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Quando i brevetti fermano l’innovazione: un caso della ricerca biomedica



Di Fabristol
http://libertarianation.org/

Abbiamo visto più volte come la proprietà intellettuale sia un freno all’innovazione artistica e di fatto consista soltanto nel garantire un monopolio ad un autore. Oggi invece vedremo come l’uso dei brevetti possa fermare l’innovazione tecnologica e in ultima analisi la ricerca scientifica come quella biomedica.
La microscopia confocale è stata una – relativamente recente – pietra miliare della ricerca biomedica. Grazie all’utilizzo di un laser è possibile eccitare delle proteine fluorescenti inserite in un tessuto biologico e catturare ciò che avviene in tempo reale dal punto di vista fisiologico. Il problema di questa tecnica è che permette di focalizzare solo su un piano definito e quindi non permette di comprendere cosa avviene sopra o sotto questo piano. In pratica non possiamo avere una immagine in 3D in tempo reale. Per fare questo dobbiamo fare Z-stacking, ovvero dobbiamo fare una scannerizzazione di un piano alla volta. Ma anche così non possiamo penetrare abbastanza a fondo a causa della potenza del laser. Fortunatamente è poi arrivato il sistema di microscopia multifotone che permette di penetrare con il laser in profondità e di catturare delle immagini in 3D in tempo reale.
Il sistema multifotone fu brevettato dalla Cornell University nel 1991 e poi fu commercializzato dalla Bio-Rad che utilizzò questo monopolio per ben 18 anni (il brevetto scadde nel novembre del 2009) con risultati non entusiasmanti. Infatti nonostante avesse avuto in mano una tecnologia innovativa e rivoluzionaria la Bio-Rad non la utilizzò appieno e nel frattempo smise addirittura di produrre il suo sistema prima del 2009. Nel frattempo i ricercatori non potevano stare con le mani in mano. La tecnologia permetteva cose mai viste prima ma c’era un monopolio di mezzo che aumentava i costi a dismisura. Non solo ma la tecnologia non fu mai migliorata e sviluppata a causa della miopia o dell’incapacità di chi aveva il monopolio. L’unica scelta era quella di farsi un sistema fai da te con perdite di tempo enormi e risultati non eccellenti.
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Nel frattempo le più grandi compagnie di microscopia aspettavano la data del 2009 per poter entrare nel mercato “libero” del multifotone. Inutile dirlo dopo il 2009 ci fu un boom del mercato multifotone con tutte le più grandi compagnie di microscopia che hanno incominciato a produrre strumenti con questa tecnologia. Non solo ma nuove compagnie si sono affacciate sul mercato abbattendo i costi anche di due-tre volte tanto rispetto a prima. Grazie a questo Rinascimento nell’imaging nuove tecnologie si sono succedute come lo scanner a risonanza e fotomoltiplicatori più sensibili e ogni anno l’industria avanza a velocità elevatissime.
Ma il danno fu fatto: 20 anni di ritardo nella ricerca scientifica e nel progresso tecnologico nei tempi moderni sono come 2000 anni di progresso tecnologico dei tempi antichi. Senza quel brevetto nel 1991 avremmo oggi nel 2013 decine di compagnie nel settore, prezzi abbattuti e migliaia di pubblicazioni in più. Forse i burocrati non si rendono conto delle conseguenze disastrose che un semplice foglio come il brevetto può fare contro l’umanità. Malattie come Alzheimer o Parkinson o nuove branche della scienza come la medicina rigenerativa avrebbero potuto essere comprese meglio in questi 20 anni. Nuovi farmaci sarebbero potuti essere introdotti (per poi essere brevettati anche questi ultimi purtroppo e rallentare ancor di più il progresso scientifico!) per combattere queste malattie, i costi della ricerca scientifica e della sanità sarebbero stati abbattuti, nuovi posti di lavoro sarebbero stati creati, nuove tecnologie sarebbero potute essere sviluppate.
E tutto questo solo a causa di un brevetto del 1991. Pensate a quanto il progresso scientifico e tecnologico e artistico e culturale sia ogni giorno minato alla base a causa della proprietà intellettuale. Se siamo shockati dalla velocità con cui la tecnologia sta facendo passi da gigante oggi pensate a come sarebbe senza l’intervento dello Stato: un Rinascimento epocale, un salto nel futuro di centinaia di anni. If only…

Come Monsanto & amici hanno monopolizzato il mercato delle sementi e cambiato per sempre le sorti dell’agricoltura



Di Erika Facciolla

Alla vigilia dell’importante processo riguardante il caso Monsanto – Bowman che sta monopolizzando da mesi l’attenzione dei media americani e sul quale la Corte Suprema sarà chiamata a pronunciarsi, il dibattito sull’attuale regime dei brevetti delle sementi e sulle conseguenti strumentalizzazioni di aziende del comparto come la già citata multinazionale americana, non accenna a placarsi.

Ad alimentare le polemiche è il rapporto Giants vs U.S Farmers pubblicato dal Centro per la Sicurezza Alimentare (CFS) e ‘Save our Seeds’ (SOS), due organizzazioni giuridico–politiche che operano in difesa dei diritti degli agricoltori e della sicurezza alimentare.
Il rapporto mette sotto la lente di ingrandimento il modo in cui tale regime ha cambiato radicalmente il mercato e le forniture delle sementi su scala globale, incoraggiando società come la Monsanto a trascinare in tribunale gli agricoltori americani accusati di presunte violazioni dei diritti sui brevetti, come nel caso dell’agricoltore settantacinquenne dell’Indiana Vernon Hugh Bowman, citato in giudizio per impedirgli di piantare e vendere semi di soia ottenuti dalle sementi della Monsanto.

Al di là del caso specifico, il problema ha conseguenze socio-economiche ben più ampie: il vertiginoso aumento del prezzo delle sementi, la limitazione della ricerca scientifica indipendente (e con essa dell’innovazione), l’impatto ambientale. Ad essere sotto accusa, dunque, è il diritto dei privati di rivendicare la proprietà morale e giuridica su una risorsa che è e deve essere per definizione pubblica.

Nel rapporto si legge, infatti, che la sola Monsanto ha depositato finora 144 cause contro 410 agricoltori statunitensi e 56 piccole imprese agricole in 27 stati diversi.

Sembra che questo sia il modo più efficace per affermare il monopolio su un mercato delle sementi che di fatto oggi è controllato per il 53% da tre grandi società (tra cui la Monsanto) e che negli ultimi anni ha imposto drammatici aumenti sul costo delle sementi; basti pensare che dal 1995 al 2011 il costo medio per un ettaro di soia è aumentato del 325%, mentre quello del mais del 259%. Una vera tragedia per i piccoli coltivatori e le aziende agricole indipendenti.

L’altro aspetto preoccupante della vicenda riguarda le restrizioni imposte dal regime brevettuale sul diritto di contribuire all’innovazione e alla ricerca delle varietà vegetali ottenute dai semi. Le norme sui brevetti sono talmente stringenti che le coltivazioni sono ridotte ormai a poche varietà, quasi tutte di ingegneria genetica, con il conseguente impoverimento dei terreni ad uso agricolo e della biodiversità.

Il caso della Monsanto è dunque emblematico sotto diversi punti di vista: da una parte ci sono gli agricoltori biologici che rivendicano il sacrosanto diritto di tutelare la genuinità delle proprie coltivazioni senza persecuzioni e ingerenze esercitate dalle multinazionali col pretesto dei cosidetti ‘usi impropri dei brevetti’; dall’altra c’è la necessità, quanto mai impellente, di tutelare gli interessi di produttori e consumatori limitando l’uso di semi geneticamente modificati, dannosi per la salute e per l’ambiente.

Riuscirà, il buon senso, a prevalere sul mero interesse economico?

Fonte:http://www.tuttogreen.it/come-monsanto-amici-hanno-monopolizzato-il-mercato-delle-sementi-e-cambiato-per-sempre-le-sorti-dellagricoltura/

PUÒ LA CIVILTÀ SOPRAVVIVERE AL CAPITALISMO REALE?



Di Noam Chomsky

Vi è il “capitalismo” e poi c’è il “capitalismo reale”.

Il termine “capitalismo” è comunemente usato riferendosi al sistema economico degli USA, che prevede considerevoli interventi dello Stato, i quali vanno dai sussidi per l’innovazione creativa alla politica assicurativa “too-big-to-fail” (troppo-grandi-per-fallire, ndr) del governo per le banche.

Il sistema è altamente monopolizzato e ciò limita ulteriormente la dipendenza dal mercato, in modo crescente: negli ultimi 20 anni la quota dei profitti delle 200 imprese più importanti è aumentata enormemente, riporta l’accademico Robert W. McChesney nel suo nuovo libro Digital disconnect.

In questo momento “capitalismo” è un termine comunemente usato per descrivere sistemi nei quali non ci sono capitalisti; per esempio il conglomerato-cooperativa Mondragón nella regione basca in Spagna, o le imprese-cooperative che si espandono nel nord dell’Ohio, spesso con il sostegno conservatore – entrambe esaminate in un’importante ricerca dell’accademico Gar Alperovitz.

Altri addirittura possono usare il termine “capitalismo” per riferirsi alla democrazia industriale sostenuta da John Dewey, filosofo sociale di riferimento negli USA alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX.

Dewey esortava i lavoratori ad essere “padroni del proprio destino industriale” e tutte le istituzioni a sottomettersi al controllo pubblico, includendo i mezzi di produzione, l’interscambio, la pubblicità, i trasporti e le comunicazioni. In mancanza di ciò, deduceva Dewey, la politica avrebbe continuato ad essere “l’ombra che il grande business proietta sulla società”.

La democrazia amputata che Dewey condannava è stata fatta a brandelli negli ultimi anni. Adesso il controllo del governo è assolutamente concentrato nella cima della scala dei redditi, mentre la maggior parte dei lavoratori sono stati virtualmente privati dei propri diritti.

Nel corso degli anni ci sono stati una serie di dibattiti per stabilire se il capitalismo sia compatibile con la democrazia. Se ci limitiamo (a considerare) la democrazia capitalista reale (DCRE, abbreviando), si può rispondere adeguatamente alla domanda: democrazia e capitalismo sono radicalmente incompatibili.

A me sembra poco probabile che la civiltà possa sopravvivere alla DCRE e alla democrazia altamente attenuata che ne segue. Però, potrebbe una democrazia funzionante fare la differenza?

Osserviamo il problema più critico e immediato che sta affrontando la civiltà: la catastrofe ambientale. Le politiche divergono nettamente dagli atteggiamenti pubblici e ciò è un classico effetto della DCRE. La natura di questa rottura è esaminata in vari articoli dell’attuale edizione di Dedalus, la rivista dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze.

anti le energie rinnovabili e 118 paesi hanno stabilito obiettivi ed azioni per lo sviluppo delle energie rinnovabili. In contrasto, gli USA non hanno adottato alcuna politica consistente e stabile a livello nazionale per appoggiare l’uso di tali energie”.

Non è l’opinione pubblica che motiva la politica statunitense a mantenersi lontana dal quadro internazionale. Al contrario. L’opinione della gente è molto più vicina alla visione globale di quanto lo siano le politiche governative degli USA, ed essa appoggia intensamente le azioni necessarie per affrontare il probabile disastro ambientale pronosticato da uno schiacciante consenso scientifico.

Come sostengono Jon A. Krosnik e Bo MacInnis in Daedalus: “immense maggioranze di persone hanno influito sui passi del governo federale al fine di ridurre la quantità d’emissione di gas a effetto serra delle Compagnie produttrici di elettricità.

Nel 2006, l’86% degli intervistati erano favorevoli a incalzare queste Compagnie o appoggiarle con esenzioni fiscali, al fine di far loro ridurre la quantità dei gas emessi. Inoltre lo stesso anno, l’87% era favorevole alla totale esenzione di tasse per le Compagnie che avrebbero prodotto elettricità dall’acqua, dal vento, o dal sole. Queste maggioranze si mantennero tra il 2006 e il 2010, e poi in un qualche modo diminuirono.

Il fatto che questo pubblico sia influenzato dalla scienza è profondamente preoccupante per chi domina l’economia e la politica di Stato.


Un esempio attuale di questa preoccupazione è l’insegnamento della Legge del miglioramento ambientale, proposta ai legislatori di Stato da ALEC (American Legislative Exchange Council - Consiglio di Interscambio Legislativo Statunitense), lobby aziendale che progetta leggi per coprire le necessità del settore corporativo e degli ultraricchi.
La legge ALEC esige un “insegnamento equilibrato” della scienza del clima nella scuola dell’obbligo (6-12 anni). “Insegnamento equilibrato” è una frase in codice che si riferisce ad insegnare la negazione del cambio climatico ed a equilibrare la corrente della scienza del clima. E’ simile all’insegnamento equilibrato appoggiato dai creazionisti che pretendono l’insegnamento della scienza della creazione nelle scuole pubbliche.

La legislazione educativa basata sul modello ALEC è già stata introdotta in vari Stati.

Dopo di che, tutto questo è stato ricoperto dalla retorica riguardo all’insegnamento del pensiero critico - una grande idea, senza dubbio, però è più facile pensare in esempi positivi che in un tema che minaccia la nostra sopravvivenza ed è stato studiato, vista la sua importanza, in termini di guadagno corporativo.

Comunemente gli studi presentano controversie tra i dati riguardanti il cambio climatico.

Da una parte troviamo la schiacciante maggioranza degli scienziati, le accademie di scienze nazionali, le riviste scientifiche professionali e il IPCC - Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo di esperti del cambiamento climatico).

Tutti convengono sul fatto che stia avvenendo un surriscaldamento globale, che esiste una sostanziale componente umana, che la situazione sia seria e forse letale, e che presto, forse qualche decennio, il mondo possa arrivare ad un punto d’inflessione nel quale tale processo possa accelerare rapidamente e che sia irreversibile, con conseguenze gravi a livello sociale ed economico. E’ raro trovare un tale consenso su temi scientifici complessi.

Dall’altra parte troviamo gli scettici, tra cui alcuni rispettabili scienziati, che avvertono che tuttavia è molto ciò che s’ignora – e ciò significa che le cose potrebbero non essere così catastrofiche come sembra, o potrebbero essere ancor peggio.

Al di fuori dell’artificioso dibattito esiste una parte ancor più grande di scettici: scienziati del clima, altamente riconosciuti, che leggono i report del IPCC come eccessivamente prudenti. E sfortunatamente questi scienziati hanno avuto ragione numerose volte.

Apparentemente la campagna di propaganda ha avuto effetto sull’opinione pubblica statunitense, che per sua natura spesso è molto più scettica di quella globale. Ma l’effetto non è ancora abbastanza rilevante da soddisfare le grandi aziende.

Probabilmente questa é la ragione per la quale vari settori delle grandi aziende hanno lanciato un attacco contro il sistema educativo, nella speranza di arrestare la pericolosa tendenza pubblica a dare attenzione alle conclusioni della ricerca scientifica.

Nel Meeting Invernale del Comitato Nazionale Repubblicano di qualche settimana fa, il governatore della Louisiana, Bobby Jindal, ha avvisato il direttivo che avrebbero dovuto abbandonare la loro posizione ingenua e ascoltare l’intelligenza degli elettori.

Ovviamente il sistema DCRE prevede che la gente continui ad essere ingenua, che non si faccia ingannare dalla scienza e dalla razionalità, che creda negli interessi dei signori dell’economia e del sistema politico, e al diavolo le conseguenze.

Questi obblighi sono già profondamente radicati nelle dottrine del mercato fondamentalista che si predicano all’interno del DCRE e che sostengono uno Stato poderoso che serve alla ricchezza e al potere. Le dottrine ufficiali soffrono di un buon numero di note “inefficienze del mercato”; tra le quali il non considerare gli effetti delle transazioni del mercato sugli altri (le cosiddette “esternalità”, ndt). Le conseguenze di queste “esternalità” possono essere sostanziali. L’attuale crisi economica ne è una dimostrazione. In parte ne sono responsabili le grandi banche che ignorarono il “rischio sistemico” – ovvero la possibilità che l’intero processo bancario potesse collassare- quando intrapresero transazioni pericolose.

La catastrofe ambientale è molto più seria: la “esternalità” che si sta ignorando è non poco di meno che il futuro delle specie. E non c’é un posto dove correre, con il cappello in mano, per un’altra possibilità.

Nel futuro gli storici (se ne rimarrà qualcuno) guarderanno indietro verso questo curioso spettacolo che iniziò al principio del XXI secolo. Per la prima volta nella storia dell’umanità, gli esseri umani si stanno scontrando con l’importante possibilità di una calamità poderosa come risultato del loro comportamento – condotta che sta pregiudicando una nostra decente sopravvivenza.

Questi storici osserveranno che il paese più ricco e potente della storia, che gode d’incomparabili vantaggi, si sta sforzando enormemente per intensificare la probabilità del disastro. Lo sforzarsi al fine di preservare le condizioni nelle quali i nostri discendenti immediati possano avere una vita decente é tipico delle cosiddette società “primitive”: le prime nazioni, le tribù, gli indigeni, gli aborigeni.

I paesi con popolazione indigene grandi e di buona influenza sono ben incamminati per la conservazione del pianeta. I paesi che invece hanno portato all’estinzione le popolazioni indigene o all’estrema emarginazione stanno precipitando verso la distruzione.

Per questo l’Ecuador, con la sua grande comunità indigena, sta cercando l’aiuto dei paesi ricchi per conservare le sue capienti riserve di petrolio sotto terra, che é dove devono stare.

Nel frattempo, gli Stati Uniti e il Canada stanno cercando di bruciare combustibili fossili, tra cui le pericolose sabbie bituminose canadesi, e di farlo il più rapidamente possibile, mentre celebrano le meraviglie di un secolo d’indipendenza energetica (senza alcun senso) senza guardare minimamente a ciò che sarebbe il mondo dopo quest’atto di autodistruzione.

Quest’osservazione generalizza: nel mondo le società indigene stanno lottando per proteggere quello che chiamano “il diritto della natura”, mentre le società civili e sofisticate deridono questa sciocchezza. Questo è esattamente l’opposto di ciò che predirebbe la razionalità– a meno che non sia quella forma distorta di ragione che passa attraverso il filtro della DCRE.

Fonte:http://www.jornada.unam.mx/2013/03/17/index.php?section=opinion&article=022a1mun

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ISABELLA PREALONI

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11690&mode=&order=0&thol

Caso Novartis: una vittoria per i diritti delle persone, una sconfitta per il monopolio delle multinazionali



Di Vandana Shiva

Il 1° aprile 2013, la Corte Suprema Indiana ha respinto una causa intentata dal gigante farmaceutico Novartis per aggirare l’articolo 3 (d) della Legge sui Brevetti indiana, al fine di rivendicare in maniera ingannevole come un’”invenzione” un farmaco già prodotto come generico.

L’India aveva una legge sui brevetti “a favore del popolo” del 1970, che è stata costretta a cambiare a causa dell’accordo TRIPS del WTO, basato sulla falsa premessa dell’“invenzione” e plasmata all’epoca dalle industrie farmaceutiche, agrochimiche, sementiere e biotecnologiche come Monsanto, Novartis e Syngenta. Che, in realtà, sono lo stesso gruppo di imprese. Queste multinazionali cercano il monopolio assoluto sui semi e sulle medicine per massimizzare i profitti anche quando i malati e gli agricoltori stanno morendo.

Mentre eravamo costretti a cambiare le nostre leggi, i forti movimenti in India che lavorano sulla questione dei brevetti, con in testa il Gruppo Nazionale di Lavoro per Leggi sui Brevetti, fondato dal compianto BK Keayala, sono riusciti a definire un’”invenzione” con precisione attraverso l’articolo 3 (d). Questo è l’articolo che la Novartis contestava, rivendicando un brevetto su un vecchio farmaco anti-cancro che si vende sotto il nome commerciale di Glivec, “riaggiornando”(evergreening) il brevetto – di fatto il riciclaggio di vecchie invenzioni, spacciandole come ‘nuove’, attraverso l’apporto solo di banali modifiche.

Con la sua decisione, la Corte Indiana ha accolto la distinzione tra “invenzione” e “riaggiornamento”. Le compagnie indiane hanno realizzato il farmaco generico e lo vendono per 8000 rupie per un mese di trattamento. La versione della Novartis viene venduta a 120.000 rupie, mettendolo di fatto fuori dalla portata della grande maggioranza degli indiani.

Il caso è importante perché mette a freno la spregiudicatezza con la quale l’avidità delle aziende multinazionali calpesta i diritti fondamentali delle persone. Attraverso la biopirateria, le multinazionali stanno brevettando le conoscenze tradizionali. Abbiamo dovuto combattere il caso di biopirateria del Neem, del Basmati e del Grano. Anche loro erano brevetti illegittimi.

Soprattutto, le multinazionali stanno rivendicando brevetti sui semi e sulle forme di vita, anche se i semi non sono un’invenzione, bensì il risultato di milioni di anni di evoluzione e di migliaia di anni di riproduzione da parte degli agricoltori. Questo è il motivo per cui abbiamo lanciato la campagna Seed Freedom.

Fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/04/caso-novartis-vittoria-per-diritti-delle-persone-sconfitta-per-monopolio-delle-multinazionali/551546/

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