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Il “Green Friday” di Patagonia, 10 milioni di dollari per l’ambiente

Di Matteo Bartocci
10 milioni di dollari a decine di organizzazioni ambientaliste non-profit in tutto il mondo. In un giorno solo. E’ il frutto della donazione di Patagonia, l’azienda dell’outdoor californiana che ha deciso di destinare al “pianeta” il 100% delle vendite del famigerato Black Friday del 25 novembre scorso. Tutto il ricavato nei negozi e on line sul sito Web patagonia.com di quel giorno è andato in beneficenza (hashtag #Loveourplanet)
La risposta dei clienti è stata sorprendente.
Secondo l’azienda fondata dall’alpinista Yvon Chouinard, infatti, le previsioni erano di 2 milioni, invece è stato ricavato 5 volte tanto: “Molti dei nostri clienti hanno definito questa nostra iniziativa una “raccolta fondi per la Terra.  Accanto a molti fedeli clienti, abbiamo coinvolto migliaia di persone che non avevano mai acquistato un capo Patagonia in precedenza. È davvero incoraggiante essere testimoni del genuino interesse che tante persone dimostrano nel compiere decisioni di acquisto allineate a solidi valori ambientalisti — e del desiderio di essere maggiormente e più direttamente coinvolte nelle varie attività locali a tutela dell’ambiente. Il generoso gesto d’amore compiuto dai nostri clienti nei confronti del pianeta ci permette di devolvere questa somma a centinaia di piccole organizzazioni di attivisti ambientalisti che operano in tutto il mondo”.

«Hitler fuggì in Patagonia su un uboot: ho visto dove si nascose»:l'interessante tesi di Alessandro De Felice, figlio del celebre storico Renzo



http://www.storiainrete.com/7541/xx-secolo/hitler-fuggi-in-patagonia-su-un-uboot-ho-visto-dove-si-nascose/

Il nipote di Renzo De Felice, Alessandro, storico non accademico e appassionato di retroscena, in una lunga intervista a Stefano Lorenzetto de “Il Giornale” parla di come, a suo avviso, alcuni enigmi del XX secolo, possano essere svelati. A cominciare dalla “non morte” di Hitler…
È forse l’’unico storico al mondo ad aver visitato e filmato l’’Estancia San Ramon, una grande fattoria della Patagonia argentina, ai piedi delle Ande, dove Adolf Hitler sarebbe vissuto negli anni Cinquanta. Alessandro De Felice ne è persuaso: «Il Führer non si suicidò affatto il 30 aprile 1945 nel bunker della Cancelleria del Reich, a Berlino, insieme a Eva Braun. Riuscì invece a fuggire in Sudamerica. 



Visse con l’’amante divenuta moglie in questa località impervia, raggiungibile solo in fuoristrada, a una quarantina di chilometri da San Carlos de Bariloche, la città soprannominata “la Svizzera argentina” in cui aveva trovato rifugio anche Erich Priebke, il capitano delle Ss condannato per l’’eccidio delle Fosse Ardeatine. Da lì si spostò dopo qualche anno a Villa La Angostura, a Inalco, 85 chilometri da Bariloche. Morì per un’’emorragia cerebrale il 13 febbraio 1962 o nel 1959, come sostiene il mio amico italo-scozzese Patrick Burnside, il maggiore esperto sulla permanenza di Hitler in Patagonia dopo il 1945».

Di Stefano Lorenzetto da Il Giornale del 20 maggio 2012 

Questo catanese di 47 anni non è uno storico qualsiasi. Il professor Renzo De Felice, considerato il massimo studioso del fascismo, era cugino di suo padre. «Mi considerava un nipote. L’’ho frequentato dal 1982 fino alla morte, avvenuta nel 1996. Era in cura da anni per un’’epatite C che aveva contratto in Israele. Andavo a trovarlo a Roma, nella sua casa di via Antonio Cesari, al Gianicolo, dove viveva con Attila, un boxer al quale era molto affezionato. Mi ha guidato nei miei studi».
De Felice junior s’’è laureato in storia contemporanea alla Cattolica di Milano, «con una tesi sulla scissione del Psi avvenuta a Palazzo Barberini nel 1947 per iniziativa di Giuseppe Saragat e sul ruolo dei servizi segreti americani nel finanziare la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani, poi divenuto Psdi, che portò all’’estromissione del Pci dal governo e all’’adesione dell’’Italia alla Nato». Era il 1990 e De Felice sognava una cattedra universitaria. Ma già l’’anno seguente capì che non avrebbe mai potuto aspirare alla stessa carriera accademica dell’’illustre parente: «Mi misi in contatto col professor Mauro Canali, allievo di Renzo De Felice e docente all’’Università di Camerino. Stava indagando sul vero motivo che portò all’’uccisione di Giacomo Matteotti. Il deputato socialista aveva scoperto le prove dello scandalo Sinclair oil, una storiaccia di tangenti che coinvolgeva il fascismo e Casa Savoia. Io sono amico del barone Marco Carnazza, nipote di Gabriello Carnazza, originario di Catania, che fu ministro dei Lavori pubblici dal 1922 al 1924 nel primo governo Mussolini. Fornii a Canali i documenti conservati nell’’archivio del politico etneo. Carnazza era infatti un imprenditore legatissimo alla holding statunitense Rockefeller-Morgan, collegata alla Sinclair oil. Nel giugno 1925, un anno dopo il delitto Matteotti, la Morgan concesse all’’Italia fascista l’’apertura di una linea di credito da 50 milioni di dollari che fu fondamentale per la stabilizzazione della lira. Ebbene, consegnai al professor Canali il fascicolo originale dei Carnazza sull’’affare Matteotti, pregandolo solo di citarmi. Ma lui nel volume edito dal Mulino si guardò bene dal farlo. Lì tutto mi fu chiaro. Come ci si fa strada negli atenei, intendo. Quando ambivo al dottorato di ricerca, mi fu obiettato: “Lei legge troppi libri”. In Italia non hanno mai indagato sulla tangentopoli della cultura, su come si assegnano le cattedre».
Per campare, De Felice ha conseguito nel 2008 all’’Università di Siena una seconda laurea, in medicina, ed è diventato un imprenditore nel ramo sanitario. Un vero peccato, perché il gene di famiglia per gli studi storici l’ha ereditato tutto intero, unitamente a una spiccata propensione investigativa. «Quando studiavo alla Cattolica a Milano, frequentavo la biblioteca della Fondazione Feltrinelli, dove spesso incontravo il senatore a vita Leo Valiani. Un giorno non resistetti, mi avvicinai e gli chiesi a bruciapelo: mi perdoni, lei che è stato nel Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, mi sa dire come fu ucciso il Duce? Valiani mi scrutò e poi rispose: “La morte di Mussolini è un segreto che è meglio lasciar stare”. Siccome insistevo per saperne di più, aggiunse una frase lapidaria: “Gli inglesi hanno suonato la musica e il Pci è andato a tempo”, con ciò confermando implicitamente che nella fucilazione del dittatore a Dongo giocò un ruolo fondamentale la preoccupazione britannica di non far trapelare nulla circa il famoso carteggio Churchill-Mussolini, che il capo del fascismo portava con sé quando fu catturato dai partigiani e che sparì senza lasciare traccia. Valiani mi raccomandò: “Se lo tenga per sé”. Alla prima occasione lo riferii invece a Renzo De Felice, che scosse la testa: “Non posso scriverlo, perché non mi crederebbe nessuno”. Ma io non mi sono arreso e sono partito da lì per un’’indagine sul carteggio Churchill-Mussolini che getta nuova luce anche sulla famosa querela sporta da Alcide De Gasperi contro Giovannino Guareschi, direttore del Candido, quella costata all’’inventore di don Camillo e Peppone 409 giorni di prigione. Ci lavoro da otto anni, presto pubblicherò un libro di 600 pagine».
Che cosa le fa credere che Hitler sia scappato in Patagonia?
«Io non delineo certezze. Pongo dubbi, che sono terreno fertile per coltivare il pensiero. Prima di andare a San Carlos de Bariloche, ero scettico sull’’ipotesi della fuga del dittatore e di Eva Braun, sebbene il libro di sir Hugh Trevor-Roper, Gli ultimi giorni di Hitler, non mi avesse affatto convinto. È questo testo il piedistallo storiografico su cui è stata fondata la tesi del duplice suicidio nel bunker di Berlino. Trevor-Roper lavorava per il Military Intelligence britannico e prendeva ordini dal primo ministro Winston Churchill, che voleva dare a tutti i costi all’’opinione pubblica mondiale il cadavere del mostro. Per dire della sua attendibilità, è lo stesso storico che nel 1983 autenticò i falsi diari attribuiti al Führer e pubblicati dal settimanale Stern. Trevor-Roper all’’epoca dirigeva la casa editrice del Times di Londra».
Il cadavere non era di Hitler?
«Improbabile. La perizia necroscopica, effettuata dai medici sovietici tra l’8 e l’’11 maggio 1945 nella clinica di Buch, alla periferia di Berlino, è un colossale falso storico-scientifico. Nella relazione finale il tenente colonnello Faust Chkaravski e i suoi tre assistenti annotarono, di proposito, alcuni errori grossolani, forse per salvarsi la faccia davanti alla storia. Due le particolarità anatomiche del tutto fasulle attribuite alla salma del dittatore: un dente in sovrannumero e un testicolo mancante».
Soffriva di monorchidismo?
«Questo hanno voluto far credere. Ma i referti di tre medici tedeschi che avevano visitato Hitler completamente nudo negli ultimi 12 anni attestavano che i suoi organi genitali erano normali. Quanto alla presenza di un quindicesimo dente nella mascella inferiore, essa contrasta con la precisa testimonianza del dentista personale del Führer, il dottor Hugo Blaschke, arrestato dagli americani il 28 maggio 1945. E non poteva trattarsi di un errore di traduzione, perché il numero 15 figurava in caratteri latini».
Come si arrivò a quella che lei ritiene una messinscena?
«Non solo io. Il 15 giugno 1945 il generale Dwight Eisenhower, nel corso di una conferenza stampa presso l’’hotel Raphael a Parigi, dichiarò: “Le ricerche sovietiche non hanno trovato tracce di resti di Hitler, né la prova positiva della sua morte”. Quando alla Conferenza di Potsdam, sempre nel 1945, il presidente americano Harry Truman chiese a Stalin se Hitler fosse morto, il dittatore sovietico rispose senza mezzi termini: “No”. E aggiunse che i gerarchi nazisti erano fuggiti in sommergibile in Spagna o in Argentina. Il segretario di Stato, James Byrnes, per accertarsi che Truman non avesse capito male, dopo il brindisi ufficiale prese in disparte Stalin, il quale gli confermò la risposta. La circostanza venne riferita da Truman in una lettera alla moglie e da Byrnes nel suo libro di memorie Speaking Frankly. Anche il capo del collegio difensivo degli Stati Uniti al processo di Norimberga, Thomas Dodd, ammise: “Nessuno può dire che Hitler sia morto”».
Diamo per scontata la messinscena.
«Fra i cadaveri trovati nella Cancelleria del Reich i medici russi scelsero i due più carbonizzati, li contrassegnarono con i numeri 12 e 13 e dissero che erano quelli di Hitler e della Braun. Il primo misurava 1,65 metri e il secondo 1,50. Ma Hitler da vivo era alto 1,73 e la sua amante 1,63. Difficile ipotizzare che il fuoco li avesse accorciati in modo così considerevole. Inoltre le radiografie eseguite su Hitler nel 1944 dal dottor Erwin Giesing non collimano con le immagini ai raggi X mostrate dai sovietici. Non basta: i cadaveri, pur rinvenuti nello stesso luogo, risultavano bruciati in modo estremamente diverso e accanto a essi c’’erano le carcasse di due cani che però avevano conservato integra la loro pelliccia. Com’’è possibile?».
Tutte qui le prove del falso storico?
«I testimoni tedeschi presenti nel bunker furono trattenuti chi per 10 anni, chi per 15 anni e in questo lasso di tempo furono ripetutamente interrogati. Perché? Se la tesi di Trevor-Roper fosse stata vera, i russi non avrebbero continuato a cercare prove sulla morte di Hitler».
Che fine fecero i cadaveri dopo l’’autopsia?
«Cremati. Le ceneri furono disperse, come riportato a Mosca il 3 giugno 1945 da un rapporto del controspionaggio dell’’Armata rossa. Resta una porzione di calotta cranica attribuita a Hitler e conservata presso l’’Archivio di Stato della Federazione russa. L’’analisi effettuata dal professor Nick Bellantoni, archeologo dell’’Università del Connecticut specializzato in ossa umane, ha dimostrato con l’’esame del Dna come il reperto appartenga in realtà a un cranio femminile, che però non c’’entra nulla neppure con Eva Braun. Rimarrebbe la dentatura, custodita nell’’archivio della Lubianka. Ma le autorità russe hanno posto il veto sull’’analisi genetica. Il mio amico Patrick Burnside, invitato a Mosca due anni orsono, chiese in diretta tv di poter confrontare il Dna mitocondriale della presunta mandibola di Hitler col Dna dei resti di Paula Hitler, sorella di Adolf, morta il 1° giugno 1960 e sepolta a Berchtesgaden, e di Klara Pölzl, la madre del dittatore, deceduta a Linz il 21 dicembre 1907. Burnside si disse pronto a pagare lui stesso il test per l’’analisi comparativa dei vari Dna. Il governo russo non gli ha mai risposto».
Mi parli di questo Burnside e di come siete diventati amici.
«È un imprenditore e un saggista investigativo, nato nel 1948 a Genova, che da giovane ha vissuto nel Sud Tirolo. Oggi abita a San Carlos de Bariloche, dove c’è ancora il Club Andino, un ritrovo di tedeschi. L’’ho conosciuto durante il mio viaggio in Argentina. A presentarmelo è stato Jörg-Dieter Priebke, proprietario di una clinica veterinaria».
Parente del novantottenne Erich, agli arresti domiciliari a Roma per il massacro delle Ardeatine?
«Figlio. Ma io col padre ho avuto solo un contatto telefonico piuttosto freddo».
Continui.
«Burnside in Alto Adige conobbe padre Cornelius Sicher, fino al 1970 parroco di Monclassico, vicino al Passo della Mendola. Durante la prima guerra mondiale, questo prete aveva stretto amicizia con l’’ammiraglio Wilhelm Canaris, allora comandante di un sommergibile U-boot di stanza a Cattaro, provincia dalmata dell’’Impero austro-ungarico. Canaris, che aveva salvato la vita a padre Sicher, con l’’avvento del nazismo era stato nominato capo dell’’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco. Fu strangolato dalla Gestapo per il suo coinvolgimento nel fallito attentato del 1944 a Hitler. I due continuarono a vedersi fino al 1943. E durante uno dei loro incontri Canaris confidò al sacerdote: “Mi ero preparato una via di fuga verso la Patagonia. Ma penso che ne usufruirà qualcun altro”. Si riferiva a Hitler».
Che ne sapeva Canaris della Patagonia?
«Nel 1914 aveva combattuto nella battaglia delle Falkland contro la Royal Navy britannica. Catturato dagli inglesi, era riuscito a evadere da un campo di prigionia in Cile e aveva attraversato a piedi le Ande, raggiungendo l’’Argentina, da dove s’’imbarcò per tornare in Germania. Fu durante quella fuga che s’’imbatté nell’’Estancia San Ramon, di proprietà del barone tedesco Ludwig von Bülow. E decise che poteva diventare il covo ideale in cui sparire dal mondo».
Lei l’’ha visitata.
«Sì, spacciandomi per un agente immobiliare. È un’’oasi solitaria, ancora gestita da una fondazione svizzero-tedesca con gli stessi criteri autarchici degli anni Venti, quando Christian Lahusen ne fece una fiorente azienda per la produzione di lana, pellami, frutta, legname, cereali e tannino».
Erich Priebke sapeva che il Führer aveva trovato rifugio a una quarantina di chilometri da San Carlos de Bariloche?
«Secondo me, no. E neppure Adolf Eichmann lo sapeva. Ogni criminale nazista poteva contare su coperture a compartimenti stagni. Il figlio di Priebke mi ha raccontato d’’aver lavorato alla Mercedes Benz di Buenos Aires, dove aveva come capo proprio Eichmann. Ma lui scoprì la sua vera identità solo dopo che gli agenti del Mossad rapirono l’e’x comandante delle Ss, trasferendolo in Israele, dove fu processato e impiccato. Senz’’altro erano a conoscenza della presenza di Hitler a Bariloche altri due criminali nazisti fuggiti dal bunker berlinese e cioè Heinrich Müller, comandante della Gestapo, e Martin Bormann, segretario personale del Führer, il quale, stando a un rapporto della Cia, era diventato fin dal 1943 una spia del Kgb sovietico».
Addirittura.
«Ha mai sentito parlare dell’’Operazione James Bond?».
Vagamente.
«Fu un commando dell’’intelligence navale britannica agli ordini di Ian Fleming, che nel 1952 diventerà famoso come autore dei romanzi dell’’agente 007, a trarre in salvo Bormann dalle macerie fumanti di Berlino. L’’operazione venne alla luce solo nel 1996 e finora nessuna autorità del Regno Unito l’’ha mai smentita. Bormann sarebbe stato protetto in quanto detentore dei conti bancari cifrati delle vittime del nazismo in Europa nonché delle informazioni sull’’avanzatissima tecnologia missilistica del Terzo Reich. I rapporti di Cia e Fbi in mio possesso dimostrano che John Edgar Hoover, il potente capo del Federal bureau of investigation, sguinzagliò i suoi agenti in Sudamerica perché non aveva creduto alla farsa del suicidio di Hitler e del falò wagneriano della salma nel cortile della Cancelleria». (Mi mostra un’informativa dell’’Fbi, datata 21 settembre 1945, che parla dell’’aiuto fornito da funzionari argentini a Hitler, sbarcato da un sottomarino e nascostosi ai piedi delle Ande). «In una nota “secret classification” della Cia, inviata dalla Colombia il 3 ottobre 1955, un agente scriveva: “Aldoph Hitler is still alive”, è ancora vivo».
Hitler arrivò fin laggiù in aereo?
«No. E posso dirlo perché il mio amico Burnside è figlio di uno degli ufficiali piloti inglobati nella Luftwaffe che dal 28 al 30 aprile 1945 assicurarono un corridoio aereo libero fra Berlino e la Danimarca per la fuga di Hitler. Il 28 aprile 1945 non vi fu alcun matrimonio nel bunker tra Adolf ed Eva, bensì la partenza su uno Junkers Ju 52, oppure un Arado 234 B, dalla pista di Hohenzollerndamm, con atterraggio nella German imperial Zeppelin base di Tønder, in territorio danese. Da quel punto in avanti si fanno due ipotesi: la partenza in sommergibile verso il Sudamerica oppure un volo verso Reus, base militare spagnola nei pressi di Barcellona, e poi da Reus alla volta delle Isole Canarie, con sosta a Morón de la Frontera, vicino a Siviglia, per rifornirsi di carburante. È il 29 aprile 1945. Con Hitler vi sono la sua amante e il cognato Hermann Fegelein, che aveva sposato Gretl Braun, sorella di Eva, sebbene la storiografia ufficiale lo dia per fucilato su ordine del Führer. E persino la fedele cagna Blondi. All’’arrivo nella base nazista di Villa Winter, a Fuerteventura, vi era ad attenderli un U-boot per il trasferimento in Patagonia. Il sommergibile, anzi l’’elettrosommergibile, su cui si sarebbe imbarcato Hitler apparteneva alla classe XXI, dotato di attrezzature straordinarie. La presenza in Sudamerica di almeno tre sommergibili tedeschi è avvalorata dal fatto che il 10 luglio 1945 un sommergibile U-530 si consegnò in una base navale di Mar del Plata».
Ma quali prove ha per supportare questa rocambolesca ricostruzione?
«Le mie fonti sono varie. Tra esse vi è Jeff Kristenssen, alias capitano Manuel Monasterio, che cita Heinrich Bethe, alias Pablo Glocknick, alias Juan Paulovsky, un ufficiale dell’’intelligence tedesca di stanza in Argentina sin dal 1939, il quale insieme col medico personale del Führer, il dottor Otto Lehmann, fu accanto al dittatore fino all’’ultimo. Secondo Bethe, Hitler sarebbe morto alle ore 15 del 13 febbraio 1962 in una località imprecisata della Patagonia argentina. Era entrato in coma tre ore prima. Burnside non è di questo avviso. A Bariloche ho interrogato anche Abel Basti, giornalista-investigativo, il quale mi ha confermato che nel 1945, tra luglio e agosto, Hitler, accompagnato da non più di sette persone, inclusa Eva Braun, giunse a bordo di un sommergibile tedesco, scortato da altri due, nella baia di Caleta de Los Loros. Infine Burnside mi ha rivelato che a Buenos Aires riuscì ad avvicinare il portavoce di Goebbels nel periodo d’’oro del Terzo Reich, Wilfred von Owen, deceduto nella capitale argentina a 96 anni, nel 2008, il quale gli confermò l’’approdo in Argentina di cinque sommergibili tedeschi dopo la fine della guerra».
Del matrimonio di Hitler che si sa?
«Hitler ed Eva Braun si sarebbero sposati con rito cattolico nella cappella dell’’Estancia San Ramon dopo l’’agosto del 1945. Il matrimonio nel bunker di Berlino, avvenuto il 29 aprile 1945, avrebbe invece riguardato i sosia di Hitler e della Braun: Gustav Weber, una delle due controfigure delle quali il dittatore disponeva, e una donna sconosciuta».
Il Führer ebbe figli?
«Il primo fu Helmut, nato nel 1935, ufficialmente da Joseph Goebbels e Magda Rietschel, moglie del ministro della Propaganda nazista. In realtà Helmut sarebbe stato il frutto di un tradimento coniugale consumato da Magda con Hitler durante una vacanza sul Baltico. Prima di suicidarsi, i coniugi Goebbels lo avvelenarono insieme con le sorelline Helga, 12 anni, Hilde, 11, Holde, 8, Hedde, 6, e Heidi, 4. Poi ci sarebbe Gisela Hoser, o Heuser, nata nel 1937 dall’’atleta tedesca Ottilie Fleischer, detta Tilly: Hitler mise incinta la Fleischer dopo le Olimpiadi berlinesi del 1936. La fonte di questa notizia è Bethe. Il dittatore avrebbe avuto anche una seconda figlia, Ursula, detta Uschi, nata ufficialmente a Capodanno del 1939 in Italia, a Sanremo, da Eva Braun. La gravidanza fu occultata perché Hitler riteneva che il suo ascendente sul popolo tedesco sarebbe scemato qualora non si fosse mostrato totalmente dedito ai destini della Germania. Uschi arrivò all’’Estancia San Ramon nel settembre 1945, proveniente dalla Spagna, via Buenos Aires, tramite Hermann Fegelein. Una terza figlia di Hitler e della Braun sarebbe nata morta nel 1943. August Schullten, ginecologo di Monaco di Baviera che aveva seguito la gravidanza, perì in un incidente d’’auto quello stesso anno. Nel marzo 1945 l’’amante di Hitler concepì un altro figlio. Era già incinta durante la fuga verso la Patagonia. Burnside mi ha confermato che in Argentina sarebbero vissute due figlie di Hitler. Una di loro durante gli anni della dittatura del generale Jorge Videla si presentò al consolato tedesco di Buenos Aires per chiedere d’’essere aiutata a espatriare in Sudafrica. Al funzionario che le aveva spiegato di non poter fare nulla per lei, disse: “Ma io sono la figlia di Hitler”».
Eva Braun che fine fece?
«Dalla fine degli anni Sessanta se ne perdono le tracce».
Perché i suoi studi si sono concentrati proprio sulla figura del Führer?
«Perché la ritengo centrale nella geopolitica mondiale. La Germania aveva una visione di grande respiro, basta visitare Berlino per rendersene conto. Il lascito peggiore della Resistenza è stato quello d’aver irrimediabilmente condannato l’’Italia a una dimensione provinciale della storia. Siamo ancora fermi alle categorie fascismo e antifascismo, mentre nella seconda guerra mondiale erano in gioco interessi che travalicavano l’’aspetto ideologico. Crediamo che la Gran Bretagna sia intervenuta nel conflitto per ridare la libertà all’’Europa, senza renderci conto che per tre secoli l’’unica preoccupazione del Regno Unito è stata la salvaguardia delle rotte marittime verso le colonie da cui importava le merci che venivano rivendute al mondo intero a prezzi quadruplicati».
Ma lei è un nostalgico?
«No. Destra e sinistra dal mio punto di vista non hanno alcun significato, le considero categorie vuote. Per me il fascismo fu un fenomeno di sinistra, totalitario, un’’eresia comunista. L’’unico Pci che abbiamo avuto in Italia è stato il Partito fascista repubblicano durante la Rsi. Vedo un filo rosso che lega il giacobinismo della rivoluzione francese sia al comunismo che al fascismo e al nazionalsocialismo».
Allora come si definirebbe?
«Uno studioso solitario chiuso nella sua utopia incomunicabile. Dal greco ou tópos, nonluogo. Quindi uno storico fuori luogo».
Da dove parte uno storico?
«Dai documenti. Che però, da soli, non parlano mai. Bisogna essere capaci di farli parlare. E dalle testimonianze orali. Io sono andato a cercarle a spese mie. La rivoluzione culturale in Italia comincerà quando i professori universitari apriranno una partita Iva per rilasciare le fatture e i loro studi storici se li pubblicheranno e se li venderanno da soli, online o su carta, come faccio io. Purtroppo la civiltà dell’’immagine ha affossato la ricerca delle fonti: tu puoi scrivere chilometri di fatti, come accadde durante la prima guerra del Golfo, poi arriva il filmato di un cormorano incatramato di petrolio e li spazza via in un baleno. La Tv è una gomma: cancella tutto. Stimola l’’emotività, non la razionalità».
Ma che importanza ha stabilire se Hitler si suicidò oppure no? A quest’ora è comunque morto.
«Non saprei. Però attesterebbe ciò che è sotto gli occhi di tutti, credo: sulla seconda guerra mondiale, più andiamo avanti e meno ne sappiamo».

FONTE ORIGINALE:http://www.ilgiornale.it/news/hitler-scapp-patagonia-su-sommergibile-ho-visto-dove-s-era.html

(Foto:https://www.youtube.com)

Sulle orme di Chatwin: ecco la verità (letteraria) sulla sua Patagonia

Bruce Chatwin disegnato da Dariush
Di Stenio Solinas
L'avvocato Giménez Hutton ha trascorso due anni e percorso 10mila chilometri in Argentina per rivivere il reportage del leggendario scrittore. Che oggi qualcuno accusa di sensazionalismo. Ma lui era interessato alla cultura più che alla natura

  
Nel 1996 un avvocato argentino girovago per passione, Adriàn Giménez Hutton, decise di andare in Patagonia sulle orme di Bruce Chatwin. Morto alla fine degli anni Ottanta, Chatwin aveva scritto il suo primo libro, In Patagonia , appunto, alla fine dei Settanta e in quel decennio si era imposto al pubblico e alla critica con una manciata di titoli che se da un lato avevano rilanciato un genere, il travel writing , la letteratura di viaggio, dall’altro ne erano stati la negazione.
Si considerava uno scrittore tout court, Chatwin, e il viaggio era per lui uno strumento, se si vuole un pretesto, ma non il fine.
La sua originalità stilistica e tematica, il combinato disposto di un’esistenza relativamente breve, nemmeno cinquant’anni, quanto intensa, brillante e contraddittoria – esperto d’arte e collezionista contrario all’idea stessa di possedere opere d’arte, laburista con la passione per l’aristocrazia e le vite eccezionali, archeologo mancato e giornalista con l’odio per la carta stampata, omosessuale mai dichiarato e morto di una malattia, l’Aids, mai ammessa – diedero vita a una vera e propria mitologia chatwiniana, un composito esercito di appassionati e di epigoni, spesso sconfinanti nell’adorazione i primi, quasi sempre mediocri i secondi. Come spesso accade, in seguito il pendolo dell’ammirazione cominciò a oscillare sul versante opposto e prese ad alimentare una «leggenda nera» che prendeva di mira non solo gusti, atteggiamenti e bizzarrie dell’uomo, ma l’essenza stessa del suo essere scrittore. I suoi viaggi erano pura invenzione, si cominciò a dire, in pratica si era inventato tutto, non era perciò credibile e il suo stile quindi era artificiale.
Il viaggio di Adriàn Giménez Hutton sulle orme di Chatwin nacque proprio da questa oscillazione del pendolo. Hutton aveva allora quarant’anni, in Patagonia era andato una prima volta appena diciottenne e poi ci era tornato ripetutamente, in autobus e in autostop, in treno e via mare. La conosceva, insomma e In Patagonia , letto proprio allora, lo aveva favorevolmente impressionato proprio per il suo modo «di mescolare realtà e finzione, piccoli aneddoti personali e grandi storie». Era convinto che, nel suo insieme, «dovesse corrispondere a esperienze reali dell’autore» e seguirne le tracce sarebbe dovuto servire proprio a questo, la verifica di un’autenticità. Dopo due anni, diecimila chilometri, cinquanta interviste e reportage con personaggi da Chatwin citati o che lo avevano conosciuto, Giménez Hutton si ritrovò a sua volta con l’aver scritto un testo che era un affresco notevole di quell’estremo lembo del mondo e un penetrante ritratto del suo narratore più famoso. Una volta lettolo, Chatwin in Patagonia (Nutrimenti, traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè, 286 pagine, euro 19) fa rimpiangere la scomparsa del suo autore, morto nel 2001, a 45 anni, in un incidente aereo e insieme ci permette di concordare con quanto lo stesso Chatwin scrisse a proposito del suo In Patagonia : «Una volta ho fatto l’esperimento di contare una per una le bugie che conteneva. In realtà non erano troppo gravi».
Per capire la differenza fra un reportage classico su quella terra di confine e il libro che invece egli ne trasse bisogna partire da una serie di elementi. Il primo è la letteratura. «Se siamo dei viaggiatori – ha scritto Chatwin – siamo viaggiatori letterari. Un’associazione o un riferimento letterario possono entusiasmarci quanto una pianta o un animale raro». Il secondo è il tema e il fascino dell’esilio: «Se domani il resto del mondo saltasse in aria, in Patagonia sopravvivrebbe un sorprendente campionario di nazionalità, tutte andate alla deriva verso questi “campi estremi dell’esilio” per nessuna altra ragione apparente se non che quei campi esistevano». Giménez Hutton obietta che per l’Argentina sarebbe più appropriato parlare di «emigranti, non di esuli», e non ha torto. Ha però ragione anche Chatwin nel suo voler isolare all’interno di un fenomeno migratorio biografie che rimandavano più a vicende politiche, ideologiche, sociali che non alla pura e semplice ricerca di un lavoro, fuga da una situazione di povertà, eccetera. Colpiscono e accendono in modo più immediato la sua fantasia letteraria, che è poi, lo abbiamo visto, la vera e propria molla del suo viaggiare, più interessato ai casi che ai luoghi, più portato alla cultura che alla natura, o meglio convinto che la natura abbia un senso solo se racconta una cultura.
Da questo punto di vista è emblematico il tipo di scelta da lui utilizzato per spiegare l’origine del vocabolo «patagone», patagòn , in spagnolo. Le sue ricerche lo fanno risalire a un romanzo cavalleresco del Cinquecento, Primaléon De Grecia , in cui si narra di un mostro con testa di cane, ma intelligenza umana, chiamato Gran Patagòn, catturato dal protagonista e portato in dono al re di Polonia. Letto da Magellano, servirà a quest’ultimo per definire «un Patagòn!» un indio Tehuelche che indossava una maschera canina… Una più prosaica storiografia vede invece in patàn o patòn , che in portoghese, la lingua nativa di Magellano, suonano patao e patagao, aggettivi qualificativi che indicano grossolanità e grandezza, e così il Patagone starebbe per un individuo rozzo, oppure per grande piede, l’indicazione insomma di una stazza e di una fisicità indigena. È facile capire perché Chatwin si affezionasse alla prima interpretazione….
L’eccentricità e/o eccezionalità sono gli altri elementi che contribuiscono alla peculiarità di In Patagonia . Fra le persone intervistate da Hutton c’è chi accusa Chatwin di «sensazionalismo», chi di «giudizi sarcastici», chi si lamenta perché «incontra sempre personaggi bizzarri, stravaganti e mostra le loro abitudini, non le vere abitudini di questa terra. Cerca sempre ciò che è sensazionale, violento, inusuale, depravato. Tutto ciò esiste, naturalmente, come in qualunque parte del mondo. Ma lui non parla della gente che ha fatto qualcosa, o almeno non in maniera generosa». Come si vede non sono giudizi sul libro in sé, ma sul fatto che non è come i diretti interessati vorrebbero fosse: non rispecchia la loro visione di quel mondo. Hanno insomma più a che fare con l’etica che con l’estetica, con un pregiudizio morale piuttosto che con un giudizio critico.
In realtà, In Patagonia è un libro parziale, idiosincratico, concentrato, fatto di scarti e di salti, in equilibrio tra realtà e finzione, con spunti autobiografici, il tutto teso a tenere il lettore sulla corda. Ci sono nomi cambiati, storie vere e storie verosimili, invenzioni narrative, malumori e asprezze, simpatie e antipatie d’autore. Non racconta la verità, ma una verità, e a uno scrittore non si può chiedere di più.

America Latina, attivisti sotto tiro

Di Caterina Amicucci
La finca San Francisco è un enorme latifondo nella regione guatemalteca del Quichè, un territorio indigeno abitato dai maya ixiles. La famiglia Broll vi si insediò alla fine dell'800 sottraendo quasi mille ettari alle comunità locali. Da allora la finca ha continuato a espandersi, rubando terra alle autorità indigene e ai contadini. Oggi si estende su migliaia di ettari e produce caffè, principalmente per la catena Starbucks. 
Nei mesi scorsi la comunità campesina di El Regadio si è sollevata, riappropriandosi della sua terra con l'aiuto del Cuc, il Comitato di Unità Contadina che è membro attivo di La Via Campesina, la rete mondiale dei movimenti contadini. Tuttavia Don Felipe, il leader della lotta di El Regadio, è stato arrestato, mentre Riccardo Busquez, un cittadino spagnolo responsabile della comunicazione del Cuc, è stato accusato pubblicamente dal viceministro della Giustizia guatemalteco di aver fomentato la rivolta e di essere un narcotrafficante. 
Cinquemila chilometri più a sud, in Cile, la regione dell'Aysen è in rivolta. Da dieci giorni un movimento sociale composto da pescatori, sindacalisti, studenti e autotrasportatori ha paralizzato porti, aeroporti e strade. Si tratta della Patagonia cilena, dove abitano poco più di 100mila persone. A causa del suo isolamento geografico i servizi educativi e sanitari sono scarsi e i prezzi dei combustibili e dei generi di prima necessità sono il 50% più alti rispetto al resto del paese.
Il «Movimento sociale per l'Aysen» pretende dal governo centrale nuove politiche di welfare: l'aumento dei salari minimi e delle pensioni, un nuovo ospedale, il miglioramento dei servizi educativi, sussidi per i combustibili e per l'acquisto di legname, indispensabile per far fronte al clima rigido e alle lunghe distanze da percorrere per il trasporto delle merci. Il governo di Pinera, al momento, sembra ignorare le richieste del movimento e nei giorni scorsi ha risposto con cariche e arresti alle proteste pacifiche dei cittadini. Mentre il ministro della Salute Jaime Manalich ha dichiarato pubblicamente che «uno dei dirigenti del movimento, Patricio Segura, è finanziato dalla campagna Patagonia Sin Represas», Patagonia senza dighe, indicandolo come il responsabile delle manifestazioni dei giorni passati ed aggiungendo «che è un'ovvietà assoluta e indiscutibile che ci sia un piano di Patagonia Sin Represas finanziato da attori nazionali e internazionali per radicalizzare questo movimento». Patricio è un giornalista indipendente, attivista della campagna contro il progetto Hydroaisèn, che prevede la costruzione di cinque dighe sui fiumi Pascua e Baker. Il ministro forse ha dimenticato che, dagli ultimi sondaggi, l'80 per cento della popolazione dell'Aysen è contro il megaprogetto idroelettrico.
Queste due storie che ci arrivano dall'America Latina non hanno in comune solo la strategia di criminalizzazione di attivisti e militanti impegnati nella comunicazione sociale e nell'informazione indipendente. C'è un altro dettaglio comune. In Guatemala l'Enel sta completando la costruzione dell'impianto idroelettrico Palo Viejo, proprio dentro la finca San Francisco. Le comunità indigene si battono da cinque anni contro la realizzazione dell'opera, per vedere riconosciuti i loro diritti ancestrali sul territorio e il loro diritto ad essere consultati - questa rubrica ne ha ampiamente riferito. 
Il progetto HydroAisèn ha come socio maggioritario Endesa, la società elettrica spagnola, oggi di proprietà dell'Enel. In fondo se al governo cileno di Sebastian Pinera e a quello guatemalteco di Otto Peres Molina, (un ex-militare) non dovesse bastare guardare al passato dei loro rispettivi paesi, possono sempre gettare un occhio a quello che succede in Val di Susa.


Da il Manifesto

Ecocidio in Patagonia

Di Fulvio Gioanetto
Si tratta di uno dei progetti agroalimentari piú assurdi e insostenibili di tutta la Patagonia. Un consorzio agroalimentare cinese della multinazionale Heilonijang Agriculture Company, che raggruppa compagnie di produzione di carne e granaglie, ha affittato 320 mila ettari nella provincia del Rio Negro, in Argentina, per coltivare soia, colza e altre piante foraggere, tutte transgeniche. Due compagnie associate, la Wondesun Pharmaceutical Co. e la Beidahuang Meat Industry hanno incominciato a chiedere permessi per coltivare altre aree supplementari nella zona costiera del rio Colorado. Per questi impresari si tratta di «valorizzare economicamente delle aree improduttive»; per le comunità locali è una depredazione della loro risorsa piú preziosa, l'acqua.
Infatti il megaprogetto prevede di irrigare queste coltivazioni industriali con le acque dei fiumi rio Negro, rio Colorado e del canale derivatore di Pomona. In una zona con poca acqua e dove piovono in media solo 200 mm annuali, pare inconcepibile alla popolazione locale che il prezioso liquido vitale proveniente dalle cordigliere e dai ghiacciai andini, vada ad alimentare le coltivazioni transgeniche di questo trust agroindustriale - che del resto giá possiede e contamina 56.200 chilometri quadrati nel nordest della Cina attraverso un centinaio di strutture produttive.
Oltre all'acqua, il progetto minaccia le foreste. Le coltivazioni infatti prenderanno il posto dei boschi nativi di questa regione del sud patagonico, adattati da millenni per resistere alle forti radiazioni solari e alle sempre piú costanti siccità.
Le autorità statali della provincia argentina, sotto la pressione di una coalizione di gruppi ambientalisti locali, comunitá indigene mapuche, semplici cittadini e ricercatori universitari, sostiene che il progetto è stato approvato dopo una «seria e dettagliata analisi ambientale, grazie alla quale è stata determinata una zonificazione del territorio con le rispettive categorie di rischio». La neonata coalizione in difesa del territorio del Rio Negro sostiene invece che non sono stati effettuati né studi di impatto ambientale né audizioni pubbliche per informare gli abitanti di questo progetto, che secondo i cinesi «apporta una autentica e sostenibile valorizzazione economica al territorio patagonico» (sic). 
La legge provinciale e la stessa legge nazionale ambientale argentina prescrivono l'obbligo di consultazione previa all'approvazione di qualsiasi progetto, insieme a studi di impatto ambientale da affidare da varie università e centri di ricerca. Non solo: la legge forestale nazionale numero 26.311 sancisce che le risorse boschive sono patrimonio della comunità che abita e sfrutta i boschi.
«Come lo presentano, questo non è sviluppo sostenibile», si legge in un recente comunicato stampa della coalizione: «Usano questo termine come uno slogan politico e non come una reale pratica che orienti lo sviluppo della nostra provincia. Un piccolo gruppo sta decidendo il futuro ambientale delle prossime generazioni e di tutto l'ambiente patagonico. Cosa succederà della biodiversità di queste zone semidesertiche, che continua a sostenere i tradizionali sistemi dei chacras e dell'allevamento estensivo? Come eviteremo la contaminazione dei fiumi e delle terre con i residui agrochimici dei pesticidi?». 
Allarme giustificato, tanto più che il cambiamento del clima in atto in tutta la regione australe americana si traduce ormai non solo nelle siccità interminabili, ma anche nelle sempre più frequenti e forti tormente di sabbia, dovute in buona parte al disboscamento e al cambio di uso del suolo provocato da progetti agricoli intensivi, che ha innescato fenomeni di erosione dei suoli.



Da il Manifesto

I padroni della Patagonia


Benetton, Ted Turner, Jeremy Irons, Michael Douglas, Sylvester Stallone, sono solo alcuni dei nomi accusati di voler depredare un paradiso naturale, ricco di acqua e risorse, per i propri interessi.
12 settembre 2011 - redazione Taringa!-Inteligencia Colectiva
Fonte: www.taringa.net - 28 agosto 2011
Patagonia for saleSanno tutti che comprare terre in Patagonia è uno dei migliori affari che si possano fare. Dato il costo elevato è ovvio che non è alla portata di tutti. Tuttavia il valore economico è insignificante rispetto alle enormi risorse naturali che vi si trovano, e tra le altre, quelle che secondo gli esperti sarà l'oro del futuro, l'acqua potabile.
In un momento in cui l'acqua scarseggia in vaste aree del paese, tornano a sentirsi i nomi dei possibili colpevoli, Tompkins, Benetton, Turner, Lewis, Jeremy Irons, Michael Douglas, l'argentino Marcelo Tinelli (accusato anche di aver chiuso una laguna, considerata sin dall'antichità luogo sacro di cerimonia e di approviggionamento di pesce e legna da parte delle popolazioni locali), e tra gli altri Sylvester Stallone.
Benetton
Il gruppo Benetton approdò in Argentina nel 1991, in piena epoca Menem, e all'insegna delle privatizzazioni delle inprese statali che il governo stava portando a termine. Benetton acquisì in questo modo le azioni della società Tierra Ciudad Argentina. "Dal momento dela sua installazione, Benetton applicò una politica di tolleranza zero, dapprima con i suoi dipendenti che erano degli agricoltori, licenziandone più del 50%. In seguito riducendo i diritti minimi della Comunità Mapuche.
La Comunità Mapuche di Santa Rosa-Leleque, nel sud dell'Argentina, ha presentato una denuncia penale contro la Benetton per usurpazione di territorio. Benetton è il più grande latifondista in Argentina con più di 970.000 ettari di terra che arrivano fino alla Patagonia, dove si lavora il 10% della sua prodzione di lana.
L'ultima apparizione pubblica di Benetton fu nel 2005, quando promise che avrebbe donato 7.500 ettari di terreno. Mauro Millàn conferma che, "ad oggi, la comunità non ha ancora ricevuto nulla, si era trattato solamente di uno show mediatico con una discreta partecipazione finale del governo della provincia". Benetton continuò ancor di più l'acquisizione di nuove terre. Benetton mostra il suo vero colore nella Patagonia argentina.
Ted Turner
Nel 1996 Turner, fondatore dei notiziari della CNN, acquistò questa proprietà privata dall'allora presidente dei Parchi Nazionali, Felipe Lariviere. Si tratta di una proprietà di circa 5.000 ettari all'interno del Parco Nazionale Nahuel Huapi. Ma quello che interessava a Turner era la possibilità di praticare il suo sport preferito, la pesca con la mosca nel fiume Traful, un corso d'acqua ritenuto uno dei più pescosi al mondo.
In poco tempo Turner acquisì altre proprietà lungo le rive di fiumi ricchi di pesci: altre al sud della provincia di Neuquén, dove scorre il fiume Collòn Cura, e una nella Terra del Fuoco, sulle sponde del rìo Grande.
Il fiume Traful è una meraviglia naturale che nel Neuquén pochi possono godersi. Succede che il corso d'acqua attraversa i 5.000 ettari della tenuta "La Primavera", proprietà del magnate Ted Turner, e che gli accessi al fiume da sempre usati nell'area siano stati chiusi, di modo che di fatto il Traful è divenuto "proprietà privata" del padrone della CNN.

"Non si può accedere al 60 % del corso del Traful, e chi ha provato a accedervi è stata minacciata con armi da fuoco; possono entrare solo pescatori stranieri invitati da Turner".
Joe Lewis
Da quando arrivò in Argentina negli anni '90 per comprare 14 mila ettari nella zona di Lago Escondido, il magnate britannico Joe Lewis ha continuato ad accaparrarsi terre in suolo patagonico: paesaggi paradisiaci, centrali elettriche, un aeroporto, strade private che attraversano suolo demaniale, strade demaniali che prima portavano a Lago Escondido e che adesso sono private, e numerosi alleati politici tra i magistrati della città di Viedma e nella sovrintendenza di El Bolsòn.
La questione cominciò ad essere evidente all'inizio di aprile, quando dei giornali di Rio Negro usarono in alcuni articoli la parola 'scandalo' riferendosi alla presunta stranierizzazione di terreni demaniali messa in atto dalla coppia formata da Lewis e dal suo socio argentino, Nicolàs Van Ditmar. Fu dopo la scoperta di alcuni vicini che scoprirono una strada privata – realizzata senza autorizzazioni e che attraversava terreni del demanio – per coprire i 23 chilometri tra la sua residenza, situata sulle spnde del Lago Escondido, e la base del magico Cerro Perito Moreno.
Realizzata l'opera, nessuno del'intendenza di "Cacho" Romera poté spiegare la mancanza dei permessi necessari, avendo tralasciato di eseguire gli opportuni controlli sia l'intendenza che il governatorato del radicale Miguel Saiz.
Lewis sa molto bene come trasformare strade pubbliche in private per il proprio utilizzo, in tutti gli accessi possibili al lago. Un comportamento irregolare che da anni genera molte proteste tra la popolazione locale. C'è una causa in corso presso il Supremo Tribunal de Justicia di Rio Negro, e si spera che gli argentini possano ottenere nuovamente libero accesso al lago, che Lewis blocca da dodici anni.
Il centro sciistico inaugurato nel frattempo fu messo all'asta in modo alquanto irregolare, cosa che scaldò gli animi dei locali una volta di più.
Mosse i suoi primi passi nella steppa della Patagonia nel 1991, quando acquistò qualche terreno nella Decima regione cilena. Non gli fu facile, nella patria di Salvador Allende, approriarsi di grandi estensioni di terra, sebbene la forza congiunta di tenacia e dollari riuscì ad acquisire quasi 400.000 ettari tra la Decima e Undicesima regione. E' così che virtualmente tagliò in due il territorio cileno, cosa che gli creò in più di un'occasione attriti con i coloni, le comunità aborigene e perfino con il governo nazionale.
Alla fine degli anni '90, Tomplkins decise di varcare la Cordigliera delle Ande e approdò alla provincia argentina di Santa Cruz. In poco tempo l'ecologista si appropriò di quattro tenute molto estese. Kris McDivitt dichiarò al quotidiano britannico The Guardian che "la sfiducia e la paranoia sulla conservazione della terra è molto bassa in Argentina".
Le zone acquistate nel sud argentino sono: la tenuta Monte Leòn che si trova a circa 200 km a nord del Rio Gallegos, al di sopra della Ruta 3 e a sud della località chiamata Piedra Buena, e comprende 69.750 ettari su 40 km di costa. La tenuta Dor-Alike, adiacente a Monte Leòn, sul lato nord-orientale, di 37.125 ettari e 21 km di fiume, il rio Santa Cruz. I 24.300 ettari della tenuta Sol de Mayo lungo la frontiera cilena, a sud di Los Antiguos, proprio tra i grandi laghi detti di Buenos Aires e Pueyrredòn. Diventò anche proprietario della tenuta El Rincòn, vicina al Parco Nazionale Perito Moreno, con un'estensione di 14.170 ettari.
Herman Warden Lay
W. Lay è proprietario e presidente di Estancia Alicurà S.A. Nella Patagonia argentina. La tenuta abbraccia 80.000 ettari di terre vergini costellate di laghi e fiumi, destinate all'allevamento di bovini ed equini, cervi rossi, volpi e pernici, e alla pratica della caccia e della pesca sportiva. Nel dicembre del 2000, Ward Lay fu nominato dal Presidente della Repubblica Argentina come delegato onorario presso il Ministero del Turismo degli Stati Uniti d'America.
Nelle province di Chubut, Neuquén e Rio Negro, le comunità mapuche si stanno mobilizzando per la difesa delle loro terre, minacciate dall'avanzare dei magnati stranieri e dagli oscuri interessi delle autorità governative. Il settore immobiliare e turistico muove milioni di dollari in Patagonia, e le terre delle piccole famiglie mapuche, incastonate in veri paradisi naturali di laghi e cordigliere, si trasformano in appetitose terre di conquista. Il caso della comunità Cayùn del Centro Sciistico Chapelco a San Martin de los Andes, è solo la punta dell'iceberg. Le terre della Patagonia, soprattutto quelle ricche di acqua potabile, rappresentano un bene ambito da potenti impresari. I fratelli Benetton e il magnate delle comunicazioni americano Ted Turner (70mila ettari vicino a San Carlos de Bariloche) sono i più noti, assieme a stelle dello spettacolo come Sylvester Stallone, Jeremy Irons e Michael Douglas. A questi si aggiunge la stella televisiva Marcelo Tinelli, accusato a rio Percey di aver recintato una laguna da sempre usata dalle popolazioni locali come luogo sacro di cerimonia e di approviggionamento di pesce e legname.

Note:Tradotto da Daniele Buratti per PeaceLink


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