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Le vere origini di Halloween: dall’Irlanda celtica ai Feralia di Roma

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Di Carlomanno Adinolfi
Un altro Halloween è sopravvissuto all’ormai usuale derby tra i suoi detrattori e i suoi sostenitori, i primi che rivendicano Ognissanti e la ricorrenza dei morti come uniche feste tradizionali italiane per il periodo di passaggio da ottobre a novembre, rifiutando una festa che ritengono americana e commerciale, e i secondi che invece rivendicano le radici pagane della festività accusando proprio Ognissanti e il giorno dei morti di essere delle festività posticce create appositamente per soppiantare feste più antiche. A ben vedere entrambi hanno una parte di ragione. I primi perché effettivamente la festa di Halloween come la conosciamo nasce in Irlanda e poi, in seguito alla massiccia immigrazione irlandese negli Stati Uniti, arriva in Italia filtrata da circa un secolo e mezzo di americanizzazione. Ma sicuramente è anche vero che essa ha radici molto più antiche, che affondano nell’Europa celtica pre-cristiana e che pertanto fanno di Halloween una festa più “tradizionale” e originariamente europea di quella di Ognissanti.
Halloween deriva in effetti il suo nome proprio dalla festa cristiana del 1° novembre, essendo una contrazione del termine “All Hallows’ Eve” ovvero “la vigilia di Ognissanti”. Infatti il 31 ottobre, tanto in Irlanda quanto in Francia, paesi di radicata origine celtica, è sopravvissuta per secoli una festa dalle radici pagane che la Chiesa non è mai riuscita a spegnere. Ed è quasi sicuro che l’istituzione di Ognissanti il 1° novembre e della ricorrenza dei morti il 2, siano state proprio un tentativo di soppiantare questa misteriosa festa. Infatti Ognissanti, celebrata per la prima volta il 13 maggio del 609, per molti anni non ebbe un giorno canonico fissato dalla Chiesa. Solo in Francia veniva festeggiata in concomitanza con la festa pagana celtica, proprio il 1° novembre. Fu nel IX secolo poi che la data utilizzata in Francia divenne la data ufficiale per tutta la Chiesa, che vi aggiunse il giorno dei morti il 2 novembre.

Ovviamente la festa celtica a cui ci riferiamo è quella di Samhain, una delle quattro porte del calendario rituale dei Celti che, a differenza di altri popoli Indo-Arii che festeggiavano le porte equinoziali e solstiziali, onoravano le quattro porte intermedie. Samhain infatti si collocava esattamente a metà tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno, ponendosi esattamente nel mezzo della stagione autunnale. Questa festa resistette a lungo ai tentativi cristiani di abbatterla proprio perché era il giorno più importante dell’anno celtico. Era infatti quello che volgarmente viene chiamato “capodanno celtico”: era insomma il giorno che vedeva finire l’anno precedente e iniziare quello successivo, un giorno che apparteneva ad entrambi gli anni e che veniva infatti definito “il giorno che non esiste”. In questa apertura cardine dell’anno cadevano le barriere tra i mondi, tra questo mondo – quello degli uomini – e il Sidh, chiamato anche Tir na Nog, ovvero l’altro mondo, quello al di là dell’orizzonte a Ovest, il mondo dei morti e degli spiriti. È un giorno molto pericoloso per chi non sia spiritualmente preparato: si può essere ammaliati da una Bansidh – conosciute oggi come Banshee – ovvero una messaggera del Sidh, ed essere intrappolati per sempre nell’Altro Mondo. Oppure essere posseduti dagli spiriti che per questo giorno sono liberi di camminare in questo mondo. Per questo si accendono fuochi e falò nei villaggi, per tenere lontani spiriti e per mantenere illuminata la notte che cela pericoli invisibili. E per questo sulle porte e sulle finestre, oltre a piccole lanterne che sono il corrispettivo domestico dei grandi falò comunitari, si trovano piccole offerte di cibo utili a sfamare gli spiriti e distoglierli dagli uomini.
Riconosciamo in queste ritualità quel che ancora oggi vediamo in Halloween: le lanterne ricavate da zucche intagliate sono il ricordo delle lanterne e dei falò – ovviamente la zucca è una aggiunta americana, essendo originaria di quel continente – mentre i bimbi mascherati da morti, streghe e spiriti che vanno di casa in casa a chiedere “dolcetto o scherzetto” sono quel che resta del rito di lasciare cibo per i morti che vagano. Il costume di mascherarsi potrebbe derivare da una mascherata rituale utile a esorcizzare la possessione o l’arrivo degli spiriti ma potrebbe essere anche posteriore. Ovviamente ci sono gli irriducibili che rifiutano a prescindere anche Samhain in quanto festa non italica – i Celti a dire il vero in Italia furono presenti, ma le ritualità di Samhain come le conosciamo sono per lo più attestate nelle isole britanniche e nel nord della Francia – ma a ben guardare a Roma in questo periodo c’era qualcosa di abbastanza simile. L’8 novembre era infatti uno dei tre giorni sacri – gli altri erano il 5 ottobre e il 24 agosto, in corrispondenza dei Volcanalia del 23 – in cui mundus patet, si apre la volta sotterranea. Il mundus era il collegamento con il mondo sotterraneo, il mondo dei Mani, spiriti dei defunti, ed aveva forma semisferica. Era appunto una volta, contraltare complementare della volta sferica del mondo celeste.

'HALLOWEEN NELL'ANTICA ROMA', LE FESTE DEDICATE A POMONA E PARENTALIA

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Di Salvatore Santoru

Com'è noto, la festività di Halloween ha origini celtiche(1) ma la tipicità della sua festa è in realtà comune alla "fesitivtà dei morti" comune alle altre tradizioni pagane europee.
Tra queste ci sono da segnalare quelle presenti nell'Antica Roma, che alcuni studiosi hanno considerato essere in qualche modo "precursori" della stessa Halloween.
Tra queste festività dell'antica Roma vi erano quella dedicata alla dea dei frutti "Pomona" e alla "festa dei morti" di Parentalia.

PER APPROFONDIRE:

https://it.wikipedia.org/wiki/Halloween#Storia

https://it.wikipedia.org/wiki/Pomona

https://it.wikipedia.org/wiki/Parentalia

FOTO:http://www.novaroma.org

I Lupercalia all’origine della festa di San Valentino

Di Antonella Bazzoli
Nel giorno della Festa degli Innamorati del 14 febbraio, la chiesa ricorda il martirio di San Valentino. Ma alle origini di questa ricorrenza cattolica, trasformatasi in realtà in un evento dai connotati più commerciali che religiosi, vi è un’antica tradizione festiva che nel calendario religioso di Roma antica era conosciuta con il nome di Lupercalia. 
Sappiamo che a Roma i Lupercalia si celebravano il 15 di febbraio, con cerimonie di purificazione e con rituali che potremmo definire di “fecondazione simbolica”. Sembra che tali consuetudini derivassero da un arcaico culto per Faunus Lupercus, dio oracolare dal carattere disordinato e selvaggio che veniva invocato per proteggere i campi, le selve e i pastori, e che finì per essere identificato con il greco Pan (non a caso rappresentato proprio come Fauno, con corna e zoccoli di capra).
Secondo altre fonti i Lupercalia si legherebbero invece al culto di una divinità femminile: Juno Februata, ovvero “Giunone purificata”, invocata dalle donne per curare le febbri e per essere protette dutante la gravidanza e il parto. Si tratta di credenze e rituali precristiani che il popolo di Roma fece fatica ad abbandonare, tanto è vero che iLupercalia si tenevano ancora nel V secolo, nonostante le critiche e i divieti mossi contro di essi dai capi della chiesa, comprensibilmente preoccupati dal permanere di tali usanze pagane. Secondo alcune fonti, proprio allo scopo di estirpare definitivamente quegli antichi riti precristiani che si tenevano alle idi di febbraiopapa Gelasio I avrebbe pensato ad una sorta di damnatio memoriae, istituendo la ricorrenza di San Valentino martire tra il 492 e il 496.
Non fu solo la Chiesa cattolica a mostrarsi ostile ai Lupercalia. Lo stesso Cicerone giudicò “selvagge” queste “riunioni”. E Valerio Massimo scrisse in proposito che si trattava di feste “promosse dall’ilarità e dall’eccesso di vino”. Egli ne giustificava però la ricorrenza, ritenendo cha ad istituirle fossero stati gli stessi Romolo e Remo “esultanti di gioia poiché il nonno Numitore aveva loro concesso di fondare una città sul Palatino” (Val. Max 2, 2, 9). Ciò spiega, tra l’altro, perchè la festa del 15 febbraio fosse celebrata a Roma presso la grotta sacra alle pendici del Palatino: il cosiddetto Lupercale, la cavità che secondo la leggenda di fondazione avrebbe ospitato la mitica Lupa e i gemelli da lei allattati.
E’ Plutarco a descrivere nel dettaglio lo svolgimento dei Lupercalia, non esitando a definire queste celebrazioni “azioni rituali difficili da spiegare”.

La Lupa che nutrì Romolo e Remo fa parte dei rilievi dedicati alla fondazione di Roma.
Due giovani di famiglia patrizia detti Luperci, venivano condotti nella grotta consacrata al dio che si trovava ai piedi del Palatino. Dopo aver sacrificato una capra, i due venivano segnati sulla fronte con un coltello bagnato di sangue caprino, quindi venivano detersi con un panno di lana bianca intriso di latte. Concluso il rituale purificatorio del lavaggio, i due nobili adolescenti dovevano ridere. Poi, fatta a strisce la pelle di capra, dovevano correre nudi attorno al colle, schernendo gli spettatori e i passanti che incrociavano e usando come fruste le strisce di cuoio, per colpire chiunque avessero incontrato lungo la loro corsa sfrenata.
Le matrone di Roma e le giovani spose desiderose di avere figli, anziché evitare i colpi di frusta inferti dai Luperci, vi si facevano incontro, credendo che tali gesti simbolici fossero in grado di giovare alla fertilità e alla gravidanza.
Ecco perchè lo stravagante rituale ha fatto supporre che i Lupercaliasiano stati rituali di “fecondazione simbolica”, risalenti forse addirittura ad un’epoca antecedente la fondazione di Roma.
Parenti lontani di quello che sarebbe poi diventato il Carnevale, iLupercalia erano anche considerate feste di fine anno (non va dimenticato che nel calendario di Romolo era marzo e non gennaio, il primo mese dell’ anno solare). Ciò spiegherebbe anche gli aspetti più insoliti della festa del 15 febbraio, in particolare il suo carattere gioioso e sfrenato e  i suoi rituali di tipo espiatorio e propiziatorio, tipici del mese di febbraio che rappresentava un periodo di preparazione e di purificazione in vista della nuova stagione primaverile.
Da leggere:
Publio Ovidio Nasone “I Fasti” ed. BUR 2006
Dario Sabbatucci “La religione di Roma antica, dal calendario festivo all’ordine cosmico” ed. Seam 1999
Andrea Carandini “La leggenda di Roma” Vol. I “Dalla nascita dei gemelli alla fondazione della città” Fondazione L. Valla – A. Mondadori  2006
Andrea Carandini “Remo e Romolo” Vol. I “Dai rioni dei Quiriti alla città dei Romani” Einaudi 2006
FOTO IN ALTO:"La città di Roma rappresentata allegoricamente da una matrona seduta in trono"

I GRANDI CULTI MISTERICI DEL MONDO ANTICO



http://archeosofiaprato.org/2016/01/20/i-grandi-culti-misterici-del-mondo-antico/

Noi oggi utilizziamo la parola “mistero” per indicare qualcosa di incomprensibile, talvolta di temibile o di inafferrabile dalla nostra intelligenza.  L’origine di questo termine, di derivazione chiaramente greca, indicava una cosa chiusa, inaccessibile, riservata che rimandava alle pratiche segrete presenti all’interno di alcuni culti religiosi.  Fino all’avvento del Cristianesimo nelle antiche religioni asiatiche, mediorientali e mediterranee a partire probabilmente dal III millennio a. C. (o addirittura dal IV) si diffusero delle forme di culto segrete che facendo capo a particolari prove e riti iniziatici conferivano a chi vi partecipava una rigenerazione della coscienza, la scoperta dei segreti più profondi della vita, dell’universo e la piena rinascita spirituale. Addirittura gli antichi autori –velatamente- accennano a questa rinascita parlando direttamente di immortalità conferita all’Eroe che usciva vincitore dalle prove iniziatiche affrontate nei “Misteri”.  Tutte le religioni del mediterraneo, soprattutto in epoca ellenistica, possedettero i loro culti misterici (sebbene fossero di origine molto più antica): tali culti, rispetto alle religioni ufficiali promettevano a chi vi partecipava il raggiungimento di un fine soteriologico (legato alla salvezza dell’anima), che spesso la religione vissuta exotericamente non prometteva affatto.  Quasi tutti hanno infatti sentito parlare dei Misteri di Eleusi (Grecia), di Mitra (Persia), di Iside e Osiride (Egitto), e di questi sono stati testimoni diretti molti personaggi famosi come Apuleio, Plutarco, Platone e lo stesso Pitagora. Infatti, non pochi autori classici fanno riferimento più volte nei loro scritti a queste pratiche segrete e affascinanti.  Spesso la partecipazione a questi misteri prevedeva una preparazione personale notevole e una selezione severa che nel tempo fu poi, sotto altra forma, conservata e osservata nelle successive Scuole dove l’ammissione prevedeva un’adeguata scelta dei canditati. Come, ad esempio, avvenne molti secoli dopo in alcuni movimenti esoterici come gli Alchimisti, i Rosacroce, la cavalleria Templare).  Al momento in cui il Cristianesimo nacque, tutto il bacino del mediterraneo fino ad arrivare alla Persia e all’India era pervaso di un forte sincretismo religioso e da una vasta diffusione (quasi una democratizzazione) dei culti Misterici allora conosciuti. Tanto che non pochi personaggi famosi erano soliti vantare nelle proprie biografie di aver partecipato ed essere stati iniziati a più di un culto misterico.  Questi culti, dai tratti fortemente pagani, dopo aver impresso il loro influsso per secoli, si andarono rapidamente eclissando via via che si diffuse e prese campo la nuova religione emergente. Fino a diventare una lontana memoria a volte perduta tra leggenda e mito.  Ma siamo sicuri che tutto andò perduto? Il cristianesimo delle origini, in realtà, deve molto all’apporto degli uomini e delle menti brillanti che lo precedettero, tanto che conservò per diversi secoli al suo interno alcune caratteristiche fondamentalmente “misteriche”. Tutt’oggi, ad un occhio attento, non sfuggono i riferimenti e gli insegnamenti che anche la nostra religione porta avanti di chiaro sapore misterico oramai da più di venti secoli.

FOTO:culto di Demetra,http://www.raphaelproject.com/conferenze_online/inc_159.htm

Origine e significato dei simboli del Natale

Di Giovanni Balducci
Perché il 25 dicembre.
sigilloLa data di nascita di Gesù non è riportata nei Vangeli, perciò fin dai primi secoli i cristiani si preoccuparono di stabilirne il giorno esatto, fissando date diverse, ingenerando così una certa confusione, tanto che il teologo Clemente Alessandrino ebbe a dire in un suo scritto: «Non si contentano di sapere in che anno è nato il Signore, ma con curiosità troppo spinta vanno a cercarne anche il giorno» (Stromata, I,21,146). Per risolvere la vexata quaestio, Papa Giulio I nel 337 d.C. stabilì la ricorrenza della Natività, il giorno 25 dicembre, in quanto, in tale data, i romani già festeggiavano ilDies natalis Solis invicti, cioè il giorno di nascita del dio solare Mithra. Il culto mithraico, sorto nell’area del Mediterraneo orientale intorno al II-I secolo a.C., ebbe vasta diffusione nel mondo romano, e persino alcuni Imperatori tra cui Eliogabalo, e secondo alcune fonti, lo stesso Costantino prima di convertirsi al Cristianesimo, erano iniziati ai misteri del dio. La data del 25 dicembre è, inoltre, in stretto rapporto con il solstizio d’inverno e quindi con l’allungarsi delle giornate, dunque con la rinascita del Sole. A tal proposito Tertulliano riporta che: «…molti ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto noto che noi preghiamo rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia» (Tertulliano, Ad nationes, apologeticum, de testimonio animae). C’è inoltre chi afferma che la festività del Natale sia strettamente connessa alla tradizione della festa ebraica della luce, la Hanukkah. Del resto Cristo per la liturgia cattolica è il Sol Justitiae. E il vangelo di Giovanni lo presenta come «la vera luce che illumina ogni uomo» (Gv 1:9). Il simbolismo solare, per indicare Cristo, è ben radicato, altresì, anche nell’Antico Testamento: i libri profetici della Bibbia giudaica si concludevano proprio con l’aspettativa di un sole di giustizia: «la mia giustizia sorgerà come un sole e i suoi raggi porteranno la guarigione[…]il giorno in cui io manifesterò la mia potenza, voi schiaccerete i malvagi…» è scritto nel Libro di Malachia (Libro di Malachia, 3, 20-21). La nascita di Cristo è, dunque, strettamente connessa ad una speranza di rinascita e di rinnovamento, ad una vivificazione della luce in ogni uomo, chiamato a ritrovare la “scintilla interiore” che illumini la propria coscienza e il suo cammino verso la Verità: Cristo, la Luce che dissolve le tenebre.
La grotta.
Il Vangelo di Luca riferisce che dopo la sua nascita il piccolo Gesù venne deposto “in una mangiatoia”, ma non specifica la tipologia dell’edificio in cui si trovava, mentre il Vangelo di Matteo narra di una “casa”. L’apocrifo Protovangelo di Giacomo, invece, precisa che Gesù nacque in una grotta. La nascita di Gesù in una grotta è attestata anche dall’apologeta cristiano Giustino martire, che nel suo Dialogo con Trifone racconta di come la Sacra Famiglia si fosse rifugiata in una grotta al di fuori della città di Betlemme, e da Origene di Alessandria, il quale intorno all’anno 247 d.C., scrive di una grotta nella città di Betlemme ritenuta dalla popolazione locale quale luogo di nascita di Gesù, e di come questa grotta in precedenza fosse stata un luogo di culto di Tammuz, divinità mesopotamica. Quello della grotta è un archetipo universale. Essendo all’interno della terra, la grotta è simbolo del Centro del Mondo e rappresenta il luogo della nascita o della ri-nascita. Anche in questo caso è evidente il riferimento al culto mithraico e alla grotta dei Misteri di Mithra. La grotta è altresì figura del cuore e in questa accezione è il centro del microcosmo che è l’uomo. A tal proposito, laletteratura alchemica, invita mediante l’acronimo V.I.T.R.I.O.L.U.M. (formato dalle prime lettere dall’espressione latinaVisita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam, che significa “Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”), a penetrare la terra, ossia se stessi al fine di conoscere il proprio Sé. Parimenti per la tradizione vedica nella “più piccola camera del cuore” ha sede l’Ātman, il Principio cosmico. In una grotta – si racconta – nacque Lao-tze, il sapiente cinese fondatore del Taoismo. Inoltre, un testo di epoca paleocristiana, chiamato La caverna del tesoro o Il libro cristiano di Adamo dell’Occidente, fa iniziare la propria narrazione proprio nella caverna in cui venne sepolto il progenitore Adamo, e racconta di come Noé, sopravvissuto al diluvio, ordinò a suo figlio Sem di andare a prendere dalla grotta le ossa del primo uomo e di seppellirle nuovamente “al centro della Terra”.
Il luogo di nascita.
Per quel che concerne la città di nascita del Cristo, Betlemme: il suo nome in lingua ebraica significa “casa del pane”. Mai nome fu tanto appropriato alla nascita di Colui che disse di se: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,35.48). Leggenda vuole che Betlemme, in ebraico Beith-Lehem, fosse proprio Beith-El, la “casa di Dio”, il luogo in cui il Signore apparve a Giacobbe.
Manlio Triggiani, Storia del Natale. Culti, miti e tradizioni di una festa millenariaL’asino e il bue.
Nel presepe, che San Francesco allestì a Greccio, nella grotta della Natività, vi sono un asino e un bue, di cui non si fa menzione nei vangeli canonici. È infatti il Vangelo apocrifo dello pseudo Matteo a dar notizia della presenza del bue e dell’asino nella grotta di Betlemme. Quello dell’asino è un simbolismo ambivalente: l’asino è sia considerato un animale malefico, figura di morte ed epitome della stupidità, sia come simbolo di fertilità e di forza: infatti se in India un asino è la cavalcatura del re dei morti, e nell’antico Egitto un asino era il simbolo di Seth, il dio del Caos primordiale che si contrapponeva ad Osiride il dio del Sole, e se il Lucio protagonista dell’Asino d’oro di Apuleio è mutato in asino, in quanto schiavo dei piaceri della carne e di un’insana curiosità per la magia, per converso, alcuni bestiari medioevali, sottolineano la mansuetudine di questo animale; anche Montaigne ebbe a formulare un elogio dell’asino: «C’è forse qualcosa di più sicuro, deciso, sdegnoso, contemplativo, grave, serio come l’asino?» ebbe a dire. Inoltre, durante il Medioevo, si svolgeva una singolare festa chiamata Asinaria o Festa dei Folli, durante la quale, in ricordo della fuga della Sacra Famiglia in Egitto, una ragazza con in braccio un bambino veniva portata in processione in groppa a un asino, poi l’asino veniva fatto entrare in chiesa e condotto sull’altare. Durante la celebrazione della messa, l’Introito, il Kyrie, il Gloria e il Credo si concludevano tutti con un raglio e invece dell’ “ite missa est”, l’officiante doveva ragliare per tre volte “ter hinhannabit”, e i fedeli rispondevano ragliando. È noto, inoltre, il passo biblico dell’asina dell’indovino Balaam, che si fermò rispettosa dinanzi all’apparizione di un angelo. E ancora: un asino fu la cavalcatura del Cristo bambino durante la fuga in Egitto e quando infine entrò trionfalmente a Gerusalemme. Quello del bue è, invece, un simbolismo del tutto positivo. Nell’antica Grecia, il sacrificio di cento buoi (ecatombe), rappresentò il sacrificio per antonomasia. Per lo pseudo Dionigi, invece, il bue che con l’aratro scava la terra, rappresenta la parola dei profeti che scava nell’uomo i solchi che riceveranno la pioggia vivificante della sapienza divina. Il bue è, inoltre, la tradizionale cavalcatura di Lao-tze, ed è analogo simbolicamente al toro sacrificale sgozzato da Mithra, che con il suo sacrificio genera il mondo vivente.
L’angelo.
Il Vangelo di Luca (Lc 2, 8-20) riporta che fu un angelo ad annunziare ai pastori la nascita del Salvatore. Generalmente si tende ad individuare l’angelo dei pastori con l’Arcangelo Gabriele, che aveva già annunciato la nascita di Giovanni Battista e di Gesù. Il suo nome deriva dall’ebraico Gavriʼel e significa “la forza di Dio” “Dio è forte”, o anche “l’eroe di Dio”. Egli è uno dei tre arcangeli menzionati nella Bibbia; il primo ad apparire nel Libro di Daniele. Per i musulmani è stato il tramite attraverso cui Dio rivelò il Corano a Maometto.
I pastori.
I primi ad adorare il Bambino sono, dunque, i pastori. Essi, che avendo ricevuto l’annuncio dell’angelo, si precipitano alla grotta della Natività, pascono gli agnelli, gli animali simbolo dell’offerta sacrificale; e Gesù è proprio indicato dalla tradizione come l’Agnello di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, infatti riporta che: «Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29.36). Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello» (Is 53,7; Ger 11,19). Il termine ‘agnello’ è, inoltre, simile a quello di Agni, il dio vedico del fuoco e del sacrificio. Gesù, inoltre, è il “buon pastore” per eccellenza (Gv. 10:11,27-28).
gesu-alberoL’albero.
Uno dei simboli più noti del Natale è sicuramente l’albero: in genere un abete. Quest’albero sempreverde sta a rappresentare il rinnovarsi della vita. Nella Roma antica, molto prima dell’avvento del Cristianesimo, durante il periodo del Solstizio d’inverno, si festeggiavano i Saturnali. In questo periodo ci si scambiava doni e si decoravano gli alberi, con l’auspicio che il gesto producesse frutti abbondanti. Anche i Celtifesteggiavano il Solstizio d’inverno, e consideravano l’abete un albero sacro. In varie tradizioni gli alberi rappresentano l’immortalità: esempi sono il “ramo d’oro” dei Misteri antichi, o le palme della tradizione cristiana, e in generale tutti gli alberi sempreverdi e quelli che producono gomme o resine. Fu proprio ai piedi di un albero – per la precisione un fico sacro – che il principe Siddharta Gautama ottenne l’illuminazione, divenendo il Buddha. Anche nell’ermetismo l’emblema dell’albero è ricorrente, in questi casi sta a simboleggiare il “Mercurio” dei Filosofi. Come non citare poi l’Albero della Vita e l’Albero del Bene e del Male dell’Eden, o l’Albero delle Sephiroth della Cabala ebraica. Lo storico delle religioni Mircea Eliade ha altresì evidenziato come l’immagine dell’albero sia in stretto rapporto con l’antichissimo simbolismo dell’Axis Mundi(1), l’asse cosmico, spesso immaginato come un asse verticale situato al centro dell’Universo: nella mitologia assiro-babilonese, ad esempio, si parla di un “albero cosmico” radicato in Eridu, la “Casa della Sapienza”. Non è da escludere dunque l’ipotesi che l’Albero di Natale stia a simboleggiare il Cristo, inteso come Albero cosmico, che dà vita all’Universo intero: del resto, fu proprio Gesù a paragonare la sua persona ad un albero, la vite nella fattispecie: «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv15,5).
I Magi.
Ultimi a comparire sulla “scena del Natale” sono i Magi: sovente, l’arte, la letteratura, il folklore si sono esercitati sul tema dei Magi. Le Sacre Scritture ci forniscono poche informazioni in merito, solo il Vangelo di Matteo (2,1-12) il più antico dei quattro Vangeli, scritto in aramaico intorno al 64 d.C., cita i Magi, sebbene da questa fonte non si possa apprendere granché sul loro conto: né i nomi, né il numero, né tantomeno il luogo di provenienza, che è indicato con un generico “da Oriente”. Eppure sappiamo molto di più su di loro di quanto le Sacre Scritture non dicano. Le fonti da cui desumiamo alcune di queste importanti informazioni sono in realtà alcuni testi apocrifi (cioè ritenuti non ispirati). I Magi sono considerati dalla tradizione cristiana come la ‘primitia gentium’, i primi pagani ad aver riconosciuto ed adorato il Signore. Ciò pone la vicenda dei Magi come punto di incontro tra ebraismo e quelle che molto semplicisticamente chiamiamo religioni pagane. I “tre” Magi, inoltre, con i loro “tre” doni, spesso, sono stati identificati come allegoria dei tre regni o mondi aristotelici: fisico, parafisico e metafisico, o delle tre caste del mondo tradizionale (quella sacerdotale, quella guerriera, e quella dei produttori). In maniera assimilabile, secondo il pensatore tradizionalista René Guénon, i Magi starebbero a rappresentare i tre capi dell’Agarttha(2), fulcro spirituale del mondo, costituito appunto da tre parti: il Mahangha, il Mahatma e il Brahatma. Nello specifico: «Il Mahanga offre a Cristo l’oro e lo saluta come “Re”; il Mahatma gli offre l’incenso e lo saluta come “Sacerdote”; il Brahatma, infine gli offre la mirra (cioè il balsamo di incorruttibilità, immagine dell’Amrità(3)) e lo saluta come “Profeta” o Maestro spirituale per eccellenza» (René GuénonIl Re del Mondo).
Note:
1. Quella dell’Axis Mundi (asse cosmico) è una nozione presente in differenti religioni e mitologie. La funzione dell’Axis Mundi è quella di collegare Cielo, Terra e Inferi. Una figurazione dell’ ‘’asse cosmico’’ è il frassino Yggdrasill della mitologia norrena.
2. Agarttha è un nome spesso usato per definire un paese inavvicinabile all’interno dell’Asia centrale, retto da un saggio sovrano, identificato con il cosiddetto Re del Mondo, e popolato da uomini puri. Nel tantra Kalachakra del buddhismo tibetano viene descritto un regno simile, col nome di Shambhala. Ciò ha condotto, nelle interpretazioni moderne, ad una identificazione tra Shambhala e Agarttha. Di questo luogo misterioso si parla nell’opera di Saint-Yves d’Alveydre intitolata Mission de l’Inde, pubblicata nel 1910, e in Bestie, uomini e dèi di Ferdinand Ossendowski, del 1923.
3. L’Amrità è l’elisir d’immortalità; era raffigurata dal Soma vedico e dallo Haoma mazdeo, bevande sacre, cibo degli dèi.

L'Albero della Vita nella tradizione culturale celtico-gaelica



Per gli antichi Celti, così come per molti altri popoli, gli alberi rappresentavano il collegamento al Mondo dello Spirito così come la connessione con i loro antenati e con il loro lignaggio.
 
L’Albero della Vita è un simbolo che è stato riprodotto, in diverse maniere, da molti artisti.
 
In tutti i casi, comunque, la sua struttura e il suo significato simbolico restano gli stessi: si tratta infatti di un albero nel quale rami e radici si intrecciano e si uniscono spesso disegnando una trama complessa che, molte volte, si rifà proprio ai famosi nodi celtici.
 Secondo alcuni autori, il tronco di quest’albero rappresenta il mondo nel quale noi viviamo, le sue radici i mondi inferiori e i suoi rami i mondi superiori.






L’Albero della Vita, in Gaelico, è chiamato Crann Bethadh. In questo simbolo l’intrecciarsi dei rami, secondo la complessa struttura di nodi celtici più o meno elaborati, non serve solo a soddisfare esigenze estetiche più o meno elaborate, ma sta proprio ad indicare la complessa trama della vita nel suo senso più ampio, ove moltitudini di eventi, influenzati da molteplici fattori si intrecciano creando la realtà che noi percepiamo e quel complesso concatenarsi e correlarsi degli eventi che spesso viene definito sincronicità.
 
Oltre a questo significato possiamo riscontrare nell’Albero della Vita anche un altro aspetto, peraltro comune a tutte le strutture labirintiche, ovvero l’aspetto della nostra personale ricerca spirituale.
 
Il molteplice intrecciarsi di rami e radici rappresenta il seguire il nostro proprio sentiero di ricerca personale attraverso vie spesso apparentemente oscure, casuali ed erronee.
 
Tuttavia è proprio seguendo con fiducia, lo svolgersi del percorso che si giunge alla conoscenza e padronanza del sentiero che esso traccia.

L’Albero della Vita rappresenta l’infinita evoluzione del nostro Spirito e il suo continuo modificarsi attraverso il percorso che esso compie, pur tuttavia restando in qualche modo sempre uguale a se stesso.

In generale, come amuleto, esso viene utilizzato a rappresentare o portare forza, longevità e saggezza.
 
Per quanto ci concerne, al di la di questi significati, possiamo considerare che il simbolo dell’Albero della Vita è anche utilizzabile ai fini di un percorso meditativo interiore che ci porta ad esplorare e conoscere maggiormente noi stessi e la magia dell’Universo che ci circonda .
 
L’albero, costituito da radici immerse nella terra e dai fino ai rami proiettati verso il cielo, indica l’unione tra i mondi inferiori e i mondi superiori.
 
La natura dell’albero è tridimensionale: radici, tronco, rami, hanno una simbologia molto forte, ed è in relazione a molte triadi sacre, quella del tempo “passato, presente, futuro” e dello spazio “altezza, lunghezza, larghezza”.
 
L’albero è il simbolo della vita e dispensatore di ossigeno, le foglie che ciclicamente cadono e rinascono indicano il ciclo delle stagioni, quindi l’eterno ricominciare, mentre se è riempito di foglie perenni è il simbolo d’eternità, ed è per questo che si trova nei cimiteri come richiamo all’immortalità dell’anima.
 
L’albero è il simbolo universale di vita, ma anche simbolo di morte, difatti esso misura il tempo che passa a causa della variazione delle foglie, che variano di forma, dell’ampiezza, ma anche negli anelli del tronco, i quali indicano la storia degli esseri umani e della cara nostra terra incisa nel profondo del suo essere.
 
L’albero fornisce anche il legno del rogo o della bara, per questo motivo, quando associato alla morte, in realtà svolge il ruolo di gettare le basi della vita eterna, diventando così simbolo di rigenerazione.

 

Knut Hamsun, l’ "ultimo pagano" dell'Europa



Di Marino Freschi

E’ escluso che i giovani no global lo celebreranno, eppure se si dovessero rintracciare i precursori del nuovo movimento, tanto corteggiato dai vari leader della sinistra, da Cofferati a Bertinotti, affiorirebbero nomi impresentabili e tra questi vengono in mente subito Nietzsche, Hesse e Hamsun. Stranamente quest’anno(nb 2002) ricorrono due anniversari: 40 anni della morte di Hesse, ricordati assai in sordina dai vari Goethe-Institute (rammento, invece, i due grandi convegni del 1992 promossi dai “Goethe” a Roma e a Milano, ma allora la politica culturale tedesca era in altre mani). Ma se qualche mostra e concerto per Hesse ci sarà, su Hamsun, di cui ricorre il 50° anniversario della scomparsa, cala ancora un ostinato, anacronistico silenzio, interrotto solo dal consueto coraggio culturale della casa editrice Adelphi, che ha appena ristampato Pan (pagine 190, € 13,43), il capolavoro dello scrittore norvegese, nato nel 1859 e morto il 19 febbrario 1952 nel completo isolamento a Nørholm, dopo tre anni d’internamento, dal ’45 al ’48, in un manicomio per la sua adesione al nazismo e il suo appoggio al governo collaborazionista di Quisling, e dopo un continuato ostracismo, che lo scrittore seppe squarciare con uno dei più amari e tremendi libri Per i sentieri dove cresce l’erba.








Tutti sanno del suo attaccamento caparbio alla terra, a quel suo piccolo universo tra il fjord e il marken, la terra arabile, ma questo radicamento proviene, paradossalmente, da una conoscenza per quel tempo approfondita e vasta del mondo. Hamsun, ovvero Knut Pedersen come ancora si chiamava, era di umili origini, aveva fatto tutti i mestieri e per anni, in due riprese, era emigrato in America, insieme a tanti altri suoi ‘paesani’ alla ricerca di una improbabile fortuna, che invece incontrò in patria per la sua ostinata volontà di scrivere. Da giovane conobbe la vita randagia e se ne tornò in Norvegia, tra i boschi, con un risoluto piglio di rivolta e di anarchico rifiuto di quella modernità, sostanziata dallo sfruttamento e dalla bruttezza. Si ribellava, come Nietzsche e come Jack London (cui assomiglia anche per analoghi percorsi esistenziali) al mondo moderno, alla società capitalista, ma anche alla democrazia che omologava tutti, al socialismo massificante. E condannava e denunciava la minaccia che pesava sulla natura insidiata dai selvaggi processi dell’industrializzazione, allora (come in gran parte ancora oggi) incontrollati e distruttivi. Imbevuto di filosofia nietzschiana, affascinato dalla scrittura demonica di Dostoieewskij, nordicamente pessimista e insieme realista, senza illusioni sulle ideologie progressiste, Hamsun trova rapidamente, con Fame nel 1890, la sua originalità narrativa, incontra la sua lingua, il suo universo, cui rimase fedele, cocciutamente, nella raffigurazione epica dei suoi racconti, pervasi da brezze suggestive di animosità (più che di intellettualità) anarchica, antiborghese, reazionaria e insieme romantica, poeticissima.
Lavorava racconto dopo racconto, dramma dopo dramma, alla grande figura del vagabondo, libero e maledetto, senza meta, senza dimora, senza amore eppure col cuore gonfio di un caldo, estatico sentimento della natura. I successi si susseguono gli anni Novanta sono prodigiosamente creativi; Pan è del 1892-94; mette in cantiere due trilogie, lavora con un impeto straordinario anche a drammi, seguendo la grande lezione di Ibsen. In breve viene riconosciuto come il principale scrittore del Nord; Thomas Mann ne parla come del “più grande vivente”
e nel 1920 gli viene conferito il Premio Nobel. Ma l’orizzonte comincerà ad oscurarsi rapidamente con la sua inclinazione per il movimento hitleriano, che gli alienò numerose simpatie nel campo intellettuale.
Ma lui procede tenace nella sua ricerca con le sue scomode convinzioni. In Hamsun affiora un cosmo complesso, fosco persino tetro, disperato, ma anche robusto, tenace e irrefutabile nella sua coerenza e nella sua intima, seducente durezza. E’, il suo, un universo privo di orpelli, di facili lusinghe, di scorciatoie false, di accomodamenti e compromessi. Più che nazista, la sua fede è radicata in una sorta di mistica unione con la natura, vissuta paganamente, misteriosamente e insieme con l’ansia di chi sa, di chi prevede la prossima fine di un’epoca. Il suo credo è quello neopagano, destinato a frantumarsi non perché contraddetto o superato, ma perché è stato semplicemente ‘dimenticato’, derubricato; i vincitori non si sono nemmeno presa la briga di contrastare quel pensiero, di confutare quelle bizzarre tesi. Con lui avviene ciò che era successo con gli ultimi fedeli della religione pagana: gli dei sono morti, Pan è morto e ciò è ancora più atroce e definitivo di una contestazione, di una polemica. La divina, immensa natura madre del nord viene cancellata con le risate e le chiacchiere intorno al televisore, il nuovo idolo, il grande comunicatore. Non sembra possibile che sia esistita – ed era ancora ieri – un’epoca in cui l’uomo sapeva tacere, sapeva ascoltare la crescita dei fili d’erba.
Oggi in Italia Hamsun viene ricordato da un solitario foglio indipendente, “Margini” delle Edizioni Ar. Anche all’interno della comunità letteraria la sua lezione sembra esaurita, affondata da tutti i minimalisti globali. Ma forse non è proprio così: Peter Handke continua, come prova il suo recentissimo romanzo, la sua rivisitazione in un universo sempre più desolato e sempre meno cittadino e globale. E torna in mente uno strano giudizio di Benjamin sui personaggi di Hamsun. Nel 1929 il critico berlinese affermava che lo scrittore norvegese era “un maestro nell’arte di creare il personaggio dell’eroe sventato, buono a nulla, perdigiorno e malandato”. Ma questa strana resurrezione dell’eroe nella letteratura così antieroica delNovecento costituisce un fiume carsico che non si è mai interrotto che esplode in superficie improvvisamente con Ernst Jünger, con André Malraux o con Manes Sperber, avventurieri e scrittori di destra e di sinistra, in realtà sovranamente anarchici. Le nostre patrie lettere hanno D’Annunzio e non è poco, forse persino troppo per una letteratura che vive sempre più marginale e marginalizzata ai confini dell’impero, anche se talvolta – e lo dimostra proprio Hamsun all’estremità del mondo abitato – è proprio nelle lande più remote, in quelle meno protagoniste del grande show mediatico, che si avvertono gli scricchiolii e le nuove tendenze: penso al recente Il terzo ufficiale ( pagine 316,€15), il romanzo ‘eroico’ di Giuseppe Conte, appena uscito da Longanesi.
un-vagabondo-suona-in-sordinaNeopaganesimo, contatto con la natura, eroe, sono i temi dell’epica di Hamsun e questi racconti tramano l’eterna vicenda degli archetipi. Si può leggere la narrativa di Hamsun come una grandiosa rappresentazione sacra e insieme nudamente priva di dei, intesi quali comode speranze e arrendevoli comandamenti. Nella sua pagina affiorano, silenziosi, ostinatamente muti, gli antichi dei del Nord, i numi norreni delle saghe arcaiche, quando l’uomo vichingo si lanciava, incosciente del pericolo, su tutti i mari del mondo e la sua civiltà brillava da costa a costa, dalla Sicilia alla Normandia, dal Volga alle sponde ignote del Nuovo Mondo. E’ quel DNA che viene trasmesso dalle trilogie di Hamsun, come quella potente, intramontabile dei “Vagabondi”, intagliati nel legno duro degli outsider anarchici e dei ribelli.
L’autore intuisce nella natura la nostalgia segreta dell’anima moderna. L’uomo contemporaneo, gettato nelle metropoli di asfalto e cemento, nasconde un sogno struggente: il bosco e il mare. In tanti libri, da Fame Pan, da La nuova terra del 1893 a Victoria del 1898 a Hamsun rincorre questo tema come il leitmotiv, che pervade la sua opera, continuamente diversa e costantemente fedele fino a una straordinaria monotonia, monomania, che ossessivamente cattura il lettore, riplasmandone l’immaginazione e la sua capacità di ricezione sia letteraria che esistenziale.
Ma il suo libro più stupefacente è Per i sentieri dove cresce l’erba del 1948, la sua ultima fatica letteraria, pubblicata a novant’anni. E’ uno scritto autobiografico, un diario stupendo e atroce, dettato dalla disperazione e da un’umiliazione tremenda.
* * *
Tratto da Il Giornale del 18 febbraio 2002

I misteri di Samotracia e il culto dei Cabiri


Di Stefano Arcella

Le origini
Stefano Arcella, I misteri del sole. Il culto di Mithra nell'Italia anticaFra le isole del mare Tracio, quella di Samotracia – famosa nell’antichità per un alto monte che la fa scorgere da ciascuna delle terre a nord dell’Egeo: Grecia, Tracia ed Ionia – fu la sede, in epoca ellenistica, di un culto misterico dedicato ad un complesso di quattro divinità, note col nome di Cabiri (dal semitico Kabirim = i Grandi) detti anche i Grandi Dei, i Forti, i Potenti.
La testimonianza fondamentale è, al riguardo, quella di Erodoto, il quale conosce il culto di Samotracia e ne attribuisce la fondazione al popolo dei Pelasgi, facendo quindi risalire questi misteri ad un’epoca antichissima e ad un popolo che ha preceduto i Greci sul suolo ellenico.
Herod., II 51 “…A fare le statue di Ermes con il membro diritto, i Greci non lo hanno appreso dagli Egiziani, ma dai Pelasgi; primi fra tutti i Greci, sono stati gli Ateniesi ad adottare quest’ uso, e gli altri da loro. Gli Ateniesi, infatti, erano già annoverati tra i Greci quando i Pelasgi vennero a coabitare nel loro territorio, e da allora anche i Pelasgi cominciarono ad essere ritenuti Greci. Chiunque sia iniziato ai misteri dei Cabiri, che gli abitanti di Samotracia celebrano e che essi hanno adottato dai Pelasgi, costui sa che cosa dico. Quei Pelasgi, che vennero a coabitare con gli Ateniesi, abitavano in precedenza Samotracia, ed è da loro che gli abitanti di Samotracia hanno appreso i misteri. Dunque gli Ateniesi, primi tra i Greci, fecero le statue di Ermes con il membro dritto per averlo appreso dai Pelasgi. I Pelasgi a questo proposito tramandarono un racconto sacro, che viene rivelato durante i Misteri di Samotracia”.
Jean-Pierre Vernant, L'universo, gli dèi, gli uominiE’ sintomatico che Erodoto menzioni questi Misteri dei Cabiri nello stesso contesto in cui parla del dio Ermes raffigurato col membro diritto, che viene fatto risalire alla medesima origine pelasgica, ossia pre-ellenica. Dionigi narra (I 61, 3) che il fondatore dell’isola di Samotracia fu Samo “figlio di Ermes e di una ninfa di Cillene chiamata Rene”.
Secondo una teoria storico-religiosa alquanto consolidata, i Pelasgi andrebbero identificati con le genti di Tracia che hanno diffuso nelle isole dell’Egeo e nella penisola ellenica i loro culti entusiastici: il dio Sabazio con la corte dei suoi seguaci, coribanti, satiri e menadi; il culto di Bendis (Ecate), dalle molteplici attribuzioni, che hanno avuto il loro spazio d’elaborazione sia nelle speculazioni degli Orfici, sia nelle pratiche della magia (le discese agli Inferi quale passaggio iniziatico).
I sacerdoti Cabirici sono detti Saboi, nome che designa pure una tribù tracia nonché un gruppo di Coribanti localizzati in Tracia e che si avvicina molto ai Saboi, gli iniziati al culto traco-frigio di Sabazio.
La teologia cabirica.
Le religioni dei misteri. 1.Eleusi, dionisismo, orfismoDelle quattro divinità di Samotracia, tre sono maggiori ed una ha una posizione secondaria. Delle tre maggiori, due stanno in un rapporto di padre a figlio, la terza è una figura femminile che è letta come personificazione della terra feconda, in conformità ad un archetipo dominante nell’Egeo e nella vicina Anatolia.
Queste divinità, nella liturgia, erano onorate con una lingua straniera, secondo Diodoro (5, 47), a dimostrazione della loro origine pre-ellenica (e quindi pre-indoeuropea), in concordanza con la testimonianza di Erodoto.
Lo scoliaste di Apollonio Rodio (I, 916-8b) ci ha conservato i nomi dei 4 Cabiri. Essi sono: Axierso (Demetra), Axiokersa (Persefone), Axiokersos (Hades) e Kasmilos (Hermes). In una fase storica più recente, quando la Grecia ellenica estese la sua influenza a tutto l’Egeo ed alle isole tracie, in Samotracia furono introdotte tre grandi divinità che i Misteri di Eleusi avevano associate: Demetra, Kore e Hades, cui si aggiunse poi Hermes; questi dèi vennero più o meno riconosciuti nelle tre divinità maggiori del culto samotracio e si ebbe così il gruppo dei quattro Grandi Dèi, che con un epiteto fenicio furono detti Cabiri (ne parla anche Varrone nel De lingua latina, 5, 58; 7, 34), nome loro attribuito dai navigatori Fenici i quali già adoravano un gruppo di divinità con quel nome. La letteratura storico-religiosa propende per limitare l’influenza fenicia nel culto di Samotracia a questa designazione delle divinità, senza ammettere l’introduzione di divinità fenicie, anzi valorizzando l’elemento ellenico e, prima ancora, quello “pelasgico”.
Le religioni dei misteri. 2.Samotracia, Andania, Iside, Cibele e Attis, mitraismo. Con testo a fronteNel corso dell’età ellenistica, tutto il fervore religioso dei territori che affacciavano sul mar Egeo, si concentrò, oltre che verso le divinità di Eleusi, anche su quelle di Samotracia. Ci è pervenuta la memoria storica di santuari cabirici nelle quattro isole tracie (Lemno, Imbro, Samotracia, Thaso), nella costa ionica (Ilio, Mileto, Teo, Efeso), nelle isole del medio e basso Egeo (fra le quali Rodi e Delo, a sua volta celebre centro oracolare dell’antichità) e nella Beozia (Anthedon e Tebe).
Il santuario Cabirico di Tebe merita un’attenzione particolare perché le sue vestigia – risalenti al VI secolo a.C. – mostrano, come a Samotracia, una fossa per le offerte ed i sacrifici (traccia di un culto alla Terra Madre e di atti rituali volti a propiziarsi le forze ctonie) nonché la presenza di due Cabiri, padre e figlio, con l’assimilazione di Cabiro padre a Dioniso, che era la divinità principale di Tebe e che – alla luce della comune origine pre-ellenica – doveva avere molti elementi di somiglianza con Cabiro.
Il culto presentava, pertanto, una spiccata valenza infero-ctonia, essendo in prevalenza centrato sull’oltretomba (Persefone e Hades) e sulla terra (Demetra). E’significativo che a questo complesso infero-ctonio sia associato Hermes, il dio dell’intelligenza sottile, il messaggero degli dèi, l’intermediario fra l’uomo e la divinità, figura connessa all’elemento “Aria” – viene raffigurato con le ali ai piedi – quindi duttile e sagace, dinamica e penetrante.
A queste divinità erano dedicati nell’isola: un santuario i cui resti risalirebbero al VI secolo a..C.; il tempio marmoreo a foggia di basilica, con navata transversa ed abside rotonda, con una fossa per uso sacrificale scavata al centro del tempio fino al vivo di una roccia (simbolismo della pietra quale allusione alla stabilità di un centro misterico, ma anche quale riferimento analogico al corpo umano quale tempio della scintilla divina nell’individuo); un edificio circolare a due piani, chiuso ermeticamente da ogni parte e probabilmente riservato alla riunioni ed alle esperienze misteriche degli iniziati, con un palese simbolismo del cerchio che rimanda al Cielo nonché al dinamismo della “potenza” – la shakti dello shivaismo dell’India – ed al suo movimento.
L’esperienza misterica
Guy G. Stroumsa, La sapienza nascostaDallo scoliaste di Euripide sappiamo che nei Misteri cabirici aveva luogo un dramma liturgico nel quale si rappresentava la ricerca di Armonia da parte dello sposo Cadmo, analoga a quella di Kore (Persefone) da parte della madre Demetra, rivissuta e riattualizzata nei Misteri di Eleusi.
Dalle testimonianze di Clemente Alessandrino (Protrettico, 2, 19, 1) e di Firmico Materno (de errore. rel. pag., 11), apprendiamo che nel santuario cabirico di Tessalonica si celebrava un dramma liturgico di morte e resurrezione, nel quale si ricordava e si riattualizzava la morte del più giovane degli dèi Cabiri ad opera degli altri due.
La funzione del dramma era quella di reiterare una vicenda mitica nella sua vivezza, nella sua intensità vibrante, nella sua capacità d’impatto emotivo, quindi d’incidenza sul mondo astrale dell’individuo. Il dramma è un linguaggio che si rivolge al “cuore” dell’uomo, alla sua sensibilità ed alla sua capacità di provare intense emozioni, nel momento in cui egli s’immedesima nel dramma e lo vive come qualcosa di personale. Poiché il dramma era vissuto in modo comunitario, essendo rappresentato davanti alla comunità degli iniziati, si creava una comune vibrazione emotiva, un comune “clima psichico” che cementava la coesione della comunità e creava una “energia di gruppo”.
Le risultanze epigrafiche testimoniano di un pasto sacramentale in cui ai mysti venivano offerti cibo e bevande, aspetto, questo, comune ad altri culti misterici, come il mithraismo romano, per il quale il pasto sacro è testimoniato dai dipinti e dalle sculture nei templi ipogèi.
Infine va rilevato che la gente di mare era particolarmente devota alle divinità cabiriche, poiché l’isola di Samotracia era molto importuosa e quindi esse erano considerate protettrici contro i pericoli del mare ed assimilate ai Dioscuri, anch’essi considerati s?t??e?, salvatori. E’ questo, probabilmente, l’aspetto exoterico, pubblico, del culto misterico cabirico legato alla protezione dei marinai e dei naviganti in genere, mentre nel chiuso dell’edificio circolare si svolgevano i riti riservati agli iniziati.
Questi ultimi si dividevano nelle due classi degli iniziati semplici e degli iniziati pii; l’iniziazione semplice era preceduta da un rito di purificazione che comprendeva pure un’ammissione delle proprie impurità davanti al sacerdote purificatore.
Ai Misteri potevano essere ammessi anche le donne e i fanciulli; essi comprendevano anche una dottrina sulle origini dell’umanità – dal momento che Ippolito, scrittore cristiano del III sec. d.C., ravvicina Cabiro ad Adamo – e sul post-mortem se, come riferisce Diodoro Siculo (5,49, 5-6), questi misteri rendevano gli uomini migliori, dato peraltro confermato dalla relazione dei Cabiri con le divinità di Eleusi, i cui Misteri davano un particolare risalto alla concezione di una beata vita futura per gli iniziati.
I Misteri Cabirici e le origini di Roma Andrea Carandini, La nascita di Roma. Dèi, lari, eroi e uomini all'alba di una civiltà (2 vol.)La fortuna di questi misteri, durante l’epoca greco-romana, fu assicurata dal rapporto dei Cabiri con le origini di Roma, sul piano della narrazione mitica, per cui i Romani li associarono ai Penati di Roma (Penates Publici). Secondo la tradizione, riportata in varie fonti greche – quali Dionigi d’Alicarnasso (I, 68) e Diodoro Siculo (5, 48) – e latine (Macrobio, Saturnalia, 3, 4, 7-9), Dardano, capostipite mitico dei Troiani (e dei Romani attraverso Enea), dopo aver ucciso il fratello Iasione ed essersi rifugiato in Frigia (dove sposò Crisa figlia del re Teucro), avrebbe eretto nell’isola di Samotracia un tempio in onore dei Grandi Dèi “i cui particolari appellativi egli tenne segreti e non rivelò agli altri; inoltre istituì in loro onore i misteri che si celebrano ancora oggi da parte dei Samotraci” (Dion. Hal. I, 68), mentre avrebbe portato con sé il palladio – ossia i doni della dea Athena – e le imagines deorum a Dardania, da dove passarono a Troia e poi a Roma per il tramite del pio Enea.
Va ricordato che, secondo la tradizione, Dardano sarebbe partito dall’umbilicus Italiae, il centro sacro dell’Italia, presso il lago di Cotilia nell’Italia centrale, località di cui sarebbe stato originario, per cui lo sbarco di Enea nel Lazio e la successiva fondazione di Roma da parte dei suoi discendenti assume il senso di una re-volutio, ossia un ritorno alle origini, da cui gli antenati si erano allontanati in seguito ad un ver sacrum, una primavera sacra, ossia una migrazione scandita da ritmi cosmico-religiosi, in sintonia con l’inizio del risveglio primaverile, dall’equinozio del 21 marzo al tempo dell’apertura fra uomo e natura (il mese di aprile trae il suo nome daaperior = mi apro).
Oltre al rapporto con le origini di Roma, l’intreccio e l’assimilazione fra questi Misteri e quelli di Eleusi fu, peraltro, un altro importante motivo della loro forza e continuità nell’età imperiale romana. Non è certo un caso che, sul finire del IV secolo d.C. – quando ormai il Cristianesimo era dominante in tutto l’Occidente e gli editti di Teodosio proibivano i culti della religione tradizionale anche in forma privata – i misteri di Samotracia erano ancora vivi, perpetuando una tradizione spirituale antichissima e pre-ellenica.
Considerazioni d’attualità
E’ centrale, in questi Misteri, come in quelli di Eleusi, la meditazione sul tema della morte, sul rapporto vita-morte e la conseguente scala di valori nel corso dell’esistenza terrena. Comune agli altri Misteri, è il rinnovamento interiore nel senso di un morire a se stessi e di un rinascere, esperienza che anticipa, in un certo modo, quella della morte, per cui il miste si prepara alla morte in modo sereno e gioioso, la morte essendo solo un passaggio nei termini di una liberazione e di un compimento realizzativo.
Altri aspetti comuni alla misteriosofia del mondo arcaico e di quello classico sono: il dramma liturgico, la sacralità del pasto comune (che ha la funzione di far circolare una comune “energia di gruppo”), la segretezza dei riti riservati agli iniziati.
L’aspetto certamente più originale è quello della presenza di Hermes-Mercurio quale divinità misterica, quale dio delle iniziazioni. La saggezza astuta, duttile e penetrante di Hermes è incarnata da Ulisse nel poema omerico, mentre Achille rappresenta uno spirito guerriero che, non integrato con Hermes, ha nella furia distruttiva il suo limite fondamentale, privo di uno sbocco creativo. L’associare Hermes a divinità dell’oltretomba, nei misteri cabirici, è ancora più illuminante. L’uomo non entra nelle proprie profondità, nel suo “mondo sotterraneo” – ossia nel proprio mondo astrale (a-stron = senza luce) che è la sede delle emozioni e delle sensazioni – senza una facoltà d’intelligenza penetrante e duttile, dolce e gioconda, capace di operare interiormente e flessibilmente con le circostanze della vita, assumendole come occasione e supporto di perfezionamento interiore. Non si va avanti sulla via della ricerca spirituale, senza aprirsi al soffio di Hermes-Mercurio, senza interiorizzare questa dimensione sottile ed intuitiva.
Julius Evola, La Tradizione ErmeticaSi leggano, al riguardo, La Tradizione Ermetica di J. Evola, sull’alchimia quale “Arte di Ermete” e quelle di G. Kremmerz nella Scienza dei Magi, sulla “Volontà Ermetica” e la sua profonda diversità rispetto alla volontà marziale.
E’ una lezione, questa della mistericità ermetica, che ha una sua pregnante attualità, in quest’inizio del XXI secolo, alla luce della storia del Novecento, in cui certe tendenze esoteriche spurie, come quelle presenti nel nazionalsocialismo tedesco, mostrano di contenere un furor distruttivo, privo dell’intelligenza di Hermes e sono quindi sprovviste della chiarezza, della lucidità e della saggezza necessarie per perseguire uno scopo autenticamente positivo.
Senza l’intelligenza di Hermes, non si va da nessuna parte, si gira in tondo senza mai trovare il centro della circonferenza. Il risultato, nel ’900, è stato solo un tragico cumulo di lutti e di rovine, morali e materiali.
* * *
Tratto da Hera, n°73, febbraio 2006, pp.86-89.
BIBLIOGRAFIA
Sui Misteri di Samotracia v. N. Turchi, Le religioni dei Misteri nel mondo antico, Il Basilisco, Genova, 1987(1923), pp.85- 90; V. Magnien, I Misteri di Eleusi, Edizioni di Ar, Padova, 1996, pp. 45-73 ; P. Scarpi (a cura di), Le religioni dei Misteri, Vol. II, Fondazione L.Valla-Mondadori, 2004, pp. 3 – 99, con commento alle fonti ivi, pp. 415-454. Sul mito di Dardano e la sua relazione con le origini di Roma, v. R. Del Ponte, Teofanie animali e “primavere sacre” italiche. Mito e mistica di Italia-Vitalia, in Arthos, nn-22-23-24 (numero speciale triplo su La Tradizione Italica e Romana), 1980-81, pp.82-112. Sulla saggezza ermetica v. J. EvolaLa Tradizione Ermetica, Mediterranee, Roma, 1996; G. Kremmerz, La Scienza dei Magi, Vol. II, Il Basilisco, Genova, 1987, pp. 161-162, particolarmente illuminanti sulla differenza essenziale fra volontà ermetica e volontà marziale.

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