiace a questa regola, perché mai il Messia ha auspicato forme di assistenza che, invece di sgorgare dallo spontaneo sentimento di carità delle persone, si fondassero sull'uso della forza legale o extralegale: come la redistribuzione della ricchezza o la messa in comunione obbligatoria dei beni. Per questa ragione l'esistenza delle imposte, e quindi dello Stato stesso, molto difficilmente sembra accordarsi con la novella cristiana. Le imposte, infatti, violano in pieno il divieto di aggressione perché si fondano sulla minaccia di usare la violenza fisica contro i contribuenti, individui pacifici e per nulla aggressivi. Nel vangelo secondo Matteo (17,24 ss.) compare un'interessante discussione tra Gesù e Simon-Pietro sulle tasse: arrivati a Cafarnao Gesù e i suoi discepoli vengono fermati dagli esattori, che chiedono loro l'imposta speciale dovuta da tutti gli israeliti adulti come contributo per la ricostruzione del tempio. Simone chiede a Gesù se è giusto soggiacere al pagamento della tassa. Gesù risponde: "I re della terra da chi esigono i tributi e le tasse? Dai loro sudditi o dagli stranieri sottomessi? "Dagli stranieri", risponde Simone. "Allora noi che siamo sudditi - replica - Gesù non dovremmo pagare per questo tributo". Successivamente, però, Gesù per evitare altre noie decide di pagare, con una specie di miracolo, estraendo una moneta dalla bocca di un pesce appena pescato. Gesù avrebbe preferito evitare di sottostare all'estorsione, e ha escogitato lo strano pagamento solo per poter continuare la propria predicazione senza incidenti. L'episodio dimostra chiaramente che per Gesù le tasse non hanno alcuna giustificazione morale, e si pagano solo perché il conquistatore ha la forza di imporle al vinto.
Di tutti i pensatori, il grande Lev Tolstoj è stato quello che con maggior vigore ha messo in luce l'essenza radicalmente antistatalista insita nella dottrina cristiana: "La dottrina della rassegnazione, del perdono e dell'amore", scriveva nella sua opera "Il Regno di Dio è in voi, non può conciliarsi con lo Stato, con il suo dispotismo, con la sua violenza, con la sua giustizia crudele e con le sue guerre". Anzi, "la promessa di soggezione a qualsivoglia governo è la negazione assoluta del cristianesimo, perchè promettere anticipatamente di essere sottomessi alle leggi emanate dagli uomini, significa tradire il cristianesimo, il quale non riconosce, per tutte le occasioni della vita, che la sola legge divina dell'amore".


(Tratto dal V numero di Enclave, rivista libertaria, edita da Leonardo Facco Editore )

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.liberanimus.org/art.cristiano.anarco.htm

VISTO SU http://sensodellapolitica.blogspot.it/2012/03/idee-sull-anarcocristianiesimo.html

http://centrodestra.forumattivo.com/t13-il-vero-cristiano-e-anarco-capitalista

FOTO:http://epl.org.br

Liberalismo, liberismo e libertarismo: le differenze tra queste ideologie spesso confuse tra di loro

Liberalismo, liberismo e libertarismo
Di Giovanni Caccavello
Ma che confusione! – Ascoltando giornalisti, analisti e politici, nessuno di voi sarà mai stato in grado di capire in modo chiaro la differenza tra liberalismoliberismo e libertarismo. Molto spesso, anche su internet, se si cerca in modo approssimativo, si tende a trovare definizioni poco corrette che portano il lettore a essere ancora più confuso. In questo breve articolo cercheremo di chiarire, attraverso l’aiuto dell’Enciclopedia Treccani e dell’Accademia della Crusca, nel modo più semplice ed efficacie le diverse sfumature di questi termini.
Liberalismo – Definiamo innanzitutto il termine Liberalismo. Secondo l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, il Liberalismo, è un movimento di pensiero e di azione politica che riconosce all’individuo un valore autonomo e tende a limitare l’azione statale in base a una costante distinzione di pubblico e di privato. Il limite posto al potere dello stato è però principalmente etico epolitico. Da un punto di vista storico-filosofico il concetto di Liberalismo viene associato, infatti, ai figure cardine delGiusnaturalismo, nonché importantissimi filosofi del XVII e XVIII secolo, come John Locke e Charles-Louis de Secondat(meglio conosciuto come il Barone di Montesquieu) e ad eventi storici di importanza epocale come la Rivoluzione Americana (1776) e la Rivoluzione Francese (1789). Il concetto di Liberalismo potrebbe quindi essere riassunto in modo molto pragmatico dal motto liberale per eccellenza, coniato in Francia dal politico, medico e giornalista Jean-Paul Marat nel 1774: “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”.
Liberalismo, liberismo e libertarismoLiberismo – Passiamo ora al termine Liberismo. Viene utilizzato dai custodi della lingua Italiana per spiegare un sistema economico imperniato sulla libertà del mercato, in cui lo Stato si limita a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere soltanto ai bisogni della collettività che non possono essere soddisfatti per iniziativa dei singoli. Il Termine Liberismo include anche la libertà del commercio internazionale ed invoca il libero scambio, contrapponendosi così al concetto di protezionismo. Questi concetti hanno poi portato nel corso del secondo Novecento molti politici ed economisti liberisti a criticare il socialismo e ad insistere sulla deregolamentazione e sulla liberalizzazione del mercato e sulle privatizzazioni. Padre del liberismo è senza ombra di dubbio uno degli economisti più importanti di sempre: Adam Smith. Smith dedusse la necessità della libertà di produzione e di scambi interni e internazionali dalla constatazione dei vantaggi economici derivanti dalla divisione del lavoro, e insieme dalla convinzione che l’individuo, lasciato libero, sia in grado di scegliere la via che assicuri a lui e quindi alla collettività il massimo beneficio. Continuatori di questa tradizione economica furono David Ricardo e John Stuart Mills. Colui che crede nel Liberismo è detto liberista. Secondo il filosofoBenedetto Croce, la differenza tra un liberale ed un liberista, seppur quasi impercettibile ai più è profonda: “Il liberismo è un concetto inferiore e subordinato a quello di liberalismo. E in Italia si può essere liberali senza essere liberisti”.
Libertarismo – Per finire, diamo uno sguardo anche il concetto di libertarismo. Secondo l’Accademia della Crusca e l’Enciclopedia Treccani, il Libertarismo è un orientamento di pensiero e movimento politico-culturale tipicamente statunitense teso ad esaltare il ruolo dell’individuo e la sua libertà d’azione all’interno della società capitalisticaM.N. Rothbard (For a new liberty. The libertarian manifesto, 1973), principale teorico del libertarismo, postula la necessità e la possibilità di assoggettare alla logica di mercato tutte le funzioni tradizionalmente attribuite allo Stato (comprese la giustizia, l’ordine pubblico e la difesa: cosa non pensabile per un liberale o per un liberista per sé) e di assolutizzare i diritti individuali come naturalmente fondati. Per questo e per la fiducia espressa nei confronti del sistema capitalistico il libertarismo è denominato anche anarco-individualismo o anarco-capitalismo.

La teoria liberale della lotta di classe


Di Guglielmo Piombini

Da Sieyes ai libertarians
L’idea che la presenza dello Stato divida la società in due classi antagoniste si trova per la prima volta nelle polemiche degli scrittori rivoluzionari di fine Settecento contro l’antico regime. 




Nel suo famoso trattato Che cosa è il Terzo Stato?, scritto alla vigilia della rivoluzione francese, l’abate Emmanuel Sieyes contestò i privilegi legali delle classi che controllavano l’apparato statale. Il Primo e il Secondo Stato, cioè i nobili e il clero, non solo avevano il monopolio delle cariche pubbliche, ma erano esentati dalle imposte e mantenuti dalle tasse pagate dal Terzo Stato, il ceto sociale che costituiva il 98 per cento della popolazione francese e che esercitava tutte le funzioni produttive e commerciali essenziali per la società.
La teoria liberale della lotta di classe abbozzata da Sieyes venne approfondita dagli studiosi francesi dell’età della Restaurazione come l’economista Jean−Baptiste Say, con la sua potente critica della tassazione, e i cosiddetti “industrialisti” (Charles ComteCharles DunoyerAugustin ThierryAdolphe Blanqui), i quali elaborarono prima di Karl Marx una compiuta teoria della lotta di classe, applicandola a tutti gli eventi della storia passata. A differenza di Marx questi autori ritenevano che fosse il possesso degli apparati di governo, non la proprietà degli strumenti di produzione, che generasse lo sfruttamento e quindi la divisione della società in classi. Nel mondo, scrivevano gli industrialisti, esistono solo due nazioni: gli uomini di libertà e gli uomini di potere. Coloro che producono devono quindi organizzarsi per resistere quelli che amministrano. Il picco della perfezione si avrebbe se tutti lavorassero e nessuno governasse.
BASTIATUn altro grande economista francese della stessa epoca, Frédéric Bastiat, analizzò in maniera brillante lo sfruttamento politico-burocratico definendolo “spogliazione”. La sua esistenza è un fatto onnipresente nella storia umana, empiricamente osservabile. I predatori si sono storicamente organizzati in Stati, hanno ratificato la loro spogliazione con la legge, e l’hanno magnificata con l’ideologia. Il compito degli economisti, secondo Bastiat, era quello di svelare i trucchi, gli inganni e gli espedienti che usano i predatori per giustificarsi agli occhi degli spogliati. Dietro ogni teoria economica sbagliata, infatti, si cela sempre un’estorsione, perché «per derubare il pubblico, occorre ingannarlo. Ingannarlo è convincerlo che viene derubato per il suo bene». Se la spogliazione non esistesse la società sarebbe perfetta. Ciò che separa l’ordine sociale dalla perfezione, concludeva Bastiat, è proprio lo sforzo costante dei suoi membri di vivere e crescere alle spese gli uni degli altri (Sofismi economici, 1845).
La teoria liberale della lotta di classe ha avuto la sua genesi in Francia, ma i suoi sviluppi più significativi si sono avuti nel mondo anglosassone. La polemica illuminista contro le monarchie assolute aveva infatti trovato fin da subito terreno fertile in America. Thomas Paine, i cui scritti infiammarono i coloni americani che si ribellarono per ragioni fiscali alla Corona inglese, spiegava che la società del suo tempo era composta da due classi di persone, coloro che pagavano le tasse e coloro che le ricevevano e vivevano di esse. Quando le imposte venivano portate all’eccesso si giungeva inevitabilmente alla discordia tra le due. Egli si considerava il campione della causa dei poveri, dei fabbricanti, dei mercanti, degli agricoltori e di tutti coloro su cui pesavano realmente gli oneri fiscali.
Si deve invece a John C. Calhoun, eminente pensatore e vicepresidente degli Stati Uniti dal 1825 al 1832, la fondamentale distinzione tra la classe dominante che beneficia della tassazione (i tax-consumers) e la classe dominata che paga le imposte (i tax-payers). La tassazione per Calhoun crea sempre dei rapporti di antagonismo fra queste due classi. Difatti, maggiori sono le tasse e le erogazioni, maggiore è il guadagno per gli uni e la perdita per gli altri, e viceversa. L’effetto di ogni aumento, quindi, è quello di far arricchire e rendere più potente una parte, e di impoverire e indebolire l’altra (Disquisizione sul governo, 1850).
Ai giorni nostri la teoria liberale della lotta di classe ha assunto una notevole rilevanza all’interno della teoria politica dei libertarians americani, in particolare nei saggi e nei romanzi di Ayn Rand incentrati sulla lotta titanica dei produttori creativi contro le forze burocratiche del male, e nelle opere degli anarco-capitalisti Murray N. Rothbard e Hans-Hermann Hoppe. Secondo i libertari il criterio per distinguere l’appartenenza alla classe sfruttatrice o alla classe sfruttata è di natura morale. I padroni e i beneficiari dello Stato, infatti, sono gli unici individui della società che ottengono le loro entrate non con la produzione e lo scambio pacifico e volontario, ma con la costrizione, cioè minacciando l’esercizio della violenza fisica (l’arresto e la prigione) contro gli altri membri della società.
Vilfredo Pareto e l’analisi della spogliazione
Anche la cultura italiana ha dato importanti contributi alla costruzione di una teoria liberale della lotta di classe. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 l’economista e sociologo Vilfredo Pareto utilizzò il concetto di “spogliazione” elaborato da Bastiat per mettere in luce la sistematica attività di sfruttamento posta in essere dagli uomini che controllano lo Stato. In ogni luogo, scrive Pareto, le classi al potere hanno un solo pensiero, i propri interessi personali, e usano il governo per soddisfarli. Ogni classe, infatti, si sforza d’impossessarsi del governo per farne una macchina con cui spogliare le altre.
PARETOIl problema, continua Pareto, nasce dal fatto che depredare gli altri per mezzo del governo costituisce un’alternativa molto più facile e attraente del duro lavoro di produzione della ricchezza: «La produzione diretta dei beni economici è spesso molto penosa; l’appropriazione di tali beni, prodotti da altri, è talora assai facile. Questa facilità è stata grandemente accresciuta da quando si è pensato di effettuare la spogliazione non contro la legge, ma a mezzo della legge … Andare a deporre una scheda di voto è cosa assai agevole, e se, con questo mezzo, ci si può procurare il vitto e l’alloggio, tutti e specialmente gli inadatti, gli incapaci, i pigri si affretteranno ad adottarlo» (I sistemi socialisti, 1902).
Poco importa che la classe dominante sia un’oligarchia o una democrazia. Si può dire soltanto che quanto più questa classe è numerosa, tanto più intensi sono i mali che risultano dalla sua dominazione, perché una classe numerosa consuma una quantità di ricchezza maggiore di quella che consuma una classe più circoscritta. Il reclutamento di una folta classe di funzionari, osserva Pareto, riduce in parecchi paesi il numero degli individui che si occupano della produzione della ricchezza. L’eccesso di personale statale comporta quindi un doppio danno alla società: lucro cessante (minor produzione) e danno emergente (spese aggiuntive): «Una delle cause principali della ricchezza dell’Inghilterra e della Svizzera sta nel fatto che, quanto meno fino a ora, la classe degli uomini politici e quella dei funzionari sono ivi assai limitate ed in tal modo non distolgono dalla produzione della ricchezza la maggior parte delle forze vive del paese. Cause opposte operano nel senso di aumentare la miseria in Spagna e in Italia» (Corso di economia politica, 1897).
Purtroppo «quel che limita la spogliazione è di rado la resistenza degli spogliati: sono piuttosto le perdite che essa infligge a tutto il paese e che ricadono in parte sugli spogliatori. In tal modo costoro possono finir col perdere più di quanto guadagnano dall’operazione. Allora se ne astengono, se sono abbastanza intelligenti da avvertir bene le conseguenze che essa avrà. Ma, se manca loro questo buon senso, il paese marcerà sempre di più verso la rovina, come lo si è osservato per certe repubbliche dell’America del Sud, per il Portogallo o la Grecia moderna» (Corso di economia politica, 1897). Parole di oltre un secolo fa che sembrano scritte oggi.
Luigi De Marchi e la rivolta dei produttori
Nell’Italia del XX secolo la vittoria quasi completa delle ideologie stataliste farà cadere nell’oblio la teoria liberale della lotta di classe per molti decenni. Bisognerà aspettare la metà degli anni Settanta perché uno studioso fuori dal coro, Luigi De Marchi, la riproponga nei suoi scritti di psicologia sociale: «I nostri professoroni e professorini al merito catto-marxista continuano imperturbabili a presentarci la classe imprenditoriale come la matrice d’ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo, mentre è da tempo evidente per chiunque sappia guardare la realtà contemporanea con un minimo d’indipendenza critica, che la vera classe parassitaria e sfruttatrice è, nel mondo intero, e da lungo tempo ormai, la classe burocratica» (Psicopolitica, 1975).
Ci fu un periodo, all’inizio degli anni Novanta, in cui sembrava che la Lega Nord avesse, per la prima volta nella storia politica d’Italia, impugnato il vessillo della rivolta dei produttori contro la classe burocratica e i suoi padrini/padroni: i partiti statalisti. Quella dei produttori, spiega De Marchi, è la rivolta contro chi pretende di vivere nell’ozio e nella sicurezza alle spalle di chi vive nella fatica e nell’insicurezza. Chi vive davvero del proprio lavoro e, pena la disoccupazione o il fallimento, deve saper produrre beni e servizi apprezzati dall’utenza e dai consumatori, non intende più essere rapinato e vessato da una classe parassitaria e sfruttatrice che si autodefinisce, con la benedizione delle sinistre e delle altre forze stataliste, tutrice della gente debole e del pubblico interesse.
Nella prospettiva psicopolitica di De Marchi il Burocrate e i Produttore rappresentano due modelli opposti di personalità. Per il Burocrate, infatti, «il reddito non è il frutto di un lavoro richiesto e, tanto meno, apprezzato da una platea di utenti o consumatori o clienti, che possono rivolgersi altrove se non vengono accontentati. L’attività del burocrate, quando esiste, è di solito un rituale inutile e defatigante imposto a un’utenza coatta in regime di monopolio. E il redito non ha nessun rapporto con la qualità del lavoro prestato, ma è solo il magico dono di un superiore o di un Ente altrettanto inutile del suo dipendente. Nell’universo infantile dei burocrati il successo dipende solo dal favore dei potenti. Nel mondo dei produttori, ognuno è fabbro della sua fortuna. La personalità del Burocrate è strutturalmente incline al conformismo e al formalismo. Quella del Produttore è fondamentalmente autonoma, pragmatica, realistica» (Perché la Lega. La rivolta dei ceti produttivi nell’Italia e nel mondo, 1993).
Gianfranco Miglio e la teoria del parassitismo politico
Un’importante esposizione scientifica della teoria liberale della lotta di classe si trova negli scritti di Gianfranco Miglio risalenti agli anni del suo impegno politico. Miglio introduce infatti la contrapposizione irriducibile tra l’obbligazione contrattuale e l’obbligazione politica. La prima nasce dallo scambio volontario tra due soggetti posti su un piano di parità, la seconda è invece l’effetto dalla coercizione politica esercitata da alcuni soggetti che si fanno forti dell’autorità dello Stato. L’obbligazione politica, spiega Miglio, è la fonte della “rendita politica”, cioè dei vantaggi parassitari di alcuni gruppi privilegiati a danno di altri.
Lo Stato centralizzato contemporaneo cerca di seminare nebbie attorno a questo suo operato, camuffando i trasferimenti da alcuni cittadini ad altri mediante strumenti sempre più fantasiosi ed efficaci, come l’inflazione, il debito pubblico, le imposte indirette, le tasse occulte. La verità, spiega Miglio, è che «in ogni momento storico gli individui che fanno parte di una comunità politica si dividono naturalmente in produttori e consumatori di tasse. Quando i consumatori di tasse prendono il sopravvento tramite le assemblee politiche e considerano i produttori i propri schiavi fiscali, la struttura parassitaria mette in crisi tutta la comunità politica. A quel punto o si riforma totalmente il sistema, o ci si rassegna alla rivoluzione che, per definizione, non è pilotabile» (Federalismo e secessione, 1997).
Miglio interpreta la contrapposizione territoriale tra le diverse aree del paese come un riflesso dell’antagonismo tra classi produttrici e parassitarie: «Chi lavora, produce e paga imposte si è accorto finalmente di essere il maltrattato, eterno e inutile di una legione di “parassiti” e ha incominciato a cercare un nuovo difensore politico. Intendiamoci: considerata l’inclinazione congenita dell’homo sapiens a vivere alle spalle degli altri, in ogni convivenza ci sono sempre degli sfruttati più o meno ignari e degli sfruttatori più o meno consapevoli. Il gioco però dura soltanto finché i primi non si accorgono della loro condizione; allora l’incantesimo si rompe: i tributari si ribellano e cessa la pacchia per i parassiti. Ma proprio questi ultimi non si rassegnano facilmente a perdere i loro privilegi e combattono duramente per mantenere il “sistema”» (Per un’Italia Federale, 1990).
Proprio come Frédéric Bastiat, al quale la morte prematura impedì di portare a termine un trattato sulla spogliazione, anche il professore comasco negli ultimi anni della sua vita aveva espresso il desiderio di scrivere un testo di “teoria pura del parassitismo”. «Il capitolo rimasto da scrivere della politologia moderna – disse al suo allievo Alessandro Vitale ­– è quello dei ceti parassitari, sui quali non esiste ancora letteratura; soprattutto non vengono approfonditi in maniera sistematica i rapporti parassitari entro le comunità politiche. Questo è quello che dovrebbe essere studiato a fondo». Questa opera avrebbe dato un contributo inestimabile alla scienza della politica, e sarebbe stato il suggello della sua carriera intellettuale.

Rand Paul, un candidato libertario per la Casa Bianca

Di Alessio Caschera
La corsa alla Casa Bianca per il 2016 è iniziata già da alcuni mesi. Oltre alle candidature scontate come quella di Hillary Clinton per i democratici o quella dell’astro nascente della politica a stelle e strisce, il repubblicano Marco Rubio, a correre per un posto da presidente alle primarie del partito repubblicano sarà anche Rand Paul. Figlio del noto deputato Ron Paul, famoso per le sue posizioni libertarie e anti-interventiste, e più volte candidato per la nomina del partito repubblicano alla Casa Bianca, senza tuttavia aver mai ottenuto risultati significativi, Rand Paul è il vero outsider di questa campagna elettorale. Pur non potendo contare su cospicui finanziamenti e con chance di riuscita ridotte al minimo, il senatore del Kentucky ha il merito di aver introdotto all’interno del dibattito politico americano alcuni temi rilevanti su cui era calato un velo di omertà da parte di istituzioni e mezzi di informazione. Cavallo di battaglia della campagna elettorale di questo repubblicano atipico, è infatti la cessazione immediata del programma di spionaggio della NSA. “Oggi, il governo degli Stati Uniti è impegnato nella raccolta massiccia di dati personali dal telefono cellulare di ogni americano. I padri fondatori “si rivolterebbero nella tomba” se vedessero la massiccia crescita del controllo governativo a spese delle nostre libertà costituzionali”.
Un pieno attacco in stile libertario quello del senatore Paul che fa della questione intercettazioni una battaglia di civiltà. Le lotte per la privacy e per le “libertà”, hanno portato Rand Paul a scagliarsi anche contro il Patriot Act, il pacchetto di misure antiterrorismo imposto da Bush e mai andato in pensione, contro la sua estensione e contro il Freedom Act, una proroga in sostanza del criticatissimo Patriot Act, che produsse, tra le altre cose, i fatti di Guantanamo e Abu Ghraib. Oltre ai classici temi cari alla corrente libertaria del partito repubblicano come la privacy, la tutela delle libertà e i drastici tagli alle tasse e alla spesa pubblica, il senatore Paul,seguendo le orme del padre, in politica estera predica un ritorno all’isolazionismo e un sostanziale abbandono da parte degli Stati Uniti del ruolo di “poliziotto del Mondo”. Rand non è Ron, certo, ma la sua audacia su alcune issues di stretta attualità è significativa. Recentemente, infatti, hanno fatto discutere alcune sue dichiarazioni riguardo lo Stato Islamico e il ruolo statunitense nella vicenda: “Isis è sempre più forte perché i falchi nel nostro partito hanno fornito indiscriminatamente armi agli estremisti, volevano far fuori Assad e bombardare la Siria. Sono stati loro a creare questa gente”. Dichiarazioni del genere non sono certo frequenti negli Stati Uniti eppure, nonostante le scontate critiche, in molti sembrano aver apprezzato le parole del senatore.
Molti statunitensi preferirebbero, infatti, che il denaro destinato alle spese militari o alla “democratizzazione del Mondo”, venisse reinvestito in progetti all’interno dei confini nazionali per risolvere i problemi creati dalla crisi finanziaria e per magari riequilibrare la forbice tra ricchi e poveri, talmente ampia da fare degli Stati Uniti il paese con il livello di disuguaglianza di reddito più elevata tra tutti i paesi avanzati1. Tuttavia, le possibilità che il senatore Paul possa uscire vittorioso dallo scontro delle primarie del partito repubblicano sono ridotte al minimo. Come suo padre, Rand difficilmente riuscirà ad uscire indenne dallo scontro con gli altri candidati, il suo diverso punto di vista non piace a tutti, in primis ai repubblicani stessi che più volte lo hanno accusato di essere più democratico dei democratici. Ma anche i mezzi di comunicazione fanno la loro parte in questa battaglia per le primarie, come la conservatorissima Fox News che continua ad oscurare Rand Paul dai sondaggi del suo canale2. Il senatore del Kentucky ha quindi più nemici all’interno che all’esterno e forse è proprio per questa ragione che la candidatura di questo idealista non convenzionale difficilmente potrà tradursi in qualcosa di concreto.

Tasse opzionali, nessuna presenza militare e nessuna criminale, rispetto inalienabile della proprietà privata e della libertà propria e altrui: questa è Liberland, il nuovo stato sovrano nato in Europa!


Di Salvatore Santoru

La "città dell'utopia" e della libertà esiste in Europa, e precisamente tra la Croazia e la Serbia.
Liberland, questo il nome della micronazione, offre un'alternativa all'attuale sistema sociale, fondandosi su un modello che incentivi la promozione di libertà e responsabilità personale nel rispetto di quella altrui.
Per prima cosa, Liberland si fonda sul diritto inalienabile della proprietà privata, e per ciò le tasse sono opzionali e non coercitive, come invece succede generalmente nel resto del mondo, nonostante ciò rappresenti nei fatti un'attacco alla proprietà privata dei singoli individui, teoricamente ( ma spesso non praticamente ) difesa nelle costituzioni statali.
Liberland si basa anche sull'assenza di militari, visto che gli individui hanno un tasso di responsabilità che li porta al rispetto della libertà e dei diritti altrui senza bisogno di forza, e non c'è posto per criminali e per chi vuole danneggiare gli altri.
Politicamente Liberland si fonda su una repubblica costituzionale fondata sulla democrazia diretta e ideologicamente si rifà ai principi del liberalismo/libertarismo eurostatunitense.

Inoltre, la libertà di espressione è fortemente garantita e non c'è spazio per l'estremismo, tanto che formalmente tra i requisiti c'è quello di non avere niente a che vedere con ideologie come il comunismo o il nazismo, e sicuramente tale scelta non riguarda le personali simpatie e opinioni (difese nei principi della micronazione) ma serve a scongiurare che la stessa Liberland possa diventare l'avamposto di militanti estremisti in cerca di "rifugi".

I quattro requisti descritti nel sito web ufficiale di Liberland sono questi:
(1) avere rispetto per gli altri e rispettare le opinioni degli altri, indipendentemente dalla loro razza, etnia, orientamento, o religione
(2) avere rispetto per la proprietà privata che è intoccabile
(3) non avere un passato da comunista, nazista o di altri estremisti 
(4) non avere condanne penali

Fonti usate per l'articolo e per approfondire:
http://liberland.org/en/about/
http://www.theblaze.com/stories/2015/04/17/taxes-are-optional-and-there-is-no-military-welcome-to-liberland-europes-brand-new-country/
http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/04/liberland-creato-un-nuovo-stato-sovrano.html

Foto:https://globalvoicesonline.org

Ron Paul, speranza per gli USA e per il mondo



Di Salvatore Santoru

Ron Paul è un politico e medico statunitense, considerato da molti come l'alternativa all'attuale sistema politico statunitense.


Difatti, la visione politica portata avanti da Paul è fortemente incompatibile con il duopolio democratico/repubblicano dominante.

Paul, esponente dell'ala libertariana del Partito Repubblicano, è fortemente avversato dall'ala neocon dominante negli stessi repubblicani e da quella liberal del Partito Democratico.


Il tema della politica estera è l'argomento che più separa tali componenti e rende inaccettabile Paul all'establishment.

Infatti, mentre i repubblicani neocons sono favorevoli a una politica estera aggressiva basata sullo "scontro di civiltà" e i liberal/democratici portano avanti il concetto della "guerra umanitaria", Paul si basa invece su un'idea integralmente pacifista e antimperialista.


Per il politico, la guerra non rappresenta una soluzione accettabile alle controversie internazionali e le forze armate statunitensi impiegate in territori esteri dovrebbero essere tutte riportate in USA.

Inoltre, Paul sostiene la chiusura di tutte le basi militari statunitensi in territorio straniero, e questo sarebbe come una manna dal cielo per l'Europa e il resto del mondo.


L'obiettivo di Paul è quello di far sì che gli USA ritornino ad essere una nazione sovrana e libera, non più dipendente dai capricci del complesso militar-industriale e dallo strapotere dell'alta finanza, nonché da una politica corrotta che fa gli interessi di determinate lobby di potere a scapito di quelli dei cittadini.


Per quanto riguarda la politica interna, Paul si rifà a quelli che sono considerati i tipici valori statunitensi, come l'importanza del lavoro, della responsabilità individuale e della prosperità, in conformità ai principi della Costituzione, per troppo tempo violata da parte della classe politica.




Su quest'ultimo punto, noi europei potremmo essere giustamente un po scettici e critici essendo la tradizione europea essenzialmente più sociale e comunitaria, ma c'è da dire che quello risulta essere al momento il sistema migliore per gli statunitensi, e d'altronde ciò che propone Ron Paul non ha nulla a che vedere con il capitalismo sfrenato dominante, il quale è fortemente collegato alla politica imperialista.

C'è anche da dire a riguardo che Ron Paul si fa anche portatore di una certa etica, e di una forte visione critica verso il capitalismo globale dominante, dai suoi sostenitori definito come "capitalismo corporativo".



Comunque sia, Ron Paul rappresenta indubbiamente una seria e reale alternativa all'establishment statunitense, e una speranza per il popolo americano e il mondo, per la pace e la costruzione di un futuro migliore.

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