Breaking News

6/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Algeria. Mostra tutti i post

Algeria, arrestato il fratello dell’ex presidente Bouteflika



Di Mauro Indelicato
Proprio pochi giorni fa, con la diffusione sulla stampa algerina della notizia circa la possibile partenza dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika dal Paese nordafricano, si intuisce che qualcosa sta cambiando. In particolare, anche se non arrivano conferme sulla reale sorte dell’ex capo di Stato, una notizia del genere è sintomatico di come in Algeria il clima che si respira inizia ad essere molto pesante. Dopo mesi di proteste infatti, che portano prima alla mancata ricandidatura dello stesso Bouteflika e poi alle sue dimissioni, dall’entourage dell’ex presidente trapela una sempre più precaria tranquillità.
In tanti si chiedono a questo punto qual è la sorte di Said Bouteflika, fratello minore e principale consigliere dell’oramai ex presidente. Ed ecco che puntualmente arriva il colpo di scena: l’esercito da Algeri conferma che Said è in stato di fermo assieme ai due leader dell’intelligence. L’accusa è molto grave: si parla di tradimento. 

Chi è Said Bouteflika

Molto più giovane di Abdelaziz, Said Bouteflika secondo molti è il vero capo di Stato degli ultimi anni. Sarebbe lui a prendere le redini della presidenza quando l’anziano fratello lotta contro l’ictus che lo costringe alla sedia a rotelle ed a lunghi periodi di degenza. A molti già nel 2014, quando l’ex presidente è reduce dalla prima convalescenza che non gli impedisce tuttavia in quell’anno di candidarsi ed ottenere il quarto mandato, appare chiaro che Said in qualche modo non si limiti al ruolo di consigliere del fratello. Al contrario, sarebbe lui a gestire l’agenda ed a programmare gli incontri, a volte è proprio Said a presentarsi agli appuntamenti in programma al posto del presidente. Non solo uomo ombra, ma vero e proprio reggente mentre il fratello lotta contro la malattia.
Molti lasciano fare, pur se con non poche perplessità: Abdelaziz Bouteflika garantisce il fragile equilibrio tra le varie forze che animano l’entourage al potere ad Algeri, impossibilitato ad esercitare pienamente le sue funzioni si preferisce il fratello piuttosto che qualche membro esterno sia alla famiglia del presidente e sia, soprattutto, al clan di Oujda, da cui provengono tutti gli ultimi presidenti algerini. Ma al momento della successione, il ruolo di Said non viene ufficializzato: si opta per una quinta ricandidatura di Abdelaziz, il fratello minore protagonista in prima persona non garantisce medesima stabilità. Il resto è storia recente delle ultime settimane: gli algerini non gradiscono l’imposizione di un quinto mandato per Bouteflika, quest’ultimo sceglie la via delle dimissioni aprendo la strada a molteplici scenari futuri. 

L’accusa per Said Bouteflika

La prima fonte di stampa a parlare dell’arresto del fratello dell’ex presidente, è l’agenzia algerina Aps. Riprendendo fonti della Direzione generale per la sicurezza interna, nella nota si comunica che Said è posto in stato di fermo a seguito della decisione del tribunale militare della città di Blida, località a 45 km a sud ovest di Tripoli. Assieme a lui vengono arrestati anche Mohamed Mediène e Athmane Tartag, generali dei servizi di sicurezza. Per loro l’accusa è molto grave: tradimento e cospirazione contro l’autorità dello Stato. Secondo gli inquirenti, i tre avrebbero tentato di rimuovere il capo di Stato maggiore dell’esercito, Ahmed Gaid Salah. Il tutto quando l’entourage di Bouteflika appende che di fatto i militari non avrebbero mosso un dito contro i manifestanti. 
Un piano di cui lo stesso Salah sarebbe venuto a conoscenza ed è per questo motivo che, sul finire del mese di marzo, è proprio il capo di Stato maggiore a prendere l’iniziativa premendo per le dimissioni di Bouteflika. Questo spiegherebbe molti episodi accaduti nell’ultimo mese, a partire da quello che vede Salah invocare il 25 marzo scorso l’articolo 102 della Costituzione, ossia la norma della carta fondamentale che prevede la destituzione del capo dello Stato in caso di malattia od incapacità ad esercitare la propria funzione. Pochi giorni dopo, ancora il capo di Stato maggiore ribadisce questa posizione evocando anche un intervento dell’esercito qualora non venga applicata la sopra richiamata disposizione costituzionale. Una pressione che induce Bouteflika a dimettersi. 


Oggi, con le proteste vanno ancora avanti e con i manifestanti che prendono di mira gli uomini più vicini all’ex presidente, si attua evidentemente una resa dei conti tra l’esercito e la famiglia Bouteflika. E l’arresto di Said aggiunge un tassello non indifferente nel già di per sé intricato quadro della transizione algerina. 
FONTE: http://www.occhidellaguerra.it/algeria-arrestato-il-fratello-dell-ex-presidente-bouteflika/

------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
FOTO: https://lequotidienenalgerie.blogspot.com

Algeria, Bouteflika potrebbe dimettersi già martedì


Di Mauro Indelicato

In Algeria si starebbero vivendo le ultime ore dell’era di Bouteflika. Stando a quanto dichiarato in un servizio dell’emittente Ennhar, il presidente in carica dal 1999 dovrebbe dimettersi nella giornata di martedì 2 aprile. Il tutto dopo aver ufficializzato la nascita del nuovo esecutivo ad interim ed in applicazione al famigerato articolo 102 della Costituzione, che prevede per l’appunto la destituzione del presidente in caso di impossibilità fisica delle sue funzioni. 

Chi guiderà il paese?

L’articolo 102 viene evocato nei giorni scorsi da Ahmed Gaid Salah, capo di stato maggiore dell’esercito. Secondo il massimo rappresentante delle forze armate algerine infatti, l’applicazione di tale articolo della costituzione garantirebbe a Bouteflika un’onorevole via d’uscita ed al paese una parziale uscita da una situazione di stallo senza troppi sconvolgimenti. Infatti si andrebbe a porre in essere la fine definitiva della ventennale esperienza di Bouteflika alla presidenza, senza andare ad attuare pericolose deroghe alla costituzione ed all’ordinamento attuale. Un’eventualità quest’ultima che da settimane crea paura nell’entourage del presidente algerino, ma anche in molte cancellerie internazionali. Salah sollecita il consiglio costituzionale a dichiarare l’applicazione dell’articolo 102, lo fa nuovamente nella giornata di sabato. Segno che, evidentemente, non tutti sono d’accordo con questa prospettiva. 
Alla luce dei possibili dissidi sull’applicazione dell’articolo 102, Bouteflika starebbe quindi pensando a proprie dimissioni in ragioni delle sopravvenute condizioni espresse dalla norma costituzionale sopra citata. Non arrivano conferme in tal senso, ma da Algeri in tanti scommettono su questo scenario. I manifestanti, che a febbraio iniziano le proteste contro la ricandidatura di Bouteflika, costretto dal 2013 a convivere con un precario stato di salute per via di un grave ictus, sperano ovviamente che le dimissioni vengano ufficializzate. Nel caso di rinuncia all’incarico da parte di Bouteflika, i poteri del capo dello Stato andrebbero al presidente della camera alta del parlamento. Nella fattispecie, si tratterebbe di Abdelkader Bensalah. Sarebbe lui a guidare il paese ad interim in attesa di nuove elezioni. 

Il nuovo governo varato da Bouteflika

Intanto, a prescindere dalle finora solo presunte dimissioni, Bouteflika (o chi per lui) presenta il nuovo governo. Per la verità un cambio alla guida dell’esecutivo viene annunciato già dopo poche settimane dall’inizio delle manifestazioni, ma il varo del nuovo governo arriva soltanto nella giornata di domenica. A guidarlo è Noureddine Bedoui, coadiuvato dal vice Ramtane Lamamra. Quest’ultimo però perde la delega agli esteri a vantaggio dell’ambasciatore Sabri Boukadoum. In totale, il nuovo governo ha 27 ministri. Il loro ruolo è quello della gestione degli affari correnti durante l’interim. Quanto durerà e chi lo guiderà tale periodo di transizione ancora non è dato saperlo. 

Nuove manifestazioni in Algeria. E c’è chi vuol rinviare il voto


Di Mauro Indelicato

Il 18 aprile si avvicina, ma in Algeria continua ad aleggiare una certa aurea di tensione e caos. In quella data in teoria gli algerini dovrebbero andare al voto, nella pratica sorgono i primi dubbi circa l’effettiva apertura delle urne. Dall’opposizione infatti, iniziano ad emergere posizioni comuni in cui viene chiesto il rinvio delle elezioni per uscire dall’impasse in cui il paese si trova da oramai alcune settimane. 
Tutto inizia con l’ufficializzazione della candidatura del presidente uscente Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999 e proposto dal suo partito (il Fronte di Liberazione Nazionale) per un quinto mandato consecutivo. Ma il capo di Stato risulta afflitto dal 2013 dalle gravi condizioni di salute dovute ad un ictus. Da allora è costretto alla sedia a rotelle, presenta difficoltà nel parlare e non avrebbe la lucidità necessaria per adempiere al proprio ruolo. Ecco perché, dopo l’ufficializzazione della candidatura, in Algeria si assiste a manifestazioni di piazza importantiorganizzate soprattutto da giovani e studenti. 

La proposta del rinvio 

Già a dicembre all’interno dello stesso entourage di Bouteflika emergono primi dubbi sulla possibilità di far cadere il voto alla scadenza naturale del mandato del presidente. Il Fronte di Liberazione Nazionale non trova un sostituto, gli apparati dell’esercito mostrano perplessità su una possibile ricandidatura del capo dello Stato uscente, in generale l’Algeria non sembra pronta a vedere i propri equilibri garantiti da un nuovo leader. Dunque, piuttosto che tornare alle urne da più parti si suggerisce di rinviare le consultazioni. Secondo alcune indiscrezioni della stampa locale trapelate nello scorso mese di gennaio, anche alcuni parenti di Bouteflika avrebbero preferito un rinvio. Ma il governo e lo stesso presidente, o chi per lui viste le condizioni di salute, alla fine optano per la strada ordinaria del voto.

Le proteste che vanno avanti da giorni fanno nuovamente tornare a galla l’ipotesi del rinvio. Questa volta a parlare circa la necessità di posticipare la data del voto, sono alcuni partiti di opposizione. In particolare, dopo una riunione tenuta nella serata di giovedì, viene diffuso un comunicato nel quale si chiede “il rinvio del voto e l’apertura di una fase di transizione”. A firmare il documento è il partito Talaie Alhouriyat, guidato dall’ex primo ministro Ali Benflis, assieme a diverse formazioni islamiste: dal “Movimento per la società e la pace” al “Fronte per la giustizia e lo sviluppo“, collegato ai Fratelli Musulmani, passando anche per alcuni gruppi legati al disciolto Fis. Le firme sono anche dei rappresentanti del Partito dei Lavoratori e del Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia. 
Il testo inviato poi alla stampa, parla della ricandidatura del presidente uscente come una “vera minaccia per l’integrità e la stabilità della Repubblica”. Secondo questi partiti di opposizione, una fase di transizione è l’unica via per dare tempo al paese di superare le tensioni e poter riorganizzarsi in vista di presidenziali non “turbate” dalle questioni inerenti Bouteflika. 

Continuano le manifestazioni

Intanto anche in queste ore ad Algeri si susseguono le manifestazioni. Università, piazze, luoghi pubblici sono oggetto di presidi e raggruppamenti da parte di numerosi giovani. Si chiede il ritiro della candidatura del presidente uscente e la volontà di vedere organizzate elezioni più trasparenti. Nonostante alcune misure varate dal governo per evitare massicci assembramenti di manifestanti, quali il ridimensionamento del servizi dei trasporti pubblici, le proteste vanno avanti. Nelle scorse ore anche un gruppo di deputati si unisce ai manifestanti. Ashourouq TV, una televisione locale molto seguita, parla di dimissioni di alcuni onorevoli che in questo modo vogliono esprimere solidarietà a chi in queste ore sta protestando. Tra questi deputati, alcuni sarebbero anche dello stesso partito di Bouteflika.
Da Ginevra invece arrivano notizia circa l’arresto di uno dei candidati alle prossime presidenziali. L’agenzia di stampa Dpa in particolare, rifacendosi a delle dichiarazioni di una portavoce della Polizia elvetica, nelle scorse ore lancia la notizia secondo cui Rachid Nekkaz sarebbe stato fermato nei pressi dell’ospedale dove è ricoverato dal 24 febbraio scorso Bouteflika. Nekkaz è un imprenditore franco algerino, il quale si vede respingere a febbraio la propria candidatura alle presidenziali per via della cittadinanza francese. Motivo per il quale lo stesso Nekkaz candida un cugino omonimo, che in caso di vittoria lo nominerebbe vice – presidente. Secondo la portavoce della Polizia svizzera, Nekkaz è sottoposto a fermo dopo una manifestazione in cui risultano presenti un centinaio di suoi concittadini. 

Algeria, proteste contro il quinto mandato di Bouteflika. Giornalista si licenzia dalla tv di Stato


Di Salvatore Santoru

In questi giorni l'Algeria è interessata dalle proteste contro il quinto mandato di Abdelaziz Bouteflika. Come riporta Rai News, migliaia di studenti sono scesi nelle strade per manifestare il loro dissenso e contro la nuova candidatura del presidente si è schierato anche l'ex ministro ed ex ambasciatore algerino a Bruxelles Halim Benatallah.

Inoltre, la giornalista della tv di Stato Nadia Madassi si è dimessa per essere stata costretta a leggere in diretta la lettera con la quale Bouteflika sosteneva che la sua quinta candidatura sarebbe stata l'ultima. 


Andando maggiormente nei particolari, Bouteflika guida il paese dal 1999.

Miss Algeria vittima di razzismo da parte di alcuni suoi connazionali: "Troppo scura"


Capelli scuri e ricci, bel sorriso, splendida presenza e pelle di ebano: ecco l'identikit di Miss Algeria. All'anagrafe è Khadidja Benhamou, 26enne neo-reginetta di bellezza del suo Paese, e in queste ore sta affrontando la carica degli haters proprio a causa della sua pelle, ritenuta "troppo scura". Lo riporta, tra le varie testate, Vogue.
La ragazza è stata presa di mira dai suoi stessi connazionali: il colore della pelle della ragazza sarebbe più scuro di quello di gran parte degli algerini e tipica, invece, degli abitanti del sud dell'Algeria desertica, la regione meridionale dell'Adrar al confine con il Mali. Khadidja Benhamou arriva proprio da quella regione
"Sembra un mix tra Ronaldinho e Bijouna (attrice algerina, ndr): non rappresenta certo il nostro Paese", "Miss Algeria? Sembra James Brown": ecco alcuni degli sgradevoli commenti partoriti dal web ed indirizzati alla stupenda reginetta algerina.
Il sito ObservAlgerie ha sostenuto la ragazza, affermando: "Si tratta della prima nera ad essere eletta Miss Algeria, per questo viene linciata sui social. Questa giovane rappresenta il Sud algerino con la sua bellezza originale e un fascino fuori dal comune".
Miss Algeria ha risposto in maniera pacata e saggia, perdonando i suoi haters: "Che Dio mostri il cammino a chi mi critica e preservi coloro che mi incoraggiano".

IMMIGRAZIONE, per fermare gli sbarchi dall'Algeria servirebbe un Piano Marshall per la nazione nordafricana

Risultati immagini per algeria confini

Di Salvatore Santoru

Per fermare i sempre numerosi flussi migratori dall'Algeria all'Italia(passando per la Sardegna) sarebbe necessario un "Piano Marshall" per la nazione nordafricana.

Esso sarebbe indubbiamente l'unica soluzione possibile per questa vicenda e d'altronde anche l'ex presidente della Regione sarda Ugo Cappellacci l'ha sostenuto(1).

In tal modo si garantirebbero maggiori opportunità di sviluppo economico e sociale per la nazione e un futuro per i giovani che risentono della crisi economica del paese(2).

Inoltre, l'Unione Europea e l'Italia potrebbero così sostenere lo sviluppo di questa nazione con adeguati fondi per lo sviluppo, invece di continuare a far lievitare i costi di un'accoglienza che non si vede, costi che ricadono economicamente e socialmente sui cittadini europei.

Contribuendo ad aiutare l'Algeria e gli algerini nella loro terra si farebbero di sicuro maggiori favori a questo popolo e ai suoi giovani, piuttosto che promettergli un'Eldorado che almeno in Italia e Sardegna non esiste.

NOTE:

(1)http://www.castedduonline.it/algeria-business-migranti-sardegna/

(2)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2017/09/lalgeria-si-trova-ad-un-passo-da-un_29.html

L’Algeria si trova ad un passo da un baratro economico devastante

Immagine correlata
Di Mauro Indelicato
È il paese più grande del mondo arabo, importante produttore di petrolio nonché vitale ‘laboratorio politico’ del Maghreb e dell’area mediterranea; il riferimento è all’Algeria, paese ricco di contraddizioni, il primo a subire nel proprio territorio la piaga dell’estremismo islamista, ma anche l’unico a non aver avuto considerevoli conseguenze dalle ‘primavere arabe’ che pure proprio tra le strade di Algeri hanno avuto un piccolo ma importante preambolo nel novembre 2010. Per queste e per altre ragioni, il paese nordafricano ha una grande importanza nel contesto mediorientale e del ‘mare nostrum’; pur se in secondo piano nelle cronache che hanno riguardato la regione negli ultimi anni, l’Algeria sta affrontando questioni molto delicate e decisive per il suo futuro e per la stabilità economica e politica dei prossimi anni. Proprio nella settimana appena trascorsa, il Parlamento uscito dalle elezioni di maggio ha approvato un nuovo ‘piano d’azione’ con i crismi di un’urgenza che non lascia, almeno per il momento, trasparire nulla di positivo.

La necessità del nuovo piano d’azione: stampare subito più moneta per pagare gli stipendi

Retta dal 1999 da Abdelaziz Bouteflika, sopravvissuto sia a quattro rielezioni che a numerosi problemi di salute che lo costringono a governare il paese da una sedia a rotelle e con forze fisiche sempre più carenti, l’Algeria ha un’economia non più propriamente socialista ma dove comunque il controllo statale appare importante e dove, con gli introiti delle esportazioni di combustibili fossili, si è cercato di finanziare un adeguato sistema di welfare, oltre che opere pubbliche ed infrastrutturali a volte realmente importanti (quali la nuova metropolitana di Algeri, gli oltre tremila nuovi chilometri di ferrovia e l’asse autostradale est – ovest) ed altre un po’ meno (come, per esempio, la grande moschea della capitale in corso di costruzione ad opera di imprese cinesi). Ma proprio l’eccessiva dipendenza dal petrolio e dagli idrocarburi, ha avviato il paese da alcuni anni ad una fase recessiva che preoccupa non soltanto da un punto di vista economico, ma anche sul fronte della tenuta sociale.
E’ in questo contesto che lo scorso 14 settembre il primo ministro, Ahmed Ouyahia, in Parlamento ha presentato il nuovo piano d’azione dalla durata pluriennale ma  i cui primi effetti nelle intenzioni del governo dovrebbero essere immediati; nel suo discorso ai parlamentari, il capo dell’esecutivo algerino ha affermato senza messi termini che il paese sarebbe sull’orlo di un vero e proprio black out finanziario, un collasso che determinerebbe gravi danni all’economia ed alla società. Toni allarmistici, che Ahmed Ouyahia ha giustificato elencando alcuni dati decisamente poco confortevoli: crollo delle entrate, dimezzamento delle riserve negli ultimi due anni, bilanci che non riescono a chiudersi e difficoltà nel reperimento immediato di nuove risorse. Ma soprattutto, è stato il più grande spauracchio nella vita amministrativa di un paese a dare al piano del governo i crismi dell’urgenza: “Senza questo atto – ha dichiarato il primo ministro – rischiamo già a novembre di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti ed ai funzionari”.
Il parlamento ha quindi approvato, esattamente una settimana dopo, il nuovo piano economico il cui punto vitale riguarda la norma che regola gli ‘investimenti non convenzionali’ da immettere sul mercato interno; in poche parole, si tratta di nuova moneta da stampare per poter pagare gli stipendi e coprire numerose falle di bilancio evitando per il momento il totale collasso delle istituzioni. Una misura drastica, non subito digerita dalle opposizioni sia laiche che islamiste in parlamento; secondo alcuni gruppi politici infatti, la situazione di emergenza prospettata dal governo è da attribuire solamente ad una scusa dell’esecutivo per forzare l’adozione di determinate misure, secondo altri invece il piano d’azione potrebbe mettere soltanto una falla su un sistema che invece andrebbe curato con provvedimenti in grado di agire a lungo termine. Le norme volute da Ahmed Ouyahia sono comunque state approvate: tra queste, oltre alla stampa di una maggiore quantità di moneta, anche il parziale blocco delle importazioni di determinati beni al fine di avvantaggiare la produzione locale.

In gioco la stabilità dell’Algeria

Se da un lato la necessità di ricorrere a misure d’emergenza è molto più di un campanello d’allarme per il paese, dall’altro però è anche vero che il governo ha potuto e voluto muoversi all’interno dell’alveo di una sovranità monetaria e politica che l’Algeria rivendica da sempre da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia; l’operare direttamente sulla propria moneta e l’incidere con misure in un certo qual modo protezionistiche, potrebbe dare respiro nell’immediato e permettere la risoluzione di alcune delle più stringenti problematiche a partire dal pagamento degli stipendi. Pur tuttavia, la fragilità dell’economia algerina appare molto evidente: gli investimenti nelle infrastrutture non sono bastati, il calo dei prezzi del petrolio ha creato gravi buchi nel debito e nel saldo del commercio e, in generale, la mancata diversificazione del sistema economico impongono una seria preoccupazione circa il futuro dell’Algeria. La partita in questione è molto delicata: in ballo non c’è solo l’economia, ma anche la stabilità del paese.
C’è chi ha sostenuto, all’indomani delle cadute di Ben Alì e Mubarack rispettivamente in Tunisia ed Egitto, che in Algeria le istituzioni hanno retto all’urto delle primavere arabe soltanto perché i cittadini algerini hanno ancora ben in mente i ricordi della guerra civile degli anni 90 e quindi la salvaguardia della stabilità, ancora oggi, sarebbe in cima alle preoccupazioni della società civile; certo è però che, qualora il paese continui nella sua fase recessiva aggravando la situazione e dando di sé un’immagine di ‘grande malato’ del nord Africa, la stessa stabilità potrebbe essere compromessa e ciò costituirebbe un problema anche per l’intera area mediterranea.

ALGERIA, volti delle donne oscurate nei manifesti dei partiti islamisti


Algeria, cancellati i volti delle donne candidate sui manifesti


Di Giordano Stabile

“Ovetti” bianchi al posto dei volti delle candidate donne. A tre settimane dalle elezioni parlamentari in Algeria - si vota il 4 maggio - si riaccende la lotta per la condizione femminile. Nelle province rurali, come quella di Arreridj, partiti di ispirazione islamica, hanno cancellato i volti delle loro candidate dai manifesti. Al loro posto un ovale bianco, incorniciato nello hijab, il velo tradizionale. 
La decisione ha subito aperto lo scontro fra la parte “laica” del Paese, guidato dagli anni Settanta dal Fronte di Liberazione Nazionale, Fnl, e dominato dai militari, e il forte movimento islamico che negli anni Novanta aveva creato il Fis, Fronte islamico di salvezza, e dopo l’annullamento del voto del 1992, alla guerra civile e al terrorismo islamista. 

Un avatar in tv  
Una candidate del Fronte nazionale per la Giustizia sociale, partito ispirato all’islam politica, è apparsa sul canale televisivo Ennahar nella provincia di Ouargla in forma di “avatar” femminile bianco, invece che con la sua persona. 

La Commissione elettorale: è “illegale”  
E’ intervenuta la Commissione elettorale e ha bollato come “pericolosa, illegale, opposta alle leggi e alle tradizioni” la pratica: “Ogni cittadino ha il diritto di sapere per chi vota”.  

I precedenti in Egitto e a Gaza  
Già in Egitto, nel 2011 e nel 2012, i partiti salafiti avevano cancellato i volti delle donne dai manifesti, sostituiti da immagini floreali. Una polemica simile era scoppiata a Gaza lo scorso settembre, prima delle elezioni amministrative poi rinviate. Anche lì erano spariti i volti delle candidate di Al-Fatah dai manifesti. 

Algeria:leader salafita invoca la chiusura di tutte le chiese nel posto, come "legittima reazione all'islamofobia che sta dilagando nei paesi europei"



http://www.fides.org/it/news/57602-AFRICA_ALGERIA_Leader_salafita_chiudiamo_tutte_le_chiese_del_Paese#.VVMzIvntmko

Bisogna chiudere tutte le chiese cristiane sparse sul territorio algerino, e trasformarle in moschee, dove è possibile. E' questa la proposta lanciata dal leader algerino salafita Abdel Fattah Zarawi, Presidente del Fronte libero salafita d'Algeria, che la fa passare come legittima reazione davanti agli episodi di islamofobia che, a suo giudizio, starebbero dilagando in molti Paesi europei, a partire dalla Francia. Lo riferiscono fonti algerine consultate dall'Agenzia Fides. Nella campagna anti-chiese, subito rilanciata sui social network e sui blog legati ai gruppi salafiti, anche le basiliche d'Algeria (come Notre Dame d'Afrique ad Algeri e la basilica di Sant'Agostino a Annaba) vengono indicati come residui dell'epoca coloniale da cui il Paese deve essere liberato

Sardegna:arrestati due scafisti con 20 migranti a bordo di un barchino, i migranti avevano pagato mille euro per il viaggio

È stata la testimonianza di uno dei migranti che aveva pagato mille euro per il viaggio della speranza dall'Algeria all'Italia, a consentire agli agenti della squadra mobile di Cagliari di individuare i due scafisti algerini arrestati martedì, dopo gli sbarchi di domenica scorsa sulla costa di Capo Teulada.
In manette sono finiti Issana Gitara e Faycel Zaghdod. Un terzo algerino, Bouterea Hocine, di 44 anniè stata arrestato perchè sulla sua testa pendeva una condanna a 14 mesi di reclusione: nel settembre del 2007 era stato identificato come uno scafista che aveva traghettato in Sardegna alcuni connazionali.
Le indagini della polizia sono scattate domenica appena la motovedetta della Guardia costiera è arrivata al porto di Cagliari con a bordo i venti migranti - tutti algerini - soccorsi a circa 20 miglia da Capo Teulada dopo una segnalazione ricevuta da un mercantile che aveva intercettato la barca ormai in balia delle onde. La squadra mobile ha cercato di ricostruire il viaggio della speranza e, grazie alla testimonianza di uno dei migranti, ha scoperto che l'imbarcazione aveva lasciato l'Algeria giovedì.
I due fermati avevano sempre tenuto il timone, prima che lo scafo andasse alla deriva.Entrambi hanno dichiarato alla polizia di essere minorenni, ma dai successivi accertamenti è emersa la loro maggiore età.
Inoltre Issama Gitara nel 2010 era stato già identificato sulle coste sarde - in quel caso aveva dichiarato di avere 19 anni - ed era stato espulso. L'età dell'altro algerino è stata accertata grazie agli accertamenti medici. Secondo gli investigatori tutti i migranti avevano pagato mille euro per il viaggio.

Algeria: Katia Bengana, prima vittima dei jihadisti nel 1994, si era rifiutata di indossare il velo integrale

C’è una ragazza che siede, da oltre vent’anni, nel paradiso dei martiri algerini per la libertà. Si chiamava Katia Bengana e, a distanza di 21 anni, resta un esempio per tante giovani perché è, ancora oggi, il simbolo del coraggio e delle determinazione. Coraggio perché si rifiutò, come avevano cercato di imporle i jihadisti, di indossare il velo integrale; determinazione perché difese la sua scelta anche quando il suo boia le punto il fucile alla testa facendola esplodere sotto i proiettili. Katia è stata e resta un’eroina di cui l’Algeria ha ripreso con vigore a onorare il ricordo sotto la spinta emotiva delle efferatezze dell’Isis.
Le poche immagini conosciute di Katia mostrano una ragazza bellissima e dallo sguardo fiero, come sono le donne kabile, note in Algeria per la durezza del loro carattere, ma anche per come sanno difendere le loro conquiste. E lei, Katia, la sua conquista l’aveva avuta quando, studentessa eccellente, era riuscita ad avere la possibilità di frequentare il liceo di Meftah (ad una cinquantina di chilometri da Algeri) che ogni mattina raggiungeva in autobus da El Kseur, dove risiedeva con la famiglia. Erano gli anni ’90, quelli della guerra civile e dei massacri indiscriminati. Il jihad – a quel tempo targata Gia – conduceva due battaglie, entrambe feroci: con l’Esercito, che non le dava quartiere; contro tutti coloro che non si piegavano alla loro idea dell’Islam.

FINMECCANICA/ Affari con dittature e Paesi in guerra: il 18% delle azioni in mano a banche e società Usa



Di Carmine Gazzanni
http://www.infiltrato.it

Il dato è assolutamente paradossale. Se infatti l’ultimo anno è stato uno dei più difficili della storia di Finmeccanica dal punto di vista economico-finanziario, le commesse in ambito militare sono sensibilmente cresciute. Nel 2011 tutti i risultati del gruppo sono stati negativi: sono andati persi oltre due milioni di euro, contro i 557 guadagnati nel 2010. Secondo l’esposto presentato lo scorso ottobre da Antonio Di Pietro il bilancio del gruppo conta ad oggi un perdita pari a 2,5 miliardi di euro. Dati ancora più drammatici sul fronte occupazione: nell’ultimo biennio, Finmeccanica è passata da 75mila a 69mila dipendenti. A complicare ulteriormente il quadro è giunta, a inizio 2013, la notizia del declassamento del rating dell’azienda da parte di Moody’s da Alta ad Accettabile capacità di ripagare i debiti a breve termine.

Di chi la responsabilità di tale impressionante calo? Della gestione Orsi. Dal 2011 (ovvero da quanto l’uomo della Lega Nord è presidente e amministratore delegato della holding), infatti, c’è stata una pesante insistenza (e quanto mai controproducente, visti i risultati) sulla produzione di materiali d’armamento. Basti pensare alla volontà di (s)vendere la controllata Ansaldo Energie spa (produttore di energia specializzato nella realizzazione di turbine a gas, a vapore, generatori e centrali elettriche complete) al colosso tedesco della Siemens per un’offerta che si aggirerebbe intorno a 1,3 miliardi di euro. Una scelta incomprensibile, considerando l’attivo della controllata. Secondo il bilancio 2010 (ultimo dato consolidato disponibile), infatti, la Ansaldo vanta ricavi per 1,4 miliardi di euro e oltre tremila dipendenti. Una società, dunque, sana e in forte crescita che, tuttavia, gli organi dirigenziali vorrebbero vendere. A differenza, invece, di Alenia e Selex, le principali controllate in campo militare, in costante indebitamento: basti pensare che soprattutto queste hanno comportato l’incredibile deficit dell’azienda. Secondo l’istituto di ricerche svedese per la pace Sipri, infatti, il 58% del fatturato Finmeccanica è generato da vendite di armi.

Nonostante questo, però, anche l’ultimo cda ha presentato un piano di “rilancio aziendale” che punta, ancora, a concentrare gli sforzi quasi esclusivamente nel settore aerospaziale e delle telecomunicazioni militari. E, a leggere il rapporto sui “lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento” per il 2011 (ultimo anno disponibile), è evidente quale sarà la linea di Finmeccanica: affari soprattutto con i Paesi in guerra o a regimi dittatoriali. Con un (importante) occhio di riguardo per gli Stati Uniti e il loro business bellico.



GLI AFFARI MILITARI CRESCONO – Nel rapporto citato il quadro è chiaro. È proprio con l’insediamento di Giuseppe Orsi – 2011 – che la linea di politica economica di Finmeccanica si è fatta marcatamente militare. Nonostante le perdite, infatti, le esportazioni in campo bellico sono aumentate in maniera sensibile. In quell’anno sono state rilasciate dal ministero degli Esteri complessivamente 2.497 autorizzazioni per le esportazioni, contro le 2.210 dell’anno precedente. “Il valore delle esportazioni definitive – si legge nel dossier – è stato pari a 3.059.831.372,25 euro (nel 2010, 2.906.288.705,85 euro, ndr), ed un importo di autorizzazioni relative ai Programmi Intergovernativi pari a 2.201.889.500,00 euro (nel 2010, 345.430.573,38 euro, ndr)”. In sintesi, rispetto al 2010 si è avuto un incremento, pari a 5,28%, del valore delle autorizzazioni alle esportazioni.

A questo punto domandiamoci: chi sono stati i maggiori esportatori, “autorizzati” dal ministero? A ben vedere, tutte le principali partecipate di Finmeccanica. A primeggiare Agusta spa con il 14,37% delle autorizzazioni (pari a 756,19 milioni di euro) seguita da Orizzonte Sistemi Navali con il 7,915% (pari a 416,17 milioni di euro), Alenia Armacchi spa con il 4,81% (pari a 252,95 milioni), Alenia Aeronautica spa con il 4,30% (226,00 milioni), Oto Melara spa con il 2,65% (139,50 milioni), Elettronica spa con il 2,345% (122,96 milioni). E poi, ancora, Whitehead Alena, Selex Galielo e Avio spa. Sebbene il bilancio sia in rosso, dunque, affari d’oro in campo militare. Ma con chi?



DA ISRAELE ALLA SIRIA, DALL’ARABIA ALL’ALGERIA. AFFARI D’ORO (E DI SANGUE) CON PAESI IN GUERRA O A REGIME DITTATORIALE – Ancora nel rapporto si legge: “Per quanto attiene ai Paesi principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di prodotti per la difesa il principale acquirente è stata l’Algeria, che si attesta al 9,08%, pari a 477,52 milioni di euro”. Quella stessa Algeria oggi in guerra e che soltanto poche settimane fa è stata teatro di una carneficina operata da un gruppo terroristico vicino ad Al Qaeda che ha portato alla morte di 34 ostaggi.

Negli affari Finmeccanica, però, spicca anche un altro particolare interessante. Poco più avanti, infatti, si legge che “l’Algeria e l’Arabia Saudita rappresentano i principali partners commerciali”. Insomma, accanto al Paese africano, tra i maggiori clienti della holding italiana, spunta anche la regione araba retta da una monarchia assoluta islamica. Nei fatti, dunque, un regime dittatoriale (o comunque antidemocratico dato che non esistono elezioni). La società italiana, insomma, fa affari proprio con quegli Stati verso cui sarebbe necessaria, da parte di un Paese democratico, una netta opposizione, economica prima ancora che politica.

E non finisce qui. Basti pensare – come ricordato pochi giorni fa - a quanto emergerebbe da alcuni cabli di Wikileaks, l’organizzazione di Julian Assange, sui rapporti milionari tra l’azienda italiana e il regime siriano di Assad: la Finmeccanica, attraverso la sua controllata Selex Sistemi Integrati, avrebbe venduto al governo di Damasco tecnologie sofisticatissime tutte potenzialmente utili per fini bellici. Secondo un’inchiesta de L’Espresso, infatti, Finmeccanica avrebbe permesso alla Siria di entrare in possesso sopratutto del sistema di comunicazione Tetra, venduto all’ente controllato dal governo siriano Syrian Wireless Organisation per 40 milioni di euro. Il sistema consiste in una rete di comunicazione senza fili, che attraverso apparecchi fissi o mobili permette di inviare dati multimediali a grande velocità. E soprattutto permette comunicazioni criptate a prova di intercettazione e collega qualunque tipo di veicolo, elicotteri inclusi. Non solo. Tra le mail rese pubbliche spicca quella datata febbraio 2012 – quando dunque il dramma del paese, dove si stima vi siano stati 15mila e 800 morti in 16 mesi, era già diventato un caso mondiale – in cui si preannuncia addirittura l’arrivo degli ingegneri della Selex a Damasco, per istruire all’uso della rete di comunicazione Tetra, una tecnologia evidentemente pericolosa se affidata a mani sbagliate.

Infine, Israele. Sempre secondo il rapporto, circa le aree geopolitiche di destinazione delle esportazioni, il Medio Oriente occupa, insieme all’Africa Settentrionale, addirittura il secondo posto con il 24,03% di autorizzazioni di esportazione. Era il 19 luglio scorso, d’altronde, quando Finmeccanica, in una nota, annunciava che “nell’ambito di un accordo di collaborazione tra il Governo italiano ed il Governo israeliano, Finmeccanica rende noto di avere sottoscritto oggi contratti per un valore pari a circa 850 milioni di dollari attraverso le società operative Alenia Aermacchi, Telespazio e SELEX Elsag”. Il comunicato della più grande azienda italiana attiva nel settore armi è chiaro: un contratto quasi miliardario di rifornimento armi a Israele. Curioso come Orsi salutò l’accordo: “Questo accordo rappresenta un’importante affermazione non solo di Finmeccanica e delle società operative Alenia Aermacchi, Telespazio e SELEX Elsag, ma dell’intero Sistema Paese”.



DO UT DES ITALIA-USA. LA MILITARIZZAZIONE AMERICANA DI FINMECCANICA - “Il raddoppio della base americana di Vicenza sta terremotando il governo Prodi, che ha deciso in quella direzione, forse, anche per evitare di compromettere eventuali commesse militari che il Pentagono potrebbe, a breve, assegnare ad aziende italiane”. Era il 2007 quando Luciano Bertozzi lanciò questo avvertimento dalle colonne del mensile Nigrizia. “Del resto, Finmeccanica è in lizza per la fornitura alle forze armate di Washington di un grande numero di aerei da trasporto militari, ma soprattutto è in ballo la realizzazione dell’aereo più costoso della storia il JSF o F35, che sarà adottato, oltre che dagli Usa, anche da numerosi Paesi Nato, con un giro di affari di molti miliardi di dollari”. Insomma, un do ut  des in piena regola che, negli ultimi anni, si è pesantemente rinforzato.

I contratti stipulati dal 2011, infatti, sono diversi. Come ricorda Antonio Mazzeo nella sua inchiesta su Guerra e Pace, basti pensare a quello da oltre 500 milioni di euro firmato lo scorso aprile tra Alenia Aermacchi e la Netma – Nato Eurofigthter per la fornitura di servizi di supporto tecnico-logistico; o quello della Selex Elsagcon con l’agenzia Consultation, Command and ControlNC3A della Nato per 58 milioni di euro per l’implementazione e la gestione del programma Computer Incident Response Capability (NCIRC) – Full Operating Capability (FOC), finalizzato a “rilevare e rispondere in modo rapido ed efficace a minacce e vulnerabilità legate alla sicurezza informatica (Cyber Security)”. Ed è ancora la Selex ad essersi aggiudicata, nel maggio 2011, un altro contratto Nato da 30 milioni per la fornitura e l’installazione di sistemi di comunicazione in diversi siti terrestri di Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Turchia e Ungheria, nell’ambito della cosiddetta Rete Link 16 che consente lo scambio dati con i vettori dell’Alleanza nello spazio aereo europeo. Non solo. “Nell’ultimo biennio – scrive Mazzeo - l’agenzia NACMA ha affidato a Selex Sistemi Integrati anche l’installazione nei siti Nato in Ungheria e Norvegia di 173 posti operatore del sistema di comando e controllo aereo ACCS e l’integrazione di 230 sensori per tutti gli undici siti di replica ACCS dell’Alleanza (importo complessivo 24,5 milioni di euro)”.

Ma tra i clienti di Finmeccanica non c’è solo la Nato. A fine 2011, infatti, sono stati stipulati altri due importanti contratti, il primo con la statuinitense Lockheed Martin per la fornitura di sistemi di combattimento e sonar a sottomarini nucleari (400 milioni di dollari); il secondo per la fornitura di servizi di supporto ai mezzi blindati e carri armati di Us Army (47,3 milioni di dollari). Solo pochi mesi dopo ecco l’ennesimo contratto, stipulato questa volta con la Us Force, per la fornitura di nuovi sistemi di navigazione per gli elicotteri “Pave Hawk HH-60G” e sistemi elettronici avanzati per gli aerei E-6B (63 milioni).


IL 18% DI FINMECCANICA (GIÀ) IN MANO DI BANCHE E SOCIETÀ USA – È il libro-inchiesta Armi, un affare di Stato a far luce sulla questione. Andando a spulciare le percentuali di azioni in mano a importanti fondi d’investimento statunitensi, è evidente come sia in atto un’importante americanizzazione della holding italiana: Tradewinds Global Investors (5,38%), Deutsche Bank Trust Company Americas (3,6), BlackRock (2,24) e Grantham Mayo Van Otterloo & Co. (2,05).




A questi, poi, vanno aggiunti, secondo quanto rilevato da IRES Toscana, società e fondi pensione statunitensi: New Perspectives Fund (1,96%), Fundamental Investors (1,18), Capital World Growth Fund (0,64), Europacific Growth Fund (0,47), Ishares Msci Eafe Index Fund (0,28), GMO Foreign Fund (0,14), Thrivent Partner International Stock Portfolio (0,13), State Street Bank and Trust Company Investment Funds (0,12). Sommando tutte le percentuali, risulta intorno al 18% il capitale azionario di Finmeccanica a stelle e strisce. Insomma, una holding italiana sempre meno italiana.

Fonte:http://www.infiltrato.it/inchieste/italia/finmeccanica-affari-con-dittature-e-paesi-in-guerra-il-18-delle-azioni-in-mano-a-banche-e-societa-usa

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *